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Archive for ottobre 2013

Che, ovviamente, segue dal precedente “Maremma bucaiola!”, figlio dell’ancor precedente “Maremma!”, a sua volta nato da una costola della saga “Numero perfetto ‘sto cazzo…”
Qui, solo minchiate con tanto di pedigree, sia chiaro.

Torno in spiaggia… non saprei dire come… mi verrebbe da dire “imbufalito” ma non lo sono, anzi, mi viene anche un po’ da ridere: già quest’anno di vacanze ne faccio poche, se poi me le faccio anche rovinare da ‘sta banda di apparatchik…

Ridacchio, come l’uccello in gabbia, che se non canta per gioia canta per rabbia: non riesco a non pensare a cosa può provare uno straniero in una situazione del genere.
L’anno scorso, senza problemi di vecchietti da accudire, mi sono fatto le due settimane agostane canoniche a Elafonissos, l’isoletta meravigliosa con cui ve l’ho fatto a fette per tutto settembre 2012.
Su una delle spiagge più belle –attenzione- non del Mediterraneo ma del mondo, c’erano due file di lettini; tu arrivavi, sceglievi quello che preferivi e ti piazzavi; poi, con comodo, nel corso della giornata, per l’incasso passava una signorina più che dignitosa, anzi, se non fosse stata un pelino “ze” (dicesi “ze” di persona un po’ frikkettona ma non troppo, vagamente “on ze rod”, appunto) l’avrei messa d’ufficio tra le “buone come la torta”.
Arrivava col suo bel cagnaccio (un American Staffordshire Terrier, se hai del tempo da perdere, sennò dici “pit bull”, che fai prima) e ti barbava la bellezza di 7 (sette) euri.
Lì, sulla spiaggia di Laguna Blu, con la densità di turisti di Atacama…

Qui, su una spiaggia che non sarebbe brutta, benchè neppur minimamente confrontabile, e una densità di popolazione non a livello ligure ma al limite della mia sopportabilità, per un ombrellone di merda devo tossire più del quadruplo, che diventerebbe il quintuplo in prima fila, la prima che va sold out, visto che siamo un popolo di miserabili, sì, ma inguaribili caga-amaretti.
E per pagare quella gabella, visto che arrivo dalla parte opposta, devo percorrere tutta l’area attrezzata, andare verso il ristorante, mettermi in coda armato di pazienza, pagare, farmi assegnare un posto –che poi, magari, si troverà in mezzo a quattro famiglie con tre bambini per ciascuna- aspettare che la Compagna Assegnatrice comunichi col Compagno Bagnino/maglietta rossa, il quale le passa il Compagno Steward/maglietta verde (giuro, non due bagnini: un “life-guard” e uno “steward”, carta, anzi, maglietta canta…) il quale spegne il walkie-talkie e riprende il discorso col bagnino, disinteressandosi –giustamente- di chi arriva e di dove va.

È stato esattamente in quel ritorno verso Bimbi che mi sono detto: «Io, a questi imbecilli, non gli do più una lira manco se m’ammazzano!»

Ci installiamo al n° 32 della seconda fila, solo perchè lì intorno non c’era un nugolo di bambini, sennò mi sarei piazzato dove mi girava.
Lì vicino c’era la postazione del bagnino, cosa che mi ha dato modo di annotare i comportamenti precedenti, mentre mettevo a punto il mio piano. Per non lasciare nulla al caso -e per mettere a tacere la coscienza- vado a fare due chiacchiere col bagnino, col quale faccio il ripasso della geografia della costa: «Ah, così quella è Piombino, poi Follonica, di fronte l’Elba… interessante… A proposito, per i prossimi giorni, non è che posso pagare a te o al Compagno Steward/maglietta verde qui presente? Sai, è una bella rottura di coglioni ma soprattutto è una minchiata… No, eh? Non si può…»
A differenza della Compagna Assegnatrice, questi si capisce che sono bravi ragazzi, purtroppo rotelle dell’Apparato, quindi indottrinati: secondo loro, il fatto che uno arrivi, si piazzi, in attesa di una specie di controllore che passa a incassare, è semplicemente impensabile.
Ah sì, eh? Il controllore è impensabile, eh? Bisogna fare la trafila, eh?
Buono a sapersi, tovaritch…

Ho detto a Bimbi cosa avremmo fatto dal giorno dopo e, eventualmente, di fare la parte di quella che “non ho capito, le passo mio marito”…

Nei giorni seguenti ci siamo piazzati solo un po’ più vicini al nostro lato di arrivo, al 36, quindi un po’ più distanti dal bagnino, per non dare nell’occhio nel caso in cui avessimo dovuto lasciare il posto al titolare designato dal Partito.
Solo una volta, il terzo giorno, è arrivata una signora con un paio di bambini, la quale, modulo vidimato alla mano, ha guardato per trenta secondi il suo numero di pratica, il numero dell’ombrellone, me, il numero di…
«Le hanno dato questo numero, signora?»
«Sì… non capisco…»
«Tranquilla, colpa mia. Non è il mio numero, non dovrei essere qui (vero, oh quant’era vero…), solo che io mi piazzo dove ci sono meno bambini, sa, non sono proprio uno che ci va matto…»
La dolce-cara-mammina guarda i suoi pargoli, poi guarda me con una punta di imbarazzo… «Oh… mi dispiace…»
«Ma non scherziamo, signora! Prego, si accomodi, io mi sposto un’altra volta, siamo i nomadi della spiaggia (nel senso di vivere a scrocco…), solo non si offenda se mi sposto un po’ più del necessario ma… sa…» indicando i suoi pargoli…
La lascio quasi affranta, ha dipinto sul volto la sensazione di avermi rovinato la giornata, povera…

Ci piazziamo ancora più in là, sempre più vicini al nostro lato di arrivo, sempre meglio; stavolta scelgo scientemente il 47, un po’ per la scarsità di bambini, che nei giorni precedenti pullulavano, un po’ perchè “47, morto che parla”, numero sgradevole che, credo, verrà assegnato solo in caso di tutto esaurito; infatti non si presenterà nessuno nei tre giorni rimanenti.

Sono un barbone?
No, sono un cretino che si diverte a fare qualche minchiata, un castigatore, in questo caso, di stupidi burocrati per cui il turista è “merce” da smistare.
Un Robin Hood, al limite.

Una volta tornati a casa ho fatto il seguente conto: 28,50 € al giorno, moltiplicati per i cinque giorni da portoghese, totale 142,50 €.
La metà fa 71,25 €, poi vi spiego.
Bene, 50 € li diamo all’ambulatorio della Croce Rossa, che fa gratuitamente assistenza medica, tipo medicazioni o iniezioni:

Puntala1

E perchè alla Croce Rossa, che aiuta poveri e pensionati in Italia, e non a Emergency, per esempio, che cura gente in Afghanistan, in Congo, in Palestina?
Semplicemente perchè la Croce Rossa aiuta poveri e pensionati in Italia ed io sono un porco etnocentrico ed egoista.

Poi contatto “Rilanciamo Alessandria”, un gruppo di persone volonterose che cercano di mettere una pezza alla quasi assenza di interventi mirati al decoro urbano in una città Capoluogo di Provincia come Alessandria, fallita, quindi abbandonata in balìa di zozzoni e merde di cane:

Puntala2

Premesso che i beneficiati ignora(va)no la provenienza illecita del denaro, noterete alcune cose:

  • ho effettuato i versamenti a nome del Camping Resort Puntala, che verrà debitamente informato con un link di questo post;
  • per Rilanciamo Alessandria ho arrotondato a 22,00 i rimanenti 21,25 €, senza onore, semplicemente perchè la mia amica Paola non aveva il resto…
  • ho devoluto solo la metà del maltolto.

Già, perchè ho devoluto solo la metà del maltolto?

Amici miei… perchè, aldilà dei paroloni e delle buone intenzioni, non dovete mai, dico mai, dare retta a chi vi racconta che il delitto non paga.

Dottordivago

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Bilancio delle prime sei ore di permanenza:

  • il posto è sempre bello;
  • il bungalow non è male, però vale la metà di quanto costa;
  • frequenza delle pulizie e cambio biancheria, entrambi settimanali, sono da struttura che costa un terzo;
  • internet è inesistente e scoprirò di peggio;
  • la burocrazia è di chiaro stampo sovietico e scoprirò di peggio;
  • il ristorante, di cui serbavo magnifici ricordi, è la Fabbrica della Merda;
  • la sensazione di esserci dimenticati qualcosa di negativo dell’ultima vacanza in questo posto, nel lontano 1998, non ci abbandona.

Certo che si dorme bene! Che pace…
Per la colazione, poi, siamo attrezzatissimi: perchè perdere tempo comperando quello che trovi in un negozietto fornito solo di scatolame e cammellare la roba attraverso la pineta, quando puoi portarti le cose a cui sei abituato e che ti piacciono? Capisco avessimo dovuto prendere l’aereo ma siamo in macchina e i bagagli dovremo pure scaricarli, no? E allora tanto vale mettere in uno scatolone una bottiglia di olio di Ramoino, il vero Re della Taggiasca, una bottiglietta di aceto di barbera, prodotto nella cantina di famiglia con una madre decennale e tutte le altre cosine che possono servire in casa.
E poi abbiamo previsto di rinunciare a due pasti al giorno al ristorante, decisione obbligata, almeno per me, per evitare di raddoppiare il peso corporeo ogni settimana, come i cuccioli di foca, quindi di pranzare “in casa” e “cenare fuori”.
Visto il livello del ristorante interno e considerato che non abbiamo voglia di sbatterci e sgomitare nei ristoranti della zona, faccio un giro al supermercato della struttura per vedere se è possibile raggiungere l’autarchia gastronomica.

‘Azz’! Altro che “negozietto”… C’è di tutto, compresa una fornitissima panetteria (ARRGGHH!… Pan focaccia untissimo, delizioso…) e una macelleria che solo in Toscana puoi trovare in un campeggio, pardon, in un Camping Resort: addirittura due pezzature di fiorentina, vitellone e manzo!
In casa mia si mangia molta verdura ma per questa settimana potrei anche lasciarmi andare sulla proteina nobile, hai visto mai…
Prendo quel che mi serve e recupero Bimbi: spiaggia.

Ohh… dunque: la spiaggia descrive una curva lunga chilometri, di cui uno riservato al campeggio, che propone un duecento metri di parte attrezzata.
Ok l’approccio naturista sulla “playa virgen” caraibica ma qui, in mezzo al carnaio mediterraneo, un lettino è una mano santa, in primis per la schiena.
Poi impone una distanza accettabile, quasi ariosa, tra un ombrellone e l’altro, niente a che vedere coi miei lontani ricordi liguri, dove non c’era lo spazio per infilare il giornale tra una sdraio e l’altra e il rassicurante (non siamo soli nell’Universo) contatto di gomito col vicino era una certezza, proprio come in aereo, perlomeno come succede tra noi barboni da “economy”.

La sera prima mi sono informato: di fronte al ristorante c’è una “segreteria della spiaggia” in cui è possibile pagare per i vari servizi. Eh sì, in questo Camping Gulag Resort la burocrazia è soffocante e la procedura impone di passare  obbligatoriamente da lì; e non pensare proprio di scansare timbri e vidimazioni, compagno, salvo ritrovarti su un treno per la Sacha-Yakutia…

Dalla coda che troverò quella mattina, direi che, oltre a pagare il giornaliero per ombrellone e lettini, nonchè pedalò, catamarani e campi da tennis, probabilmente è possibile anche effettuare operazioni di money transfert o richiedere calcoli pensionistici…

Non ci posso credere: sono in coda per pagare un ombrellone di merda e la previsione è di rimanerci un quarto d’ora; ho lasciato Bimbi in spiaggia dicendole “arrivo subito, tu piazzati dove vuoi” pensando di essere in un posto normale…
Non so quanto resisto ancora prima di sbroccare…
Finalmente tocca a me: «Buongiorno, vorrei un ombrellone: esiste una formula per sei giorni?»
«A parte che posti in prima fila non ce ne sono, per la seconda fila il costo è di 28,50 al giorno, per sei giorni fa… 171 euro (non 170, compagno: 28,50 x 6 fa 171 rubli…). Il prezzo è per lettino e sdraio, se vuole due lettini c’è un extra»
Mi guarda senza dire altro.
E io, pirla, che mi aspettavo un “se sceglie il pacchetto sette giorni, però, c’è un pompino di benvenuto e una forma di pecorino di Scansano di arrivederci”…

Va be’, visto che non si risparmia una lira, pago giorno per giorno: ci manca ancora regalare dei soldi a ‘sti stronzidimmerda se mai una giornata piovesse o decidessimo di cambiare spiaggia.
Pago la giornata, prendo la ricevuta e sto per andarmene…
«Signore, aspetti, le assegno il numero…»
Cosa cazzo fai? «Prego?»
«Se non le dico il numero di ombrellone, dove va?»
«Al primo che trovo e che mi piace, direi…»

Mi guarda come io guardavo Kwassì, un ragazzo del Togo che aveva lavorato per me per un po’ di tempo, prima di scoprire che con la sua faccia, il suo fisico e (credo) il suo pisello, campava meglio scopando qualche zoccola munita di marito ricco.
Kwassì, dicevo, non sapeva che da noi non si usa parlare con uno e allo stesso tempo estrarre dal naso certi capperi grossi come marroni cuneesi, così io, prima di spiegargli la faccenda, lo guardavo come quella aveva guardato me, con un misto di schifo mitigato dalla comprensione, un po’ come quando si smerda un neonato.

«Senta (Compagno, la nostra pazienza ha un limite!), se tutti facessero così, cosa succederebbe?»
«Niente, cosa vuole che succeda? Lei ha tot ombrelloni, quando li ha venduti tutti mette il cartello “completo” e si dedica ad altro, anzi, le rimarrebbe pure più tempo per “altro”»
Espressione da “eh, beata ingenuità…”, poi scrive 2-32 (seconda fila, n° 32) e mi allunga la ricevuta sul banco ma ci tiene un dito sopra, poi prende un walkie-talkie e…
AVVISA IL BAGNINO! Con tanto di coordinate!
Non ci posso credere. Sfilo la ricevuta e me ne vado, senza rispondere al suo “Senta!…” e senza aspettare il “nullaosta” di un travet a torso nudo che, nei posti normali, la batte alle mammine con il marito al lavoro in città.

Questi sono pazzi, ve lo dico io.
Continua

Dottordivago

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Maremma!…

Sì, dai, cambiamo titolo, anche se questo post è la continuazione della serie dedicata alla sfiga degli anni col 3. Ma le vere sfighe del 2013 le abbiamo già viste, ora resta solo il racconto di una vacanza, per forza di cose, breve e non indimenticabile, però con una morale, quindi, se vi va, io procederei.

Rimuginando sulla kafkiana consegna dei sacchetti per la differenziata, rientro per sistemare i miei bagagli, Bimbi è già all’opera con i suoi.
Il condizionatore ha iniziato a rendere l’ecosistema bungalow più adatto agli esseri umani che ai batteri termofili, così mi “impadronisco” dell’ambiente.

Apro una brevissima legenda che aiuterà a comprendere le situazioni che mano a mano si presenteranno: iniziamo analizzando alcune situazioni classiche di botta e risposta:

Eccì! ►Salute!
Piove ► Governo ladro.
Osteria del Gallo d’Oro ► paraponzi ponzipà.
Qualsiasi cosa io veda nel Resort ► 220 euro al giorno, vaffanculo a loro.

Partiamo.
Le due camere da letto sono, ovviamente, piccoline e forse è quello il motivo per cui non mi sono subito reso conto che il letto matrimoniale è “alla francese”, cioè da imbecilli: perchè mai si devono risparmiare 10/20 cm di letto?
In un letto come quello devi avere un sonno pesante, da anestesia totale; se sei come me, che qualsiasi cosa che ti sfiora, ti sveglia, passi la notte in bianco. In quanto imbecilli, i francesi lo fanno anche in camere da letto grandi come quelle di Versailles, mentre in un bungalow può ancora avere un senso; resta il fatto che a casa mia il letto è il doppio di quello, così Bimbi si sistema nella seconda camera, lasciando a me quella più vicina al condizionatore.

Mentre traffichiamo, quasi quasi sentirei un po’ di musica…
Ovviamente non c’è un impianto audio, non lo pretendo, non siamo al Ritz.
Però, tra mille i difetti del digitale terrestre, il bello è che, oltre all’insopportabile MTV, ovunque ti trovi arrivano una decina di tv che trasmettono musica.
Ma il digitale terrestre ha un’imprescindibile necessità: il televisore.
Oh cazzo, dov’è il televisore?
Non ci sta, paraponziponzipà. Pardon: 220 € al giorno, vaffanculo a loro.
A Mauritius, con 90 € al giorno avevo il doppio dello spazio in un residence con finiture di lusso e un megaschermo Samsung che manco da Mediaworld ce l’avevano già, mentre qui non c’è uno straccio di televisorino da 100 euro.

E quindi… niente telegiornale… niente televideo con caffè mattutino…
«Bimbi, è la volta che impariamo ad usare il tablet, se vogliamo vedere un tg…»
Ah, tra l’altro, siamo partiti venerdì 23 agosto, lunedì riapre un mio fornitore, da cui aspetto una conferma d’ordine urgentissima, senza di cui non parte il materiale che mi servirà ad inizio settembre.
Meglio dare un’occhiata alla situazione internet.
Perfetto! Non so il resto del “Camping Resort”, di sicuro la mia zona, e almeno per TIM, è una Gabbia di Faraday: una misera tacchetta in veranda, all’interno non ci pensare proprio, quindi, caro 3G, salutam’ ‘o cazz’…
220 € al gior… Ah no, ferma il ritornello, la telefonia non è cosa loro.

E allora sfruttiamo la fantastica “copertura wi-fi in tutto il Resort” sbandierata sul sito e nell’elenco di tutte le figate che ti mettono a disposizione in questo posto.

’Azz’! Un mucchio di accessi: Puntala1, 2, 3, 4, 5, quasi tutti con un buon segnale… Criptati, giustamente: vuoi mica regalare un servizio del genere ai villaggi vicini, eh!… Che poi ti “succhiano la banda” e tu, ospite pagante, ricevi col contagocce… Giusto, giusto, per carità…
Però ci vuole la password…
Torno in segreteria/reception, mi danno la password che, se ricordo bene, mi dà diritto a dieci ore gratis in una settimana, che normalmente, in vacanza, mi basterebbero per un anno, se avessi un televisore per vedere un tg e se ci fosse una copertura telefonica 3G per il tablet…
220 € al gior… No, ‘spetta un attimo, col ritornello:
«Ok, homo tecnologicus di ‘sto cazzo, come facevi pochi anni fa?»
Me ne sbattevo le balle, cosa che posso fare benissimo anche adesso: per il lavoro la sbrigo in dieci minuti, non devo neppure cercare ristoranti o altro, visto che non intendiamo mettere il naso fuori da questa pineta se non per andare in spiaggia, quindi le dieci ore di wi-fi bastano, avanzano e ne crescono.

Se funzionasse, il wi-fi, porca troia.
Colpa del tablet, non lo so usare, in più lo odio e lui lo sente, come le piante. Fammi tirare fuori il mio pc, che te lo do io il tablet…
Niente da fare, non riesco a connettermi. È quasi ora di andare al ristorante e io sono ancora lì che tiro delle madonne: colpa mia, sono un somaro totale, un ominide, sto tutto il giorno davanti ad un computer ma sono una bestia.
Però, almeno la connessione in albergo, di solito mi riesce… No, no, sono un coglione. Ristorante, va’, che è meglio…

Un paio di giorni dopo, chiedendo in giro, scoprirò che nessuno riesce a collegarsi a quel wi-fi: adesso sì che… 220 € al giorno, vaffanculo a loro!

Rispetto a una volta il ristorante è spettacolare, niente da dire.
Menù dignitoso, carne e pesce, classico posto da cinquantino per tre portate, che difficilmente ordiniamo per cena, di solito due bastano.
Infatti, due insalate di polpo e patate, trancio di tonno alla griglia per me («Stasera c’abbiamo il tonnetto», dice il cameriere, «Vada per il tonnetto» dico io, che per 15 euro non mi aspettavo di sicuro una fetta di “toro” da 300 dollari al kg), stranamente un fritto di gamberi e calamari per Bimbi, solitamente più salutista.
Siamo appena arrivati, mi sono leggermente risentito per qualche pirlata ma adesso mi voglio rilassare, infatti ho ordinato pesce senza andare a guardare il banco-frigo a una decina di metri dal nostro tavolo. Va be’, mi tocca.

Giuro, qualche giorno dopo ero ancora incazzato con me stesso per non aver bloccato l’ordinazione e non aver alzato i tacchi da quella tana di avvelenatori.

Abbondante strato di ghiaccio. Poi: il mio tonnetto è un allitterato mingherlino ma fresco, se la testa lì di fianco è la sua, poi orate e branzini d’allevamento, orribili, classica merda greca da 5 € al kg, non freschissimi; da un lato –e qui siamo nella fantascienza- un branzino “andato”, quasi non si vede l’occhio; un altro quasi mummificato, giuro, non saprei come descriverlo: rinsecchito, di un tenue color tabacco, ripugnante.
Passa il cameriere che ha preso la nostra comanda, indica il tonnetto e col gesto della mannaia dice: «Eccolo qua, il tonnetto, appena stroncato!»
«Quello sì, il problema sono le due salme: se proprio sei affezionato e non te ne vuoi liberare, almeno mettile sotto il ghiaccio, non sopra, che così non fai una gran bella figura…»
Lo lascio a farfugliare qualcosa e torno al tavolo.

Perchè non ho annullato l’ordinazione, preso su Bimbi e cambiato posto?

Perchè nel corso della giornata ho caricato la macchina, ho guidato per circa 400 km, che non sono tanti ma fanno cubatura col resto, ho fatto le code, ho scaricato i bagagli di entrambi, ho riposto i miei, mi sono leggermente scazzato coi cristiani e incazzato con la tecnologia…
Adesso dovrei prendere la macchina, cercare un parcheggio, prima, e un  ristorante, poi, alle 9 di un venerdì sera di agosto, a Punta Ala…

«Il pesce fa cagare, però il mio tonnetto è fresco, mentre polpo, gamberi e calamari sono surgelati, quindi meno peggio: per stasera va così, che ne dici?» sorvolando su un concetto universale, che comporta obbligatoriamente l’abbandono del locale:

se in vetrina, sotto gli occhi di tutti, mettono del pesce così,
in cucina, dove nessuno vede, cosa può mai succedere?

E se non è malafede ma totale ignoranza gastronomica, allora è pure peggio.
Non c’è problema: scopriremo che sono entrambe le cose.
Ma Bimbi ha avuto più o meno la mia stessa giornata, quindi la pensa come me e, come le vittime di uno stupro, preghiamo solo che tutto finisca in fretta.

Rapporto polpo/patate, da carta geografica… va be’, ho esagerato, diciamo da planimetria, tipo 1:100. Però il sapore non è male, quindi “sa di pesce”, quindi Bimbi mira al bersaglio grosso, le patate, e io spazzolo l’animale.
L’antipasto poteva andare peggio, il secondo no.
Il mio “trancio di tonno” è una fettina miserevole di quel tonnetto di prima, stracotto, asciuttissimo. Il fritto di Bimbi ha un bell’aspetto, la faccia di Bimbi, dopo il primo assaggio, no: i calamari puzzano di ammoniaca da un metro, ne assaggio un pezzetto e lo sputo; i gamberi, dice Bimbi, sono un po’ meglio, così aggiunge un mezz’etto di proteine al piatto di patate di prima.
Mi guardo intorno, c’è il pienone, un sacco di gente che arriva “dà il cinque” al cameriere, si vede che vengono tutte le sere.
Bravi.

Ordinare altro sarebbe puro masochismo, scappiamo…
Arriva il conto, il “trancio di tonno” da 15 € è lievitato a 20 €: vado alla cassa.
«Sorvoliamo sulla qualità e mettiamoci una croce, ma almeno la matematica…»
«Eh, signore, non era tonno, le abbiamo servito un tonnetto…»
Mi esce dal cuore: «Mi prendi per il culo?»
«No, signore, sul menu…»
«L’ultima volta che ho comperato un tonnetto intero, l’ho pagato 6 euro al kg, il tonno d’importazione più scadente costa il triplo…» poi mi passa nel cervello un vecchio riff dell’immortale “Amore disperato” di Nada:

Sto perdendo, sto perdendo, sto perdendo, sto perdendo tempo

Ci vuole una cosa che persino ‘sto cretino capisca:
«Io ho ordinato quello da 15 euro, punto!»
«Ah… certo… per carità…»

Ce ne andiamo a prendere il caffè –manco quello, ho voluto prendere lì- al bar vicino all’ingresso del Resort, dalla parte opposta: dopo una mangiata così, una camminata ci vuole… E poi possiamo approfittare per dare un’occhiata all’altro ristorante, che dovrebbe essere proprio lì.
’Fanculo!… Stessi colori da lontano, stesso nome da vicino, stessa gestione.
Quindi, verosimilmente, stessa “mission”, cioè stessa merda.

Mi sa che ci toccherà modificare il programma, quello della full immersion di una settimana nel Resort è saltato.
Salvo mettersi a cucinare: dipende dalla dotazione del bungalow; per quanto riguarda gli approvvigionamenti, è tardi quindi è chiuso ma, visto da fuori, il supermercato interno potrebbe fare invidia a tanti altri che trovi in città…

Vi lascio sulle note dell’immortale brano di cui parlavo prima.
Continua

Dottordivago

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Sottotitolo: Le vacanze ai tempi dell’anno col 3.

Abbiamo visto come, dal 1973 al 2013, gli anni con finale 3 sono stati, per me, anni funesti, senza bisogno di essere bisesti; per chi si fosse appena collegato, non cito il 1963 perchè, a tre anni, se proprio non li compi ad Aushwitz, non t’accorgi delle sfighe.
Detto ciò, salvo sorprese da qui a fine anno, con la piccola sfiga di cui parlo oggi, dovremmo essere a posto fino al 2023.
E se non ci sarete più per leggere l’aggiornamento, pazienza.

Insomma, tra ospedali e luoghi similari in cui si trovavano i nostri vecchietti, per tutto il 2013 non ci siamo spostati di un passo dalle rotte canoniche; quando, a fine agosto, abbiamo scoperto che le bocce stavano ferme per qualche tempo e che Bimbi aveva ancora una settimana di ferie, siamo partiti come i cani da caccia quando gli apri il portellone della macchina.

Destinazione Punta Ala, per la precisione “Camping Resort Puntala”, struttura di cui vi ho già parlato in un’altra occasione, in una storia dello scorso millennio.
Lo ricordavamo come il luogo ideale per passare dal bungalow, all’ombra di una splendida pineta, alla spiaggia, che non è niente di caraibico ma… oh, con una settimana di tempo e la necessità di non allontanarsi troppo, va bene così.
E consideriamo una vera botta di culo l’aver trovato posto.

Oddio, trovare un bungalow a 220 euro al giorno, alla fine di agosto, non è esattamente una missione impossibile.
Di per sè non è una cifra stratosferica, soprattutto considerando che ci sono due camere da letto e che per una famiglia di 4/5 persone diventa quasi conveniente, soprattutto se poi la mamma cucina.
Per noi due, come costo pro capite è un momentino più caro, inoltre abbiamo ben chiara l’idea di fiondarci con estrema regolarità al mitico ristorante tra pineta e spiaggia, quello che fino all’ultima volta, nel ‘98, appunto, era gestito dall’impagabile Sergio e dalla sua famiglia: simpatico il figlio, buonissima la figlia.
Madre non pervenuta, non la lasciavano uscire dalla cucina, dove dava il meglio.

Le cose sono un po’ cambiate.
Una volta arrivavi, ti piazzavi, poi lasciavi qualcosa alla cassa, tanto per formalizzare la storia, poi spianavi il gobbo alla partenza.
Adesso, alla prenotazione avvenuta qualche giorno prima della partenza, ho domandato se era necessario mandare un anticipo. La signorina, in maremmano stretto, mi dice: «Ma ‘uale antiscipo… Deve fa’ un bonifi’o per l’intera scifra»

Tutto e subito, più cauzione in contanti da depositare all’arrivo. E non ti sbagliare ad arrivare in mattinata: prima delle 17 non ti consegnano le chiavi. Per fortuna si rivela una tattica prudenziale, infatti, pur prendendola comoda, pur fermandoci per pranzo, alle 15.30 siamo lì e, visto che il bungalow è pronto, alle 16 ne prendiamo possesso.

Però ho la sensazione che la teutonica macchina organizzativa di un tempo produca qualche scricchiolio: dei quattro sportelli della reception ne funziona uno e aspetto un quarto d’ora il mio turno, poi mi schedano, poi caccio la cauzione, poi mi consegnano la chiave (una sola, bravi: una volta a una coppia hanno dato due chiavi e sono morti…) e mi spiegano che, con comodo, devo recarmi dalla “governante” (c’è una costruzione con tanto di omonimo cartello) per ritirare i sacchi per la raccolta differenziata.
«Scusi… ma la biancheria… gli asciugamani… la carta igienica?…»
«Sono già nel bungalow… (oh bischero, dove voi ‘he siano…)
«Ah… ma i sacchetti no, eh?…»
Non raccoglie: «No, ‘uelli li ha la governante»
E se il timbro a secco sull’apposito modulo non è annullato dalla sigla dell’addetto, la pratica è automaticamente cestinata, compagno Dottordivago.

Va be’… ne ho viste tante, di minchiate… una più, una meno…
Però…
Ora, io non possiedo un’apparecchiatura per la TAC, quindi prima o poi mi toccherà aprire in due la testa di un addetto alle camere o, in questo caso, al bungalow, per vedere se dentro c’è un cervello o del compost organico.
Perchè, in piena estate, ovunque io vada, le finestre devono sempre essere chiuse e le relative tapparelle, persiane o qualsiasi altro elemento oscurante, deve essere spalancato? Il risultato, banda di coglioni, è quello di trovarsi in camera la stessa temperatura di Mercurio.
Soprattutto se -grazie, 2013…- l’unico pino secolare mancante nell’impenetrabile pineta, abbattuto per malattia o per dispetto, è quello che dovrebbe riparare il nostro bungalow da mezzogiorno alle cinco de la tarde.
Ohhh là!… E se Dio vuole, diamo un senso a quegli ulteriori trecento euro settimanali -ben spesi- per avere il bungalow “lusso” col condizionatore…

Ci danno un’ora per scaricare i bagagli, poi bisogna portar fuori l’auto, e questa mi sembra sia rimasta l’unica cosa sensata dai bei vecchi tempi.
Operazione completata in dieci minuti, poi, approfittando del fatto che la strada per l’uscita gira nei pressi del ristorante, mollo il mezzo e mi fiondo alla speranzosa ricerca di Sergio. Esco dalla pineta e…

Sergio aveva piazzato un container tra pineta e spiaggia, di cui metà era il bar e metà la cucina, mentre per i clienti c’erano tavoli di plastica e grandi ombrelloni sulla ghiaia, alla buona.
Tutto sparito.
Adesso c’è una struttura faraonica in legno e vetro, tipo quei palasport in Trentino: la differenza è che quelli non sono frutto di un abusivismo degno della Valle dei Templi, mentre questo, a trenta metri dal mare… probabilmente ha contribuito a migliorare la qualità della vita di tutti i politici e funzionari pubblici nel raggio di 20 km.

Butto l’occhio, il locale funziona anche da bar per la spiaggia: sono metà di mille ma non vedo facce conosciute.
E poi hanno tutti la stessa T-shirt nera, con nome del locale in arancione, credo qualcosa tipo “Manà” o “Ma ma”, non sono sicuro, ho rimosso…
E questo la dice lunga sulla qualità del cibo, come scoprirò poche ore dopo.
Sergio, Sergio, dove sei, Sergio?… Altro che l’attuale tenuta sociale…
Sergio si presentava tutte le mattina con una T-shirt bianca che all’ora di pranzo faceva ancora bella figura, a cena era… come dire… onusta di gloria, ecco.
Ma diventava la tunica di un cherubino, quando ti posava il piatto sotto il naso…

Purtroppo di lui nessuno sa niente, quindi prenoto per cena e porto fuori il mezzo. Rientrando passo dalla governante, che mi dà i sacchetti “for my eyes only”, visto che nessun altro era autorizzato a portarli nel bungalow…
Già che ci sono, domando come funziona per il cambio biancheria, mentre per le pulizie preferirei aggiustarmi in proprio.
Funziona così: dopo una settimana, io vado fuori dai coglioni, loro puliscono e cambiano la biancheria per chi arriva.
Una volta a settimana… a 220 euri al giorno…

Sono arrivato da un’ora e sono già al terzo o quarto va be’.
Andiamo a sistemare la roba, che è meglio.
Continua.

Dottordivago

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2013

E finalmente, al sesto “anno con 3 finale” (63, 73, 83, 93, 03, 13) della mia vita, ho realizzato quanto scritto nei post precedenti, cioè che il cosiddetto “numero perfetto” è un vero marchio di sfiga, una specie di asterisco che, per me o per chi mi è vicino, segna i peggio anni di merda.
Così, tanto per far capire che aria tirava, ‘sto 2013 ha pensato bene di rompere i coglioni già dal 2012.

Normalmente, io e Bimbi ci becchiamo la vacanza invernale a gennaio, un paio di settimane al caldo, tranne una volta in cui la signora non se la sentiva proprio “di lasciare le colleghe per così tanto tempo” (per fortuna, almeno in Messico abbiamo preso la pioggia solo per una settimana). Qualche giorno dopo il rientro, con voce soave, mi ha detto: «Amore, mi lasci andare una settimana in Trentino con la Lella?», giusto per confermare che noi portatori di pisello non siamo che creta nelle mani giuste, poveri burattini…

Da quando ho aperto l’attuale esposizione, mirata al 90% al prodotto residenziale, nonchè al 99% al cliente privato,

-astenersi imprese edili ed intermediari immobiliari-

per il semplice motivo che sono un eccentrico e che finiti i lavori mi piace anche prendere i soldi, dopo quattro anni ho capito che la suddetta esposizione può tranquillamente stare chiusa dall’Immacolata all’Epifania, periodo temporale così inquadrato giusto per mettere in chiaro che non sono stato anni e anni capo dei chierichetti per niente.

Fermo attività comprensibile: sotto Natale, chi mai pensa alle finestre?
Peccato che tutti gli anni, ora di partire per la vacanza, smaltita la sbronza delle festività e riacceso il cervello sulle necessità di tutti i giorni, i clienti ricominciano a farsi vedere.
E io chiudo due settimane, vaffanculo a me.
Per carità, niente di irrimediabile, se uno è davvero interessato, torna; soprattutto nel mio caso, dove il 90% dei nuovi clienti è mandato dai vecchi clienti, tutta gente che ho la sana abitudine di lasciare soddisfatta.
Però, pensando a quel 10% di clienti dati dal passaggio davanti alle vetrine, a causa di quei potenziali mancati contatti, sono sempre partito col sospetto che la vacanza finisse per costarmi più del previsto.

Se a questi fatti di natura commerciale sommiamo il fatto che, parlando di Santo Natale, in confronto a me il Grinch diventa Santa Claus, approssimandosi il quarto Natale da spendere inutilmente in negozio, ho avuto –era ora- quella che possiamo definire La Pensata: perchè non mi faccio le vacanze in corrispondenza del Natale, come sarebbe pure logico?
Mi scappa di divagare.

Lo dico sempre: se uno nasce in Germania e a tre anni parla tedesco, non è un genio, è tedesco.
Se fin da bambino senti dire delle minchiate, dalla superiorità del comunismo in Nord Corea, a quella religiosa in Iran o relativamente alla distruzione dello Stato di Israele nella Striscia di Gaza, quando cresci ti tieni la piega che hai preso.
Cioè, c’è addirittura gente che nasce, vive e muore interista, per dire…E se hai sempre sentito dire che “muoversi a Natale è da pazzi”, visto che il volo o la vacanza che un mese prima costava come il biglietto dell’autobus, avvicinandosi alla settimana fatidica, dal 25 al 31 dicembre, se va bene, triplica, allora finisci per convincerti della convenienza di andare in vacanza a gennaio.
Magari sorvolando sul fatto che potresti rimetterci in termini economici, causa  ripartenza della domanda, ma soprattutto dimenticandoti che passerai i peggiori giorni dell’anno (parlo per me) tra noia e mangiate sconsiderate e fini a sè stesse, visto che –ci avete fatto caso?- non siamo più nel 19° secolo o in un film neorealista e il buon cibo è disponibile per tutti e per tutto l’anno.

Soprattutto non passerai un Natale (parlo sempre per me) come le famiglie ammericane dei film, quelle che, dopo un pasto allietato da canti natalizi, brillantissime conversazioni e impreziosito da regali principeschi, passano dalla tavola allo splendido giardino per una partitella di football in cui nonna, mamma, figlia e nipotina stracciano nonno, padre, genero e nipotino.
E affinchè tutti i salmi finiscano in gloria, il pomeriggio prosegue nella piscina (riscaldata) di famiglia, con gli amici del cuore arrivati nel frattempo, per concludere la giornata con una cena che, per qualità e convivialità, dà due giri di distacco al già splendido pranzo.
C’è anche da dire che, a seconda del tipo di film, il cagnolino scompare nel water con l’acqua dello sciacquone, il genero viene beccato a scoparsi l’amica di famiglia oppure a uno dei nipotini, che non si sente bene, viene diagnosticato un male bastardissimo.

Il mio Natale è diverso.
A parte che è l’unico giorno dell’anno in cui mi tocca vedere mio cognato e sentire le inenarrabili minchiate di cui parlavo poco tempo fa, il resto della giornata si riduce ad un’estenuante maratona gastronomica -ottima, per carità- in cui il dialogo è ucciso dalle ripetute, insistenti fino a diventare esasperanti, offerte di cibo di mia zia o dal farfugliare di mia madre che  pretende di partecipare alla conversazione mentre tenta di ingurgitare bocconi che strozzerebbero un’orca assassina.
Terminato il cibo –ma più che altro la capacità gastrica- uno si appisola qua, l’altro là –io compreso- e tutto finisce lì, salvo ricominciare poche ore dopo.

A volte penso: «Chissà se mai un giorno rimpiangerò tutto questo?»
Dopo di che mi rispondo: «E cosa cazzo mi deve capitare? Quanto dovrò essere messo male, per rimpiangere tutto questo?»

Così mi sono deciso: a ottobre comincio a studiarmi i voli per l’Oriente, tipo Thailandia, dove anche sotto Natale la ricettività è a prova di bomba, il prezzo di una casetta vicino al mare non è solo alla portata di oligarchi ex sovietici e il costo totale della vacanza resta nell’ambito dei numeri a quattro cifre.

Eccolo!
Volo Thai, con cui ho sempre volato benissimo, partenza il 16 dicembre, ritorno il 4 gennaio, comprese tre notti a Bangkok, 2.200 € a coppia. Con un volo interno per le zone baciate dallo tsunami del 2004 si arriva a 3.000, poi alloggio e vizi…
Sì, stiamo nelle quattro cifre, cosa da non dare per scontata per una ventina di giorni a cavallo di Natale e Capodanno.
E poi, costi quel che costi, partire prima che tutto inizi, tornare quando tutto è finito e non dire neppure una volta “auguri”, per me non ha prezzo.

Esattamente in quei giorni scopriamo che mio suocero e mia madre dovranno subire un paio di interventi di quelli che sarebbe meglio evitare: data da destinarsi ma incombente.
Quindi?
Ovviamente, in certi momenti, l’ultimo dei pensieri va alle vacanze, così abortisco sul nascere l’organizzazione del viaggio di cui avevo una gran voglia e, nella scia degli eventi, Bimbi ed io ci ritroveremo a passare quattro o cinque giorni a Nizza, a cavallo di Natale, giusto per “fare qualcosa” rimanendo in zona e risparmiarmi, per la prima volta nella vita, quella giornata insopportabile che è diventato il “Natale in casa Gallia” (non mi chiamo veramente “Divago”, di cognome…).

«Come le sembra l’assaggio di questo 2013, signore?»
«Ottima annata di merda, direi, andiamo pure avanti, grazie»

E se Dio vuole, tra un ospedale e un centro di convalescenza, tra qualche spavento e qualche buona notizia, si arriva ad agosto, ovviamente senza aver nulla in programma sul fronte vacanze: un vecchietto l’abbiamo sistemato ma l’altro è ancora in ospedale, in attesa di un piccolo intervento conclusivo.
Che viene rimandato, quindi si prevede il ritorno a casa per fine mese.
A quel punto Bimbi avrebbe ancora a disposizione una settimana di ferie: approfittiamo di questa schiarita e pensiamo di fiondarci in un posto relativamente vicino, in caso di un eventuale ritorno di emergenza.

“Vicino” ci sarebbe la Liguria, luogo in cui ad agosto non mi fermo neanche se buco una gomma.
Quindi Costa Azzurra o Toscana.
E Toscana sia, a un paio di km da Punta Ala, in un posto già frequentato in passato. Una volta era un gran bel campeggio con qualche bungalow, costosissimo ma ben tenuto e organizzato, mentre oggi scopriamo essere praticamente un villaggio di bungalow, sempre costoso e ben tenuto: perfetto, proprio quello che ci vuole per una settimana pineta – spiaggia- ristorante.

Ecco, volevo dire… a parte il fatto che stiamo parlando di un anno di merda, se poi ce le cerchiamo pure…
Siamo felicissimi di tornare, dopo quindici anni, in un posto a cui siamo legati da tanti bei ricordi, però… Però qualcosa ci sfugge, come se avessimo rimosso il motivo per cui non siamo tornati per così tanto tempo…
Va be’, facciamoci passare questa sensazione sgradevole, siamo già fortunati ad aver trovato posto dal 23 al 30 agosto e pensa che figata se ci fosse ancora Sergio a mandare avanti il ristorante…
E siccome, a raccontarle, fanno più ridere le sfighe che le botte di culo, col prossimo post dovreste divertirvi di più che con questo triste diario di bordo.
Continua

Dottordivago

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Nel post precedente mi era sfuggita una sfiga del 2003, che ho aggiunto.
Giusto per confermare l’accezione “anno di merda”…

Dottordivago

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E dopo il 2/bis arriverà il 4: meno lo vedo, ‘sto 3, e meglio sto…

Ma prima di continuare con “la sfiga degli anni col 3”, risponderei al commento della mia “sciura Maria” preferita, al secolo Maria Barberio, che scrive:

Vita difficile ma, almeno, ne hai da raccontare!!!

Sai, Maria, paradossalmente, qual è la mia sfiga?
Essere stato fin troppo fortunato.
Intendiamoci, non mi è mai capitato di fare un “6” al Superenalotto o di inciampare in un diamante di due chili, mentre per alcuni innegabili talenti che mi sono stati regalati, mi è sempre mancata la voglia, la tigna, per concretizzarli.
Però non ho mai dovuto lottare e faticare per vivere o piangere per gravi malattie o lutti nella mia famiglia.
Giusto di riflesso, visto che la mia povera Bimbi, in poco tempo, ha perduto tre persone care ma, ovviamente, mi rendo conto che il mio dolore non è stato niente in confronto al suo.

E allora, mi lamento per la mancanza di sfighe?
Assolutamente no: hai visto mai che a qualcuno venga voglia di metterci una parola buona, tipo quei “doni del Signore” che temprano lo spirito…
Nessun lamento, però “dormo preoccupato”, come a militare, quando ti promettevano un gavettone notturno.
Non sono abituato al dolore, non sono temprato da sfighe giovanili; solo che, almeno parlando di lutti, è inevitabile che prima o poi arrivino e, nel mio caso, arriveranno tutti insieme o, perlomeno, molto ravvicinati.
Sempre che non tocchi prima a me, far piangere qualche persona cara…

vabbè, scrivo un momentino senza maiuscole, visto che una mano ce l’ho fissa in un posto e da lì non si muove…
insomma, va a finire che mi tocca lo strano percorso degli statunitensi, quello descritto da georges clemenceau quando diceva che “sono passati dalla barbarie alla decadenza, senza conoscere la civiltà”.
Ecco, vuoi vedere che a causa di questa mancanza di prove della vita, io potrei passare da acerbo a marcio senza conoscere la maturità?

E adesso cambiamo discorso, così libero una mano e posso impiegare le maiuscole, cosa che mi dà un piacere estetico e questo lo dico a voi che non le usate mai: senza maiuscole il cuore del Dottordivago sanguina.
Oddio… “cuore”… più che altro è un dito nel culo, ecco…

Va be’, togliamoci dai coglioni ‘sto 2003, che potremmo definire “l’anno dell’amicizia perduta o tradita”.

Ok, non c’entra e non sarà una catastrofe ma iniziare l’anno con il più clamoroso raffreddore (altra sfiga a me quasi sconosciuta) della mia vita, non è stato un piacere.
Poi una litigata con un’amica… cioè, “una litigata” non è corretto: più che altro a me è andata la merda al cervello e, dopo mesi di sopportazione, l’ho caricata come una sveglia per una mezzoretta buona, in apnea: una di quelle tirate ad effetto valanga, in cui più ti scaldi e più il suono stesso della tua voce ti fa incazzare; poi, appena ti ammutolisci, pensi: «Oh-oh…»
Mi è dispiaciuto immensamente ma se lo meritava, da un po’ di tempo stava proprio sbroccando e ci dava pure col bere; probabilmente era un periodaccio, incominciava a sentirsi zitella e ce l’aveva col mondo, solo che ce l’aveva soprattutto con il mio mondo, inteso come tutti quanti gli amici (comuni) più cari, di cui diceva peste e corna, con una costanza ed un’assiduità tale da farmi pensare che dicesse altrettanto male di me e di Bimbi quando parlava con altri.
E poi, dirlo a me…
Già non sono abituato alle confidenze, come vi ho detto più volte: parlo molto e la gente -sbagliando ma per mia fortuna- non si confida con quelli come me. Se poi le cosiddette “confidenze” si riducono a una serie di cattiverie su tutte le persone a me più care, a un certo punto… mi è saltata la valvola, s’ha schiattat’ ‘o canotto, mi si è chiusa la vena.
E non ci siamo mai più parlati.
Ed è un peccato; se gli amici trovati sono tesori, gli amici persi sono un vero salasso per il morale, anche se ormai su questa ferita ci ho fatto il callo.

Quasi contemporaneamente se n’è andato il papà di Bimbi.

Nell’estate è successo il fatto strano che raccontavo nella serie “Paolo e Milla”
(12 e 3), altro grosso dispiacere, aggravato dall’ignorarne le cause.
Anche lì ho sedimentato ma spesso mi tornano in mente, quei due merdoni.

Verso la fine dell’anno, per concludere in bellezza, i miei tre soci dell’armeria, la mia seconda attività, inizialmente “amici”, mi hanno spedito con un calcio nel culo. È andata così:

  • io mi occupavo del settore pesca e abbigliamento, loro giocavano alla guerra nell’armeria vera e propria;
  • io portavo a casa la pagnotta per tutti e quattro, loro tre no;
  • io ho chiuso i rubinetti (pensando «Siamo amici, capiranno il richiamo e si metteranno a posto») e loro, 75% contro 25%, mi hanno tolto dal consiglio d’amministrazione, per finire di mangiare quel che rimaneva.

Ovviamente comunicandomelo via raccomandata pochi giorni prima di Natale.

Per buon peso, mettiamoci pure questa: tre giorni prima di Natale si rompe un tubo in bagno, “quel tubo”, cioè quello del mio water, quindi -almeno una volta…- lo smerdatore ero io e quello di sotto lo smerdato.
Per cui, due giorni prima del Santo Natale, mi arrivano in casa due idraulici che sventrano il bagno e me lo mettono in comunicazione con quello del piano inferiore. E tagliano (col cannello…), e saldano (sempre col cannello, squadra che vince non si cambia) impestando la casa di fumo.
Basta aprire le finestre, no?
A parte il fatto che fino al giorno prima il clima era ancora dolcemente autunnale e che proprio quella mattina ci siamo svegliati con 10,5° sottozero, certo, basta aprire le finestre.
E basta un minimo di sportività e ottimismo per superare il disagio di avere il bagno diviso da quello del vicino da un bel pezzo di cartone.
Per fortuna che, passato Santo Stefano, ho impietosito Peppino, muratore in Alessandria, che ha sistemato le cose.

Che però non avevano nessuna intenzione di sistemarsi.
Giusto il tempo di pensare: «Finirà quest’anno di merda…» che, negli stessi giorni, praticamente alla vigilia di Natale, la coppia dei nostri migliori amici ha pensato bene di fare una mostruosa litigata (tra loro, se Dio vuole, stavolta io non c’entravo…) e di mettere le basi per la separazione, avvenuta un mese dopo.

D’altronde, cosa aspettarsi dall’anno numero 3 del 3° millennio?…
Continua.

Dottordivago

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Ho fatto bene, ieri sera, a mollarvi d’emblée, come diceva un mio prozio, ragazzo del ‘900, molto, molto sabaudo.
Ho rubato una mezz’oretta alla prosa ma il risultato del purp’ a’ pignatta, che in quella mezzora ho maritato con le sacrosante patate, valeva almeno un paio di post, di quelli belli. Per non parlare della soddisfazione nel vedere Bimbi, nota mangiatrice di “pesce che non sa di pesce”, lanciarsi nel bis di un prodotto saporitissimo che pensavo di sdernare in un paio di round, in solitaria.
Non garantisco una fine ortodossa neppure per il presente post: stasera porcini impanati e fritti, prodotto per cui potrei smettere, non solo di scrivere, ma anche di respirare.
Ma torniamo alla “sfiga dell’anno col 3”.

1993
Nel 1993 ho fatto una litigata coi controcazzi con mio cognato, i cui effetti durano ancora oggi, anche se fino a poco tempo prima lo consideravo una specie di fratello. Mezzo scemo, ma fratello.
Gli ho sempre detto:

Sei innegabilmente scemo, però sei buono d’animo e compensi.

Quella volta, esasperato, gli ho detto:

Probabilmente sarai buono d’animo, però sei talmente scemo che, anche se fossi un santo, non basterebbe a compensare.
E poi mi sta venendo il sospetto che tu sia pure stronzo…

Ho sempre stimato mia sorella e il pensiero che avesse sposato quell’affare, non mi è mai andato giù del tutto.
Un cretino totale, probabilmente un caso clinico, da studiare: quella che ha in bocca è l’unica lingua da classificare nei muscoli involontari, come il cuore, i muscoli interni dell’occhio che regolano il diametro della pupilla e  quelli dermici, deputati al controllo dell’erezione pilifera.
La lingua di mio cognato ha una vita propria, anche sociale: lei parla e dice quel cazzo che vuole, tanto le figure da pirla le fa l’altro.
Alla morte di mio cognato, come in caso di incidente o malore di un’imminente puerpera, credo che ci sarà bisogno di una corsa in ospedale per salvare almeno il bambino, pardon, la lingua, così che almeno lei possa continuare a vivere.

Si è presentato a casa mia in occasione della festa dei 18 anni di mia sorella, anno del Signore 1975, a ruota di un suo amico che era il vero obiettivo della neomaggiorenne consanguinea.
Poi, si sa, nella vita può capitare di tutto e a noi è capitato Salvatore, di cognome sonoramente mediterraneo, che non rivelo: diciamo molto simile al partenopeo Spagnuolo.
Senonchè raccontava di essere francese di padre greco.
Mah…

Effettivamente la sua famiglia viveva a Parigi e lui spiegava che il padre era un esule greco (allora c’erano i “colonnelli”…) di nome Xelios (dimmi te cosa mi ricordo dopo quasi quarant’anni…).
«Ok. Ma com’è che ti chiami Salvatore Spagnuolo?»
Ebbene sì, avete capito: quel giorno ero ancora troppo piccolo, solo qualche anno dopo lo avrei sottoposto alla “prova della cadrega”…
«Perchè per motivi politici (gli stessi che in quegli anni facevano bocciare i lavativi) ho preso il cognome di mia madre…»
«…che però sarebbe francese…»
«Italo-francese…»
Per quella specie di “cadrega” mia sorella si era pure presa male, infatti in privato mi aveva detto, piccata, che aveva visto la fotocopia del documento francese della madre, che aveva effettivamente lo stesso cognome.

Premessa: a casa mia non è mai fregato un cazzo a nessuno della provenienza delle persone, il fastidio derivava dalla sensazione che raccontasse delle balle, anche se la persona in oggetto, Salvatore, parlava quello che a me sembrava un ottimo francese e non aveva la benchè minima cadenza tarra.
A parte “pesce”, che pronunciava “pesscce”, con la prima “e” larghissima e la “sc” molto marcata, caro Watson…

Comunque mi si piazza in casa.
Cioè, viveva in un collegio per gli anni delle superiori ma dal giorno in cui si era messo con mia sorella, si sfamava a casa mia.
Il compleanno di mia sorella è a febbraio, lui si è installato nella –magari non “splendida” ma ospitale- cornice in primavera e un bel giorno arriviamo sotto Natale. Siamo a tavola per cena, quando squilla il telefono: vado io.
E giuro che non aggiungo o tralascio nulla.

Parlata selvaggiamente tarantina, più urlata che parlata:
«Pronto!… Famiglia Callia?…»
«Gallia, con la G, come l’antica Francia…»
«Sì, Callia… So’ Balilla!»
«Ehhh?…»
«Sò’ Balilla!… Spagnuolo!… So’ ppapà a Ssalvatore… Volevo fa’ gli auguri!…»
«Il greco?…»
«So’ Bbalilla!…»
«Ok, ok, un attimo che glielo passo…»
Allora il telefono era uno ed era sempre nell’ingresso o nel posto più lontano possibile da dove ci si trovava abitualmente, così nel tragitto dal telefono alla cucina ho iniziato a ridere in modo incontrollabile.
«Salva, al telefono c’è un terrone che vuole farti uno scherzo, dice di essere tuo padre: mandalo a cagare tu, va’…»

I       M       B       A       R       A       Z       Z       O

Ha esordito con “halò papà, comsavà, libertè, fraternitè vadaviaipè”…
Nel frattempo io ho spiegato la cosa ai miei ma non riuscivo a smettere di ridere, così mia madre mi ha “cacciato” di sopra, un alloggio al piano superiore che avevamo trasformato in solaio, casa del cane e mio laboratorio di elettronica.
Io non ci pensavo neanche, a perdermi le spiegazioni del multietnico trombatore di sorella, ma la faccia della stessa sorella, a cui voglio bene, mi ha convinto, quindi mi sono perso l’imbarazzatissimo Conteddracula Minchia…
Morale: famiglia tarantina, emigrata in Francia, padre e madre con lo stesso cognome perchè cugini, figli di fratelli.
E scemo io che mi stupisco della “tara” della lingua di mio cognato: la genetica ha le sue leggi.

Sono uno spacciatore di serramenti per causa sua.
Lui era già nel settore e mi ha convinto al grande passo quando ho abbandonato le aspirazioni di lavoratore dello spettacolo.
Nel 1990 ero stufo, in parte per incompatibilità con un ambiente che più falso non si può, un po’ per il venir meno dell’appoggio di un amico, influente politico, che mi aveva piazzato in RAI, in seguito rivelatosi più interessato al mio culo che non affascinato e divertito dalle mie trovate.
E quello, per un ragazzo di provincia, è un ambiente come il Grande Raccordo Anulare per le nigeriane: senza un protettore, non sopravvivi. O forse sì, ma a fronte di sacrifici morali ed economici che non mi sentivo di affrontare.
A questo quadro, aggiungiamoci pure la voglia di stare più vicino a Bimbi e il gioco è fatto: ci sono cascato e mi sono lanciato nel rutilante mondo dei serramenti.

Ovviamente ci capivo pochino –ma imparo in fretta- quindi lui era il mio principale referente: io irretivo e rincoglionivo di chiacchiere i clienti, poi li giravo al “tecnico”, che si doveva occupare di misure, produzione e posa.

Non ne ha mai azzeccata una.
L’unico pregio di quella persona è la volontà, la voglia di lavorare. E gli serviva tutta, visto che le giornate duravano otto ore per fare i lavori e altre dieci per mettere una pezza a danni e cazzate.
Una volta mi ha detto: «Tu mi critichi ma soldi ne faccio girare parecchi…»
«Sì, ma calcola che lavorando diciotto ore al giorno, se tu avessi fatto il bidello, avresti portato a casa tre stipendi, quindi…»

Insomma, dopo due anni ero disperato, moralmente distrutto;  passavo giornate a sentirmi dire che ero tutta chiacchiera (e manco il distintivo) da gente affascinata dalle mie spiegazioni, prima, e disgustata dalle realizzazioni, poi.
Ho chiuso l’esposizione di Milano, che non aveva futuro, schiacciata dal peso delle inenarrabili minchiate commesse da mio cognato e accompagnata dalla fama di “fabbrica del fumo” e me ne sono tornato ad Alessandria.

Ma non prima di girare qualche lavoro ad un serio artigiano, visto che nel frattempo cominciavo a capirci qualcosa e prendevo sempre più in mano io la situazione.
Costui, sardissimo trapiantato sotto la Madunina, tra un aiò e un lampu, faceva delle belle finestre, semplici ma oneste. E giuste, soprattutto.
Be’, in due anni con mio cognato ho raccolto solo figuracce, nei pochi mesi con il puddu ho acquisito una clientela soddisfatta che mi ha cercato ancora per qualche anno, finchè mi sono stufato di andare a prendere lavori a Milano.
Quasi quasi sarebbe stato da ripensarci ma proprio in quel periodo mi ero sposato e non mi andava di trascinare Bimbi a Milano o di starci da solo per tutta la settimana, quindi ho mollato.
E, ovviamente, ho mandato a dar via il culo mio cognato, a brutto muso.

Il quale, nel frattempo, ha preso il volo, professionalmente parlando: con un socio, casualmente calabrese, e il di lui zio, un analfabeta della Locride che in pochi anni ha costruito un’impresa edile con 150 dipendenti, si è lanciato nei grandi appalti pubblici, dove chi paga non vede le porcate che fai (e non gliene fotte un cazzo), mentre chi usa le porcate che hai fatto, non le ha pagate, quindi se ne fotte come l’altro (e spesso, parlando di magagne, è meglio se si fa i cazzi suoi, che è tutta salute…).
Ok, lo zio del socio ogni tanto finiva in galera ma (lo dico seriamente) era solo un committente della premiata ditta.
E poi, lo sanno tutti: solo chi non fa, non sbaglia mai…

2003
Uh, che anno di merda!…
È meglio se ne parliamo domani.
Continua.

Dottordivago

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È una cosa che ho realizzato in questo momento, cercando un titolo per il post.

Anche il Re della Divagazione, almeno al primo approccio, cerca un titolo che abbia un collegamento col contenuto.
Poi, tra uscite dal seminato, emboli creativi, slogature di cervello e mosche da seguire con lo sguardo come fanno i ragazzini che non hanno voglia di studiare, spesso il titolo è quello che mi suona meglio, a prescindere.

Be’, questo è uno di quei casi: c’entra ma di striscio, “di zembo”, come si dice tra Tànaro e Bòrmida, giustamente accentati per i non alessandrini, città “piana” per antonomasia (bordata di colline solo per farci rodere il culo…) ma molto “sdrucciola” sui nomi dei fiumi.

Oh, scemo, parlavi del titolo…
Giusto: sarà pure il “numero perfetto” ma a me gli anni col 3 mi portano sfiga.

L’ho aggiustata nel 1963: per un Dottordivago di tre anni, l’arrivo della televisione in casa ha stra-compensato l’omicidio di un Presidente degli Stati Uniti.

Nel 1973 la sfiga ha colpito una traversa che la porta vibra ancora adesso: un tredicenne Dottordivago era impegnato in qualità di voce bianca solista col Coro del Monferrato, sennò sarebbe stato a bordo dell’auto con cui mio padre ha volato uno stop e si è piantato in un terrapieno, mandando mia madre in neurochirurgia e non ricordo dove mia sorella, mentre per sè ha riservato l’ortopedia. Io non ho sentito bruciare la pelle ma non è stata una bella annata.

Meno grave ma dolorosissimo il 1983: mandato a cagare da una valchiria terrona (sicula di un metroeottanta, ossigenata, viso androgino, dal mento in giù una pin up degli anni 50) di cui ero innamoratissimo, credo di aver pianto per tutto aprile e maggio.
Dimenticata a giugno, dopo la prima ciulata della rinascita.

Ok, bastardamente mi fermo…

No, non bastardamente: sono le 19 e ho ‘u purp’ a’ pignatta da terminare con l’aggiunta sacrosanta delle patate.
Comunque considerate questo prologo come il tassello nell’anguria per vedere se è matura: mi sbaglierò ma potrebbe uscire una saga di quelle che vi piacevano tanto, quando avevo il tempo per scriverle…
Continua

Dottordivago

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Io non posso mica andare avanti così…
Ho iniziato questo post una settimana fa, riprenderlo in mano adesso, nel primo momento in cui posso rubare un’oretta al lavoro, è proprio una minchiata.
Lo è per voi, che sui fatti trattati avete sedimentato una settimana di fiducie, sfiducie, falchi, colombe, pitonesse, serpenti generici che mutano pelle, notti in bianco ad Arcore e Palazzo Grazioli senza neanche un troione che è uno, giravolte in extremis, tonfi.

(Comunicazione di servizio: a tal proposito rinnovo l’invito –vedi mio ultimo commento- a Marco & MarcoVal).

È pure e soprattutto una somma minchiata per me, che nel frattempo ho perso il sacro fuoco che mi bruciava, oltre a non ricordarmi più un cazzo di quello che volevo scrivere: porca troia, me l’ero scritto in testa, ce l’avevo già bello e pronto, il post, ‘ntu culu alla pigrizia di prendere appunti…

E allora? Butto via l’ennesima bozza di post?
Naaa… “nulla va sciupato”, come diceva la vecchissima sicula che, dopo aver spedito sotto il tavolo Nino Manfredi (credo, chiedo conferma a Big Val) in una sorta di sfida alcolica, ne finiva l’ultimo bicchiere.
Quindi ve lo beccate (almeno l’inizio) come se fosse una settimana fa.

Sottotitolo: Boicottami ‘sto cazzo.

barilla marchio

Tanto per chiarire: Barilla tutta la vita.
Non è la pasta migliore ma c’è di peggio, poi la trovi ovunque e, quando sei in un supermercato in giro per il mondo, quella macchia blu negli scaffali ti allarga il cuore, quasi ti commuove, ti parte un

caa-saa

da ET.
E poi è sempre quella, rassicurante, puoi andare a memoria.
Per esempio, non sarà la tagliatella tirata a mano ma lo spago del 7 è giusto col ragù, riempie la bocca; quello del 5 è un jolly totale; quello del 3 cuoce in un amen, anche se non hanno ancora capito che dopo i cinque minuti scritti sulla scatola, è ancora un po’ durino, andrebbe spadellato ancora un momentino, magari grondante olio, aglio e peperoncino, con –hai visto mai- una manciata di bottarga a far da segatura per assorbire tutto quell’unto.

Dopo i fatti di ieri (26/09, nds), poi, non comprerò mai più un’altra pasta.

Siamo alle solite: nessuno votava DC?
Bene, allo stesso modo, da ieri, nessuno ha mai comprato Barilla.
Evidentemente tutta la pasta che Barilla produce, al punto di essere il primo produttore mondiale, la sotterrano intorno a Parma.
O la buttano in mare fingendo di esportarla.
Anzi, no: sono così bastardi che la fanno sotterrare nelle zone dei Casalesi, inquinando irrimediabilmente il territorio di quella brava gente ignara.

Deve essere così per forza: sui social network si leggeva solo di gente scandalizzatissima che, oltre a dichiarare la propria indignazione, professava una totale idiosincrasia per la pasta più eterosessuale del mondo.

Mi scappa una microdivagata.

Certo che fate schifo, eh?
Sì, proprio così: tu che stai leggendo e che ieri hai scritto su Feisbuk tutto il tuo sdegno, magari pure su Twitter, bastardo, così manco ti posso vedere…
Tu, proprio tu… tu devi andare a prendertelo nel culo dove vuoi, basta che te ne vai (sì, ok, “che te ne vada”…), via da qui, schizza, sgomma… vattenn’!

Perchè, perchè su Feisbuk diventate tutti santi, filosofi e profondi pensatori?
Forse l’ho già scritto ma lo dico lo stesso: una volta il mio amico Bruno, parlando della violenza sulle donne, ha scritto

“se solo certi uomini pensassero che la donna è il tempio della vita”,

dimenticando che lui per primo ha sempre pensato che la donna fosse solo il tempio della sua minchia…
Perchè voler apparire diversi da quello che si è? A volte serve, posso capirlo, ma in casi del genere, rende qualcosa?
O forse è solo un modo per apparire, nè sè stessi nè diversi, semplicemente per apparire, quando finalmente hai uno straccio di argomento per farlo.

Allo stesso modo, gente che non stringerebbe neppure la mano ad un omosessuale si è lanciata in filippiche contro Guido Barilla e le sue dichiarazioni, ovviamente dopo aver schifato il prodotto del rampollo super tollerante al glutine ma intollerante ai diversi usi dei glutei.
E proponendo, infine, il boicottaggio dei prodotti Barilla.
Ma se non l’hai mai comprata, testa di cazzo, cosa boicotti?

L’avventato –per non dire altro- Guido ha parlato tecnicamente di pubblicità: “noi ci rivolgiamo alla famiglia tradizionale”. Poi sarà stato tirato per i capelli dai giornalisti e da lì al dichiarare che in uno spot Barilla non compariranno mai famiglie di culattacchioni o nespole, è stato un attimo.

Ma saranno cazzi suoi?
Oltre al fatto che ha il diritto di pensarla come vuole, Barilla caccia una cifra enorme per la propria pubblicità, soldi loro.
E non voglio sentire che “i soldi per la pubblicità glieli danno i consumatori”: tu glieli dai per farti due spaghi, dopodiché diventano loro, punto.
E se loro insisteranno con spot che prevedono strani gruppi di persone di sesso diverso con alcune altre più giovani, gruppi che prendono il nome di “famiglia con figli” da alcune migliaia di anni, e se queste strane famiglie non piaceranno più ai consumatori, sempre meno persone compreranno Barilla.
A quel punto, sapete quale culo brucerà per primo?
Quello di Guido Barilla e della sua tradizionalissima famiglia, appunto.

Do uno spunto agli scandalizzati a tutto tondo: usate la vostra indignazione e magari il vostro voto per far sì che un omosessuale in ospedale possa essere accudito dal suo compagno, e che il compagno possa decidere per lui se si dovesse aggravare, lo stesso compagno che dovrebbe avere la reversibilità della pensione se l’altro crepa.
E quando c’è la pubblicità, usate il telecomando.

Ripeto: quello dell’industriale era un discorso tecnico.
Vi scandalizzereste se Chanel dichiarasse che non metterà mai un brufoloso mucchio di letame negli spot del suo eterno “N° 5”?
Forse Negroni o Rovagnati insistono per mostrare il colesterolo nelle arterie dei mangiatori di salumi?
Potrei finire domandandovi che successo ci si potrebbe aspettare da un film di Rocco Siffredi se nei trailers ci finisse il mio uccello; ma non lo faccio, sto cercando di smettere con le volgarità…

Dottordivago

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