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Archive for giugno 2012

benvenutobenvenuto

Carol si dichiara lettrice silente da due anni, quindi si becca il benvenuto ufficiale al primo commento anzichè al secondo.
Anche perchè c’è chi alza la media per lei: il “povero” Pisopisello è stato spesso presente in questo cortile ma sempre nel momento sbagliato, in cui ero troppo preso dietro altre cose per dedicargli due righe di benvenuto.
Sono scusato?
Benvenuti.

Dottordivago

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…che è meglio.

A tutti quelli convinti che Balotelli abbia rotto due denti o due costole alla Merkel, piuttosto che aver fatto due gol alla Germania, ricordo che i paesani di ‘sto donnino qui

Merkel_Parlament

oggi si sono alzati abbacchiati per la sconfitta e sono andati a lavorare per guadagnarsi i loro 2500 euro al mese.

Molti paesani di questi mostri qui

mostri

stamattina si sono svegliati allegri per la vittoria e sono andati a spasso cercando di farsi bastare gli 800 euro della cassa integrazione.
Altri Italiani si sono svegliati nè allegri nè cassaintegrati, solo disoccupati.

Quindi, anche ammettendo e concedendo che Feisbuk è il tempio della prevedibilità e della scontatezza, si può sapere cosa c’entra e, soprattutto, cosa cazzo vi ha fatto la Merkel?

Dottordivago

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Comunicazione di servizio: non so cosa è successo ma ‘sta macchina di merda ha spostato tutti i commenti dal post precedente  a questo. Cambia poco ma io m’incazzo…

L’ultima cosa che ho scritto è stata:

…torniamo al senso delle parole, anzi, al non-senso della parola “mitico”.
Ma lo facciamo domani, è proprio un momentaccio…

Ed è stato quasi una settimana fa: ve l’ho detto che era un momentaccio, no?
Va be’, sfruttiamo ‘sti dieci minuti…

Che le parole cominciassero a perdere peso, esattamente come la nostra valuta, me ne sono accorto negli anni 80.
In quegli anni l’inflazione era a livelli sudamericani e i BOT pagavano più del 20% d’interesse: non che si vivesse male, tutt’altro, se i soldi non c’erano, qualcuno se li inventava e Bettino non aveva ancora fatto la bella, a bersi la  Piña Colada sotto le palme di Hammamet. Purtroppo quel bibitone ci è rimasto sullo stomaco e liberarsi di quei debiti adesso è un po’ come sfilarsi dal culo l’ombrellino della Piña Colada di cui sopra.
Si cominciava a dire che “i soldi non valgono più niente” quando con ventimila lire mangiavi dignitosamente al ristorante, senza immaginare che si sarebbe arrivati a pagare 25 euri (cinquantamila lire) per due panini e due birre in un bar di Alessandria, mica in Piazza San Marco…
E si cominciava a sprecare le parole.

Hanno iniziato con Maestro.
Chiunque, dico chiunque, avesse a che fare con la musica, la pittura e l’arte in genere, a patto che si trattasse di persona insopportabilmente noiosa e/o presuntuosa, diventava “Maestro”.
Pavarotti “Maestro”. De che?
Forse di marketing, di auto-promozione, quello sì.
Ok, lo ammetto, sono di parte: vederlo mollemente adagiato, avvolto in scialli e impalpabili sciarpe anche sotto l’ombrellone a Miami, con quell’eloquio diviso tra il sacro fuoco dell’arte e la mancanza di coraggio per diventare frocio… non so, non mi è mai andato giù.
Così come gli altri Maestri, tipo Muti, o pittori da strapazzo di cui nessuno si ricorderà più già da domani.

Poi la storia è peggiorata; me ne sono accorto quando ho sentito qualcuno che snobbava “Maestro” e usava l’espressione “the Genius” in campo musicale.
Beh… che male c’è nel chiamare così Ray Charles? Sono anni che lo chiamano così…
Ecco… il fatto è che parlavano di Prince.

Mai piaciuto. Oltre ad essere l’unico uomo al mondo che mi sembrerebbe sporco anche appena uscito dalla doccia… chiamarlo Genio… “minchia, tieni ggiù le parole, Dio fà!…”
”Genius” de che, ma quando mai?…
Tolta “Raspberry beret” sono tutti brani poverissimi e ipersincopati, almeno quelli che conosco io, mentre “Purple Rain” è come un pompino fatto da una somara che non lo sa fare: di per sé non sarebbe una brutta cosa ma non vedi l’ora che finisca…
Probabilmente c’era qualcosa nell’aria o nell’acqua, forse un colpo di coda di Chernobyl, fatto sta che oltre a dare del Genio a Prince, giusto per fare un esempio, si è iniziato a considerare un “fenomeno del calcio” un paracarro come Ronald Koeman, a classificare come “figa italica per antonomasia” un ammasso di cellulite come Valeria Marini e a parlare di “superiorità morale della sinistra”. Mah…

Poi “genio” ha cominciato ad essere troppo poco e si è ricorsi al da me detestato “mitico”.
Ripeto: datemi del pirla ma non sbilanciatevi con “mitico”, che sputo…
Okay, a volte mi devo trattenere, rischio di dirlo a sproposito pure io; diciamo che se proprio vogliamo usare quell’espressione, almeno facciamolo parlando della Beck’s o del momento in cui Erika Eleniak esce dalla torta di cartapesta in “Trappola in alto mare”.
E basta.

Quando ti sei giocato “mitico”, cosa ti rimane da dire? Che espressione puoi usare per dare un valore iperbolico a qualcosa o qualcuno?
”Tieni da conto l’archetto che la suonata è lunga”, si dice dalle mie parti.
E conserviamoci “mitico” per le situazioni che lo meritano, salvo poi ritrovarci a definire in modi improbabili i concetti che vogliamo esagerare, tipo una mia amica che, parlando di un ex fidanzato, l’ha definito “un cretino… fotonico!”: non ha senso, anche se devo riconoscere che mi ha fatto ridere.
E’ chiaro che il discorso del “moderare i termini” come intendo io vale per chi ha una scala di valori condivisa dalla maggior parte del pianeta, mentre posso derogare per chi si accontenta di poco.
E faccio un esempio.

chiarugiAnzi, mi scappa di divagare.
Non lasciatevi ingannare dal nome, questo personaggio si chiamava come si chiamava ma era “Chiarugi”.
Abbiamo iniziato a chiamarlo così negli anni Sessanta, all’oratorio, solo perchè aveva sempre e solo una maglia viola e correva nello stesso modo stizzosamente composto di Luciano Chiarugi, quello che giocava nella Fiorentina dello scudetto.
Oddio, molto tempo per giocare non ce l’aveva, povero Chiarugi: causa famiglia bisognosa, credo sia diventato prima aiuto-fornaio che Cresimato, obbligato dal padre, che passava personalmente in panetteria per ritirare la “settimana” e spendersela al bar.
Fino al giorno in cui il fornaio gli ha detto chiaro e tondo che da quel momento avrebbe dato i soldi direttamente a Enrico (a parte i suoi familiari era l’unico a chiamarlo così). E’ stato un brutto colpo per Chiarugi, anzi, una serie di brutti colpi, visto che suo padre lo batteva come un tappeto per farsi dare i soldi.Mettiamo una cosa in chiaro: credo di essere stato io il bambino che ha preso più legnate dai genitori e riconosco di averle meritate tutte, ero realmente un pericolo pubblico. Ma prendevo gli schiaffoni classici, quelli che per un paio d’ore ti rimaneva il segno rosso delle dita sulla faccia o sul collo, come da virtuoso rapporto genitori/figlio, come si usava prima che le buone abitudini andassero a puttane e si cadesse nel vizio di “ragionare” con i figli.
Può funzionare, non lo nego, ma richiede preparazione e, ovviamente, capacità di “ragionare” da parte dei genitori. Solo che i miei genitori sono persone semplici, mentre io ero già un demonio anche con le parole, così facevano prima e mi gonfiavano come una zampogna.
Era come una specie di vaccinazione: ogni tot di tempo mi somministravano la dose massiccia, dopo di che, per un po’, era sufficiente il richiamo, che poteva essere uno scoppolone piuttosto che la terribile occhiataccia.
Ecco, quell’occhiata diceva tutto e ne bastava una, altro che l’odierno, continuo e lamentoso <<Ti ho detto di smetterla… guardami… lo sai eh, lo sai…>>
”Lo sai” cosa, povera cretina… Lo sa, lo sa… Lo sa benissimo che può prenderti per il culo come vuole.Ecco, Chiarugi non prendeva gli schiaffoni canonici, lui veniva proprio picchiato. Una volta si è presentato viola come una melanzana perchè suo padre era così fuori che voleva i soldi a tutti i costi… Solo che il giorno di paga era quello successivo e il poveretto non aveva una lira per rabbonire l’animale.
Se a questo quadretto sommiamo il fatto che il povero Chiarugi già di suo non avesse i neuroni alimentati con l’alta tensione, si può capire che quando si è fatto uomo non avesse le caratteristiche del Genio. Ha dato una mano anche un’assistente sociale che ha pensato bene di metterlo insieme a una poveraccia mezza ritardata la quale, ovviamente, dopo un giorno di frequentazione era incinta. Hanno avuto un bambino, che oggi avrà più di trent’anni e di cui non so assolutamente nulla, ma al quale auguro ogni bene.

Naturalmente le responsabilità di una famiglia non hanno aiutato il buon Chiarugi e da quel momento è iniziata la sua discesa all’inferno che, per ragioni imperscrutabili, ha coinciso con la sua ascesa all’Olimpo del “Mitico”.
Se n’è andato da casa, ha smesso di lavorare, dalle bottiglie di vinaccio è passato ad assumere in vari modi varie sostanze, nonchè ad iniettarsi qualunque schifezza potesse passare per la mente della banda di drogati che era diventata la sua famiglia.
Si riduceva da buttar via, praticamente non toccava cibo e non capivi come potesse stare in piedi, infatti molto spesso lo trovavamo lungo in terra.

Poi, per fortuna, ogni tanto lo arrestavano.
Spariva dalla circolazione per qualche mese e quando usciva era grasso come un tacchino e lucido come un pavone, vestito con improbabili spezzati, con tanto di camicia bianca e cravatta, roba appartenuta a defunti benefattori e gentilmente fornita dalle suore di un centro accoglienza.
Il guardaroba durava due o tre giorni, poi incominciava a perdere i pezzi con Chiarugi dentro e la ruota faceva un altro giro.

Nella vita di Chiarugi c’è sempre stato un solo un punto fermo, un centro di gravità permanente: il calcio.
Anzi, no: il tifo.
La sua Stella Polare era il Milan, il Mezzogiorno i Grigi (la squadra di Alessandria), l’Oriente era l’odio per Inter e Juve, l’Occidente quello per il Casale(Merda, nell’ambito calcistico le due parole sono inscindibili), squadra storicamente nemica dei Grigi.

Negli anni a cavallo tra Ottanta e Novanta aveva preso residenza fissa sui vagoni dello “smistamento” e arrivava in Piazzetta intorno all’ora dell’aperitivo, ci chiedeva soldi che non gli davamo, poi si accontentava di un panino di Beppe del Moderno, che pagavamo a turno, a prezzo politico, giusto per non obbligare Beppe ad adottarlo ufficialmente.
La storia è andata avanti per un po’, non ci chiedeva neppure più i soldi.
Ha aspettato che abbassassimo la guardia.
Una sera mi si avvicina e mi fa: <<Magico –mi chiamava così, Magico, chissà da dove gli veniva- senti… sono stufo di mangiare panini, vorrei un piatto di pasta, una cosa calda, magari una cotoletta…>>
E come fai a dirgli di no?
Cinquemila io, un cinque Gianca, un altro Jimmy Fontina, un altro ancora… Morale, ha tirato su il necessario per una cena coi fiocchi, ha ringraziato e se n’è andato.

E’ tornato mezzora dopo: fascia rossonera il testa, sciarpa rossonera al collo, poster di Gullit ostentato come il Santissimo in processione.
L’avrei ucciso. <<Chiarugi, cretino, e la cena?>>
<<Magico, prima c’è il Milan…>>
<<Chiarugi, cretino, a parte la fascia e la sciarpa, che ti dureranno un paio di giorni ma non fa niente… il fatto è che hai comperato un poster e non hai un muro su cui attaccarlo, ti rendi conto di quanto sei pirla?>>
Eh sì, secondo voi a Chiarugi serviva un muro?
Ha steso il poster in terra e, dichiarando tutto il suo amore per il Milan e Gullit, ci si è coricato sopra e ha iniziato a scoparselo.
Con su i pantaloni, ringraziando la Madonna.
Dopo cinque minuti il poster era a brandelli e prima di notte non c’era più traccia di merchandising rossonero.
Chiarugi è morto pochi anni fa.

Torniamo all’esempio promesso: Chiarugi è un mito.
Per il popolo degli ultras e per sottogruppi di scappati da casa, ok.
Ma è un mito.
Una volta ho fatto il suo nome su Feisbuk e saranno arrivati non so quanti “Mitico Chiarugi” e “Mitico Cisley” (negli ultimi anni, tra i più giovani, era diventato Cisley, da Cislaghi).
Mitico.
Ma Chiarugi era un poveraccio, non aveva un pregio.
Cioè… mi sono espresso male: era un pezzo di pane, generoso con quel poco o niente che aveva e se in Piazzetta qualche “turista” infastidiva una ragazza con Chiarugi presente, state tranquilli che era il primo a intervenire, poi, per fortuna, arrivavano i rinforzi.
Ma aldilà di questo…
Lo sapete, i’ song’ ‘o fetente: se devo dire una cosa cattiva, che comunque rappresenta la verità, la dico e l’ultima cosa politicamente corretta che mi è passata per le mani non ricordo che fine ha fatto ma credo di essermici pulito il culo.
Chiarugi faceva compassione, quello sì, e magari lo potevi considerare anche un buono, rigorosamente al di fuori dello stadio, dove grazie alla congenita mancanza di cognizione ed al perenne stato confusionale, pompato dai cori degli “amici”, avrebbe anche potuto uccidere qualcuno, e se non l’ha mai fatto è perchè si reggeva a stento in piedi.
Ma è questo che lo ha fatto diventare un mito.
La giustizia non è di questo mondo.
Certo, paragonato a Carlo Giuliani, vissuto per dispetto e morto per aver cercato di sfondare la testa di un carabiniere con un idrante, Chiarugi fa un figurone e proprio per questo anche qui c’è una profonda ingiustizia: a Chiarugi qualcuno ha dedicato al massimo un effimero torneo di calcio,  quell’altro ha dato il nome a una sala del Senato della Repubblica (credo e spero che l’iniziativa sia abortita) e abbiamo rischiato che gli dedicassero una piazza di Genova, mentre per tanta gente di merda resta un mito.

Con me, ocio al “mitico”, anche se per assurdo facessi qualche super figata: piuttosto, datemi del pirla, please…

Dottordivago

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Comunicazione di servizio: non so cosa è successo ma ‘sta macchina di merda ha spostato tutti i commenti da questo post a quello successivo. Cambia poco ma io m’incazzo…

Faccio una piccola retromarcia: avevo già superato la fase delle parole fastidiose ed ero già arrivato all’inflazionatissimo “mitico” ma ho una reminiscenza:

… e tieni giù le parole, zio cane…

Bella eh? E vale doppio, visto che parla, appunto, di moderare i termini e, allo stesso tempo, contiene una cosa che detesto: la parolaccia o la bestemmia “col braccino”.
Parolacce ne dico e ne scrivo un casino, per la bestemmia resto nel verba volant, non per personale ritegno quanto, piuttosto, per non urtare la sensibilità dei lettori credenti; da parte mia, essendo ateo, bestemmiare un dio qualsiasi o Babbo Natale non fa alcuna differenza salvo il fatto, come dico sempre, che in nome di Babbo Natale nessuno ha mai ucciso nessuno.
Però “porco zio” mi dà fastidio, insieme a “zio cane”: non hanno senso, perdono la cosa più importante della bestemmia, la dentale “D”, quella che, proprio per un fatto fonetico, suona così bene nel bestemmione classico. 
Per la stessa ragione devo riconoscere che “porco due” non è male, anche se è sempre una forma di “braccino”.

Sempre sotto la voce “reminiscenza” posso ricordare espressioni che sentivo al mare negli anni 70, quando la ridente Borghetto Santo Spirito (“Borghetto SS, l’Inferno dei Vivi” per noi che frequentavamo…) era invasa da orde di maranza che parlavano come allo ZEN di Palermo ma, “essendo di Torino”, esordivano con “Minchia, sai cosa?…” che sostituiva il colloquiale “Sai la novità?” e concludevano con “Minchia Dio Fa”.
Tra l’altro, non ho mai capito come ‘sti personaggi arrivassero tutti lì, forse c’era una sorta di filtro alla barriera di Savona -allora esisteva ancora- che se venivi dalle Vallette o da zone “in” analoghe, ti smistavano a Borghetto.
Io non ero “in lista” –figurati, non ero neanche di Torino…- e avrei rischiato di non poterci andare ma mio padre aveva pensato bene di comperare “la casa al mare” lì, da un costruttore compaesano, che aveva venduto interi condomini ad Alessandrini e limitrofi, creando un’enclave mandrogna in quella specie di Magliana col mare.
Mare che, pur bordato di tristi palazzi, almeno era quello Ligure, quindi una cosa che ricorda il mare vero, una scelta in antitesi con il concetto attuale di casa-vacanze low cost, cioè ridenti villaggi a misura di famigliola ma posizionati nei “Pantani Padani” intorno alla foce del Po.

Ma tutto questo non c’entra un cazzo, torniamo al senso delle parole, anzi, al non-senso della parola “mitico”. 
Ma lo facciamo domani, è proprio un momentaccio…
Continua

Dottordivago

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E non per quel milione di motivi che pensate voi.
Se poi, per cultura, origini, estrazione, indole o quello che volete voi, “pirla” non vi piace o non vi appartiene, datemi pure del

  • piciu
  • belinùn
  • mona
  • patacca
  • fava
  • e percorrete pure l’intera Italia dell’insulto fino ai siculi “arrusu” o “quacquaracquà”.

Ma che nessuno, mai, per nessun motivo, mi dia del “mitico”: non lo sopporto.

Avete mai trovato delle parole che vi stanno sul culo?
Io sì, da sempre, più o meno a cadenza decennale. Da sbarbato non saprei ma la prima che mi ricordo con certezza è “fegato”.
Oh, cazzo ci devo fare? Non mi piaceva proprio il suono e per buona parte degli anni 80, mi disturbava sia ascoltarla che pronunciarla.
Poi un bel giorno, anzi, una bella sera, un amico psicologo –non ero coricato sul lettino, eravamo mezzi ciucchi al bar Magenta, con una giovanissima e sconosciuta Brigitte Nielsen e qualche sua amica… così, tanto per dire…- mi ha spiegato che è una cosa che succede e mi ha consigliato la cura: se una parola ti sta sul culo è sufficiente pronunciarla un tot di volte e vedrai che perderà, insieme al significato, anche la capacità di infastidirti.
Così, quando qualcuno ha buttato lì un <<What we gonna do tonite?>> io ho risposto che per quella sera avrei detto “fegato” ed ero abbastanza ciucco per farlo davvero. 
<<Ehhh???…>>
<<Sì, penso proprio che dirò “fegato”, liver, andestend paisa’?>> 
E quando il gruppo se n’è andato, io mi sono spostato dal tavolo al banco del Magenta, come i vigili del Ramazzotti, e, facendo finta di parlare col barista consenziente, ho detto “fegato” per una bella mezzora.
Ha funzionato, due volte: ho smesso di detestare “fegato” e mi sono risparmiato un sacco di soldi che quella banda di zoccole avrebbe senza dubbio mangiato a me, oltre che agli amici, nel corso della serata, nella tentacolare Milano-da-bere.

Negli anni 90 avrei ucciso chi, in mia presenza, avesse pronunciato “sfrucugliare”. Non era per il suono della parola, più che altro perchè mi ricordava un che di intellettual-romano-salottiero , una parola da Nanni Moretti, roba Veltroniano-Rutelliana, per capirci.
Lì non ha funzionato nessuna terapia, l’effetto è quasi scemato col tempo ma ancora adesso è una parola che non mi fa impazzire.

Nel primo decennio del 2000 ho molto odiato “imbarazzante”, per un motivo ancora diverso: è la parola usata più a sproposito di ogni altra.
E’ diventata un superlativo assoluto: quando uno non sa più che iperbole usare o cosa dire per esagerare un concetto qualsiasi, ti caccia lì una botta di “imbarazzante”, a cominciare dall’insopportabile finto-simpatico Franco Bobbiese, quello con la pettinatura da Prima Comunione anni 60 che da qualche anno tenta di rovinare il dopogara del motociclismo su Italia 1.

E siamo arrivati a “mitico”.
Anche questa parola non mi crea un disturbo fonetico ma mi ammazza per l’uso improprio.
Tra i vari “amici” di Feisbuk, chi non ha in lista qualche povero disgraziato o sfigato o magari solo qualcuno noiosamente, insopportabilmente retorico?
Una volta gente così non ne avevo, tra gli “amici”, quando credevo che FB fosse una cosa non seria, non esageriamo, però che valesse la pena di non sputtanare, periodo durato due giorni: allora selezionavo le persone. Ora ho realizzato che FB è una cagata che mi serve principalmente per scoprire i compleanni dei conoscenti, quindi non faccio più selezione all’ingresso; soprattutto, da quando ho associato il nome della mia attività al mio nome, faccio amici cani e porci: più gira il nome dell’azienda e meglio è.
Sono troppo sincero? No, perchè… se disturba, ditelo…

Be’, più uno è un poveraccio (d’animo), più le cose che pubblica sono prive di senso, vecchie, retoriche e tutto il peggio che vi viene in mente, più si becca del “mitico”, oltre a valanghe di “mi piace”.
C’è uno, un brav’uomo che dalla vita ha ricevuto solo una grande passione per il calcio, in particolar modo per i Grigi, la squadra di Alessandria che l’anno scorso, dalla possibilità di salire in “B”, non so per quale furbata o inghippo si è trovata in serie F o G, non ricordo quale, so che giocano contro squadre da Torneo dei Bar.
Be’, per il nostro ineffabile scrittore la terna Tifo, Grigi, Stadio Moccagatta ha lo stesso valore di Dio, Patria e Famiglia, a cui dedica ora accorate, ora indignate esternazioni. Uno dei classici è “Non ci deve essere posto per chi vive nel mondo del calcio per interesse”, dichiarazione a cui l’unica cosa logica sarebbe rispondere: <<E poi che cazzo ci fai da solo?>>.
Invece è uno scroscio di applausi virtuali, di “mi piace” e, soprattutto, di “mitico”. Ora, capisco che chi consacra la vita al calcio non-giocato, guardato e urlato è uno che si accontenta di poco, quindi un concetto o un’uscita a malapena sufficiente diventa un uovo con due rossi; però sarebbe già grasso che cola la definizione “grande”, che per altro si lega benissimo a “uomo” come a “pirla”, uno dei motivi per cui quando uno mi gratifica con un “sei un grande”, mi resta sempre il timore che la frase sia in realtà un’incompiuta.
Continua

Dottordivago

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…ma fatelo in modo cazzuto:
io vi fornisco la colonna sonora.

Dottordivago

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Quando vi dico che questo è un blog particolare… eccheccazzo, credeteci!

E’ sufficiente che il (solito) Camagna ti butti lì un’ipotesi di pompino, che scoppia tutto un fermento intellettuale, quasi una nuova Età dei Lumi, una parentesi di cultura che spazia dall’interpretazione anglosassone del concetto di pompino a quello di pecorina.
Siete assolutamente degli inesauribili pozzi di cultura, al punto che mi sento un po’ in imbarazzo nell’aggiungere un paio di pensieri miei ai vostri autorevolissimi pareri.
Lo so, non dovrei interloquire in un momento di discussione etno-antropologica come questo ma… vorrei partecipare, vorrei sottoporvi un paio di spunti grazie a cui potrete continuare a distillare conoscenza.

Davvero non ho mai capito dove gli inglesi possano vedere l’atto del soffiare nel pompino e battezzarlo “blow job”, traducibile in “lavoro soffiato”.
Capisco che se non è brava/bravo chi fa il job, l’altro blows, sbuffa ma non è una spiegazione che mi soddisfa, mi sembra tirata per i capelli, anche se mettere una mano sulla testa e tirare un po’ i capelli nel corso di tale pratica, è una mano santa… ma mi sto incartando, torno indietro.
Resta il fatto che, pur non parlando per esperienza diretta, non mi sembra che si operi soffiando.
Sarà mica per le dimensioni dell’organo, tali da gonfiare le guance?
Non credo, sennò, perchè le guance di chi fino ad oggi ha operato su di me sono sempre state incavate?

Comunicazione di servizio:
questa è già sottile autoironia, non è il caso di infierire, grazie.

Va beh, coi miei limitati mezzi (e stavolta parlo di cultura…) non ci arrivo, impegnate voi le vostre meningi.
E già che ci siete, riuscite a dare una spiegazione al fatto che i Giapponesi siano l’unico popolo al mondo che, al momento dell’orgasmo, dice l’equivalente di “vado”?

Posso però tentare di dare io una spiegazione all’interpretazione yankee della “pecorina”, tradotta in “doggy style”.
L’Americano, popolo giovane, vede come lo fanno i cani e battezza lo stile.
Noi, popolo antico, quando diciamo “pecorina”, aiò… per esperienza parliamo, lampu!…

Dottordivago

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