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Archive for settembre 2008

Oh là, salvo divagate improvvise, questa è la volta buona che riesco a spiegarvi quanto sono ignorante quando si parla di cibo; su quanto sono ignorante per tutto il resto, credo che ve ne siate già fatti un’idea.

Ho solo due grandi amori: Bimbi e il cibo.
Per cui, visto che Bimbi sa difendersi da sola, non toccatemi il cibo.

Siamo partiti dalla storia delle bacchette al ristorante giapponese o orientale in genere, esclusi quelli cinesi dove, come ho già detto, la cosa più commestibile sono proprio le bacchette.
Non che la cucina cinese mi faccia schifo: non sono mai stato in Cina, ma a Hong Kong, Macao, Taiwan ed altri posti ho mangiato in ristoranti cinesi fantastici.
Sì che a volte trovi nel piatto cose inquietanti, ma uno come me, che mangia lumache, rane, coglioni di toro, trippa, naso di bue e testina nel bollito misto, è meglio che non faccia tanto lo schizzinoso.
L’ho fatto giusto una volta.
Oh oh, m’è partita la divagata.
Quando mi recavo spesso per lavoro a Bangkok, avevo un factotum di nome Pradit che mi portava nei posti più strani; una nostra merenda classica era il serpente, da Nat, che lo friggeva a puntino con delle salse da ‘sturbo.
Un giorno, il figlio del nostro serpentaro di fiducia voleva farmi il servizio completo, consistente nel decapitare la merenda con un morso -lui…-, sgocciolarne il sangue in una coppetta -sempre lui- e berlo tutto d’un fiato.
Io.
Non sono schizzinoso, tutt’altro, ma un conto è la galinha ao molho pardo, tipico pollo brasiliano stufato col proprio sangue o i sanguinacci del mio amico Nino di Salerno, un’altra cosa è bere del sangue appena sgocciolato da un serpente decapitato.
A morsi.
Gli dico che non se ne parla neanche e quello insiste, “sentirai che buono…”
Gli dico di berselo pure tutto, e godrò del suo piacere.
Decide di calare l’asso e afferma che fa bene al mio fotò, minchia, a Palermo.
Gli rispondo che sta bene così, che posso esportare cazzo duro in tutto il mondo e se proprio qualcuno si deve occupare del mio fotò, nella sua famiglia, che almeno sia quella bambolina di fidanzata che lo aiuta in cucina.
Grande risata del padre, faccia brutta sua, sorrisino ammiccante della bambolina, alla quale, probabilmente, hanno raccontato che gli occidentali ce l’hanno un po’ più grosso di quello che maneggia lei: niente di che, per carità, ma col figlio di Nat ero sicuramente testa di serie
Detto ciò, sono uno che non dà importanza alle dimensioni, così vi fate un’idea di come sono messo…

Stavo dicendo?
Sì, che purtroppo in Italia il livello dei ristoranti cinesi sta alla vera cucina cinese come le palle di pelo rigurgitate dai gatti stanno al Lindor.
Tagliando corto, trovo che quella delle bacchette sia un’immensa cagata, sia dal punto di vista funzionale che storico; se è per ridere una volta, vanno bene le bacchette, così come, per una volta, c’è chi attacca gli sci alla bici o chi gioca a “calcio saponato”, ma sono cose da fare una volta per ridere; se poi proprio volete mandare affanculo secoli di progresso, mangiate pure con le bacchette.
Riconosco che ci sono cose del passato che hanno un senso: non ricordo chi diceva che “il cesso in casa è progresso, il cesso in cortile è civiltà“, ma un pregio alle bacchette proprio non lo trovo.

Un altro settore in cui la mia ignoranza gastronomica tocca vette altissime è la Nouvelle Cuisine, di cui vi giro una breve definizione:

La Nouvelle Cuisine si impone in tempi recenti, negli anni ’60 e ’70, e ha dei tratti caratteristici ben precisi: l’esaltazione del gusto e del colore degli alimenti, l’uso scarsissimo di grassi, zuccheri e sale o la combinazione di frutta con carne e pesce.
Quello che ha contraddistinto questo stile culinario in tutto il mondo è, senza dubbio, l’amore per il dettaglio e la cura della presentazione del cibo.
Influenzata dallo stile giapponese, la Nouvelle Cuisine si basa sulla combinazione di piccole quantità di cibo, che vengono presentate in modo artistico in piatti molto grandi.

E ‘sti cazzi?
Allora, pensala come vuoi, ma se vengo nel tuo ristorante, e ti porto dei soldi, la prima cosa che devi fare è darmi da mangiare, non raccontarmi la storia del lupo o che Gesù è morto di freddo.
Un mio amico che intendo mantenere anonimo, grande cuoco, dopo anni di onorata ristorazione, ha capito che con la storia della N. C. poteva andare a fare la spesa a piedi, tanto con due borse di roba ci scappavano sessanta coperti.
Poi la gente si è rotta le palle di uscire da lì e passare in pizzeria per togliersi la più grossa e lui ha capito che un cuoco non deve creare splendide miniature in un piatto ma deve prima sfamarti, poi, eventualmente, fare della cultura o, come si dice da noi, del sòffoco.

Ragazzi, mi sa che la questione dell’ignoranza non l’aggiustiamo neanche oggi: ho un po’ da fare.
Ma vi prometto che la prossima volta…

Dottordivago

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Il fratello di Bimbi, mio cognato, non c’è più.

So che il cosiddetto aldilà è sfitto ma, casomai i sedicenti inquilini avessero lasciato un recapito, fategli sapere che 38 anni sono proprio pochi per spegnersi di colpo come una lampadina.
Puff…
Anzi, no, una lampadina non fa “puff”: si spegne e basta.

Se n’è andato tra venerdì e sabato e l’ha trovato a letto, lunedi mattina, sua mamma che lo aspettava per il pranzo di domenica e le rispondeva solo un cellulare spento. 
La legge prevede l’autopsia come atto dovuto e fino all’esito non si può toccare nulla.
Io ho recuperato solo il portafoglio, il cellulare, l’orologio e li ho dati alla mamma, che li ha portati a casa.
Si è seduta sul terrazzo, sotto un bellissimo sole di settembre, con quelle poche cose in mano, e le guardava.
Michelangelo, quando ha scolpito “La Pietà”, è riuscito a fermare ed a rendere eterno il dolore di una madre.
Mia suocera non è la Madonna, ed un cellulare, un orologio ed un portafoglio non hanno la presenza scenica di un Redentore; ma in quel momento, quella donna stava tenendo in grembo il suo bambino, come quell’altra mamma, e non era meno nobile.
Una mia personalissima “Pietà” che ricorderò per sempre.

Un mio amico sostiene che, potendo scegliere, vorrebbe morire dopo una ciulata.
Mettiti in coda, gli dico sempre: quella è una morte molto ambita, una sorta di altissima stagione per gli aspiranti morituri. Quindi la sua seconda scelta sarebbe la notte tra venerdì e sabato; è il suo momento preferito, ad oltre due giorni di distanza dal lunedì, dal lavoro: si addormenterebbe felice come un bambino e se ne andrebbe col sorriso sulle labbra.

Christian ha fatto così.
Si presume un infarto, devastante, nel sonno: ne sapremo di più dai medici.

Non era molto soddisfatto della sua vita -quanti lo sono?-, forse condurre una vita “normale” gli stava un po’ stretto, a volte si lamentava; ce l’aveva un po’ col destino, come, daltronde, tutti gli interisti quando non gira bene.
Ma questa volta, al Destino di merda che lo aspettava domenica sera, per umiliarlo con il derby Milan-Inter 1-0, questa volta Christian gliel’ha messo nel culo.

Dottordivago

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Ieri eravamo rimasti all’amico che mi ha dato dell’ignorante perchè mi rifiuto di mangiare con le bacchette nei ristoranti che non hanno ancora scoperto le posate, segnatamente quelli giapponesi o alla giapponese, visto che nelle zone che batto io, ristoranti vietnamiti o coreani o di altre etnie di “bacchettari” mi risulta ce ne siano pochini; in quelli cinesi, che ce ne sono un mucchio, da anni non ci porto neanche il cane a pisciare: primo, perchè Sam è morto dieci anni fa, secondo, perchè per avvelenarmi è sufficiente vivere in Alessandria, senza dover  pagare anche il conto.
Breve divagazione: oggi tutti ce l’hanno coi cinesi, che producono solo porcherie in tutti i settori.
Non è vero: i cinesi sono in grado di produrre immani porcherie, visto il costo di produzione tendente allo zero; sono in grado di produrre a dieci la schifezza che, prodotta in Italia, costerebbe cento.
I vari importatori lo sanno e importano la peggio merda.
Se uno vuole importare della roba decente, ma anche ottima, i cinesi la sanno fare, basta pagarla venti o trenta o quaranta, anzichè dieci. Anzi, per lavorazioni che prevedono l’impiego di impianti costosissimi, sono ancora meglio di noi, visto che, per loro, un impianto da mille miliardi di dollari è come, per noi, comperare un Black & Deker.
Morale, ti danno ciò che chiedi.
Sono invece dei grandissimi bastardi parlando di ristorazione.
Un paio di anni fa, non ricordo quale giornale ha mandato una talpa a lavorare un giorno qua, un giorno là, in vari ristoranti; il resoconto era scoraggiante in generale; parlando di ristoranti cinesi, poi, il redattore parlava di schifezze che a nessuno verrebbe in mente di fare, tipo cuocere il cibo nei bidoni arrugginiti e versarlo per terra, in cortile, per farlo raffreddare, per poi recuperarlo col badile.
Indipendentemente dalle materie prime, ben lontane dall’essere commestibili, raccontava di una sorta di cattiveria nella preparazione del cibo, un po’ come il coglione che, a militare, sputava nella pentola.
Per carità, abbiamo fior di avvelenatori anche in Italia: per essere onesti, il nostro vino al metanolo dell’86 ne ha seccati una trentina che, rapportati alla popolazione cinese, diventerebbero un migliaio di alcolizzati in meno, mentre il latte alla melamina ha ucciso solo quattro bambini, che però non se l’erano cercata.
A proposito di latte alla melamina, secondo alcuni nostri bravi giornalisti è contaminato da melanina, per cui, se si esagera, il bambino muore, ma abbronzatissimo, o da melatonina -giuro, l’ho sentito alla radio, in palestra- per cui il bambino sembra morto, in realtà dorme come un orso kodiak.
Regia, dammi la 1 sul mangiastupidi.

ciuchino
Marca “bravo” ai giornalisti.

Uhm… è successo un fatto preoccupante: sono riuscito a divagare nel corso di una divagata: quindi mando a cagare i cinesi e torno al discorso iniziale.

Però domani: adesso ho un San Pietro al cartoccio con patate, peperoni grigliati e curry a cui spaccare la faccia…

Dottordivago

P.S. Si ringrazia nuovamente Tuttoqua per l’icona mangiastupidi.

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Mi parte già la divagata sul titolo: ahh andiamo bene…
Sono al 99,99% settentrionale ma ho un bisnonno trovatello; sì che l’hanno trovato le suore dalle parti di Vercelli -ed alla fine dell’800 non è che le puerpere viaggiassero molto- ma c’è sempre la possibilità che un po’ di sangue meridionale scorra in queste vene.
Questo per spiegare le mie soventi scivolate su modi di dire non esattamente alessandrini e la mia predisposizione a parlare e comprendere i dialetti del sud.
Inoltre considero i terùn una sorta di sale dell’Italia e penso che, senza il loro apporto un po’ arabo ed un po’ levantino, saremmo degli svizzeri che non capiscono un cazzo di banche e di orologi a cucù.
Ciò nonostante, sia chiaro, non sono assolutamente meridionalista; sono invece un federalista convinto, conscio del fatto che, se ognuno potesse gestire i proprii soldi, andremmo meglio tutti, tranne i mafiosi, ed assolutamente certo che mandare soldi a pioggia è come regalare pesci a chi non ne ha, anzichè insegnargli a pescare (si ringrazia il sig. Confucio per l’idea).
E la prima divagata ce la siamo tolta dalle palle.

Per quale motivo sono ignorante?
Ok, ok, mi bastano i primi ottanta che mi avete suggerito, grazie.
Lasciatene dire qualcuno anche a me, eh?
Sull’ignoranza oggi faccio pari, visto che mi sono preso dell’ignorante da un amico, mentre il nuovo arrivo Unknown mi sostiene il contrario.
Ah, se definisco Unknown “nuovo arrivo” ho i miei motivi: si ostina a non voler rivelare in che modo fa la pipì, cioè se è maschio o femmina. Non che il rapporto con la pipì sia qualificante: io, personalmente, pur avendo l’attrezzatura da completino azzurro, a casa mia la faccio da seduto.
Un piccolo chiarimento: quando parlo di “attrezzatura” non intendo vantarmi, credetemi, non c’è niente da buttare via: trattasi di un normalissimo pisello pre adolescenziale, ma con l’erezione bisestile.
Mi aspettavo un coro di “ma dai, non buttarti giù così…” ed invece non si sente volare una mosca.
Grazie ancora, amici…
Ecco, mi è di nuovo andato per funghi il cervello: cosa dicevo?
Sì, dicevo che Unknown ha marcato un punto per il Dottordivago, mentre un altro mi ha dato dell’ignorante.
E solo perchè ho detto che al ristorante giapponese, se non mi danno il pane e le posate, me ne vado.
Quella delle bacchette per mangiare è una cosa che mi manda la merda al cervello, perlomeno me ne manda più del solito.
Avevo già avuto uno scambio di commenti con Paz a proposito dei jappi; lui sosteneva, provocatoriamente, ovvio, che sono superiori a noi.
Vi faccio un riassunto della risposta.

Caro Paz,
niente da ridire sulla genialità dei giovanotti dagli occhi a mandorla.
Devo invece farti un culo così sul fatto che siano meglio di noi.
Secondo me non lo pensi davvero ma, essendo dotato di giocoso animo brasileiro, tu la butti lì e guardi cosa succede.
Beh, te lo dico io cosa succede. Succede che il Dottordivago, noto paladino dell’Occidente, a sentire una cosa così si fa brutto brutto, cosa peraltro non facile perché titolare di un volto che pare dipinto dal Botticelli.
Stavi parlando degli orientali di Saturno, vero? No, perché quelli terrestri non li trovo tutto sto granchè, anche se non bisogna generalizzare in negativo.
Ma neanche generalizzare in positivo come fai tu.
Questa gente ha indubbiamente una volontà fuori dal normale, un po’ come mio cognato (da parte di sorella) che, pur non essendo il più furbo del mondo -non è neanche nei punti…-, possiede una voglia di lavorare che se ce l’avessi io sarei l’imperatore dell’emisfero boreale -vuoi mica che venga a romperti i coglioni in Brasile, no?-.
Questi signori hanno ottenuto tutto ciò che hanno al prezzo di inenarrabili fatiche: ti ricordo che in Giappone, nel dopoguerra, un paio di generazioni non hanno visto la luce del sole, tanto si rompevano la schiena lavorando.
Se non ci fosse stata la guerra, che gli ha dato, sì, una bella pettinata, ma ha portato denaro e mentalità del novecento, sarebbero ancora nel medio evo, quanto meno dal punto di vista sociale.
Ma a parte i fatti storici, mi cadono pure su tutto il resto.
Noi saremo più buzzurri, ma non viviamo un’esteriorità esasperata come la loro; ti rendi conto che per servirti un tè ci mettono più di noi a fare un bambino? E che prima di rivolgerti la parola ti danno il biglietto da visita, con due mani, naturalmente; e tu con due mani lo devi prendere, pena sembrare il più cafone del mondo.
E i bastoncini per mangiare? La nostra civiltà è passata dalle foglie di castagno alla Gazzetta dello Sport, per poi approdare alla carta igienica, al solo scopo di pulirsi il culo  e lo stesso processo evolutivo lo hanno avuto le posate per mangiare. Questi hanno bisogno di uno che faccia tutto a pezzetti, come noi ai malati d’Alzheimer, e se mangiano una zuppa la ciucciano dalla scodella e coi bastoncini si buttano in bocca la roba che resta sul fondo. Che spettacolo, eh?

Non vi propino tutto il resto, per l’argomento di oggi è sufficiente questo.

Continua.

Dottordivago

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Unknown:P si è meritata/o il cesto di benvenuto.
Se poi ci dicesse in che modo fa la pipì, ci sapremmo regolare.
Non per altro: se mentre leggo un commento so che si tratta di un maschietto, non sto a soffocare i rutti…

Su, ragazzi, salutate…

Dottordivago

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E’ un peccato che l’amico Misterpinna ( http://misterpinna.blogspot.com/ e appena scopro come si fa, ti metto nel blogroll) non abbia un po’ più di tempo per scrivere quattro pirlate: di solito mi piace quello che scrive.
Finora sono riuscito una volta sola a mandargli un commento, forse perchè il mio e il suo computer non possono annusarsi il fiato, cioè si stanno sul culo.
E’ anche per colpa sua: per mandare un commento è necessario avere la password, poi ci sono parole da decifrare e ricopiare, parola d’ordine, stretta di mano segreta, messaggio da ascoltare e distruggere, risolvere una sciarada; dopodichè uno teme di far partire un missile nucleare e ci rinuncia quando è quasi in dirittura d’arrivo.
Oggi leggo il suo post e gli mando la richiesta di usarlo, come farò fra un momento, senza permesso, per aggiungerci due cagate; scrivo tutto per bene, decifro e ricopio la parola segreta -a proposito, un’altra volta “snafux” glielo fai scrivere a tua sorella…-, faccio la penitenza, faccio la riverenza, guardo in su, guardo in giù, premo invio e vaffancù.
Il commento scompare.
E non c’è verso di capire dove è finito: di sicuro non sul blog a cui era destinato.
Secondo me, alla base, c’è un’incompatibilità di carattere tecnico, oltre alla mia proverbiale incapacità di padroneggiare questa macchina di merda.
Però, se una volta ci sono riuscito, e se ci riesco regolarmente in quei pochi blog che frequento, proprio non capisco dov’è l’inghippo.
Anche per Antaress devo decifrare e scrivere la parolina -che, però, è un semplice “toc”, “cip”, oppure “ops” e mai, dico mai “snafux”…- dopodichè il commento s’infila nel blog come un dito nel culo.
Anche se dipende dal dito ed ancor più dal culo…
Vabbè, superiamo questo momento aulico e sentiamo cosa angustia il giovane Misterpinna.

Vivo a Trieste da tre anni, ma sono residente a Genova… se devo fare dei documenti, devo rivolgermi al Comune dela Superba: viva l’informatica e il terzo millennio.
Siccome ho la carta d’identità che sembra un ritaglio del rotolo delle leggi (o un ritaglio del rotolo di carta igienica, a vostra discrezione) mi decido a fare il grande passo: la rinnovo. Prima mi informo un po’, e vengo a sapere due cose:
– la carta d’identità adesso ha validità decennale
– è possibile ottenerne una versione “elettronica” in formato carta di credito.
Siccome in poco più tre anni io ho conciato la mia una vera schifezza, il mio brillante cervello mi suggerisce:”Marco, fatti fare quella elettronica. Ti deve durare dieci anni!”.
Il genovese che è in me, sentite voci di “sovrapprezzi” per la versione elettronica per un po’ ha titubato… ma alla fine cede: che carta elettronica sia.
Armato di buona volontà, alzo il telefono e chiamo il comune di Genova.
010 557111. Provatelo. E’ il risponditore automatico più assurdo che io abbia mai sentito. Cerca di riconoscere la richiesta che gli fate… magari funziona in Zeneise. In Italiano di certo no.
Dopo un po’ di ululati nella cornetta, riesco a parlare con una signorina, che mi passa l’apposito ufficio “carte d’identità”.
Riporto fedelmente la conversazione. M sono io, S è la “Signorina”.
S:”..cio …sdd..af…a”.
M:”buon giorno, sono Marco Ciullini, vorrei rinnovare la carta d’identità in quanto quella che ho è deteriorata”.
S:”deve venire in ufficio portando tre foto e… ma deteriorata quanto?”
M:”si leggono ancora i dati, però è strappata e consunta”
S:”se si leggono i dati bastano le tre foto e la vecchia carta”.
M:”Volevo anche informazioni circa la possibilità di fare la versione elettronica”
S:”L’ufficio è chiuso”
M:”E quando apre?”
S:”Non lo sappiamo”
M:”Abbia pazienza signorina, a chi posso chiedere l’orario di apertura?”
S:”E’ chiuso da mesi, non sappiamo se e quando riapre”.
M:”Ah. Capisco.”
S:”Proprio non si sa. Se vuole le facciamo quella normale.”
M:”Grazie, molto gentile, buona giornata”
S:”Anche a lei”.
Metto giù… e racconto il tutto a mio papà, che in quel momento (stranamente) transitava per l’ufficio. Lui fa: “usti, anche la mia sta scadendo. Aspetta che chiamo per sapere come funziona qui a Trieste”. Va sul sito del comune di Trieste, becca il numero e chiama, rassegnato a ricevere risposte tipo le mie.
S:”Ufficio carte d’identità buongiorno”
C:”Buongiorno, ho la carta d’identità in scadenza e…”
S:” mi dà cortesemente nome e cognome?”
C:”Carlo Ciullini”
S:”Residente in?”
C:”Via Brunner 9″
S:”Sì signor Ciullini, vedo che il suo documento scade tra 2 mesi. Quando le comoda venire a fare il rinnovo?”
C:”… domani mattina?”
S:”la attendiamo alle 9 e 45, se per lei va bene”
C:”cosa devo portare?”
S:”Solo la vecchia carta d’identità, le foto le facciamo direttamente noi.”
C:”Allora vengo domani…”
S:”Alle 09 e 45, a domani.”
L’indomani, alle 09.45 è entrato in comune, alle 10.00 era uscito. Con la carta d’identità nuova.
E ovviamente la sua è quella elettronica, in formato carta di credito.
Cosa c’è di tanto diverso tra Genova e Trieste?
Ambedue sono città del nord, sul mare, con grandi porti, tanta storia alle spalle… ma in una i servizi al cittadino fanno pena, nell’altra sono eccellenti.

Amico mio, è una questione di testa.
Tu mi insegni che a Trieste sembra di stare più sotto la dominazione Asburgica che non quella Borbonica, tipo Regno delle Due Sicilie.
Genova, come peraltro la mia città, Alessandria, sembrano due enclave meridionali trapiantate al nord.
Credo che chi arriva a Trieste lo percepisca.
Un po’ come ai tempi della Grande Immigrazione: se un “terùn” arrivava a Milano, dopo una settimana prendeva “figa” come intercalare; se lo stesso “terùn” arrivava a Torino, dopo una settimana il suo vicino, Erminio Pautasso, diceva “minchia”.
E’ una questione di testa.
E temo che saranno necessarie almeno due generazioni di federalismo duro e puro per risalire la china.

Vabbè, visto che qui non la risolviamo, mettiamola sul ridere.
Credo di essere l’uomo che odia maggiormente gli sms stupidi, quelli che un tuo amico riceve una cazzata e te la manda; e questo per una serie di motivi:
1) Preferisco tenere in mano uno stronzo di cane che il cellulare, per cui vorrei evitarlo per quanto possibile;
2) Se vuoi raccontarmi una storia, chiamami, così ci sentiamo una volta;
3) Mi tormenta una domanda: ma quanta gente c’è che non ha un cazzo da fare?

Premesso questo, non mi fanno impazzire neanche le email reinviate all’infinito da uno all’altro.
Ma quando fanno ridere, fanno ridere.

La paziente ha fatto causa al chirurgo:

 

 

Il chirurgo sostiene che, secondo lui, è tutto a   posto            

 

 

 

A domani.

Dottordivago.

                                                                                                             

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Penso che dovrò archiviare una buona parte dei miei post passati e futuri nella neonata categoria “Song’ ‘o fetente”.
Mi scappa di divagare, giusto un attimo.
“Song’ ‘o fetente” era la frase che ripeteva sempre Lello Arena nella parodia della sceneggiata napoletana, ai tempi in cui, con Massimo Troisi ed Enzo De Caro, dava vita a “La Smorfia”.
Per i giovanissimi dirò che facevano veramente morire dal ridere.
In quello sketch, in tre, interpretavano tutti i personaggi caratteristici della sceneggiata, tipo Isso, Essa e ‘o Malamente, ‘a mamma, ‘o sscem’ ecc. ecc.
Lello Arena era ‘o Fetente, il cattivo, il personaggio negativo per antonomasia.
Arrivava al punto di accoltellare ‘a mamma, alchè gli altri due lo guardavano scandalizzati e gli facevano notare che non si poteva dare una coltellata alla figura della mamma, era contro ogni tradizione teatrale. Lui rispondeva sempre “sì, ma i’ song’ ‘o fetente” e giustificava il gesto spiegando che se non le faceva lui certe cose, chi doveva mai farle?

Quindi, ogni volta che affronto un argomento imbottito di retorica o di politicamente corretto -brrr… non posso credere di averlo detto…- e dico ciò che molti pensano e nessuno dice, divento ‘o fetente: se non le dico io, certe cose, chi le dice?
Forse vivo male, forse sono insoddisfatto; o forse sono solo una testa di cazzo.
Sicuramente non sono un ipocrita, e dico ciò che penso.
Chiudo la divagata e vi presento il fatto.

Sempre meglio che pagare con la vita. Avranno pensato questo Walter Nones e Simon Kehrer, i due alpisti sopravvissuti alla spedizione sul Nanga Parbat, nel luglio scorso, in cui perse la vita il loro capo-spedizione Karl Unterkircher. I due sportivi, però, ci sono rimasti male lo stesso, quando il soccorso pakistano che li recuperò gli ha presentato un conto da 33.500 euro proprio per quel salvataggio. “Non ci aspettavamo di dover pagare tanto per un soccorso che non avevamo neppure chiesto”, spiegano Walter e Simon. Agli alpinisti era stato detto di non preoccuparsi, perchè le spese per il soccorso sarebbero state pagate dall’assicurazione e dalla Farnesina. Poi la scoperta: l’ambasciata italiana a Islamabad appena ha ricevuto il conto l’ha girato ai due alpinisti e l’assicurazione austriaca non paga perchè la scalata alla parete Rakhiot era una prima assoluta, quindi ad alto rischio. “Ci sentiamo cittadini di serie B – dicono i due – noi stavamo tentando una vera impresa alpinistica che portava onore al Paese. Pagheremo per non essere additati come quelli che sono stati salvati con i soldi dei contribuenti italiani”.

Visto che sono un casinista, partiamo dalla fine: uno che va a scalare una montagna ci va per soddisfazione personale. Punto.
Poi ci va perchè ama la montagna. Due punti. Ma sì, abbondazio abbundandum, non ci facciamo conoscere… (Grazie, principe De Curtis)
In questo caso particolare, poi, ma forse sono cattivo, ci va con le spalle coperte da una serie di sponsor o di gruppi sportivi Fiamme di qua o Fiamme di là che provvedono, economicamente, a volo e logistica.
Quanto al “portare onore al proprio paese”, in questo tipo di impresa, sono convinto che conti quanto il diritto all’informazione per un giornalista che insegue uno scoop, o l’arte per uno che incide un disco: alte motivazioni per fini molto più terricoli.
Le parole stanno a zero: se ti lanci in un’impresa del genere devi sempre tenere conto della regola n° 1: non te l’ha detto il dottore.
Ce n’è pure un’altra: chi va per questi mari, questi pesci piglia.
Quindi, alle falde del Kilimanjaro ci vai col culo coperto da un’assicurazione coi controcazzi, del tipo “se perdo la piccozza me la paghi”. Questi si fanno l’assicurazione in Austria e, nonostante abbiano dei cognomi tipo marca di elettrodomestico, non sanno leggere le clausole in tedesco?
Ci sarà scritto da qualche parte ” l’azzikurazionen non kopre scalaten ad alto riskio”, no?
Non è che puoi andare sul Nanga Parbat con la Polizza del Capofamiglia, quella che se il cane morde il vicino, qualche cento euro glieli danno…
Poi dicono che il soccorso non era richiesto: e allora potevano scendere col cavallo di S. Francesco.
Salvo poi salire sull’elicottero quando gli hanno detto che pagava la Farnesina: si scrive così, ma si pronuncia che un euro ce lo metto io e tutti gli altri voi che leggete ed i nostri connazionali.
Non sono cose da dire? Ma io song’ ‘o fetente…
Oh, sia chiaro: non sono contento che sia scoppiato il bottiglione della merda su quella cazzo di montagna, ok? E sono contento che abbiano portato a casa le chiappe.
Chiuso l’incidente, ora ci allarghiamo.

Pochi giorni fa, ma è già successo mille volte, non so quante persone hanno lavorato giorni per tirare fuori da un buco una speleologa che stava per fare la fine del topo: chissà chi ha spianato il conto?
Tirarla fuori era sacrosanto, ma se la signora non aveva un’assicurazione, mi dispiace per lei, ma non è giusto che la comunità paghi per un suo passatempo finito male: “Come ti senti? Tutto a posto? Stai bene? Ok, caccia i soldi.
Faccio un esempio diverso, e chiedo il conforto di Misterpinna, la cui autorevolezza in tema di cose marittime è riconosciuta in tutto il mondo.
La prima regola di chi va per mare è aiutare chi si trova in difficoltà.
Ora, se una nave se la sta vedendo brutta lancia l’SOS. Sapete cosa dice chi lo riceve? Domanda se il comandante accetta il Contratto Standard dei Lloyd’s di Londra, che regola in tutto il mondo queste faccende. In questo modo il comandante si impegna a nome dell’assicurazione o dell’armatore a far fronte ai costi del recupero: è ovvio che è riferito al salvataggio dei mezzi, mentre quello delle persone è scontato.
Quindi, salvo l’obbligo di salvare delle vite, il resto è solo una questione di soldi: se sei assicurato, o sei coperto di tuo, non ti faccio neanche bagnare i piedi, altrimenti ti salvo, ma la nave va a far compagnia ai pesci.
Questo a grandi linee, daltronde il motto di questo blog è “l’approssimazione al potere”.
E se questo vale per chi in mare ci lavora, non vedo perchè non debba valere per chi si studia delle grane per divertimento: io ti salvo comunque, ma poi ti presento il conto; e se non sei assicurato, o ricco di famiglia, ti mangio la casa, sempre per la famosa storia che non te l’ha detto il dottore.

Non sono ancora soddisfatto.
Anni fa, stavo pisolando in pineta a Punta Ala quando vengo svegliato da un botto tremendo; nella mia lunga ed avventurosa vita mi era già capitato due volte che un fulmine cadesse a poca distanza da me, ed è uno di quei rumori che non confondi con nientaltro.
Sento urlare in spiaggia, ad un centinaio di metri, e parto come un matto; lì c’è Bimbi con i nostri amici: per fortuna sono le prime persone che incontro.
Il fulmine, giuro, a ciel sereno, aveva colpito una donna in una spanna d’acqua: lei ci ha lasciato il pacchetto ed altri tre o quattro erano discretamente suonati; so praticare massaggio cardiaco e respirazione artificiale, per cui mi avvicino, quando mi accorgo che arrivano di corsa tre pompieri, su cui avevo sì e no dieci secondi di vantaggio e lascio fare a loro: se posso scegliere, la carne bruciacchiata la preferisco sul barbecue…
Arriva un altro pompiere, a cui dico:”Certo che in questo posto ci sono pompieri coi controcazzi…”
Risposta:”L’è pperchè sc’hanno ‘hiamato a ttirà sgiù ‘n gatto da ‘n albero e stavamo qquà”. 
Meno male. Poi mi incuriosisco e, passata l’emergenza, domando al pompiere quanto costa un recupero gatto da un albero; mi risponde che di preciso non lo sa, di solito non prendono niente.
Vorrei dire una cosa: se il fulmine avesse colpito a dieci km di distanza, i soccorritori sarebbero stati lì su una pianta a dire “micio… vieni qua… micio…”
A gratis, come si dice da noi.
Ora, il tuo gatto sale su una pianta e non sa più scendere? Hai quattro opzioni:
1) lo lasci lì;
2) vai a prenderlo;
3) chiami i pompieri e li paghi;
4) mi procuri un fucile e te lo tiro giù in un attimo.

Ultima cattiveria.
“Le Due Simone”, ve le ricordate? Le due “volontarie” rapite in Iraq nel 2004 e liberate grazie ad un riscatto di 900.000 euro? Più tutti i costi per le indagini, le ricerche, gli aerei che andavano avanti e indietro come le macchine a ferragosto da Roma a Bagdad.
E non è che il sottosegretario a ‘Sta Ceppa di Minchia cerca il volo Ryan Air su internet; no: se va male, si fa coccolare dall’Aeronautica Militare; se va bene, stuzzichini e bollicine su un Gulfstream.
Tutta roba che, già di suo, costa come il pepe; se poi paga Pantalone, aggiungete uno zero finale al conto.
E ne partiva uno tutti i giorni.
Più quello, aggiungo io, passato sottobanco agli amici degli amici, più quello che rimane inesorabilmente attaccato alle dita di chi maneggia denaro.
Quelle due ci saranno costate trenta o quaranta milioni, e vi ricordo che la valuta in questione è l’euro, non il won coreano.
Sapete come vengono definite quelle due dalle persone intellettualmente oneste, o che non hanno portato il cervello all’ammasso, o semplicemente con un po’ di buon senso?
Due cretine.
O due furbacchione.
Se ne stavano a Bagdad a piangere per i bambini iracheni con uno stipendio, mai chiarito, di sei o ottomila euro mensili, più vitto e alloggio.
L’incarico? Andare a distribuire due carezze davanti alle telecamere; il lavoro sporco di curare e nutrire era svolto dai militari o loro collaboratori, o da gente dello stampo di Emergency.
Quell’incarico l’hanno fortemente voluto e cercato con raccomandazioni e conoscenze, e nessuno le ha obbligate ad andare in quel buco di culo di città.
I loro amici estremisti le hanno rapite ed i loro nemici occidentali gli hanno salvato il culo.
Vabbè, non si poteva lasciarle ammazzare, è chiaro.
Però, in un posto così ci vai se ci vuoi andare, e ci vai a spese tue, non che paghiamo noi prima, durante e dopo. Allora sì che andresti con convinzione a fare qualcosa di utile, e non a prendere uno stipendio che, con le loro capacità, in Italia avrebbero preso in sei mesi, facendo un lavoro vero.
Anche se il non sapere fare un cazzo in Italia è molto apprezzato e molto ben retribuito.

Ah, dite che sono una merda? …Come?… Un egoista di merda?
Semplicemente, song’ ‘o fetente.
Caso mai, cari ragazzi, è il ’68 del cazzo che ha cambiato voi.
Per millenni la regola è stata “ognuno per sè e Dio per tutti”, chi sbagliava pagava di persona, ed era raro che qualcuno lo aiutasse, se non la famiglia.
Oggi aiutiamo tutti, purchè abbiano fatto qualche cazzata: vittime del no limits, sfigati degli sport estremi, avventurieri avventati,  raccoglitori di margherite sui campi di battaglia, tossicodipendenti, disoccupati a vita, dipendenti Alitalia.
Poi ci sono il Meridione ed il Terzo Mondo, per cui dovrebbe valere la storiella di “non regalare pesci ma insegna a pescare”; noi, invece, continuiamo a bombardarli di soldi.
Per contro, ignoriamo chi cazzate non ne ha fatte, ma ha più bisogno d’aiuto di altri, vedi vecchi e malati: categorie che non sono andati a cercarsela.
Con i soldi spesi per quelle due inutili stronze, a quanti anziani avremmo potuto garantire cure adeguate o una fine dignitosa, in strutture dal volto umano e non in puzzolenti lager?

Eppure qualcuno mi scriverà un sacco di parole alate sulla cooperazione e la solidarietà:vi dico l’ultima, poi tutti a nanna.
Chi sono i più grandi sostenitori della cooperazione?
I politici.
E chi mette in cima a tutto la solidarietà?
I preti.

Vedete un po’ voi.

Dottordivago.

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