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Archive for the ‘Benvenuto’ Category

Benvenuti vari

Quando avevo voglia di fare il gadàno con le lettrici mi firmavo

Dottordivago, blogger per signora,

mentre quando avevo un po’ di tempo da dedicare a ‘sto povero blog d’un Panda mi piaceva dare il benvenuto ufficiale ai nuovi commentatori, benvenuto che scattava al secondo commento -il primo potrebbe essere casuale- e che prevedeva il cesto d’ordinanza.

Da un po’ di tempo mi ritrovo tutte le sere a pensare: «Cazzo, avevo un paio d’ore e non so più dove le ho messe…», così tralascio quel minimo di galateo che mi ero imposto: è ora di rimediare.

benvenuto

 

 

 

Benvenuta

 

Ade

benvenuto

 

 

 

Benvenuto

 

Scurpenin

benvenuto 

Benvenuto

 

Un

 

Nome

 

Inventato

Di Ade non so nulla, di Scurpenin so che è di Zena come il pesto e il cundigiùn, di Unnomeinventato so che si è scelto un nick che fa cagare ma credo si tratti di un bravo Ragazzo di Calabria, quindi glielo perdoniamo.

Benvenuti.

Dottordivago

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Benvenuto Gaudente!

cesto18k Benvenuto Gaudente,

di te non so niente

ma al terzo commente
(licenza poetica)

ti becchi il presente.

Dottordivago

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Benvenuto Marco G!

benvenutoSe per tutti vale la regola che al secondo commento ci si becca il benvenuto ufficiale con il cesto d’ordinanza, per Marco G ce ne vuole uno speciale.
Un po’ perchè trattasi di vecchia pellaccia baletiana, un po’ perchè ha esordito con un commento canonico, poi si è messo a leggere “Perchè il panda deve morire” e, terminato il post, si è cuccato tutti i commenti, ribattendo colpo su colpo a commentatori ormai estinti o involati verso altri lidi, magari commenti scritti tre o quattro anni fa.

Old-Man-Yells-At-Cloud-the-simpsons-7414384-265-199Ecco, Marco G, questa cosa mi tocca molto da vicino.
A parte il fatto che apprezzo sempre avere qualcuno al mio fianco a combattere contro i “panda a due gambe”, il tuo comportamento mi ricorda molto il mio, quando litigo con la televisione, o come quello di Nonno Simpson quando litiga con le nuvole…

Sai cosa ti dico?
Hai fatto bene: se qualcuno di questi “politicamente corretti” molli sulle gambe, piccoli, coi denti gialli  (Catenacci dixit) dovesse tornare, è bene che sappia che c’è sempre chi lo tiene d’occhio…
Benvenuto.

Dottordivago

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Benvenuto Jonny!

benvenuto

«Minchia Jonny… il probblema di Palemmo è il traffico!…»

Secondo commento e benvenuto ufficiale con cesto d’ordinanza a Jonny.
No, risparmiatevi una figura da pirla: Jonny senza “h”, ve lo dico io.

Allora, succede che Jonny butta lì un commento, non esattamente di quelli da inserire in una capsula del tempo per essere tramandato ai posteri; relativamente al post La fabbrica della merda Jonny dichiara:

ALESSANDRIA FA CAGARE!!!!!!!!!!

e si firma Jonny Kombat.
Non avrei scritto quel post, se non condividessi in parte l’affermazione, quindi rispondo, non senza documentarmi: prima di dire cazzate, verifico se esiste il nome Jonny e chi meglio di Google, il “Colosso di Mountain View”, mi può aiutare?

jonny1

Un’interminabile lista di Johnny, tutti con la loro bella “h”…
Confermando quello che è il pilastro della mia esistenza, cioè la più leggiadra ed evanescente superficialità, non premo “invio” e sentenzio che Jonny è una cagata.
Quindi rispondo:

Concordo all’80%.
Ma “Johnny” senza “h” fa cagare al 100%…

Passa qualche giorno e, firmandosi solo Jonny, l’amico si rifà vivo:

Jonny diminutivo di Jonathan è corretto anche senza H mi spiace…

«Sì… e “Stik”, diminutivo di “Sticazzi”, è corretto pure lui?» è il mio primo pensiero…
Assolutamente conscio di fare una cosa inutile, torno su Google, e digito Jonny: mi compare la solita lista di Johnny con l’acca ma stavolta, non so perchè, premo invio

jonny2

Oh porca puttana…
Cioè… e tutti ‘sti Jonny da dove cazzo arrivano?
Va beh, Jonny Bassotto non conta ma… gli altri Jonny, di madrelingua inglese, che di battesimo fanno Jonathan…

«Urcu dighel…» come direbbe “il Bruno di Vimercate”… «Vuoi vedere che c’ha ragione il Jonny?»
Micro divagata:

“Urcu dighel”, versione dialettale ed edulcorata della bestemmia più famosa, punteggia come le virgole l’eloquio “del Bruno” (guai a pronunciare un nome senza articolo…) di Vimercate, una delle persone che mi fa più ridere al mondo, l’ex vicino di casa dei miei suoceri quando svernavano in Brasile.
Qualsiasi possa essere il concetto da enunciare, l’incipit è
«Fighi, gu dì, urcu dighel… (Figa, ho detto, p…. D..)» e poi comincia a parlare, senza mai usare una parola che non sia in Brianzolo, ovviamente anche con tutti i Brasiliani con cui ha a che fare.
E mi ha attaccato il vizio.

Ma se proprio devo divagare di brutto brutto brutto, come esclamazione, cosa ve ne pare di Burcu Can?burcu can  Un “amico” di Feisbuk mi ha suggerito questa “amica”…
Mah, quasi quasi le mando due righe di conforto… sai che problemi avrà, a farsi degli amici, ‘sta poveraccia?…

Torniamo a Jonny.
Cercate di capirmi… non è che sono ignorantissimo… è che sono minimamente sfigato: evidentemente, più che a Google, il “Colosso di Mountain View”, mi ero collegato a Gogol, il “Colosso di Arcore”…
E sono anche prevenuto.
Negli anni in cui, oltre alla mia solita attività, passavo molto tempo nella mia ex armeria, mi capitava spessissimo di fotocopiare il porto d’armi dei clienti.
Sembra incredibile ma metà dei vigilantes che vedete fuori dalle banche o dei supermercati si chiamano Braian, Gionatan, Gionny, Maicol… e Jonny.
Non sui commenti: sui documenti.

Benvenuto, Jonny.
Ah, ancora una cosa: nella traduzione di “urcu dighel” ho usato solo le iniziali per rispetto a chi ci crede, non certo per l’individuo, che vorrei esistesse davvero, così da poter sentire tutte le bestemmie che gli urlerei nelle orecchie…

Dottordivago

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Benvenuto Piercarlo!

benvenuto

Ho scelto di dargli il benvenuto ufficiale con cesto d’ordinanza usando il suo nome e non quello con cui commenta su queste pagine: icittadiniprimaditutto

Affermazione che mi trova assolutamente d’accordo ma…  non so… preferisco sempre rivolgermi ad una persona o a un concetto astratto, più che a una frase di senso compiuto.

A distanza di trent’anni ricordo ancora un essere immondo, che si spacciava per ragazza pur non appartenendo alle forme di vita conosciute, fortunatamente seminascosta dietro ad un’enorme bracciata di giornali che vendeva porta a porta. Apro, mi spavento, e questa mi fa: «Vuoi “Servire il Popolo”?»
«Beh, magari inizierei dandogli una mano… poi, se proprio lo devo “servire”…»
«Vuoi “Servire il Popolo?»
E due… «Mah… così, su due piedi…» 
«Vuoi “Servire il Popolo?»
E tre… «No, grazie, guardo solo i morti sul “Piccolo”…»

Con certi nomi si creano fraintendimenti.
Anche se mia mamma non mi ha battezzato “Dottordivago”, resta comunque un nome con cui ci si può pure presentare:
«Piacere, Dottordivago…”»
«Piacere, icittadiniprimaditutto…»

Eh no, caro il mio piacione a tutti i costi… se vuoi mietere facile gloria con affermazioni populistiche… tu non lo puoi sapere ma io sono cintura nera di testa di cazzo: riproviamoci.
«Piacere, icittadiniprimaditutto…»
«Piacere, vivalafiga…»

Bang! Picco di gradimento!

E chi è il più piacione, adesso? Eh?
Chi è il più nazional-popolare?

E attento a come intendi rispondere: ho già in canna un

chiù ppilu pe’ttutti

con cui sommergerti di preferenze… 
Benvenuto in questo merdaio.

Dottordivago

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cesto18kHo un dispositivo nel cervello che mi impedisce di accendere il computer nei giorni festivi, salvo, come accade oggi, per ricerche o acquisti in rete.
Quindi oggi non c’è trippa per gatti nè testa per post.

Ma per un benvenuto sì, soprattutto se andava fatto già tempo fa, congiuntamente al secondo commento della sciura Bridget.
Beh, Bridget, in quel periodo mi hai beccato in un momento di relativa tranquillità lavorativa ma di particolare bollitura cerebrale, quindi il benvenuto ufficiale con cesto d’ordinanza te lo cucchi oggi, con un po’ di ritardo.
Comunque immagino che tu non ci abbia perso il sonno, eh?
Benvenuta!

Dottordivago

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champagne Questo è un benvenuto col botto, non me ne vogliano tutti gli altri, quelli che hanno ricevuto solo il cesto d’ordinanza che costituisce il benvenuto ufficiale.

benvenuto

Ma qui si parla di un personaggio particolare, uno di quella decina (forse meno) di persone per cui la parola “fratello” non è poi così campata per aria.

Ho conosciuto Il Magico Darix sul finire degli anni 70, in quel di Borghetto Santo Spirito (SV), meglio noto come Borghetto SS, l’Inferno dei Vivi.
Si tratta, senza ombra di dubbio, della più brutta località in riva al mare di tutto il mondo… no, forse solo dell’emisfero Nord: mi parlano bene anche di quel tratto di costa cilena in cui il mare non supera mai gli otto gradi di temperatura e le scogliere non sono scogliere, bensì mucchi di merda alti centinaia di metri, depositata da miliardi di uccelli in milioni di anni…
Comunque, i nostri rispettivi genitori avevano comperato la “casa al mare” proprio lì e, nonostante la premessa, io ne sono stato felicissimo per anni: dai primi anni 70 al 1986 non ho mancato uno solo dei giorni agostani, ovviamente attirato dalla compagnia e non di certo dalle bellezze paesaggistiche o architettoniche.
Ah, tra l’altro è lì che ho conosciuto Bimbi… 

Amore a prima vista, anni prima, anche con Dario, quando era solo “Dario”: la trasformazione in Magico Darix è avvenuta nel 1982, dopo i Mondiali di Spagna vinti dalla più grande ed irripetibile Nazionale Italiana di calcio della storia, quella che iniziava così: Zoff, Gentile, Cabrini, Scirea ecc. ecc.
Bene, sull’onda dei successi della Nazionale, in primis il 3 a 2 sul Brasile, quell’anno Dario si è presentato con la seguente barzelletta:

Perchè i Brasiliani non vogliono più le uova italiane?
Perchè hanno paura di trovarci dentro tre Rossi

Ecco, la raccontava dieci/dodici volte al giorno, più che altro alla sera, quando passavamo un paio d’ore in qualche locale famoso per il gelato o altro.
Intendiamoci, quella di Dario era una bella barzelletta, eh, niente da dire, solo che dopo un po’ si è reso conto che poteva non essere un repertorio sufficiente per le serate più lunghe, così si è dato ai giochi di prestigio.
Roba assolutamente da idioti, naturalmente.
E lì è nato il Magico Darix.
La sua assistente non era fissa, ne aveva un paio a rotazione, Maria Teresa o Lorena, e il loro compito era molto semplice: dovevano rispondere “Proprio non lo so” alla domanda sulle uova italiane con tre Rossi e pelarsi dal ridere quando il Magico sfoderava la battutona; dopo di che dovevano sgranare gli occhioni quando iniziavano i “giochi di prestigio”, tre, sempre quelli, nonchè sollecitare l’applauso del pubblico, visto che spesso venivano coinvolti anche i tavoli vicini o l’intero locale.

Lo spettacolo completo durava un paio di minuti ma non era un problema, bastava ripeterlo quattro o cinque volte di fila, con la certezza che alla fine eravamo tutti sotto al tavolo a ridere come deficienti, in quanto tali.

Del Magico Darix ho molti altri ricordi, dalla camminata “alla Melliflua Idrocefala”,

Gufo_tristealla volta che, con il pericolo incombente del ritorno dei suoi genitori, mi ha prestato la casa per ingiaccare Gufo Triste, signorina dal gran telaio e bel viso, non fosse stato per il naso aquilino, come quello dell’amico del Comandante Mark…

È un vero peccato che altri ricordi non siano raccontabili in pubblico.
Ma le partite a pallavolo contro i Tigers… e la nascita dei Marinai…

Ai Bagni Nettuno (la fantasia al potere, eh?…) ci veniva anche un tipo che non piaceva a nessuno: Leonardo.
Nelle poche volte in cui ci siamo frequentati, abbiamo capito che era uno di quei personaggi che si sentono obbligati ad eccellere: se andavamo a Toirano a zanzare le pesche di notte, lui si presentava in mimetica e faccia dipinta, se andavamo a raccogliere le cozze selvatiche “al trampolino”, in tre metri e mezzo d’acqua, lui arrivava con muta e profondimetro.
Insomma, un precisissimo, insopportabile sucaminchia.

Quando ha capito che lo cagavamo zero, ha raccolto intorno a sè un gruppo di poveracci con smanie di fighezza e si sono pure dati un nome: i Tigers.
Se ne stavano per conto loro, fino alla sera in cui hanno osato lanciare un gavettone durante una nostra grigliata in spiaggia a cui, ovviamente, non erano stati invitati.
Niente di che, a parte i due schiaffi che il nervosissimo Enzo di Bergamo, nuovo arrivato dal gemellaggio Nettuno-Sole Mare, ha stampato sul muso del più lento a scappare dei Tigers.

Poco tempo dopo, mentre eravamo al campetto a giocare a pallavolo, vediamo Leo che gironzola lì intorno e con fare vago butta lì un «Perchè non ci facciamo una partitella leggera… sai, tipo “chi perde paga da bere”… Potrei tirare su una squadretta con qualche amico…»

Reprimendo la risposta che monta su:

«Tu hai qualche amico? E come è successo?»,

accettiamo immediatamente e la “partitella leggera”, da quel momento, ha trasformato tutti quanti in Senesi il giorno prima del Palio.

Brevissima divagata.
Allora eravamo ignoranti: pensate che una volta, se eravamo in spiaggia e volevamo giocare decentemente a pallavolo, ci spostavamo al campetto.
Oggi, che la sappiamo lunga, con costi tipo lo spostamento a monte di Abu Simbel si preferisce portare la spiaggia nei palasport, così è possibile vedere una pallavolo che fa veramente cagare…

Noi arriviamo per primi al campetto e sembriamo l’Armata Brancaleone, qualcuno addirittura scalzo, in costume da bagno.
Poi è l’ora dei Tigers, che arrivano quasi irreggimentati, Leo-formati, nel senso che sembrano l’allora Panini di Modena, con polsiere e ginocchiere, addirittura con le magliette uguali e la scritta Tigers sulla schiena.
Effettivamente fanno la loro figura ed un lieve, brevissimo disorientamento ci coglie, mentre facciamo quattro palleggi di riscaldamento.
Poi il vantaggio psicologico si ribalta a nostro favore: loro hanno una tifoseria formata da cinque o sei personaggi che sembrano “La rivincita dei Nerds”, e basta, mentre per noi arriva una specie di torcida costituita al 70% da ragazze
-visto che noi maschietti siamo già lì…-, davvero un gruppo ad elevatissimo contenuto di gnocca.

Dario e Walter erano ottimi pallavolisti, Yul era bravo in tutti gli sport, io non possedevo un briciolo di tecnica e, se provavo a schiacciare, due volte su tre mancavo la palla, però il fisico mi permetteva di volare per cinque metri ed atterrare sul cemento come se fosse stato piumino d’oca, per salvare una palla altrimenti impossibile da prendere.
E poi c’era quel babbo di gomma di Lanfranco che, a dispetto dell’aria tonta, incuteva un certo timore, anche se non di certo per il fisico: era alto un paio di metri ma secco secco.
Il vero motivo stava nel nome: era il fratello di quel Lanfranco capitano della allora Nazionale di pallavolo; non valeva un quindicesimo di suo fratello ma già solo il nome teneva il suo posto, unico motivo per cui ce lo portavamo dietro…

Si parte, al meglio di cinque set, si arriva ai quindici, come si usava allora. 
Leo aveva portato una specie di cartello segnapunti su cui c’era scritto “Tigers” da una parte, mentre l’altra casella era vuota: «Ce l’avete un nome?»
No.
Ci guardiamo e il battesimo viene spontaneo: i Marinai.

Era la fine degli anni 70 e noi passavamo le nottate suonando, cantando e rompendo i coglioni al mondo, e la canzone più gettonata, amata ed ululata era “Ma come fanno i marinai” di Dalla e De Gregori.
Da allora, il nome “Marinai” ha un grande significato per una ristretta elite di una dozzina di persone, tra cui Dario e il sottoscritto.
Ma questa è una storia che richiederebbe un libro. 

Insomma, mi ricordo tutto, perfettamente: li abbiamo fatti neri, e nel peggiore dei modi.
Primo set ai Tigers e incomincia male anche il secondo, infatti mi presento alla battuta sul 7 a 1 per loro.
E lì succede qualcosa.
L’ho detto, non possedevo alcuna tecnica ma facevo pugilato e, quando la prendevo, davo certi schiaffi a quella palla… solo che tenerla in campo era un problema.
Beh, come diceva Andy Warhol, ho avuto il mio quarto d’ora di gloria: non ho sbagliato un colpo, addirittura ho fatto alcuni punti su battuta.
14 punti consecutivi per i Marinai, 15 a 7.

Morale dei Tigers sbriciolato, terzo e quarto set senza storia.
Solo gloria.
Erano stati solo quattro set di pallavolo su un campetto ma era veramente successo qualcosa. Eravamo già molto amici ma quel successo… non lo so… ha davvero rappresentato l’atto costitutivo dei Marinai e ha creato tra noi un legame che non esisteva tra molti fratelli.

Arrivati in spiaggia, ci siamo sentiti in obbligo di consacrare quel momento.
Così via come pazzi, “alla boa”, il galleggiante quadrato che costituiva lo spartiacque tra nuotatori e cazzoni: da bambini la domanda era sempre quella:

ma tu ci arrivi alla boa?…

In piedi sulla boa, cantando a squarciagola il nostro inno, siamo stati tutti celebranti e celebrati, a turno, al centro, in ginocchio, a ricevere il battesimo dei Marinai.
Poi a riva, a imperversare sulla spiaggia, in preda ad un raptus, come un’orda di Visigoti.
Ai primi sette o otto marinai se ne sono aggiunti altri negli anni a seguire: non molti, solo quando qualche nuovo arrivato mostrava di esserne degno, che significava possedere la giusta dose di simpatia, stupidità e bastardaggine.
Tutti battezzati alla boa, un momento seguito da tutta la spiaggia.

Cazzo, Dario!… Perchè non siete tutti qui? Mi scappa di abbracciarvi…

Benvenuto, Marinaio.

Dottordivago

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