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Archive for ottobre 2009

Sembra che ‘sto nido di vipere che è il mio braccio destro oggi mi dia un po’ di respiro, quantomeno non mi fa digrignare i denti nella posizione dello scrivente, anzi, del digitante, perchè nella posizione dello scrivente-amanuense mi sembra che un compagnone di giochi, con le sue manone, mi faccia “gli spilli”.
Ve lo ricordate il giochino? Quello che ti torcevano l’avambraccio col movimento di incartare le caramelle? E che, in quel punto, faceva un male bestia?
Bene -bene una sega…- se provo a scrivere a mano, la sensazione è quella, però dalla punta delle dita fino al coppino: sono bei momenti.

Però un minimo di soddisfazione me la dà.
Sia ieri che oggi ho dovuto chiedere se, per favore, i due clienti a cui dovevo “emettere regolare fattura” si fossero compilati l’odiato documento di proprio pugno; lo so, è una sottile crudeltà chiedere ad una persona di scrivere quanto ti deve dare: ti fa sentire un po’ come quei mafiosi che fanno scavare la fossa alla loro prossima vittima.
Spero che i miei clienti abbiano colto il lato umoristico della situazione piuttosto che, giusto per ridere, mi facciano saltare il bonifico…

Bon, e adesso?
Adesso vi dico che mi sono tolto un peso.

Questa mattina – mi son svegliato – o bella ciao – bella ciao – bella ci… scusate, certa roba non è da me: rifaccio.
Stamattina, appena ho aperto gli occhi, il primo pensiero è stato…
Ringo Starr!

Ringo Starr?
Sì, Ringo Starr.
No, dico… vi sembra normale?
Ero francamente preoccupato, ma finora non mi risulta che gli sia successo qualcosa di brutto.
Perchè dico così?
Perchè ho una serie di inquietanti precedenti: prima calo due scartini, poi gioco i carichi.

Fine ottobre 1970: la concessionaria Fiat di Alessandria telefona a casa mia per comunicare che il nuovo gioiello, vanto della tecnologia italiana, una fiammante 128 ordinata da mio padre, è targata e pronta per il ritiro: avevo dieci anni e l’arrivo della nuova auto di famiglia mi mette in agitazione, al punto che la notte seguente faccio un sogno.

Come tutte le domeniche mattina, tutta la famiglia è in macchina per il pranzo dai nonni, a Cuccaro Monferrato, e noi percorriamo il rettilineo che porta fuori città in direzione Asti / Casale; questa strada conduce ad un cavalcavia che consente una buona visuale sulle case sparse di periferia e sui campi circostanti.
E cosa vedo?
Una bisarca carica di auto nuove rovesciata nel campo di fronte allo stabilimento “Mino”; rallentiamo, così ho tempo di vedere che sono tutte 128, miseramente sparse qua e là; ce n’è una in particolare, la più lontana di tutte, con le ruote all’aria; la noto perchè è di quell’orrendo colore ocra che in quegli anni andava alla grande.

Il giorno dopo, appena sveglio, lo racconto a tutta la famiglia, e la cosa suscita solo un “Meno male che la nostra è già arrivata…”.
A mezzogiorno mio padre rincasa con la nuova belva; il mio vicino, proprietario di una seicento, la mangia con gli occhi: “Gran macchina” sentenzia…

Arriva domenica: si parte per il pranzo dai nonni.
Avrete già capito: rettilineo, cavalcavia; nonostante sia domenica, c’è una bisarca rovesciata davanti alla “Mino”, col carico di 128 sparso nel prato.


Ah, dimenticavo: la più lontana è color ocra, con le ruote per aria.

A me gira la testa e ci metto un attimo per realizzare che siamo fermi e che i miei genitori si sono girati a guardarmi con quattro occhi così e che mia sorella, al mio fianco, è appiccicata alla portiera con l’espressione “Quando serve un esorcista, mai che ne trovi uno…”
Riprendiamo il viaggio e l’unica che fiata è mia madre che, con voce falsamente calma, consiglia: “Non diciamolo alla nonna, che si preoccupa…”

Gente, oggi sono l’essere più scettico del mondo e tetragono ad ogni concessione al paranormale, ma faccio un po’ fatica a classificarla come “coincidenza”.
Vabbè, classifichiamola come “X File” e andiamo avanti.

1989.
Le minchiate che oggi leggete a gratis, una volta me le pagavano: in quella primavera collaboravo a “DOC”, con Renzo Arbore.
Partivo il lunedì mattina e mi fiondavo a Roma, per tornare a casa al venerdì sera dopo aver registrato la puntata, per poter stare sabato e domenica con Bimbi; a bordo della “Peggiotta”, una 205 GTI su cui sfogavo l’animo turbotarro “ch’entro mi rugge”, facevo delle tirate suicide che prevedevano l’autostrada alla media dei 190 fino a Livorno, poi, tranne una manciata di chilometri di superstrada, erano 200 e rotti km di Aurelia fino a Civitavecchia, percorsi come O. J. Simpson con mezza pula della California alle calcagna.
Idem al ritorno.

Proprio un venerdì sera, sull’Aurelia, arrivo in prossimità di un dosso che immette in un paesotto, dosso che, come si conviene ad un giovane cretino, prendevo a 150/160 all’ora, così sentivo la Peggiotta che prendeva il volo e le gomme che fischiavano all’atterraggio…
Quella sera stavo per fare la stessa cosa, che era uno dei momenti più divertenti del viaggio, quando sento come un brivido ed alzo il piede, anzi, freno proprio; sto per darmi del pirla quando, in cima al dosso, vedo, 50 metri dopo, un TIR di traverso che cercava di immettersi da una stradina laterale.
Tiro la madre di tutte le inchiodate e mi fermo a due metri dal bestione: alla consueta velocità mi ci sarei infilato sotto, cosa che fa male dall’attaccatura dei capelli al pisello.

Diciamo un “Mah…” e proseguiamo?
Proseguiamo, anzi, torniamo indietro e giochiamo i carichi.

25 0ttobre 1973: apro gli occhi e il primo pensiero è… Abebe Bikila.
L’avevo sentito citare qualche volta al telegiornale in quanto vincitore della maratona alle Olimpiadi di Roma del ’60, nessun altro legame particolare.
Resta il fatto che è il mio primo pensiero e, stranamente, mi ritorna in mente alcune volte nel corso della mattinata, poi me ne scordo.
Fino a sera, quando al telegiornale annunciano “un grave lutto per lo sport”: è morto Abebe Bikila.

Me ne sono stato zitto.

Tre giorni dopo, 28 ottobre: mi sveglio con in testa la filastrocca “Qui comincia l’avventura del Signor Bonaventura…” intervallata al nome dell’autore, Sergio Tofano, poi ancora la filastrocca ed il nome, ogni tanto, per mezza mattinata.
Devo spiegare ai giovinastri, a cui questo nome non dice assolutamente nulla, che a quei tempi “STO” era molto famoso in quanto padre del “Signor Bonaventura”, personaggio che interpretava ancora alla “TV dei Ragazzi” nonostante avesse l’età di Noè.

Quella sera: telegiornale, “lutto per il mondo dello spettacolo”, Sergio Tofano.
Occazzo…
Mmm, se me ne ristò zitto è meglio.

Poi anni ed anni in cui il mio lato oscuro se ne sta buono, fino a stamattina, quando ho temuto di aver segato uno dei rimanenti due dei Beatles; il periodo è quello giusto, la fine di ottobre, con Halloween alle porte…
Ma, al momento, sembra un falso allarme.

Potete dirmi tutto ciò che volete, ma ho già provato, negli anni, a darmi tutte le possibili spiegazioni ed interpretazioni.

Dite quello che volete, ma non fatemi incazzare:

non vorrei svegliarmi una di queste mattine col vostro nome stampato nel cervello…

Dottordivago

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Bentornato, Diego!

cesto18k

Il cesto d’ordinanza, questa volta, non è un “benvenuto” ma, come si evince dal titolo, è un “bentornato”.

Il buon Dieguito è stato, cronologicamente parlando, il secondo commentatore di questo blog, dopo Paz.
E Paz non conta: l’ho cercato io.
Appena ho scritto il primo post, nel novembre 2007, ho provato a fare la ricerca “ilpandadevemorire” su Google, giusto per vedere se ‘sto mostro globale (Google, non Paz…) sapeva che esistevo; e mi compare un post di Paz, in cui leggo una sorta di “panda-pensiero”, che coincideva al 90% con quanto io andavo dicendo da una vita ma che non avevo ancora scritto.

Ho un passato da autore televisivo ed il plagio è sempre stato la cosa che più mi faceva incazzare, per cui scrivo a Paz ed esordisco con “Chi sei, Paz? Mi conosci? Ti conosco? Se hai già sentito da me la filippica sul panda e la spacci per roba tua, sei un poveraccio…” e avanti su quel genere.
No, non ci conoscevamo, ma la pensavamo allo stesso modo.
Sempre in quel periodo scopro che un cabarettista romano, di cui ho dimenticato il nome, presentava un monologo sul panda in cui sosteneva che tutta la faccenda del pericolo di estinzione serve solo per vendere i panda della Trudy.

E poi arriva il Diegoviola, senza che nessuno lo cercasse, quindi è virtualmente il mio primo commentatore.
Amore sbocciato e brutalmente troncato dal trasloco del buon Dieguito il quale, proprio nel periodo della polemica sui “bamboccioni”, ha pensato bene di abbandonare il tetto paterno e di spiegare le ali nel cielo degli “affittasi ammobiliato”.
O “affittasi libero”.
O, se le sostenze lo consentono, nel ben più ampio cielo del “vendesi”.

Ok, bel gesto: Totò cantava “Quando hai ventanni ti ci vuole la mugliera” ma, senza arrivare a tanto, a trentanni è una figata poter decidere di lasciare dove ti pare calzini, panini morsicati o concubine.
Me lo vedo, l’uomo, soddisfatto come Francesco Mulè nella pubblicità della Peroni di quarantanni fa: “Ho tutto, cibi sani, aria buona… e cosa mi manca?”
Poi scoppiava a piangere perchè gli mancava la Peroni.
Ma la provvidenza si materializzava nelle sembianze di Solvy Stubing, prima ed indimenticata “Bionda Peroni” della storia, che gli sussurrava “Chiamami Peroni, sarò la tua birra”.

A Dieguito mancava una connessione ADSL.
Ma la vita non è Carosello, così il nostro amico ha dovuto aspettare che la sua zona fosse coperta dal servizio o che fosse un po’ più coperto il conto corrente: una delle due.

Ed ora… eccolo qua.
E siccome è rimasto indietro un anno e mezzo, ci sta dando dentro a cottimo per portarsi pari col programma.
Bentornato, Diego, è davvero un piacere.
Ti giuro che in questo periodo ho i minuti contati e la mia produzione letteraria ne soffre pesantemente, ma non mi potevo esimere dal mettere giù due righe.

Prometto a te e a tutti quanti -caso mai potesse interessare- che appena sarà andata in porto l’Operazione Negozio Nuovo, rimetterò in moto la macchina delle minchiate.

Ed il “bentornato” me lo darò da solo.

Dottordivago

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No, dico… i commenti al post precedente… o mi volete un mucchio di bene o mi considerate più pirla di quanto già sia o -proprio a causa dell’apprensione- il cervello vi è andato per funghi.

Grazie per i consigli medici ma con quella di stamattina siamo alla terza infiltrazione dalla mia amica Gabriella, donna strordinaria nonchè comproprietaria del bastardino citato da Pinesco; stavolta trattasi di infiltrazione mirata in un punto solo ed in quantitativo tale che ho una specie di gobbetta sulla spalla che col tempo si assorbirà e quasi mi dispiace, perchè c’è un mucchio di gente che me la tocca e poi va a giocare a Winforlaif.

Le altre volte le iniezioni erano otto o dieci, a raffica, che sommate a due sedute di agopuntura e ad un paio di occasioni in cui mi sono offerto come pupazzo per un corso di voodoo, fanno sì che, se mai un calcolino mi intasasse il pipino, comincerei a schizzare dalla schiena come la fontana di piazza De Ferrari a Genova.

Poi, relativamente al programma di riconoscimento vocale, sì che sono indietro come le balle del cane ma saltuariamente leggo Focus e non mi perdo un “Forse non tutti sanno che…” e “Strano ma vero” sulla Settimana Enigmistica, quindi sono al corrente che esiste.
E al solo pensiero di doverlo usare, a furia di toccarmi lì, mi scolorisco i pantaloni sul pacco come i jeans dei tarri anni ’70

Per fortuna non ne ho bisogno ma ringrazio gli amici che me l’hanno segnalato e a tutti i miei Andreini dedico loro questo vecchio post.

Vi abbraccio tutti.

Dottordivago

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No, non si tratta di Bimbi: sto parlando per me.
E ancora no: nessuno mi ha riempito come un agnolotto.

Però, nonostante la mia ben nota idiosincrasia per l’argomento “bambini”, sto vivendo un periodo da puerpera, figura con la quale sto condividendo emozioni, sensazioni, paure e speranze.

Vi ho già fatto due coglioni così con la storia del mio braccio che mi ha rovinato tutto novembre 2008 e mi sta concedendo il bis per questo mese di ottobre; qualcuno mi domanderà: “Ma non riesci proprio a pensare ad altro?”.

No, non ci riesco.
Ogni trenta secondi mi prendono delle fitte bastardissime e, anche se sono uno distratto, tra una e l’altra non riesco proprio a dimenticarmene: è come vivere con un post-it ad una spanna dal naso.
L’unico modo per non sentire un branco di iene che mi rosicchiano il braccio è stendermi, il che mi scarica le cervicali dal peso della colombarda: ahhh…. che sollievo…
Ora ho scoperto che anche solo stando seduto all’indietro -ma direi, piuttosto, semi-sdraiato…- l’effetto è molto simile.

Ocio!… Mi scappa di divagare.
Certo, questa posizione non è il massimo per fare progetti, preventivi, conti o scrivere al computer, però è sempre meglio che andare al manicomio.
Il fatto è che dovrei farmi un supporto per tenere la tastiera sulla pancia, visto che sto scrivendo a braccia distese e che, più che un blogger, sembro Nuvolari al vecchio Nurburgring.

Esisterebbe la possibilità di dettare a qualcuno le mie minchiate ma il progetto si scontra con i tempi, che diventerebbero bibblici, visto che, ogni tre parole, il poveraccio in questione mi guarderebbe con dipinta sul volto l’espressione “Ma che cazzo dici…?”.

Voi, che siete più tecnologici, sapreste scaricare un programma di scrittura a riconoscimento vocale, se si chiama così quella roba che tu dici e la macchina scrive, dimostrando come l’intelligenza artificiale possa essere superiore alla mente, almeno nel mio caso…
Dovrei fare come Lincoln Rhymes.
Per chi non lo conoscesse, è il personaggio interpretato da Denzel Washington ne “Il collezionista d’ossa”, colui che sta a Jeffery Deaver come Hercules Poirot sta ad Agatha Christie.
Sono gialli niente male, anche se l’autore fa fare cose un momentino esagerate al suo pupillo: avete presente il tenente Colombo che trova un pacchetto di Minerva con la pubblicità di un locale, va là e trova una che ha un cugino che conosce un tale che non c’entra un cazzo ma lui, alla fine, mette in carpione il malamente?

Ecco, il tenente Colombo è un bambino; Lincoln Rhymes, dal suo letto che sembra preso da Star Trek o a bordo di una super-cazzutissima sedia a rotelle che, in confronto, quella di Stephen Hawking sembra la sedia cagatoria del mio bisnonno, fa delle robe da matti: solitamente, la sua assistente Amelia Sachs
-nel film è Agelina Jolie, se non vi fa schifo…- gli porta la polvere di un’impronta, esaminando la quale lui scopre che contiene alcune molecole di un materiale presente in gran quantità in un certo luogo del Bronx, in cui la bella Amelia trova una scuola dove, sotto ad un banco, rinviene una caccola col DNA tipico dei nomadi dell’Anatolia Centrale, mischiato col DNA di un montone, il che li porta a non cercare una specie di Minotauro ma ad indagare in tutti i Doner Kebab di New York gestiti da Turchi: da lì a fare un culo così al colpevole, è un attimo.

Lincoln ne fa una ancora più bella: si tromba Amelia.
Oddio, diciamo che fornisce la materia prima ad Amelia che si tromba da sola, visto che lui è immobilizzato dal pomo d’Adamo in giù: non sarà il massimo, ma avere Angelina Jolie che ti salta sull’unica cosa che ti funziona… ne vale quasi la pena.
Sesso con la Signora Pitt a parte, Lincoln Rhymes è un personaggio che comincio a sentire vicino, visto che l’unica cosa che potrebbe risolvere il mio problema è un intervento alle cervicali che, se va male il colpo, mi ritrovo come lui.
Facciamo così: io, per adesso, mi tengo il male al braccio ma continuo a fare le scale a due gradini per volta…
Chiusa la divagata.

Quindi, se sto coricato, ok; il problema è quando sto in piedi o seduto non sbragato come un ubriaco, che è un po’ come dire “Mi fa male solo se respiro”…
E qui mi ricollego alla puerpera: su precisa richiesta di chi sta cercando di curarmi con “cosi della chimica” e sedute di agopuntura, passo la giornata a percepire tutti i sintomi e tutti i dolori e dolorini che, ringraziando la Madonna, il braccio mi elargisce, così riesco a descrivere un quadro clinico più completo possibile.

Sono bei momenti.
Bimbi mi guarda con trepidante dolcezza e mi mette una mano sul braccio quando, come una puerpera, le dico “Senti, tira i calci…”; ma può farlo solo nei momenti liberi; sì, perchè lei, in seguito ad una caduta sulle piste da sci, ha una spalla malandata e per un paio di mesi deve fare i suoi esercizi: per consentirglielo, ho modificato un trepiede reggi-canne da pesca, creando una specie di tepee indiano dentro a cui si siede e, grazie ad una carrucola, si tira su il braccio malato con quello sano, così le serate passano in allegria, tra cigolii suoi e bestemmie mie.
Sono bei momenti: più che una colf, dovremmo ingaggiare una suora del Pio Istituto “Beato Giuseppe Cottolengo”.

O forse sarebbe meglio un esorcista: nel mio stato-molto-poco-interessante, temo il momento di un eventuale parto, in cui, più che con un marmocchio urlante in braccio, potrei ritrovarmi con una specie di Alien che mi esce dallo sterno.

Sono bei momenti.

Dottordivago

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Sto scrivendo poco, eh?

Da un po’ di tempo sono nel Girone della Merda: una delle ragioni che mi hanno precipitato in questo limbo maleodorante è il tentativo di aprire la mia esposizione prima di raggiungere l’età pensionabile; faccio un esempio: tempo stimato per passaggio cavo Enel = 2 ore; tempo impiegato = 10 giorni, compreso il taglio di dieci metri di strada, esclusa la riasfaltatura.
Così, tanto per dire…

In più, tra l’altro, ci sarebbe anche da sbrigare il lavoro ordinario.

Infine, come già esposto, negli ultimi 15 giorni il braccio destro si è messo d’impegno per mandarmi al manicomio: per fortuna, se sto coricato, sento solo un discreto fastidio, quindi riesco a dormire; in qualsiasi altra posizione, la sensazione -dalla punta delle dita al collo- è quella di fare l’addestratore di pit-bull, però senza imbottitura.
Precedentemente ho scritto un’ode al Cortisone; contrordine: ‘na pippa mi ha fatto, il Cortisone…
Per darvi un’idea della gravità del mio stato, vi dirò che a casa ho vietato, fino a nuovo ordine, l’uso di pasta lunga, visto che devo mangiare con la sinistra e arrotolare lo spago da mancino è imbarazzante, quindi penne, fusilli o paccheri; giusto in onore di Misterpinna posso tentare con le troffie.

Sempre a proposito della mia limitata produzione letteraria del periodo, ho la sfiga che, purtroppo, la posizione da scrivente, per il mio braccio, è una di quelle peggiori, sopportabile solo nella prima ora dall’assunzione di una roba da tossici che mi consente il gesto fisico ma mi spegne il cervello.
Oddio, non è che, in fase di scrittura, mi sia mai servito più di tanto, il cervello…

C’è un’altra cosa che mi frena: avrei un po’ di magagne cittadine di cui dire peste e corna, ma non me la sento.
Perchè?
Perchè sono un vigliacco.
O meglio, un lacchè di regime.

In un post di maggio, Dottordivago, lacchè di regime, tessevo le lodi del Sindaco Fabbio, consapevole del fatto che a parlar male di un politico si fa sempre bella figura, a lodarlo si passa inesorabilmente per leccaculo.

In quel periodo, il Sindaco ha risolto un problema mio e dei possessori di auto di tutta una via, rimediando alla disattenzione di qualcuno che, in fase di applicazione della delibera, ci aveva escluso dalla possibilità di ottenere -a pagamento, com’è giusto che sia- il permesso di parcheggio riservato ai residenti.
E se detta così non sembra chissà cosa, ribadisco che a me e alla mia rispettabile signora questo suo intervento ha cambiato la vita, e siccome non siamo diversi da molti altri, ritengo che la stessa cosa possa essere confermata da un buon numero di persone.
Esagero? Beh, provate voi a rincasare con già la certezza di non trovare un posto nel raggio di 500 metri, cosa confermata all’arrivo in prossimità delle mura domestiche: in alcuni momenti capivo come è possibile che due persone si ammazzino per un parcheggio; ti ritrovi a girare come un pazzo, prigioniero della tua macchina, con l’unica soluzione di sgonfiarla come un canotto e portarla in casa.

Io ho esposto il problema e il Sindaco l’ha risolto. In due giorni.

Sindaco Fabbio… Piercarlo… posso chiamarti Pier?
No, eh?
Va beh, facciamo così: prima di sbrodolare cazzate su alcune cose che ritengo discutibili, mi riservo di fare una chiacchierata con Lei.

Caro Sindaco, lei mi aveva fatto pervenire il numero della sua segretaria per fissare il ventilato incontro per un caffè ed è solo per colpa mia -e per tutte le sfighe sopra elencate- se la cosa non ha avuto un seguito.
Ora le domando se l’invito è sempre valido -e guardi che se non lo è più, le “lavo il culo” su tutto il web…- così, appena sarò almeno in grado di stringerle la mano, potrò ritirare la documentazione che mi aveva preparato relativamente al Ponte Cittadella e rivolgerle alcune domande su alcune situazioni che ritengo, come minimo, migliorabili, nonchè scroccarle un caffè nel suo uffico, circondato dal profumo del potere…

Non le parlerò di Grandi Sistemi, si tratta di cazzate di cui Lei, forse, non è a conoscenza, esattamente come la questione di casa mia.
Ehhh… se tutti facessero come me…
Io le segnalo il problema e Lei lo risolve: che coppia fantastica!

Ma chi l’ha detto che è difficile governare, eh?…

Dottordivago

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È stato assegnato il Premio Nobel per la Pace al successore di Bush.
Logico.

Per il successore di Berlusconi verrà istituito il Premio Nobel per l’Onestà.
Lapalissiano.

Garantito il Premio Nobel per la Scienza per chi troverà un successore a Berlusconi.
Missione impossibile.

Dottordivago

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Per introdurre il pezzo di oggi, sono andato a cercare un post di quasi un anno fa; in realtà mi servivano le ultime righe, quelle che ho grassettato, però ho scoperto che la parte precedente mi piace molto e, comunque, crea l’atmosfera giusta, quindi la riporto pari pari.
Faceva così.
……………………………………………………………………………………………………………

…Mi scappa di divagare, ma questa volta vi toccherò il cuore: vi riporto in una notte d’estate.

Quante notti d’estate avete avuto?
Io tante, un’infinità.
Quelle notti in cui che tu facessi qualcosa o nulla non cambiava niente; erano lunghissimi momenti di situazioni, di parole, di suoni ovattati e di profumi, in cui tu forse non sapevi ma sentivi che eri nel rosso dell’uovo, come si dice da noi;  momenti in cui la tua vita stava iniziando e l’unica tua certezza era che il futuro avesse in serbo grandi cose, per te, e che il mondo avesse con te un enorme debito, da saldarsi quando tu lo avessi richiesto.
Che poi al tuo fianco ci fosse una ragazza o gli amici, non cambiava niente; l’unica imprescindibile condizione per vivere momenti simili è una ed una sola: essere giovani.
La notte dei “giovani cuori”, quella di Young hearts be free tonight, time is on your side, ha un altro colore; volendo andare nel sottile, mi ricorda il concetto anglosassone e celtico della notte, dolce e complice, così diversa dalla notte cristiana, regno della paura e del peccato.

Poi la giovinezza è relativa, basta non essere corrotti dal contatto con la vita: un decerebrato come me, che ha sempre avuto un culo notevole ed un’ottima qualità della vita, può essere ancora sufficientemente giovane a trentanni; rimanere giovani come intendo io, più a lungo, è comunque dura.

Perchè poi, col tempo, scopri che qualcuno non era proprio così amico, che le sfighe ed i pensieri non toccano solo agli altri e che quella cambiale che tenevi in tasca è inesigibile, il debitore non si trova.
Sei sempre tu, non hai subìto sconvolgimenti e la vita riserva anche cose belle; ma ti lascia un segnetto, magari invisibile: sei come una campana che ha preso un colpetto leggero, ma quella impercettibile crepa non ti fa più vibrare come prima.

Intendiamoci: anche oggi è meraviglioso starsene una notte d’estate a chiacchierare con un amico, guardando le stelle, ma prima o poi finisci per parlare di qualcosa di diverso da allora: non necessariamente argomenti sgradevoli, semplicemente “non come allora”, quando se anche parlavi di un amico morto in un incidente o di un altro che si stava massacrando di eroina, il salmo finiva sempre in gloria, perchè c’erano gli amici e la notte d’estate, e tu eri coglione in modo così sublime che tutto tornava bello in un attimo, anzi, neanche un attimo, perchè l’incantesimo non si spezzava mai, intersecava come un ricamo con un filo d’oro anche la storia più brutta e permeava tutto quanto.

Fateci caso: quei furbacchioni di Aldo, Giovanni e Giacomo, in ogni film, ti buttano lì cinque minuti di notte d’estate con la canzoncina “giusta” di sottofondo.
E funziona, perlomeno con me.

Sarò sincero: non mi riesce sempre ma a volte, magari a letto mentre aspetto che mi venga sonno, penso ad una notte d’estate; non una in particolare, semplicemente penso a certe notti d’estate; non mi viene in mente niente di preciso, ma mi pervade un senso di benessere, magari misto ad un po’ di malinconia, ma quella bella.
Dura una frazione di secondo, ma per quell’attimo io sono lì, sotto le stelle a guardare il futuro ridendo.
Un flash, come un dolcissimo popper.
Sarò scemo, eh?

Faccio uso anche di un’altra droga, e mi succede quasi sempre in macchina -eh, lo so, non dovrei…-; così, all’improvviso, mi viene in mente Bimbi e, per un attimo, sento come un leggero brivido nella schiena e sorrido: mi faccio solo di roba buona, io.

Dunque, la divagata sarebbe finita, ed insieme a lei anche il mio tempo: ne riparliamo alla prossima.
Adesso devo andare di corsa dal mio amico Dado che deve dare un’occhiata al mio braccio destro, non inteso come collaboratore fidato ma come arto, che mi fa un male porco.

Di certe cose, nessuno me ne aveva mai parlato, nelle notti d’estate.
……………………………………………………………………………………………………………..

Questo lo scrivevo il 6 novembre 2008, poi la cosa del braccio peggiorava una cifra ed il 28 novembre, stremato da settimane di dolore bastardissimo, scrivevo Minchia, che male!… di cui riporto solo il link perchè già il titolo la dice lunga.

E mò ci risiamo.
Ma porca di quella puttana, ‘ste cazzo di C5 eC6, non hanno niente di meglio da fare che rovinarmi la vita?

Una settimana fa mi sono svegliato con quello che sembrava un torcicollo; niente di strano; come dicevo al punto 5 del post precedente, non ho un bel rapporto col sonno: digrigno i denti come un peccatore preda dei tormenti in un girone infernale e spesso mi risveglio tutto rotto dopo aver passato la notte rigido e contratto come un epilettico; credo che in alcuni momenti, se mi dessero una coltellata, si spunterebbe il coltello.
Per fortuna non mi agito, così Bimbi può dormire il Sonno del Giusto.

Daltronde è anche vero che “il sonno della Ragione genera mostri”.
Già quando sono sveglio la mia Ragione non è mai “sul Chi va là”, immaginatevi quando dormo: come creatore di mostri, il dottor Frankenstein mi fa una fantasmagorica pippa.

Comunque, dopo un giorno, il presunto torcicollo si sposta nella spalla, il giorno dopo sento un dolorino al braccio.

Mi scappa di divagare: saprete senzaltro che l’olfatto è il senso più antico, quindi più profondo; mi è capitato a volte di sentire un odore e di ricordarmi perfettamente dove l’avevo sentito trentanni prima: anni fa stavo passando davanti ad un portone da cui usciva… l’odore della cucina della mia scuola elementare! 
Cazzo, di colpo mi sono rivisto il corridoio, le finestrone della cucina e Falèdra, la cuoca -và che ricordarsi un nome così…- che ce la metteva tutta per deliziare i giovani palati del Doposcuola.
Altrochè i topi morti degli odierni catering…
A volte, per strada, passo accanto a qualche signorina che usa lo stesso profumo di qualche mia vecchia fiamma: sto con Bimbi da 23 anni, ma in quel momento mi sembra di essere abbracciato con quell’altra…
Va beh, tradire col naso non è grave come farlo col cervello o col pisello, no?Chiusa la divagata.

Ecco, il dolorino al braccio mi ha fatto lo stesso effetto, però molto meno piacevole: ho riconosciuto in modo inequivocabile il dolore dell’anno scorso e mi si è gelata la schiena.
Corro da Dado, l’amico fisiatra, che mi ripropone i farmaci della volta precedente, una serie di anti infiammatori più integratori che servono a tonificare il nervo  compresso da quella troia di un’ernia cervicale dimmerda.
Mi dà anche un anti dolorifico: dosaggio massimo 1000 milligrammi al giorno, dosaggio di prova, consigliato da Dado, 100 milligrammi.
Avete presente un tossico?
Bene, con un decimo del dosaggio massimo, il giorno dopo ero quasi pronto a girare per la città chiedendo un euro ai passanti.
Come dice Dado “Prescrivere dei farmaci a te significa fare brutta figura”, per cui sto aspettando domani, per andare al reparto Medicina del Dolore, come un bambino aspetta la partenza per Gardaland.
In quel posto vedi quelli che soffrono davvero e già ti senti meglio.
Però, con tutto il rispetto per quelli che veramente soffrono, questa pirlata che mi tormenta ce l’ho nella pelle io, e questo particolare me la rende
-egoisticamente- più grave di un’alluvione in Bangladesh che fa mezzo milione di morti. Ve l’ho già detto: song’ ‘o fetente.
Quindi non vedo l’ora che quella dottoressa, come l’anno scorso, mi faccia sette o otto iniezioni -tutte insieme…- in un posto che già mi fa un male porco di suo; pensa bucarlo un tot di volte…

Ma dopo è l’oblio.

In questo caso, amo le donne che mi fanno soffrire

Forse non mi sono spiegato: non si tratta di agopuntura, sto parlando di malefico, chimico e benedetto Cortisone.

Datemi un’overdose di Cortisone e con questo braccio solleverò il mondo.

“E quindi?” direbbe il Cigno, che oggi non ho accompagnato in una delle sue misteriose missioni, causa temporanea invalidità.
Quindi, cosa c’entrano le notti d’estate?

Non c’entrano, ve l’ho detto che mi servivano le ultime righe.
In quelle notti d’estate nulla ti poteva scalfire, eri Sigfrido col giubbotto anti proiettile, l’ultimo pensiero era che nella vita ti toccasse anche soffrire.
Nelle notti d’estate non c’era dolore, il Cortisone te lo autoproducevi, insieme col testosterone.

Invece il titolo di questo post, “Lo sapevo, io…”, è riferito all’unico ed indimenticabile momento di assoluta lucidità che ho avuto nella vita e che mi torna in mente quando le cose non vanno proprio bene bene bene.

Avrò avuto sei o sette anni e solitamente i ricordi di quell’epoca sono una specie di sogno, una sorta di miraggio che appare e scompare.
Questo ricordo, invece, è scolpito nella mia mente come le teste dei Presidenti nella roccia del Mount Rushmore.

Era la vigilia di Natale, mille anni fa.
Ero a casa dei miei nonni, in campagna; fuori nevicava e tutto, ma proprio tutto, era bianco; avevamo finito di cenare ed eravamo seduti davanti al camino, visto che la prima televisione, in quella casa, sarebbe entrata un paio di anni dopo.
Ricordo perfettamente l’eccitazione per la serata che mi aspettava: verso le dieci la costruzione di un mega pupazzo di neve sul sagrato della chiesa, poi una sacrosanta battaglia a palle di neve, poi la messa di mezzanotte in cui io ero la Primadonna, essendo il solista del coro.
Poi una bella dormita ed al risveglio… i regali!
E un paio di settimane senza scuola.

Dai miei nonni, in inverno si cenava presto, alle sette.
Alle otto ero in braccio a mia mamma, davanti al camino; sentivo mia nonna e mia zia che lavavano i piatti, mio nonno e mio padre che chiacchieravano, mia sorella che giocava.
Io pisolavo in braccio a mia mamma e tutto mi arrivava ovattato.
Vi viene in mente una situazione migliore?
Non sforzatevi, vi dico io che non esiste.

In quel delizioso dormiveglia, come un fulmine, mi è balenato un pensiero.
Non era un pensiero da bambino, era un viaggio nel tempo; di colpo, senza sapere spiegare come, ho pensato:

“Goditi questo momento, non ce ne sarà un altro così bello”

Un pensiero lucido, maturo, consapevole, non il pensiero di un bambino felice, per cui quella situazione era il minimo che la vita gli doveva garantire.
Quel momento ce l’ho impresso in testa: mi sono raddrizzato di colpo e mia mamma mi ha domandato: “Vuoi alzarti, gioia?”
Mi sono guardato intorno, ho realizzato che tutto era come doveva essere ed ho ripreso la posizione:

“No, mamma, sto bene qui”.

Dottordivago

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Gioco di sponda

ISTRUZIONI PER L’USO

È con piacere che faccio da sponda all’amico Folco che vuole mettere in rete una serie di “cose baletiane”, non pubblicabili sulla relativa pagina di Feisbuk causa mole non accettata dal colosso di Palo Alto.
Si tratta del “verbale” di una serata dedicata al mito “Baleta”, compresa scaletta degli interventi e storia di Baleta dal 1929 al 1991.
Detto questo, diventa pleonastico avvisare i miei lettori non baletiani, sparsi per l’Italia e per tutto il mondo, che la lettura di quanto segue potrebbe essere anche interessante ma ho più il sospetto che possa rivelarsi ciò che sarebbe per il sottoscritto una serata dedicata alla filatelia, al jazz o al tango argentino, cioè un fantasmagorico dito nel culo.
Bene, è ora che la mia sublime vena poetica lasci spazio alla prosa di Folco.
Buona lettura.

Metto on line le parole pronunciate da Gino Gemme a una riunione organizzata, all’ hotel Marengo di Spinetta il giorno 07 novembre 2007 in collaborazione tra i club Lyons e Rotary di Alessandria, da vecchi baletiani e che Gino mi ha autorizzato a rendere pubbliche.

Io avevo presentato l’incontro in questo modo:

PROLOGO DI FOLCO

La “Serata BALETA” nasce dalla nostalgia di alcuni come me, vecchio baletiano e quindi diretto spettatore degli eventi, desiderosi di rispolverare i ricordi felici di un’era che ha visto la fine ormai da 15 anni: dal settembre 1991 il locale è infatti definitivamente chiuso o meglio spento come si sarebbe detto nel gergo del bar.

La proposta dell’incontro è stata subito accolta con favore dai Club Lyons e Rotary presenti qui stasera, che annoverano tra i Soci molti ex frequentatori, vogliosi di rivivere il mito baletiano.

La riunione ha tuttavia anche lo scopo di far conoscere, a coloro che ne hanno solamente sentito parlare, la singolare storia del locale illustrando uno stile di vita e più largamente modi di aggregazione interpersonale tipicamente alessandrini rimasti inalterati attraverso sei decenni.

Gli episodi legati alla storia di Baleta sono numerosissimi e stasera volutamente non espressi per privilegiare un racconto di eventi, non privi di un significato simbolico dovendo abbracciare un periodo protrattosi per 60 anni riferito a un’intera comunità.

Al fine di rispettare i tempi previsti, la serata prevede 3 momenti che si integrano e interagiscono in contemporanea:

1. il racconto del cantastorie Gino Gemme, coadiuvato a tratti dalle voci degli affezionati baletiani Carlo Piacentini e Paolo Pasquale;

2. le canzoni, parti fondamentali della narrazione eseguite dal duo Solio-Rangone su motivi delle varie epoche, parodiate da Gino, ad eccezione dell’unica, con testo dialettale, scritto da Gianni Fozzi e musicata da Gianni Coscia;

3. le 130 immagini proiettate sullo schermo che scorreranno in continuo almeno 3 volte.

Per quanto riguarda queste ultime è importante sapere che molte sono scampate all’alluvione del 1994 che ha spazzato molti cimeli di Baleta custoditi nell’immobile, alcune sono state fornite da baletiani e dalle loro famiglie ed alcune provengono dall’archivio di proprietà del dott. Giorgio Capra mente storica dell’A.G.A., la mitica ASSOCIAZIONE GOLIARDICA ALESSANDRINA.

I disegni e i collages sono frutto delle mani “fatate” di Gino.

Per quanto riguarda la visione consiglio a tutti di non lasciarsi distrarre dalla proiezione ma di seguire il filo logico della narrazione. Le immagini verranno riproposte in sequenza continua ed eventualmente, se qualche innamorato dell’alba presente in sala vorrà fare tardi, esse saranno commentate da Gino con i nominativi dei personaggi immortalati. A questo proposito vi svelo che le prime tre ritraggono “Baleta” giovane.

Io mi sento di dire e spero, che quello di stasera sia un prologo, un assaggio di altre riunioni che potranno essere organizzate in futuro mediante una ricerca di documenti, di oggetti, di racconti, di filmati, riscoperti tramite la collaborazione di tutti i baletiani che alla fine della serata, ne sono sicuro, proveranno molta nostalgia ma saranno felici di aver rinverdito i loro ricordi.

Lancio un messaggio anche ai figli: fate rivivere i fasti del “Teatrino di Baleta”.

Chi vuol esser lieto sia.

Leggete, ricordate e scrivete i vostri commenti.

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Mi ha fatto molto piacere l’invito avanzato dall’Avv. Perrone prima, dal dott. Ricagni, dal dott. Demartini e dalla dr.ssa Bulla poi, che mi dà la possibilità di dedicare alcuni pensieri e considerazioni a tutti i presenti e a quegli amici della giovinezza che allora avevano 20 anni.

Perché l’incontro?

Per convincerci che, rispolverando quella remota stagione, potremo riviverla e ricordarci che memoria ed amicizia sono le armi per far sopravvivere la giovinezza consapevoli che spesso, nel ricordare il passato, si rischia di rimanere invischiati nella melassa del patetico.

Ma non penso sia il nostro caso: “Baleta”, consentitemelo, per Alessandria è stato un trapano che ha forato il muro di un’epoca.

E allora, gli organizzatori mi permettono, con questa serata, di ricordare alla “crema della crema” alessandrina seduta di fronte a me (che ossequio) il Bar degli Studenti che ormai da quindici anni ha chiuso i suoi gloriosi battenti.

Con gli appunti che ho scritto abbozzerò una breve storia del bar, e tutti insieme festeggeremo, spero divertendoci, ricordando persone simpatiche in un contesto che per allegria dovrebbe ricondurci nel clima di quel felice periodo.

E poiché credo che il modo migliore per trasformare la parola scritta in immagine sia quello di usare la mediazione musicale, sentirete Franco Rangone e Domenico Solio cantare la storia di quel mitico luogo.

P R O L O G O:

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(alias Gemme Carlo)

Ma come è nato questo Baleta, in questa terra schiva e chiusa, dove il grigio non è solo il colore delle maglie della squadra locale ?

Era l’accesso a un grosso salone, sorretto da 4 grosse piglie in granito rosa, in fondo ad un cortile in pieno centro città a 2 passi da Piazzetta della Lega.

5 biliardi e 15 tavoli intorno al bancone.

Un proprietario giovane e scattante, simpatico e saggio.

Gli studenti dell’istituto e del liceo che facevano da cornice a questo interno, incredibile e straordinario.

Baleta è nato così.

Difficile riassumere in poche battute 60 anni di attività, ma voglio provarci.

Lo hanno definito unico, un bar dove, nonostante rumore, spifferi e fumo ci si sentiva felici, disposti ad essere amici di tutti e prendere parte alle vicende di tutti.

La cosiddetta scomodità, fastidiosa in qualsiasi altro posto, si trasformava lì in una specie di trionfante coralità.

Ricordo a proposito una riflessione di Baleta che mi sembra meritevole di citazione: “in questo locale o non ci stai neanche un minuto o ci resti per tutta la vita”.

Aveva ragione: il locale non è stato solo un luogo ma una stagione, per molti anche lunga, della propria vita.

Fermo restando che tutto questo poteva avvenire se c’era un mago come Baleta a far funzionare la baracca.

Aveva sempre un’aria tranquilla, e lo sguardo che sapeva leggere nelle avventure umane, trasmetteva sicurezza.

La filosofia e il suo modo di gestire il locale ne avevano fatto con gli anni un’isola umana di inesauribile valore.

Gli studenti alessandrini avevano trovato nel locale un loro modo di vivere, una loro originalità che si fondeva su elementi storici tutti alessandrini, insomma uno spirito autentico.

Baleta è stato una scuola per tutti; diverse generazioni di giovani hanno conosciuto tipi e caratteri di ogni genere, scoperto le regole del mondo e soprattutto hanno imparato a prendere le cose con il giusto distacco.

Verbalmente erano sempre sotto torchio e, di conseguenza, impegnati a reagire; questo permetteva loro dopo qualche anno di poter affrontare CORAZZATI ogni tipo di situazione.

Baleta coinvolgeva tutte le fasce d’età, giovani e meno giovani: un successo globale.

Nel suo interno si mescolavano con molto spirito le cose serie con quelle divertenti; i clienti cantavano “la vita l’è bela” con l’identico gusto di prendere per i fondelli l’impalcatura seriosa dell’esistenza, tanto prima di “Striscia la notizia”.

Baleta era un uomo semplice, però insegnò tante cose ai suoi giovani clienti, in particolare: il rispetto, la tolleranza e la modestia.

Sapeva dominare le turbolenze e frenare gli impulsi; il suo motto era prevenire, ma all’occorrenza, sapeva allontanare chi non rigava diritto.

Il mondo giovanile cambiava continuamente linguaggio, modo di vedere, di pensare, di confrontarsi con i coetanei; ma quando entrava da Baleta doveva vedersela con le consolidate leggi della tradizione che lì erano solide come l’obelisco della piazzetta, per cui esse venivano captate al volo e ad esse tutti i nuovi frequentatori si assoggettavano ben presto.

I giovani, smaliziati dopo un periodo di noviziato, si affacciavano timidamente nella sala bar per ascoltare i racconti dei veterani “patriarchi” che parlavano di fatti lontani e meravigliosi.

E poi erano pronti a riceverne l’eredità diventando Boidi,Goretta, Cairo ecc.ecc. le colonne storiche del locale a cui almeno altre tre generazioni fecero riferimento per mantenere vivo lo spirito baletiano:

mescolate questo singolare cocktail di umanità, arguzia, voglia di scherzare sempre e comunque, vigoria, giovinezza e capirete cos’era “Baleta”.

Da quel miscuglio di tipi e caratteri liberi è uscito quello che forse era lo “spirito” del Bar… cioè un modo di essere e di comportarsi che non era usuale per quell’epoca e che Baleta recepiva e rispettava cogliendo il lato comico e scoprendo sempre anche quello umano delle varie situazioni che condivideva con i clienti.

L’indimenticato avvocato Lino Boidi, Spirito Magno del bar, che ancor oggi entra di prepotenza nei nostri racconti, recitava: “Baleta è una delle maggiori invenzioni del secolo, è l’elemento formativo, il luogo di vita di moltissimi alessandrini. Un piccolo mondo felice con attività ludiche che girano come primo impatto attorno al rito del biliardo, poi attorno alle cacce al tesoro, alle mostre d’arte del vicolo, al torneo di calcio, unico nel suo genere, al mitico teatrino. Istituto e liceo forniscono il materiale umano e molti degli attuali professionisti provengono da quella inimitabile scuola”.

E concludeva: “Se i bar fossero film … Baleta sarebbe Casablanca”.

Dopo aver descritto Baleta (mio padre) passo alla

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Siamo nel 1929 – La “Belle Epoque” è finita con la depressione americana, ma ad Alessandria con coraggio (molto) e quattrini (pochi) Carlo Gemme rileva dal Gaggino, il locale che da magazzino di pellami, si è trasformato in “Salone biliardi”.

Il bar apre con una scenografia da film.

Baleta e suo fratello Alfredo nel giorno dell’inaugurazione, memori di un trascorso giovanile nella palestra “Forza e Virtù” di Novi Ligure, si fanno trovare dai clienti, benevolmente stupiti, in perfetta verticale sul bancone del bar.

Inizia la storia: il locale così com’è, piace.

Arrivano come già sopra detto i primi studenti, Verdese, Goretta, Canobbio, Carrara, Biorci, Piacentini, Dalloco e Cairo: sono stati gli animatori di un lungo e felice periodo, guadagnandosi l’appellativo di “Colonne storiche del Bar”.

Ed ecco il primo intermezzo musicale che fornisce un’istantanea dell’ambiente:

“ORE LIETE”

(I° INTERMEZZO MUSICALE)

musica di Gianni Coscia

“Rammento facce allegre, spensierate.

Le discussioni accese e original,

ad ogni incontro c’era la sorpresa

d’una battuta gaia o singolar.

Ricordo i personaggi che scoprivo

e l’humor il compagno di ogni di’,

il buon umore pronto a tutte l’ore

suggerendoti a pensarla sol così.

Eran belle le ore da Baleta,

fiorito era il linguaggio usato lì,

parentesi beata, d’ora lieta,

che sempre ti portavi via di lì.

Ben ricordo i periodi felici

che ho trascorso molte volte lì,

ammetto, io non li ho dimenticati

e come vedi ancor li canto quì”.

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Negli anni trenta arrivarono le guerre d’Africa e di Spagna e i clienti che partivano ;

“Baleta, ti porto a casa una bella moretta da mettere in mezzo al banco”

“Baleta, vado a far ballare la cucaracha agli spagnoli”

E lui:

“Occhio, perché vi stuferete di correre”.

Gli scrivevano: “T’avi rason Baleta … a’iava da purtemi el scarpoeti da cursa”.

Allora si cantava:

“Giovinezza, giovinezza

primavera di bellezza”.

Ma non fu sempre primavera

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Poi arrivò la II^ guerra mondiale, guerra vera, che ti segna, nel grigio delle giornate, nella vita che non c’è.

I giovani erano tutti al fronte e il bar vivacchiava, restando aperto solo al pomeriggio per i pochi amici rimasti.

E dopo l’8 settembre:

la feldgendarmerie controllava, Pipetto disturbava le notti.

Le fortezze volanti martoriavano le città… era proprio una vita grama.

Poi il grigiore finì.

Giunse finalmente l’Aprile del “45” e arrivarono gli americani, facce diverse, come il loro mondo con i chewing gum e le sigarette Camel, Lucky e Chesterfield.

Le carrozze pubbliche in piazzetta erano colme di soldati neozelandesi con i cavalli che scalpitavano sul selciato, i reduci e i partigiani si attardavano intorno all’obelisco, al dancing Paradiso suonavano solo jazz, la roulette “girava” al bar Farina e mieteva vittime cariche di am-lire, fuori dal cinema Moderno i manifesti con i fotogrammi di “Serenata a Vallechiara pubblicizzavano il film.

L’estate del 45, è cosa che vivi solo una volta nella vita.

“ARRIVAN GLI AMERICAN”

(II° INTERMEZZO MUSICALE )

“Grande momento è stato questo qua

le jeep americane giù in città

e al Bar Roma che ballavan

c’eran gli inglesi, canadesi, brasilian.

E le orchestrine in grande quantità

sparse ovunque in tutta la città

servivano al rinato alessandrin

per tramutarlo in scatenato ballerin.

Ed in piazzetta tutti i santi dì

la Banda dei Carioca, stava quì

a sollazzarci con dei pezzi american,

e con le sambe del folklore brasilian,

dalle finestre, gran battiman.

Ovunque c’era grande eccitazion

scoperte, folli incontri ed emozion

col futuro che arrivava

felice e pronto, a far riviver la città

di tutti quanti avevan sofferto in verità

i tempi brutti che lontano erano già”!

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Il mondo risorge dalle ceneri della guerra e tutti riscoprono il futuro.

Nascono i jeans e la brillantina, il rock’n’roll, il juke box, e il Festival di Sanremo .. nel bar compaiono: Il Killer, L’Immenso e i favolosi Lombardi Brothers.

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Esplode il boom economico in ogni parte del mondo, le spider e le feste in casa dominano incontrastate, nasce la minigonna, Fellini gira la “Dolce vita” e gli americani vivono i loro “Happy days” piazzando il primo uomo sulla Luna.

In calzoni corti, mano nella mano, Gianluca e Gianvito Veronesi, fanno il loro primo timido ingresso nel Bar …

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(Carlo Piacentini)

“La prima volta è un’esperienza grandiosa

la provi con amici che l’hanno già provata.

Prima della seconda volta ci pensi bene

c’è il rischio di essere scoperti

le madri sono sempre all’erta.

Ma questo è il bello!

E alla terza ti senti già più sicuro

e guardi i neofiti dall’alto dei tuoi TRE GIORNI,

e ti sembra che la vita sia più bella

e più avventurosa.

Col tempo ti seduce, l’infame.

Se non ci vai ti senti morto.

Non chiederti perché lì tu sei felice.

Come l’edera,

l’abitudine si arrampica e ti invade.

Poi tutto cambia e questo e poche

altre cose è quello che rimane all’orizzonte.

BALETA, UN FARO!”.

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All’inizio degli anni ‘60 riprende la tradizione degli usi goliardici …

Paludati di tutto punto, gli studenti universitari con le loro lobbie multicolori, ciondoli, piume e coccarde, in folto gruppo percorrevano le vie del centro, entrando nei negozi e nei bar per fare la questua e portare allegria.

Nasce il “Quartetto Baleta” , capeggiato dai due fratelli Nossardi, che con Bagliani e Gianni Coscia si esibiscono con successo nelle numerose feste studentesche.

L’A.G.A. (Associazione Goliardica Alessandrina) prepara diligentemente e con grandissimo seguito le sue feste:

· Il Palio delle Facoltà

· La Festa della Matricola

· I Balli del Carnevale

· La ragazza del 21 gennaio

Gli alessandrini affollavano numerosi il Music Hall, che Gigino Capra aveva aperto da poco e che diventerà il tempio indiscusso del Ballo Alessandrino …… frequentatissimo dai Baletiani …

“MUSIC-HALL”

musica di Gianni Coscia

parole in dialetto di Gianni Fozzi

(III° INTERMEZZO MUSICALE)

A s’ancuntravu

simper an curs ruma

e a favu i cöent

di noster capital

stasira pagate

che po’ as rangiuma

ma l’impurtont a l’è

rivè ansel bal

Al Music-Hall

ma uarda quont piveli

u ie d’arman lè

bei e fiuri’.

Al Music-Hall

el doni ieru beli,

e tuc i lisandren,

is davu semp da fè.

U iera el baleren

cu ricamava

e tute l cubii,

allura

is favu andrè,

u iera chicadöen

cus anciucava,

perché l’ava rusià

col filaren

Al Music-Hall,

i favu el vegli dl’Aga,

ieru di balandron,

da fen del mond,

Al Music-Hall

la gent as divertiva,

chi cu iè stac ul sà.

E u sla smenteia pu’,

Al Music-Hall….

Al Music-Hall….

Nel 1963 l’A.G.A. organizzò la prima “Mostra d’Arte Figurativa” denominata “Il Vicolo con i quadri appesi sulla pubblica via e il maestro d’arte Goretta entusiasta, appoggiò con la sua esperienza i giovani organizzatori.

Egli fu membro della giuria e ricordo ancor oggi le sue vivaci contese con Marisa Vescovo per le classifiche e l’assegnazione dei premi: fu un grande e indimenticato successo.

La mostra si svolgeva in vicolo dell’Erba e il fulcro dell’organizzazione era naturalmente all’interno del bar.

La particolarità di questa manifestazione era quella di essere organizzata dagli studenti locali per quelli delle Accademie.

Durava tre giorni e di notte gli studenti vegliavano a turno per proteggere i quadri. Venne ripetuta per cinque anni e finì con lo scioglimento dell’A.G.A..

Con il Vescovo e il Sindaco in testa, tutta la città veniva a visitarla ..

Ricordiamo il clip_image010 con la FILASTROCCA letta da

Paolo Pasquale

“Sindaco e Assessori,

e il Vescovo in mission,

venivano compatti

per l’inaugurazion.

E gli studenti in massa

facevano cordon,

coi capi tutti in fila,

in degna succession.

Taglio di nastro, brindisi

sorrisi in quantità,

con complimenti insigni

gli hurrà della città.

Poi visita ai soggetti

appesi alle pareti

occhiate compiacenti,

gli artisti tutti lieti.

Il VICOLO era in festa

con gusto e frenesia,

la gioia il giusto premio

a estro e fantasia”.

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Teresio Pollarolo organizzò per diversi anni la Caccia al Tesoro.

Era un fiero popolano, con grande gusto della ribalta e fantasia da vendere …

Ha allietato turbe di “cacciatesoristi”, di cui è stato chioccia e capobranco, mente e trascinatore.

Nel bar c’era posto per tutti, ma esistevano, come lui asseriva, i bramini e i paria.

Per i secondi era una vita molto dura, e se emergevano era sempre per caso, come se la “Valenzana finisse in prima pagina sulla “Gazzetta dello Sport”.

Da burlone qual era, agli antagonisti diceva: “Gli sciacalli non potranno mai ghermire l’aquila …”.

Poi a Pollarolo, subentrarono nell’organizzazione Giancarlo Dallerba, Folco Perrone, Gianluca Veronesi, Nanni Bolognini che per un quinquennio dominarono la scena.

Il gusto si era evoluto, e le prove più spigolose, impegnavano gli equipaggi partecipanti, a dure contese.

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“ I FAVOLOSI INCASSI”

(Carlo Piacentini)

“In quegli anni la BALETA CORPORATION

diventò famosa soprattutto per i ritmi

del suo registratore di cassa e Lombardi

il vecchio, che controllava per sfizio

il fatturato, ribadiva che ogni anno

gli utili erano in forte aumento.

Certo c’era chi (Pollarolo, Ternullo) accusava i baleta

che questo dominio aveva ucciso la concorrenza

e che il comportamento era predatorio

nei confronti della comunità.

Resta il fatto che la maggioranza dei frequentatori

non sembrava affatto turbata da questa evenienza

e non era affatto intenzionata

a cambiare locale”.

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E’ arduo dopo aver vagato nell’Olimpo della “Piazzetta mitica” di quegli anni passeggiare in quella moderata e sonnacchiosa di oggi:

… lontani i tempi in cui Baleta richiamava la gioventù in inverno dentro il locale e in estate attorno ai tavoli del “Moderno” e di “Cercenà”

La sera, poi, sembrava di essere a Capri …

Non esistevano le discoteche, e la Piazzetta era il centro del mondo …

“VECCHIA CITY”

(IV° INTERMEZZO MUSICALE )

Vecchia city

dei bei tempi di Teresio Pollarolo

quando tutti impazzivamo

per la gran Caccia al Tesoro

Vecchia city

di re “Gudzman” l’uomo più

sei rimasta un bel ricordo

e nulla più

La piazzetta era ritrovo

di eleganti vitelloni

c’era Balza in bici bianca

e Banana senza panza

Gigi Ceni idolatrava la Biancon

e Nicola imperversava

col “Ghiotton”

Tempi magici, di folle libertà

la sera alla foresta

tra nugol di beltà

macchine splendide

magnum di champagne

sembrava d’aver trovato

la formula

della felicità.

Eran sempre prestigiose

di Gian Vito le trovate

spassosissimi e salaci

i commenti alle giocate

Vecchia city di Gastini e di Baù

sei rimasta un

bel ricordo e nulla più.

Tempi magici di folle libertà

i simboli magnifici

della serenità

gaudio spensierato

con gioia in quantità

sembrava d’avere trovato

la formula della felicità.

Vecchia city dei bei tempi

di Perrone e Bolognini

orizzonti costellati da immersioni e delta plani

vecchia city

di Panelli e di Gianlù

sei rimasta un bel ricordo

e nulla più.

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Nel 1972 nacque un originale torneo di calcio, tutto Baletiano.

Come era concepito, dava la possibilità ai giocatori scarsi di legarsi con i forti.

Successe che i brocchi valevano più di Totti …

Dal calciomercato, dove per accaparrarsi questo o quel giocatore venivano versati fiumi di parole, uscivano le formazioni più disparate, tra studenti, clienti e “turisti” (così chiamati quelli che entravano nel Bar solo per quell’occasione).

Il torneo, con le sue clamorose sconfitte, lo stoicismo degli arbitri, la targhetta della squadra vincitrice incollata sul “mitico coppone” … Durò 10 anni …!

Scorrono nei miei occhi immagini davanti alle quali era impossibile rimanere seri:

Pinetto enorme che si apprestava seriamente a battere un rigore,

Sala che scacciava Omero dal campo alla prima azione perché la sua ala gli era sfuggita, in panchina Capra che faceva la mammola tentando di spiegare a “Tubo” il motivo della sua esclusione, il “Quasi Avvocato” che non fidandosi dei compagni ai sette rigori decisivi li batteva tutti lui,

Bausone che nominava Croce “direttore sportivo” della sua squadra e lui che dava le dimissioni dopo il primo tempo …

10 anni di accese polemiche e risate ..

“MAGNIFICO TORNEO”

(V° INTERMEZZO MUSICALE )

E’ scattata la scintilla

il torneo si farà

il mercato che fibrilla

per centrar la formazion.

Sfottiture, arrabbiamenti

tra chi gioca oppure no

i turisti son fetenti

non li voglio proprio no.

Poi al torneo vien la folla

signorine professor

sono tutti li a guardare

per poi scegliere il miglior.

E alla fine delle lotte

spunteranno i mattator

le ragazze tutte in tiro

premieranno i vincitor.

Tutti insieme da Baleta

brinderemo coi campion

e il nome della squadra

verrà affisso sopra il “mitico coppon”.

Gli anni 70 furono tempi di Eskimo, di Ultimo tango a Parigi, di Battisti, Baglioni, De Gregori e Dalla …

E qui andiamo a svelare il mistero del no alle donne bel bar:

Arrivò la contestazione.

Si fermò un pulmann in via Trotti. Scesero delle ragazze (molte).

Entrarono nel bar (tutte) .La capogruppo si avvicinò decisa:

“Cosa ne pensa dell’idea di visitare con 40 ragazze un locale dove le donne non possono entrare?”

“Ottima idea ( rispose mio padre). .. per la verità, mi sentivo un po’ solo …”.

“Poche chiacchiere .. cos’è ‘sta’ storia?..”

“La leggenda del “no alle donne” è nata quando gli universitari hanno scelto Baleta come ritrovo”

“… non vi lasciamo entrare”…dicevano…“il locale è nostro!”.

Perché lo facevano?

Per mettere alla prova il coraggio e la personalità delle ragazze.

Qualcuna osava una visita (poche in verità) riportando però un simpatico, indelebile ricordo da raccontare ai nipotini.

Non dimentichiamo che le ragazze, allora, non osavano sfidare le consuetudini, erano mansuete.

Era nata solo come una goliardata ma il detto durò fino agli anni 80.

Oggi le signorine sono cambiate…

Questa mattina in Piazzetta della Lega ho sentito una ragazza che, rivolta alle amiche, diceva “Ci scommetto i coglioni che stasera Mara non viene.”

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IL TEATRINO DI BALETA

Eco pubblica “Il nome della rosa”, Travolta lancia “La febbre del sabato sera”, l’urlo di Tardelli fora la TV.

In città spopolava il Teatrino di Baleta erede degli sketch che venivano recitati durante le cacce al tesoro. Qualcuno disse: “sottolineiamo questo mondo e facciamone uno spettacolo” e subito si trovarono, gli attori, gli sceneggiatori e i registi.

C’era un modo di raccontare le storie in quel teatrino, imbastendo situazioni prese dalla vita del Bar e di tutti i giorni, che lasciava scoppiare sul palco una voglia che solo da giovani si ha …

C’era una grande spettacolarità dentro quel modo di raccontare, non per il contenuto ma per come veniva raccontato.

La sera di Natale aveva luogo lo show degli attori, che cercavano di superarsi … qualcuno del pubblico, composto dal resto del bar, si divertiva a beccarli, provocando gustosi battibecchi.

I fischi si mescolavano agli applausi, mettendo gli attori a dura prova, ma era un esame … e tutti volevano superarlo … MITICO!

Durò 10 anni, partì dalla vecchia Fonderia Bolognini e arrivò alla Sala Ferrero: ebbe un successo non facilmente riscontrabile dalle nostre parti.

Dopo 10 minuti, dico 10 minuti, e senza preavviso, tutti i biglietti erano esauriti, ma per i primi fortunati che riuscivano ad impossessarsene, altri 1000 si presentavano alla cassa per averli.

A questo proposito non si è mai riusciti a capire come in un teatrino di 400 posti in quelle sere gli spettatori fossero più di 2000!

Qui Gallia, Crotti, Cosola, Lanzavecchia, Ninetto, Palermo e Castellano la facevano da padroni … non parliamo poi dei senatori che scrissero un editto per il reclutamento degli attori:

EDITTO PER IL TEATRINO

(Paolo Pasquale)

“Giovane

è arrivato il tuo momento

anche per te ci sarà lo spazio che prima ti è stato negato.

Troverai un palcoscenico ideale nella Sala Ferrero

dove sarà sufficiente mostrare te stesso senza troppe inibizioni.

Il teatrino baletiano esalterà il NARCISO che c’è in te

là dove si celebra il fascino di una se pur effimera gloria”.

Poi / la serata / eccovene un frammento:

“SALA FERRERO”

(VI° INTERMEZZO MUSICALE)

Sopra il vecchio palco della “Sala”

nel Natale dell’ottantatre,

spettacolo di gala

signore in decolleté

discese da magnifici coupè

Quanta quanta gente nella sala,

c’è tutto Baleta in gran soiree

per ascoltar Pinetto

Bagliani Tarabuzzi,

Scagliotti

là sul palco della “sala”.

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In ogni bar del mondo ci sono gli ultimi avventori, quelli che vogliono che la giornata non finisca mai.

Anche qui c’erano, li chiamavamo “innamorati dell’alba”.

Una conversazione continua, parlavano di gite all’estero, di attori,

da Chaplin si arrivava a Marlon Brando, un accenno ai vizi moderni, alla politica, al traffico stradale, alle donne, ai miti, così, sempre, per una vita, sì : innamorati dell’alba.

“NON TI FIDAR”

(VII° INTERMEZZO MUSICALE )

Non ti fidar

di “loro” a mezzanotte

se c’è la luna in ciel

non ti fidar

perché perché

quei “loro” a mezzanotte

esortano problemi a sviscerar

tra la platea

ci sono i metronotte

che attoniti

stan lì ad ascoltar

l’alba ci raggiungerà

e quando il gallo canterà

andruma a caaa ……

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Ancora oggi ogni tanto sento dire dai nostalgici che non si sono rassegnati alla chiusura: “Ma Baleta ultimamente era cambiato”.

“Vuoi mettere quando noi …”.

PAOLO PASQUALE

Com’era cambiato il personaggio baletiano dal 1929 al 1991?

Tanto tantissimo o forse niente. C’era molta meno distanza (cito a caso) tra il personaggio Goretta e il personaggio Veronesi.

Così come non ve n’era molta tra Cairo e Gallia, tra Tirone e Ceni.

Primi attori in quel mondo giovanile.

I baletiani esuberanti e felici erano i semplici ma belli di quei periodi.

Non erano star o divi della tv, non si tatuavano, non sarebbero finiti certamente sull’isola dei famosi: erano beniamini di un mondo felici di esserlo

Hanno continuato e continueranno per sempre a inventare, stupire, divertire nei prati verdi della nostra memoria.

Certo, Baleta cambiava, in 60 anni era cambiato tante volte.

Chi aveva vissuto un periodo però, in cuor suo, desiderava che questo tempo non finisse mai.

Davanti alla casta fissa dei senatori, era un continuo susseguirsi di nuove presenze che ogni quinquennio si rinnovavano.

Cosa li attirava?

Non la tazzina di caffè, non la pasticceria ma un senso di protezione.

Baleta off limits.

Vietato l’accesso a chi? Al mondo esterno, alla famiglia, alla scuola, al regime.

Interrotto ogni contatto telefonico dall’esterno (telefonate solo in partenza), fuori lo studio dentro il gioco, fuori l’autorità dentro la libertà, fuori l’ordine dentro il caos, un caos voluto, ma regolato da Baleta, affaccendato dietro il banco.

Non sembrava ma prestava l’orecchio a tutti e con la coda dell’occhio perlustrava zone d’ombra.

Le divisioni sociali e politiche, deposte all’ingresso del bar, inaccessibile a madri, mogli, fidanzate.

Un club conservatore, che però amava moltissimo le proprie donne.

Era un luogo speciale, frequentato da un consesso di persone altamente democratiche, non paragonabile a nessun altro con una propria costituzione di cui il garante era il padrone.

CONSIDERAZIONI DI UN SESSANTENNE

(Carlo Piacentini)

Era un piccolo club di persone libere, con quote di frequenza accessibili pari ad un’economica seduta per giocare a carte o al prezzo di un caffè.

Da Baleta aleggiava un romanticismo che non è facile spiegare perché non saltava immediatamente agli occhi.

Era una combinazione quasi impalpabile di cose diverse fra loro, che per molti sprigionava una malia irresistibile.

L’atmosfera, i visi amici, le battute, le voci che si rincorrevano, l’allegria regnante.

Quando eri lì, sapevi che ti stava accadendo qualcosa, che nessuno poteva rubarti o distruggere, era una sensazione solo tua.

E chi non l’ha provata non la può capire.

Era come se uno, dopo un lungo esilio, avesse improvvisamente trovato una patria.

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Baleta devo pagare un’aranciata e 2 sedute: segni.

Che “segni”, Segni stà a Roma…

Non fare agli altri ciò che vorresti …

Il proverbio veniva usato molto, al punto che non lo finiva nemmeno più.

Le banche son fatte per sedersi…

Se non hai beni al sole la banca non ti aiuta.

Baleta non ho il coraggio di chiedere la restituzione di un prestito.

Non abbia paura chieda, è meglio diventar rossi prima, che bianchi dopo

Non tutte le belle si baciano…

non si può aver tutto dalla vita.

Mio padre desiderava dal cliente, la precisione nelle richieste, e invece: Baleta, dammi qualcosa da bere. Non ce l’ho quella bibita…, o signur, dammi da bere quello che vuoi ….Ecco un tamarindo…No! Proprio il tamarindo!

Io sono il titolare, il padrone è mio figlio.

A proposito dov’è Gino?

Mio figlio sarà da qualche parte a giocare a tennis!

CONSIDERAZIONI DI UN CINQUANTENNE

(Paolo Pasquale)

Il comportamento del”Titolare”era quello che balzava agli occhi, ma la psiche?

Perché Baleta aveva questa prerogativa.

Ti entrava nella psiche ti tirava fuori tutto il vero che c’era in te.

Non potevi mentire, nè nasconderti dietro una maschera.

Dovevi venire fuori e dimostrare quello che eri.

E questa sfida era una cosa formidabile, perché dava modo anche a te di scoprirti.

Era un rodaggio aspro e duro ma affascinante: da “brutto anatroccolo” che eri, uscivi dopo la dura prova pronto a sfidare il mondo.

Macchè locale elegante tutto specchi e nitore dove però tutto è indifferente.

No Baleta era la scalata all’Himalaia senza corde e ossigeno o se vuoi la legione straniera.

Dure marce nel deserto con il sole a perpendicolo prima di affrontare la città che era poi la vita.

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Diciamolo pure, il libro manca di molte pagine.

Ma Baleta lo si ricorda con l’emozione che ognuno si porta dentro chiedendosi:”…ma perché ha chiuso ?”.

Era diventata una consuetudine.

Ogni anno con l’arrivo delle nuove leve, c’era sempre qualche giovane il quale mi portava i saluti del padre, che in gioventù aveva frequentato Baleta.

Finchè ne giunse uno che mi disse: “Ha detto mio nonno di salutarla” “Mio nonno?…NONNO?”.

Quel saluto lasciò il segno….

Ecco il perché della chiusura….l’addio a 60 anni di attività e di letizia.

Ed ora permettetemi le clip_image019

Ho detto in altra occasione che ho passato la vita in un teatro e di artisti, ve lo assicuro, ne ho conosciuti molti.

Ringrazio la colorita varietà di personaggi, che si è avvicendata nel locale: essi con i loro personalismi, con la calorosa partecipazione, con le simpatiche dispute verbali hanno fatto si’ che i riflettori intorno al bancone fossero sempre accesi.

Sessant’anni di attività, roba che è difficile costringere in poche battute…eppure ci abbiamo provato…

Ora devo concludere e mi si presentavano due possibilità.

Avrei potuto terminare rimpiangendo il passato, magari scappando dalla scena, sopraffatto dalla commozione, lasciando buona parte del pubblico in forte disagio.

Invece state a sentire come concludo:

con un blues…..

musica

e buona fortuna a tutti !!

BALETA NOSTALGIA”

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Tu, vecchio Baleta,

luogo d’ora lieta,

con l’immenso tuo salon.

In fondo a…quel cortil

quanta nostalgia nel cuor,

tu mi fai sentire ancor,

vecchio bar Baleta.

Apprezzata meta

della gioventù.

Ore spensierate tu

regalavi a tutti noi,

attimi felici

che, non tornano più,

io ti tengo qui nel cuor.

Credi, come allor,

vecchio bar Baleta,

gaia ludoteca

per la gioventù

Son passati gli anni ormai,

è chiuso quel porton,

dell’immenso tuo,

mitizzato salon,

Che abbiam calcato allor,

come mattator,

ma per noi rimane

giovane e speciale …. quel ricordo ancor. “

**********

E queste sono le serissime considerazioni di Alberto Annaratone per cercare di spiegare cos’era il club Baleta.

VENT’ ANNI DOPO: BALETIANI PER SEMPRE

1)-alessandrino, apolitico, aconfessionale, amicale, anticonformista

-un bar come pochi, dove si parlavano due lingue, u lisandrèn e l’italiano, secondo le circostanze, dove si discuteva di qualsiasi argomento in piena libertà, sport, donne, automobili, episodi vissuti, con l’eccezione della politica e del credo, dove l’ambiente amicale consentiva un atteggiamento libero e anticonformista, ed erano praticate in pari misura l’uguaglianza e la tolleranza, dove non vi erano né capi, né gregari, né avversari, né zimbelli, ma uomini equilibrati e fieri, che nascondevano la saggezza con l’autoironia, e che applicavano nel loro migliore tempo libero un precetto tipicamente alessandrino, da Barbarossa in giù: “è più esaltante non arrendersi che vincere, perchè conosciamo la vita, non la temiamo, e ridiamo anche nelle difficoltà perchè sappiamo che non può farci più male di quanto noi le consentiremo”. Una scuola, una filosofia.

Si dice che il bene è il nemico del meglio, ma chi ha già il meglio, che nemico ha?

2)-maschile, plurigenerazionale, interclassista, multiculturale

-un club raro, riservato a un pubblico adulto unicamente maschile, dove tutti i frequentatori erano di pari valore, e ciascuno poteva cimentarsi, a suo rischio, con la battuta più pronta, il racconto più esilarante, o lo sfottò più comico, dove la disponibilità alla condivisione degli habitué generava negli avventori occasionali, i “turisti”, un senso di soddisafazione e di privilegio per essere stati ammessi in quel “salotto”, dove nei vari sottogruppi informali, che continuamente si formavano per svolgere le più svariate attività, i partecipanti si presentavano e dichiaravano le proprie idee, dando la misura dello spirito leale che animava i rapporti tra uomini diversi per età, professione, censo e opinioni, uniti da un’amicizia disinteressata e sincera. Un who’s who, un facebook.

Si dice che chi trova un amico trova un tesoro, ma chi ha già un bar di amici, che altro deve trovare?

3)-centrale ed extraterritoriale, reale e teatrale, pubblico ed esoterico

-un pantheon unico, collocato in pieno centro cittadino, ma in un luogo pressochè invisibile, con i due ingressi tra un androne e un vicolo, dove si svolgeva quotidianamente il teatro alla rovescia di Baleta, nel quale gli attori–spettatori, lasciata la routine delle ordinarie occupazioni, impersonavano finalmente se stessi, in un gioco comprensibile compiutamente solo da chi conosceva le due facce, esterna e baletiana, di ciascuno. Nelle sere d’estate in particolare si udivano le voci e le risate provenire dall’interno, attraverso le porte e le finestre aperte, per cui il frequentatore abituale che sopraggiungeva poteva riconoscere, ancor prima di entrare, i presenti; avvicinatosi, riconosceva quindi le armi invisibili, le maschere e gli orpelli abbandonati sulla soglia da chi era entrato prima di lui; sorridendo e pregustando l’azione, entrava, e godeva del breve attimo di immortalità del temporaneamente vivente, mentre Gino, mentore e regolatore di un collaudato gruppo, lo salutava proponendogli un caffè. Una festa, un rito.

Si dice che l’uomo perfetto è quello realizzato, ma un insieme di uomini realizzati che ambiente forma?

Lettura e riproduzione consentita ai soli baletiani d.o.c.

Alessandria, luglio 2011 – Alberto Annaratone “

Un abbraccio a tutti da Folco.

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