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Archive for maggio 2010

Non passiamo una bella notte.

Primo, perchè rientriamo dondolando come ubriachi per la cottura che stiamo accumulando; secondo, perchè tutti questi sbalzi di umore ci stanno leggermente rompendo i coglioni; terzo, perchè trovarsi a circa 2000 km da casa, per fortuna con i soldi in tasca, ma senza auto, bagagli e amici, non è il massimo della vacanza.
E poi c’è il pensiero che possa essere successo qualcosa a quei due: Ginko non sarà il Campione Mondiale di Bonifico Bancario, però non è neppure uno che perde il traghetto se non c’è un motivo più che grave: e quello delle 3.30 era l’ultimo traghetto della giornata, proprio quello che avrebbe dovuto prendere.

Poi, la stanchezza ci prende e ci fionda in un sonno cupo, fitto di risvegli e brutti sogni.

Ci alziamo alle nove, andiamo a cercare il padrone di casa –Teophilo o qualcosa del genere- e gli spieghiamo l’accaduto: l’unica cosa è prendere il primo traghetto e andare a Volos a cercare gli amici.
Lasciamo libero l’appartamento che abbiamo miracolosamente trovato e neppure goduto, paghiamo la notte (per quattro, Dio lo maledica…) e ci avviamo verso il porto con un umore da monatti.
Tento un abbozzo di piano operativo; c’è il rischio che, mentre noi andiamo a Volos, Ginko arrivi con un altro traghetto: non domandatemi perchè, questa vacanza sembra gestita da Mr. Murphy in persona, quindi una sfiga ulteriore è una possibilità più che concreta; questa situazione me la devo ricordare quando dico peste e corna dei cellulari: in quel momento avremmo dato due reni per due Nokia da 20 euro ma non esistono ancora nè cellulari nè euri… 

Guardo Bimbi: “E se tu aspettassi qui per vedere se arrivano? Teniamo come riferimento il ristorante –col cui proprietario sono già fratello di sangue…- e relativo telefono; puoi controllare gli arrivi seduta al ristorante e, appena scopro qualcosa, ti telefono e ti dico se li ho trovati ed arriviamo o se devi salire su un traghetto e raggiungermi…”

“Scordatelo. In questo posto di merda non ci sto più neanche un minuto”
Poco logico ma comprensibile: “Ok, facciamo i biglietti e partiamo…”
Siamo al porto; mentre passiamo davanti al ristorante butto l’occhio per salutare il mio nuovo e perduto amico ristoratore, quando sento Bimbi che fa: “Ma quella, non è la tua macchina?”

Mi giro e a venti metri da noi c’è la mia macchina con Ginko e Ginka semidormienti: l’ha parcheggiata proprio in mezzo al passaggio obbligato, autisti e camperisti smadonnano per le manovre che devono fare.
Ma in quel posto io sarei stato obbligato a vederlo o lui a vedere me, caso mai fosse stato sveglio…

Gente, non ho mai abbracciato nessuno così: Ginko è di sana e robusta costituzione ma a Ginka faccio scricchiolare le ossa.
Tutto questo dura dieci secondi, poi caccio uno strillo che sulle altre isole la gente si è fermata di botto, domandandosi cosa sia successo.

“Porca troia!… La casa!!!”
”Che casa?” fa Ginko
”Monta in macchina e seguimi cento metri, poi ti spiego!”
Arrivo davanti al negozio/ufficio di Teophilo in dieci netti, giusto in tempo per vedergli stringere la mano di un capofamiglia che ha appena concluso l’affare e si è beccato il MIO appartamento.
Mi vede, poi vede Bimbi con altri due e capisce l’antifona: allarga le braccia sconsolato indicando la famigliola con lo sguardo.
Pazienza: gli stringo la mano raccomandandogli di fare il possibile per trovarci un buco e andiamo a fare colazione.

Va già meglio: siamo tutti riuniti intorno a un tavolo ed il problema casa lo risolveremo, anche se non sembra una cosa facile; alla mala parata, ci spostiamo “in continente” e qualcosa troviamo.
Cosa è successo?
I Ginki hanno preso il traghetto come da programma e sono arrivati alle quattro, dieci minuti dopo che noi ce ne eravamo andati, dopo aver avuto la conferma, da due merdosissimi coglioni, che per quella notte i giochi erano fatti.
Gli racconto il “miracolo” sfumato dell’appartamento e, a quel punto, la domanda è: “Cosa si fa?”

Mi viene un flash: “Gli Emigranti!”
Ginko. “Va bene che siamo messi male e che noi ci siamo fatti due notti in bianco… ma addirittura cambiare stato…”
”Ma no… gli Emigranti… i Molisani/Svizzeri!…”
Ginko non mi segue, non conosce i fatti.
”Voi state qui. Io vado a cercare gli Emigranti”

Parto a razzo e, botta di culo, li trovo davanti all’Hotel Aphrodite, in procinto di partire per la spiaggia.
La vera, clamorosa botta di culo è che se ne vanno il giorno dopo –in anticipo sul previsto– con altre due coppie, per un motivo di forza maggiore di uno dei loro amici e lasciano libere tre stanze; la cosa ancora più bella è che non l’hanno ancora detto al proprietario dell’albergo, visto che fino a pochi minuti prima non avevano la certezza assoluta della partenza!
Parliamo col boss e spieghiamo che loro se ne vanno ma subentriamo noi, quindi lui non ci perde e gli emigranti si risparmiano discussioni; per gli arrivi della settimana prossima non c’è problema: il boss dice che ci mette una pezza lui.

Abbiamo due camere d’albergo!

Problema: gli emigranti se ne vanno il giorno dopo, quindi ci toccherà aggiustarci per la notte.
Bimbi ed io ci siamo beccati una notte in macchina ed una un po’ sul muretto del porto e un po’ in camera da Teophilo, oltre ad aver fatto un paio di docce; i Ginki sono reduci da due notti in macchina ed hanno ancora addosso i vestiti con cui sono partiti da Lubjiana: il problema “ascelle” si può risolvere con un tuffo nel greco mare ma la prospettiva della terza notte di fila nelle stesse condizioni non li entusiasma. 
Così lasciamo le donne sulla fetentissima spiaggia davanti all’albergo –in linea d’aria è a 500 metri dal porto ed è una vera schifezza, a differenza di tutte le altre spiagge dell’isola- e noi uomini partiamo alla ricerca di un tetto per una notte, anche se so già che l’unico sistema è quello di dare un sacco di botte ad un poliziotto, sperando che ci arresti tutti per una notte…

Infatti non troviamo un cazzo, pur fermandoci in ogni casetta sperduta della costa e dell’entroterra.
Ma abbiamo l’appoggio logistico dell’albergo, quindi servizi e deposito bagagli garantiti ed io, dopo una doccia e con la prospettiva di un buon ristorante, posso sbattermene le balle dell’arrivo di un asteroide che minaccia di cancellare la vita sul pianeta, figuriamoci una notte in spiaggia…

Dopo cena, Bimbi ed io ci accampiamo sulla spiaggia fetente per non perdere di vista l’albergo: non si sa mai, il boss ha un’aria levantina, se non proprio viscida…
Il Corpo di Guardia è rinforzato dai Ginki, che dormiranno in macchina per la terza notte consecutiva, parcheggiati davanti all’ingresso.

E bene che facciamo.
Verso le sei ci svegliamo, anzi, mi sveglia l’unica bestemmia che, in tutta la vita, è uscita dalla bocca di Bimbi, provata dall’avventura in generale e da un fatto contingente: nella notte il vento le dava fastidio, così si è avvolta la testa “a mummia” con un pareo che adesso sembra messo giù col Bostik.
Lei tira come una disperata ma quello non si smuove di un millimetro, incastrato tra naso, orecchie e mento; intervengo io –che posso vedere quello che faccio- e la libero in un attimo.
Con quel roboante bestemmione nelle orecchie, mi guardo la mia Bimbi: forse è proprio quello il momento in cui decido che, prima o poi, la sposerò.

Mentre mi stiracchio vedo il proprietario dell’albergo che parla con alcuni turisti; appena capisce che lo sto guardando, cambia espressione, si tradisce, il bastardo: è chiaro che sta cercando di piazzare le nostre camere ad un gruppo di napoletani, a tariffa da sciacallaggio, suppongo. 
I Ginki sono fuori gioco, la simbiosi con i sedili della mia macchina gli ha conferito una forma strana, sembrano due burattini spezzati che dormono…

In quel momento, gli Emigranti iniziano a scendere con i bagagli ed io non faccio una piega: ho la faccia come il culo sì o no?
Sì, certo, e allora usiamola: entro in albergo, prendo due delle nostre valige e seguo gli amici elvetico/molisani fino su, dove deposito una valigia per ognuna delle due camere che ci spettano, aggirandomi tra letti sfatti e gente che gira in mutande.
”Nessun problema, fate come se non ci fossi…”
Poi scendo e rifaccio il giro, poi un altro.
Dopodichè raggiungo il proprietario e lo metto davanti al fatto compiuto: “Se vuoi mettermelo nel culo, sappi che per buttarmi fuori ci vogliono i lacrimogeni, sempre che non chiami io la polizia…”.

Il proprietario vede sfumare l’infamata ma non batte ciglio, dice che è tutto ok, non c’è di che preoccuparsi ma l’unico napoletano del gruppo che parla inglese cambia faccia, gira i tacchi e va a informare il gruppo: mi spiace ragazzi, vi capisco, ci avrei provato pure io; poi prendo a braccetto il boss e vado a compilare la documentazione per formalizzare la faccenda.

Ci tocca aspettare fino alle dieci, quando le stanze ci vengono consegnate ufficialmente, così possiamo ammirare l’opera di Apostolìa, la governante ventenne e obesa che con un secchiello d’acqua sbriga tutto l’albergo: la prima stanza si becca l’acqua pulita, l’ultima la melma.
Domani metteremo a posto anche questa…

Adesso lasciatemi iniziare ‘sta cazzo di vacanza.

Dottordivago

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Siamo rimasti al momento in cui volevo strangolare Ginko, momento durato, appunto, un momento.
Cosa si fa?
Noi non abbiamo una prenotazione e l’isola è piena come un uovo di gente che dorme in spiaggia, nell’attesa che si liberi una casa.

Dunque, siamo a metà mattina; il passaggio ponte è disponibile anche a mezzogiorno ma noi abbiamo i biglietti per la partenza delle 19.30, la prima con il posto auto.
Tranquillizzo la truppa: “Io e Bimbi cambiamo i biglietti, partiamo alle 12, alle 15 siamo là: non sono più io se per le dieci e mezza, quando arrivate voi con la macchina, non ho trovato un buco per dormire”
…Anche perchè ci eravamo appena scoppolati una notte in auto con me nelle vesti di Nuvolari alla Mille Miglia, Ginko come navigatore col naso appiccicato alla cartina e le due donne a ciondolare in un penoso dormiveglia…

Ore 12.00: partenza.
Bimbi ed io ci imbarchiamo con spazzolino da denti ed un cambio di biancheria: do talmente per scontato che troverò una casa, che voglio avere il cambio dopo la sacrosanta doccia che farò appena avrò un tetto sulla testa.

Problema: c’è un mare da paura.
Il traghetto fa molta più strada in su e in giù che non in avanti, un sacco di gente gira l’occhio e lo stomaco: sembra che qualcuno la stia spostando, quell’isola di merda…
Infatti arriviamo alle 19 e mò, trovar casa prima che faccia buio, sono cazzi: se fossimo arrivati alle tre, avrei affittato un motorino e mi sarei fiondato nell’entroterra in cerca di qualsiasi cosa munita di tetto, alle sette è quasi una missione impossibile.

Scendiamo e ci rendiamo conto che la situazione prospettatami dalla tipa dell’agenzia era una versione edulcorata della realtà: è una bolgia infernale.
In tutte le agenzie del porto ci sono impiegati che urlano in tutte le lingue che non c’è un buco a pagarlo a peso d’oro, vediamo gente sfatta che sale sul traghetto dopo tre giorni sotto le stelle.
Noi non ci proviamo neanche e ci dirigiamo verso la zona dei negozi: sono fermamente intenzionato a rompere i coglioni a tutti i residenti dell’isola.

Seguito dalla fedele Bimbi, sto per entrare in un mini market quando vengo attratto dal casino nel negozietto di fronte: un greco sta dicendo di tutto ad una famiglia nordica.

Mi scappa di divagare.  
Il mio amico Costa diceva:

Se vuoi cantare, devi farlo in italiano;
se vuoi farti capire da tutti, devi parlare inglese;
ma se vuoi parlare con gli Dei, devi conoscere il greco.

Diceva una cazzata: quando ho la necessità di parlare con un Dio me la sbrigo benissimo in italiano, anche se è meglio che non ci siano in giro bambini o animi sensibili.
Infatti non conosco il greco ma capisco che fuori da quel negozio se ne stanno dicendo di tutti i colori, ognuno nella propria lingua.
Litigare in una lingua straniera è un casino, un po’ come rispondere ai quiz in televisione: tutto quello che a casa ti sembra semplicissimo, lì diventa un ostacolo insormontabile, ti va in pappa il cervello e non sai rispondere “di che colore era in cavallo bianco di Napoleone”.
Litigando è la stessa cosa: una volta, negli USA, mi sono preso a parole con un tipo; pur essendo abbastanza pratico della lingua, l’ho guardato di brutto e gli ho detto di “stare attento”, solo che gli ho detto “hold on”, che significa “resti in linea”; questo mi ha guardato stupito: “Hold on?”
Io sono scoppiato a ridere, lui pure, e abbiamo smesso di litigare.
Chiusa la divagata.

Quelli non avevano nessuna intenzione di ridere, infatti parlavano come mangiavano; quando stavano per suonarsele, arriva un paciere, sempre greco, al quale il nordico, con famiglia numerosa, spiega in inglese che l’appartamento che lui ha prenotato ha una camera in meno del descritto, quindi se ne va ma rivuole i soldi.

Avete presente il teletrasporto?
Sono già di fianco al greco urlante e gli dico in italiano (così non disturbo il nordico…) che la casa la prendo io, a scatola chiusa, per due settimane.
Il tipo si calma e dice al nordico di passare più tardi, che aggiusteranno la faccenda: il biondissimo mi guarda come se io fossi Kissinger o un altro esperto mondiale nel dirimere diatribe internazionali, poi se ne va.
Salutatolo, senza soluzione di continuità come in un esercizio tai chi, il mio nuovo padrone di casa si gira verso di me: “Amico ‘taliano… vuoi vedere apartamento?”

Mi trattengo dall’abbracciarlo e lo guardo con l’espressione “se ne vale la pena…”
Non ci credo: l’amico non si approfitta della situazione, il prezzo è buono e l’appartamento è dignitoso, ha due camere matrimoniali, cucina abitabilissima ed un bagno, uno solo; eh beh, pazienza…

Preso!

Problema: per quella sera l’appartamento è ancora occupato ma l’amico mi libera una camera matrimoniale a casa sua, ci aggiunge due reti e due materassi e il risultato dell’operazione è che io sono un genio.
Anche se la componente “culo” ha avuto il suo peso,abbiamo toccato terra da dieci minuti e siamo accasati; fino a cinque minuti prima, Bimbi era quasi riuscita in un’altra missione impossibile, quella di avere una brutta faccia; ora mi mangia con gli occhi e credo che proprio in quel momento si sia giocata il resto della vita, decidendo che, prima o poi, mi avrebbe sposato.

Cosa prevedeva il programma?
Ah, sì: doccia, ristorantino e recupero dei Ginki al porto, dopo cena.

Scegliamo un ristorante del porto, giusto per restare in zona, ristorante che diventerà quello più gettonato di tutta la vacanza.
C’è casino ma il “maitre”, con ciuffo rockabilly e canottiera della stessa epoca che raramente ha subito l’onta del bucato, ci propone di accomodarci ad un tavolo grande, già occupato da una coppia sulla cinquantina che accetta di buon grado.
Trattasi di due “emiganti”, credo molisani, che vivono a Losanna: brava gente, la chiacchiera decolla.

Racconto loro le peripezie e se la ridono di gusto, poi lui mi dice che –dunque, oggi è domenica- martedì mattina se ne vanno e lasciano libere tre camere nel loro albergo fronte mare e me lo indicano: è a circa un chilometro, dal ristorante si intravede.
”Grazie ma siamo a posto; comunque, buono a sapersi”

Tutto gira per il verso giusto, cena compresa, poi ci trasferiamo alla banchina di attracco dei traghetti per recuperare Ginko, Ginka, la mia macchina e tutti i bagagli: orario previsto 22.30, vediamo a che ora arriveranno, causa burrasca.
Alle undici ne arriva uno ma Ginko non c’è; intervisto l’equipaggio e mi spiegano che a causa delle condizioni del mare sono saltati tutti gli orari, quindi di mettermi comodo; faccio due conti: noi ci abbiamo messo sette ore anzichè tre; considerando lo stesso ritardo, le 22.30 previste diventerebbero le 2.30.
I cellulari sono ancora di là da venire, non posso avvisare gli amici, quindi ci corichiamo su un muretto e, reduci da una notte in bianco, più che addormentarci, sveniamo al porto.

Ci sveglia un traghetto, all’una e mezza: macchè, niente Ginko.
Idem alle tre e mezza.
Solo che un marinaio mi dice che quello è l’ultimo della giornata; non mi fido della tuta blu ed intervisto una camicia bianca, che conferma.

Dove è finito Ginko?
Quando ci siamo lasciati mi ha detto che si sarebbero spostati dal porto per cercare un posto per fare un pisolo…
Vuoi vedere che ha fatto un incidente?
Non posso credere che abbia perso il traghetto, non è il tipo.
E adesso?
Abbiamo la casa ma abbiamo perso bagagli, auto, amici e non abbiamo la benchè minima idea di dove cercarli.

Torniamo in camera col morale sotto i tacchi; se gli imprevisti sono il sale della vacanza, questa sta diventando troppo salata: rischio di tornare a casa con la cellulite…

Continua.

Dottordivago

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Parentesi

Apro una brevissima parentesi tra la prima e la seconda parte dell’Odissea mia e di Ginko.

Ieri, TG SKY 24 ha proposto un servizio sul dilagante involgarimento della politica italiana; il bello è che la cosa non è riferita a pregiudicati al governo del paese, ruberie, regalie, corruzione e puttane: il servizio stigmatizzava il turpiloquio a cui i nostri politici si lasciano andare sempre più spesso.

Berlusca si dice convinto che in Italia non possono esserci “così tanti coglioni” da far vincere la sinistra;
Vendola manda affanculo Gasparri in diretta;
La Russa dà del “testa di minchia” ad un contestatore;
Fini, parlando in non ricordo quale università, definisce “stronzi” i razzisti;
D’Alema manda “a farsi fottere un giornalista, sempre in diretta;
Bersani dice che la Gelmini “rompe i coglioni” agli insegnanti.

Mi ha sempre schifato l’idea di entrare in politica ma, appena sentirò uno che, in Parlamento, esordirà con

“Porca di una puttana di merda, onorevoli colleghi…”,

capirò che il terreno è pronto per una mia discesa in campo, cribbio!
Pardon: CAZZOCULOFIGAMERDA!

Dottordivago

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…con Ginko, sennò mi tocca ammazzarlo.

Questa me la sono ricordata l’altro giorno, mentre vi esponevo i miei programmi agostani in Grecia.
Dunque, passati i fasti dei miei giovanili trionfi in Corfù e isole varie, nell’88 convinco Bimbi, Ginko e relativa signora (di allora) a fare un salto in Grecia, terra a loro sconosciuta.
Io ho già dato in parecchie isole, quindi ne vorrei una per me vergine; inoltre, ho visitato le più famose e turistiche ma sempre in giugno: per agosto, ce ne vorrebbe una un po’ meno incasinata di Corfù, Mikonos, Santorini e altre perle del Mediterraneo.

Un amico mi suggerisce Skopelos: c’è stato l’anno prima, a fine luglio, e dice di essere stato da Dio; ovviamente sto parlando di oltre ventanni fa, quando il turismo di super-massa si fermava a Skiatos, mentre Alonnisos era quasi un posto da eremiti: vada per la via di mezzo, Skopelos, appunto.

Alpitour?
Ma per favore… “Turista fai da te”, naturalmente.
Allora era un po’ più dura: Internet era ancora nelle balle di suo papà, quindi si andava di cataloghi e numeri di telefono trovati qua e là.

Mi metto al lavoro e, dopo varie consultazioni con amici e conoscenti di alcune agenzie di viaggi cittadine, mi sembra di capire che il boss dell’isola è l’Agenzia Dimitri; mi ricordo ancora il nome solo perchè, quando ho relazionato le prime cose a Ginko, lui ha dichiarato: “Con tanti greci che ci sono, noi trattiamo con un russo?”.
Non aveva neanche torto: in tutti i film di 007 la cattivissima spia russa di turno si chiamava Dimitri e Ginko non era tenuto a sapere che in Grecia ci sono più Dimitri che debiti.

Partono le telefonate, naturalmente a scrocco, dall’ufficio di un amico compiacente in quanto non pagante… : parlo io che spikkio l’inglese.
Forse aveva ragione Ginko, Dimitri non è greco: sarà svizzero o tedesco, infatti l’agenzia funziona come un orologio; in quattro e quattrotto ci trovano un bell’appartamento appena finito e arredato, a 50 metri dal mare e ad un prezzo ridicolo: due camere, due bagni, cucina e soggiorno, otto posti letto.
Ma sì… abbondazio abbundandum, non ci facciamo conoscere… (da Totò, Peppino e la Malafemmina, nds)

Mi chiedono di confermare la prenotazione inviando 150.000 lire di anticipo e di fare in fretta, perchè hanno un mucchio di richieste e le case più belle, ovviamente, vanno via per prime.
Ricordo perfettamente che il giorno dopo io avrei dovuto essere a Milano, quindi dico a Ginko se può sbrigare la pratica come primissima cosa dell’indomani: “Non c’è problema”.
”Mi raccomando: ho prenotato a mio nome, qui ci sono le coordinate bancarie…”
”Fai conto che i Greci abbiano già il grano in banca”.

Dove vanno i palloncini quando sfuggono dalle mani dei bambini?
E dove cazzo avevamo il cervello noi, per considerare sufficiente la ricevuta di versamento e non richiedere conferma alla “spia russa”?
Ma su questo punto ci torniamo dopo.

Problema: Bimbi non sa bene quando potrà chiudere l’ufficio, quindi decidiamo di andare in macchina: se arriviamo un giorno dopo, la casa è sempre lì, l’aereo no.
E poi, per me, il sedile della mia macchina era come l’amaca per Homer Simpson: un paio di mille chilometri mi facevano un ricco e succulento pompino.

Passano due o tre mesi e viene l’ora della partenza; comperiamo una bella carta stradale e dividiamo idealmente il viaggio in tre, per prenderla comoda: prima sosta a Lubjiana, seconda a Nis, arrivo al porto di Volos e imbarco su traghetto locale, che “ce ne sono mille tutti i giorni…”.
Naturalmente senza uno straccio di prenotazione, come consiglia il “Manuale del Paesano allo sbaraglio”.

”Lubjiana è vicina, però non partiamo tardi, eh?”
Così ci presentiamo a casa di Ginko a mezzogiorno.
Fai due parole, carica i bagagli e viene l’una; sotto casa di Ginko c’è un bar con dei bei tavolini all’ombra: vuoi non mangiare qualcosa?

E partiamo alle tre: d’altronde, come dice Andreino, “il viaggio è già vacanza”…

Alle nove di sera siamo a Lubjana: cena, passeggiata e nanna, che il giorno dopo si parte presto.
Alle undici facciamo colazione in un bel bar austro-ungarico con dei dolci da sturbo, a mezzogiorno si parte…

Ovviamente, man mano che si discende la Federazione Jugoslava, la gente ed il panorama cambiano di brutto; noi maschietti siamo più adattabili, le donne fanno l’ultima pisciatina in un gabinetto poco dopo Zagabria, poi optano per i prati, nettamente più puliti ed accoglienti dei locali che scorrono on ze rod.

Con ancora il ricordo dell’asburgica Lubjiana, verso le nove siamo a Nis, una fetentissima città zingaro-comunista.
È tutto buio e quel poco che si vede è scritto in cirillico, poi, come un miraggio, vediamo un’oasi di luce: due o tre mega alberghi, illuminati come un tavolo da bigliardo, svettano sulle case fatiscenti: sembra quasi Downtown a Los Angeles.

Problema: sono circondati da un’impenetrabile cortina di pullman tedeschi che scaricano a raffica stupidi tedeschi che hanno addirittura pensato di prenotare l’albergo…
Morale: ci sono sorveglianti ovunque e, senza prenotazione, non ci fanno neanche avvicinare ai parcheggi.

Parla il capo paesano, io: “A uno di questi gli metto in mano dieci sacchi e ci trova anche la suite”…

Torno in macchina dopo che il primo con cui parlo per poco non mi mangia la testa: “Tranquilli, ci infiliamo sulla strada per la Grecia e mangio un cane se non troviamo da dormire… Ma prima, ce la facciamo una bistecca?”
E vengono le undici.
Giriamo tutta la città senza trovare un hotel o qualcosa che gli assomigli finchè vediamo una scritta comprensibile: bungalow.
”Voi restate in macchina, che qui sono tutti zingari…”
Parlo con l’uomo più unto che ho visto nella mia vita, il quale mi mostra una specie di ovile dove, a gesti, mi garantisce che si dorme come in paradiso.

Parto sgommando come un rapinatore fuori da una banca e prendo una decisione: “Io in questo posto di merda non mi fermo manco per pisciare: guidare tutta la notte mi fa una pippa, quindi ci fermiamo quando arriviamo in Grecia, ok?”
Tutti d’accordo.

Qualche giorno dopo calcoliamo, con stupore, la media che ho tenuto: 100 all’ora su strade di montagna, fino al confine, dove ci concediamo un pisolino in terra greca.
A metà mattina siamo al porto di Volos: passaggio ponte disponibile subito, posto auto alle 19.30, tre ore di traghetto, arrivo previsto alle 22.30.
Ok, vada per le 19.30: facciamo i biglietti.

Il capo bifolco, io, ha la pensata di chiamare l’agenzia, affinchè mandino un galoppino al porto il quale, dietro congrua mancia, ci accompagni all’appartamento.
”Hello, I’m Carlo Gallia ecc. ecc.”
”Who?”
”Quello che ha prenotato tre mesi fa, hai presente?”
”Qui non ci risulta niente…”
Deglutisco una specie di cubetto di porfido…
Insisto: “Guarda che abbiamo mandato l’anticipo, 150.000 lire…”

Dopo qualche ricerca, la gentilissima signorina mi conferma che possiamo andare a cagare.

”Porca troia, dovete avere una prenotazione!…”
La convinco a cercare ancora: “Ecco, veramente c’è una richiesta a nome Gallia… ma non è mai arrivato l’anticipo”
Verifico la ricevuta della banca di Ginko e sto per urlare data e numero dell’operazione…
…quando mi sento male: sulla ricevuta non compare il mio nome, quello della prenotazione.

Chiamo Ginko: “Senti, amico, si può sapere che nome hai messo sul bonifico? E stai attento a come rispondi…”
”E che nome vuoi che abbia messo? Il mio, no?”
”MA SECONDO TE, QUESTI, SONO OBBLIGATI A SAPERE CHE CI CONOSCIAMO DALLA PRIMA ELEMENTARE E CHE ANDIAMO IN VACANZA INSIEME? EH?”

Riprendo la comunicazione con la signorina, la quale mi conferma che, sì, le risulta un bandito Gallia, che prenota e non manda il grano, e che, sì, ha un versamento dell’Ente Benefico Ginko, che manda il grano e non spiega perchè.
Chiarito l’equivoco, si dice dispiaciuta e che restituiranno la somma a Ginko… ma di appartamento non se ne parla proprio.
Aggiunge un’ultima cosa, prima di congedarsi: “Non sognatevi proprio di venire sull’isola: c’è gente che dorme due o tre notti in spiaggia e poi torna indietro, altri si picchiano per un box auto con due materassi per terra… Sorry, goodbye”

Esco dalla cabina e guardo Ginko: nei miei occhi si vede solo l’odio e la voglia di strigergli il collo finchè non sopraggiunga la morte.

Continua.

Dottordivago

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Nota dell’autore:
in questa categoria esprimo brevi pensieri in libertà, una specie di limitato firmamento di poche stelle opache.
Più realisticamente, trattandosi di pensieri miei, li considero pensieri/pennellata, come virgole di merda sulle piastrelle dei cessi della stazione.

Maria Luisa Busi

In totale disaccordo con la direzione di Augusto “Linguetta” Minzolini, Maria Luisa Busi ha dichiarato che intende rinunciare alla conduzione dell’edizione serale del TG1.
Grandissima Marilu’.
Al fatto è seguita una dichiarazione dell’USIGRAI:

Minzolini ha rotto il patto con il pubblico

“Patto”?
Ma non si chiamavano “coglioni”?

Dottordivago

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Ufficializzo il fatto che durante la seconda metà di agosto il Dottordivago sarà qui

Lourdas

e, precisamente, sulla –mi dicono- caraibica spiaggia di Lourdas, Cefalonia, Grecia.

Oddio, i crismi dell’ufficialità si avranno domani, quando invierò la bella sommetta di 100 euro ( eh, lo so, ‘sti greci sono ingordi come il luccio…) in qualità di anticipo.
Considerando che davanti a casa c’è il giardino che termina in corrispondenza dell’arco,

spiaggia

che la foto è stata scattata ad agosto e che lo sgobbo per un appartamento camera-bagno-cucina è di 80 euri a notte in altissima stagione, mi sento di augurare di cuore una purulentissima ragade anale a tutti gli albergatori ed affittacamere liguri.

Vi ho deluso, eh?
Casa, spiaggia, ombrelloni…
Tenete conto che Cefalonia è bella grossa e dispone di molte più spiagge di quante se ne possano girare in quindici giorni, quindi non ho intenzione di inchiodarmi davanti a casa; diciamo che nelle giornate in cui la voglia di sbattersi in auto o di affittare una barca è tendente a zero, la spiaggia davanti a casa mi sembra un buon punto di partenza, considerato che dietro l’angolo c’è un ristorantino dei cui souvlaki mi dicono meraviglie.

Lo so: a me, voi mi vorreste vedere in Africa, stipato con altri quindici su un fuoristrada di “Avventure Nel Mondo”, scambiando sudore e pidocchi con i compagni di viaggio, riscoprendo l’atavico piacere di pulirsi il culo con le foglie –o di non pulirselo affatto…- e desiderando una Beck’s ghiacciata ogni momento del giorno.,
Dico la verità: il programma mi tenta ma… no, grazie, magari un’altra volta.

Per me la vacanza estiva è la quintessenza della prevedibilità, con due certezze:
A) mare: eccheccazzo, ho un milione di euro di attrezzatura da pesca e quasi non so più come si usa;
B) mediterraneo: se in estate ci viene gente da tutto il mondo, ci sarà un qualche motivo, no?

Quindi, Cefalonia, con la soddisfazione di fare del bene: l’anno scorso ho portato aiuti economici agli abruzzesi, anche se quelli di Vasto hanno saputo del terremoto dal telegiornale; quest’anno non intendo negare la mia mano tesa ai fratelli greci, che sostengono di essere in mezzo a una strada, anche se ho il sospetto che gli operatori turistici di Cefalonia siano ricchi come Creso.
Diciamo che ho un concetto di solidarietà da banchiere che concede soldi a chi può dimostrare di non averne bisogno.

E poi la Grecia mi è sempre piaciuta: meno rumorosa ed affollata della Spagna, offre spiagge incantevoli a prezzi da pomeriggio al fiume, con l’unico neo di una cucina abbastanza prevedibile e spesso di basso livello; ma per certe cose, sono uno disposto a sbattersi per trovare il posto giusto.

Già nei primi anni 80 ero una specie di Viceré di Corfù: a giugno, la migrazione estiva di biondissime vikinghe mi dava grandissime soddisfazioni.
Nell’85 ci sono andato due volte: prima a giugno, poi, una volta a casa, ricevevo telefonate del tipo “Please, come back…” ed io non sono insensibile al canto di certe sirene, così ci sono tornato a luglio.

Ed ogni volta che me ne andavo –giuro- lo facevo con le lacrime agli occhi.

Proprio nell’85 ho conosciuto Bimbi (in Liguria, ad agosto) e di certi esemplari migratori, negli anni a seguire, se ne sono presi carico Petros, Nico, Spiros ed altri amici autoctoni.
È incredibile quanto riuscissi a legare con quei ragazzi: a giugno ero praticamente l’unico italiano dell’isola (escludendo qualche Brindisino del week end), avevo qualche lira da spendere e raccontavo un quantitativo vergognoso di balle sul fatto che io fossi un esportatore di moda italiana, un mito, a quei tempi.
Davvero, non ce n’era per nessuno, ed ai miei amici non sembrava vero poter dividere tutta quell’abbondanza: non voglio dire che vivessero alle mie spalle, erano dignitosamente poveri e dovevo insistere per offrir loro da bere; diciamo, piuttosto, che li inserivo in rutilanti giri di gnocca che con le loro forze non avrebbero mai potuto avvicinare.

Ero una specie di Briatorino dei quartieri popolari, addirittura regalavo catenine d’argento da 4 o 5000 lire che un amico orafo mi placcava d’oro per quattro soldi: le nordiche gazze ladre se ne sarebbero accorte solo nel corso del loro lungo e freddo inverno.

Dopo un paio d’anni di assenza, insisto con Bimbi, Ginko e relativa signora dell’epoca –che numero era già? Non per altro, i matrimoni di Ginko sono un po’ come le Litanie dei Santi…- e li convinco a tornar alle sacre sponde.

Ma questa ve la racconto un’altra volta: non sono incasinato con il lavoro, più che altro ho il Diavolo che mi corre dietro.

Dottordivago

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‘o fetente?

Non ero io il carognone, il cinico, lo scettico, il disincantato, il disilluso?
Mica per altro: leggendo i vostri commenti al post precedente e parodiando un carosello di cinquantanni fa mi vien da dire: “Credevo che la mia animaccia fosse nera…”
Quindi, citando un emerito stronzo,

Io dico NO! A questo gioco al massacro non ci sto!

Lo Scorpione è tornato e sta lavorando da due giorni.
Lo tengo d’occhio come un moribondo in rianimazione, lo monitorizzo continuamente, non gli lascio un briciolo di libertà ma, intanto, lui lavora.
E mi toglie un considerevole quantitativo di dita dal culo che in questo periodo, ringraziando la Madonna, non mancano.

Non mi sfiora il pensiero di considerarlo redento nè mi cullo nella pia illusione di cambiare il suo carattere, però cerco di fargli capire che se va in giro a fare pacchi deve passare metà del suo tempo a scappare, mentre lavorando come sa può realizzare molto di più, visto che come pacchista non se la passa benissimo ma con i ferri in mano è un fenomeno.

Un po’ come me: quando andavo a scuola passavo ore ad inventarmi sistemi per non studiare; se avessi passato metà di quel tempo studiando, sarei stato meglio allora e, forse, pure oggi.

Ma io avevo meno di ventanni, lui ne ha 35.
Capirà l’antifona?
Io lo spero; in caso contrario, scorpione farebbe veramente rima con coglione.

Ed ora un bel respiro e giù, in apnea nel letamaio, a mettere insieme il pranzo con la cena: mi sono giocato i dieci minuti pomeridiani di ricreazione.
Ci risentiamo, neh?…

Dottordivago

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