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Archive for giugno 2011

Nota dell’autore: in questa categoria esprimo brevi pensieri in libertà, una specie di limitato firmamento di poche stelle opache.
Più realisticamente, trattandosi di pensieri miei, li considero pensieri/pennellata, come virgole di merda sulle piastrelle dei cessi della stazione.

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Li apprezza davvero, questo è poco ma sicuro.
Con tutte le volte che li ha pagati…

Dottordivago

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Lusso in saldo

Il lusso è un diritto.

lancia_ypsilon_vincent_cassel

somE la cellulite è una malattia.

 

Brutte notizie, gente: sono tutte stronzate.

Meno male che non sono più un ragazzino: già sono venuto su una bella testa di cazzo nonostante ci fossero insegnanti e famigliari che mi ripetevano tutto il giorno che si deve studiare, che bisogna lavorare, che senza impegno non si ottiene niente…
Con la tendenza odierna a proporre tutto, per tutti e subito, chissà a che età sarei stato ucciso dalla Polizia fuori da una banca che avevo appena rapinato?…

Il lusso è un diritto… Va beh, almeno si capisce che è una battuta, surreale ma bella… Prima parlano di lusso poi ti propongono una FIAT… che sagome!…

Riguardo alla cellulite, il messaggio è più subdolo: lo sapete che continuo a vedere signore che comperano le cotolette già impanate?
No, non fanno venire la cellulite, o magari sì ma non è quello il punto, è un fatto emblematico: quanto ci vuole ad impanare una cotoletta? È forse meglio portare a casa una salma che il macellaio ha affettato e impanato all’alba, rimasta tutto il giorno ad ossidarsi ed a moltiplicare la carica batterica, con l’uovo che prende quel buon profumo di cane bagnato o perdere due minuti?…
Piuttosto sarebbe meglio comperarla già fritta e scaldarla nel micro, anche se la milanese fredda… eh, che buona è?…

«Eh… sempre di corsa…» è la scusa per comperare la cotoletta già impanata.
«Sì, ho la cellulite… ma guarda che è una malattia…» è la scusa per comperare Somatoline, così ci si risparmia la dieta e la ginnastica: se è una malattia, serve “un medicinale”…
Ci si risparmia anche un esame di coscienza, visto che avere sempre e comunque un alibi è un altro inalienabile diritto.
Torniamo al lusso, và, che è meglio…

Si tratta di una pubblicità che ha fatto discutere.
Io, che sono avanti come il naso del cavallo, già tre anni fa parlavo di questa moda del lusso discount e siccome, come dico sempre,

chi mi seguiva allora non mi sopporta più, mentre chi è arrivato da poco non l’avrà letto,

vi ripropongo una parte di un vecchio post, così me la sbrigo in fretta e torno a fare dei conti, che ho il lavoro che spinge…
*************************************************************

Proprio un paio d’ore fa stavo seguendo le qualifiche della Moto GP per il Gran Premio del Mugello ed uno dei passaggi pubblicitari mi ha lasciato sbalordito:”Non è possibile che qualcuno paghi per uno spot così brutto” mi sono detto.
Così, nella speranza che lo ripetessero, ho acceso il videoregistratore e mi sono appassionato più alla pubblicità che ai tempi di Valentino e compagni; poco dopo eccolo, puntuale, lo spot più brutto del mondo: play-pause-play e mi sono trascritto il testo; ve lo propongo, ne vale la pena.

Ambientazione: villa d’epoca con parco.
Interpreti: due “artistone” che nel curriculum avranno avuto una foto su Postalmarket ed una presenza come damigella sul podio del Giro dell’Oltrepo, accompagnate da due “artistoni” già visti phonati ed imbrillantinati nella vetrina del mio barbiere.
Ciak, si gira.

mor 1

Ogni momento può essere indimenticabile, ogni momento appartiene alla tua gioia di vivere; il lusso ti circonda e tu hai scelto di viverlo.
Così la vita ti regala i suoi momenti migliori, insieme ai tuoi orecchini India
con quarzo idrotermale di Morellato.

mor 2Morellato ti segue quando il lusso fa parte delle tue scelte: è con te con l’anello India, con quarzo idrotermale.

mor 3 E così lasci che il tempo ti sorprenda: cronografo Move
con diamante naturale e dettagli preziosi.

mor 4 Sono le sensazioni migliori a scegliere per te e, quando è la tua gioia di vivere a guidarti, il tempo scorre con l’orologio Master

Arrivare in fondo per trovare il meglio: con te c’è Morellato ed il cronografo tachimetrico Thunder…

Chiudo qua: mi viene da vomitare.

Diciamolo: chi ha scritto un testo del genere deve morire.
Ma non morire e basta: deve morire nella merda.
A parte questa mia personalissima nota sull’autore, mi sono preso il mal di pancia di cercare informazioni su questo edonista cultore del lusso, il sciur Morellato.

E’ un’azienda che produce bigiotteria e che lavora non solo l’inestimabile quarzo idrotermale ma anche tutti i materiali più nobili: acciaio, caucciù, sassi di fiume e fondi di bottiglia. Volendo, forse, strizzare l’occhio all’opulento mercato di sceicchi e nuovi ricconi, su alcuni articoli dà, addirittura, una placcata d’argento.
E quando parla di “diamante naturale” non scherza: puro diamante industriale, lo stesso che viene impiegato anche nei dischi per tagliare le piastrelle.
In rete ho trovato le foto dei prodotti citati  e su Kelkoo i relativi prezzi: vanno dai 49 ai 119 euro; qui non ci sono cazzi: è proprio lusso sfrenato, roba per pochi.
Ora, lungi da me l’idea di spacciarmi da nababbo che si può permettere tutto e disprezza i tarocchi di Morellato o di improvvisarmi novello Diogene che rifugge i beni terreni: sono uno che “arriva a fine mese” -siamo rimasti in pochi…- e, se potessi, qualche puntatina nel settore lusso la farei volentieri, ma il lusso quello vero, tipo vedere la faccia di Bimbi davanti ad un brillocco da venti carati.

A parte il cachet per i quattro artistoni, con i quali se la sono cavata con pizza, bibita e limoncello da “Peppino il Salernitano”, se un’azienda che può permettersi di sponsorizzare il Motomondiale ha il coraggio di produrre e trasmettere uno spot del genere, può significare solo due cose: o vogliono mangiarsi l’azienda sperperando fior di quattrini in una campagna pubblicitaria tragicomica o sanno di toccare una corda sensibile in un vasta fascia di clientela, promettendo lusso a 49 euro.
Non credo di rivelare un’arcano segreto affermando che il lusso è roba da ricchi, lo è sempre stato; ma oggi non più.

Oggi si comprano il lusso di Morellato con 49 euro; grazie alle televendite si comprano venticinque esclusivi “pezzi di alta gioielleria” per 99 euro + spese postali; la casa -spacciata per casa al mare- ai Pantani Padani, alla foce del Po, a soli 59.000 euro.
Ed i ragazzi non comprano un capo che non sia firmato manco ad ammazzarli, salvo rivolgersi agli ambulanti venditori di falsi perchè quelli veri costano troppo. Niente male, l’idea: si compera un prodotto il cui unico valore è il marchio, solo che il marchio è fasullo.
Bella roba: come farsi da sè l’autografo di De Niro e sentirsi fighi, anzi, cool…

Viaggiare è sempre stata una delle cose più care: un tempo si stava via mesi, se non anni, ed era esclusivamente roba da ricchi. Anche oggi tra aerei o navi, taxi o noleggio auto e mezzi vari, interpreti ed organizzazione ti parte una fortuna, sempre che si parli di viaggiare, cioè andare in un luogo, viverci, conoscerlo e parlare con chi ci vive; lo si può fare anche con pochi soldi, ma con un inestimabile patrimonio di tempo che ti consenta di mantenerti lavorando in giro per il mondo.
Se invece si parla di rinchiudersi una settimana in un villaggio turistico, con 900 euro puoi fare un viaggio esclusivo per conoscere che so, la Thailandia, ma “si mangiava da Dio perchè il cuoco era di Grosseto”.

E poi si desidera “prendersi cura di sè”.
Il bagno nel latte d’asina era un passatempo da imperatrici romane e le terme, pur meno esclusive, non erano per tutti.
Oggi si va nelle SPA o beauty farm o centri benessere ma i posti in cui il benessere è tale, cioè realizzati in paradisi immersi nella natura, fosse in Trentino piuttosto che alle Bahamas, continuano a costare pacchi di soldi.
Chi non li ha, i pacchi di soldi, cosa fa?
Forse decide di “prendersi cura di sè” nel modo più giusto possibile, cioè infilando un paio di scarpe da footing e dandosi una regolata a tavola?
No, va nelle beauty farm in “day hospital”, cioè passa un giorno a farsi spalmare di prodotti che, nella migliore delle ipotesi, non servono a niente, in posti come quello di cui parlo in Cos’è il Genio?, centri benessere costruiti non vicino al benessere, come sarebbe logico, ma vicino alla clientela, in un contesto paesaggistico che, più che una cartolina, ricorda un disegno di Hieronymus Bosch.

Insomma: chi cazzo lo vuole quel lusso?
Sono cresciuto in una famiglia che non mi ha mai fatto soffrire la fame nè mancare il necessario, ma sapeste quante volte mi sono sentito dire: “Gioia, non possiamo permettercelo” oppure “Eh, non è roba per noi”.
E non eravamo messi peggio di tanti altri.
Solo che, a differenza di oggi, pochi anni fa c’era ancora il senso di appartenere ad una categoria che non si poteva permettere tutto.
E non era rassegnazione, era consapevolezza: sapevi che se non sei ricco non puoi vivere da ricco, così, semplicemente, senza starci male; sapere di appartenere ad una categoria economicamente inferiore può servire da stimolo per un riscatto sociale, da trampolino per spiccare il balzo, da spinta verso un miglioramento.
Prima che gli anni 80 convincessero tutto il mondo che tutto è lecito e dovuto, un operaio non andava alle Maldive, non andava alla SPA, non cercava il lusso, non cambiava elettrodomestici e arredamento per il gusto di farlo; ma non perchè non se lo poteva permettere nell’immediato, semplicemente perchè sapeva che non sarebbe arrivato a fine mese,  se non questo, il prossimo.
Non era una consapevolezza rassegnata da servo della gleba, si chiamava realismo: se sei alto un metro e mezzo non sarai mai un fenomeno del basket, prova con un altro sport; e se hai un pisello come il mio non sarai mai una pornostar ma puoi sempre scrivere su un blog.
No, non col pisello.
No, bastardi, neanche “scrivere col cazzo”…
Sì, infami, va bene, non ditemelo: Rocco Siffredi si diverte di più, lo so.

Dottordivago

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Interrompo il ritiro per gli Esercizi Spirituali che mi ero autoimposto, per comunicarvi una grande scoperta.
Ora ne ho la certezza: un mio cliente è incontrovertibilmente, in assoluto, senza tema di smentite

l’Uomo Più Stupido

Del Mondo.

Conoscete qualche stupido?
Molto stupido?
Non siete nessuno, siete solo chiacchiere e distintivo…
Il vostro campione, rispetto al mio cavallino, è un genio, è Archimede Pitagorico con il Cappello Pensatore, è Stephen Hawking sottoposto alla Macchina che ha fatto del Dottor Morbius l’uomo più intelligente dell’universo, quello di

Se non parlate inglese, posso comunicare in altre 187 lingue

la stessa macchina che ha distrutto la Civiltà Krell, quella che amplifica di milioni di volte l’intelligenza.
E se non sapete di cosa sto parlando, se non conoscete Il Pianeta Proibito, quello del 1956, ovviamente, beh… potrei presentarvi il mio cliente, scopo disinteressata amicizia.
Comunque non c’è storia: in fatto di stupidità, di idiozia pura, il mio uomo vince a mani basse, “nasconde il pallone”, fa “cappotto”, straccia chicchessia.

Premesso che sul lavoro mi comporto in modo molto simile a come scrivo, solitamente tra me e i miei clienti si instaura un rapporto amichevole e nove volte su dieci si passa dal “lei” al “tu” in poco tempo.
’Sto scemo ho iniziato a sgridarlo dopo cinque minuti che era entrato in esposizione: ha un tale vuoto pneumatico nella testa che, per non implodere, la scatola cranica deve essere spessa come il batiscafo “Trieste” e se mai al tipo dovesse venire mal di testa, l’unica cura indicata sarebbe il Lasonil, visto che la sola cosa che gli può far male è l’osso.
Comunque, un mal di testa per quel tipo è una patologia tanto probabile quanto un fibroma all’utero per il sottoscritto.

Sì, sì, ridete pure… voi non potete sapere…
C’è un elemento di seria preoccupazione: lo scemo è un poliziotto, e al pensiero che uno così maneggi un’arma e abbia il potere di farti passare una notte in galera, c’è da stare poco tranquilli.
Oltre a domandarsi come cazzo ha fatto a farsi arruolare…

‘O Scem’ si manifesta in esposizione a luglio dell’anno scorso e capisco che si tratta di un bel lavoretto: finestre, persiane e zanzariere per una villa.
«Però mi servono per il primo ottobre».
Considerato che ad agosto la produzione è ferma fino al 23, abbiamo il tempo necessario…«…ma dobbiamo partire tassativamente per metà luglio» dico io.

Mi dà il progetto per fare il preventivo; dopo una giornata di calcoli lo chiamo e per prima cosa mi fa: «Ah, volevo chiamarti… Ti ho dato il progetto vecchio, adesso è cambiato tutto…»
Io l’avevo già cazziato bonariamente un paio di volte, stavolta sono un po’ più incazzoso e la sua risposta è stata: «Va beh, se il progetto non ti va bene, vai in cantiere e ti prendi le misure…»
«Non è che non mi va bene il progetto: sei tu che mi dici che è quello vecchio…»
«Quello vecchio, quello nuovo… cosa cambia?»

Oh mama…

«A sentire te cambia tutto…»
«Ma sì… sono sempre finestre…»
Ho capito: questa storia non ha un futuro.
«Facciamo così, lasciamo perdere, eh?… Ciao.» e gli chiudo sul muso.
Giuro: avevo tanto di quel lavoro che me lo potevo permettere.

Non ci crederete ma mi richiama qualche giorno dopo: «Oh… non sei andato a prendere le misure… i muratori mi hanno detto di non aver visto nessuno…»
«Pino (nome di fantasia)… ma… hai capito cosa è successo l’altro giorno?…»
«Ma sììì… figurati… io, tra lavoro e due figli… certe volte non so neanche cosa dico…»

Ho il sospetto che sarebbe così anche se fosse disoccupato e sterile…
Ma mi convince a vedere il cantiere: non so ancora quanto sarà il totale ma un mille euri in più glieli zanzo, sicuro…
Preparo il preventivo e glielo invio, sollecitando una decisione rapida.
E lui sparisce.
Per presentarsi venerdì 6 agosto, con l’assegno per l’anticipo in mano, come i bambini con i soldi per le figurine.
Giuro, l’avrei rimandato a dar via il culo… ma quell’assegno col mio nome sopra…

Il problema è che la produzione in Slovacchia è chiusa, riapre il 23, e in quel periodo io sarò in vacanza a Cefalonia… Va beh, per la prima volta nella vita mi porterò dietro il computer e seguirò la faccenda da lontano.
Per farla breve, l’ultima settimana di settembre ho le finestre in magazzino.

«Oh, bell’uomo, ci sono le finestre…»
«Eh? Ah, sì… ma sai, siamo un po’ indietro… tienile lì, poi ti dico…»
«Quanto tempo? Una settimana, due…?»
«Ma sì… ‘tanto… cosa cambia?»
«Cambia che tu hai detto che mi paghi tutto a lavoro finito; se non comincio, quando finisco? E quando prendo il grano?»
«Ma sì… ottobre, novembre… cosa cambia?»

Ingoio una palla da tennis di saliva…
«Senti, io ho firmato che il primo ottobre avrei consegnato le finestre; adesso tu mi firmi la consegna franco deposito e, già che volevo dare un’occhiata ai lavori, me la firmi domani in cantiere: a che ora?»
«Mah… nove, nove e mezza…»
«Nove o nove e mezza? E se dici “cosa cambia” ti mangio la testa…»
«Nove e mezza…»

Alle 9.25 sono là.
Alle 10, con una vena che pulsa sulla tempia, lo chiamo:
«Si può sapere quando arrivi?»
«Madonna, Carlo!…Fai presto, tu; io, qui, con due bambini…»
«Quelli li avevi già ieri sera, quando mi hai detto “nove e mezza”…»
«Ma sì… nove e mezza, dieci e mezza… cosa cambia?»

E venne il giorno in cui urlai ad un cliente

PORCO ***!  MA SEI COMPLETAMENTE CRETINO?

È un bambino di dieci anni ma, un po’ seccato, mi fa: «Senti Carlo, in questo rapporto comincia ad esserci un po’ troppa confidenza…»
«MA CHE CAZZO DICI, EH? FACCIAMO COSI’: SE NON MI PAGHI IMMEDIATAMENTE LA ROBA, DOMANI AFFITTO UN MAGAZZINO PER TENERCELA E TI FACCIO MANDARE DALL’AVVOCATO L’AFFITTO DA PAGARE, HAI CAPITO? POSSO ANCHE BUTTARE VIA TUTTO: TU PUOI STARE QUALCHE MESE SENZA FINESTRE?»

Non avevo assolutamente una così disperata fame di soldi: semplicemente volevo litigare a morte con quel coglione, vomitargli addosso tutto quello che pensavo di lui ma non potevo farlo finchè avevo un ventimila in sospeso…
Anche se avevo un asso nella manica: la stessa impresa stava costruendo altre quattro ville identiche e, magari offrendo le finestre al costo, avrei recuperato i miei soldi, oltre a tenermi l’anticipo dello Scemo per il disturbo…

Oh, roba da non credere: tre giorni dopo avevo i soldi.
In cambio, lo scemo si è fatto promettere che, appena mi avesse detto “parti”, i miei ragazzi sarebbero partiti come razzi per montare il tutto.
Da quel momento mi telefonava tutti i giorni per relazionarmi sull’avanzamento lavori: «Senti, Pino, è sufficiente che mi avvisi due o tre giorni prima, giusto quando si potrà camminare sui pavimenti…»
«Mah, sai com’è… tu t’incazzi subito…»

Quando mi ha telefonato per dirmi “parti”, era fine novembre e gli ho detto:
«Vedi… adesso sono incasinatissimo, poi c’è Natale… Rimandiamo tutto a gennaio, eh?»
Sbandamento.
«Ca… Ca… Carlo… cosa stai dicendo?»
E mentre la mia faccia diventava quella del Joker e il mio sfintere prendeva quella piega caratteristica che mi fa dire “mi ride anche il buco del culo”, gli ho buttato lì

Ma sì… dicembre, gennaio… cosa cambia?

«COME “COSA CAMBIA”? MA SEI SCEMO? IO DEVO ANDARE AD ABITARCI…»
Non aveva capito la citazione!
Stava già partendo con la sparata “vengo in divisa, con la pattuglia…” e ci sono voluti un paio di minuti per calmarlo; poi gli ho spiegato che la stessa frase me l’aveva detta lui quattro o cinque volte e che volevo fargliela pagare…
«Davvero? Va beh…» e si è zittito.
Mi sbaglierò ma… Secondo me stava per dire: «E se anche l’ho detto qualche volta… cosa cambia?»
Non l’ha fatto, così siamo tornati amici.

L’ho rivisto ieri, per un reclamo: le mie persiane “gli stanno spaccando il muro”, che è un po’ come andare al Self reclamando che il loro martello ti batte sulle dita.
Quasi quasi è da capire: purtroppo si è imbattuto nell’unica figura più nociva di un architetto che non capisce un cazzo: un’architetta che non capisce un cazzo.
Quest’imbecille aveva scoperto l’esistenza delle veneziane interne al doppio vetro, così non aveva previsto le persiane.
A parte il fatto che la persiana in campagna sta solo bene e che ha anche una minima funzione di sicurezza, bisognerebbe capire, magari senza neppure una laurea, che la veneziana  interno-vetro è indicata per i palazzi totalmente vetrati, senza finestre, dotati di condizionatori che consumano come la Costa Romantica. Purtroppo, essendo dentro al vetro, la veneziana funziona solo se la finestra è chiusa: se la apri, tipo d’estate, il sole ti arriva in casa come sulla superficie di Mercurio.
Ah, il costo è all’incirca una dozzina di volte superiore al classico vetro-camera…

Così c’è stata la rivolta degli acquirenti delle varie ville e hanno deciso per le persiane.
Solo che le case erano già mezze in piedi e non si poteva più modificare il progetto e, se non bastasse, la cretina ha previsto più pluviali che intonaco, ricavando case che ricordano un gessato da gangster, con un tocco di Beaubourg.
Quindi, tra finestre ravvicinate e pluviali ogni due passi, lo spazio per accostare al muro le persiane una volta aperte, proprio non c’era.

Sono impazzito per fare in modo che si potesse, così una buona metà delle persiane è diventata “a libro”, cioè due ante incernierate centralmente che si aprono dalla stessa parte.
Ora, potessi mostrarvi una persiana di quel tipo, capireste immediatamente qual è il problema, è una cosa molto semplice, come maneggiare un coltello: si è obbligati ad impugnarlo dal manico, non dalla lama, ed è nell’ordine delle cose, non è un difetto.
’Sto pirla le sbatte regolarmente nel muro e si lamenta con me: «Guarda che quello che stai facendo con le persiane è come se uno si chiudesse le dita nella portiera della macchina e andasse a lamentarsi dal meccanico…»
«Eppure io ci sto attento…»
«Il muro rotto dice il contrario, anche perchè tutte le persiane ad apertura normale non danno problemi.»
E gli rispiego la storia.
«Ma perchè devo fare quel movimento? È scomodo…»
«Per due motivi: primo, perchè così non rompi il muro, secondo, perchè mi hai appena detto che lo fai regolarmente, quel movimento, ma il muro si rompe lo stesso…» 
«Sì, va beh, tu sei un fenomeno a girare la frittata…»

Come le donne.
Quando un uomo mette una donna davanti alla logica più rigorosa, quando le dimostra che tutto il Creato e le sue leggi gli danno ragione, cosa dice la donna?

Uff… che rompiballe!…

Idem lo Scemo.
«Senti, chiama geometri, periti, ingegneri, criminali di guerra o portinai di stabili… chiama chi vuoi; sappi solo che più gente chiami, più gente ci sarà a darti dello scemo…»
E lui ha fatto come al solito: un’espressione assorta, con lo sguardo leggermente verso l’alto, poi dice di aver capito.

Ma come al solito sono andato lungo: non è di lui che volevo parlarvi: lui l’ho inquadrato, è solo un immenso, povero pirla.
È sua moglie, che proprio non me la spiego.

Lui ha meno di quarant’anni, la moglie ne dimostra poco più di trenta ed è bella.
Anzi, è proprio bella.
L’ho vista solo un paio di volte e sembra pure simpatica, quando parla fa le facce buffe, come le american girls.
Gli assegni che ho ricevuto erano firmati da suo padre, quindi il grano in famiglia ce lo mette lei, anche perchè non lavora e non sono molti i semplici poliziotti che comperano ville da mezza milionata, cioè una miliardata delle vecchie lire…

Allora, perchè una bella ragazza, apparentemente simpatica e sicuramente benestante si ritrova sposata ad una specie di Cicciobello, più Ciccio che Bello, dall’età intellettuale di un preadolescente, solo completamente decerebrato?
Per favore, evitatemi la battuta sulle “doti nascoste”: se fosse anche il più grande trombatore del mondo, uno che può saziare di sesso una donna fino ad ucciderla, quale donna si lascerebbe avvicinare, corteggiare e ingiaccare da un coglione del genere, prima di scoprirne il superpotere?

Subito ho pensato che la ricattasse.
Poi ho pensato ad una macumba.
E finalmente sono arrivato alla spiegazione, così semplice da sfuggirmi: lei è Fiona, la moglie di Shrek.
Ha solo quel piccolo problemino: di giorno è così

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ma di notte diventa così

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Date retta a me, non c’è altra spiegazione.

Dottordivago

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Nota dell’autore: in questa categoria esprimo brevi pensieri in libertà, una specie di limitato firmamento di poche stelle opache.
Più realisticamente, trattandosi di pensieri miei, li considero pensieri/pennellata, come virgole di merda sulle piastrelle dei cessi della stazione.

lele mora

Non è vero niente, è pura disinformazione.

Il simpatico Lele, a San Vittore ci è andato semplicemente in vacanza, dopo aver saputo che ai nuovi arrivati gli fanno un culo così.

Dottordivago

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Abitudini

Essendo un vigliacco, ho approfittato dell’ultimo post per confessare -di sponda-a Bimbi la mia abitudine di usare le mutande del giorno prima per la corsetta del mattino.
Per fortuna sono arrivati commenti di persone che la pensano -e si comportano- esattamente come me, così l’Inflessibile Lavandaia mi ha solo guardato con una punta di divertito disgusto e non mi ha messo in quarantena come si faceva con le navi che avevano appestati a bordo.

Povera Bimbi… Le ho dato tante delusioni ma quella dell’abbigliamento… gliel’ho proprio fatta grossa.
Mi ha conosciuto a metà degli anni 80, nell’unico mio momento di splendore edonistico/modaiolo e si è fatta un’idea sbagliata sul sottoscritto: con la fine degli anni 80 è iniziato il declino del mio interesse per il look e il mio armadio, che una volta sembrava una dependance di Via della Spiga, ha cominciato ad assumere un aspetto via via sempre più dimesso.

Se è vero che solo gli imbecilli non cambiano mai idea, io sono un genio: nel mio guardaroba, come nella storia dell’Uomo, si sono susseguite le Età.
Solo che, invece dell’Età della Pietra, del Bronzo e del Ferro, dopo l’Età della Fighezza c’è stata quella delle Camicie, seguita dall’Età delle Polo, per precipitare, a metà anni 90, nella barbarie dell’Età del Gilet Da Pesca.

giletEsatto, proprio lui, precisamente il modello della foto e, rigorosamente, solo di quel colore, visto che il khaki va su tutto; e ne avevo una mezza dozzina, giusto per non correre il rischio di rimanere senza.
In ogni taschino avevo qualcosa, qualcosa che in occasione del cambio di gilet finiva sempre nello stesso taschino.
Quando cercavo gli occhiali da sole o le chiavi della macchina o i chewingum, non mettevo le mani in tasca…
…Io posavo le mani su una tastiera.

Come quelle di Rubinstein su uno Steinway & Sons Gran Coda da concerto, le mie mani sapevano esattamente dove posarsi e trovavo il pacchetto delle Fisherman’s come se si trattasse di un accordo; anzi, come fanno le note per un grande pianista, le minchiate che tenevo in tasca si materializzavano sotto le mie dita, come per magia.

Il resto era altrettanto dimesso e standardizzato.
Così, se la metà inferiore era invariabilmente costituita dai jeans, nelle stagioni fredde sotto al gilet ci mettevo una camicia di pile o di strani tessuti windstopper, comunque tutti capi da caccia e pesca: praticamente sembravo il veterinario dell’Amaro Montenegro di qualche anno fa, bragoni di velluto a parte…
In estate, nella prima parte dell’Età del Gilet -cioè dalla nascita all’affermazione- sotto al “capo tecnico” ci finiva una polo; nella seconda fase -quella decadente- si sono affermate le T-shirt che, affacciatesi timidamente come i piccoli mammiferi nell’Era dei Dinosauri, hanno assunto un ruolo dominante dopo l’Evento di Estinzione di Massa.
Evento verificatosi nel Cretaceo-Paleocene per l’Era dei Dinosauri, a fine anni 90 per l’Età del Gilet, quando l’asteroide “Bimbi” ha colpito duro:

Uscite di pesca a parte, se ti vedo ancora una volta con quell’affare addosso, fammi una bella foto, perchè sarà l’ultima volta che tu vedrai me.

Forse non letterale ma qualcosa del genere. E non che avesse proprio torto marcio, devo riconoscere…

Così, smesso l’amato capo, ho continuato a vestirmi come un boscaiolo ricco (le camicie tecniche della Horsy’s costano come un figlio scemo…) nei mesi invernali, riempiendo all’inverosimile le tasche dei giacconi con tutte le cazzate che mi ero abituato a potarmi dietro grazie alla praticità del gilet.
Con l’arrivo della bella stagione, riposto l’ultimo giubbotto, mi sono ritrovato a guardare sconsolato quella badilata di roba che non sapevo più dove mettere, così mi sono dovuto piegare alla tracolla, che ancora oggi è per me una sorta di pacemaker: senza non potrei vivere.
Niente a che vedere con quelle sporte da postino, desolatamente vuote, che i veri trendy portano penzoloni, quasi a strisciare in terra come le orecchie di un bassethound e che ad ogni passo il ginocchio lancia in avanti, come fa il papà con il bimbo sull’altalena: la mia è una discreta 20×25, khaki, of course, visto che va su tutto; e la porto all’altezza dell’anca, dove è logico che stia un affare del genere. È un oggetto che non mi fa impazzire e rischio anche di dimenticarla da qualche parte ma non posso farne a meno.

E qui mi sorge dal cuore una domanda: ma voi, dove cazzo mettete la roba?

A distanza di venticinque anni ricordo ancora le parole di Jakub, il mio ricchissimo amico kuwaitiano di cui vi ho già parlato: «Una delle (tante) cose belle dell’essere ricco è che puoi girare senza soldi e chiavi di casa, tanto c’è sempre un domestico che ti apre la porta o un segretario che paga…»

E io, che sono immensamente ricco di spirito ma nella norma parlando di volgare valuta, dove metto le mie cosine?
Dunque, vediamo se sono un gadget-dipendente o una persona normale:

  • chiavi di casa: non ho il domestico e Bimbi si ostina ad uscire, non vuole fare come le brave donne musulmane e vivere segregata;
  • chiavi del negozio: è solo un’esposizione, da rubare c’è poco, però lasciarlo proprio aperto…
  • quella specie di micro-cellulare che per la BMW è la chiave: mi serve, visto che quella macchina di merda non ha ancora imparato a mettersi in moto con un fischio, come il cavallo di Zorro…
  • telefono: non ne sono dipendente ma ci vuole;
  • batteria di riserva del telefono: ripeto, lo uso poco ma se mi serve, mi serve davvero;
  • occhiali da sole: ho l’obbligo della Questura, i miei occhi verdi fanno uno strano effetto alle donne…
  • Vivident Xylit: l’alito ha la sua importanza…
  • Fisherman’s: da anni succedaneo delle Marlboro;
  • soldi nella tasca anteriore destra;
  • moneta nell’anteriore sinistra;
  • portafogli nella posteriore destra.

E fin qui siamo al più basilare livello di sopravvivenza.
Poi, approfittando del fatto che ho la tracolla, tanto vale ficcarci dentro: una biro, un piccolo block notes, una chiavetta USB e un accendino, prova del fatto che le abitudini sono dure a morire.

Ora, lasciando perdere la seconda lista, quella del “già che ci sono…”, voi dove mettete tutte le altre cose?
Io vi vedo, in giro, senza un cazzo di niente in mano, senza tracolla, senza rigonfiamenti tranne il portafogli sul culo, vero elemento distintivo della silhouette maschile.

AVETE LE MUTANDE DI ETA BETA? EH?!

E intendo uomini soli, non come Mauro che, indeciso tra una moglie e uno sherpa, ha sposato la Lella, che si trascinava dietro, per lui, sporte di occhiali da sole, sigarette, due tipi di sigari, portafogli, documenti, il telefono…
Poi dice che due divorziano…

C’è gente che in due giorni si abitua alla dentiera, io no.
Il mio problema è che sono sensibile come la Principessa sul Pisello: la roba in tasca mi dà un fastidio insopportabile, già solo un paio di chiavi mi rendono la vita impossibile.
L’anteriore destra è quella delle banconote: anche quando ce n’è qualcuna di più, è un fastidio sopportabile; la chiappa destra è abituata da decenni alla pressione del portafoglio e poi il mio è molto sottile, ci tengo due documenti e quattro cazzate.
La tasca anteriore sinistra ammette solo la moneta e quella posteriore assolutamente nulla. Oddio, magari il telefono… ma solo perchè ho “un telefono” e non un 32 pollici da viaggio e giusto per pochi minuti.
Se sto in piedi: se già mi siedo, mi sembra di essere in ginocchio sui ceci, sia che lo tenga davanti che dietro.

Comunque, tornando all’abbigliamento, oggi ho trovato il mio equilibrio.
Dopo l’Età delle T-shirt sono tornato alle camicie, manica lunga per l’inverno e manica corta per l’estate, quest’ultima rigorosamente fuori dai pantaloni.
Nella mia vita credo di non aver mai abbottonato i polsini di una camicia: probabilmente ho i polsi sensibili come la chiappa sinistra…
Dopo anni passati ad arrotolare le maniche, un giorno ho suggerito a Bimbi di risparmiarsi la stiratura dal gomito in giù: lei mi ha suggerito di farmi furbo…

E io l’ho fatto: ho rinnovato le polo -una ventina- ed ora le porto estate e inverno, così mi risparmio l’arrotolatura delle maniche e Bimbi, dopo un attimo di disorientamento, ha scoperto che, nel tempo di stiratura di una camicia, ci scappano quattro o cinque polo.
E allora, Bimbi, lo vedi che ti amo?…

Assimilate le polo, mi sto impegnando con i pantaloni, anche se ho subìto qualche intoppo.
Dopo aver dato soddisfazione a Bimbi comperando tre o quattro pantaloni di categoria, mi sono lanciato alla ricerca del “costume da Dottodivago”, qualcosa di standardizzato, così da potermi vestire senza accendere la luce.
In un grosso negozio di Alessandria ho trovato dei pantaloni Carrera, classico taglio jeans, di tutti i colori: 30 euro, una miseria.
Ne misuro un paio: perfetti; così ne prendo uno per colore, non ricordo se sei o sette. Faccio fare l’orlo e li ritiro.
Due sono ok, uno tira in vita, gli altri non riesco neppure ad abbottonarli.
Li misuro: a parità di taglia, da quello che avevo misurato al più stretto, c’è una differenza di quasi sette cm di girovita, alla faccia del controllo di qualità della fabbrica del Tagikistan (giuro: Tagikistan!) che li produce.

Ora, che faccio? A parte che non ho idea di dove sia finito lo scontrino, li riporto indietro per sentirmi dire che “se il pantalone è orlato non può essere sostituito”?
No, me li tengo e li metto nella Hall of Shame, insieme agli otto boxer da bagno brasiliani con cui mi hanno rifilato la stessa inchiappettata.

Eh… il mio sogno sarebbe essere come Seth Brundle, lo scienziato del film “La Mosca”, nel cui armadio c’erano una dozzina di giacche pied de poule, identiche, che abbinava con una dozzina di pantaloni grigi, identici, camicia bianca e cravatta bordeaux, sempre, tutti i giorni, così non doveva perdere tempo per studiare gli abbinamenti.
D’altronde, a parte Steve Jobs e la sua maglia nera d’ordinanza o Marchionne e il maglioncino blu, che potrebbero far pensare ad una scelta di ripiego causa mancanza di fantasia, cosa mi dite di Giorgio Armani, che sembra nato dentro una t-shirt nera, come un veliero in una bottiglia? È mancanza di fantasia? Giorgio Armani?

E voi, come lo vedreste il costume da Dottordivago?
Accetto suggerimenti.

Dottordivago.

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Benvenuta Giada!

Sottotitolo: Poi, già che ci siamo…

benvenutoSecondo commento e benvenuto ufficiale con cesto d’ordinanza.

Di lei non so nulla, tranne che, se ho capito bene, rischia di essere la signora Sonnambula.

Se così fosse, tesoro, cosa posso dire?
Ti capisco, ti sono vicino…
bla bla bla…
Facile parlare da fuori, quando in quella situazione ci sei tu… Coraggio… 
E Benvenuta.

Poi, già che ci siamo,

kate

Duchessa simbolo di stile ed eleganza, ma anche regina del risparmio: nell’ultima settimana Kate ha sfoggiato ben due capi che aveva già indossato anni fa, dimostrando di saper prendere esempio dalla regina Elisabetta e dalla principessa Anna, entrambe note per i loro capi ‘riciclati’ in varie occasioni pubbliche. E di essere invece diversa dalla suocera scomparsa, la principessa Diana, che non si faceva mai fotografare con lo stesso abito indosso.
Alla messa celebrata per i 90 anni del principe Filippo, la duchessa di Cambridge ha indossato un cappotto in Jacquard azzurro che aveva già scelto nel 2009 per le nozze di Nicholas van Cutsem, un amico stretto di suo marito William. E ai piedi aveva le stesse scarpe beige della catena di calzature LK Bennett che ha indossato diverse volte nelle ultime settimane e che hanno acquistato, uguali, anche la madre Carole e la sorella Pippa.
Il giorno prima Kate aveva già fatto lo stesso: per il matrimonio della sua amica Sam Waley-Cohen, la 29enne duchessa ha optato per un abito da cocktail in seta bianco e nero, già indossato nel 2007 per una serata tra amici.

Ma si può sapere chi cazzo ha mai detto che un vestito non si può mettere più di una volta? Dove sta la fighezza?
È una troiata da ricchi merdosi, non da Signori (astenersi da facili battute su scommesse clandestine…).
Quando i Signori erano tali, tipo nell’Inghilterra vittoriana, il vero Signore aveva il maggiordomo o un segretario della sua stessa taglia, a cui far indossare un paio di volte un capo nuovo di trinca, proprio per fargli perdere quell’aria di “troppo nuovo”.

E noi oggi dobbiamo assistere a gentaglia come Puff Daddy che si esibisce in performance come quella che vi racconto.
Alcuni anni fa, in un esclusivissimo albergo di New York, il rapper si trova fianco a fianco con un altro riccone che per fare il simpatico gli fa: «Bel cappotto, ne ho uno uguale: non è che al servizio lavanderia si sono sbagliati e le hanno dato il mio?»
«Impossibile. Non uso il servizio lavanderia: non indosso mai nulla due volte…»
Il grosso problema è che la domanda era una battuta, la risposta no.

MA BRUTTO NEGRO DI MERDA (ocio a darmi del razzista: “Shit negro” è l’insulto più in voga tra gli afroamericani, come dicono i politicamente corretti)
BRUTTO NEGRO DI MERDA, dicevo, sei nato e cresciuto in un letamaio, hai avuto il culo di trovare un esercito di coglioni che cacciano un mucchio di soldi per sentirti straparlare a tempo di UNZ UNZ (dire “a tempo di musica” mi sembra eccessivo…), pratica che per me dovrebbe precipitarti in eterno nella Geenna, “dove è pianto e stridor di denti”, e tu, invece di aiutare i tuoi fratelli meno fortunati, spendi qualche migliaio di dollari al giorno per vestirti?

Io non solo odio scartare i vestiti se proprio non ne possono più (per la gioia di Bimbi…) ma evito anche di lavarli, se non è necessario, sport in cui Bimbi eccelle: prepariamo i bagagli, partiamo, torniamo a casa e lei lava tutto, anche i capi che non sono mai usciti dalla valigia.

Io no.
Da un mesetto ho ricominciato a correre, è una vita di merda ma sembra che la pancia se ne sia accorta e, se tengo duro, per Natale potrei essere pronto per un calendario…
Alla sera rientro a casa e faccio la doccia ma non metto le mutande nel cesto della roba sporca: le appendo nella mia cameretta dei giochi.

Il mattino seguente le indosso per correre e solo dopo le metto a lavare.

Bimbi, su, non fare quella faccia lì… mi rifiuto di indossare un paio di mutande pulite per mezzora di corsa…
E poi, quando alla sera mi tolgo le mutande, non devo tirare per staccarle dal corpo e prima di appenderle non devo scrostare via lo sporco, badando bene, la mattina dopo, di re-indossarle correttamente, col giallo davanti e il marrone dietro…
Se uno si fa due docce al giorno, non ha proprio modo di sporcare le mutande, sempre che tutte le guarnizioni funzionino a dovere…
Comunque, tranquilla: il riciclo vale solo per correre, fidati.

Oh-oh… Giada… chiedo scusa per la piega che ha preso questo benvenuto: volevo dedicarti due righe di fashion-gossip e ci ritroviamo nelle mutande…
Va beh, d’altronde… se ho capito bene tu c’hai un Sonnambulo in casa, no?
Voglio dire… sarai vaccinata, giusto?

Dottordivago

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Yalta_summit_1945_with_Churchill,_Roosevelt,_Stalin

A Yalta, in quel febbraio 1945, Roosevelt era in mezzo a una strada e non capiva neanche più da che parte era girato ma il vecchio Winston Churchill era ancora bello lucido e capiva che la guerra era praticamente vinta ma a fianco di un alleato che era molto, molto peggio dell’avversario: era il nemico. Dalla piega che stavano prendendo le cose, il vecchio Winston capiva di aver vinto la guerra sbagliata: non che fosse sbagliato abbattere Hitler, tutt’altro; ma si rendeva conto che se Baffetto non l’avesse fatta fuori dalla tazza, il futuro europeo e mondiale sarebbe stato migliore con una forte Germania che non con quel pezzo di merda di Baffone.

E poi arrivo io.
Mi sono discretamente sbattuto per i referendum, mi sono impegnato nell’opera di convinzione di un tot di amici e, tutti quanti insieme, ce l’abbiamo fatta, abbiamo vinto.
Purtroppo.

Questa vittoria corona un fallimento, il fallimento di un Paese che non ha più regole, leggi e morale, un Paese in cui è meglio rinunciare a cose che sarebbero sacrosante pur di non vederle realizzate male, come sarebbe stato per la gestione dell’acqua o non realizzate per niente, come sarebbe accaduto per il nucleare, però con tutti i costi economici della realizzazione.

E poi ci riproveranno.
Un po’ Tangentopoli e la fine della Prima Repubblica (Madonna, che nostalgia…), un po’ il Nuovo Che Avanza (siamo a posto, siamo…), poi il Quindicennio (abbondante) Berlusconiano, fatto sta che a riproporre il nucleare, dopo un referendum che doveva affossarlo, ci hanno messo quasi un quarto di secolo.
Ci vorrà molto meno per cambiare due virgole e riproporre la gestione dell’acqua agli amici degli amici, ci vorrà ancora meno per presentare un’altra legge salva-culo per Berlusconi.
Grillo dice sempre

Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?), noi nemmeno.

Pessime notizie, Beppe: loro non si arrenderanno mai e gli conviene, cazzo, se gli conviene.
Noi ci stancheremo, fidati.

E poi c’è il mio fallimento personale, caro Winston: come te, ho vinto una guerra sbagliata, a braccetto con un alleato che non è neppure un avversario: è il Nemico.
E resta da capire quanto sia alleato: Bersani e Di Pietro, che ballano sul carro dei vincitori come viados al Gay Pride, mi fanno ancora più schifo di chi si è sempre schierato contro i referendum.
Di Pietro ha raccolto le firme, ok, poi ha rischiato di mandare tutto a puttane quando, insieme a Bersani, hanno fatto mancare i voti per l’accorpamento dei referendum alle Amministrative, cosa che avrebbe garantito il raggiungimento del quorum: sembrava, il loro, un impegno di facciata, una cosa che facevano senza reale convinzione, solo per tenere un po’ sulla corda il governo, nella speranza che gli venisse offerta una bella fetta di torta idro-nucleare.

Ce l’abbiamo fatta comunque ma adesso li chiediamo a loro i trecento e rotti milioni di euro che sono ballati per una tornata elettorale in più?

Poi c’è don Pierferdinando che reclama i suoi meriti:

Il quorum è stato raggiunto perchè abbiamo mandato alle urne i nostri elettori.

I vostri elettori? Tutti e venticinque?

Di Nicoletta Vendola e dei suoi simili non voglio neanche parlare: non so tra me e loro chi è migliore, so solo che io sono diverso e che abbiamo combattuto la stessa guerra con motivazioni diverse.
Loro sono felici, ballano nelle piazze…
Banda di cazzoni… Pregate che il nucleare funzioni ancora a lungo nei Paesi che ci vendono l’energia: il petrolio arriverà a costi proibitivi e sarà sempre più riservato all’industria chimica e all’autotrazione, visto che trenta grammi di benzina sviluppano la stessa energia contenuta in trenta kilogrammi delle migliori batterie e che, chissà per quanti anni ancora, mandare avanti una macchina con l’elettricità sarà come tappezzare un muro con le banconote.

Scartando il carbone, che è quasi peggio del nucleare, produrremo energia con il metano? Speriamo. Speriamo che Putin non litighi con quelli che si trovano tra noi e lui e che il metano continui ad arrivare, visto che manco di rigassificatori si deve parlare, così restiamo letteralmente “attaccati alla canna del gas”.
Oppure possiamo cagare in un bidone e farci il metano in casa…

Vedremo cosa si inventeranno con le rinnovabili, che comunque sono una parte della soluzione, non sono La Soluzione.

Per il futuro, nel dubbio, teniamo a portata di mano una stufa a legna per l’inverno, un bel ventaglio per l’estate e le candele per la notte, che non si sa mai.

Tutti i miei alleati pensano di aver cambiato il mondo, io mi accontento di aver provocato un’impercettibile crepa nel basamento che sorregge Berlusconi, un po’ come per la storia Pisapia/Moratti, altra amara vittoria: io vorrei più cattiveria, più rispetto delle regole, più calci nel culo; invece mi ritrovo a gioire per la vittoria di uno schieramento che propone solo lassismo, buonismo e fancazzismo.
Però imparano in fretta: Tabacci, neo Gran Mogol del Bilancio, reggente dei cordoni della borsa del comune di Milano, ha già dichiarato che non lo sfiora neppure il pensiero di rinunciare alla poltrona di parlamentare.
Riguardo a Torino non mi sono ancora informato: mi dite cosa farà Fassino?

E io devo mordere nel limone e dire che è dolce, devo gioire per la vittoria di questa gente perchè così Berlusconi, che ci ha messo la faccia, ha preso uno sberlone ed anche perchè sono incazzato con la mia parte. La Moratti non ha mai mantenuto le promesse “di destra”: ci si limita a qualche “tolleranza zero” promesso ogni tanto e qualche invettiva a microfoni spenti contro zingari e stranieri in genere, giusto per tener buoni due leghisti.

Sono più sfigato di Harry Bosch, il campione del mondo di Vittoria Amara.
Non lo conoscete? Nei gialli di Michael Connelly è il miglior poliziotto di Los Angeles: risolve tutti i casi, scopre sempre i colpevoli.
Peccato che una volta c’è invischiato un politico, quindi tutto viene insabbiato; la volta dopo c’è di mezzo uno scandalo interno nella stessa polizia di L.A.; poi è la volta di uno ricco come il mare che si compera il processo; se non ci sono interessi terzi, il colpevole è il suo migliore amico e, bene che vada, il suo capo lo degrada e la sua nuova fiamma, di cui è già perdutamente innamorato, lo manda a cagare.

Insomma, per lui come per me, se queste sono le vittorie, chissà quando buschiamo di brutto…

Dottordivago

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