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Archive for novembre 2008

Ho… ‘sto… braccio… che… fa… un… male… che… mi… manda… al… creatore.

Al posto dei puntini, tra una parola e l’altra, metteteci diciotto bestemmie e vi fate un’idea di cinque minuti della mia giornata-tipo nelle ultime tre settimane.

“Dottordivago l’è spacià!” diceva Bracardi/Catenacci.

Dal 1985, l’anno in cui ho preso la botta che mi sta rovinando il mese di novembre, ho sempre sostenuto che “mi è andata bene”, ora ci sto quasi ripensando: se per disgrazia dovessi passare il resto della mia vita così, quasi quasi era meglio rimanerci allora.
Spiego.

Nell’estate dell’84 ho fatto amicizia con dei ragazzi olandesi che trainavano i parafly in Liguria, ‘sta cosa qua sotto, per chi non lo sapesse.

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Fai un giro, fanne un altro, finchè Pank, il padrone della baracca mi dice che se mi piace così tanto, perchè non faccio il corso per il vero parafly?
Eh già, dico io, perchè ci vuole una scienza, per ‘sta minchiata…
Per quella no, ti legano e ti tirano, punto. Per il vero parafly, quello che vai su su su, poi ti sganci e vai ancora più su su su -se sei capace…- un po’ di preparazione non guasterebbe, tipo tre o quattro giorni a Rotterdam con Bart, quello che sembrava -ed era- il mozzo del gruppo, ma era anche il campione del mondo, col record di non so quanti mille metri di altezza raggiunta.

Affare fatto.

Faccio il corso a settembre ed incomincio a divertirmi di brutto, anche se la stagione va peggiorando; ci sono dei ragazzi from USA che hanno praticamente iniziato con me ma hanno già intenzione di mettere su ‘o bisiniss.
Arriva una nuova estate ed a giugno Pank mi chiama per dirmi che tutta la banda, yankee compresi, fa la stagione a Corfù: due giorni dopo sono là.

E a momenti ci resto.

Premessa: se non si sente parlare molto di questo sport, una ragione c’è: è pericolosetto, ma a me l’hanno detto dopo…

Purtroppo, il paracadute, completamente diverso da quello della foto, serve per salire e per scendere, e non è che faccia benissimo tutte e due le cose; quel giorno ero salito nella media, sui 300 metri; mi faccio il mio bel giro e torno alla base dopo una mezz’oretta.
Quando sono sui 100 mt, in verticale rispetto alla piattaforma di atterraggio, il bastardo, di colpo, si accartoccia e si rimpicciolisce di dieci volte; il mio buco del culo molto di più, mentre vengo giù come Vil Coyote (Wile E. Coyote per i puristi).
Dimentichiamoci quel momento ed il ritorno a casa in auto, viola come una melanzana e con tre legamenti del ginocchio ed un menisco rotti; non potevo fare diversamente: l’unico dottore con la faccia da dottore di tutta l’isola era il Dr. Costantinos Zorbas -giuro- un nome da ballerino di sirtaki; gli altri erano peggio, avrei rifiutato il loro aiuto anche sul campo di battaglia.

Dopo una quindicina di anni inizio a sentire fastidio al collo, dove una risonanza individua due vertebre (C5 e C6, colpito e affondato) un po’ schiacciate, grazioso souvenir di allora.
Un po’ di ultrasuoni con rinforzino di anti infiammatori e passa tutto.
Fino ad un mese fa.
Adesso non ho una terminazione nervosa, dal coppino alla punta delle dita della mano destra, che non faccia un male porchissimo.

Questo braccio, che fino a ieri veniva considerato “arma di distruzione di massa” -tant’è vero che Bush me lo voleva bombardare- al momento, per quello che mi serve, potrei anche farlo rosicchiare dalle iene, tanto il dolore non peggiorerebbe.

Da domani sospendiamo ultrasuoni e massaggi per cominciare con degli anti infiammatori che il mio amico Dado, dott. Corrado Stradella, fisiatra, dice che se li metti vicino al plutonio, scappa il plutonio.
Speriamo.

Nella tragedia che sto vivendo c’è una cosa che mi fa ridere: Dado è uno stimato fisiatra che pratica sia in ospedale che in uno studio privato, dove mi riceve normalmente; se non che è l’unico medico serio che visita in quel posto lì, visto che è un centro Ayurveda, Shiatsu e Yoga, sono cinture nere di cromoterapia e cristalloterapia, scacciano il malocchio, riportano la persona amata, sgombero solai e cantine.
Con Dado ci peliamo dal ridere leggendo tutti i trattamenti che vengono fatti in quel centro, vera fabbrica del fumo; non faccio nomi perchè il posto è carino, pulito e tutti quanti sono gentilissimi.

Fra tanto fumo c’è anche l’arrosto: Sergio, il massaggiatore che mi tratta come la Principessa sul pisello perchè sono amico del Capo e non mi ha mai fatto fare un secondo di anticamera; tranne ieri, che ho dovuto aspettare cinque minuti, durante i quali ho sfogliato una rivista del settore, una delle cento lì sul tavolino, da cui si evince che solo con le erbe e pratiche simil-sciamaniche puoi mettere una pezza alle sfighe dell’organismo e della vita.
Strano: a me risulta che quando quelle erano le uniche cure, la vita media era di quarantanni; oggi, con gli immondi farmaci delle perverse case farmaceutiche, a novantanni tocca ammazzarli, sennò da soli non muoiono più…

Ma non è il momento delle divagate, torniamo alla rivista.
Ovviamente nelle sale d’attesa non trovi i giornali di domani, infatti questo era del periodo in cui Napoli poteva esportare merda in tutto il mondo; c’era un’intervista ad Eugenio Bennato, fratello del più noto-ed antipatico- Edoardo.
Non intendo discuterne le capacità musicali: Eugenio è votato alla musicatradizionalenapoletananondisgiuntadallasperimentazioneconun’occhio
diriguardoall’impegnosociale
, insomma, due balle che toccano per terra…; l’altro ha fatto cose gradevoli che hanno allietato alcuni miei momenti giovanili, ma è insopportabile come persona e da ventanni è bollito come un cotechino.
Hanno una cosa in comune: non ci attaccano tanto con le interviste.

Ne ricordo una di “simbatia” Edoardo, in televisione, ai tempi di USA for Africa, quelli di We are the world: ce l’aveva con la falsa beneficenza e si domandava “Quanto hanno fatto gli USA per l’Africa e quanto l’Africa per gli USA? E poi il brano sa un po’ di “già sentito”; noi cantanti italiani stiamo preparando una cosa del genere, ma con un tocco di fantasia a loro sconosciuta”.
Detto e fatto: hanno cantato “Volare”.
E non hanno incassato neanche i soldi per pagare il buffet allestito il giorno dell’incisione.

Eugenio, invece, nell’intervista che riporto scannerizzando la pagina che ho vandalicamente strappato dalla rivista, è stato chiamato in causa in quanto napoletano come la pizza e la pastiera.

Micro divagata.
Sono di indole meridionale, chiacchierone, estroverso ed invadente, ma sono anche una specie di Borghezio della pasticceria: amo la cucina meridionale, quella salata, ma ne detesto la pasticceria: babà napoletani e cannoli siciliani non mi dicono niente, mentre considero la pastiera una specie  di Valeria Marini commestibile, cioè una porcheria grassa, artefatta e sovrastimata.
Aperta la discussione e chiusa la divagata.

Ad Eugenio Bennato vengono chiesti lumi sul problema della monnezza; purtroppo non sono un mago dello scanner e di conseguenza non si legge una fava,

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ma ho ingrandito il passaggio più interessante:

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da cui si evince che il vero zozzone è quello che esce di casa con la spazzatura e butta una buccia di banana qua, un osso di pollo là, la lattina dei pelati sul marciapiede ed il sacchetto, ormai vuoto, sotto al tergicristallo di un’auto; invece, chi non ha mai allacciato una cintura di sicurezza, indossato un casco, rispettato un semaforo rosso, differenziato un pezzo di carta o di vetro o che lancia il sacchetto ben chiuso dal finestrino della macchina, chi non ha mai riconosciuto il potere, fosse Francese, Spagnolo o Italiano, quello è un galantuomo, e la colpa è del Sistema, della politica e dello “strisciante razzismo”.

Quello che non capisco è perchè se io, che vivo ad Alessandria, quando vedo il cassonetto della carta pieno di organico o quello del vetro pieno di imballaggi dico “Che gente di merda”, riferendomi ai miei concittadini, mentre i napoletani sono sempre i martiri d’Italia; se dire che Napoli è sporca è considerato “strisciante razzismo”, difendere oltre ogni logica e buongusto la refrattarietà dei napoletani per tutto ciò che è res publica è da considerarsi come comportamento complice ed omertoso.

Sarebbe una buona cosa imparare a riconoscere i proprii torti, ogni tanto.

“Ci sedemmo dalla parte del torto, visto che tutti gli altri posti erano occupati”. Bertold Brecht,

Vostro
civicamente incazzato Dottordivago

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Proprio pochi giorni fa nella mia testa si sono incontrati due neuroni, si sono piaciuti ed hanno generato una sinapsi, che ha fatto sì che io partorissi l’elegante calembour del titolo.
Peccato che due minuti fa ho scoperto che l’aveva già fatto qualcun altro, ma io so di non aver plagiato niente, quindi me ne prendo comunque il merito.

Stamattina ho avuto una discussione con il rappresentante di un mio fornitore, a cui chiedevo una spiegazione per il ritardo esagerato di una spedizione.
Premetto che i rappresentanti, quando vengono assunti, devono sostenere un breve periodo di prova, retribuito forfettariamente con 30 denari, che consiste nell’individuare un distinto 33enne che si aggira nel Giardino dei Getsemani e salutarlo baciandolo.
Fatto ciò sono liberi di impiccarsi dove vogliono.

Se continuano nella professione, passano la giornata da te dicendo “Hai perfettamente ragione: adesso vado in azienda e pianto su un casino…” salvo poi, quando si ricordano, chiedere ad un magazziniere “Oh, la roba di quel rompicoglioni?…”

Quello di questa mattina è l’Hans Christian Andersen del commercio all’ingrosso: inventa delle scuse che sarebbero belle da ascoltare prima di addormentarsi, se non fossero così appassionanti da toglierti il sonno.
Ha fatto un cappello introduttivo sulla situazione internazionale per poi approdare al porto di Genova, luogo in cui, a suo dire, tutto si ferma o scompare.
Io so che mi ha raccontato la prima minchiata che gli è venuta in mente, ma so anche che il porto di Genova non è esattamente un posto normale: qualche anno fa leggevo un articolo in cui si diceva che è un brandello di Medio Evo di cui il progresso si è scordato, che solo i dipendenti della o delle cooperative possono movimentare la merce e che se una nave arriva con i suoi camalli (scaricatori, in genovese, ndr) scoppia la guerra.
Parlava inoltre di titoli strani, tipo il direttore che si chiama Console o qualcosa del genere.
Tra le altre cose, una mia amica che ha un’azienda a Busalla -praticamente la periferia di Genova- faceva scaricare le sue materie prime a Trieste e se le faceva portare con gli autotreni, tanto la facevano tribolare al porto della Lanterna.

Non ho tempo nè voglia nè la convenienza di informarmi meglio, credo sia uno di quei posti da cui anche Jene, Tapiri e Gabibbi stanno lontani, visto che, a fare troppe domande, non ti mandano un PR ma c’è il rischio che ti facciano tondo tondo di mazzate.

Ora, curiosità mi punge di saperne di più, e da chi, se non dall’unico, vero Uomo Che Sussurrava Ai Camalli, al secolo Misterpinna , l’uomo che in quel porto ci sguazza come un maiale nella merda? (in senso buono, eh, Marcolino…)

Se mi spieghi grosso modo come funzionano le cose, se è vero che in quel posto valgono leggi particolari e non scritte, prima ti metto qui, così tutti potranno abbeverarsi al pozzo della tua conoscenza, poi dico due parole al rappresentante.

E Misterpinna è venuto a punto, anche se speravo bocciasse (sebbene non le tocchi da ventanni, mi è rimasto il gergo da giocatori di boccette, non fateci caso…)

I camalli non esistono (quasi) più.
La merce arriva dentro le scatole di metallo dette “container”.
Tutto è informatizzato, automatizzato, spersonalizzato.
E se un computer dice che un container va messo in acqua, il gruista non si chiede perchè: lo fa e basta. Splash!
Spero che la merce che aspetti sia “water proof…”
Scherzi (ma non troppo) a parte, assistiamo impotenti a dei paradossi incredibili: container vuoti che vanno avanti e indietro per l’Italia, container vuoti sigillati e “considerati” pieni, container persi, container frigoriferi con bibite gassate in lattina impostati a -18°C… eccetera eccetera.
Una volta (bei tempi!) si poteva dare la colpa ai camalli, che scioperavano, che lavoravano poco, che facevano i picchetti…
Oggi si dovrebbe dare la colpa solo ai cretini che dicono ai nuovi camalli cosa fare. Ma è più facile infierire su quella che è diventata davvero “bassa forza” piuttosto che ammettere che siamo in mano ad una pletora di coglionazzi.
Sarebbe troppo imbarazzante.
P.S:
Imbarazzante l’ho inserito per compensare “pletora”, non vorrei abituarti troppo bene…

Se poi ci rivelassi qualche succulento scoop, lo leggerò con curiosità, salvo poi consigliarti di metterti una barba finta la prossima volta che farai un giro da quelle parti, casomai girasse la voce…

Ma il nostro super inviato ha coniglieggiato e si è tenuto per sè magagne e mugugni; bisogna capirlo, ha la morosa che bazzica parecchio la zona del porto.
No, cosa avete capito? Lo fa per lavoro.
Allora!… Un lavoro serio, chiaro?

Dottordivago
P.S. Grazie per l’imbarazzante, carogna.

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Viviamo di stereotipi, siamo un popolo omologato, ci siamo ridotti a poche variabili.
A breve ragioneremo in termini di “uno” o “zero”, come i computer.

Che carne mangia l’80% degli Italiani?
Filetto, sottofiletto e l’immonda fettina, ottenuta affettando la misteriosa polpa famiglia, dalle inquietanti assonanze antropofaghe. Il resto della bestia, per loro, si può buttare.

Che pesce mangia l’80% degli Italiani?
Orata e branzino -rigorosamente d’allevamento-, trance di pesce spada chi può, trance di squali vari chi non può, dal palombo allo smeriglio fino al generico, rassicurante e bucolico vitello di mare. Tutta la biodiversità marina può andare a cagare.
La scelta si riduce ulteriormente se ci riferiamo al 10% della popolazione di Torino, quella costituita dai Torinesi Autoctoni: sono un pescatore rigorosamente d’acqua salata e quando pesco in Liguria vengo regolarmente avvicinato da un Torinese che domanda:”Pesca i cefali?”
No.
“Allora pesca i branzini?”
Vuoi star lì a spiegare che, per il sistema di pesca e la qualità di esca, stai mirando più a pesci grufolatori tipo orata o mormora, con possibilità di sarago se c’è un po’ di onda?
Naaa, così ripieghi su “Basta che morda qualcosa, io non mi formalizzo…” ed il tipo si allontana soddisfatto, direzione ristorante, dove ordina “Un bel fritto misto, neh?”, che sommato a cefali e branzini completa la fauna marina.

Dove va in vacanza l’80% degli Italiani?
Genericamente dove può, ma se solo ha qualche giorno e qualche euro in più del solito, o se pagano gli altri, vedi viaggio in lista nozze, va in Australia.
Se parliamo di quelli un momentino più snob, quelli vanno in Nuova Zelanda.

Con quest’ultima sbrighiamo la pratica velocemente: è un bel posto, niente da dire, si vive bene e tutto funziona, tipo Svizzera, per capirci.
Ci sono stato in un’altra vita e devo dire che, da un punto di vista paesaggistico, è quanto di più simile esista all’Irlanda o alla Scozia, un po’ meno per la parte nord mentre al sud la differenza è quasi indistinguibile.
La vera differenza è che ci vogliono venti ore di viaggio in più per arrivarci, e una volta che ci sei, scordati “l’effetto mitigante della Corrente del Golfo”: a sud c’è il mare più bastardo del mondo, flagellato da venti che fanno il giro del pianeta senza trovare ostacoli e “baciato” dalla vicinanza dell’Antartide; se tocchi l’acqua rischi di rimanerci, visto che, quando va bene, fa 10 gradi, temperatura ideale per un Prosecco, un po’ meno per una vacanza balneare.
E se non ci vai per il mare, che ne hanno un mucchio, cosa ti rimane? Una perfida Albione che non sa fare la birra.
E poi, diciamocelo: c’hanno rotto i coglioni, con ‘sta Haka…

La Nuova Zelanda è un po’ come il super SUV, tipo Q7 o similari: se uno ha bisogno un’auto grande non dovrebbe comperare una corriera piccola rifinita come un boudoir: se se la piglia è per farsi vedere -che è un pirla, a mio modesto parere- e se uno va in NZ è o perchè ha già visto tutto o perchè è il posto più lontano e, a detta dell’agenzia, il più esclusivo

Nessuno dice di non andarci, ma se proprio uno ha qualche mille euri che gli puzzano, dovendo scegliere, ci sono tanti altri posti che ti danno un flash migliore: io ve l’ho detto, poi regolatevi voi…

L’Australia no, l’Australia è proprio diversa da tutto il resto del mondo.
Già mi piace l’idea di un posto in cui non ci si pestano i piedi, visto che ci vivono un terzo degli abitanti dell’Italia su una superficie 24 o 25 volte superiore, poi gli Australiani sono dei simpatici buzzurri con cui è impossibile non andare subito daccordo, perlomeno per un aspirante terrone come me.

Poi cominciano i problemi.
L’originalissima Licia Colò vi parlerebbe ora della Grande Barriera Corallina; non so quanti mille chilometri è lunga ma so che non mi serve tutta e che quando ne ho un centinaio di metri tutto intorno, io sono soddisfatto.
Poi c’è l’interno: una mezza giornata a guardare i colori che cambiano sull’ Ayers Rock

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vale il prezzo del biglietto.
Ma non quello dall’Italia a lì, intendo quello dall’Australia a lì, visto che ovunque tu sia “down under”, sei sempre a una vita da quella bellissima montagna di merda.
Uno dei problemi dell’Australia è proprio questo: la distanza.
È un po’ come farsi una supergnocca alta due metri: le zone d’interesse sempre quelle sono, ma tutto quello che c’è in mezzo è una perdita di tempo, un fastidio, un vero dito nel culo.
Tipo quella specie di gabella di “Non ci resta che piangere”, piazzata nel bel mezzo del deserto, che blocca la strada da sud a nord e viceversa; se sei così suonato da farti qualche giorno di pullman, tipo me, arrivi lì e pensi “Finalmente un autogrill”.
No, ti fanno scendere e, se ce l’hai, ti sequestrano, gentilmente ma inesorabilmente, frutta e verdura, per non contaminare con eventuali parassiti zone tanto diverse.
Come se da noi ti ciulassero la pasta di mandorle se vai da Palermo a Verona.
E’ proprio questo il tasto dolente: la fauna.

Lasciamo stare gli Aborigeni, anzi, non ne parliamo proprio: probabilmente noi, per loro, saremo altrettanto ripugnanti, ma vi garantisco che gente così brutta io non l’avevo mai vista.
Mai come in questo caso si evince che l’incrocio delle razze è un bene: da noi, nel nostro piccolo, c’era il “cretinismo delle valli”, frutto di generazioni passate a scoparsi le sorelle. Da loro, la prima coppia arrivata lì, l’avevano mandata via da tutti gli altri continenti perchè troppo brutti; si sono riprodotti con quel DNA non proprio di primissima e l’isolamento ha fatto il resto, come per marsupiali, vombati e monotremi.
Solo che, esteticamente parlando, all’ornitorinco gli è andata meglio.
E non sono un nazista: quando stavo in Africa chiamavo affettuosamente Spisòn (puzzone, ndr) il mio amico-accompagnatore-body guard zulu Salomon e lui mi ricambiava con Wet Chicken, gallina bagnata, a causa dei nostri odori, innegabilmente e naturalmente diversi; e se io sbavavo dietro ad una donna Shona o ad una Herero, genere Naomi per capirci, mi diceva che non capivo un cazzo di donne, salvo poi vendere l’anima al diavolo per una Zulu tipo Moira Orfei, però obesa.
Al mondo tutto è relativo, ma gli Aborigeni, giusto per accattivarmi le simpatie dei buoni a tutti i costi, fanno schifo proprio.
E ve la firmo: Dottordivago.

Vi ricordate Johnny Stecchino? Quando l’avvocato-zio diceva “Minchiaggionny, il problema di Palemmo è il traffico…”?
Ecco, il problema dell’Australia è la fauna, umana e non. Soprattutto “non”.

No, tranquilli, sono troppo poco prevedibile (spero…) per tirare in mezzo gli squali bianchi e tutte le altre specie di mangiatori di uomini che l’Australia può esportare in tutto il mondo, e neanche i coccodrilli di mare, casualmente i più grossi ed aggressivi del mondo, con la particolarità di mangiarsi i cristiani a terra, nei fiumi ed in mare; in tutto il continente non c’è un ghiacciaio, sennò pure lì te li trovavi, ‘sti stronzi.
E neppure cito i serpenti, anche se i dieci più velenosi del mondo, equamente divisi tra i vari continenti, in Australia ci sono tutti.

Potrei spendere due parole sui serpenti marini,
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che per fortuna non attaccano l’uomo, se proprio non vai a prenderli a zecche sulle orecchie, ma che, in compenso, sono più velenosi dei loro soci terricoli: un morso basta per stroncare cinquanta cristiani, e la domanda è cosa cazzo ci devono fare con tutto quel veleno; potrei capire un serpente terrestre che si cibasse di tirannosauri, ma quelli marini si mangiano i pescetti…
Come se San Marino avesse la bomba atomica.

Poi c’è questa simpatica bestia di merda,

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nota come Blue-ringed Octopus, che da solo si inchiappetta tutti gli scherzi di natura che abbiamo visto finora; c’è di buono che non ti corre dietro, ma se lo tocchi, campi di più se ti spari in bocca.

Non dimentichiamoci di quel figlio di puttana del Conus,

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che non vive solo in Australia ma… indovina? Loro c’hanno quello più velenoso.
Sta dentro una conchiglia bellissima e se lo prendi dalla parte sbagliata tira fuori un aculeo che inietta un veleno, manco a dirlo, mortale; la versione australiana ha una cosa di bello: non esiste l’antidoto!
Ora, il Padreterno aveva voglia di ridere, quando s’è inventato l’Australia e certe sue bestie: ma dico io, ‘sto Conus, fallo brutto come il pesce pietra -tranquilli, hanno pure quello…- che è brutto come il peccato; fallo disgustoso come un’oluturia, nota come stronzo o cazzo di mare, che manco col forcone la tocco; piuttosto fallo come gli Aborigeni, che non mi sogno proprio di portarmene uno a casa.
No: bello come il sole, lo fa, e vederlo e volerlo prendere è tutt’uno.
Qui si tratta di essere delle teste di cazzo, eh?…
Voglio dire, già con le zanzare l’ha studiata bella, poi ‘ste bestie qui… magari  era il caso di non insistere con la fissa del Creatore e trovarsi un bel posto in Comune, o sbaglio?…

Ma nel periodo che gli girava di tirarsela da Creatore, l’Australia doveva essere una specie di momento di ricreazione, un hobby in cui dava il meglio di sè, infatti con un colpo di genio s’è inventato la Cubo Medusa (Box Jellyfish)

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una simpatica borsa da supermercato che se ti tocca, ci sei.
E ringraziando la Madonna, ce ne sono un mucchio.
Queste non le cerchi e manco ti corrono dietro, semplicementre ci si incontra:
“Come va?”
“Mah, niente…, faccio secchi due bagnanti… E tu?”
“Mah, niente di speciale: crepo…”
Ma ti può anche andare di culo: se non giri l’occhio, la parte colpita ti rimane come la trippa di vitello con i fagioli, solo che se vuoi i fagioli ce li deve mettere tu, al resto pensa lei.
Per compensare questi colpi a vuoto, il buon Dio l’ha sparsa anche in altri posti, con un occhio di riguardo ai più sfigati del Commonwealth, of course.

Rullo di tamburi…
Ed un giorno Dio disse:”Fosse l’ultima cosa che faccio, mi invento una bestia  fetente, ma così fetente…”

…E l’ottavo giorno Dio creò l’Irukandji.

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E con la precisione di un orologiaio la incastonò nei mari d’Australia, solo lì, ovviamente.
E l’ha studiata bene: per chi non conoscesse l’articolo, dirò che nella sacca che vedete ci entra a malapena la punta del mignolo fino all’attaccatura dell’unghia, così vederla è un lavoro per Superman.
Vediamo un po’, secondo voi, l’ha fatta bianca e rossa come un passaggio a livello? Figurati: l’ha fatta lattiginosa, un po’ perlata, pressochè invisibile nell’acqua, ma non opalescente, sennò si rischia di vederla di notte, eh!…
La “prova di fine corso da Creatore Scemo” è dotata di sei o sette filamenti, non ricordo con precisione, lunghi una metrata ciascuno e carichi di quella che gli scienziati definiscono la Tossina Perfetta: disgrega il sangue, sfascia il sistema cardiocircolatorio e blocca quello nervoso; peccato non aver pensato a munirla anche di un cazzino, così, mentre crepi, potrebbe pure mettertelo nel culo.
Il contatto con dieci centimetri di filamento per un uomo è fatale; se poi un’onda che frange la disfa, i brandelli dei filamenti restano pericolosi ancora per ore.
Così, giusto per lasciare un bel ricordo…
Tutta ‘sta cattiveria per mangiare poco più che il plancton, che non scappa, non si difende e va giù come l’acqua: in proporzione, uno squalo dovrebbe essere armato come la Nimitz.

Concludendo, per Colui che creò cielo e terra l’Australia non è stato il posto che gli è venuto meglio; ha preso un’immenso blocco di sassi e polvere aridi e lo ha orlato di bei posti vicino al mare: praticamente una Sardegna al cubo.
Poi lo ha impestato con le peggio cose che gli venivano in mente, uno spreco di risorse enorme a cui non è nuovo: l’aver dato il petrolio agli Arabi e la passera alle donne, è degno dei peggiori “interventi a pioggia” da Cassa del Mezzogiorno.

E da noi ci facciamo i debiti per andarci, in Australia, ma solo per fare gli sboroni, visto che di più lontano c’è solo la Luna; se fossimo tutti deportati a Papua Nuova Guinea, dove il Queensland è ad uno sputo, ci fermeremmo sognanti davanti alle vetrine delle agenzie di viaggio, per mangiarci con gli occhi il poster di Viserbella di Rimini.

Dottordivago

Aggiunta successiva:
considerato che la mia attendibilità è quel che è ed appurato che non merito un briciolo di considerazione, questa aggiunta è superflua, ma la faccio lo stesso.
L’Australia è un posto incredibilmente bello e merita il viaggio; il post è dedicato a quelle persone che non si sono mai mosse da casa, vanno in Australia in viaggio di nozze, tornano a casa, fanno un figlio e non si muovono più.
Ma ti rompono i coglioni a vita, manco fossero il dottor Livingstone, solo perchè sono stati là.
Per chi qualche viaggio se lo concede, il post è da intendersi nel seguente modo: se disponete di una cifra TOT, piuttosto che spaccargli la faccia con un mese Down Under, vedetevi un pezzo di America, di Africa e di Oriente allo stesso prezzo, che lo spirito ne guadagna.

Così, casomai fosse necessario chiarire il senso delle mie parole, se mai avessero un senso…
Dottordivago

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Ho precedentemente confessato di aver votato per Berlusconi dal 1994 al 2006.
Eh lo so…, ma quel che è fatto è fatto.

Dopo la caduta dell’ultimo governo Prodi, visto il momento, avrei voluto dal Silvio un’impennata di onestà, un picco, un BIP in una vita, un po’ come il mio encefalogramma.

Avrebbe potuto, dall’alto dei sondaggi -chissà perchè quelli giusti sono sempre i suoi…- proporre un governo di salvezza nazionale, come atto magnanimo nei confronti di un’opposizione allo sbando e come sarebbe stato giusto per il paese.
Avrebbe potuto fare anche solo finta, invece di reclamare elezioni immediate; certo, sapeve di vincerle, ma lo sapevano anche gli altri, e questo gli avrebbe dato un margine di trattativa notevole.
Questo gesto gli avrebbe dato una statura morale diversa, anzi, gli avrebbe dato una statura morale e basta, pur lasciandogli il controllo della situazione.

Io ho sempre saputo che il Silvio è un bandito, ma esattamente come tutti gli altri, a destra e a sinistra; lo votavo solo perchè, a parità morale, almeno mi fa ridere.
Stavolta mi ha fatto incazzare, al punto di votare Veltroni.

Io!…

Ora sono qua a domandarmi che razza di un pirla sono.

Prendiamo la Commissione di Vigilanza Rai.
A seguito di ovvi accordi pre elettorali, il Walter aveva probabilmente promesso la Vigilanza Rai a Orlando, conscio di averne diritto, in quanto sicuro sconfitto, e tutti sanno che la Rai va a chi vince e la Vigilanza all’opposizione.

Solo che il Presidente viene eletto anche coi voti della maggioranza, e se questi dicono “ciccia” il Presidente non si fa; un po’ come se Lapo volesse comperare un treno di travestiti ed un bastimento di bamba: potrebbe farlo, ma col grano di famiglia…

Il tonto Walter si è incaponito su Orlando, finchè Berlusconi, che è un bandito ma non un pirla, ha fatto eleggere Riccardo Villari.
Il Silvio sa che il mondo, e la politica non è diversa, si basa sull’avidità degli uomini.
Lo avrà preso da una parte e gli avrà detto:”Senti, Ric, tu stai prendendo lo stipendio da senatore, da docente universitario e da medico; ascolta ‘sto scemo, beccati anche lo stipendione da Presidente per altri quattro anni abbondanti, tanto a noi non ci spedisce nessuno prima del tempo.
E già così ti metti il fieno in cascina per la vecchiaia.
Poi, hai visto mai che alle prossime elezioni un posticino te lo troviamo noi?”

Bon, affare fatto.

Poi ha fatto finta di essere una persona perbene e sgranando gli occhioni ha detto:”Ops… ma quello non lo volevate? E adesso cosa?… Cià, Walterino, scegli quello che vuoi, che te lo compero… Vuoi Zavoli? E va bene, tieni Zavoli, ma prometti di stare bravo, eh?”.

Nel frattempo Villari aveva messo un bidone di epossidica sulla poltrona e adesso non viene via neanche con la motosega.
L’hanno blandito, supplicato, minacciato: manc’ p’u cazz…
L’hanno cacciato dai senatori del PD: eh, pazienza, da sergente l’hanno fatto caporal maggiore, ma lo stipendio arriva lo stesso, ed ora di votare, se può, glielo mette nel magazzino del cacao.

Così adesso il tonto Walter, o chi per lui, strilla che Villari è un uomo di fiducia del premier.
Walter, và che quello lì, in senato, ce l’hai messo tu,

pirla,

col voto di questo altro pirla che scrive.
Vivissimi complimenti per la capacità di scegliere i tuoi collaboratori: non era meglio se li sceglievamo noi col voto di preferenza? Non saremo un popolo di genii, ma stai dimostrando che anche tu non è che c’hai l’alta tensione nel cervello, eh?
Berlusconi ti ha preso in braccio come un bambino quando ti ha detto:”Oh, Walter, siamo daccordo, eh? Niente preferenze, così chi vota non decide e ci facciamo i cazzi nostri; come nei negozi di liste nozze: chi compra non paga e chi paga non compra, così un cavatappi può costare 500 euro e nessuno dice niente”.
Tu avrai riso facendo “yuk yuk” come Pippo, non pensando che il Silvio aveva pronti nani, ballerine e prestanomi, frutto dell’esperienza di una vita sul fronte dell’illegalità, mentre tu avevi i Villari, “medico stimato e docente universitario“, persona moralmente superiore, in quanto di sinistra.
Talmente superiore che ha fatto il cazzo che voleva, mentre Carfagne, Alfani e compagnia briscola, quando Berlusconi dice “Saltate!” rispondono “Quanto alto, Signore?”

Ancora complimenti per la scelta degli uomini: ma dove credevi di andare, a Palazzo Chigi o alla Talpa 3?

E poi, guarda che non sei Alice ed il governo non è il Paese delle Meraviglie.
Ma soprattutto quello là non è il Bianconiglio, è il Caimano.

E in più… ma sì, cosa te lo dico a fare?…
Vai a cagare, và.

Dottordivago

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Micro post

Quando mi siedo davanti al computer faccio quello che posso, un po’ per un fatto tecnico, visto che a ‘sta macchina di merda gli do sempre del “voi”, un po’ per limiti di testa, che se sulla quantità posso stare tranquillo -ho il 61 di cappello, lo so anche se non ne possiedo nessuno- sulla qualità del contenuto della scatola cranica, beh, cercando bene si può trovare di meglio.
E non fate quella faccia lì, tanto lo so che mi leggete perchè è gratis…

Però, chi è pagato per smanettare su una tastiera, potrebbe fare il favore di imparare l’Italiano?

Lasciamo perdere tutto il resto, non ho tempo, solo un paio di cose: ragazzi, ne ho le balle piene di leggere e sentir dire irruento e, addirittura, succubo.
Si dice irruente e succube, chiaro?
E, come deficiente, vale per maschietti e femminucce, sia ancor più chiaro, altrimenti ci ritroviamo con irruenta e succuba.
O deficiento.

Ah, un’altra cosa: per quelli che non sanno che parola difficile usare, oggi tira molto imbarazzante, credo sia il vocabolo più abusato di questo periodo.
Sfuggite come la peste chi ne abusa, è sicuramente un povero di spirito.

Da noi si usa dire “dài retta a un ignorante” inteso come “tutti parlano tanto ma tu stai a sentire me” e chi usa questa frase è sicuramente una persona onesta, visto che non l’ho mai sentita in bocca ad una persona degna di considerazione; imbarazzante è la stessa cosa, chi ne abusa è sempre un pirla, ma non per la parola incriminata, sarebbe un pirla anche se recitasse la tabellina del 7, notoriamente la più difficile.

Bon, finito.
Ve l’ho detto che era un micro post, no?

Dottordivago

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Benvenuto, Storvandre

cesto18k

E così vengo a scoprire che sei in batteria col mio amico Misterpinna, l’Uomo che sussurrava ai camalli.

Ma pensa dì, avevo avuto l’impressione che fossi una persona seria…

Quasi quasi giro a te la delega di trovare un postaccio ignorante in un carrugio, per approfittare di una sera in cui Marcolino faccia come Lassie e sfugga alla bora per ritemprarsi con un po’ di sana tramontana.
Non per altro, MP sta un po’ blimblanando sull’argomento…
Hai presente quei posti dove tutto ciò che non è pesto, cundijun e acciughe fritte è già considerato etno?

Dottordivago

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E siamo arrivati all’ultimo evento che può creare un vero salto generazionale:

8) L’arrivo del computer; se c’è una cosa che può far dire ad una generazione precedente “Noi eravamo diversi”, è proprio questa.
Se il mero uso del computer avvicina le varie fasce d’età, tipo scrivere pirlate su un blog, il nascere con un computer in casa rende diversi da chi ci ha picchiato la faccia dentro a quarantanni.
Prendete il sottoscritto: affascinato dall’alta fedeltà negli anni eroici, quando gli uomini erano uomini e le casse acustiche erano due e non quindici sparse per la stanza, con dei woofer tipo cestello della lavatrice e non dei conetti asfittici pompati da un equalizzatore, mi sono diplomato perito elettronico, nella speranza di capirci qualcosa di più nel costruirmi amplificatori e quantaltro.
Se volete la prova che la scuola è da abbattere e ricostruire, vi dirò che già allora, seduto in mezzo ai banchi, non ho imparato una fava e le mie conoscenze le ho spigolate un po’ su riviste specializzate ed un po’ su qualche libro, rigorosamente non di testo. Ho trovato la scuola così inutile che all’università ho fatto tuttaltro, salvo rompermi le palle prima della laurea.
L’istituto che frequentavo -non assiduamente, devo riconoscere- era stato scelto per un’iniziativa “pilota”, consistente nel mettere a nostra disposizione  uno dei primi microprocessori arrivati in Italia; quando l’ha visto, al professore incaricato di impararcelo -oh, se era di Lecce è mica colpa mia…- sono brillati gli occhi, salvo poi la cocente delusione dopo aver scoperto che non si trattava di un cioccolatino.
‘Sto pirla era così preparato e coinvolgente che ha fatto scappare la voglia a tutti quanti di capirci qualcosa a proposito di quell’affarino e per ventanni abbondanti ho continuato ad odiare tutto ciò che avesse uno schermo ed una tastiera; ancora oggi uso il computer come una sofisticata macchina da scrivere –per scrivere, cazzo, per scrivere…- e la più alta vetta informatica da me raggiunta è la scoperta del copia/incolla.

Ovvio che nascendo in una casa dove c’è un computer e qualcuno che lo usa, ci si comporti come Mozart col pianoforte.
Il problema è che il pianoforte rimane sempre, oltre che il mio più grande cruccio per non avere imparato a suonarlo, una cosa meravigliosa e l’unico male che ti può fare è chiuderti le dita nel coperchio; il computer può far danno e, conscio di dirla grossa, può escluderti dalla realtà.
Se ci sono adulti che si sono bevuti il cervello con Second Life e succedanei di vita similari, immaginatevi i bambini: se lasciati soli per troppo tempo con video games e realtà virtuali, vengono leggermente scollegati dalle cose terrene.
Esempio stupido? Il primo litigio reale che li vede protagonisti con un coetaneo, viene dopo migliaia di combattimenti all’ultimo sangue disputati con un joystick ed un problema nascente è quello dei bambini che si massacrano a sassate o a bastonate, vedi Norvegia e paesi molto tecnologicizzati.
Noi capivamo al primo schiaffo che era meglio starci attenti; facevi a botte lo stesso, ma ben consci del fatto che dopo una sassata in testa non si accendeva il game over, bensì il lampeggiante dell’ambulanza.

Forse ho fatto l’esempio peggiore che potessi fare, ma resta il fatto che l’avvento del computer ha cambiato la formazione delle nuove leve.

E con ciò ho finito di elencare, se non ne ho ignorato o dimenticato qualcuno, quelli che io considero i fattori dicotomici intergenerazionali;
e se in futuro vi venisse voglia di darmi del pirla, rileggetevi la frase precedente.

Sicuramente un fattore dicotomico intergenerazionale -‘sta minchia! Non mi stancherei mai…- me lo sono perso: il più recente.

Non chiedetemi qual’è, non lo conosco; dev’essere una faccenda tipo Dio, il bosone di Higgs o la superiorità morale della sinistra: un sacco di gente ci scommetterebbe la mamma, ma le prove non le ha mai viste nessuno…

Però qualcosa è successo, qualcosa come nell’86, l’anno di Chernobyl: fino a quell’anno, tutto normale; nell’87 si è passati da un 30% -stimato dal sottoscritto ed amici vari- al 95% di donne con la cellulite.
Mistero…

Che sia la diffusione di massa del cellulare e dei presunti danni che provoca al cervello l’evento che ha introdotto cambiamenti macroscopici nell’ultima generazione?
Ribadisco il concetto: ogni generazione precedente ha sempre parlato male della successiva, spesso a sproposito, ma quest’ultima ha veramente qualcosa che non va; e non mi riferisco all’alcolismo precoce o all’aumento dei fatti violenti con protagonisti gli adolescenti o dello scimmiottamento dei canoni televisivi.
A cosa mi riferisco?
Ve lo mostro, anche se sono immagini che non avremmo mai voluto vedere:

image vita bassa

Qualcuno ha detto che se a ventanni non sei comunista sei senza cuore, ma se a cinquantanni sei ancora comunista sei senza cervello.
Io dico che se a quindici o ventanni ti vesti così, sei un cretino e basta; come sarai a cinquanta sono cazzi tuoi, ma ti vedo male.

Tiratemi fuori le mode che volete, dai figli dei fiori ai naziskin, dai mods al punk: nessuno, mai nessuno ha pensato di mettere i pantaloni sotto al culo.
Non è una moda stupida, di quelle ne ho viste tante, anche con me protagonista; questa è una incommensurabile cretinata, senza se e senza ma.

Posso capire tutto, anche una moda che preveda di girare con l’uccello fuori dalla patta, o i pantaloni indossati infilando le braccia nelle gambe e la testa che esce dalla zip, come a sottolineare che si tratta di una testa di cazzo; posso capire una moda che imponga di infilarsi un pullover al posto dei pantaloni, che per fare un goccio di pipì ti tocca farlo uscire dal girocollo, come a sottolineare che si tratta di un cazzo di testa.

image

Posso capire tutto, anche che se uno muore dalla voglia di mostrare le mutande se ne vada in giro con i cosciali da mandriano o da cacciatore, che coprono solo le gambe, ma non che un povero deficiente porti i pantaloni, magari con la cintura, sotto al culo: il corpo umano ha una certa forma ed i pantaloni, nei secoli, ci si sono adattati, pur cambiando mille fogge.

Per una grande parete ci vuole un grande pennello ed i pantaloni si portano sopra al culo: due regole che mandano avanti il mondo.
I guanti sono con le dita, senza dita o a muffola, ma sempre le mani dentro ci si infilano; non esiste che da un giorno all’altro uno dice “Ho le mani fredde: mi metterò cinque minuti i guanti nel culo…”

Ed a nessuno, mai, verrà in mente di fare un preservativo che copra solo le palle.

Abito vicinissimo ad un liceo scientifico e quando vedo quei -per fortuna pochi- cretini con braghe a mezz’asta e la loro andatura da geisha, mi rammarico che con tante mode che importiamo dagli States non riusciamo a far attecchire anche da noi la mania di compiere stragi a scuola.
Stragi selettive, ovvio: già mi pregusto file di cadaveri con i pantaloni sotto al culo…

10, 100, 1000 Columbine!

Dottordivago

P.S.  Lo confesso: tre post per arrivare a parlar male dei pantaloni sotto al culo, è una cosa che stupisce anche me.

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