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Archive for the ‘Ma li trovo tutti io?’ Category

Dovrei spiegarvi il perchè del titolo…
…ma prima due pirlate fresche di giornata.

Stamattina avrei avuto un appuntamento a Valenza col geom. Gastone, l’unico geometra al mondo che mi passa i lavori e non vuole la cagnotta, Dio lo benedica.

Salto la colazione perchè sono in ritardo, la farò al bar col geo, e la prima operazione è quella di togliere 25 cm di neve dalla macchina, più il metro e mezzo che ci hanno ammucchiato contro gli spazzaveve.
L’operazione dura dalle 9 alle 9.30, mezzora durante la quale medito se vale la pena di affrontare la temibile Colla di Valenza, tortuosa salitona fantozziana, con una trazione posteriore ed in queste condizioni, quando il destino decide per me:  si ferma lì vicino uno con la Q7, con la chiara intenzione di mettersi al mio posto appena me ne vado.
A parte il fatto che è pieno di posti liberi, visto che sono stati tutti a casa, ma il proprietario del pullman dell’Audi non vuole sfondare a musate il muro di neve, creato da chi la neve dovrebbe toglierla, con una macchina che dovrebbe essere fatta apposta.
Mi fermo a tirare il fiato e chiamo il geo, mentre il SUVista ha come un gesto di stizza per il tempo che sto perdendo: “Gas, se oggi mi vuoi vedere, ti conviene andare su Facebook, che ho la macchina bloccata; facciamo domani, eh?”.
Dopodiche spalo ancora cinque minuti buoni, poi controllo se ho fatto un bel lavoro.
Sì: inutile, visto che continua a nevicare, ma bello.
E me ne torno a casa.
Un grido di dolore:”Scusi, ma… non va via?…”
“Con ‘sto tempo? Naa, m’è scappata la voglia…”

Il mondo può aspettarmi ancora un giorno, quello della Q7 non lo so.
Bella, la libera professione.

Rincaso e mi gusto la colazione confortando Bimbi che disfa l’albero di Natale con l’espressione -povera stella- che dovevano avere i naufraghi della Medusa mentre “pranzavano coi loro amici”.

E adesso, cosa faccio?
Mi viene in mente che in questi giorni dovrei vedere un cliente che abita in centro, a 500 metri da casa mia: hai visto mai che se n’è rimasto a casa pure lui?
Esatto: è felicissimo di vedermi alle 11.
Esco di casa e vedo i ragazzi dello Scientifico che si prendono a palle di neve durante l’intervallo: eh, bei tempi…
Però è strano: di solito stanno davanti alla scuola, oggi sono dappertutto.

Arrivo dal cliente che mi fa accomodare e dice ad un ragazzino sugli otto anni che guarda la TV di spegnere e di andare da un’altra parte; poi mi spiega che è il nipote e che fino a mezzora prima era a scuola, ma poi è arrivata l’ordinanza del sindaco e li hanno buttati tutti fuori, così gli tocca ospitarlo finchè sua mamma uscirà dal lavoro.
Non ci posso credere: il sindaco di Alessandria, eletto anche col mio voto, si sta allenando con impegno per agguantare il titolo di ” Cucù dell’Anno”?
Non ci voglio credere: ci sarà una spiegazione, anche se al momento mi sfugge.
Il sindaco, o chi per lui, ha sentito che in giro per l’Italia molti sindaci hanno tenuto chiuse le scuole, solo che, probabilmente, gliel’hanno detto alle nove e mezza, così lui li ha mandati tutti fuori alle dieci.

Fatemi capire: lo scopo delle scuole chiuse è quello di evitare un po’ di traffico in situazioni di emergenza, ma una volta che i ragazzi sono dentro, a cosa serve buttarli fuori?
Serve a creare il traffico di genitori o parenti che corrono a recuperare i pargoli: va be’ quelli dello Scientifico, che come minimo hanno 15 anni, ma quelli come il nipotino del mio cliente, se anche non passano tutta la mattina come la Piccola Fiammiferaia, forse è meglio.

Ottengo l’ok dal cliente e me ne torno a casa gustandomi la piacevole sensazione che mi dà sempre concludere positivamente una trattativa di lavoro, che si scrive così ma si pronuncia “euri”.
Mentre cammino sotto ad una nevicata delle grandi occasioni, mi guardo attorno per vedere se girano i mezzi anfibi, sicuramente mandati dai nostri ineffabili governanti per l’alluvione.
Come “quale alluvione”?
Quella del ’94, no?…

Ah, già, si doveva parlare del ’68, direte voi.
Domani, ragazzi, domani.
Fidatevi…

Piuttosto, visto che è da un po’ che volevo farlo, vi propongo una cosa vecchia: era il 21 aprile dell’anno scorso, quando scrivevo quanto segue.
Lo ripubblico non per mancanza di idee, ma solo perchè è molto attuale.
Ritengo superfluo dire che non intendo tirarmela da attento osservatore di politica internazionale: lo sapevamo già tutti, che finiva così.

Giorgio, il palestinese.
Un telegiornale mostrava un servizio sugli attacchi israeliani  come ritorsione ai lanci di razzi kassam e la cosa mi ha ricordato una situazione simile, anche se molto meno cruenta, della mia infanzia.
No, non sono cresciuto a Gaza.
Passavo ogni minuto di vacanza in campagna, a casa dei miei nonni, ed eravamo un bel gruppetto di disgraziati, io e i miei amici.
Non ci facevamo mancare niente: abbuffate di fragole, ciliege, pesche -eravamo gli antesignani di Slow Food, solo frutta di stagione e del territorio, mica come adesso che se una pera non arriva dal Sud America non la vuole nessuno-; mangiavamo di tutto, purchè, rigorosamente,  sulla pianta e ad insaputa del proprietario.
Animati da spirito western cacciavamo con l’arco le galline che gli ingenui campagnoli lasciavano libere, per poi renderle immangiabili con improvvisati barbecue clandestini.
Costruivamo capanne faraoniche, disboscando interi versanti di colline, e le proteggevamo con improbabili trappole viste nei film di avventura in bianco e nero -non ho duecento anni, è che la Rai passava quello-.
Di queste normali nefandezze infantili cancellavamo ogni traccia, e nessuno, a casa mia, ne sarebbe mai venuto a conoscenza.

Se non fosse esistito Giorgio.

Questo essere immondo aveva quattro o cinque anni meno di noi, diciamo sette/otto contro undici/dodici, e ci stava sempre appiccicato. Era assolutamente insopportabile.
Lo scacciavamo regolarmente ma lui non ne voleva sapere di giocare con quelli della sua età, quindi finiva sempre per prendere una buona dose di schiaffoni prima di andarsene piangendo e minacciando di dirlo a casa, cosa che puntualmente faceva.
Ma prima ci seguiva di nascosto, per spiare le nostre malefatte e rincarare la dose, l’infame.
Poi spifferava tutto.

Per i miei amici la cosa non rappresentava un problema perche non avevano rapporti stretti con la famiglia del bastardello; per me era un incubo, visto che mia zia -la mia mamma di campagna- viveva praticamente in simbiosi con sua madre, una santa donna che aveva il sospetto di aver generato uno stronzo e che non girava le spiate all’amica (sempre mia zia).
Ma questo non rappresentava un problema per Giorgio, che andava direttamente a spifferarlo alla mia vice mamma -con un’aria santa che manco il gatto di Shrek…- e questo ogni volta che se la trovava per casa, quindi tutti i giorni.
E per me erano cazziatoni terrificanti.
Ed io mi ci mettevo d’impegno, per non farlo nero.
Ma era tutto inutile: la cosa che gli veniva meglio era di sedersi vicino a noi, in quegli interminabili pomeriggi estivi in cui si passavano le ore più calde a decidere che danni fare, e ci ascoltava per cinque minuti, dopo di che cominciava a ripetere ad alta voce ogni nostra parola.
La cosa, riconoscerete, è un fastidio assoluto, quindi, se non era Marco era Piero, o Beppe o Maurizio, fosse chi fosse, qualcuno lo batteva come un tappeto. Io, che già sapevo che l’avrei pagata per tutti, mi facevo violenza e, invece di strangolarlo come avrei voluto, lo difendevo.
Beh, volete sapere cosa faceva il mostriciattolo?
Mentre io dicevo ai miei amici di lasciarlo stare, che poi sarebbero stati cazzi miei, lui riusciva, pur piangente e mazziato, a ripetere le mie parole!
Sembra incredibile, eh?
Permettetemi una breve sceneggiatura.

Marco_ Vai via! (schiaffone)
Giorgio_ Ahia, bastardi… (comincia a piangere)
Piero_ Bastardi a chi? (calcio)
Giorgio_ A te, faccia di merda… e a te… e a te.. (piangendo a dirotto)
Maurizio_ Vai fuori dai coglioni! (botte da orbi)
Giorgio_ Ahhh… ahia… stronzooo… ahhh…figliodiputtanaaa…!!!
Io_ Dai, lasciatelo stare, che poi sono cazzi miei…
(Come per magia smette di piangere, e con un ghigno sporco di lacrime e moccio del naso dice)
_ Dai, lasciatelo stare, che poi sono cazzi miei…
Io_ Smettila, che ti ammazzo…
Giorgio_ Smettila, che ti ammazzo…

Come finiva? Che andavo veramente vicino ad ammazzarlo.
Salvo poi scontare qualche giorno di punizione a casa.

Per fortuna l’ho perso di vista, anche perchè non vado quasi più al paese. Per correttezza devo riconoscere che l’ho incrociato un paio di volte in trent’anni e l’ho trovato decisamente migliorato, affabile e assolutamente non odioso come da bambino.
Ma devo anche dire che mi sono giunte sue notizie qualche anno fa: lo hanno gonfiato come una zampogna, roba da ospedale.
L’informatore mi diceva che, come tutti gli uomini di merda, picchiava le fidanzate di turno; una volta l’ha fatto con quella sbagliata, una tipa piena di fratelli con un unico sopracciglio lungo una spanna e la fronte alta un dito, che parlavano un italiano semi incomprensibile.
La cosa non ha costituito un problema, visto che non l’hanno messa sulla cultura.
Per un attimo mi è balenata l’idea di andare a trovarlo all’ospedale e ripetergli ogni parola detta dai medici…
Poi ci ho rinunciato: la giustizia aveva già fatto il suo corso.

Tornando ai Palestinesi, qual è il legame con Giorgio?
E’ che, come lui, rompono le palle a quelli più grandi.
I loro capi non hanno ancora capito che l’unica via è la pace?
Beh, oddio, i loro veri capi, quelli che stanno a Damasco piuttosto che a Teheran, l’hanno capito benissimo, infatti li incitano a comportarsi come Giorgio, ma i capetti, quei quattro pirla che sparano i razzi dai cortili delle scuole,  quanti morti devono piangere ancora, prima di farsi un’idea?
Paradossalmente, trovo più sensati gli attentati kamikaze:  se secondo loro l’unica possibilità è il terrorismo, almeno fanno danno.
Quei razzi del cazzo sono solo punture di zanzara, ma scatenano ritorsioni feroci che massacrano donne e bambini.
Poi, per mostrare a tutti quanto sono determinati, passano delle mezze giornate a sparare in aria, durante i funerali.
Anche lì: non hanno ancora capito che se sparassero metà di quei colpi agli Israeliani, non ci sarebbe più un ebreo vivo in tutto il Medio Oriente?
Cosa che io assolutamente non auspico, però bisognerebbe farglielo notare, a ‘sti quattro pirla.

Non lo so: sembra che stiano al mondo per rompere i coglioni.
Come Giorgio.

Dottordivago.

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Nel post Cos’è il genio? ipotizzavo che il pianeta Terra stesse subendo una sorta di colonizzazione da parte di alieni che, però, lasciavano il cervello sul loro lontano pianeta e ventilavo un‘Invasione degli Ultragonzi.

Mi sa che ce n’è in corso un’altra: l’Invasione degli Ultrastronzi, attuata da alieni che, avendo poco posto sulle astronavi, lasciano sul loro pianeta il senso dell’umorismo.
Daltronde, come dicono loro, “dfjghkfhgljwefhgòoiekuèrytpoxcnbzxwç*#zzy”, che significa “Ancora bagagli? Oh, non è che tutte le volte che ci muoviamo possiamo portarci dietro la casa, eh?”

Sono fatto male, lo riconosco: cerco sempre di trovare l’aspetto divertente di ogni cosa, una specie di Cabarettista Mascherato (personaggio minore di Giorgio Faletti, ndr) che “ruba le battute ai ricchi per darle ai poveri di spirito”.

Però è dura, ragazzi: manca la controparte, cioè quello che ride per una battuta; o forse, semplicemente, la gente non si aspetta più una risposta simpatica ma monosillabi e grugniti.
Ormai la battuta va annunciata, così hanno tempo di attivare l’area di cervello preposta, come a Zelig, dove ci sarebbe poco da ridere, ma tutti si sganasciano.

E’ un po’ come, per strada, chiedere a qualcuno se ha bisogno una mano: non ci sono abituati, e ti guardano male.
Ed io non riesco a rendermene conto, continuo a fare delle gran belle figure da pirla.
Ve ne citerò un paio, le prime due che mi vengono in mente.

Il giorno dello sciopero generale, il 12 dicembre, mi serve un po’ di “fresca” (contante, ndr), quindi vado in banca, dove, ovviamente c’è una sola cassiera ed una coda della Madonna.
Naturalmente è tutto un lamentarsi che “non si può andare avanti così” e che “è una vergogna”, quindi posso capire che l’unica cassiera ne abbia due balle notevoli; me ne sto zitto: o ti incazzi davvero o te ne stai muto, non serve mugugnare luoghi comuni; quando è il mio turno richiedo duemila euro e la cassiera, mai vista, mi domanda il numero di conto; sorridendo le dico che speravo potesse prenderli sul conto di qualcun altro, visto che sono un po’ tirato…

Se le avessi infilato una mano sotto la gonna si sarebbe offesa molto meno…
“Non mi chieda di fare dei pasticci, che non è giornata…”
Non ci credo: “Scusi eh, ma secondo lei, io le chiedo seriamente di darmi i soldi di un altro?”
Bruscamente: “Sapesse quante ne sento, io…”
Vabbè, le dico il numero del conto e si mette all’opera, con molta calma: prende il foglio di un’operazione precedente, un modulo della banca, e lo guarda sei volte, una persino controluce, come se non avesse mai visto niente di simile.
Poi si alza, fissa intensamente un’altra scrivania, si risiede; gira la testa e si guarda una spalla, come se temesse un attacco di forfora.
La lascio fare, anche perchè sto leggendo uno dei due fogli attaccati con lo scotch ai lati dello sportello: uno riguada i cambi delle varie valute, l’altro è più divertente; spiega le modalità della giornata di sciopero: qualcuno sciopera tutto il giorno, qualcun altro, ad “inquadramento orizzontale”, sciopera in un certo orario, mentre quelli ad “inquadramento verticale” in un altro.

Avete presente Roger Rabbit, quando esce dal nascondiglio perchè un cartone,  al richiamo “Ammazza la vecchia…” non può trattenersi dall’urlare “…Col fliiit!”?

Ecco, io sono uguale.

Vedo che l’arpia mi sta guardando, e col mio miglior sorriso dico:”Deduco che, se lei sta lavorando, è perchè il suo è un inquadramento diagonale…”
Va beh, non entrerà nell’Enciclopedia delle Battute, però…
Forse non ho scandito bene e deve aver capito “succhiami ‘sto cazzo fino alla morte”, a giudicare dalla faccia che fa: parte con un proclama sindacale che lei è l’unica a lavorare e che se voleva poteva starsene a casa ecc. ecc.
Adesso basta.
“Senta un po’, signora Cigielle: primo, poteva starsene a casa, sì, ma nella busta paga non avrebbe trovato i soldi di questa giornata, quindi che non se la tiri da Stakanov o da eroina del terziario; seconda cosa, aspetto da dieci minuti duemila euro: mi dà quelli già fatti o li sta stampando?”
Naturalmente ad alta voce.
Non apre bocca, ma un po’ di schiuma le esce da un lato.
Ritiro, firmo e mi congedo con “E’ stato un piacere; IO vado a prendere un caffè, IO…”
Esco probabile vincitore.

Ma non va sempre così.

L’altro giorno: sto comperando frutta e verdura e sono concentrato sulla scelta dei peperoni, quando una signora, una cliente come me, non un’addetta, me ne mette uno sotto al naso dicendo: “Prenda questo, ha quattro falde anzichè tre: sono i migliori…”
Sorridendo rispondo: “Grazie, ma mi hanno insegnato a non accettare peperoni dalle sconosciute…”
Ovviamente avrei proseguito ringraziandola ed accettando il frutto della sua conoscenza, senonchè questa manco mi fa finire e sbotta “Madonna santa, che malfidato!…” e butta l’ortaggio della discordia nel cesto.

Oh ssignur… ma li trovo tutti io?
“Signora, non si offenda, era una battuta”
Non mi sente neanche: “Se pensa di saperla tanto lunga, si aggiusti…” e continua a borbottare per alcuni secondi, giusto il tempo di farmi saltare il nervo e di farmi partorire un “…E lei porti la mela a Biancaneve, che con quella faccia le viene meglio”.
Ancora non capisce e probabilmente mi crede pazzo, tant’è vero che arretra un passo, si gira e si allontana guardandomi come si guarda un maniaco squartatore.
E non è l’unica: alcuni, che non hanno seguito dall’inizio, mi osservano leggermente preoccupati.

Ma non potevo mandarla affanculo come fanno tutti?
Non imparerò mai.

Me ne vado, diversamente dalla banca, con un pareggio stiracchiato.
Ma non prima di aver posato un vile tre falde per acchiappare l’ortaggio della discordia.
Che si è rivelato uguale agli altri, vaffanculo alla matta…

Dottordivago.

P.S.
Per Natale, lo dico ai poveri di spirito, …e fatevi ‘na cazzo di risata!…
A tutti gli altri, indistintamente, auguro di prenderla bene.
Buone feste.

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Da tempo mi riproponevo di dire due stupidate sui nomi che vengono imposti ai bambini e riflettevo sul fatto che mai parola fu più pregna di significato, infatti in alcuni casi i nomi vengono proprio imposti,  nel senso che se il bimbo si potesse ribellare lo farebbe ma, pover picinin, i genitori se ne approfittano, salvo poi ritrovarsi in casa un paio di Erika ed Omar o un Pietro Maso qualunque.

La scorsa settimana c’è stato il caso del bimbo di Genova che i genitori volevano chiamare Venerdì; sulla lora strada hanno trovato un funzionario dell’anagrafe che ha pensato “non saranno cazzi miei, ma prima che Bruschetta scopra che non faccio una fava tutto il santo giorno, è meglio che faccia vedere che esisto”, così ha girato la pratica ad un giudice.

Il giudice, svegliatosi bruscamente, ha pensato “per me chiamatelo come volete, ma prima che Bruschetta scopra che quello dell’anagrafe, rispetto a me, è  Aleksej Grigor’evič Stachanov, prendo un calendario e, tenendomi una mano sull’inguine per non strozzarmi l’ernia, guardo il santo del giorno in cui è nato”.
E l’ha chiamato Gregorio: poteva andare peggio, Greg è un bel diminutivo.

Se è possibile battezzare Domenica una bimba, non vedo qual’è il problema del piccolo Venerdì, salvo il fatto che esiste una Santa Domenica mentre all’appello manca San Venerdì.
Lasciamo stare il fatto che non c’è un musulmano o un indù in Italia che diano al figlio il nome di un santo cattolico, ma se a me dei santi non me ne può fregare di meno, perchè devo avere quell’obbligo?
E la calabra Domenica, prima di essere santa -e quindi prima di creare un precedente ortodosso- perchè gliel’hanno lasciata chiamare così?
Se le cose fossero sempre andate così, se ci si fosse sempre basati sui precedenti, oggi ci chiameremmo tutti “Ehi tu”, “Senta…”, “Scusi…”, “Oilà”  oppure solo “fiiiiuu”, non letteralmente ma inteso come fischio.

Ho un amico che di cognome fa Venticinque, un altro Quaranta: proprio a voler essere fiscali proibirei il nome Venerdì solamente al figlio di un ipotetico signor Diciassette; non per altro: passerebbe la vita a stringere la mano di un tizio che mentre dice “piacere” con l’altra mano si ravana nei pantaloni.

Ai genitori del piccolo Venerdì -per me si chiama così…- non ha fatto mancare la propria solidarietà niente meno che Alan Elkann, che ha un figlio di nome Lapo -ma era meglio chiamarlo Pippo…- nonchè, è cosa nota, due nipoti battezzati Oceano e Leone; il granduomo ha sentenziato “non ci trovo niente di strano” ed a questo proposito vi rinnovo una minchiata che avevo già proposto su queste pagine:

La paziente ha fatto causa al chirurgo:

 

che risponde: a me sembra tutto a posto.

chirurgo 

Tralasciamo i casi arcinoti di Domenica Melalavo e Felice Mastronzo, forse leggende metropolitane; giusto per la cronaca citerò l’amico di mio padre,  Primo, chiamato così dal papà comunista che di cognome fa Maggio.

Ritengo che ognuno possa dare ad un figlio il nome che vuole, santo o mica santo, basta non cadere nel ridicolo.
I miei amici hanno dato ai figli dei bei nomi italiani.
Una sera, al ristorante, con una coppia di amici in attesa di un maschietto si valutava un possibile Edoardo, anche se alla futura mamma sembrava troppo serio e le sarebbe piaciuto un nome più brioso: le ho proposto Petardo, ma credo non se ne faccia niente.

Un altro amico si chiama Gualtiero Maria: bel nome e suona bene.
Ma perchè un nome da donna? Se fosse nata una sorellina, sarebbero stati coerenti e l’avrebbero chiamata Veronica Luigi?

Ce l’avete un velo pietoso? Bene, stendetelo sulle varie Jessica, Natascia, Veruska ecc. ecc.: non è il caso di infierire.
Vabbè, giusto una cosina: se dài certi nomi ad una figlia, ti può pure andare bene, ma se quando ha tredici anni scopri che ha già massacrato di pompini tutta la sua classe, un po’ te la sei cercata…
Jessiche, Natasce e Veruske in ascolto: so benissimo che voi siete i casi andati bene, e ne sono felice.
Mi spiace solo per i vostri amici…

Qualche anno fa ero su una spiaggia di Formentera e, nonostante fosse settembre inoltrato, era piena di italiani.
No, non faccio il figo, non mi disturbano gli italiani: mi disturbano i nomi che danno ai figli.
Era tutto un Morgan e Jason, con la variante di una signora amante del doppio nome che passava la giornata strillando “Minchia Kevin…”.

Avendo la moglie valdostana -non nel senso che è ricoperta di prosciutto e formaggio ma nel senso che è originaria della Valle d’Aosta- ho fatto notare ad amici che vivono nel ridente capoluogo alpino che oggi, lì da loro, tutti i bambini si chiamano Didier, Thierry e Michel; mi hanno risposto che la loro è una regione bilingue.
Mi sono permesso di sottolineare che fino a qualche anno fa i valdostani, pur essendo più bilingui di quelli di oggi, si chiamavano Germano, Delio, Natalino e così via, ma la cosa è morta lì.

In Alessandria ho un box in affitto in cui ci tengo un po’ di tutto; nel cortile ho fatto amicizia con la prole della famiglia Iannacone: Nicolas, Entoni e Maicol.

Serve altro o la chiudiamo qui?

Dottordivago

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Parlavamo di nouvelle cuisine: porzioni da fame, presentate benissimo, in piatti enormi.

Allora, qualcuno di voi fuma?
Se sì, andreste a comperare le sigarette in una tabaccheria in cui uno vi apre la porta, uno vi saluta, uno domanda “desidera?” a cui voi rispondete “un pacchetto di Camel”, uno prende una sacca da golf in cuoio di Cartier, un’altro ci mette dentro una Camel, uno chiude la sacca con un nastro di raso ed un’orchidea, un altro vi dice “Ottomilacinquecento euro, signore. Grazie e torni a farci visita”.
Spero di venire a farvi visita in terapia intensiva a causa dell’accidente che vi spacca, facce di merda.
Se è vostra abitudine frequentare posti del genere, saziatevi pure di nouvelle cuisine, anche se saziatevi mi sembra una parola grossa.

Io amo cucinare e mi riesce benino; una volta cascavo nei trappoloni degli amici che mi incastravano tutto il giorno ai fornelli dicendo “Tu dài gli ordini e noi facciamo” per poi presentarsi all’ora di cena con un allegro “E’ pronto?…”
Prendilo in quel posto oggi, prendilo domani, oggi cucino quasi esclusivamente per me e Bimbi, grande estimatrice dei miei piatti.
Ogni tanto provo a fare il figo e cerco di sistemare bene tutte le cosine nel piatto: ci riesco quasi sempre prima che si raffreddi tutto, ma lo faccio per due; con un po’ di organizzazione, spazio e attrezzatura giusta, potrei farcela anche per sei persone, ma non ne sono sicuro.
Avete già visto la cucina di un super ristorante? A guarnire i piatti ci sono,   almeno, tante persone quante ce ne sono vicino ai fornelli: ogni virgola nel piatto costa un euro di manodopera, idem per ogni rametto, fogliolina, spolverata di qualcosa.
Vi arriva ‘sto piatto da 20 euro, voi vi ficcate in bocca una cosa buonissima ma c’è un problema: avete una carie che il dentista vi ha lasciato aperta, il boccone ci finisce dentro e voi non avete sentito il gusto: oh cazzo!…Guardate nel piatto: non ce n’è più! C’è solo una bellissima decorazione su cui non avete il coraggio di fare scarpetta: sarebbe come passare la trementina su un Rubens.

A proposito di quadri: al mio paese i piatti sono rotondi e noi siamo talmente convinti che debbano essere rotondi che in dialetto li chiamiamo tond:
“u tond” singolare, “i tond” plurale.
Bello avere certezze.
E allora, perchè tutti i ristoranti con smanie di fighezza usano i piatti quadrati?
Che senso ha il piatto quadrato?
Negli anni 70 mia madre ha comperato un servizio di bicchieri quadrati: o bevevi di spigolo o ti colavano due rivoli di liquido ai lati della bocca, tipo zanne di tricheco. Tutta al famiglia si è detta disposta a bere a canna finchè quei bicchieri non fossero spariti. Quando, al pasto successivo, li abbiamo rivisti, mio padre, uomo assolutamente mite se non addirittura remissivo, ha dichiarato che avrebbe rovesciato la tavola entro dieci secondi. Non fu necessario.

E siccome io sono ignorante, ma il mondo è pieno di stupidi, adesso i piatti sono rettangolari. Non frequento ristoranti che li usino, ma se guardate il Gambero Rosso vi renderete conto che due su tre mettono il cibo in piatti che sembrano le targhe delle macchine: se li metti per il largo, devi mangiare facendoli scorrere come il carrello delle vecchie Olivetti, sennò ti fai venire la scoliosi a furia di sporgerti di qua e di là; se li metti per il lungo, quello di fronte ti mangia il boccone del prete.

La chiosa finale la lascio alle alate parole del mio amico Luciano, che soffre di menischio, mangia l’aspice e non respira il solvente perchè è volubile: una sera, nel corso di una cena di cacciatori -non condivido il gesto, solo il frutto…- in cui ci siamo mangiati anche l’orso Yoghi, alla parola nouvelle cuisine Luciano ha sentenziato:”Che vadino a prendersela in quel paese”.
Gli ho spiegato che o vadano a prendersela in quel posto oppure che vadano a quel paese.
Ha ribadito il concetto: che vadino a prendersela in quel paese!

Abbiamo le idee chiare, noi ignoranti.

Dottordivago.

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Oh là, salvo divagate improvvise, questa è la volta buona che riesco a spiegarvi quanto sono ignorante quando si parla di cibo; su quanto sono ignorante per tutto il resto, credo che ve ne siate già fatti un’idea.

Ho solo due grandi amori: Bimbi e il cibo.
Per cui, visto che Bimbi sa difendersi da sola, non toccatemi il cibo.

Siamo partiti dalla storia delle bacchette al ristorante giapponese o orientale in genere, esclusi quelli cinesi dove, come ho già detto, la cosa più commestibile sono proprio le bacchette.
Non che la cucina cinese mi faccia schifo: non sono mai stato in Cina, ma a Hong Kong, Macao, Taiwan ed altri posti ho mangiato in ristoranti cinesi fantastici.
Sì che a volte trovi nel piatto cose inquietanti, ma uno come me, che mangia lumache, rane, coglioni di toro, trippa, naso di bue e testina nel bollito misto, è meglio che non faccia tanto lo schizzinoso.
L’ho fatto giusto una volta.
Oh oh, m’è partita la divagata.
Quando mi recavo spesso per lavoro a Bangkok, avevo un factotum di nome Pradit che mi portava nei posti più strani; una nostra merenda classica era il serpente, da Nat, che lo friggeva a puntino con delle salse da ‘sturbo.
Un giorno, il figlio del nostro serpentaro di fiducia voleva farmi il servizio completo, consistente nel decapitare la merenda con un morso -lui…-, sgocciolarne il sangue in una coppetta -sempre lui- e berlo tutto d’un fiato.
Io.
Non sono schizzinoso, tutt’altro, ma un conto è la galinha ao molho pardo, tipico pollo brasiliano stufato col proprio sangue o i sanguinacci del mio amico Nino di Salerno, un’altra cosa è bere del sangue appena sgocciolato da un serpente decapitato.
A morsi.
Gli dico che non se ne parla neanche e quello insiste, “sentirai che buono…”
Gli dico di berselo pure tutto, e godrò del suo piacere.
Decide di calare l’asso e afferma che fa bene al mio fotò, minchia, a Palermo.
Gli rispondo che sta bene così, che posso esportare cazzo duro in tutto il mondo e se proprio qualcuno si deve occupare del mio fotò, nella sua famiglia, che almeno sia quella bambolina di fidanzata che lo aiuta in cucina.
Grande risata del padre, faccia brutta sua, sorrisino ammiccante della bambolina, alla quale, probabilmente, hanno raccontato che gli occidentali ce l’hanno un po’ più grosso di quello che maneggia lei: niente di che, per carità, ma col figlio di Nat ero sicuramente testa di serie
Detto ciò, sono uno che non dà importanza alle dimensioni, così vi fate un’idea di come sono messo…

Stavo dicendo?
Sì, che purtroppo in Italia il livello dei ristoranti cinesi sta alla vera cucina cinese come le palle di pelo rigurgitate dai gatti stanno al Lindor.
Tagliando corto, trovo che quella delle bacchette sia un’immensa cagata, sia dal punto di vista funzionale che storico; se è per ridere una volta, vanno bene le bacchette, così come, per una volta, c’è chi attacca gli sci alla bici o chi gioca a “calcio saponato”, ma sono cose da fare una volta per ridere; se poi proprio volete mandare affanculo secoli di progresso, mangiate pure con le bacchette.
Riconosco che ci sono cose del passato che hanno un senso: non ricordo chi diceva che “il cesso in casa è progresso, il cesso in cortile è civiltà“, ma un pregio alle bacchette proprio non lo trovo.

Un altro settore in cui la mia ignoranza gastronomica tocca vette altissime è la Nouvelle Cuisine, di cui vi giro una breve definizione:

La Nouvelle Cuisine si impone in tempi recenti, negli anni ’60 e ’70, e ha dei tratti caratteristici ben precisi: l’esaltazione del gusto e del colore degli alimenti, l’uso scarsissimo di grassi, zuccheri e sale o la combinazione di frutta con carne e pesce.
Quello che ha contraddistinto questo stile culinario in tutto il mondo è, senza dubbio, l’amore per il dettaglio e la cura della presentazione del cibo.
Influenzata dallo stile giapponese, la Nouvelle Cuisine si basa sulla combinazione di piccole quantità di cibo, che vengono presentate in modo artistico in piatti molto grandi.

E ‘sti cazzi?
Allora, pensala come vuoi, ma se vengo nel tuo ristorante, e ti porto dei soldi, la prima cosa che devi fare è darmi da mangiare, non raccontarmi la storia del lupo o che Gesù è morto di freddo.
Un mio amico che intendo mantenere anonimo, grande cuoco, dopo anni di onorata ristorazione, ha capito che con la storia della N. C. poteva andare a fare la spesa a piedi, tanto con due borse di roba ci scappavano sessanta coperti.
Poi la gente si è rotta le palle di uscire da lì e passare in pizzeria per togliersi la più grossa e lui ha capito che un cuoco non deve creare splendide miniature in un piatto ma deve prima sfamarti, poi, eventualmente, fare della cultura o, come si dice da noi, del sòffoco.

Ragazzi, mi sa che la questione dell’ignoranza non l’aggiustiamo neanche oggi: ho un po’ da fare.
Ma vi prometto che la prossima volta…

Dottordivago

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Ieri eravamo rimasti all’amico che mi ha dato dell’ignorante perchè mi rifiuto di mangiare con le bacchette nei ristoranti che non hanno ancora scoperto le posate, segnatamente quelli giapponesi o alla giapponese, visto che nelle zone che batto io, ristoranti vietnamiti o coreani o di altre etnie di “bacchettari” mi risulta ce ne siano pochini; in quelli cinesi, che ce ne sono un mucchio, da anni non ci porto neanche il cane a pisciare: primo, perchè Sam è morto dieci anni fa, secondo, perchè per avvelenarmi è sufficiente vivere in Alessandria, senza dover  pagare anche il conto.
Breve divagazione: oggi tutti ce l’hanno coi cinesi, che producono solo porcherie in tutti i settori.
Non è vero: i cinesi sono in grado di produrre immani porcherie, visto il costo di produzione tendente allo zero; sono in grado di produrre a dieci la schifezza che, prodotta in Italia, costerebbe cento.
I vari importatori lo sanno e importano la peggio merda.
Se uno vuole importare della roba decente, ma anche ottima, i cinesi la sanno fare, basta pagarla venti o trenta o quaranta, anzichè dieci. Anzi, per lavorazioni che prevedono l’impiego di impianti costosissimi, sono ancora meglio di noi, visto che, per loro, un impianto da mille miliardi di dollari è come, per noi, comperare un Black & Deker.
Morale, ti danno ciò che chiedi.
Sono invece dei grandissimi bastardi parlando di ristorazione.
Un paio di anni fa, non ricordo quale giornale ha mandato una talpa a lavorare un giorno qua, un giorno là, in vari ristoranti; il resoconto era scoraggiante in generale; parlando di ristoranti cinesi, poi, il redattore parlava di schifezze che a nessuno verrebbe in mente di fare, tipo cuocere il cibo nei bidoni arrugginiti e versarlo per terra, in cortile, per farlo raffreddare, per poi recuperarlo col badile.
Indipendentemente dalle materie prime, ben lontane dall’essere commestibili, raccontava di una sorta di cattiveria nella preparazione del cibo, un po’ come il coglione che, a militare, sputava nella pentola.
Per carità, abbiamo fior di avvelenatori anche in Italia: per essere onesti, il nostro vino al metanolo dell’86 ne ha seccati una trentina che, rapportati alla popolazione cinese, diventerebbero un migliaio di alcolizzati in meno, mentre il latte alla melamina ha ucciso solo quattro bambini, che però non se l’erano cercata.
A proposito di latte alla melamina, secondo alcuni nostri bravi giornalisti è contaminato da melanina, per cui, se si esagera, il bambino muore, ma abbronzatissimo, o da melatonina -giuro, l’ho sentito alla radio, in palestra- per cui il bambino sembra morto, in realtà dorme come un orso kodiak.
Regia, dammi la 1 sul mangiastupidi.

ciuchino
Marca “bravo” ai giornalisti.

Uhm… è successo un fatto preoccupante: sono riuscito a divagare nel corso di una divagata: quindi mando a cagare i cinesi e torno al discorso iniziale.

Però domani: adesso ho un San Pietro al cartoccio con patate, peperoni grigliati e curry a cui spaccare la faccia…

Dottordivago

P.S. Si ringrazia nuovamente Tuttoqua per l’icona mangiastupidi.

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Mi parte già la divagata sul titolo: ahh andiamo bene…
Sono al 99,99% settentrionale ma ho un bisnonno trovatello; sì che l’hanno trovato le suore dalle parti di Vercelli -ed alla fine dell’800 non è che le puerpere viaggiassero molto- ma c’è sempre la possibilità che un po’ di sangue meridionale scorra in queste vene.
Questo per spiegare le mie soventi scivolate su modi di dire non esattamente alessandrini e la mia predisposizione a parlare e comprendere i dialetti del sud.
Inoltre considero i terùn una sorta di sale dell’Italia e penso che, senza il loro apporto un po’ arabo ed un po’ levantino, saremmo degli svizzeri che non capiscono un cazzo di banche e di orologi a cucù.
Ciò nonostante, sia chiaro, non sono assolutamente meridionalista; sono invece un federalista convinto, conscio del fatto che, se ognuno potesse gestire i proprii soldi, andremmo meglio tutti, tranne i mafiosi, ed assolutamente certo che mandare soldi a pioggia è come regalare pesci a chi non ne ha, anzichè insegnargli a pescare (si ringrazia il sig. Confucio per l’idea).
E la prima divagata ce la siamo tolta dalle palle.

Per quale motivo sono ignorante?
Ok, ok, mi bastano i primi ottanta che mi avete suggerito, grazie.
Lasciatene dire qualcuno anche a me, eh?
Sull’ignoranza oggi faccio pari, visto che mi sono preso dell’ignorante da un amico, mentre il nuovo arrivo Unknown mi sostiene il contrario.
Ah, se definisco Unknown “nuovo arrivo” ho i miei motivi: si ostina a non voler rivelare in che modo fa la pipì, cioè se è maschio o femmina. Non che il rapporto con la pipì sia qualificante: io, personalmente, pur avendo l’attrezzatura da completino azzurro, a casa mia la faccio da seduto.
Un piccolo chiarimento: quando parlo di “attrezzatura” non intendo vantarmi, credetemi, non c’è niente da buttare via: trattasi di un normalissimo pisello pre adolescenziale, ma con l’erezione bisestile.
Mi aspettavo un coro di “ma dai, non buttarti giù così…” ed invece non si sente volare una mosca.
Grazie ancora, amici…
Ecco, mi è di nuovo andato per funghi il cervello: cosa dicevo?
Sì, dicevo che Unknown ha marcato un punto per il Dottordivago, mentre un altro mi ha dato dell’ignorante.
E solo perchè ho detto che al ristorante giapponese, se non mi danno il pane e le posate, me ne vado.
Quella delle bacchette per mangiare è una cosa che mi manda la merda al cervello, perlomeno me ne manda più del solito.
Avevo già avuto uno scambio di commenti con Paz a proposito dei jappi; lui sosteneva, provocatoriamente, ovvio, che sono superiori a noi.
Vi faccio un riassunto della risposta.

Caro Paz,
niente da ridire sulla genialità dei giovanotti dagli occhi a mandorla.
Devo invece farti un culo così sul fatto che siano meglio di noi.
Secondo me non lo pensi davvero ma, essendo dotato di giocoso animo brasileiro, tu la butti lì e guardi cosa succede.
Beh, te lo dico io cosa succede. Succede che il Dottordivago, noto paladino dell’Occidente, a sentire una cosa così si fa brutto brutto, cosa peraltro non facile perché titolare di un volto che pare dipinto dal Botticelli.
Stavi parlando degli orientali di Saturno, vero? No, perché quelli terrestri non li trovo tutto sto granchè, anche se non bisogna generalizzare in negativo.
Ma neanche generalizzare in positivo come fai tu.
Questa gente ha indubbiamente una volontà fuori dal normale, un po’ come mio cognato (da parte di sorella) che, pur non essendo il più furbo del mondo -non è neanche nei punti…-, possiede una voglia di lavorare che se ce l’avessi io sarei l’imperatore dell’emisfero boreale -vuoi mica che venga a romperti i coglioni in Brasile, no?-.
Questi signori hanno ottenuto tutto ciò che hanno al prezzo di inenarrabili fatiche: ti ricordo che in Giappone, nel dopoguerra, un paio di generazioni non hanno visto la luce del sole, tanto si rompevano la schiena lavorando.
Se non ci fosse stata la guerra, che gli ha dato, sì, una bella pettinata, ma ha portato denaro e mentalità del novecento, sarebbero ancora nel medio evo, quanto meno dal punto di vista sociale.
Ma a parte i fatti storici, mi cadono pure su tutto il resto.
Noi saremo più buzzurri, ma non viviamo un’esteriorità esasperata come la loro; ti rendi conto che per servirti un tè ci mettono più di noi a fare un bambino? E che prima di rivolgerti la parola ti danno il biglietto da visita, con due mani, naturalmente; e tu con due mani lo devi prendere, pena sembrare il più cafone del mondo.
E i bastoncini per mangiare? La nostra civiltà è passata dalle foglie di castagno alla Gazzetta dello Sport, per poi approdare alla carta igienica, al solo scopo di pulirsi il culo  e lo stesso processo evolutivo lo hanno avuto le posate per mangiare. Questi hanno bisogno di uno che faccia tutto a pezzetti, come noi ai malati d’Alzheimer, e se mangiano una zuppa la ciucciano dalla scodella e coi bastoncini si buttano in bocca la roba che resta sul fondo. Che spettacolo, eh?

Non vi propino tutto il resto, per l’argomento di oggi è sufficiente questo.

Continua.

Dottordivago

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