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Archive for dicembre 2007

Dove volano i palloncini quando sfuggono dalle mani dei bambini?

E’ una delle grandi domande che mi pongo, oltre a quella classica: “Chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo?” insieme  all’altra che non mi fa dormire: “Stilisti e ballerini, nascono culi o lo diventano?”

Se uno non si pone domande -grandi domande- cosa gli resta nella vita? Cheppalle avere solo risposte. Quindi, per non annoiarmi, me ne pongo un’altra e ve la giro: i giornalisti, nascono stupidi o lo diventano?

Si parla tanto di lavori usuranti e di malattie professionali. La categoria dei giornalisti, però, è al riparo da vari malanni, prevalentemente quelli che possono colpire il cervello. Questo è possibile perchè la categoria di cui si parla è esentata dall’obbligo di possedere un cervello e, nel caso in cui siano appesantiti dall’inutile fardello, possono lasciarlo nel bicchiere sul comodino, con quattro dita d’acqua, come la dentiera. Oppure venderlo al migliore offerente: l’unica controindicazione all’assenza di cervello è che, in caso di mal di testa, Novalgina e Aulin sono inutili; bisogna invece sottoporsi a noiosi massaggi con il Lasonil, visto che l’unica cosa che può dare dolore è la parte ossea della scatola cranica. In poche parole: i giornalisti temono i danni cerebrali come io temo un fibroma dell’utero.

Mi sforzerò di non fare il Grillo della situazione e non me la prenderò con l’asservimento al potere e la manipolazione dell’informazione; mi limiterò ai peccati veniali, quelli constatabili senza indagini ma solo ascoltando sti cazzoni.

Io per campare produco serramenti. Non è un lavoro difficile: se sai tenere in mano un metro e sei in grado di leggerlo il più è fatto. Certo, se il cliente vuole la finestra di PVC, non gli devi dare una porta d’alluminio ; se le vuole tinta legno non devi consegnargliele rosa fucsia; se dai una data di consegna deve essere quella… se vuoi portare a casa la zuppa.

I giornalisti sono ormai esentati dall’obbligo della precisione e della serietà professionale, ma un piatto di minestra a casa lo portano lo stesso. Il titolo del post mi fa rimpiangere il grande che per primo disse:”Fare il giornalista non è tutto rose e fiori ma è sempre meglio che lavorare”. Si chiamava Indro Montanelli, uno di quelli bravi di un tempo, scomparso come altri e non ancora rimpiazzati. Un po’ come rimpiazzare De Gasperi con Mastella. Ora, non so quali figate abbia fatto De Gasperi, ma viene sempre citato come paragone e io mi adeguo; in compenso conosciamo bene, anche se in minima parte, l’operato dell’Immondo Clem.

Riconosco che qualcuno bravo ci sarà anche oggi ma non mi sento di fare nomi; leggo molti libri ma, per ragioni di tempo, pochissimi giornali, che sostituisco con i telegiornali, che hanno il pregio di lasciarsi seguire mentre sei a tavola lasciandoti le mani libere, ma con l’effetto indesiderato di un irrefrenabile giramento di palle.

Se su un piatto della bilancia mettiamo gente come Rizzo e Stella, quelli de “La Casta”, che si sono fatti molti ammiratori e moltissimi nemici, sull’altro dobbiamo mettere centinaia di perdigiorno rompicoglioni che inseguono una madre per chiederle cosa prova ad aver perso un figlio bruciato in fabbrica o fatto a pezzi da un ubriaco al volante (sì,sono figure retoriche, ma rendono l’idea). Ah, hanno anche scoperto la parola “perdono” ed alla madre di cui sopra chiedono, ormai regolarmente, se è disposta a concederlo.

Poi dicono che l’assassino di Garlasco “potrebbe avere le ore contate” perchè sono stati rinvenuti dei vestiti, a dieci chilometri di distanza, sporchi di vernice o di sangue e che il RIS lo scoprirà in una settimana; a parte che mia mamma riconosce una macchia di sangue in tre secondi e la lava in acqua fredda sennò resta l’alone, e che, nell’eventualità fosse sangue, sarebbe quello della vittima; ma a parte tutto questo, è possibile che questi imbecilli se ne dimentichino il giorno successivo perchè scoprono un giacimento di nuove cazzate a Perugia con la povera Meredith?

Come i bambini: a Natale impazziscono per il Game Boy che a Santo Stefano non guardano più perchè hanno ricevuto la Play Station.

Vanno in Patagonia per farci vedere i ghiacciai che si squagliano, ma ci vanno d’estate e le guide spiegano che è normale: è estate!Non importa, loro ci montano un bell’audio sul surriscaldamento globale. Sensazionalismo senza limitismo, anche a costo di allarmare il paese perchè, in inverno – attenzione- potrebbe nevicare.

Ricordo un paio di inverni fa, a Torino nevicava e una cazzona seguita da una telecamera ha ripreso, dal Valentino, la città sotto la neve; aveva preparato l’evento con visioni apocalittiche: lei, la cazzona, voleva allarmare a tutti i costi e, come avrebbe indicato Sumatra dopo lo tsunami, pronunciò  con tono e faccia da Ecce Homo “ecco, questa è Torino oggi”. Solo che era una visione idilliaca, un presepe. E una figura di merda.

E se un pit bull si mangia un cristiano? Per una settimana, giù vittime di cani feroci. E poi l’oblio.

Li sto prendendo così in odio che se qualcuno di loro ci lascia la pelle come inviato di guerra, quasi quasi mi viene da pensare che se stava a casa non gli succedeva niente. E questo è proprio da stronzi, se penso a quella povera stella di Ilaria Alpi.

Già la Sgrena, se avesse girato l’occhio lei invece che Callipari…

E la Botteri da Bagdad? Si immedesimava talmente nella parte che si presentava con una faccia triste, ma di un triste, che sembrava un segugio: occhi, bocca, spalle…tutto girato in giù; sembrava liquefatta.

Il problema è che una volta chi faceva il giornalista doveva essere bravo: ce n’era una dozzina in tutto… Oggi ce ne sono venticinque  in un’aula di tribunale, duecentocinquanta dietro a Veltroni -e chi è? Kennedy?- e duemilacinquecento fuori dalla villa del delitto. Solo che, di bravi, sempre una dozzina ce n’è… 

E le cifre? Grammi, tonnellate, kilometri, anni luce…vale tutto.  E le temperature? Ci avete fatto caso che da questa estate parlano più spesso di temperature percepite che di gradi all’ombra? Hanno cominciato con: “Il termometro ha toccato quota 38° con umidità del 90%, il che porta la temperatura percepita a 45°”.  In breve sono passati a: “Si prevede una temperatura percepita di 47°”.

Percepita da chi? Da me, che a marzo sono in maniche corte, o da mia suocera, che in pieno deserto tunisino, al sole, si è messa una giacchetta leggera perchè non si sa mai? Certo, dire 45° percepiti anzichè 38° all’ombra è tutto un altro sensazionalismo. Avrei un consiglio:  percepitemi sto cazzo…

Dottordivago

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No, non è l’urlo di un’anima che percepisce l’esistenza di un essere supremo e si sente, povera anima di serie B, prigioniera della mente più materialista e scettica del creato. Si, certo, sono più ateo di un prete pedofilo, che basa il suo comportamento sulla certezza che non c’è un Dio che possa fargli un culo così, però credo nell’esistenza di due grandi entità metafisiche, le uniche per cui non serve la fede, visto che sono più evidenti e lampanti di un paio di mutandoni addosso a Cicciolina.

Sto parlando del Culo e della Sfiga.

Volete le prove che questi due Dei volubili e crudeli esistono? Pensate a Prodi o Berlusconi: il fatto che individui del genere governino -ma è più corretto dire comandino- un paese, è prova provata e certa che esiste il Culo, per loro, e la Sfiga, per noi.

No no no, tranquilli, non parliamo di politica. Era solo un esempio, come può esserlo quello di Napoleone, che aveva capito tutto e che diceva: “Non voglio generali capaci, li voglio fortunati”.

Ma non intendo parlare neppure della mia religione personale; eh, lo so, il Dottordivago si perde, divaga -appunto-, e apre mille parentesi che poi non riesce a chiudere. Quindi ricomincio.

La cosa che mi fa incazzare nero è che non credo. Ma non nelle cose importanti: non credo nelle cagate.

E oggigiorno le cagate sono quelle che rendono. Se fai un lavoro serio tipo l’operaio, l’impiegato, l’artigiano, il commerciante o altro, escludendo solo l’80% dei dipendenti pubblici, ti scontri con mille problemi, difficoltà ed incertezze. Se sei nel settore  delle cagate, almeno le incertezze le puoi scartare, perchè di coglioni ne nasceranno sempre. E quelli, sì, che rendono. I nuovi ricchi sono i venditori di fumo; no, non gli spaccia: quelli un pezzo di fumo te lo danno davvero; intendo i venditori di aria, i piazzisti del nulla.

Purtroppo, però, io non riesco a convincermi ad aprire un’attività che sfrutti questo gigantesco giacimento di stupidità che è il nostro mondo. E non c’è un cazzo da fare: non ci riesco. E’ che, in fondo, sono un buono; prendetelo come atto di fede nei confronti dei miei simili: non riesco a convincermi che sia così facile prendere per il culo il prossimo.

Diamo un’occhiata alle occasioni di guadagno che mi perdo, e solo all’aspetto economico, perchè mi rendo conto che ognuna meriterebbe di essere sviscerata singolarmente: un mucchio di materiale per i prossimi post.

Prendiamo, tra i tanti, il settore merceologico più  remunerativo e semplice allo stesso tempo: la religione. 

Richiede investimenti bassissimi, praticamente zero, visto che chiese, sinagoghe, moschee e templi vari -praticamente lo stabilimento- si possono costruire in un secondo tempo e con i soldi dei fedeli.  Oppure trovi già tutto pronto se ti appoggi ad uno dei vari franchising tipo Cristianesimo, Ebraismo,Islamismo e sottomarche. Giacenze di magazzino? Zero! Ricerca e aggiornamento? Doppio zero. Consegna, posa o collaudo del prodotto? Neanche a babbo morto: addirittura a cliente morto, il che azzera la voce “reclami”. E comunque, parlare male dell’azienda o del titolare è una vera bestemmia… (so’ccomico).

Il leader del settore, da noi, prende il cliente dal battesimo al trapasso, passando per matrimonio e vari sacramenti. Poche regole fondamentali: quando nascono sono tutti belli, quando si sposano sono tutti ricchi e quando muoiono erano tutti buoni; e l’incasso è assicurato.

Poi, fàttesi le ossa, ci si può mettere in proprio come i dipendenti degli artigiani, ma richiede già più testa…

E’ che ste cose mi annoiano…non fanno per me; poi ti cercano a tutte le ore, devi essere disponibile con tutti; un po’ come fare l’animatore, che deve sempre essere allegro per forza: io, se mi sveglio con le balle in giostra, “vaffanculo tu, tre quarti del tuo paese e il torneo di beach volley”.

Restiamo grosso modo nel settore:  ma io,  che mago sarei, eh? Sarei un vero Signore dell’Occulto: la fantasia non mi manca, la faccia da culo neanche e dico certe stronzate…Già me lo vedo: “Dottordivago: pranoterapista, guaritore, scaccia il malocchio, riporta la persona amata, legge le carte e la vita”. ‘Aazz’!… Il problema è che tutte le volte mi scapperebbe una botta di “…ma vai a casa, pirla…”, e spacciarla per una formula magica… Non so, dovrei lavorarci su.

Ci sarebbe poi l’omeopatia: và che per crederci bisogna essere dei bei gelindi,eh? Ti danno l’acqua, diluita con acqua, diluita con…indovina? Acqua. Bravo.

Come il mio amico Pedro. A quarantunanni gli hanno diagnosticato non so che forma di leucemia e lui cosa ha fatto? Senza dir niente a nessuno, per un anno, è stato in “cura” da un omeopata svizzero. Poi è morto.

Quando ha quagliato la situazione non c’era chemio o trapianto che potesse funzionare. Ho pianto prima di dolore, poi di rabbia quando ho saputo la storia. E non passo dal cimitero per un saluto: sicuramente con le lacrime agli occhi, ma gli cagherei sulla tomba.

No, non sono sufficientemente bastardo, per questo settore.

Invece, mazzuolerei volentieri i frequentatori di centri benessere, o beauty farms, se sei figo, o spa, se essere troppo figo è uno sporco lavoro ma qualcuno lo deve fare.

E’ un business gigantesco ma, così come credo che uno alla mattina si svegli e decida di acquistare le finestre che produco, non riesco a credere che uno mi dia duecento euro per farsi grattare i piedi con un covone di fieno, o farsi cospargere di miele od olio, o ricoprire di vinacce, crusca o pasta con le cotiche.

Domanda da caga-amaretti:”Praticate la stone therapy?” che è come dire:”Quanto costa farsi mettere dei sassi caldi sulla schiena?”. Risposta del guru:”Cacci la centocinquanta, sir”. Affare fatto: vuoi mettere appoggiare la schiena al termosifone di casa tua? Nella spa c’è la musica new age (boni quelli…) e bruciano un pout pourri di petali, frutti essiccati e legno di sandalo.

A parte il fatto che un sandalo che brucia mi ricorda l’incendio di una discarica ed evoca visioni di nigeriane che si scaldano con i copertoni, vi rendete conto di quanta gente c’è che si indebita per “regalarsi una settimana di coccole”?

E con dei coglioni così in giro, io faccio le finestre. Mah…!

Evidentemente non sono portato per  i settori acchiappagonzi tradizionali; puntiamo sull’innovazione. A parte i tecnopirla che si fanno ibernare o quelli che cacciano il grano per comperare una stella o un ettaro di luna, ciò che mi stupisce  maggiormente e che più mi affascina nella new economy for ciulandary è la vendita dei certificati di eco compatibilità.

Signori, giù il cappello davanti alla spietatezza del genio: ci sono aziende che calcolano le emissioni di CO2 di altre aziende, che lavorano davvero, e calcolano quanti alberi bisogna piantare -quasi sempre in Sud America- per compensansare l’impatto sull’ambiente e si fanno dare il grano per la piantumazione.

E quelli glielo danno!

Fantastico! E non parlo di aziendine familiari -a quelle col cazzo che gli barbi il grano- bensì gruppi del settore fashion, venditori di fumo un po’ più denso, che cercano consenso e immagine. E in Costa Rica ci sarà un “Miguel son mì” pagato due dollari al giorno per dire che sì,  è vero, sono quelli lì,  e indicare qualche albero a caso. Comodo farlo in Costa Rica, che può esportare alberi in tutto il mondo; vai a far finta di piantarli in un qualunque paese che finisce in “stan”, dove i cani muoiono di cistite perchè non c’è un cazzo di albero dove farsi una pisciatina.

Qui non ho scuse: non sono all’altezza di quei luminari della truffa. Ed anche per tutti gli altri pacchi in circolazione ho sempre un “si però” valido per non combinare niente.

Ve l’ho detto, non credo. E la pena per la mia eresia, la negazione o il non riconoscere la stupidità umana, la sto già scontando in questa vita: mi tocca lavorare.

Dottordivago

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Chiariamo subito una cosa: io non porto sfiga.

Quando passo per strada la gente non fa gli scongiuri, le vecchiette non fanno il segno della croce e gli uomini non si toccano le palle. E’ cchiaro ‘stu fatt’?

E non sono neanche granchè sfigato: prendendola alla larga, sono nato sul 45° parallelo, lontano dal troppo caldo e dal troppo freddo; è andata bene anche con la longitudine, visto che nel 1960 nascere di qua o di là della Cortina di Ferro faceva la sua bella differenza; ho avuto un’infanzia idilliaca, non so ancora   cosa siano le grandi disgrazie -e qui me la do io, una toccatina-, la salute c’è ed ho trovato una moglie adorabile.
E tutto questo, signori miei, è culo.
In più, anche nel lavoro c’è tanta gente che se la passa peggio.

Eppure, lo ribadisco, io sono la sfiga.

O, quanto meno per come sono inserito nella società, mi sento un po’ lo scarabeo stercorario della situazione. E credo sia  necessario chiarire la vita che fa la simpatica bestiola.

Lo scarabeo stercorario è l’unico animale più sfigato del panda: la sfiga del panda è che ce la mette tutta per estinguersi ma non ce la fa a causa del nostro accanimento terapeutico; la sfiga dello scarabeo è che non si vuole estinguere ma il grande interrogativo universale è: “Che cazzo campa a fare?”

Sì perchè, forse non lo sapete, ma lo scarabeo stercorario passa le sue giornate a costruire biglie di merda.

E per noi sono biglie, perchè per lui sono come i blocchi delle piramidi, solo rotondi, così può farle rotolare fino a casa, dove le ripone per bene finche non ne ha una bella scorta.
Bon, viene da pensare, una bella doccia e via.
Non esattamente, perchè, vedete, dopo una giornata passata ad appallottolare e rotolare merda, quando arriva a casa…..  gli tocca mangiarla. E gli deve durare per tutta la brutta stagione.
Quindi, quando questa povera bestia parla di brutta stagione, sa quello che dice.

Ora, perchè mi vedo rappresentato dal simpatico magiamerda?

Allora: faccio parte dell’Occidente, decadente e corrotto, colonialista ed affamatore del Quarto Mondo perchè mangio tutti i giorni, razzista e xenofobo se parlo di mettere e tenere in galera i delinquenti acquisiti oltre che i nostri, guerrafondaio e neocrociato se contribuisco ad abbattere regimi la cui esistenza era una bestemmia, petrolio o meno.

In più sono europeo, quindi un mezzo cazzone per gli Americani e un vecchio decadente per i popoli in espansione.

Sono Italiano. E non dovrei aggiungere altro, se non che siamo la barzelletta del mondo e il freno a mano dell’Europa.

Vivo al Nord, per la precisione nell’area più depressa del Nord, e solo per appartenenza territoriale vengo considerato un incolto zoticone, visto che la culla dell’Italica cultura, a detta di quellichenesanno, è il Sud, terra che da millenni ha sradicato l’analfabetismo, dove tutti parlano forbito, la scolarizzazione è profonda e capillare e le università funzionano a meraviglia,  sfornando laureati superqualificati.
Inoltre non abbiamo casse del mezzogiorno, pochissimi aiuti di stato e poco niente dall’Europa.
Sempre per il fatto di vivere al Nord, devo rispettare tutte le leggi  -a cominciare dal codice stradale, passando dalle norme sull’ediliza e arrivando al fisco- leggi di cui, chi vive al Sud, ne ha una conoscenza per sentito dire, praticamente una lieve lacuna nella loro immensa cultura.

Sono di sesso maschile, quindi passo la giornata a sentirmi dire che le donne sono più forti, più intelligenti ed all’occorrenza più cazzute, ma noi siamo così merde che le teniamo schiacciate, sulla base di quale potere non lo so, visto che siamo incontrovertibilmente delle mezzeseghe.
E prova a divorziare da una di queste amazzoni a cavallo di fiammanti SUV con cellulare e sigaretta d’ordinanza: non esiste un giudice che ti affidi i figli e la signora rischia di fare l’Aga Khan tutta la vita con i tuoi soldi.
Ah, dimenticavo: in quanto maschio, prima o poi finisci per conoscere l’indescrivibile sensazione di un calcio nelle palle…

Sono un lavoratore autonomo, quindi non ho la licenza zero zero zero dei dipendenti pubblici -la 007 è la licenza di uccidere di James Bond, la 000 è la licenza di fare un cazzo e campare tranquilli- nè la relativa sicurezza dei dipendenti privati, con cassa integrazione, mobilità, ammortizzatori sociali vari e, comunque, non uno straccio di sindacato o patronato. Se non mi decido a mettere via un po’ di soldi andrò in pensione con un tenore di vita da Sierra Leone, solo che qui fa un freddo della Madonna. Ah, e con la fama di evasore fiscale, appioppatami da quelli che non vogliono mai la fattura per non pagare l’IVA. Naturalmente da evasore stupido, visto che sarò pulito come uno specchio (sul lastrico, ndr).

Sono sano come un pesce -e fin lì tutto bene- e amo sembrarlo ancora di più, quindi ciaociao a quelle pensioncine di invalidità o permessi e agevolazioni che non si negano a nessuno.

Poi? Dunque, non sono nero, nè Rom, nè omosessuale, e se uno mi insulta o discrimina non si scandalizza nessuno. E mi dovreste spiegare perchè nel caso di una botta di “negro o zingaro o frocio di merda” si muove il Parlamento, se io mi becco un “artigiano alessandrino del cazzo” non c’è un cane che muove la coda.

Non sono di sinistra, il Sud della politica, dove tutti sono più colti, buoni, solidali e moralmente superiori; vedo le cooperative che mi fottono i lavori pagando da fame i loro dipendenti, pardon, soci, e zitto, che se parli sembri il padrone delle ferriere. Se io assumo uno per un anno creo un povero precario, loro assumono la gente per sei ore (giuro che l’ho visto) e sono dei benefattori.

Sono persino juventino, non tifoso praticante, ma è già abbastanza per essere additato come ladro di partite da gente le cui squadre rubavano meno non perchè onesti ma perchè incapaci di essere disonesti.

E me le vado anche a cercare: cerco di essere gentile ed educato -il che non significa essere pirla-  oltre che disponibile. E a volte vengo guardato con sospetto, del tipo: “Questo ma l’ha già fatta o sta per farmela”.

Ma vadavialculo, và.
E buon Natale.

Dottordivago.

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Espressione in dialetto alessandrino.

Letterale: ignorantone d’un asino. Forma rafforzativa di ‘gnuranton –ignorantone-, a sua volta accrescitivo di ‘gnurant –ignorante-. Impiegata per definire persona molto poco colta: “l’è propi ‘n ‘gnuranton d’in asu” – è davvero estremamente ignorante-.

Indispensabile per distinguere il tipo di ignorante, nella fattispecie ignorante in senso latino, cioè che ignora, dall’ “ignorante” comune, dove l’espressione acquista, per i mandrogni, un significato più generale e può sostituire cretino, idiota, stupido, coglione ecc.

‘Gnuranton, usato senza il rafforzativo d’in asu, perde l’accezione negativa e acquista il significato di bonaccione, patatone, fagiolone ecc.

In questo contesto ci avvarremo dell’espressione letterale, cioè ‘gnuranton d’in asu, -poco colto- per trattare degli studenti italiani e di quella allargata, ‘gnurant, -stupido, coglione,ecc.-per riferirci a genitori, insegnanti e ministri della pubblica istruzione.

Avete sentito? Gli studenti italiani delle medie inferiori sono i più ignoranti della galassia.

Il 62% non sa cosa determina il giorno e la notte: messa giù così dice e non dice, ma significa che due su tre non sanno che la terra gira! Il 50% ha problemi di lettura e non associa ciò che legge al significato: così è un po’ nebuloso, ma significa che uno su due non sa cosa cazzo sta leggendo, sempre ammesso che riesca a leggerlo! Siete contenti?

Facciamo un giro, poi torniamo sull’argomento.

Ocio che viene lunga.

…Ma stavamo così bene noi, classe 1960, con il maestro Gavazza, noto per la mano destra di legno con la quale -le leggende metropolitane esistevano anche allora- mollava tremendi schiaffoni. A parte il fatto che non gliel’ho mai visto fare, il problema era che gli schiaffi te li dava con la mano buona, la sinistra, e non erano buffetti simbolici come pochi coraggiosi, politicamente scorretti e fascistoidi, ancora oggi ammettono nell’educazione “perchè così il bambino capisce di aver sbagliato e il gesto diventa come l’input per un’autocritica” .  E ‘sti cazzi? Quello che ti arrivava era una specie di calcio di mulo che come effetto a lunga scadenza ti insegnava a stare al mondo, come effetto a breve ti tramortiva per cinque minuti  e ti toglieva la voglia di fare il furbo e/o il pirla.

Io lo adoravo.

E scattavamo come molle, un po’ come il “signorsì signore” urlato da Richard Gere: capivamo che lui era il maestro e noi gli dovevamo obbedienza assoluta. E studiavamo. E i nostri genitori non si sognavano di difenderci, anche perchè nessuno diceva niente a casa, dal momento che valeva la teoria, anzi, l’assioma, che se il maestro ti aveva picchiato, chissà cosa avevi combinato, e avanti con la rumba.

Alle medie ho trovato la professoressa Cremonini, energica, inflessibile e raffinata signora dai capelli azzurrini, temutissima insegnante di lettere, storia, geografia e, per chi lo sceglieva, latino: praticamente l’azionista di riferimento.

Ed io ho amato quella donna.

Ci ha insegnato a parlare e scrivere e quel poco di dimestichezza che ho con la lingua italiana -figuriamoci, faccio i serramenti, io…- lo devo ad insegnamenti di trentacinque anni fa.

C’era poi una cazzona, di cui non ricordo il nome, che avrebbe dovuto insegnarci matematica e scienze; questa era una babbea molle come un fico che in tre anni, credo, sarà riuscita ad interrogarmi due volte perchè millantavo sfighe e disgrazie a raffica, nonchè malattie per cui prendevo mille farmaci diversi: con un tubo di “Smarties” mi curavo per un quadrimestre.

E le ridevo in faccia. E non studiavo un cazzo.

Oddio, c’è stato un momento in cui ho valutato la possibilità di mettermi a studiare. Deve essere stato quella volta in cui mia madre, alle udienze, è stata accolta più o meno così dalla cazzona:”Signora, io ho sempre taciuto per non metterla in imbarazzo, ma lasci che le esprima tutto il mio dolore e la mia solidarietà per la situazione che sta vivendo, con tutte quelle disgrazie, e il mio appoggio al ragazzo, che nonostante i gravi problemi di salute ecc.ecc.”. Mia madre sapeva con chi aveva a che fare -parlo di me, non della cazzona: a sei anni ha rischiato di uccidermi dopo avermi beccato a svuotare le cartucce da caccia di mio nonno, perchè mi serviva la polvere da sparo per fare le bombe con i botticini dei succhi di frutta.

Quella volta non ha battuto ciglio e credo abbia mantenuto un’espressione neutra e semiassente per tutta la tirata della compassionevole cazzona; l’ha mantenuta anche quando una signora l’ha rincorsa per riprendersi il suo ombrello che mia madre aveva scambiato con il proprio, tanto era “in acido”(lo racconta ancora oggi), ed è arrivata a casa sempre in una sorta di stato di trance. Alla solita ora arrivo io che, con il mio miglior sorriso, domando come fossero andate le udienze.

Avete presente un lupo mannaro?

Con una differenza: la cosa che mi ha aggredito, e che era stata mia madre, non la fermavi con le pallottole d’argento.

Beh, non ci crederete: per un certo periodo ho studiato matematica, almeno finchè non ho nuovamente realizzato che l’assoluta mancanza di nerbo della cazzona mi avrebbe consentito di non farlo.

Idem alcuni anni dopo, l’anno della maturità, quando il cazzone era l’insegnante di “industriale”, cioè un insieme di algebra binaria ed altre piacevolezze e non chiedetemi di più, non ho mai capito di cosa si trattasse: quello ci permetteva di non studiare e quasi tutti noi non volevamo deluderlo. Una chicca: si trattava di una delle materie d’esame e se la commissione , anno per anno, non fosse stata regolarmente informata del problema, non si sarebbe salvato nessuno.

Che insegnamento si trae dal mio curriculum scolastico?

Si capiscono un po’ di cose, tipo quella che, come tutti gli stupidi che poi si pentono, se non c’era qualcuno che mi stava addosso io non studiavo. Le ragioni sono varie. La chimica che gestisce e determina tutte le nostre azioni, pensieri ed emozioni ha le sue leggi ferree: se nel tuo DNA c’è una grana col cromosoma 21, fai quello che vuoi ma, mi spiace per te, sei down; se c’è l’ancòra sconosciuto gene della stupidità, sbattiti pure tutta la vita che qualcosa riuscirai a combinare, ma resterai uno stupido e nei momenti importanti verrà fuori.

Ed è il mio caso. Pur avendo un QI invidiabile, un eloquio da veditore di elisir e, in alcune occasioni, una prontezza che ha del prodigioso e che continua a stupirmi, dentro di me c’è il gene della stupidità che, incontrato quello della pigrizia, ha accusato un vero colpo di fulmine e da quel giorno non si sono più lasciati.

Per contro, persone molto meno dotate riescono grazie a studio, applicazione, volontà o semplice cattiveria, che è sempre un bell’aiuto, ad arrivare dove io manco me lo sogno. E vi porto l’esempio di uno come Berlusconi, che faceva il pianista sulle navi: solo un bandito? Non diciamo cazzate: a suo modo si è fatto un culo così, e visto che scemo non è, guarda cosa ha realizzato. Nel bene e nel male.

Torniamo a me e a quelli come me, che sono la maggioranza; certo, a scuola con me c’erano ragazzi che studiavano e un paio di immancabili secchioni, ma l’80% pensava di sfangarla con quel tipo di furbizia che ti porta a pensare che essere promossi senza sapere niente sia una forma d’arte e che sei tu ad aver fregato gli altri. Bravo pirla.

Purtroppo noi stupidi pensavamo -e i giovani stupidi lo pensano ancora- che la scuola fosse solo uno scoglio da superare in qualche modo e che, una volta doppiato, si sarebbe dischiuso ai nostri occhi un mare infinito di successi e piacevolezze: la vita.

Da bambino credi che tutto sia un gioco e una volta adolescente ti convinci che la vita e il mondo abbiano un grosso debito con te e che tutto stia nell’arrivare all’età giusta per reclamarlo; gente come noi non capisce che lo studio è la tua unica attività per un certo numero di anni per cui vale la pena farlo bene. Se io avessi passato studiando la metà del tempo speso ad inventare trucchi e balle per cavarmela senza studiare, l’avrei aggiustata meglio sia allora che oggi.

Per fortuna salvarsi il culo non era così facile: gli insegnanti validi c’erano e conoscevano i loro polli; in più, parlo per me, un insuccesso a scuola dava la stura ad un vaso di Pandora di cazziatoni, punizioni e divieti senza i quali non avrei avuto nessuno stimolo allo studio. Il problema è tutto lì: fin da piccolo ci deve essere qualcuno che con indiscutibile autorità ti costringa a farti del bene; se questo qualcuno non c’è, va tutto a puttane.

Nei cantieri ho spesso l’occasione di parlare con extra e neo comunitari e tutti dicono la stessa cosa: l’Italia è il bengodi per i loro banditi, perchè alla tanto sbandierata certezza della pena la realtà risponde con l’assoluta impunità.

Capisco che a questa situazione ci siamo arrivati a causa della necessità dei nostri politici di non finire in galera; solo che, per non dare troppo nell’occhio, restano fuori anche tutti gli altri. Ma io questo lo posso capire. Quello che non capisco è la convenienza dei nostri politici nel mandare a puttane la scuola e con essa generazioni di studenti.

A proposito di generazioni: la mia generazione ha creato ed allevato un’orda di mostri viziati e senza timore di niente e di nessuno. Io figli non ne ho mai voluti ma vedo i risultati degli altri. I bambini hanno bisogno di una figura di riferimento che, senza tante balle, gli preconfezioni almeno la distinzione tra ciò che si può e ciò che non si deve fare; e questo la famiglia non lo fa più. Tutto è permesso e chiunque si opponga va spazzato via: un brutto voto, per me, era l’inizio di un incubo; oggi è l’inizio di una causa legale contro l’insegnante.

Se poi ci si mettono i politici a caccia di voti che sostituiscono la figura granitica del maestro, un tempo un gigante, con cinque o sei o più precariucci che si portano in classe frustrazioni e rabbia, disorientando ed alienando i bambini, abbiamo il risultato che abbiamo.

E non è male neanche il sistema dei debiti mai recuperati: i piccoli ignoranti capiscono da subito come funziona, gli insegnanti hanno le mani legate e i genitori non subiscono l’onta della bocciatura del loro piccolo “predestinato”, il quale, una volta cresciuto, penserà che anche nella vita i debiti non si debbano pagare.

Con un sistema educativo, anzi, non educativo come il nostro, come si può pretendere che i nostri piccoli ignoranti non siano i più grandi ignoranti d’Europa? Loro fanno quello che possono.

La colpa è di chi, in casa e a scuola, dovrebbe farli studiare; quelli sono i veri gnurant all’alessandrina, cioè poveri coglioni. Un ragazzino che non sa la differenza tra il giorno e la notte è solo un povero ‘gnuranton d’in asu.

Dottordivago

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Sproloquio fascista.

Molti blogger si lanciano sulle notizie di cronaca e le commentano a caldo; io preferisco parlare d’altro: primo, perchè amo scrivere pirlate e la cronaca, quella che fa notizia, offre poche occasioni per ridere; secondo, perchè sono un po’ più “lento”-che si pronuncia “tonto”- ed ho bisogno di più tempo per farmi un’opinione. Oddio, ad essere sincero, un’opinione me la faccio in un secondo e mezzo, ma è meglio se me la rumino un attimino, così faccio meno danni.

Mi sembra trascorso abbastanza tempo dall’ incidente alla Thyssekrupp, quanto basta per aver fatto passare tra le notizie secondarie dei telegiornali quella della morte del sesto di quei poveri Cristi, con la “C” maiuscola perchè li vedo veramente come sei crocifissi su un Golgota di ipocrisia, per i quali, vi confesso, provo una compassione dolorosa e profonda.

Abbiamo sentito, nelle solite mille trasmissioni, le solite cose che ci dicono in questi casi, tra il dolore vero di amici e sopravvissuti e quello di facciata di coloro che non dovrebbero permettere queste vergogne.

Parlo dei panda per antonomasia, nel senso peggiore che riesco a dare a questa accezione: i sindacalisti, proprio quelli che si sono precipitati ad urlare tutto lo sdegno di cui erano capaci e mi è dispiaciuto che uno di quegli operai, in primis il sopravvissuto con il viso ustionato, per il quale, ripeto, provo un affetto e una solidarietà per me insoliti, non si sia alzato e non gli abbia sputato in faccia.

Caso mai servisse un motivo per sputare in faccia ad un sindacalista, ve ne cito alcuni.

A detta degli operai della Thyssenkrupp, gli impianti erano pericolosi, non c’erano nè controlli nè ispezioni e loro dovevano provvedere a cantare e portare la croce, cioè preoccuparsi della produzione e della manutenzione e la cosa che più scandalizzava gli zozzi -i sindacalisti, of course- era proprio “il non rispetto di professionalità che bla bla bla…”, come se fosse una bestemmia che chi usa una macchina si accorga di un malfunzionamento prima di un altro. Solo che non va bene che non ci sia qualcuno a cui dirlo.

Adesso, glielo devo spiegare io che nel settore privato dove servirebbero due addetti si opta per far fare gli straordinari a uno? E devo dirlo io che, per uno che porta a casa mille euro al mese, qualche ora di straordinario è oro? E se è “fuori busta” è oro puro? Ecco, una cosa che avrei voluto sentire dai ragazzi della Tyssen è proprio questa: “sì, facevamo gli straordinari ma per noi andava benissimo”; e nessuno, aggiungo io, ti può obbligare se non vuoi farli.  E’ impopolare dirlo, ma io ho un’attività in proprio e vi posso giurare che c’è la fila di turnisti che mi chiedono di venire a fare qualche ora da me. E se non ci credete significa che guadagnate bene o che non avete voglia di fare un cazzo.

Invece quei ragazzi, che, sia chiaro, sono vittime, facevano le vittime, ma per le ragioni sbagliate. I veri carnefici sono quelli che con loro dovevano parlare, non gli azionisti che lo stabilimento non l’hanno mai visto.

Dunque, gli operai sapevano. E stavano zitti? Non ci crederei neanche se lo vedessi. Il problema è a chi lo dicevano: non c’erano ispettori; quindi alla direzione? Probabilmente sì, ma ai dirigenti non piacciono i piantagrane e, se uno si vuole bene, non si mette in cattiva luce. Sbagliato in questo caso, ma giusto in generale. E allora, perchè non dirlo ai sindacalisti? Sono loro i paladini dei lavoratori o sono i difensori d’ufficio dei lavativi? Volete raccontarmi che nessuno si sia rivolto ad un responsabile sindacale e gli abbia detto “qui un giorno o l’altro scoppia un casino”? L’avranno detto mille volte, ma i compagni di merende non vogliono inimicarsi le aziende perchè gli potrebbero rispondere picche quando ci fosse da assumere qualche loro amico.

I familiari dei morti affermano che a casa quei ragazzi ripetevano incessantemente le loro paure; ma ai sindacati mai niente: zitti e mosca. Questi sindacalisti mi ricordano i sopravvissuti di tangentopoli: o erano troppo stupidi per accorgersi di quello che succedeva o erano ladri come gli altri.

E’ molto più facile gridare “sciopero generale contro il carovita!” e poi prendere a braccetto il direttore e spiegargli che “sono ordini centrali, fosse per me…” che non andare dallo stesso direttore e dirgli: “Quest’anno le tue azioni non daranno dividendi perchè devi spendere soldi per mettere a posto quel merdaio o ti blocco la produzione”.

Avete notato quando avviene un incidente ferroviario qual’è la prima dichiarazione dell’immancabile sindacalista? “…e queste cose succedono quando i lavoratori sono sottoposti a turni massacranti per carenza di organico bla bla bla”. Ora, non so di preciso se abbiamo -in rapporto alla rete- il doppio o il triplo dei ferrovieri della Germania,  ma di sicuro deteniamo il record mondiale di lavori eseguiti da ferrovieri doppiolavoristi; solo io conosco elettricisti, idraulici, meccanici che nel tempo libero fanno i ferrovieri? -La battuta non è mia: è loro- Ma non è questo il punto: il problema è che non si è mai visto uno sciopero per la sicurezza o per l’efficienza ma sempre per rivendicazioni contrattuali.

E i morti servono per avere visibilità presso il grande pubblico televisivo o nelle piazze; come si dice, “piccoli bastardi crescono”: dai e dai un posto in politica ci scappa.

E il ministro Damiano che vuole girare alle aziende, anzichè alle vittime, il tesoro dell’INAIL? Sentito niente dai sindacati? Se non fosse per Beppe Grillo non lo saprei neanche io.

Concludendo questa tirata fascista, che altro dire? La parola “sindacati” dovrebbe evocare immagini di fieri lavoratori che marciano uniti verso un futuro migliore e non di un gregge che procede confuso verso il macello.

E le tre famose sigle CGIL, CISL e UIL dovrebbero suonare solide e rassicuranti come Dio, Patria e Famiglia e non ricordare un’altra sinistra Triade: no, non intendevo Moggi, Giraudo e Bettega. 
Parlavo di Cloto, Lachesi e Atropo.

Dottordivago

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Il titolo è chiaro, no?  Prendere questa festività grassa, unta, falsa e costosa e farla cadere ogni quattro anni. Le motivazioni abbondano, quindi ne vediamo solo alcune, sennò il resto dell’articolo va a farsi fottere. Non voglio essere il solito Scrooge che odia il Natale-anche se devo riconoscere che sto diventando sempre più un vecchiobbastardo che non sopporta più niente e nessuno-   nè il radical chic che snobba i fenomeni di massa.

E’ che mi rendo conto da un po’ di anni che, pur senza essere americani, abbiamo tacchinizzato in negativo il Natale. Loro prendono il loro piatto nazionale, il tacchino -che di per sè non è tutto quel godere-, lo svuotano e lo farciscono con una serie di ingredienti che, piacciano o no, gli danno un senso; noi, che agli americani copiamo solo il peggio, abbiamo preso la festa più bella dell’anno, l’abbiamo svuotata di tutte le cose belle e farcita con tante di quelle cazzate che adesso non la riconosciamo più.

E’ come prendere la Hunziker e darla nelle mani ad un chirurgo che le tira le sopracciglie come a Moira Orfei, le piazza un naso da moglie d’industriale -quelli con le narici che ti guardano come le canne di una doppietta, per capirci- , bocca da Alba Parietti, tette da pornostar e chiappone della Marini. Dimenticavo: cervello di Licia Colò. A quel punto provi a chiamarla “Michelle..” e lei manco si gira: per forza, è un’altra.

Capisco che per alcuni, tipo chi ha figli piccoli o una bella famiglia numerosa ed unita, il Natale è ancora una bella festa; per quelli come me, che non appartengono alle categorie menzionate, è un bagno di sangue che mi vorrei risparmiare.

Oddio, sto vendendo cara la pelle, nel senso che lotto per farmi coinvolgere il meno possibile; mando qualche sms a pochi amici e nei momenti in cui non ho assolutamente niente da fare e da anni ho comunicato ad amici e parenti che non faccio e non accetto regali.

E’ stata dura con mia madre: hai voglia di spiegarle che sarebbero soldi sprecati perchè non mi serve niente, visto che tutto ciò che mi posso permettere me lo compero e quello che non posso permettermi è fuori portata anche per lei. Risposta:”Eh gioia, ma a Natale qualcosa ci vuole…”. “Ok, ma’, un bell’attico di trecento metri quadri”. Mammà è sbiancata e per rianimarla le ho detto che il regalo più bello sarebbe stato un’anguilla in carpione per il pranzo di Natale. Sistemata.

Torniamo al referendum. Quanto al numero di voti non c’è problema: il “sì” alll’iniziativa -che poi in Italia per dire sì bisogna votare no, ma la risolviamo- avrebbe certamente proporzioni bulgare; ma che dico bulgare: come minimo cubane. Le ultime resistenze possono essere vinte consigliando alla gente di guardare più telegiornali: quello che ci propinano in questo periodo è sufficiente per fare odiare il Natale  anche al Coro dell’Antoniano o a una gastronomia. Tra le mille ne cito una veramente impagabile e impossibile da rifare, neanche volendo.

Inviata d’assalto Rai in un centro commerciale sbrodola il solito “bocchino” sul Natale povero di quest’anno dove tutti spenderanno meno perchènonsiarrivaafinemese ecc. ecc. Ferma un tale e gli chiede con l’aria di “sai cosa intendo” se avesse comperato i regali e se avesse speso meno degli anni scorsi; il tipo capisce l’aggancio e con aria complice risponde: “Magari! Con gli aumenti che ci sono stati ho speso mooolto di più!”. Sublime idiozia: non si sono capiti quale scandalo evidenziare.

La faccia della “giornalista” verso la telecamera, se non l’avete vista, non ve la posso raccontare ma credo che non sia stata male neanche la faccia della stessa “giornalista” quando ha scoperto che il genio del montaggio che lavora con lei non ha tagliato tutto. La stessa rete, non ricordo quale, ha realizzato un servizio in un altro centro commerciale in cui due bambini, grassi da fare schifo, si aggiravano estasiati seguiti dai genitori che gli riempivano le braccia di dolciumi e leccornie; veramente costruttivo: peccato non aver inquadrato il papà ubriaco che partiva sgommando con tutta la famiglia senza cintura di sicurezza.

Comunque, sto referendum, lo facciamo o no? Quali controindicazioni avrebbe? L’unica che mi viene in mente è quella montagna di miliardi di euri -quando sono tanti sono euri–  che non girerebbe più tutti gli anni in questo periodo.

Ma noi italiani siamo un popolo di puri: non ce ne frega un cazzo dei soldi, a noi.

Dottordivago

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Con queste parole Villaggio/Fantozzi dava la stura a rabbia e frustrazioni, faceva suo ed esprimeva il pensiero di tutti coloro che tacevano ed acconsentivano per paura e convenienza. In poche parole, dichiarava guerra ai panda .

Faccio mio questo urlo liberatorio per iniziare una serie di post riguardanti varie forme di pandismo di cui tutti, chi più chi meno, siete colpevoli o, parlo per me e pochi altri, vittime.

Urlo la mia rabbia di vittima dei panda da quando ha smesso di interessarmi ciò che la gente pensa di me e da allora sono fieramente ed orgogliosamente ignorante, populista e qualunquista, che altro non è che il significato che i panda danno all’accezione “politicamente scorretto”.

La società  ci impone miti ed icone intoccabili, alcune più radicate come la religione, i valori morali e l’arte, altre più recenti e, proprio per questo, peggiori perchè non ancora vagliate e cresimate da millenni di stupidità e ipocrisia.

Ferma la mula, Dottordivago, stai andando nello spesso. Non vogliamo mica che queste pagine diventino una cosa seria, neh?

Cominciamo con l’arte? Ma si, và, tanto è una pratica da sbrigare. L’arte, come la “Corazzata Potemkin”, è una cagata pazzesca, a patto che per “arte” si intenda quella delle gallerie, dei cataloghi e dei musei. Cosa distingue un quadro d’autore dalle mutande di Elvis Presley? Evidentemente niente, se c’è gente disposta a staccare assegni milionari per entrambi. Cosa distingue un’opera d’arte da una immonda crosta? Ve lo dico io, miei illusi: il parere di un critico, che pilota il parere di tanti esperti, che la raccontano a tanti cazzoni, che cacciano i soldi.

Quelli della mia età si ricorderanno, negli anni ottanta, la famosa testa del Modigliani ripescata in Arno, opera di alcuni ragazzi e realizzata col Black&Decker. Carlo Argan, uno dei più insigni critici in circolazione, la etichettò come mirabile capolavoro del Maestro. Dopo pochi giorni gli autori si rivelarono, con tanto di filmato della realizzazione. E l’azienda comprò l’ultima pagina della “Gazzetta” dove, sotto alla testa, compariva “Sono capaci tutti con Black&Decker”. Questa sì che è stata un’opera d’arte!

Pochi giorni fa, non so in che mostra o rassegna (che differenza c’è? No, davvero, ditemelo che non lo so) un artistone ha presentato una crepa nel pavimento di cemento, larga una spanna, profonda due e lunga venti o trenta metri. A parte il ridere che hanno fatto i cottimisti bergamaschi che l’hanno realizzata, è diventata una cosa serissima per i critici, prima, e per i visitatori che sono finiti al pronto soccorso per storte e cadute, poi. E pensare che doveva rappresentare le divisioni del mondo…….. Sì, tra quello normale e quello dei pirla.

Avete mai pensato al valore artistico di un quadro da cento milioni (di euri)? Ve lo dico io: il mecenate di turno, se sa farsi i conti, lo rivenderà a centodieci; e l’arte senevaffanculo allegramente.

E dobbiamo sprecare fiato per quelli che, ai tempi, comperarono le lattine in cui Manzoni aveva scaricato il nobile intestino? Non credo sia necessario.

Un po’ di musica, cari? Intervista ad un gruppo di drogati che suona; l’intervistatore:”Perchè il titolo “Tanto va la gatta al lardo ecc.ecc.”? Il meno intossicato spiega che la gatta rappresenta quelle persone che anelano dalla vita le cose più nobili -il lardo- e che per questo sono disposti a rischiare anche…MA VAI A CAGARE, tossico miliardario. Vai-a-ca-ga-re.

Perchè si deve etichettare come arte un disco? Nel momento in cui ne produci uno, finisce il discorso artistico e comincia quello commerciale. Una volta si faceva la distinzione tra musica d’autore e commerciale: perchè, se l’autore incideva un disco, lo faceva per far conoscere al mondo la sua arte o per venderlo? Oggi, a maggior ragione, non è necessario vendere un disco: per farlo conoscere basta metterlo gratuitamente su internet. E bravo ciula: se il disco non arriva in negozio o non si vende in rete, come campa l’artista? Te li vedi gli U2 fare i turni? “Bono, stasera suoniamo?” “No, Edge, mi spiace, faccio il dieci/sei”. E Britney Spears in ufficio? Dopo mezza giornata passerebbe alle marchette, garantito. Sfruttata dalle Spice Girls, che aprirebbero direttamente un casino.
E noi dobbiamo sentirci dire che la musica è arte e che l’IVA dovrebbe essere tolta dal prezzo dei dischi.
E dobbiamo considerare arte certi film inguardabili, prodotti spesso con soldi pubblici perchè nessuno, neanche l’artista, ci scommetterebbe una lira sopra. In nessun altro campo, come nel cinema e nel teatro, si spreca la parola arte: se uno non sa divertire, emozionare o anche solo intrattenere, cosa fa? Va a lavorare? No, fa l’artista, così del film non ci capisce un cazzo nessuno e il genio porta a casa la giornata.
Concludendo: vi prego, cominciate a considerare arte ciò che vi piace. Comperate un crostone, se vi piace, e appendetelo orgogliosi in salotto e compatite quelli che, coi soldi di un appartamento, si comperano sì, una tela con un taglio, ma fatto da un artista.
Vi piace la Pausini? Godetevela, e non sentitevi inferiori a quelli che vanno alla Scala.
E se, come me, vi emoziona e diverte Forrest Gump, vedetelo dieci volte e non lasciatevi compatire da chi conosce a memoria l’intera produzione di Fellini.
Eleanor Roosvelt una volta ha detto che nessuno potrà mai farvi sentire inferiori se voi non glielo permetterete: non permettetelo e, soprattutto, non fatevi prendere per il culo.

Dottordivago

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