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Archive for agosto 2013

Ai miei lettori non alessandrini comunico che il 31 agosto 2013 sarà la decima edizione del Capodanno Alessandrino.
Per me sarà la trentesima.
Quindi?

Quindi il Capodanno del 31 agosto l’ho inventato io, quando questa data aveva senso.

Si chiamava “Capodanno ‘G-stano”, forma contratta di “Agostano”, da pronunciarsi ‘G-stano, con la G dura, riprendendo Carlo Dapporto e il suo personaggio ‘G-stino (Agostino), creato, credo, per gli spot della Pasta del Capitano,

G-stino

personaggio di cui, da adolescenti, avevamo ripreso la parlata per dirci le nostre cazzate.
G-stino era un personaggio che solo pochi pirla -come me e i miei primi compari di Capodanno G-stano- potevano ricordare.

Era il 1984 (lo ricordo benissimo, avevo detto addio a una morosa sessualmente incontenibile…) ed ero appena rientrato dalle vacanze al mare, dove lasciavo un pezzo di cuore, oltre agli amici provenienti da mezzo nord Italia.
Ero tristissimo, come mi succedeva tutti gli anni: ci credete che, quando iniziavano i rientri, al momento dei saluti erano lacrimoni trattenuti a stento?

Ed era comprensibile, dopo un mese di comunanza totale, di simbiosi con questi amici di sempre, di grigliate, di notti d’estate, di signorine castigate a dovere o di rientri a casa piegati in due dal male ai coglioni, di scorribande diurne in spiaggia e sogni raccontati ed ascoltati nel corso della notte, sulle aiuole della “fontana”, accompagnati dalla chitarra di Flappo, grande massacratore di Dalla e De Gregori ma non di “Atlantide”, di cui era interprete elegante e surreale, proprio come il testo della canzone.

Insomma, ero in Piazzetta e parlavo con i miei amici, gente del calibro del Cigno, Ginko, Bruno, Zenda…
Parlavo e riflettevo sul fatto che il vero Capodanno, inteso proprio come l’inizio di un nuovo anno, era il rientro dalle vacanze, triste transumanza che ti lasciava, sì, grandi magoni ma anche un sacco di buoni, anzi, ottimi propositi per l’anno che verrà, propositi da me puntualmente disattesi: pirla ero partito, pirla ero tornato, pirla sono rimasto.

Questo senso di distacco tra il prima delle vacanze e il dopo, era dato dal fatto che, ai tempi, le vacanze o le ferie erano un “affare agostano” per l’80% degli italiani, che non avevano ancora scoperto che, pagando, alle Maldive o a Santo Domingo lasciavano entrare pure gli operai, e magari pure a gennaio, salvo poi “non arrivare alla fine del mese” anzichè fare un Buono Postale di qualche centomila lire un mese sì e uno no, come avevano sempre fatto.

La FIAT chiudeva il 31 luglio e riapriva il primo settembre, massimo un giorno prima o dopo, le altre aziende si adeguavano, i commercianti anche.
E le città si svuotavano.
L’esodo avveniva i primi due giorni di agosto, il controesodo gli ultimi due.
Poi basta, giù la testa per un anno, almeno per la maggior parte delle persone.

È per quello che agosto era un mese dicotomico, uno spartiacque.
Quindi la data per il Capodanno andava idealizzata nel 31 agosto, quando tornavi a casa e per tre o quattro giorni pensavi di trasferirti nel posto da cui eri appena tornato, come se bastasse per ricreare quella perduta magia.
Tornavi a casa e ti ripromettevi di imparare l’inglese, per raccontarla a tutte le olandesi o svedesi trovate in giro e a cui sapevi solo dire “de buk is on de teibol”, motivo per cui, ancora oggi, a settembre partono tutti i corsi di lingue a fascicoli settimanali.

Ed è per questi motivi che in quella sera lontana nel tempo, non necessariamente a mezzanotte, abbiamo brindato all’anno nuovo, al bar Moderno, facendoci gli auguri di buon anno, anzi, di buon Capodanno G-stano, sotto gli sguardi perplessi degli altri avventori.

Tra l’altro, su questa storia dei propositi, della voglia di fare, di realizzare, ci avevo imbastito una sorta di monologo niente male, apparentemente molto interiore e volitivo al tempo stesso, monologo che mi ha consentito di tirare su anche un bel po’ di figa, soprattutto al mare, nella seconda metà della vacanza: forse per la sottile malinconia portata dai primi temporali che mettevano fine all’estate meteorologica e a quella percepita, molte signorine amavano “scoprire un lato profondo” in uno che era orgogliosamente noto come imbecille a tutto tondo, un cazzone di prima grandezza.

Poi è arrivata Bimbi e ho smesso di broccolare, poi sono cambiati i tempi e il mio pippone avrebbe avuto sempre meno senso.
Ma qualcosa, almeno il concetto base, è rimasto nell’aria e qualcuno ci ha lavorato su. E bene che ha fatto, sia chiaro.

Io non cerco riconoscimenti o royalty; me ne attribuisco la lontana paternità per il semplice fatto che il 31 agosto ha perso la valenza di Capodanno Morale molto tempo prima che in Alessandria si iniziasse a festeggiarlo, quindi se la cosa non fosse partita da più lontano, cioè negli anni 80, quando le vacanze erano “Le Ferie”, quelle che spezzavano l’anno in due, non avrebbe avuto senso proporlo dieci anni fa, quando il trend vacanziero era già quello odierno, non più monolitico ma spezzettato, sincopato, a macchia di leopardo.

Pensateci: ancora per tutti gli anni 80 era come dicevo io, poi i tempi sono cambiati, le vacanze sono diventate un appuntamento semestrale, poi stagionale; sono arrivate le settimane primaverili e autunnali “per staccare la spina”, i “ponti” infrasettimanali, poi i week end estivi al mare, invernali in montagna.
Oggi conosco gente che pur di non stare a casa, dorme il sabato notte in macchina e si ciba di panini per due giorni.
Però al mare, cazzo.
E al telefono, appollaiati su uno scoglio ligure come le sule oceaniche, visto che stabilimento e lettino costano come una stanza in una pensioncina di Cesenatico, chiacchierano amabilmente con gli amici e gongolano minimizzando: «Ma daaaii!… Macchè “sempre in giro”… Giusto qualche week end al mare…»

E poi, oggi il 30% degli italiani va in vacanza a settembre: che spartiacque è, per loro, il 31 agosto?
Non ci sono più i 31 agosto di una volta.

Detto tutto questo, ben venga comunque il Capodanno Alessandrino: nel primo capoluogo di provincia italiano fallito, nella città più sporca e maltenuta del nord Italia, una scusa per festeggiare non va sprecata.

Dottordivago

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…crossa al centravanti che mette dentro la palla dell’ 1-0.

Concretezza a tutto tondo: catenaccio, contropiede e gol, uno ma bello,  decisivo, alla faccia di “Quelli del 7-0” dell’altro giorno.

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Questo è lo stronzo, Vigile del Fuoco ausiliario, mentre lancia l’innesco per appiccare l’incendio, giusto per procurarsi un po’ di guadagno extra, il bastardo.

Per fortuna arriva il centromediano metodista che vede il fuoco, si ferma

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e, aiutato dal centravanti, ritarda l’avanzata dell’incendio con la bottiglia dell’acqua minerale,

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mentre il terzo (il granitico terzino che copre loro le spalle) telefona ai pompieri.
Vorrei che anche -e soprattutto- di questi tre baldi moschettieri il nostro Presidentissimo dicesse che “Sono l’immagine del popolo italiano”.

Hanno fatto una cosa utile, non carica di retorica buonista, e l’hanno fatta senza sapere di essere davanti ad una telecamera.
È per questa ragione –ma anche per darvi sempre nuovi motivi di affermare che sono un’odiosa testa di cazzo- che considero questo gesto molto, ma molto più encomiabile di questa inutile Boldrinata 17082
per cui abbiamo già dato.

In partenza ma sempre fetentemente vostro
Dottordivago

P.S. Microdivagata, anzi, nanodivagata: per lo stesso fenomeno che determina l’assenza di un poliziotto quando serve, proprio quando sono in vena di scrivere porcate antibuoniste e Boldrinofobe, addirittura con retrogusto di Brera, le ali destre del blog, Marco e MarcoVal, sono è in vacanza, ‘tacci loro…

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Quelli del 7-0

C’è qualcosa di più inutile del gol del sette a zero?
1-0: paura e speranza fino all’ultimo, astenersi cardiopatici.
2-0: punteggio inglese, il classico dei classici.
3-0: inappellabile.
4-0: ridondante ma buono per lo spettacolo, compreso l’impagabile Totti mimo, purtroppo contro la mia Juventus, quello del “4-0, zitti, a casa”…
5-0: pesante ma indispensabile come tappa di avvicinamento al
6-0: vera mano tesa ai giornalisti poveri di spirito che possono definirlo

6-0, punteggio tennistico: gioco, set e partita

convinti di aver scritto una figata.
Tutto il resto, oltre il 6, è noia.

Ecco, gli italiani stanno diventando i goleador del sette a zero, proprio quando il Paese e la società avrebbero bisogno degli Altafini di fine carriera, quello che, nella Juve, entrava a metà secondo tempo sullo zero a zero e la buttava dentro. Perlomeno, mi sembra di ricordare che fosse lui ma se avete qualche esempio più calzante, accomodatevi pure.

Io credo di essere l’uomo che si fa più esami di coscienza al mondo, quindi cerco di evitare il comportamento del sette a zero, mentre la maggior parte delle persone che vedo, invece, non vivono per altro.

Dal Medio Evo in poi, c’è stato il secolo delle esplorazioni, quello del Rinascimento, l’Età dei Lumi, quello dell’Industria, quello delle Guerre Mondiali.
Questo è il secolo dei simboli e del “Se me lo dicevi prima”:

E noi ne siamo i portabandiera.
Non che nel resto del mondo non ci siano facce di merda, per carità…
Ma sono singoli, all’interno di popoli che si possono definire tali, mentre noi, che siamo sempre stati singoli di valore, che messi insieme diventano un popolo di merda, siamo riusciti a nazionalizzare un difetto.
Quando siamo davanti a un brutto vizio, diventiamo come gli americani davanti alla loro bandiera, il 4 luglio.
Nelle piccole cose, ci precipitiamo ad afferrare il blister dell’acqua minerale o la valigia della vecchietta quando ormai è arrivata davanti alla porta di casa, ci fermiamo nei pressi di un incidente domandando «Serve aiuto?» solo se siamo sicuri che non serva. Per tutto il resto…”se me lo dicevi prima…”

Da secoli corriamo in soccorso del vincitore e bastoniamo lo sconfitto.
Solo che adesso c’è la troupe televisiva o qualcuno sempre pronto con lo smartphone puntato, quindi vai con il 7-0 di massa, in favore di telecamera, tipo quei cagasotto che aspettano l’arrivo dei Carabinieri prima di dar sfogo alla propria rabbia nei confronti del rumeno ubriaco che ne ha stirati un paio o del marocchino stupratore alla fermata del bus: prima, tutti costernati e increduli per il fatto increscioso, poi, appena il tipo ha le manette…

…solo grazie all’arrivo delle Forze dell’Ordine l’autore del misfatto è stato sottratto al linciaggio da parte della folla inferocita…

E siccome amiamo essere considerati un popolo di imbecilli, molti si sentono in dovere di applaudire ai funerali, soprattutto quelli teletrasmessi.

Torniamo allo sfoggio dell’inutilità: volete un 7-0 in rovesciata?
Eccolo:

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Merita la moviola:

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Abbiamo scongiurato un naufragio in un metro d’acqua!

Il presidentissimo Re Giorgio ha dichiarato che

questa è l’immagine del popolo italiano.

Esatto, concordo.
Infatti, come le banche che ti prestano i soldi solo se puoi dimostrare di non averne bisogno, noi ci lanciamo al salvataggio di chi è già salvo di suo: grande, spettacolare.
Credo che qualcuno dei soccorritori si sia mosso spinto da umana pietà ma sono assolutamente certo che la maggior parte sia scattata all’arrivo delle telecamere.

Ma non è questo il punto: il sapore nauseante e vomitevole del fatto è l’enfasi che è stata data ad un gesto bello da vedere ma sicuramente inutile.
Dice “è il gesto, che conta…”
Ah bbello, sono i fatti, quelli che contano.

Purtroppo siamo sempre più invogliati a dare importanza all’aria fritta, ci stiamo imboldrinendo, seguendo l’esempio del più farlocco Presidente della Camera che la nostra storia repubblicana ricordi, un presidente che fa del gesto e dei simboli la vera ragione della sua esistenza, tipo convocare i deputati (quelli che ci andranno) in pieno agosto per una “chiara risposta al fenomeno del femminicidio”, risposta che impegnerà molto più il bar e il ristorante di Montecitorio che gli scranni della Camera.
Gente con simili alti ideali, formata nel settore della cooperazione e forgiata nelle fila delle agenzie più inutili e costose del pianeta, nonchè le più di facciata, non ha tempo da perdere per accettare inviti da Marchionne per parlare di lavoro e, magari, di vedere se tenerlo in Italia o mandarlo fuori.

Va be’, tutte le colpe la Boldrini non ce l’ha, d’altronde viene dalla corrente più vuotamente buonista di uno schieramento

-per cui ‘sto coglione che scrive ha votato!-

che si è inventato una manifestazione di piazza contro la povertà e che probabilmente ne avrà in cantiere una per fare un culo così all’ipocrisia e una contro forfora e doppie punte, accorpate per ragioni di spending review.

E se va in porto anche lo svuotamento delle carceri, gente…

8-0!

Con un risultato del genere ci possiamo pure permettere un autogol come la grazia al Puttaniere.

Dottordivago

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Via, tutti fuori dai coglioni, andate un po’ in vacanza almeno voi, che siete giovani, ancora per qualche giorno qui ci rimango io.

Quest’anno è magra, porca troia: tra terapie, ricoveri e interventi vari su mammà e suocero, Bimbi ed io siamo bloccati dallo scorso autunno, tranne una breve fuga natalizia di quattro o cinque giorni a Nizza, giusto per rimanere a tiro, per rientrare in un paio d’ore, nel caso in cui qualcosa fosse andato storto.

Non che ci dobbiamo sbattere più di tanto, giusto un minimo di supporto logistico-affettivo e quella che, mi sembra di capire, sia la cosa più importante per i nostri vecchietti: la presenza.
E neanche fisica: a loro basta sapere che ci siamo o che siamo in zona.
Così ho concesso la libera uscita a mia sorella che, in occasione dell’intervento a mammà, si è fatta un culo così, uno sbattimento senza precedenti, ed io me ne resto qui a presidiare la posizione, facendomi, per altro, due coglioni mica da ridere fino al 23, quando finalmente riusciremo a scappare una settimana (minimo garantito dalla prenotazione) a Punta Ala, con la speranza che nessuno si presenti per la settimana successiva, così da poter prolungare di qualche giorno la vacanza.

Per voi che andate a gaieggiare, magari all’estero, una preghiera: mettetecela tutta per dimostrare che non siamo solo un popolo di sporcaccioni, caciaroni e rompicoglioni. Lo so, è una missione quasi impossibile ma provateci, anche solo per smentire, in parte e nel nostro piccolo, la statistica che vuole, come categoria meno gradita dagli albergatori di tutto il mondo, la “famiglia italiana con bambini”.

A questo proposito, dopo una vita da quando me l’ha mandata sulla posta del blog (“Ditelo al Dottordivago: consulenze private”, in basso a destra), pubblico una foto scattata dal buon Dieguito (diegoviola) in quel dell’Alto Adige, raccomandazione diretta proprio ai bambini italiani e a chi dovrebbe impedire loro di comportarsi come teppisti, anzichè difenderli a spada tratta da tutto e tutti, tranne che da sé stessi.

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Se si sono presi la briga di tradurlo in “italiano”, avranno tutte le ragioni del mondo ma se vi trovate davanti ad uno scempio del genere della nostra lingua, siete autorizzati a scrivere in un angolino:

Du hast Recht, aber das nächste Mal, versuchen Google Translator
(hai ragione ma la prossima volta prova con Google Translator)

Ok, smetto, ho altro da fare, ho investito cinque minuti solo per farmi perdonare da Dieguito, che resta il più vecchio commentatore in attività del blog nonché, nell’ordine d’arrivo, il terzo o quarto in assoluto: tempi eroici, tempi in cui il copia-incolla lo facevo con carta, matita e poi tastiera.

Mi rivolgo anche a tutti gli altri: se usate “l’angolo della posta” per mandarmi foto o altro che non riuscite a pubblicare direttamente nei commenti del blog, dopo qualche giorno senza riscontro, mandate un commento del tipo:

apri la posta del blog, scemo…

Dottordivago

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la-locandina-di-un-biglietto-in-due-32132Ho guardato in rete e non ho trovato delucidazioni in merito, quindi le richiedo all’autore del commento che ha tirato in mezzo questo film.
Ovviamente mi riferisco a
Marco “Ahsetrombassequantocommenta” Val,
soprannome che mi cecassero un occhio se contiene una virgola di cattiveria: trattasi di sincero ed amichevolissimo augurio.

Nel corso di un duetto cinefilo con l’omonimo Marcoebasta, con me in una parte marginale tipo il suonatore di triangolo in un’orchestra o la seconda donna in una scopata a tre, è uscita fuori la seguente frase:

ribadisco la mia preferenza per “La Canadese Montata”, il pornazzo letto da John Candy nel film «Un biglietto in due»

Anni fa ho visto in tv il film in oggetto e, come il resto del mondo, ho desiderato intensamente di uccidere John Candy.
Ho detto “visto” e non “studiato”, come probabilmente fa MarcoVal, sennò il pornazzo in questione non mi sarebbe sfuggito.
Quando poco fa ho letto il titolo del sedicente libro ho avuto una folgorazione, così ho cercato le immagini su youtube, mymovie e altri ma non ho trovato la scena citata, però ho verificato l’anno di uscita del film, il 1987.

Quindi siamo arrivati prima noi.
E mò spiego: sto parlando di uno dei malintesi più comici a cui abbia assistito, una cosa da sbudellarsi dal ridere una volta chiarita la cosa.

Anno 1982/83, non ricordo con precisione, di sicuro so che era un martedì sera, infatti eravamo “al Marini”, il Caffè del Teatro, anzichè da Baleta, come la liturgia della serata avrebbe previsto: di martedì il bar era spento.

Nota bene:
Baleta non è mai stato “aperto o chiuso” ma “acceso o spento”, sia chiaro.

In quegli anni, con alcuni deficienti come me, andavo in discoteca sei sere la settimana, tranne il lunedì, che proprio non c’era verso di trovarne una aperta; naturalmente allora si andava alle undici, mezzanotte -massimo- per noi giovani sfaccendati nottambuli, non come adesso che prima delle due, mi dicono, i locali sono vuoti. E siccome stare in casa era come sedere su una stufa, si usciva masticando l’ultimo boccone, sempre che non si mangiasse fuori, e ci si piazzava da Baleta, in attesa della partenza; di martedì, come dicevo, tutto si spostava al Marini.

Arrivo e non sono il primo stupido, ce ne sono già un paio, tra cui Piero, che sta raccontando cosa gli è successo poco prima.
Piero ha una quota in un “bunker”, accezione meno caga-amaretti di garconniere e meno da caserma di scannatoio, in società con Gastone e Bebi, in un alloggio di proprietà di Nanni, il fratello di Bebi.
Ora, dovete sapere che i tre soci, per quella casa, pagavano a stento le bollette e il riscaldamento, così saltuariamente anche Nanni ne approfittava.
Caso vuole che arrivi in visita un’amica canadese di Nanni (a-ha… vedi che ci arriviamo?…), il quale pensa bene di piazzarla lì un paio di giorni, prima che prosegua per località italiane che valgano maggiormente il costo del viaggio.
Ovviamente Nanni avvisa il fratello, Bebi, che naturalmente si dimentica di dirlo ai compari Piero e Gastone.

Un paio d’ore prima del mio arrivo al bar, Piero si fionda nel bunker con signorina al sacco, apre la porta (operazione normalmente impossibile se ci fosse stato già qualcuno, infatti la regola prevedeva che l’occupante chiudesse da dentro e lasciasse la chiave nel cilindro), percorre il breve tragitto tra l’ingresso e la camera da letto…
E sul letto ci trova una tipa che fa il pisolino, d’altronde il jet lag è il jet lag…

La sveglia e le domanda il più classico “Scusa, posso sapere chi sei?”
Ovviamente la tipa, canadese anglofona, risponde in inglese, che per Piero potrebbe essere pure un dialetto del Borneo o la parlata rovescia di un indemoniato. E ovviamente la tipa che è con lui, la sua morosa, se sta con lui, è perchè è ignorante come lui, quindi si crea una situazione d’impasse.
Nel dubbio Piero fa la bella ma, non avendo un altro posto per consumare, per non parlare della magia che è svanita, porta la morosa a mangiare una pizza e poi a casa, dopo di che si presenta al Marini.

Insomma, finisce di raccontare e proprio in quel momento arriva Gastone.
Premessa: Gastone non aveva un intuito al fulmicotone, la sua dote era un’altra, infatti abbiamo passato la vita a dirgli che almeno un’ora al giorno doveva passarla a testa in giù, almeno il sangue andava un po’ anche al cervello, invece di fermarsi tutto nell’uccello.

Piero: «Oh, sei stato nel bunker?»
«No, perchè?»
«Cazzo, ci sono andato due ore fa e sul letto c’era una canadese…»
«Oh, monti anche le canadesi?»
«No, c’era già, io ero con Lorena, non ho neanche montato lei…»
«E quella, chi l’ha montata?»
«Che cazzo ne so, chi l’ha montata?…»
«Scusa, chi viene a montare una canadese in casa nostra?»
«T’ho detto che non so chi la monta…»
«Ma se l’hai vista, qualcuno l’avrà montata, no? E poi, perchè lasciarla sul letto?»
«Gastone, ma sei scemo? Chi l’ha montata, se l’ha montata, poi è andato via…»
«E lo scemo sono io? Se non l’ha montata Bebi, è stato Nanni, solo che non capisco perchè l’hanno montata lì…»
«Oh, magari non la monta nessuno, magari è una cosa provvisoria…»
«Come sarebbe, “non la monta nessuno”? Ma era montata o no?»
«EH, SI’, POTEVO CHIEDERGLIELO!… A parte che non capivo un cazzo…MA TI SEMBRA CHE IO TROVO UNA CANADESE E CHIEDO CHI L’HA MONTATA? Lascia perdere, va’, che già mi è saltata la serata…»
«Non fare lo spiritoso, “potevo chiederglielo”… E poi, che cazzo di canadese era? Non potevi spostarla?»
«Gastone, ero con Lorena, non con Cicciolina… Dai, vai ad appenderti cinque minuti, per piacere, così magari smetti di dire cazzate…»

Insomma, potete crederci o meno, la cosa è andata avanti per un paio di interminabili minuti, finchè uno di noi (non io, ero rapito dal dialogo…) ha chiesto a Gastone a che tipo di canadese pensasse lui…
«A una canadese con due tette così, pirla… Una canadese, no? A due, tre, quattro posti…che cazzo me ne frega come è fatta, quella tenda di merda…»

ABBIAMO RISO PER DUE GIORNI.
Non scherzo, due giorni: telefonavamo a casa alla gente che non trovavamo in giro, solo per raccontargli la storia, prima che lo facesse qualcun altro.

E oggi, come la voce narrante de “Il nome della rosa”, ripenso a quei momenti, ai tempi in cui una cosa del genere catturava per giorni l’attenzione di centinaia di persone, così meravigliosamente e giovanilmente stupide da aver posto, nel cervello, solo per cose spensieratamente e felicemente stupide.

MarcoVal, aspetto chiarimenti su quel libro.

Dottordivago

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Eravamo rimasti a:

Già parlavo tenendo un dito su una tempia, dove mi pulsava una vena; devo aver schiacciato un po’ di più e la pressione mi deve aver mandato uno schizzo di merda al cervello.

Di per sè, quella del personaggio di cui parlavo, non è la classica frase che provoca il bypass cerebro-intestinale di cui sopra, solo che il tipo si era posto proprio male, con un insieme di atteggiamenti, accenni e mimica molto, molto fastidioso.
A cominciare dal farmi capire (perchè non “dirmelo”?) che ha molti altri preventivi (oddio, non sono l’unico sul pianeta che produce serramenti? Mi crolla il mondo addosso!…), al fatto che lui “non ne capisce molto”, mentre con l’espressione mi vuol far intendere il contrario, che “prima di affrontare una grossa spesa, almeno per me lo è, vorrei essere sicuro…”, mentre con mimica e smorfiette dichiara a gran voce che mi compra me e tre quarti del mio paese…
”A me mi” rafforzativo, come sempre.
Insomma, un antipatico, entrato soffiando in negozio l’ultimo tiro di sigaretta, per cui mi sono sentito in dovere di accoglierlo facendo come Vittorio Emanuele con Cavour, un giorno in cui il conte era un po’ gonfio e usciva di continuo per scorreggiare in anticamera e rientrare di corsa:
«Signor Conte, faccia pure il rumore dentro ma porti l’odore fuori…”
Così ci siamo presi subito male.

Tornando alla frase scatenante:

«No… guardi… non parliamo di decibel… lasci stare…»
come a sottintendere che se apre il libro lui…

Ecco, questa frase, arrivata dopo i primi scazzi, che senso ha tirarla fuori?
Se anche lui fosse la massima autorità in materia, parlando di acustica, ed io fossi un umile serramentista che a malapena sa pronunciare la parola “decibel”, che senso avrebbe quella frase antipatica detta con una faccia del cazzo?

Detta a me, poi…
Molti anni fa, vedendomi fare non ricordo cosa, Dedè ebbe un’illuminazione:
«Sai cos’hai di bello e che mi fa incazzare? Che quando fai una cosa per la prima volta, se uno non ti conosce, sembra che tu la faccia da tutta la vita…»
Aveva ragione, a patto, aggiungo doverosamente, che l’eventuale osservatore non sia ferratissimo in materia; non sembro mai impacciato, anche se, in realtà, ho un’idea molto vaga e confusa di quello che sto facendo: su questa cosa ci ho sempre marciato alla grande, non posso dire di averci costruito fortune ma dalla scuola al lavoro mi ha spesso salvato il culo.

In questo caso, però, il discorso è diverso: sono veramente il serramentista più ferrato del mondo nel campo dell’acustica. E non per un fatto professionale ma perchè ho scelto di diplomarmi in elettronica proprio grazie alla passione sfrenata per l’alta fedeltà; l’altra grande passione, quella di costruire qualcosa di tangibile, ha fatto sì che lo sbocco fosse quello di divorarmi svariati testi di acustica, per poi progettare e costruire splendidi diffusori acustici, grazie anche alla falegnameria di papà che, a quei tempi, forniva l’hardware.

Ah, “non parliamo di decibel”? Sta un po’ fermo lì un attimo…
«Perchè no? Se per decibel intende il logaritmo del rapporto fra due grandezze omogenee, che misura anche la pressione sonora, perchè non parlarne? Se ne parliamo contemporaneamente, come lei mi insegna, creiamo un raddoppio della pressione sonora, corrispondente a 3 decibel, dico bene? Lei che mestiere fa?»
Tocca a lui gonfiare il petto:
«Mi occupo di controlli alle aziende, tra cui rilevamenti acustici…»
«Ah, buono a sapersi: ha un suo studio, quindi…»
«No, no, sono un dipendente comunale…»

Eccolo lì!… Uno che se alza il culo dalla sedia è perchè sa di andare in un posto dove ci scappa un regalino per chiudere un occhio sul casino di un macchinario…

«Quindi va lì, accende un fonometro, probabilmente Brüel & Kjær, visto che paga Pantalone, lo piazza davanti a un macchinario o a un maiale che qualcuno sta scuoiando vivo e scrive su una scheda i dB che legge sul display, giusto?»
Espressione tipo “be’, non solo…”
«No, perchè… quando parlo di decibel mi ringalluzzisco tutto, sono super appassionato di acustica… gliel’ho già detto che progettavo diffusori acustici?
Da durissime sospensioni pneumatiche da 84 db/W, a trombe efficientissime, roba da 99 dB/W. Pensi che per me –certo che bisogna essere suonati, eh?- ho anche progettato e realizzato un crossover a tre vie, 12 dB/ottava, avvolgendo personalmente le induttanze “in aria”, usando il tornio di un amico e contando ad alta voce le migliaia di spire necessarie… Eh, che giovane stupido… Ma mi scusi se ho divagato, mi parli pure di decibel, cercherò di seguirla…»

Così impari a toccarmi dove mi prude, coglione.
«No, comunque… non abbiamo grossi problemi di rumore, è una zona abbastanza tranquilla, vada pure avanti…»
Fa finta di seguirmi per cinque minuti, si vede che ha già deciso: piuttosto che da me, si farà fare delle finestre di merda da Peppino ‘o Meccanico o li farà fare in oro e avorio dalla Sezione Serramenti di Cartier. Ma io non vedrò un euro.
Da parte mia me lo posso permettere, sono pieno di lavoro: forse in un altro momento sarei stato un momentino più diplomatico, nel senso di meno stronzo, adesso non me ne può fregare di meno.
Poi “decibel”esce con la scusa di una sigaretta.

Resto col figlio, che non ha ancora capito e a cui, bella stella, intendo dare soddisfazione, anche per rispetto al mio amico che me l’ha mandato.

«Ho dato un’occhiata su internet…» e da lì comincia a farmi una serie di domande cervellotiche su dati tecnici assurdi, tipo uno che va a comperare una macchina e domanda se i paraspruzzi all’interno dei passaruota sono avvitati o rivettati…
Azz… che coppia!…
Si è fatto infarloccare da qualche venditore di fumo, in rete è pieno: un mio concorrente, il cui sito supertecnologico sembra quello del CERN, pieno di certificazioni e dati tecnici, millanta 40 anni di esperienza e profonde conoscenze in un settore di cui a malapena conosce i rudimenti, avendo gestito un paio di birrerie e un ristorantino negli ultimi 35 anni.
La crisi del settore ristorazione (che io, berlusconianamente, non vedo…) l’ha indotto ad investire due lire nei serramenti, appoggiandosi ad un vecchio bandito del ramo edilizia, bandito sparito con alcuni anticipi e incassi dopo sei mesi. 
Così si è ritrovato con un’esposizione di serramenti, zero esperienza e un sacco di occasioni per fare spettacolari figure di merda.
Ma sul suo sito internet ci puoi passare la giornata, leggendo dati e schede tecniche, ammirando un sacco di splendide realizzazioni.
Di altri, naturalmente, e all’estero, così nessuno gli fa scrivere dall’avvocato.

Mi armo di pazienza e spiego un paio di cose al giovanotto, che non ha ancora capito che stiamo perdendo tempo, visto che il suo sponsor spenderebbe gli stessi soldi in medicine, piuttosto che da me.
Niente da fare, non è ancora soddisfatto.
«Leggevo anche che molte aziende del pvc non hanno accettato la normativa che vuole il 20% di materiale riciclato, e ho visto che Veka (il marchio che tratto io) non è nell’elenco, quindi usa il riciclato… o no?»
Uh Signùr!… Non so di cosa parla.
Fingere di saperla lunga? Naa… oggi non mi va, ‘sti due non li reggo più.
«Cioè, sei un ecologista che apprezza il riciclaggio, e allora Veka va bene, o sei un purista che vuole solo materie prime vergini, e allora Veka nobbuono? Dimmi cosa vuoi sentire, che te lo dico…»
«Be’, se un prodotto è riciclato vale meno…»
«Quindi Veka nobbuono, se ricicla. Solo che quello che dici vale per la carta e ancora di più per i preservativi ma ferro, alluminio, vetro e pvc sono materiali riciclabili all’infinito. Il pedale del freno della tua macchina, che ti salva la vita, è in ferro riciclato e le pinze degli stessi freni sono in alluminio riciclato, la plastica del tuo iPhone è riciclata e nell’acqua che bevi c’è sicuramente una molecola pisciata da Giulio Cesare o da un appestato del Medio Evo…»
«Sì ma non mi hai risposto: Veka, ricicla o no?»
«Non lo so. Non sapevo neanche della norma di cui parli»
Il padre, che è rientrato da un paio di minuti e guardava in giro distrattamente, sembra molto soddisfatto della mia ignoranza in materia.

«E sai perchè non lo so? PERCHÈ NON ME NE FREGA UN CAZZO! Non compero i jeans di Diesel perchè Renzo Rosso fa piantare alberi in Costa Rica, è una stronzata. E se devo scegliere tra un farmaco testato sugli animali e uno che va bene per sentito dire, lascio sbudellare tutti gli animali del mondo. Però non butto un pezzo di carta se prima non l’ho usato tre volte, spengo la luce e chiudo i rubinetti dell’acqua. Prendo in considerazione solo cose sensate e faccio finestre che vanno bene attaccate ai muri, non su internet…»

Si guardano: il padre è più schietto, fa la faccia da “andiamo che non lo sopporto più”, il figlio mi fa: «Ok, ci pensiamo, eh?»
«Sì, va bene, buona giornata».
“Arrivederci” mi sembrava fuori luogo.

Io gente così non ne voglio, il mio sito internet non deve attirare gente così.
Appena avrò tempo e voglia, chiederò a Claudio di crearmi una pagina così:

lavagna1

in cui scriverò qualcosa di molto sensato, per chi cerca sostanza e non paroloni.
Sarò il cuoco che alza il coperchio e che lascerà mettere il naso nella pentola, sfaterò luoghi comuni e convinzioni sbagliate.
Sarò chiaro e sincero.
Onesto già lo sono.
E ci metterò pure qualche stronzata, visto che se una cosa non mi diverte, non la faccio.

Ripeto, il sito mi serve per farmi trovare, come si faceva qualche anno fa con le Pagine Gialle.

E mò potete pure andare a farvi un giro, sto per spararla grossa.
Voglio che la gente venga da me e che valuti me, non le finestre, di cui nessuno, che non sia del mestiere, capisce un cazzo.
Le finestre sono come i bambini, nascono tutte buone; alcune in famiglie ricche, altre meno, alcune con certe ambizioni, altre un po’ più dimesse, ma sono tutte buone e mediamente ben progettate, alla nascita.
I bambini, sono i grandi che li rovinano.
E le finestre, sono gli stronzi che le fanno male e/o le posano peggio.

Credo che gli scampi del Quarnaro siano i più buoni del mondo; però, se li prendi e li fai bollire due ore col minestrone, secondo me fanno cagare. 
Allo stesso modo, il miglior sistema/profilo del mondo, se lavorato male o al risparmio, non vale la metà di un prodotto dignitoso, più economico ma ben fatto da una persona onesta.
Ve lo dico da una vita: il merito e la colpa sono delle persone, non delle cose.
Quindi la gente deve venire da me seguendo il filo di Arianna del sito e parlare con me, farsi consigliare da me, perchè sono io quello che fa la differenza, perchè io non dormo la notte se una cosa non mi convince o se non sono assolutamente sicuro di una scelta tecnica. Perchè non chiedo una lira finchè il lavoro non è finito, ed è finito quando lo dite voi, non io.

Perchè –probabilmente voi riderete ma io ne sono convinto- io sono la cosa migliore che vi può capitare se dovete cambiare le finestre.
Ma non perchè vi garantisco il miglior lavoro del mondo, bensì perchè sono graniticamente determinato a darvi la cosa migliore che riesco a fare.

Non sono la più bella figa del mondo ma potete considerarmi come l’amica bruttina che ce la mette tutta e vi manda in paradiso con un  pompino.

Dottordivago

P.S. E non rompetemi i coglioni: dopo questa sparata non vi faccio una finestra neanche se mi ammazzate, tranne che a Tuttoqua, che me l’ha chiesto prima.

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