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Archive for ottobre 2012

Il capotavola

Se vogliamo vedere la politica come il tavolo intorno a cui piccoli e grandi uomini spartiscono onori ed oneri, secondo voi, chi potremmo vederci seduto a capotavola?

A cap’ ‘e tavolo, o nu grand’omm o nu grand’ strunz’

Se prendiamo per buono questo detto tradizionale napoletano, la sedia del capotavola ha già avvitata una targhetta col nome, come quelle in ottone sui banchi in chiesa, tipo

Famiglia Camagna, in ricordo di Maurizio

per fare un esempio.
Il nome sulla sedia del capotavola può essere uno solo:

Berlusconi Silvio

Non c’è mai stato, in Italia, un personaggio così “grand’omm o grand’ stunz’”, un uomo che dividesse in modo così netto i sentimenti del popolo: per alcuni , un santo laico, per altri, molti altri, tra cui i giudici, un delinquente.

“Moderato e liberale” per sua definizione, di moderato non ha mai avuto niente, ha estremizzato tutto, dallo stile di vita alle figuracce alle barzellette, qualcuna veramente spettacolare.

Novello Gattopardo, ci ha dato l’impressione che nulla fosse più stato come prima, anche se nulla è cambiato, a parte il fatto di aver perso vent’anni sulla strada della riforma di uno stato che per certi versi è ancora nell’altro secolo.

Mai, neppure andando indietro anni e anni, mai nessuno è riuscito a creare tanto consenso e altrettanto odio. E nessuno è riuscito a scavare un solco tanto profondo tra due schieramenti, almeno di giorno.
Nottetempo, poi, veniva calato il ponte levatoio e si gavazzava insieme.

Trattandosi di due schieramenti molto simili, direi sovrapponibili al 70/80%, si sono sempre ritrovati, più che nella visione politica, in quella “della politica”: governare per arricchirsi e/o salvarsi il culo.

Schieramenti molto simili, quindi particolarmente insofferenti nei confronti dell’altro, lo stesso motivo per cui “i peggiori sono i parenti” e per cui le guerre civili sono le più feroci.
Ma sempre di giorno, ovvio: di notte, a microfoni spenti, abbracci laocoontici , scambi di favori e orge di potere, esattamente l’opposto di quanto accadeva con personaggi come De Gasperi e Togliatti, lontanissimi tra loro ma rispettosi dell’altro, visto più come avversario che come nemico.

E ‘sta roba l’ho scritta quasi una settimana fa, quando il nostro uomo ha dichiarato l’intenzione di non ripresentarsi come candidato Premier.
Poi c’è stato

  • il processo,
  • la piccatissima conferenza stampa del nostro uomo e
  • le regionali siciliane, in cui il PDL sembra che non ne venga fuori benissimo…

UN BUCO DEL CULO COME UNO

SBADIGLIO, GLI HANNO FATTO!

Ma più che altro ci sono state un sacco di cose da fare per continuare a mettere insieme il pranzo e la cena, così non avevo più scritto una riga.
Ed ora mi tocca ripensare un post partito come un saluto, in cui avrei anche potuto tributare l’onore delle armi al più grande castigatore di sgnacchera delle due repubbliche.
Nell’attesa di scoprire che cazzo ha in mente ‘sto matto, mi dedicherò alla preparazione della cena, giusto per dimostrare che tutta ‘sta banda di zozzoni non mi fa perdere l’appetito.
Si parte con crostoni di interiora di pollo alla cacciatora…

Dottordivago

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Nota dell’autore: in questa categoria esprimo brevi pensieri in libertà, una specie di limitato firmamento di poche stelle opache. Più realisticamente, trattandosi di pensieri miei, li considero pensieri/pennellata, come virgole di merda sulle piastrelle dei cessi della stazione.

Ventisettenne con un tumore al cervello muore dopo essere

stato portato, dai genitori,

a curarsi in Albania, con

una terapia a base di bicarbonato

 

Cioè, fatemi capire…

Il tumore al cervello ce l’aveva lui?…

Dottordivago

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Ieri si è sposata Jessica Biel.

jessica biel

 

 

 

 

 

 

A me piace

ricordarla

così: più che

una donna,

una Gardaland

per piselli.

Vivissimi complimenti a Giustino Lago del Legno,

il novello sposo.

Ed ora un “fatti furbo” che Marco gradirà.
In diretta dalla mia home di Feisbuk:

runtastic

Ebbene sì, l’uomo che turba i tuoi sonni, l’ha rifatto.
Liquidiamolo con le parole del poeta: come diceva Giuseppe di Platì quando voleva fare il milanese

Cuntènt ti, cuntènt tüti!

Dottordivago

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Sarebbe arrivato il momento di parlare della cinquantaduesima, la più triste, quella rappresentata dal nostro futuro, che vedo davvero grigio.
Della situazione attuale non mi preoccupo, a differenza di milioni di italiani che si lamentano “di gamba sana”, espressione che un giovanotto come me non dovrebbe usare ma ho sempre subito il fascino delle espressioni vintage.

Non dico che non ci siano problemi, qualcuno tirerà pure un momentino la cinghia ma basta guardarsi intorno, senza ipocrisia e pensando col proprio cervello, per capire che i momenti di crisi sono diversi.
Ovviamente parlando di crisi economica; il discorso cambia se ci riferiamo all’aspetto morale della nostra società: in tal caso, la recessione è conclamata e buona parte dei cervelli in circolazione è in una situazione che la Grecia gli fa una pippa. In questo senso sì, che la vedo grigia.
Questo lo pensavo già ieri; poi, per caso ma non per caso, mi sono reso conto che, più che grigia, è grigiadavvero.

Consentitemi una comunicazione di servizio.
Le ragioni per vedere un futuro a tinte fosche, ringraziando la Madonna, non mancano; quindi ─credetemi, non è davvero il caso─ per favore smettetela di darmene altre, tutti i giorni, a getto continuo. Grazie.

Dicevo “per caso ma non per caso”, non per caso.

Aiuto…

Ok, Dottordivago, se usciamo da questa cosa, va bene, sennò andiamo a prendere un caffè, eh, che ne dici?…

Allora, non parliamo di politica, di corruzione e di crisi: ci sono cose peggiori.
Le mosche, ad esempio.

In un ospedale da campo, l’ufficiale medico passa tra i feriti con il suo giovane assistente, appena arrivato al fronte.
«Qual è, secondo te, il più grave?»
Il giovane indica uno che si contorce sulla branda, urlando di dolore.
«No, è quell’altro…» dice l’ufficiale, indicando uno che respira  debolmente, il viso coperto di mosche, senza la forza per scacciarle.

Arrendersi ad una malattia, non combatterla, rinunciare a lottare, sono cose più gravi della malattia stessa. Figuriamoci, poi, se il paziente teme più la cura del male: è la resa.
E la nostra società, come il soldato morente, non sarà in grado di reagire alla crisi, non accetterà la cura, l’unica possibile, cioè ricominciare a pensare e comportarci come persone normali, niente di più.
Niente di più difficile.

In quest’epoca di pazzi ci mancavano gli idioti…
…sul ponte sventola bandiera bianca…

Venerdì sera, all’aperitivo.
A causa di una caduta con la moto, manca uno dei due baristi titolari, quello più vecchio, suocero del giovane; il genero, che già ha la mano pesante col volume della musica, ha stranamente optato per un genere unz-unz-unz da sbarbati, che non c’entra un cazzo con la solita clientela over 30 del locale.
Unica eccezione, una povera cretina che avrà vent’anni, con i capelli rosso Ferrari, un viso bellissimo e un sorriso che ti farebbe innamorare, a cui, purtroppo, sono colati i jeans. Non “calati”, ho detto “colati”, infatti la cintura è sotto ai glutei ─ma proprio sotto, più in basso di dove metteresti la mano per toccarle il culo─ mentre le gambe dei pantaloni stanno una spanna sotto le suole delle scarpe.
Ma quello è il meno.

Tiene in braccio un bel bimbo di circa sei mesi, uno splendido bambolotto, devo riconoscere, e lo manda su e giù a tempo di “musica”…
Mi guardo intorno ma tutti si fanno i cazzi loro, lì dentro sembro essere l’unico che sa cosa sono le cellule cigliate.

Le cellule cigliate rappresentano i recettori acustici che trasformano l’energia sonora in impulso nervoso.

E quando te le fotti con il rumore, non si rigenerano , come succede ai neuroni con le droghe o gli ictus; figuriamoci se te le strini mentre si stanno sviluppando… Peccato che nei locali pubblici non si possa più fumare, sennò si potevano aggiungere gli effetti speciali, soffiando il fumo in faccia al piccolo.

«Oh, abbassa un po’, che al piccolo cubista non fa mica bene…»
Segue sorriso del barista: «Beck’s?…»
Mi tocco l’orecchio: «Non capisco…»
Altro sorriso del barista.
Se in quel momento avessi introdotto l’argomento del ragazzino portato via di peso dalla Polizia, tutti si sarebbero dichiarati scandalizzati; ma del futuro da audioleso del piccolo, che secondo me è un fatto più grave, nessuno si preoccupa, banda di imbecilli.
Di solito non cago i bambini, sapete che non mi piacciono, anche se sono in braccio a un bel faccino come quello della cretina, ma in questo caso faccio un’eccezione, magari prendendola da lontano, giusto per evitare di piantarle un pugno sul muso al primo accenno di “fatti i cazzi tuoi”…

«Ciao, bello… ti piace la musica, eh? Bravo, ciccio… così prima che al catechismo ti portiamo all’Amplifon, eh, ti piace…?»
La rossa non capisce e rincara la dose: «Gli piace da matti! Quando siamo a casa e non vuole dormire, basta mettere la musica a stecca!»
Giuro, sta per partirmi il classico “ma cosa sei, deficiente?!” quando la Rossa rivela il suo status di diligente babysitter: «Anche quel signore là fuori si preoccupava come lei ma a me l’hanno insegnato i suoi genitori…»
E beccati ‘sto “fatti i cazzi tuoi” inattaccabile e senza appello, a parte prendere i genitori del piccolo e scioglierli nell’acido, incominciando da vivi, ovviamente.

“Quel signore là fuori” è Franco, 70 anni, padre di un mio amico, persona di buona cultura e  conoscenze enciclopediche, magari un momentino logorroico ─il che, detto da me…─ che se ne sta fuori, causa volume eccessivo: mi sa che lo raggiungo.
«Beck’s?…» ripete il barista mentre ‘sto uscendo.
«Non sento, non capisco, provo al Moka (il bar di fronte)…» rispondo urlando.
Vuoi vedere che ha capito? In una frazione di secondo la musica torna al livello che dovrebbe avere in un bar in cui la gente avrebbe pure la pretesa di fare due chiacchiere, confermo la Beck’s e sorrido al piccolo:
«Porta pazienza, picinìn, per i rave ci stiamo attrezzando…»

«Ciao Franco…» poi mi sento toccare dietro e saluto un ragazzo moldavo che ogni tanto lavora per me.
Dopo un minuto Franco mi sta spiegando che

i Moldavi sono l’unico popolo slavo che non beve vodka ma cognac, perchè un generale delle truppe napoleoniche in ritirata trovò il posto gradevole ed importò la coltivazione della vite, nonchè l’allevamento dei conigli, che loro si possono permettere a costi concorrenziali perchè da noi bisogna smaltire le pelli e le interiora, mentre lì con le pelli fanno i colbacchi per i Russi e con le interiora nutrono i visoni con cui fanno le pellicce per le puttane russe…

«…mercato paragonabile, nei numeri, a quello cinese del tofu, suppongo…», cosa che gli strappa una risata, così si blocca un attimo.
Prima che riparta, lo inchiodo con un uno-due di storia moldava, partendo dalla Bessarabia e passando per l’annessione alla Romania, fino agli accordi di spartizione tra Molotov e Ribbentrop, tutta roba che mi sono letto dopo aver scoperto di non sapere nulla a proposito della nazione che da qualche anno mi fornisce il 90% della forza lavoro…

Stabiliamo una specie di pace armata, giusto per permettere il ritorno di tutta la gente che abbiamo fatto allontanare, cosa di cui io mi rendo conto: ecco una delle ragioni per cui sono meno temuto del mio interlocutore.

Poi Franco sistema meglio la bicicletta che rischia di cadere, così butto lì un «Vai ancora in bici?…»
«Giusto in città, per non prendere la macchina. I bei giri in gruppo con gli amici… quelli sono finiti: non ho mica intenzione di bombarmi per stargli dietro…»
«Eh la madonna… vanno così forte?»
«Vanno forte sì, sono tutti dopati…»
«Cioè? Mettono il VOV nella borraccia o il peperoncino sulla sella?…»
«C’è poco da ridere… si bombano veramente»
«Ma vai a cagare…»
«Andrò pure a cagare ma questo non cambia il fatto che si bombino…»
«A settant’anni?!…»
«A settant’anni»
Seguono un paio di minuti di “ma mi prendi per il culo?” e di “assolutamente no”, mi faccio ripetere che non sta parlando di integratori o snack energetici, parla proprio di farmaci. Poi faccio la domanda da un miliardo di talleri:
«Franco, ma… perchè?…»
«Per andare più forte, ovvio…»
«Ma Cristo d’un Dio, più forte di chi? Per arrivare in un’ora e tre quarti al ristorante sul Sassello invece che in due ore? Se hanno tutti la stessa scimmia, arrivano tutti insieme!»
Non c’è risposta, è solo per andare “più forte”.
A quel punto, basterebbe comperare uno scooter.

Ora, io non sono la persona più adatta a parlarne, visto che odio il ciclismo, ma che senso ha?
Posso capire che nella pratica agonistica, citando un famoso medico dello sport, “un fuoriclasse non ha alcuna speranza contro un dopato”, quindi la pratica è obbligatoria. Ma quelli, a costo della salute, si giocano la fama, la gloria, i soldi.
Qui parliamo di settantenni che si fanno del male per farsi trovare dagli amici, arrivati ansimanti cinque minuti dopo, già col bianchino in mano nel tale bar.
La prima volta.
Poi si bombano pure gli amici, così si arriva tutti insieme ma cinque minuti prima, dove il “prima” acquisisce un aspetto, per me, quantistico, nel senso che io non lo capisco e nessuno sa spiegare “prima” di cosa.

Interviene Gimmi, Gran Mogol degli informatori medici:
«Di cosa ti stupisci? Hai un’idea di quanta gente di trent’anni si fa di Viagra?»
No, non me ne rendo conto: c’ho la minchia a serramanico.
«A trent’anni?»
«Anche meno: ci sono sbarbati che hanno paura di fare cilecca con la tipa, altri di sprecare i soldi per la puttana. O anche solo per fare bella figura»
«Domanda: a me risulta che se non ti tira, significa che non sei ingrifato; e se non sei ingrifato, cazzo vai a fare, a puttane?»
La domanda rimane senza risposta.

Ne devo sentire anche un’altra: un trentenne completamente ricoperto di tatuaggi, parlando con un suo amico sostiene di non aver ancora pagato l’affitto per mancanza fondi: «Bastardi pezzenti (chi, non si sa)… mille euro al mese di stipendio… cazzo ci faccio?…» e lo dice bevendo una birra che rappresenta lo 0.35% del suo stipendio, ancora una e si è praticamente giocato l’otto per mille…
L’amico: «E Xxx (noto tatuatore cittadino), l’hai pagato?»
«Che vada affanculo!… In due anni gli ho lasciato 10.000 euro e deve ancora rompere i coglioni?»

Presto, il mio bozzolo! La capsula anti-mondo! Casa mia, casa mia…
Mi sento E.T. quindi

Caasaaaaaaaa…

Sabato mattina, circa 12 ore dopo.
Bevo l’immancabile caffè sul divano, leggendo il Televideo:

300.000 famiglie italiane non riescono a far fronte ai debiti; di queste, per 160.000 l’indebitamento è superiore al reddito.

Spiegatemi come si fa ad indebitarsi in quel modo ed io smetto di lavorare, giuro, voglio diventare il 160.001.
Scherzi a parte, posso capire chi ha accettato un mutuo-casa a tasso variabile, ingolosito dall’interesse più basso, salvo ritrovarsi in mezzo a una strada…
Eh?… Ah, l’articolo continua:

Queste cifre sono relative al settore del credito al consumo ecc.

Dovete morire.
Tutti i 300.000: morire.
Non voglio attaccare la storia delle code per l’iPhone5, non l’ho fatto neppure quando era il momento, nella speranza che si trattasse di un segno di benessere: preferisco pensare che tanta gente, magari evasori o ladri della cosa pubblica, si possa permettere un acquisto del genere, piuttosto che avere l’ennesima prova di vivere in un mondo di pazzi.
Invece, parlando col titolare di un negozio TIM, scopro che la mia teoria

comunque temo che, in coda per l’iPhone5, il 20% fossero imbecilli che si mangiavano uno stipendio…

sia completamente da rivedere.
La risposta del commerciante è stata di quelle che non lasciano speranze per il futuro: «Per la mia esperienza, direi tranquillamente il 60%…»

Arrivo in negozio e trovo ad aspettarmi la sciura che una volta alla settimana, dalle 9 a mezzogiorno, mi derattizza il locale.
Purtroppo ho un grosso limite: se ho qualcuno che mi gira intorno, non riesco a concentrarmi, sono peggio dei bambini che non hanno voglia di fare i compiti, quindi rimando tutto al pomeriggio e mi do ad attività per cui è sufficiente un cervello da organismo unicellulare, tra cui Feisbuk, e mi imbatto in questo:

tifo online

Probabilmente per voi è pane quotidiano, io ne ignoravo l’esistenza.
Allora, un mio “amico” sta correndo e non so se ha un apparecchio specifico o un’app dello smartphone, fatto sta che lo puoi seguire passo passo.
Lui è il punto azzurro, quello verde è la partenza, la riga rossa è il tratto percorso, di cui ci sono tutti i dati, dalla velocità media, al dislivello, alla cardiofrequenza.
Magari è uno che ha fatto ricorso per una foto dell’Autovelox, invocando la privacy, reclamando il diritto di passare in un posto senza essere fotografato.

Ma una cosa mi angoscia: vedete le icone per l’incitamento?
Ecco, se uno vuole, ci clicca su e lui, negli auricolari ─perchè, come si fa a correre senza auricolari?…─ può sentire applausi, l’effetto ola, le trombe da stadio ecc.

Comandante Kirk, dove cazzo mi hai scaricato?
Io, quando corro, voglio sentire solo il rumore dei passi e il mio respiro, unica eccezione ammessa è il rumore dell’eventuale trattore di passaggio sull’argine, giusto per non finirci sotto.

Ah, dimenticavo, l’atleta ha quarant’anni, non diciotto.

Dunque, se si pedala serve un aiuto, bisogna andare “più forte”, a prescindere; se si tromba, altro aiuto, bisogna farlo “di più”; anche passare da stupidi richiede una prova tangibile, tipo un telefono che ti costa un mese di lavoro per comperarlo e uno per mantenerlo o la miseria ─letteralmente─ tatuata addosso; se si fa una corsettina, bisogna che lo sappia il mondo e che lo stesso mondo abbia modo di romperti i coglioni.

A volte mi domando perchè frequento sempre meno gente, poi penso che tutti i giorni qualcosa mi allontana da questa società.
Astenersi amanti del lieto fine.

Dottordivago

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strisce1Dicevo che le strisce colorate sui marciapiedi del centro, anche se un po’ smorte, a me sono piaciute: qualsiasi cosa spezzi e ravvivi il 51° grigio, quello di Alessandria, da parte mia è la benvenuta.
Una volta il clima padano non mi pesava, anche perchè in città ci stavo poco e, quando c’ero, praticamente vivevo di notte.
Poi il matrimonio, il lavoro e una vita “normale”, quindi la folgorazione:

‘azz… che posto di merda…

Ah, sgomberiamo subito il campo dalle polemiche: per favore, non domandatemi “perchè non te ne vai?”.
Prima non ne avevo le balle sufficientemente piene, ora che me ne andrei abbastanza volentieri, ho due vecchietti che cominciano a perdere qualche colpo e andarmene adesso mi sembrerebbe proprio una porcata. Valuteremo e vedremo.

Dicevo?…
No, non è stata una folgorazione, è stato un lento, progressivo disamoramento.
Se parliamo del clima, da una quindicina d’anni ­­─cioè da quando la mia amica MammaLella se n’è tornata a Genova, dopo aver stramaledetto la nebbia per dieci anni ─  il clima, dicevo, è pure migliorato: molta meno nebbia, meno umidità, più giornate limpide e ventilate.

Il problema vero è che la mia città è grigia dentro.
Alt! Ferma la mula: messa giù così sembro uno che sta dando fondo all’ultima scatola di Prozac…
Diciamo che Alessandria non è più quella che ricordo io o quella, ancora precedente, che mi hanno raccontato.
Succede a tutte le città? In realtà non succede ma siamo noi che cambiamo? Non sono d’accordo: è proprio cambiata la gente, che è poi quella che fa la città, più delle strade e dei palazzi.

Lasciamo perdere il fatto che oggi Alessandria abbia la stessa percentuale di stranieri del Palazzo delle Nazioni Unite o dell’Inter di Mourinho; gli stranieri non mi disturbano, mi disturba l’approccio che abbiamo con loro: riusciamo ad essere spietati coi bravi cristi e molli con lavativi e banditi.
Ma questo è un problema italiano, non solo di Alessandria.

Della vecchia città tra Tanaro e Bormida, una cosa è rimasta: la diffidenza, il sospetto per tutto ciò che è nuovo, “prima vediamo cosa succede”…
Insomma, è anche grazie a questo atteggiamento se siamo indietro come le balle del cane.

A molti le righe colorate non sono piaciute ─per carità, gusti sacrosanti─ e ci sono state svariate lamentele e proteste, alcune sensate e altre no.
La più stupida –è il caso di dirlo?– è apparsa su Feisbuk:

È una vergogna! Il Comune non ha una lira e sprechiamo i soldi così!

Non ho seguito bene la faccenda ma credo si tratti di un gruppo di artistoni alessandrini che ha vinto un premio, credo a Biella, consistente nella sponsorizzazione di una loro “opera” o qualcosa del genere, quindi non paghiamo noi.
Oddio, “opera”…
L’opera tocca anche essere capaci di farla, quindi oggi si ripiega sulla performance e, da quello che si vede in giro, lasciatemi dire che se mai facessi un figlio, lo preferirei frocio che performer.
L’attuale significato che si dà alla parola “performance” è quanto mai vago: va dal vivere per un mese, nudi, in una specie di teca di vetro posizionata in una fermata della metropolitana, all’idea della povera Pippa, che voleva arrivare in Palestina in autostop, vestita da sposa. Non c’è arrivata: è stata stuprata e uccisa da un animale turco che le aveva dato un passaggio.

Ecco, così mi sembra esagerato.
Per chi può schivare un lavoro serio in favore di pensate del genere, qualche calcio nel culo sarebbe sacrosanto, ci starebbe pure, il resto no; inoltre, povera stella, non era solo colpa sua: va considerato che suo zio Piero, come forma d’arte,

merda

cagava nei barattoli…

I cantonieri fricchettoni di Alessandria, conscio di dirla grossa, li vedo più come artisti: considero arte ciò che mi piace e artista “chi quella cosa  realizza”, fosse pure Pino Romeo che, 40 anni fa, con due rutti diceva tutto l’alfabeto.
Dio, quanto ho invidiato quel ragazzo!…
E gira che rigira, siamo tornati ai personaggi che non ci sono più.

Alessandria era un posto di matti geniali, il vero sale della vita urbana.

Jack sì che era un performer… solo che quando dichiarava «Faccio il numero!» era meglio allontanarsi, visto che le sue performance facevano sempre incazzare qualcuno. Tipo quella volta in un ristorante sulle piste da sci, in cui, dopo aver notato che una lunga tavolata era realizzata con una precaria struttura di assi e cavalletti, ha ovviamente dichiarato il “numero” ed è partito. Arrivato vicino all’allegra tavolata, ha simulato un clamoroso scivolone con conseguente “calcio alla Luna” con scarpone da sci, che ha creato un’esplosione di vino rosso e polenta concia.

Non era un performer, dite voi? Era solo un cagacazzo?
Naaah… era un genio: doveva ancora toccare terra che già urlava con tutto il fiato che aveva in corpo, e ne aveva…

Ahhh!!! La schienaaaa! Ahhhh! Non muovo le gambeeee!!! Ahhhh!!!

E una ventina di persone, coperte di polenta e carbonada, che avrebbero voluto ucciderlo, si sono prese cura di lui finchè ha dichiarato il cessato allarme: «Sto bene, grazie, ma me la sono vista brutta…»
Pensando a quella scena, rido da trent’anni.

E l’Ammiraglio Von Tarony?
Personaggio famoso, nome criptato, per pochi intimi, quelli presenti la sera in cui pianificava l’invasione della Svizzera che, a suo dire, gli Elvetici non si sarebbero mai aspettata: un attacco a sorpresa, dal mare.
Uomo di buona cultura, rampollo della ricca borghesia, anzi, forse con qualche quarto di nobiltà, ha dilapidato una fortuna, esibendosi in performance come quella di presentarsi, nei primissimi anni 60, con le gemelle Kessler a braccetto, una per parte.

E le camicie si compvano solo da Ved (Red)and Blue, in Via Montenapoleone…

Negli anni 80 il suo barile non aveva più un fondo da raschiare e vivacchiava con qualche piccola rendita, scampata non si sa come al suo furore mondano.

L’Ammiraglio ululava.
E non come un povero scoppiato: per lui era uno stile di vita.
Seduto da Baleta, rigorosamente “nei premi”, cioè ciucco tradito, faceva il “Lupo Lontano”, che consisteva in un ululato languido e continuo, finchè Robledo, il barista, gli intimava di smetterla, venendo liquidato con l’epiteto “Culo Mavcio”, così sbroccava e tentava di strangolarlo. Temendo di essere in procinto di farlo davvero, un pomeriggio Robledo ha chiamato la Polizia, urlando “lo ammazzo!” al telefono.
Col poliziotto che lo ha caricato di insulti e minacce per un quarto d’ora, l’Ammiraglio non ha aperto bocca; poi, quando l’agente si è zittito per verificare l’effetto del suo intervento, l’Ululatore l’ha guardato con sospetto e ha detto:

Mi sembva che lei stia sposando la causa del bav Baleta…

Sarebbe venuto giù il teatro, se in un teatro fossimo stati.
All’aperto poteva dare sfogo al “Lupo Nella Prateria” e a due veri cavalli di battaglia. Uno era il “Lupo Invisibile”, nient’altro che il “Lupo Nella Prateria” ma eseguito nascosto dietro l’edicola; l’altro era il “Turbo Lupo”, che consisteva nell’ululare più forte che poteva, fino a diventare rosso paonazzo.
Una volta gli sono mancate le gambe e l’abbiamo preso al volo, seduto sugli scalini dell’obelisco e rianimato con uno Stravecchio Branca, poi gli abbiamo consigliato un minimo di cautela col Turbo Lupo.

«State schevzando, vevo? Io sono anni che ululo e mi tvovo benissimo…»

In ricordo di quel giorno, io, che sostengo di picchiare Bimbi tutti i giorni, ho adottato la frase «Sono anni che batto mia moglie come un tappeto e mi trovo benissimo».

Abituato alla luce propria irradiata da certi personaggi, come posso non trovare insopportabile il grigiore di oggi?
Continua.

Dottordivago

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Non so di cosa sto parlando.
Ok, mi succede spesso ma stavolta è diverso: stavolta non so proprio di cosa sto parlando, a proposito delle “50 sfumature di grigio”.

Solitamente sfuggo i best seller ma non per fare lo snob: semplicemente perchè non sopporto i libri in edizione originale, lucidi e rigidi come scatole di cioccolatini.
Io, come molti altri, sono un lettore da cesso, da letto, da svacco generico, non uno di quelli seduti composti con un librone di cuoio radicato sulle ginocchia e un bicchiere di porto sul tavolinetto, uno di quelli che tratta un libro come il proprio pisello.
Io i libri li tratto male.
Li rigiro, li svergolo, li violento, li rivolto fino a sentire il crak della colla, così stanno belli aperti.
Magari riuscissi a trattare le donne come i libri:

“Apri i cosce, che t’infilo la briosce!”…

E sentire il crak della mutanda che collassa…

Bòn, questa l’ho detta all’inizio, così se il Camagna ha sonno, può anche smettere di leggere e andare a dormire: il meglio, per lui, l’ho già dato.

In questo periodo sto cercando di leggere “Limits” di Frank Schatzing, uno che per meno di mille pagine non si mette neanche a scrivere.
Infatti questo ne fa 1350 ed è praticamente un cubo di carta, praticamente immaneggiabile, cosa di cui, se non l’autore, almeno l’editore se ne rende conto, così l’hanno diviso in tre mega-capitoli di 400 e rotte pagine.
È stato sufficiente una mano ferma e un coltello seghettato (i miei coltelli da cucina sono rasoi ma la colla del dorso impasta e poi le lame si smerdano…) e… vualà, tre bei libri con uno spessore da cristiani.

L’ho già fatto con altri libri.
Poi, se mi sono piaciuti, li ho ricomprati, solo per il gusto di tenerli in libreria.
E capite bene che con l’edizione superlusso da 20, 30 o più euri, girano le balle sia per l’affettamento che per il riacquisto.
Non credo che con “Limits” tossirò la valuta per ricomprarlo: è un discreto dito nel culo e dopo le prime 400 pagine non è ancora successo una fava, quindi va già bene se riesco a finirlo.

Torniamo alle 50 sfumature di grigio e buttiamole nel cesso: ci interessano le altre due.

Una è il grigio della mia città, Alessandria.
Clima padano, quindi grigio per sei mesi all’anno; oggi, poi, per essere all’inizio di ottobre, è uno spettacolo.
Avete presente quella belinata secondo cui gli Inuit possiedono 2 o 300 termini per definire la neve? Ecco, oggi in Alessandria c’è una di quelle giornate in cui potresti trovare 300 parole diverse per ridefinire il concetto di

posto di merda

Trenta e passa anni fa, Camilla Cederna definì Alessandria come la città più grigia del mondo, dove persino la squadra di calcio sfoggia la maglia grigia, squadra che per i propri tifosi è “i Grigi”.
E in città qualcuno si è pure incazzato, ma è la solita storia della verità che offende.

Almeno una volta eravamo la classica cittadina del Nord, magari grigia e sonnolenta ma con una buona qualità della vita e un po’ di grano che girava.
Nella prima metà del 900 da noi è nato Borsalino e i suoi cappelli che hanno invaso il mondo.
Poi Paglieri e i suoi profumi, roba che non sarà l’Orèal Paris ma per gli amanti della pelle pulita che suona come i piatti ben lavati, il Felce Azzurra è un must; inoltre hanno pensato anche ai caga-amaretti e alle donne che vogliono sentirsi più unte che pulite, a cui è dedicata la linea Cleo.
Il signor Guala ha fondato un impero partendo dai tappi one-way, quelli da liquore, per capirci, e oggi possiede non so quanti brevetti con cui assicurare un piatto di minestra ai suoi discendenti, per i prossimi diecimila anni, intendo…
E Umberto Eco, Gianni Rivera, Lella Lombardi, unico pilota donna ad aver preso punti in Formula Uno.

Razza buona, gli Alessandrini “puri” di una volta.
Ma geneticamente deboli, temo, al punto di non reggere l’immigrazione del dopoguerra; infatti l’incrocio, che solitamente migliora la razza, da noi ha fatto danno e dagli anni sessanta non è più nato niente e nessuno che valga la pena citare, sottoscritto compreso, of course.

Ringraziando la Madonna, oggi siamo il primo comune capoluogo di provincia ad aver dichiarato fallimento, così almeno la gente parla ancora di noi.
E poi…

♫ Una mattina,
♫ mi son svegliato,
♫ ma guarda un po’, guarda un po’, guarda un po’ po’ po’…

strisce1

Qualcuno, nottetempo, ha pitturato chilometri di strisce colorate sui marciapiedi del centro.
Ok, già che c’erano, potevano pure impegnarsi un po’ di più sulla scelta del colore: botta di vita per botta di vita, tirami fuori un bel verde acido, un rosa shocking o un giallo fluo…
Niente da fare.
Causa situazione economica contingente, probabilmente è successo come per il Sottomarino Rosa del film: quello, c’era, e bali minga.
Ecco, a parte il beige e il verdolino in tonalità da “indicazione di percorso” ospedaliero, almeno l’azzurro, tipo quello dei parcheggi a pagamento,

strisce3almeno quello potevano risparmiarcelo, giusto per non far temere ai pedoni che
“mò ci tocca tossire dei soldi pure sui marciapiedi”…

Tutti contenti per la novità?
No, tutti incazzati, tra cui mio “fratello di pensiero”, l’avucàt Marco G, uomo con cui solitamente c’è una sintonia così totale da essere quasi noiosa.
Non ho letto la sua filippica contro le strisce (e gli chiederei di mandarmela, così me la vedo) ma so da lui stesso che non si è trovato d’accordo con ‘sti artistoni.

Ok, ha l’aria fintamente creativa da “robba de sinistra”… ma almeno è colorata.
Certo, un cantoniere le avrebbe fatte più dritte ma anche Picasso metteva occhi e piedi dove non te li aspetteresti.
E poi,

strisce2un marciapiede conciato così, considerato che in città si trova anche di molto peggio, non è che venga sfigurato o sfregiato dalla striscia verde pallido.

Insomma, sarà che io di questa città ne ho le balle piene, ma a me le strisce sono piaciute.
Continua.

Dottordivago

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Caro Beppe…

Sbarco

…dopo ‘sta marchetta prega di prendere

tanti voti in Sicilia, perchè se aspetti di

prendere il mio…

Ti ho perdonato il NO TAV, l’auto a idrogeno, ad aria, a molla, a elastico.
Oltre a un sacco di altra roba.
Ma quest’ultima, al mio paese, viene definita

dire che Gesù è morto dal freddo.

E mò, per chi voto?

Dottordivago

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