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Archive for ottobre 2009

Sembra che ‘sto nido di vipere che è il mio braccio destro oggi mi dia un po’ di respiro, quantomeno non mi fa digrignare i denti nella posizione dello scrivente, anzi, del digitante, perchè nella posizione dello scrivente-amanuense mi sembra che un compagnone di giochi, con le sue manone, mi faccia “gli spilli”.
Ve lo ricordate il giochino? Quello che ti torcevano l’avambraccio col movimento di incartare le caramelle? E che, in quel punto, faceva un male bestia?
Bene -bene una sega…- se provo a scrivere a mano, la sensazione è quella, però dalla punta delle dita fino al coppino: sono bei momenti.

Però un minimo di soddisfazione me la dà.
Sia ieri che oggi ho dovuto chiedere se, per favore, i due clienti a cui dovevo “emettere regolare fattura” si fossero compilati l’odiato documento di proprio pugno; lo so, è una sottile crudeltà chiedere ad una persona di scrivere quanto ti deve dare: ti fa sentire un po’ come quei mafiosi che fanno scavare la fossa alla loro prossima vittima.
Spero che i miei clienti abbiano colto il lato umoristico della situazione piuttosto che, giusto per ridere, mi facciano saltare il bonifico…

Bon, e adesso?
Adesso vi dico che mi sono tolto un peso.

Questa mattina – mi son svegliato – o bella ciao – bella ciao – bella ci… scusate, certa roba non è da me: rifaccio.
Stamattina, appena ho aperto gli occhi, il primo pensiero è stato…
Ringo Starr!

Ringo Starr?
Sì, Ringo Starr.
No, dico… vi sembra normale?
Ero francamente preoccupato, ma finora non mi risulta che gli sia successo qualcosa di brutto.
Perchè dico così?
Perchè ho una serie di inquietanti precedenti: prima calo due scartini, poi gioco i carichi.

Fine ottobre 1970: la concessionaria Fiat di Alessandria telefona a casa mia per comunicare che il nuovo gioiello, vanto della tecnologia italiana, una fiammante 128 ordinata da mio padre, è targata e pronta per il ritiro: avevo dieci anni e l’arrivo della nuova auto di famiglia mi mette in agitazione, al punto che la notte seguente faccio un sogno.

Come tutte le domeniche mattina, tutta la famiglia è in macchina per il pranzo dai nonni, a Cuccaro Monferrato, e noi percorriamo il rettilineo che porta fuori città in direzione Asti / Casale; questa strada conduce ad un cavalcavia che consente una buona visuale sulle case sparse di periferia e sui campi circostanti.
E cosa vedo?
Una bisarca carica di auto nuove rovesciata nel campo di fronte allo stabilimento “Mino”; rallentiamo, così ho tempo di vedere che sono tutte 128, miseramente sparse qua e là; ce n’è una in particolare, la più lontana di tutte, con le ruote all’aria; la noto perchè è di quell’orrendo colore ocra che in quegli anni andava alla grande.

Il giorno dopo, appena sveglio, lo racconto a tutta la famiglia, e la cosa suscita solo un “Meno male che la nostra è già arrivata…”.
A mezzogiorno mio padre rincasa con la nuova belva; il mio vicino, proprietario di una seicento, la mangia con gli occhi: “Gran macchina” sentenzia…

Arriva domenica: si parte per il pranzo dai nonni.
Avrete già capito: rettilineo, cavalcavia; nonostante sia domenica, c’è una bisarca rovesciata davanti alla “Mino”, col carico di 128 sparso nel prato.


Ah, dimenticavo: la più lontana è color ocra, con le ruote per aria.

A me gira la testa e ci metto un attimo per realizzare che siamo fermi e che i miei genitori si sono girati a guardarmi con quattro occhi così e che mia sorella, al mio fianco, è appiccicata alla portiera con l’espressione “Quando serve un esorcista, mai che ne trovi uno…”
Riprendiamo il viaggio e l’unica che fiata è mia madre che, con voce falsamente calma, consiglia: “Non diciamolo alla nonna, che si preoccupa…”

Gente, oggi sono l’essere più scettico del mondo e tetragono ad ogni concessione al paranormale, ma faccio un po’ fatica a classificarla come “coincidenza”.
Vabbè, classifichiamola come “X File” e andiamo avanti.

1989.
Le minchiate che oggi leggete a gratis, una volta me le pagavano: in quella primavera collaboravo a “DOC”, con Renzo Arbore.
Partivo il lunedì mattina e mi fiondavo a Roma, per tornare a casa al venerdì sera dopo aver registrato la puntata, per poter stare sabato e domenica con Bimbi; a bordo della “Peggiotta”, una 205 GTI su cui sfogavo l’animo turbotarro “ch’entro mi rugge”, facevo delle tirate suicide che prevedevano l’autostrada alla media dei 190 fino a Livorno, poi, tranne una manciata di chilometri di superstrada, erano 200 e rotti km di Aurelia fino a Civitavecchia, percorsi come O. J. Simpson con mezza pula della California alle calcagna.
Idem al ritorno.

Proprio un venerdì sera, sull’Aurelia, arrivo in prossimità di un dosso che immette in un paesotto, dosso che, come si conviene ad un giovane cretino, prendevo a 150/160 all’ora, così sentivo la Peggiotta che prendeva il volo e le gomme che fischiavano all’atterraggio…
Quella sera stavo per fare la stessa cosa, che era uno dei momenti più divertenti del viaggio, quando sento come un brivido ed alzo il piede, anzi, freno proprio; sto per darmi del pirla quando, in cima al dosso, vedo, 50 metri dopo, un TIR di traverso che cercava di immettersi da una stradina laterale.
Tiro la madre di tutte le inchiodate e mi fermo a due metri dal bestione: alla consueta velocità mi ci sarei infilato sotto, cosa che fa male dall’attaccatura dei capelli al pisello.

Diciamo un “Mah…” e proseguiamo?
Proseguiamo, anzi, torniamo indietro e giochiamo i carichi.

25 0ttobre 1973: apro gli occhi e il primo pensiero è… Abebe Bikila.
L’avevo sentito citare qualche volta al telegiornale in quanto vincitore della maratona alle Olimpiadi di Roma del ’60, nessun altro legame particolare.
Resta il fatto che è il mio primo pensiero e, stranamente, mi ritorna in mente alcune volte nel corso della mattinata, poi me ne scordo.
Fino a sera, quando al telegiornale annunciano “un grave lutto per lo sport”: è morto Abebe Bikila.

Me ne sono stato zitto.

Tre giorni dopo, 28 ottobre: mi sveglio con in testa la filastrocca “Qui comincia l’avventura del Signor Bonaventura…” intervallata al nome dell’autore, Sergio Tofano, poi ancora la filastrocca ed il nome, ogni tanto, per mezza mattinata.
Devo spiegare ai giovinastri, a cui questo nome non dice assolutamente nulla, che a quei tempi “STO” era molto famoso in quanto padre del “Signor Bonaventura”, personaggio che interpretava ancora alla “TV dei Ragazzi” nonostante avesse l’età di Noè.

Quella sera: telegiornale, “lutto per il mondo dello spettacolo”, Sergio Tofano.
Occazzo…
Mmm, se me ne ristò zitto è meglio.

Poi anni ed anni in cui il mio lato oscuro se ne sta buono, fino a stamattina, quando ho temuto di aver segato uno dei rimanenti due dei Beatles; il periodo è quello giusto, la fine di ottobre, con Halloween alle porte…
Ma, al momento, sembra un falso allarme.

Potete dirmi tutto ciò che volete, ma ho già provato, negli anni, a darmi tutte le possibili spiegazioni ed interpretazioni.

Dite quello che volete, ma non fatemi incazzare:

non vorrei svegliarmi una di queste mattine col vostro nome stampato nel cervello…

Dottordivago

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Bentornato, Diego!

cesto18k

Il cesto d’ordinanza, questa volta, non è un “benvenuto” ma, come si evince dal titolo, è un “bentornato”.

Il buon Dieguito è stato, cronologicamente parlando, il secondo commentatore di questo blog, dopo Paz.
E Paz non conta: l’ho cercato io.
Appena ho scritto il primo post, nel novembre 2007, ho provato a fare la ricerca “ilpandadevemorire” su Google, giusto per vedere se ‘sto mostro globale (Google, non Paz…) sapeva che esistevo; e mi compare un post di Paz, in cui leggo una sorta di “panda-pensiero”, che coincideva al 90% con quanto io andavo dicendo da una vita ma che non avevo ancora scritto.

Ho un passato da autore televisivo ed il plagio è sempre stato la cosa che più mi faceva incazzare, per cui scrivo a Paz ed esordisco con “Chi sei, Paz? Mi conosci? Ti conosco? Se hai già sentito da me la filippica sul panda e la spacci per roba tua, sei un poveraccio…” e avanti su quel genere.
No, non ci conoscevamo, ma la pensavamo allo stesso modo.
Sempre in quel periodo scopro che un cabarettista romano, di cui ho dimenticato il nome, presentava un monologo sul panda in cui sosteneva che tutta la faccenda del pericolo di estinzione serve solo per vendere i panda della Trudy.

E poi arriva il Diegoviola, senza che nessuno lo cercasse, quindi è virtualmente il mio primo commentatore.
Amore sbocciato e brutalmente troncato dal trasloco del buon Dieguito il quale, proprio nel periodo della polemica sui “bamboccioni”, ha pensato bene di abbandonare il tetto paterno e di spiegare le ali nel cielo degli “affittasi ammobiliato”.
O “affittasi libero”.
O, se le sostenze lo consentono, nel ben più ampio cielo del “vendesi”.

Ok, bel gesto: Totò cantava “Quando hai ventanni ti ci vuole la mugliera” ma, senza arrivare a tanto, a trentanni è una figata poter decidere di lasciare dove ti pare calzini, panini morsicati o concubine.
Me lo vedo, l’uomo, soddisfatto come Francesco Mulè nella pubblicità della Peroni di quarantanni fa: “Ho tutto, cibi sani, aria buona… e cosa mi manca?”
Poi scoppiava a piangere perchè gli mancava la Peroni.
Ma la provvidenza si materializzava nelle sembianze di Solvy Stubing, prima ed indimenticata “Bionda Peroni” della storia, che gli sussurrava “Chiamami Peroni, sarò la tua birra”.

A Dieguito mancava una connessione ADSL.
Ma la vita non è Carosello, così il nostro amico ha dovuto aspettare che la sua zona fosse coperta dal servizio o che fosse un po’ più coperto il conto corrente: una delle due.

Ed ora… eccolo qua.
E siccome è rimasto indietro un anno e mezzo, ci sta dando dentro a cottimo per portarsi pari col programma.
Bentornato, Diego, è davvero un piacere.
Ti giuro che in questo periodo ho i minuti contati e la mia produzione letteraria ne soffre pesantemente, ma non mi potevo esimere dal mettere giù due righe.

Prometto a te e a tutti quanti -caso mai potesse interessare- che appena sarà andata in porto l’Operazione Negozio Nuovo, rimetterò in moto la macchina delle minchiate.

Ed il “bentornato” me lo darò da solo.

Dottordivago

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No, dico… i commenti al post precedente… o mi volete un mucchio di bene o mi considerate più pirla di quanto già sia o -proprio a causa dell’apprensione- il cervello vi è andato per funghi.

Grazie per i consigli medici ma con quella di stamattina siamo alla terza infiltrazione dalla mia amica Gabriella, donna strordinaria nonchè comproprietaria del bastardino citato da Pinesco; stavolta trattasi di infiltrazione mirata in un punto solo ed in quantitativo tale che ho una specie di gobbetta sulla spalla che col tempo si assorbirà e quasi mi dispiace, perchè c’è un mucchio di gente che me la tocca e poi va a giocare a Winforlaif.

Le altre volte le iniezioni erano otto o dieci, a raffica, che sommate a due sedute di agopuntura e ad un paio di occasioni in cui mi sono offerto come pupazzo per un corso di voodoo, fanno sì che, se mai un calcolino mi intasasse il pipino, comincerei a schizzare dalla schiena come la fontana di piazza De Ferrari a Genova.

Poi, relativamente al programma di riconoscimento vocale, sì che sono indietro come le balle del cane ma saltuariamente leggo Focus e non mi perdo un “Forse non tutti sanno che…” e “Strano ma vero” sulla Settimana Enigmistica, quindi sono al corrente che esiste.
E al solo pensiero di doverlo usare, a furia di toccarmi lì, mi scolorisco i pantaloni sul pacco come i jeans dei tarri anni ’70

Per fortuna non ne ho bisogno ma ringrazio gli amici che me l’hanno segnalato e a tutti i miei Andreini dedico loro questo vecchio post.

Vi abbraccio tutti.

Dottordivago

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No, non si tratta di Bimbi: sto parlando per me.
E ancora no: nessuno mi ha riempito come un agnolotto.

Però, nonostante la mia ben nota idiosincrasia per l’argomento “bambini”, sto vivendo un periodo da puerpera, figura con la quale sto condividendo emozioni, sensazioni, paure e speranze.

Vi ho già fatto due coglioni così con la storia del mio braccio che mi ha rovinato tutto novembre 2008 e mi sta concedendo il bis per questo mese di ottobre; qualcuno mi domanderà: “Ma non riesci proprio a pensare ad altro?”.

No, non ci riesco.
Ogni trenta secondi mi prendono delle fitte bastardissime e, anche se sono uno distratto, tra una e l’altra non riesco proprio a dimenticarmene: è come vivere con un post-it ad una spanna dal naso.
L’unico modo per non sentire un branco di iene che mi rosicchiano il braccio è stendermi, il che mi scarica le cervicali dal peso della colombarda: ahhh…. che sollievo…
Ora ho scoperto che anche solo stando seduto all’indietro -ma direi, piuttosto, semi-sdraiato…- l’effetto è molto simile.

Ocio!… Mi scappa di divagare.
Certo, questa posizione non è il massimo per fare progetti, preventivi, conti o scrivere al computer, però è sempre meglio che andare al manicomio.
Il fatto è che dovrei farmi un supporto per tenere la tastiera sulla pancia, visto che sto scrivendo a braccia distese e che, più che un blogger, sembro Nuvolari al vecchio Nurburgring.

Esisterebbe la possibilità di dettare a qualcuno le mie minchiate ma il progetto si scontra con i tempi, che diventerebbero bibblici, visto che, ogni tre parole, il poveraccio in questione mi guarderebbe con dipinta sul volto l’espressione “Ma che cazzo dici…?”.

Voi, che siete più tecnologici, sapreste scaricare un programma di scrittura a riconoscimento vocale, se si chiama così quella roba che tu dici e la macchina scrive, dimostrando come l’intelligenza artificiale possa essere superiore alla mente, almeno nel mio caso…
Dovrei fare come Lincoln Rhymes.
Per chi non lo conoscesse, è il personaggio interpretato da Denzel Washington ne “Il collezionista d’ossa”, colui che sta a Jeffery Deaver come Hercules Poirot sta ad Agatha Christie.
Sono gialli niente male, anche se l’autore fa fare cose un momentino esagerate al suo pupillo: avete presente il tenente Colombo che trova un pacchetto di Minerva con la pubblicità di un locale, va là e trova una che ha un cugino che conosce un tale che non c’entra un cazzo ma lui, alla fine, mette in carpione il malamente?

Ecco, il tenente Colombo è un bambino; Lincoln Rhymes, dal suo letto che sembra preso da Star Trek o a bordo di una super-cazzutissima sedia a rotelle che, in confronto, quella di Stephen Hawking sembra la sedia cagatoria del mio bisnonno, fa delle robe da matti: solitamente, la sua assistente Amelia Sachs
-nel film è Agelina Jolie, se non vi fa schifo…- gli porta la polvere di un’impronta, esaminando la quale lui scopre che contiene alcune molecole di un materiale presente in gran quantità in un certo luogo del Bronx, in cui la bella Amelia trova una scuola dove, sotto ad un banco, rinviene una caccola col DNA tipico dei nomadi dell’Anatolia Centrale, mischiato col DNA di un montone, il che li porta a non cercare una specie di Minotauro ma ad indagare in tutti i Doner Kebab di New York gestiti da Turchi: da lì a fare un culo così al colpevole, è un attimo.

Lincoln ne fa una ancora più bella: si tromba Amelia.
Oddio, diciamo che fornisce la materia prima ad Amelia che si tromba da sola, visto che lui è immobilizzato dal pomo d’Adamo in giù: non sarà il massimo, ma avere Angelina Jolie che ti salta sull’unica cosa che ti funziona… ne vale quasi la pena.
Sesso con la Signora Pitt a parte, Lincoln Rhymes è un personaggio che comincio a sentire vicino, visto che l’unica cosa che potrebbe risolvere il mio problema è un intervento alle cervicali che, se va male il colpo, mi ritrovo come lui.
Facciamo così: io, per adesso, mi tengo il male al braccio ma continuo a fare le scale a due gradini per volta…
Chiusa la divagata.

Quindi, se sto coricato, ok; il problema è quando sto in piedi o seduto non sbragato come un ubriaco, che è un po’ come dire “Mi fa male solo se respiro”…
E qui mi ricollego alla puerpera: su precisa richiesta di chi sta cercando di curarmi con “cosi della chimica” e sedute di agopuntura, passo la giornata a percepire tutti i sintomi e tutti i dolori e dolorini che, ringraziando la Madonna, il braccio mi elargisce, così riesco a descrivere un quadro clinico più completo possibile.

Sono bei momenti.
Bimbi mi guarda con trepidante dolcezza e mi mette una mano sul braccio quando, come una puerpera, le dico “Senti, tira i calci…”; ma può farlo solo nei momenti liberi; sì, perchè lei, in seguito ad una caduta sulle piste da sci, ha una spalla malandata e per un paio di mesi deve fare i suoi esercizi: per consentirglielo, ho modificato un trepiede reggi-canne da pesca, creando una specie di tepee indiano dentro a cui si siede e, grazie ad una carrucola, si tira su il braccio malato con quello sano, così le serate passano in allegria, tra cigolii suoi e bestemmie mie.
Sono bei momenti: più che una colf, dovremmo ingaggiare una suora del Pio Istituto “Beato Giuseppe Cottolengo”.

O forse sarebbe meglio un esorcista: nel mio stato-molto-poco-interessante, temo il momento di un eventuale parto, in cui, più che con un marmocchio urlante in braccio, potrei ritrovarmi con una specie di Alien che mi esce dallo sterno.

Sono bei momenti.

Dottordivago

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Sto scrivendo poco, eh?

Da un po’ di tempo sono nel Girone della Merda: una delle ragioni che mi hanno precipitato in questo limbo maleodorante è il tentativo di aprire la mia esposizione prima di raggiungere l’età pensionabile; faccio un esempio: tempo stimato per passaggio cavo Enel = 2 ore; tempo impiegato = 10 giorni, compreso il taglio di dieci metri di strada, esclusa la riasfaltatura.
Così, tanto per dire…

In più, tra l’altro, ci sarebbe anche da sbrigare il lavoro ordinario.

Infine, come già esposto, negli ultimi 15 giorni il braccio destro si è messo d’impegno per mandarmi al manicomio: per fortuna, se sto coricato, sento solo un discreto fastidio, quindi riesco a dormire; in qualsiasi altra posizione, la sensazione -dalla punta delle dita al collo- è quella di fare l’addestratore di pit-bull, però senza imbottitura.
Precedentemente ho scritto un’ode al Cortisone; contrordine: ‘na pippa mi ha fatto, il Cortisone…
Per darvi un’idea della gravità del mio stato, vi dirò che a casa ho vietato, fino a nuovo ordine, l’uso di pasta lunga, visto che devo mangiare con la sinistra e arrotolare lo spago da mancino è imbarazzante, quindi penne, fusilli o paccheri; giusto in onore di Misterpinna posso tentare con le troffie.

Sempre a proposito della mia limitata produzione letteraria del periodo, ho la sfiga che, purtroppo, la posizione da scrivente, per il mio braccio, è una di quelle peggiori, sopportabile solo nella prima ora dall’assunzione di una roba da tossici che mi consente il gesto fisico ma mi spegne il cervello.
Oddio, non è che, in fase di scrittura, mi sia mai servito più di tanto, il cervello…

C’è un’altra cosa che mi frena: avrei un po’ di magagne cittadine di cui dire peste e corna, ma non me la sento.
Perchè?
Perchè sono un vigliacco.
O meglio, un lacchè di regime.

In un post di maggio, Dottordivago, lacchè di regime, tessevo le lodi del Sindaco Fabbio, consapevole del fatto che a parlar male di un politico si fa sempre bella figura, a lodarlo si passa inesorabilmente per leccaculo.

In quel periodo, il Sindaco ha risolto un problema mio e dei possessori di auto di tutta una via, rimediando alla disattenzione di qualcuno che, in fase di applicazione della delibera, ci aveva escluso dalla possibilità di ottenere -a pagamento, com’è giusto che sia- il permesso di parcheggio riservato ai residenti.
E se detta così non sembra chissà cosa, ribadisco che a me e alla mia rispettabile signora questo suo intervento ha cambiato la vita, e siccome non siamo diversi da molti altri, ritengo che la stessa cosa possa essere confermata da un buon numero di persone.
Esagero? Beh, provate voi a rincasare con già la certezza di non trovare un posto nel raggio di 500 metri, cosa confermata all’arrivo in prossimità delle mura domestiche: in alcuni momenti capivo come è possibile che due persone si ammazzino per un parcheggio; ti ritrovi a girare come un pazzo, prigioniero della tua macchina, con l’unica soluzione di sgonfiarla come un canotto e portarla in casa.

Io ho esposto il problema e il Sindaco l’ha risolto. In due giorni.

Sindaco Fabbio… Piercarlo… posso chiamarti Pier?
No, eh?
Va beh, facciamo così: prima di sbrodolare cazzate su alcune cose che ritengo discutibili, mi riservo di fare una chiacchierata con Lei.

Caro Sindaco, lei mi aveva fatto pervenire il numero della sua segretaria per fissare il ventilato incontro per un caffè ed è solo per colpa mia -e per tutte le sfighe sopra elencate- se la cosa non ha avuto un seguito.
Ora le domando se l’invito è sempre valido -e guardi che se non lo è più, le “lavo il culo” su tutto il web…- così, appena sarò almeno in grado di stringerle la mano, potrò ritirare la documentazione che mi aveva preparato relativamente al Ponte Cittadella e rivolgerle alcune domande su alcune situazioni che ritengo, come minimo, migliorabili, nonchè scroccarle un caffè nel suo uffico, circondato dal profumo del potere…

Non le parlerò di Grandi Sistemi, si tratta di cazzate di cui Lei, forse, non è a conoscenza, esattamente come la questione di casa mia.
Ehhh… se tutti facessero come me…
Io le segnalo il problema e Lei lo risolve: che coppia fantastica!

Ma chi l’ha detto che è difficile governare, eh?…

Dottordivago

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È stato assegnato il Premio Nobel per la Pace al successore di Bush.
Logico.

Per il successore di Berlusconi verrà istituito il Premio Nobel per l’Onestà.
Lapalissiano.

Garantito il Premio Nobel per la Scienza per chi troverà un successore a Berlusconi.
Missione impossibile.

Dottordivago

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Per introdurre il pezzo di oggi, sono andato a cercare un post di quasi un anno fa; in realtà mi servivano le ultime righe, quelle che ho grassettato, però ho scoperto che la parte precedente mi piace molto e, comunque, crea l’atmosfera giusta, quindi la riporto pari pari.
Faceva così.
……………………………………………………………………………………………………………

…Mi scappa di divagare, ma questa volta vi toccherò il cuore: vi riporto in una notte d’estate.

Quante notti d’estate avete avuto?
Io tante, un’infinità.
Quelle notti in cui che tu facessi qualcosa o nulla non cambiava niente; erano lunghissimi momenti di situazioni, di parole, di suoni ovattati e di profumi, in cui tu forse non sapevi ma sentivi che eri nel rosso dell’uovo, come si dice da noi;  momenti in cui la tua vita stava iniziando e l’unica tua certezza era che il futuro avesse in serbo grandi cose, per te, e che il mondo avesse con te un enorme debito, da saldarsi quando tu lo avessi richiesto.
Che poi al tuo fianco ci fosse una ragazza o gli amici, non cambiava niente; l’unica imprescindibile condizione per vivere momenti simili è una ed una sola: essere giovani.
La notte dei “giovani cuori”, quella di Young hearts be free tonight, time is on your side, ha un altro colore; volendo andare nel sottile, mi ricorda il concetto anglosassone e celtico della notte, dolce e complice, così diversa dalla notte cristiana, regno della paura e del peccato.

Poi la giovinezza è relativa, basta non essere corrotti dal contatto con la vita: un decerebrato come me, che ha sempre avuto un culo notevole ed un’ottima qualità della vita, può essere ancora sufficientemente giovane a trentanni; rimanere giovani come intendo io, più a lungo, è comunque dura.

Perchè poi, col tempo, scopri che qualcuno non era proprio così amico, che le sfighe ed i pensieri non toccano solo agli altri e che quella cambiale che tenevi in tasca è inesigibile, il debitore non si trova.
Sei sempre tu, non hai subìto sconvolgimenti e la vita riserva anche cose belle; ma ti lascia un segnetto, magari invisibile: sei come una campana che ha preso un colpetto leggero, ma quella impercettibile crepa non ti fa più vibrare come prima.

Intendiamoci: anche oggi è meraviglioso starsene una notte d’estate a chiacchierare con un amico, guardando le stelle, ma prima o poi finisci per parlare di qualcosa di diverso da allora: non necessariamente argomenti sgradevoli, semplicemente “non come allora”, quando se anche parlavi di un amico morto in un incidente o di un altro che si stava massacrando di eroina, il salmo finiva sempre in gloria, perchè c’erano gli amici e la notte d’estate, e tu eri coglione in modo così sublime che tutto tornava bello in un attimo, anzi, neanche un attimo, perchè l’incantesimo non si spezzava mai, intersecava come un ricamo con un filo d’oro anche la storia più brutta e permeava tutto quanto.

Fateci caso: quei furbacchioni di Aldo, Giovanni e Giacomo, in ogni film, ti buttano lì cinque minuti di notte d’estate con la canzoncina “giusta” di sottofondo.
E funziona, perlomeno con me.

Sarò sincero: non mi riesce sempre ma a volte, magari a letto mentre aspetto che mi venga sonno, penso ad una notte d’estate; non una in particolare, semplicemente penso a certe notti d’estate; non mi viene in mente niente di preciso, ma mi pervade un senso di benessere, magari misto ad un po’ di malinconia, ma quella bella.
Dura una frazione di secondo, ma per quell’attimo io sono lì, sotto le stelle a guardare il futuro ridendo.
Un flash, come un dolcissimo popper.
Sarò scemo, eh?

Faccio uso anche di un’altra droga, e mi succede quasi sempre in macchina -eh, lo so, non dovrei…-; così, all’improvviso, mi viene in mente Bimbi e, per un attimo, sento come un leggero brivido nella schiena e sorrido: mi faccio solo di roba buona, io.

Dunque, la divagata sarebbe finita, ed insieme a lei anche il mio tempo: ne riparliamo alla prossima.
Adesso devo andare di corsa dal mio amico Dado che deve dare un’occhiata al mio braccio destro, non inteso come collaboratore fidato ma come arto, che mi fa un male porco.

Di certe cose, nessuno me ne aveva mai parlato, nelle notti d’estate.
……………………………………………………………………………………………………………..

Questo lo scrivevo il 6 novembre 2008, poi la cosa del braccio peggiorava una cifra ed il 28 novembre, stremato da settimane di dolore bastardissimo, scrivevo Minchia, che male!… di cui riporto solo il link perchè già il titolo la dice lunga.

E mò ci risiamo.
Ma porca di quella puttana, ‘ste cazzo di C5 eC6, non hanno niente di meglio da fare che rovinarmi la vita?

Una settimana fa mi sono svegliato con quello che sembrava un torcicollo; niente di strano; come dicevo al punto 5 del post precedente, non ho un bel rapporto col sonno: digrigno i denti come un peccatore preda dei tormenti in un girone infernale e spesso mi risveglio tutto rotto dopo aver passato la notte rigido e contratto come un epilettico; credo che in alcuni momenti, se mi dessero una coltellata, si spunterebbe il coltello.
Per fortuna non mi agito, così Bimbi può dormire il Sonno del Giusto.

Daltronde è anche vero che “il sonno della Ragione genera mostri”.
Già quando sono sveglio la mia Ragione non è mai “sul Chi va là”, immaginatevi quando dormo: come creatore di mostri, il dottor Frankenstein mi fa una fantasmagorica pippa.

Comunque, dopo un giorno, il presunto torcicollo si sposta nella spalla, il giorno dopo sento un dolorino al braccio.

Mi scappa di divagare: saprete senzaltro che l’olfatto è il senso più antico, quindi più profondo; mi è capitato a volte di sentire un odore e di ricordarmi perfettamente dove l’avevo sentito trentanni prima: anni fa stavo passando davanti ad un portone da cui usciva… l’odore della cucina della mia scuola elementare! 
Cazzo, di colpo mi sono rivisto il corridoio, le finestrone della cucina e Falèdra, la cuoca -và che ricordarsi un nome così…- che ce la metteva tutta per deliziare i giovani palati del Doposcuola.
Altrochè i topi morti degli odierni catering…
A volte, per strada, passo accanto a qualche signorina che usa lo stesso profumo di qualche mia vecchia fiamma: sto con Bimbi da 23 anni, ma in quel momento mi sembra di essere abbracciato con quell’altra…
Va beh, tradire col naso non è grave come farlo col cervello o col pisello, no?Chiusa la divagata.

Ecco, il dolorino al braccio mi ha fatto lo stesso effetto, però molto meno piacevole: ho riconosciuto in modo inequivocabile il dolore dell’anno scorso e mi si è gelata la schiena.
Corro da Dado, l’amico fisiatra, che mi ripropone i farmaci della volta precedente, una serie di anti infiammatori più integratori che servono a tonificare il nervo  compresso da quella troia di un’ernia cervicale dimmerda.
Mi dà anche un anti dolorifico: dosaggio massimo 1000 milligrammi al giorno, dosaggio di prova, consigliato da Dado, 100 milligrammi.
Avete presente un tossico?
Bene, con un decimo del dosaggio massimo, il giorno dopo ero quasi pronto a girare per la città chiedendo un euro ai passanti.
Come dice Dado “Prescrivere dei farmaci a te significa fare brutta figura”, per cui sto aspettando domani, per andare al reparto Medicina del Dolore, come un bambino aspetta la partenza per Gardaland.
In quel posto vedi quelli che soffrono davvero e già ti senti meglio.
Però, con tutto il rispetto per quelli che veramente soffrono, questa pirlata che mi tormenta ce l’ho nella pelle io, e questo particolare me la rende
-egoisticamente- più grave di un’alluvione in Bangladesh che fa mezzo milione di morti. Ve l’ho già detto: song’ ‘o fetente.
Quindi non vedo l’ora che quella dottoressa, come l’anno scorso, mi faccia sette o otto iniezioni -tutte insieme…- in un posto che già mi fa un male porco di suo; pensa bucarlo un tot di volte…

Ma dopo è l’oblio.

In questo caso, amo le donne che mi fanno soffrire

Forse non mi sono spiegato: non si tratta di agopuntura, sto parlando di malefico, chimico e benedetto Cortisone.

Datemi un’overdose di Cortisone e con questo braccio solleverò il mondo.

“E quindi?” direbbe il Cigno, che oggi non ho accompagnato in una delle sue misteriose missioni, causa temporanea invalidità.
Quindi, cosa c’entrano le notti d’estate?

Non c’entrano, ve l’ho detto che mi servivano le ultime righe.
In quelle notti d’estate nulla ti poteva scalfire, eri Sigfrido col giubbotto anti proiettile, l’ultimo pensiero era che nella vita ti toccasse anche soffrire.
Nelle notti d’estate non c’era dolore, il Cortisone te lo autoproducevi, insieme col testosterone.

Invece il titolo di questo post, “Lo sapevo, io…”, è riferito all’unico ed indimenticabile momento di assoluta lucidità che ho avuto nella vita e che mi torna in mente quando le cose non vanno proprio bene bene bene.

Avrò avuto sei o sette anni e solitamente i ricordi di quell’epoca sono una specie di sogno, una sorta di miraggio che appare e scompare.
Questo ricordo, invece, è scolpito nella mia mente come le teste dei Presidenti nella roccia del Mount Rushmore.

Era la vigilia di Natale, mille anni fa.
Ero a casa dei miei nonni, in campagna; fuori nevicava e tutto, ma proprio tutto, era bianco; avevamo finito di cenare ed eravamo seduti davanti al camino, visto che la prima televisione, in quella casa, sarebbe entrata un paio di anni dopo.
Ricordo perfettamente l’eccitazione per la serata che mi aspettava: verso le dieci la costruzione di un mega pupazzo di neve sul sagrato della chiesa, poi una sacrosanta battaglia a palle di neve, poi la messa di mezzanotte in cui io ero la Primadonna, essendo il solista del coro.
Poi una bella dormita ed al risveglio… i regali!
E un paio di settimane senza scuola.

Dai miei nonni, in inverno si cenava presto, alle sette.
Alle otto ero in braccio a mia mamma, davanti al camino; sentivo mia nonna e mia zia che lavavano i piatti, mio nonno e mio padre che chiacchieravano, mia sorella che giocava.
Io pisolavo in braccio a mia mamma e tutto mi arrivava ovattato.
Vi viene in mente una situazione migliore?
Non sforzatevi, vi dico io che non esiste.

In quel delizioso dormiveglia, come un fulmine, mi è balenato un pensiero.
Non era un pensiero da bambino, era un viaggio nel tempo; di colpo, senza sapere spiegare come, ho pensato:

“Goditi questo momento, non ce ne sarà un altro così bello”

Un pensiero lucido, maturo, consapevole, non il pensiero di un bambino felice, per cui quella situazione era il minimo che la vita gli doveva garantire.
Quel momento ce l’ho impresso in testa: mi sono raddrizzato di colpo e mia mamma mi ha domandato: “Vuoi alzarti, gioia?”
Mi sono guardato intorno, ho realizzato che tutto era come doveva essere ed ho ripreso la posizione:

“No, mamma, sto bene qui”.

Dottordivago

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