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Archive for giugno 2008

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No, non siamo io e Bimbi. Mi serviva un’espressione disgustata.

Nei due post precedenti sono stato un po’ troppo pedante sulla scelta e la conservazione dei cibi; ora vado dritto al fatto, cioè che la maggior parte delle persone sono così abituate a mangiare porcherie da non conoscere più il sapore delle cose e degni, quindi, del titolo “Papille d’amianto”.

Alcuni anni fa, Bimbi ed io ci aggreghiamo a due coppie di amici in partenza per Djerba: buona la compagnia, decente il posto; in più, il fatto di decidere una vacanza “al volo” a maggio è una bella cosa. Unico neo: si va in un villaggio.
Io lo odio, il villaggio.
Comunque mi convincono.
A parte l’animazione soffocante, i problemi iniziano al ristorante: tralasciamo il fatto che alzarsi da tavola ed arretrare la sedia è un lavoro come spostare Abu Simbel, è un lavoro di squadra e devi metterne daccordo una dozzina; il fatto più grave è che c’è una varietà vertiginosa di cibi, tutti accomunati dalla totale assenza di gusto, salvo alcuni che sono ripugnanti.
Ci nutriamo di frutta, verdura e tonno sott’olio, ottimi.
Una sera, il menù sbandierato all’esterno del ristorante prevede “dentice” ed io mi domando come faranno a rovinarlo; entriamo e due pescioni sugli otto/nove chili troneggiano al centro del buffet, completamente ricoperti di maionese e fette di limone; me ne servo una bella porzione e, mentre cerco un contorno, ne assaggio una forchettata: non ho mai fatto sesso orale con un lebbroso, ma quella volta me ne sono fatto un’idea.
Sputo il bubbone e getto il piatto; torno alla salma e, armato di paletta, la riesumo e le pratico l’autopsia; quello che vedo mi lascia di stucco: un temolo russo.
Ora, devo premettere che amo pescare e che la mia conoscenza del pesce è più da biologo marino che da pescatore: dicesi Temolo Russo l’anello di congiunzione tra il pesce di fiume e il topo di fogna, un animale di merda tipico dell’Est europeo e dell’Asia, riconoscibile anche da un profano per il fatto di avere gli occhi praticamente sotto la bocca anzichè il contrario.

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Nelle zone da cui proviene lo mangiano quando l’alternativa è mangiarsi il vicino di casa, a me l’hanno servito come dentice.
Durante l’autopsia impedisco ai commensali di servirsi e li dirotto sull’altro, che viene spolpato in un attimo e su cui mi cade l’occhio: dalla lisca è un dentice; scopro la testa -l’unica parte rimasta, e ne ho la conferma. Visto che non la caga nessuno me la porto al tavolo e ne ricavo una super porzione di polpa deliziosa.
Mentre la gusto vedo arrivare i miei vicini di tavolo, con i piatti pieni di polpa di pesce: di quel pesce. Lo spazzolano come fosse Culatello di Zibello, imitati da altri inceneritori come loro: in cinque minuti non ce n’è più.
Credetemi: indipendentemente dalla specie di appartenenza, dentice o salma, non si poteva metterlo in bocca.

Una sera, in Alessandria, sono dalla Monichina a farmi un aperitivo; fa frescolino ed io sono in t shirt e bermuda, per cui le chiedo un rosso giovane al posto dell’amata Beck’s; sto per berlo quando sento un terribile odore di tappo e glielo faccio notare; lo annusa e lo getta nel lavandino senza assaggiarlo.
“Scusa”-mi dice- ” ma c’è casino e non l’ho provato. Però, è strano…” -dice guardando la bottiglia vuota.
Ci guardiamo e scoppia a ridere pensando ai sei/sette che mi hanno preceduto e che non hanno fiatato.
Ribadisco: non sto facendo il fenomeno. Non capisco un gran che di vino, però distinguo il bianco dalla candeggina e il rosso dalla spremuta di pipistrello.

Una volta, la prima ed ultima, in un ristorante “specializzato” in pesce, mi servono dei gamberi frollati come un fagiano: non sto scherzando, erano quasi putrefatti.
Lo faccio notare al cameriere che mi guarda come se mi stesse spuntando un corno in mezzo alla fronte; mi indica la sala dove, con soddisfazione, tutti si stanno spazzolando gli stessi gamberi.
Cosa fai? Chiami i NAS come sarebbe logico o te ne vai?
E’ sabato sera, gli amici borbottano che “sì, hai ragione, ma cosa stai a fare casino…” Così la passano liscia.

Potrei raccontarne altre mille ma sono daccordo con voi che tutto questo rientra nel ristretto campo dei cazzi loro, cioè di quelli che si cibano di letame.
Però danneggiano anche me.
Se quattro volte su cinque si trovano aglio e zucchini che sanno di muffa, pesche finte che -come gli Americani sono passati dalla barbarie alla decadenza senza passare per la civiltà- passano dalla durezza del legno alla consistenza della spugna da fiorai senza acquisire il benchè minimo gusto, pane che dopo dieci minuti dall’uscita dal forno va bene da incastrare sotto la ruota della roulotte quando si parcheggia in salita, pomodori omeopatici in cui neppure quelli di C.S.I troverebbero la minima traccia di sapore, se tutto questo avviene, amici miei, è perchè le Papille d’amianto continuano ad acquistare, mangiare ed apprezzare tutta la merda che trovano ed i commercianti si adeguano: sono pochi quelli che ancora cercano prodotti di qualità, la maggior parte trova molto più comodo vendere frutta acerba ed ortaggi idroponici senza gusto, carne che bolle nella sua schiuma quando la metti in padella, pesci pregiati come orate e branzini con i filetti di grasso giallo nella pancia come i conigli vecchi, tanto vanno lo stesso. 
Che dispiacere.

Dottordivago

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Ufff… da dove comincio?
Davvero, non so dove prendere, tante sono le porcate che si fanno nel campo del cibo: ciò che comperiamo, come lo conserviamo, le abitudini alimentari, la ristorazione…
Vabbè, partiamo dal frigo di casa.
Ci sono discariche nel napoletano che contengono meno schifezze di quelle che si possono trovare in un frigorifero medio.
E non tanto per i tipi di schifezze -i gusti sono gusti- o per come sono conservate nei vari ripiani o cassetti, che già ci sarebbe da dirne, ma per come ci arriva la roba appena acquistata.
Io, se vado al supermercato, prendo quello che mi serve e, per ultimi, gli eventuali surgelati, dopo di che volo a casa e li schiaffo nel congelatore, che non è nè la macchina del tempo nè il diavolo.
Vedo tranquille signore che, con le borse piene di surgelati, se la raccontano per ore nel parcheggio del supermercato; l’iter dello scagazzone è il seguente: “Signora, quanto tempo… Come va?…”. “Oh che piacere vederla… E suo marito?…”
Bon, è fatta. In inverno, ancora ancora, ma in estate quei prodotti arriveranno a casa degradati al punto che la conservazione reale sarà un decimo di quanto scritto sulla confezione.
E quando li mangerai, il temibile spruzzone sarà in agguato. 

Mia madre è una super fan del congelatore: ha un frigo da famiglia numerosa, affiancato ad un congelatore gemello, per un totale di seicento litri; se su qualsiasi cosa c’è uno sconto di un centesimo alla tonnellata, lei fa un’acquisto da mensa aziendale -e non è l’unica…- e la mette nel congelatore.
E’ socia Coop e mi ha praticamente costretto a fare lo stesso per accedere al doppio delle offerte per i soci, tipo quella volta che gli amici Falce e Carrello (Caprotti dixit) proponevano cinque (cinque!) chili di carne in tagli assortiti: presa da smania di risparmio, ha pensato bene di spendere il doppio -dieci chili- per un acquisto che era già sconsiderato di base, per due pensionati.
*Appunto medico: se ragionasse un momento, capirebbe che con dieci chili di carne ci mandi avanti uno zoo, non due settantenni: ora che l’hai mangiata tutta o ti è venuta la gotta -se la fai fuori in un tempo ragionevole- o hai sviluppato il metabolismo dell’avvoltoio, che ti permette di spazzolare quella carogna che hai nel frigo da sei mesi.
*Appunto tecnico: per congelare dieci chili di carne in un congelatore domestico (congelare significa che tutto il prodotto deve essere a -20°, non solo lo strato esterno) servono all’incirca 36 ore; in più bisogna tenere conto del fatto che la roba che c’è già dentro subisce un aumento di temperatura che ne compromette, in parte o del tutto, la conservazione.
E visto che mia madre non s’incula proprio il mio blog, confesserò che, da quando ha scoperto l’uso selvaggio del congelatore, il livello della sua cucina è calato.
Oddio, mamma, perdonami!
Comunque, nel mio breve periodo di naia ho mangiato carne, decente, surgelata anni prima, ma parliamo di roba tenuta in celle a -40°; in un frigo normale il risultato sarebbe una specie di Uomo di Similaun…
 
Quindi il congelatore non è la macchina del tempo, chiaro?
Ma non è neanche il diavolo; molti pensano che tutto ciò che esce dal congelatore vada consumato ed assolutamente non ricongelato: sbagliato; se scongeli un cibo crudo, lo cuoci e ne avanzi, Dio benedica il congelatore: avrete una cena d’emergenza già bell’e pronta, in alcuni casi meglio della volta precedente, dipende dal prodotto.
Meglio non provarci con una frittura di pesce… 

Visto “come”, parliamo di “cosa” mettiamo nel frigo, o direttamente nello stomaco, tra le mura domestiche.
E qui do di matto.
Capisco che i prezzi dei supermercati siano pura politica e che ad un prezzo superiore non corrisponda obbligatoriamente una
maggiore qualità -vedi nel periodo natalizio i panettoni ad un euro al kg ed il pane a quattro euro- ma se comperi un pollo crudo a due euro al kg, un pollo allo spiedo a due euro -giuro che l’ho visto-, un branzino o un’orata a 4,90 euro al kg, cosa cazzo credi di mangiare?
Roba sana? Ma va là. Roba buona? Assaggiala una volta, la roba buona, e poi me lo dici.
Dio maledica la “fettina”, quella nota come “polpa famiglia”-10/12 euro al kg-,  quella che non riesci a bruciacchiare neanche col napalm, tanta acqua butta, quella con quel delizioso sapore di cartone bagnato.
Compero la carne da Antonio, il mio macellaio di fiducia, e se gli chiedi la roba buona ce l’ha, ma la paghi per quello che vale.
Una precisazione: non sto facendo lo sborone nè il nababbo, sto dicendo che non sta scritto da nessuna parte che si debba mangiare carne tutti i giorni; molto meglio una bistecca vera una volta ogni tanto.
Compero il pollo da una contadina che li cura come la pecora Dolly, quella clonata, ed un bel pollastrone di due chili pulito lo pago sedici euro, ma, come diceva mio nonno, “mangi del rosolio”. Quando l’amata villica ne è sprovvista -i polli non li fa una macchina, “ci vuole il suo tempo”- lo compero da Antonio, che mi dà comunque  un ottimo prodotto, ma sempre otto euri al kg mi sgobba.
Ed il pesce?
Per i poveri di spirito esistono solo tre pesci: orata, branzino e pasce spada.
Se poi i primi due arrivano da Grecia o Turchia, dove i controlli sono pro forma, quando li metti in bocca, più che domandarti chi l’ha allevato, ti chiedi con terrore chi l’ha cagato. 
Continua.

Dottordivago.

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Ovvero “Il gusto”, non inteso come senso del bello ma il più prosaico senso del gusto di ciò che metti in bocca, uno dei cinque, quello che va a braccetto con olfatto, udito,vista e tatto. Per alcuni c’è pure il sesto, ma io, che sono terra terra come le patate, mi faccio bastare quelli canonici. 

Rats 
Burning the hair of rat
Washing the burned rats
Cut the rats
Prepare deep frying
Rat Meats
Ready to eat rat 
Chicken?

E cosa diciamo a proposito di gusto? Tanto per cambiare, parliamo male di qualcuno. Eh, lo so, cosa ci devo fare?
Uno di questi giorni mi metto lì, concentrato e ben disposto, a cercare un argomento che mi permetta di parlare bene della nostra società e dei vostri comportamenti.
Così, a botta calda, mi vengono solo cose negative.
Colpa mia o colpa vostra? Nel dubbio, spargiamo un po’ di letame.

C’è una cosa, in Italia, che va peggio del governo, del prezzo del petrolio, della monnezza, dei clandestini, della Nazionale di Donadoni: questi sono problemi che riguardano la società, la sfera pubblica che da noi, fin dai tempi di “res publica res nulla”, non ha mai contato niente.
Non siamo un popolo, siamo un insieme di singoli.
Ma proprio per questo, porca puttana, vogliamo almeno farci i cazzi nostri?
E cosa c’è di più nostro di quello che mettiamo in bocca?
Avevo un’amica che si dichiarava molto brava a mettere in bocca roba d’altri, ma non divaghiamo; non ora perlomeno.
Sto parlando di roba che si mette in bocca, si mastica e si manda giù, quindi toglietevi dalla faccia quell’aria scandalizzata o quel sorriso furbetto…
Sto parlando di dove siamo finiti noi, il popolo eletto, quello per cui Dio usò un’occhio di riguardo quando, l’ottavo giorno, creò
————————- la cucina ————————— Così come due inglesi sono le uniche persone al mondo che possono parlare del tempo meteorologico per mezza giornata, noi siamo i soli a fare altrettanto col cibo, io per primo.
Ci sono poche cose che ci rendono fieri di essere italiani come i complimenti per la nostra cucina fatti da uno straniero: il 40% dei beni artistici mondiali ci appartiene, Venezia non ha pari, la moda e il gusto (quell’altro) sono cosa nostra, ma tutto ciò ci lascia, se non freddi, tiepidi, io per primo. 
Ma uno straniero che con aria sognante cita Parmigiano, San Daniele e burrata, ci fa sentire come Yuri Chechi con la medaglia d’oro al collo e la mano sul cuore; se poi si sbilancia con un “come si mangia in Italia, in Francia se lo sognano”, sembriamo tutti Tardelli dopo il famoso gol alla Germania.
E quindi? (Cigno di merda: voi non capite, ma lo so io, lo so…)
Quindi ci smentiamo quando dalla teoria si passa alla pratica.
E non mi riferisco alla ristorazione, dove comunque la cucina è business e la passione deve cedere il passo al portare a casa la giornata; e poi, mangiare al ristorante resta comunque un fatto episodico, una, due volte alla settimana, salvo per gli informatori farmaceutici che non distinguono un’aspirina da un’extasy ma di mestiere accompagnano, in veste di pagatori, medici e primari al ristorante.
Sto parlando di ciò che mangiamo a casa, anzi, a costo di essere antipatico, che mangiate: io, a casa mia, mangio benissimo.
Vabbè, facciamo “che mangiano a casa loro”, e con un bell’ “esclusi i presenti” evitiamo questioni.
Siamo arrivati al punto che quando uno schiatta, più che seppellirlo toccherà smaltirlo, quantomeno le papille gustative che, nella maggior parte dei casi, risulteranno di amianto.

Proprio oggi che se ne parla alla nausea, manca la cultura del cibo, che non significa conoscere la differenza tra un fondo bruno e un fondo chiaro, o cosa sia un court bouillon: dicesi cultura del cibo la capacità di capire se stai mettendo in bocca un manicaretto o uno stronzo.
La maggior parte di noi si è così impestata la bocca di schifezze che ormai non sente più il gusto che ha in bocca ma quello che crede di sentire.
Faccio un esempio tirandomi in causa: io adoro i ghiaccioli al limone, posso mangiarne dieci o dodici senza un attimo di pausa, ne posso macinare per giorni come una rompighiaccio russa, purchè al gusto di limone.
E qui casca l’asino: il fatto è che il limone ha un altro gusto; non ricordo di aver mangiato un ghiacciolo al limone che sapesse di limone, hanno tutti il gusto che l’immaginario collettivo dà al limone; pensateci la prossima volta che mangerete un ghiacciolo: “Ma il limone (o l’arancia o la fragola) ha questo gusto?” No, garantito. Però posso mangiare un iceberg, se al limone. 
Il problema è che per troppe persone questo discorso vale per tutto ciò che mangiano.
Vi lascio qui a riflettere: domani, per me, è una giornata lunga.
Ah, se nel frattempo procurate gli ingredienti, domani possiamo seguire la ricetta fotografica passo passo…
Continua.

Dottordivago

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Vi ha mai sfiorato il sospetto che lo scemo che sta scrivendo non fosse un povero pirla? No, eh?
E avete sempre avuto ragione.
Sentite che figura dimmerda…
Ieri butto l’occhio su Wittgenstein, il blog di Luca Sofri, uno dei più seguiti d’Italia; il blog è ben fatto e lui non è tutto ‘sto spasso ma  è proprio bravo.
Di  solito, alla fine di ogni post ci mette un asterisco.
Voi tecnologicamente cazzuti avrete già capito di cosa si tratta; io, che sono un pirla, l’ho capito adesso.
Morale della favola, pensando fosse la continuazione dell’articolo ci clicco su: e mi ricompare lo stesso articolo con lo stesso asterisco. Conscio della mia limitatezza con questa macchina di merda, scrivo a Luca Sofri.
Quello che segue è il resoconto letterale della corrispondenza intercorsa.
Vi chiedo di leggerlo perchè merita.

Ciao Luca.
Io vorrei seguire Wittgenstein ma ho un problema: sotto l’aspetto informatico sono un ominide, una specie di Lucy del terzo millennio che ha da poco digerito l’invenzione della ruota, immagina il rutilante mondo del web… Leggo il post del giorno e quando arrivo all’infame asterisco ci clicco sopra e mi si apre lo stesso articolo, che finisce allo stesso punto, con lo stesso merdosissimo asterisco e precipito in una spirale perversa di post ed asterischi da cui posso uscire solo pronunciando la formula magica “vaffanculo macchina del cazzo”.
Ora, sono cliente ed esigo il trattamento: mi spieghi, o tenti di spiegarmi, come si fa a leggere i post fino in fondo, senza incazzarmi come facevo con Tex, quarantanni fa, quando dovevo aspettare un mese per sapere come finiva? E che poi ne cominciava un altro che finiva un mese dopo? Ma, almeno, le storie finivano un mese per l’altro, mentre tu, per me, sei il più grande autore di incompiute del mondo: mai che sia riuscito a leggere un post intero.
Arrivo sempre e solo all’asterisco.
E mi sto esaurendo.
Se io non dovessi venire a capo di questo problema, tu potresti svegliarti una mattina con la testa di un cavallo nel letto…
Ah, sarà dura, ma nel caso mi rispondessi, non voglio vedere asterischi, eh?
Un caro saluto.
Carlo

Mai più mi aspettavo che Sofri mi rispondesse: non è l’Imperatore del Giappone, ma se dovesse rispondere a tutti…
Invece mi risponde ed io, onorato di tanta attenzione, mi accingo a leggere.
E, nonostante il tempo si sia girato al bello, un brivido mi corre lungo la schiena:

Ciao Carlo.
Li hai letti tutti fino in fondo: il che ti rassicuri e preoccupi me sulla scarsa efficacia dei miei finali.
L’asterisco serve solo a segnalare il permalink, ovvero la pagina con il post isolato, in modo che chi vuole lo possa linkare.
Ciao, L.

E’ mezzanotte passata, quando leggo la mia condanna a vita alla pena di Pirla del Secolo. Tento di scusarmi brevemente così:

Ciao Luca.
Vaghezza mi punge: che abbia fatto una figura dimmerda?
Con simpatia
Carlo

Vado a letto prendendomi per il culo; rincaro la dose questa mattina:

Caro Luca,
ieri sera ho letto la tua risposta prima di andare a letto ( giuro che non me l’aspettavo, e mi ha fatto piacere, ma a letto non mi sono pasticciato pensandoti…) e ti ho inviato una cosa sbrigativa.
Ma, tranquillo: adesso ho tempo per disturbarti veramente, se hai voglia di lasciarti disturbare.
Ho sempre pensato che fare un sacco di gaffes fosse statisticamente imputabile al fatto che parlo moltissimo: tante parole= tante possibilità di fare belle figure o figure magre, con una leggera prevalenza delle seconde.
Questa, però, me la segno: primo, perchè scrivo poco, quindi la statistica non c’entra; secondo, perchè “verba volant, ma figura di merda scripta manent”. 
Ah, la capacità di sintesi del latino…
E so di non sbagliare affermando di aver ridefinito il concetto stesso di “figura di merda”.
Ora, tu sarai certamente un uomo realizzato e sicuro di sè, quantomeno in ambito professionale, per cui la tua autostima non risentirà del mio sciagurato messaggio e, di conseguenza, non sarebbe necessario blandirti o scusarsi; anche perchè, in queste situazioni, ogni parola ulteriore è a rischio.
Diamo per scontato che la cosa sia stata superata e che tu resti graniticamente certo della tua grandezza.
Ora il problema ce l’ho io.
Come diceva la signora beccata dal marito mentre faceva il servizio all’idraulico: “Ops!… Ma dove ce l’avevo la testa?”
Mi sono riletto un po’ di cose tue e, adesso, è lampante che terminano lì; quindi il problema non è come finiscono i tuoi post, ma dove finiscono.
In mano ad un pirla.
Che, da bravo pirla, vede un asterisco e ci clicca sopra pensando che continuino.
Questo comportamento ha ben tre spiegazioni.
1) L’abitudine di leggere, su altri siti, l’inizio del post seguito da asterisco o “more” o “continua”, un po’ come se fosse il tassello nell’anguria: se ti piace la comperi. Questa situazione è definita “trappola mentale”: tu non vedi la realtà, ma ciò che ti aspetti di vedere.
2) La seconda spiegazione è quella di essersi slogato il cervello.
3) Oppure ssere così rapiti ed affascinati dalla tua prosa alata da desiderare inconsciamente che possa continuare all’infinito; questa situazione è definita “leccata di culo”.
Ora, terminata la fase in confessionale, parliamo di penitenza: il minimo che posso fare è espormi al pubblico ludibrio pubblicando sul mio blog  l’intera storia, e dando a te la liberatoria per pubblicarla su Wittgenstein, casomai lo ritenessi di pubblica utilità, il che sarebbe una gogna molto più esposta.
Bon, mi sono rotto le palle di romperti le palle.
Con simpatia
Carlo

E Lui ha ancora la bontà di confortarmi:

Non so se questo ti rinfranchi o ti deluda, ma non sei il primo che incorre in un simile equivoco. Ciao, L.

Bene, non aggiungo altro.
Se solo capite la portata della figuraccia che ho fatto, sputatemi virtualmente in faccia.
Se non lo capite, mi meritate.

Dottordivago

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Sondaggio

Beh? Cos’è quella faccia?  Lo fanno tutti.
E al Dottordivago, cos’è, gli puzza l’alito?
O c’ha la mamma maiala?
No.
Quindi lancio il sondaggio.
In un mondo che vive di apparenza, è meglio essere o apparire?
Mi spiego meglio.
Amici miei maschietti, pensate alla più bella gnocca che vi viene in mente.
Un aiutino: qualcosa tipo Charlize Theron e Liz Hurley
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piuttosto che Sophie Marceau o Rebecca Romijin Stamos
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o, se siete più nazionalisti o a breve raggio, un’idea potrebbe essere Elisabetta Canalis o Michelle Hunziker.
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Un’unica condizione: è vietato pensare alla Ferilli, alla Marini e alla Cucinotta, che ritengo essere le donne più sopravvalutate della storia; roba che ogni pietra che alzi, sotto ne trovi una migliore. L’Italia e il mondo sono pieni di gnocca vera e non “istituzionalizzata” come quelle lì.
La Bellucci vale, ma è così scontata…
Già che è un gioco di fantasia, sforziamoci un attimo e sprechiamoci per qualcosa che meriti.
Quindi, unica regola è che la tipa sia bellissima, famosissima e ambitissima da ogni maschio del globo.
Lasciate perdere Veline semisconosciute ai più, o stelline che durano un mese o attricette che pochi conoscono.
Sto parlando della Gnocca Universale, quella con cui chiunque vorrebbe farsi vedere, per far crepare d’invidia tutti, amici e non.
Ora, il gioco è questo:

  • preferite ingiaccare la tipa in questione -e con ingiaccare non intendo una botta e via, intendo fargliene più che Bertoldo ai Francesi- senza che assolutamente nessuno lo sappia,
  • o non sfiorarla neppure con un dito ma che il mondo intero pensi che glie ne avete fatte di tutti i colori, più che Materazzi ai Francesi?

Può sembrare una domandina stupida, e lo sarà pure, ma mi intriga un bel po’.
Ditemi chi e cosa scegliereste. E perchè.
In quanto promotore del sondaggio, mi dichiaro per primo: 
senza dubbio la Hunziker, per un fatto di simpatia, e sceglierei che tutti credessero quanto sopra: questa macchina da pirlate che risponde al nome di Dottordivago si nutre di consenso ed adulazione.
E ormai, che ho rinunciato a desiderare di essere amato -tranne che da Bimbi- o temuto, mi accontenterei di essere invidiato.
Un’ultima cosa: avevo a disposizione anche le foto senza veli delle meraviglie sopra esposte ma ho pensato di non usarle: non vorrei che mi cadeste nel turpe vizio di Onan.
Già così mi turbano abbastanza.
E poi, come dice Marge Simpson, Internet non è un posto per cose sconce…

Dottordivago.

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