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Archive for maggio 2009

Paolo e Milla

Dove vanno i palloncini quando sfuggono dalle mani dei bambini?

Dovrei domandarlo al mio cervello, visto che va sempre a fargli compagnia.
In questo momento, ad esempio… vai a sapere come mi vengono in mente certe cose…
Mi metto qui per scrivere due righe, con l’intenzione di sostenere le ragioni di Brunetta vs poliziotti panzoni, poi mi blocco: c’è un mio lettore della prima ora, nonchè amico da sempre, che per mettere insieme il pranzo con la cena fa il poliziotto, e gli deve riuscire particolarmente bene -non so il lavoro, ma pranzo e cena vanno a gonfie vele…- infatti è in leggerissimo sovrappeso.
Uno che sapeva come parlare alla gente, a suo tempo disse:”Se la tua mano ti crea scandalo, tagliala”; non penso si riferisse alle pippe, sennò i produttori di protesi sarebbero più ricchi di Bill Gates e tutti noi avremmo la pensione di invalidità.
Ecco, prima che la mia mano batta sulla tastiera qualcosa che faccia apparire una piccola ruga di tristezza sul viso angelico di Ginko, io la taglio.
O quantomeno le faccio scrivere cagate su altri argomenti.

E partendo da un amico, me ne vengono in mente altri.
Amici mancati, purtroppo.

Naaa, non ho nessuna intenzione di farvi un ricco e succulento bocchino su amici morti, tranquilli; e tutto ciò anche se comincio ad avere un’età per cui, a breve, quando incontrerò un amico non mi domanderà “come va?” ma mi cancellerà il sorriso con un “Sai chi è morto spalando la neve?”.

E allora, ‘sti amici mancati chiamiamoli “amici fasulli” e non ci pensiamo più.

Vacanza di Pasqua a Cayo Largo, anni fa.

cayo-largo
Appena arrivati affitto una moto e vado a fare un giro con Bimbi fino all’unico micro-porticciolo dell’isola, in cerca di un boat-charter per la pesca; naturalmente, nel paradiso del comunismo caraibico, circondato dal mare, trovare una barca è come cercare gli impianti di risalita.
La cosa mi era già stata ventilata, ma lì ne ho la conferma: un cubano con una barca, dopo un giorno non è più un cubano, perlomeno non è più a Cuba ma a Miami, quindi le pochissime barche sono affidate a personaggi di provata fede socialista e graditi al regime; in più, per garantirsi la fedeltà dei nocchieri, l’affitto delle barche ha un costo stratosferico, così, anche se il governo si becca la fetta più grossa, resta un piccolo capitale per l’ammiraglio; per capirci, con il costo di un rottame per mezza giornata, si può trombare per un mese.

Oddio, un paio di uscite non mi cambierebbero lo stile di vita, ma ve l’ho già detto che sono una testa di cazzo?
In un posto dove l’aragosta al ristorante costa come un aperitivo da noi, una barca non può costare dieci volte tanto rispetto a Forte dei Marmi, quindi che se la tengano, ho anche l’attrezzatura per pescare da terra.

Mentre ci facciamo un birrozzo, vedo arrivare due coppie in moto: uno dei due maschietti ha le mie stesse intenzioni e siccome, a differenza di me, è fisionomista, ricorda di avermi visto sull’aereo ed all’arrivo in albergo, carico di canne da pesca, quindi si avvicina e mi domanda se so qualcosa a proposito di barche.
Prima di esporre quanto ho scoperto li invito ad accomodarsi al nostro tavolo: Paolo e Milla, seguiti da Marco e Paola, tutti da Milano; partiti due a due, si sono conosciuti in quanto vicini di posto in aereo.

Beh, quante volte vi è successo di conoscere una persona e di starci da dio dopo cinque minuti?
A me un sacco di volte, ma prevalentemente quando giravo il mondo da ubriaco, più recentemente mai.
Succede in quel momento, solo che io sono un tarro espansivo ed invadente, che attaccherebbe un bottone ad un orco: quello che mi stupisce è che a Bimbi succede la stessa cosa.
Oh, ‘sta vacanza promette bene…

Continua.

Dottordivago

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Dopo aver scoperto che Berlusconi possedeva il telecomando di Veltroni e che lo usava spesso per fargli fare tutto ciò che gli veniva in mente, a Franceschini hanno detto: “Fà quello che vuoi, basta che non ti fai trattare da pirla come quell’altro”; così l’uomo si è messo d’impegno a non fargliene passare una.

Voglio dire, a parlar male del Silvio è difficile sbagliarsi: ad azzeccarci ci sono le stesse probabilità di far centro come nel tirare una fucilata in un volo di storni, anzi, nel caso di Franceschini è stato come giocare alla roulette russa con un’automatica (se questa è troppo specialistica ditelo, che ve la spiego…).

È andato a toccargli i figli, nel Paese in cui i figli sono piezz’e core da piccoli e bamboccioni da grandi, comunque sia sono sempre un’istituzione e vengono tirati in ballo in ogni situazione.

Và, mi sa che ci scappa la divagata.
Una cretina col bimbo attraversa la strada senza guardare, tu inchiodi e quella non ti chiede scusa ma tenta di girarti la frittata dicendo “Ma insomma, c’è un bambino!…”; il bimbo l’ho visto, il problema è l’imbecille che lo porta a spasso.
Sulla stessa linea ci sono dei venditori che per risultare più affidabili buttano lì un “Guardi, sono un padre di famiglia…”, garanzia di cui poteva fregiarsi anche Stalin e la maggior parte dei gerarchi del Terzo Reich.

Sarà che non ho mai sopportato i bambini e figli non ne ho, ma ‘sta cosa mi infastidisce; succede spesso, chiacchierando con i clienti, che alla mia affermazione di non avere figli segua quasi sempre un momento di imbarazzo, che lascia spazio allo stupore o all’indignazione quando aggiungo “…e bene che sto”.
Una volta una signora ha accennato “…ma il primo istinto di un uomo è quello di volere dei figli…”; l’ho corretta dicendole che è il primo istinto di tutti gli animali, quindi anche dell’uomo, compresi i polipi del corallo che all’improvviso, senza che nessuno sappia come facciano a mettersi daccordo, rilasciano ognuno il necessario affinchè avvenga la riproduzione; eppure, anche un comportamento così poco responsabile -è un po’ come mettere sperma nelle confezioni di lavande vaginali- viene premiato con la nascita di miliardi di nuovi polipetti.
Inoltre, mi conosco bene, e so di non avere tutto ‘sto di più da trasmettere ad una nuova generazione, col rischio, anzi, di mandare in giro delle teste di cazzo come il loro padre.

Tornando a Franceschini, stavolta si è sorbito un po’ della sua medicina: ripeto, premesso che Berlusconi sarebbe da portare dal veterinario e farlo sopprimere, non puoi continuare a gridare allo scandalo se il Silvio fa “cu cù” alla Merkel, non puoi lanciare allarmi per il rischio dittatura se quello parla di rivedere la Costituzione -figlia di un preciso momento storico oggi dissolto-, non puoi invocare la moralità cavalcando l’uragano Noemi e farla sempre franca; sono tutte cose di cui, nel profondo, Franceschini se ne sbatte le balle, ma sono ottimi pretesti per colpire l’avversario politico.
Allo stesso modo, i figli di Berlusconi se ne fottono allegramente della sua uscita, ma ora fanno gli offesi e l’incauto esternatore deve invocare il fraintendimento, cosa nella quale il Silvio gli mangia in testa.

Attaccarsi alle cazzate è un’arma a doppio taglio, un po’ come i superpoteri per Superman: è comodo godersi super-vista e super-udito, ma col super-olfatto c’è il rischio che una quaglia possa essere peggio della kryptonite…

Invece di attaccarsi alle cazzate, Franceschini e soci dovrebbero provare seriamente a mandare in galera l’Uomo di Arcore, ma anche lì bisognerebbe essere coerenti: non puoi invocare la revoca del Lodo Alfano e spostare la Forleo e De Magistris se indagano su D’Alema o Prodi/Mastella.

Insomma, decidetevi, come ho detto stamattina dopo che un amico coetaneo, invidioso del fatto che sembro suo nipote, mi ha domandato “Quando ti decidi ad invecchiare?” e dopo cinque minuti che dicevo minchiate ha aggiunto “Quando ti decidi a crescere?”.

Un Peter Pan decerebrato e scurrile: ecco con chi state perdendo cinque minuti.

Dottordivago

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Nella vita ho fatto un sacco di cazzate.
Molte altre, per fortuna, me le sono risparmiate.

Ad esempio, non ho mai avuto esperienze omosessuali; sono di mente aperta e non ho nulla da obiettare se due maschi ci danno dentro come matti: mi basta che uno dei due non sia io.

Ostia, mi scappa di divagare.
Oddio, con un maschio proprio no, ma una volta ho fatto un giro nei paraggi…
Negli anni 80 ero spesso a Bangkok per lavoro ed una sera ho preso una scimmia micidiale con degli australiani ospiti nel mio albergo; sembravo la loro mascotte, visto che erano fatti con uno stampo che prevedeva due metri di altezza per 120/ 130 kg ed erano i componenti della nazionale di football australiano, uno sport semisconosciuto da noi ma abbastanza praticato down-under: non ricordo cosa lo distingua dal più celebrato rugby, di sicuro è praticato da delinquenti che considerano quest’ultimo uno sport da checche, a diferenza del loro, in cui più che la tecnica conta la fedina penale.
Eravamo in una discoteca pazzesca, con una pista come un campo da calcio al cui centro troneggiava un ring rialzato tre metri dove due disgraziati si facevano neri per pochi spiccioli a colpi di thai boxe; come al Madison Square Garden, tra un round e l’altro passava una signorina incantevole mostrando il classico cartello numerato; fatto il suo giro si posizionava fuori dal ring e si estraniava da quel mondo di sudore e sangue vicino a lei e da quel mare di sudore e alcol che stava sotto: noi.
Eravamo circondati da decine di zoccolelle del posto che ti ritrovavi sempre appiccicate -gli australiani, letteralmente, le calpestavano ballando…- e non mi sembrava vero che in tutto il locale ci fosse una che si guadagnasse da vivere facendo altro: un po’ per quel motivo, un po’ perchè era veramente una meraviglia, ho detto agli animali che erano con me che se mi avessero lanciato là sopra ne sarei sceso con la signorina in questione o avrei messo le basi per il seguito della serata.
Il ring era al livello di un primo piano, loro mi hanno lanciato almeno all’altezza del secondo, tant’è vero che mi sono materializzato al centro del quadrato, dieci secondi prima del gong; fingendomi incazzato con gli animali e con l’aria di “..E mò come si scende di quà?” mi fiondo nell’angolo con la signorina: penso “Ok, ho tre minuti di tempo” e parto all’attacco.

Non mi guarda in faccia e non risponde per tutti e tre i minuti.

Suona il gong e lei parte per il suo giretto.
Ma torna nello stesso angolo.
Domanda:”Devi per forza tornare in quest’angolo?”
“No”.
Ecco, così va meglio… “Allora non ti disturbo…”
“No, stay”.
Sì, va decisamente meglio.
Ha una voce più calda delle altre indigene, che parlano sempre un’ottava più alta del necessario: me la guardo per dieci minuti ed è sempre più bella.
Finisce l’incontro ed arrivano gli inservienti con una scala come quella dei becchini, scendiamo e ci diamo appuntamento per un’ora dopo: le toccano ancora un paio di incontri.
Tutto fila liscio, gli australiani mi fanno i complimenti a modo loro, cioè con delle pacche che mi mischiano le ossa: per fortuna la signorina non mi ha congedato con un bacio come io avrei voluto, sennò non sarei sopravvissuto all’entusiasmo dei miei amichetti.
Un’ora dopo li abbandono con la signorina al braccio.
Passiamo una seratona che, come tutti i salmi, finisce in gloria.

Palpo le prime tette rifatte della mia vita, ma non mi formalizzo.
Ecco… sulla patata, invece, avrei qualcosa da ridire.

Tranquilli, niente di preoccupante: l’aspetto è quello classico, è solo che sento una sensazione strana sul pisello…
Rifletto: voce calda, tette rifatte, adesso ‘sta sensazione…
Mmm… mi sa che sto ciulando una figa di plastica…
La guardo bene: è una bambolina con due fianchi a clessidra che nessun uomo potrà mai avere.
Mi concentro, non c’è che dire: la sento diversa; ma la mamma non mi ha dotato di fibre ottiche ed il mio pisello non ha mai imparato a leggere il Braille, quindi va bene così.

Poi, dopo, di sua iniziativa, mi racconta tutto: dice che è “nata male”.
Era una bella bambina, ma col pisellino.
Ha fatto quello che poteva per raggranellare i soldi per l’intervento, poi si è cercata un lavoro; il suo sogno è aprire un salone di bellezza e le manca poco, solo che con un lavoro normale, anche se ben pagato, ci vuole più tempo.
Non si tratta di grosse cifre e mi offro di aiutarla, ma non se ne parla neanche.
È un tesoro e ci sto bene insieme, ma parto due giorni dopo, per fortuna: l’anno successivo ho conosciuto Bimbi, e, con tutto il rispetto, non c’è paragone.
Bon, chiusa la divagata.

Altre cose mai fatte: mai avuto una tessera di partito e mai partecipato a qualsiasi cosa abbia a che fare con la politica.
Fino a domani.

Domani ho un invito per un aperitivo offerto dal Sindaco.
Sotto elezioni, se nessuno vi invita da qualche parte, preoccupatevi: a me è sempre successo; che poi non mi abbia mai visto nessuno è un’altra faccenda.
Questa volta è diverso: a parte che questo Sindaco io l’ho votato, a parte che il candidato Presidente della Provincia è il padre del mio testimone di nozze, ma il fatto è che ho piacere di conoscerlo, ‘sto Sindaco.
A suo tempo ho scritto alcuni post che per il nostro Primo Cittadino corrispondevano ad altrettante dita nel culo.
Mi ha querelato? No.
Mi ha minacciato? No.
Mi ha mandato un paio di persone che si sono informate sui fatti che segnalavo ed ha risolto i problemi.
Non a me personalmente, intendo al quartiere.
Io quest’uomo lo voglio vedere da vicino: avrà le branchie?
Così domani mi ritroverò in una situazione che non ho mai apprezzato ed in cui non mi sono mai venuto a trovare: robe di politica.

Farò volentieri due chiacchiere con l’extraterrestre, ma so già che per tutto il tempo mi ripeterò la domanda “Cosa ci faccio io qui?”
C’è sempre una prima volta.

Ehm… mi scapperebbe ancora di divagare…
Nel corso della mia dissoluta giovinezza mi è successo un mucchio di volte di svegliarmi in un posto e metterci dieci minuti per capire come ci ero finito, ma la vera prima volta, il mio primo, vero “Cosa ci faccio io qui?” è stato quando con mia madre, vera Bibbia del bon ton paesano, mi sono ritrovato a scegliere le bomboniere per il mio matrimonio.
No, dico: le bomboniere!…
C’era una commessa che per venti minuti mi ha mostrato “i nuovi arrivi”: l’unico settore in cui auspico nuovi arrivi è quello farmaceutico, non si sa mai; per tutto il resto, un paio di step indietro mi va benissimo, per i telefonini anche tre.
Mia madre non perdeva una virgola, io mi domandavo solo “Cosa ci faccio io qui?” finchè ho sentito nominare Marta Marzotto; mi sono risvegliato e ho dichiarato che già parlavamo di stronzate come le bomboniere, per cui meno tempo e denaro avessi buttato, meglio sarebbe stato; in più, propormele firmate, e firmate da Marta Marzotto, era il sistema migliore per non vedermi più.

Butto l’occhio in una vetrinetta e vedo la classica bomboniera tonda di Limoges, quella blu col bordo in oro, che ha il miglior pregio che una bomboniera può avere: quello di non farsi notare e di non passare mai di moda, tant’è che le fanno da 300 anni.
“Non so quante ne abbiamo, sa, non vanno più molto…”
“Lo prendo come una proposta di sconto, che accetto: se ne ha un centinaio le prendo tutte.”
“Per quelle non abbiamo la confezione pronta, gliela faccio preparare…”
“Una scatola bianca col nasto blu andrà benissimo, grazie”
“Bene, mentre preparo tutto, sempre che le interessi, vuole guardare gli abiti?”
Mentre ci spostiamo mia madre si sente in dovere di scusarsi dicendo “Abbia pazienza, è un po’ nervoso, sa, il matrimonio…”
La incenerisco con lo sguardo ma mi tappo la bocca.

Ci accomodiamo.
La prima cosa che vedo è un orrendo manichino con addosso uno Spencer, quella giacchetta corta con le spalle imbottite tipica dei boys d’hotel, solo che questo è di seta grigio perla.
“Ma’, mi ci vedi con un affare così?” dico ridendo.
Mammà concorda; sono un metro e settantacinque ed ho 113 di torace a riposo, praticamente una pentola a pressione: con lo Spencer sembrerei un televisore degli anni 50 con sopra l’immancabile centrino all’uncinetto…
Arriva trafelato il commesso: “Scusate se vi ho fatto aspettare: avete già visto qualcosa?”
Formulo la richiesta: un abito grigio da tenere come vestito della festa per gli anni a seguire, magari sostituendo camicia e cravatta con una polo.
“Ah… va bene… certo… Però, guardandola bene, io le avrei suggerito qualcosa del genere…”
Seguo il suo sguardo e realizzo che sta guardando lo Spencer.

Lo so, forse non se lo meritava, ma me ne sono andato con un “ma vai a cagare” delle grandi occasioni, un po’ ridendo ed un po’ incazzato, seguito da mia madre che si scusava per il mio caratteraccio prematrimoniale.

Da allora non mi è più capitato di pormi la domanda “Cosa ci faccio io qui?”.
Forse me la porrò domani, ma non credo: comincio a fidarmi di questo Sindaco.

Dottordivago.

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Scopro che l’amico Enrico Bo ha vinto 70 euri al superenalotto.
In un posto noto ad entrambi, due ingressi su due vie diverse, si sarebbe commentato laconicamente “I soliti culi…”, quindi rinverdisco la tradizione e mi allineo, aggiungendo che una parte di vincita equivalente al costo di una bottiglia viene congelata d’ufficio dal sottoscritto -e voglio vedere con che coraggio Enrico potrebbe rifiutare…- visto che il Pandaraduno sta diventando una realtà.

Poi il nostro nuovo ricco espone una sorta di timore di vincere il malloppone da 61 milioni: non preoccuparti, per un amico potrei esporre il mio petto agli strali di quel tipo di sfortuna.
Posso offrire solo il petto, perchè il culo, quello, è già partito.

Sono uno dei più clamorosi mancati vincitori della storia.

Lo so, tutti hanno una schedina vincente non giocata, molti non sono diventati miliardari per una dimenticanza o un errore di trascrizione o un ripensamento in extremis: è una storia con molte analogie a quella del motociclista che si è tolto il casco e gli si è aperta la testa, scena che tutti sostenevano di aver visto, molti anni fa.

In un vecchio post intitolato Io sono la Sfiga la prendevo larga, da un punto di vista esistenziale; questa volta vorrei esporvi quanto sono sfigato al gioco,  dove sfigato è un blando eufemismo.

Ho fatto gli ultimi tre anni di superiori a Casale Monferrato: treno alle 6,27 ed arrivo alle 7,10 a Casale, quindi bivacco fino alle 8 scarse al Bar Giardino.
Il nostro gruppo era costituito da cinque persone, tra cui “Il Sistemista”; costui tutti i giovedì ci beccava i soldi per un sistema infallibile, che per quasi tre anni non ha mai realizzato più di otto punti al Totocalcio.
A poche settimane dalla fine della quinta, un giovedì Spartacus strappa le catene: mostro i miei soldi e dichiaro che mi strafoco cinque o sei colazioni tutte in una volta, piuttosto che fulminarli ancora una volta in quell’impresa disperata.

È il caso che vi dica che hanno fatto tredici?
Una milionata a testa, una fortuna, nel 1979, quando la discoteca costava 3000 lire.

Ci ho rinunciato per un tot di anni, fino ad un altro giovedì.
Dal ’90 al ’93 avevo un negozio a Milano, dove passavo la settimana, per rientrare ad Alessandria per il week end; pranzo e cena in una trattoria pugliese il cui titolare, manco a dirlo Nicola, il giovedì pomeriggio riceveva mozzarelle, burrate, provole ed altre meraviglie da Trani, quindi io ed altri pendolari disertavamo il pranzo per ammazzarci a cena: per mangiare qualcosa andavamo al bar Salgari, dove ci facevamo due panini ed io comperavo una schedina del totocalcio precompilata.
Un giovedì controllo la vecchia schedina e vedo che il tredici becca 436 milioni di lire, grosso modo tre quarti di milione di euri attuali.
La prima c’è, la seconda c’è, la terza c’è; arrivo intorno alla decima partita e il cuore mi scappa dal petto: c’è.
L’undicesima? C’è.
Gli ultimi due pronostici vengono coperti da un urlo inumano: sbagliati.
Ora io dico: perdere così è come perdere dieci volte.
Porca di quella puttana, non potevano essere sbagliate le prime due?
Va beh, prendiamolo come un test per il cuore.

Poco tempo dopo il tipo della ricevitoria mi chiede se voglio una schedina con uno strano micro sistema: sette colonne.
La controllo il giovedì successivo: ho fatto 1 su due colonne e 0 sulle altre cinque; negli anni 50, quando la Sisal pagava anche lo zero, avrei preso dei soldi, negli anni novanta ho preso solo delle cariche infernali dagli amici.

Una volta ho vinto.
Ma in un modo che quasi mi giravano le balle.
Anno 2001, nell’Era del Superenalotto; entro in un bar per un caffè, vedo la ricevitoria e mi ricordo che non ho controllato la schedina: una merda il primo numero, poi ne azzecco quattro; i quattro prendono 1.100.000 lire, che ho già in tasca, i cinque beccano 180 milioni; l’ultimo numero sulla mia schedina è il 68: guardo il cartello scritto a mano e vedo che l’ultimo numero potrebbe essere un 65 con un 5 molto chiuso o un 68 con l’8 incompleto.
Lo so, non era una cifra che mi avrebbe cambiato la vita, però le pulsazioni erano a 200 comunque.
Domando:”Ehm… signora, quello è un 8 o un 5?”

Mi sembra superfluo dirvi com’è andata a finire: lo sapete già che sono fortunato in amore.

Dottordivago.

P.S. Preparatevi: a giorni un TG scoprirà che il montepremi del Superenalotto ha superato i 60 miloni; ci faranno un servizio e tutti si fionderanno in ricevitoria, quadruplicando le giocate.
Per adesso il livello delle giocate è ancora nella norma: chi vuoi che se li inculi, 60 milioni di euro?
Va beh la crisi, ma non siamo mica ancora tutti barboni, no?

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No, non rischiavo un blocco intestinale e no, non sono state le virtù lassative del kiwi a salvarmi la vita; semplicemente, grazie ad un neo-zelandese, ho evitato di spaccare il televisore, quindi un kiwi non mi ha salvato la vita, ma la serata sì.

Cosa dite, mi spiego meglio?
Dunque, ieri sera seguivo il TG1 durante la cena -ottima, bravo/grazie al cuoco…- ed in dieci minuti sono passato dalla voglia di cambiar canale alla voglia di spegnere, per poi arrivare vicinissimo a fare a pezzi l’apparecchio.

Mi scappa di divagare:
quando ero single –se lo facessi adesso Bimbi mi accecherebbe con i pollici– avevo spesso una reazione darwiniana che consisteva nello sputare sullo schermo, comportamento acquisito per adattamento all’ambiente Baletiano…
Oggi ho sempre più voglia di spaccare la tv, cosa che se da un lato avrebbe il suo perchè -vuoi mettere la soddisfa di farlo a pezzi anzichè spegnerlo? È la stessa cosa che tirare una serie di madonne anzichè ciucciarsi un dito dopo una martellata o sbattere giù malamente il telefono anzichè interrompere col pulsantino…- dall’altro lato comporterebbe la sostituzione, anti-economica e logisticamente difficoltosa: a casa mia il televisore ha a disposizione 60 cm in larghezza, corrispondenti a due dita di schermo in altezza, con i nuovi apparecchi XL.
E mi rifiuto di cambiare il mobile per farci stare il televisore, cribbio.
Ocio!
Tento l’impossibile: divagata nella divagata.
È mai credibile che l’unico possessore di tv panoramico che conosco, e che lo usa in modo corretto, sia il mio amico Yul?
Tutti, dico tutti i televisori “al metro” che vedo a casa d’altri sono rigorosamente starati: il 90% dei programmi vengono realizzati ancora in 4/3 e se tu li guardi in 16/9 vedi le veline che sembrano Patty e Selma, le sorelle di Marge Simpson; l’ho già detto in un’altra occasione ma ripeto che davanti a questi televisori ci si abitua a vedere la realtà dilatata in larghezza, si diventa assuefatti ad un mondo di esseri deformi: secoli dopo aver superato l’idea di terra piatta siamo approdati alla terra chiatta, così ci si ritrova con dei figli grassi come labrador e non lo si nota finchè non passano più dalla porta, come a volte succede alle cernie tropicali.
No, ragazzi, seriamente: non posso divagare anche sulle cernie tropicali, sarà per un’altra occasione…
Chiuse le divagate; sono o non sono uno dei più grandi cagatori fuori dal seminato del pianeta?

Ora, cosa cazzo stavo dicendo?
Parlavo del TG1, che ha iniziato con Berlusconi “chez Confindustria” contro i giudici che vorrebbero processare le scarpedalampo come lui, ‘sti matti…; poi si è accorto che a quell’ora non aveva ancora fatto neanche una figura di merda, così ha dichiarato che la Marcegaglia sembrava una velina, cosa che la diretta interessata ha gradito come una fitta intercostale.

Poi La Russa, il quale ha non dichiarato ma declamato che in occasione dei festeggiamenti per il 2 giugno verrà risparmiato un milione di euro da devolvere all’Abruzzo: è straordinario come per molti politici la palese presenza di merda nel cervello non ne ostacoli apparentemente le funzionalità, caso clinico che ricorda un po’ l’altro di quei popoli che, inspiegabilmente, vivono fino a ottantanni col colesterolo a 800… Lasciamo stare quanto ci costa quella cazzo di festa della repubblica, ma Ignazio “Che Strazio” La Russa non pensa a quanto avremmo recuperato per i terremotati se di feste non ne avessero proprio fatte?
A parte i soldi bruciati per affossare il referendum, eh?
O per stipendiare quei due milioni di dipendentici pubblici inutili.
O le missioni di pace.
O i baciamenti di culo a Gheddafi.
O i soldi pubblici a cinema, teatro e giornali.
O la smetto perchè se continuo mi schioppa una vena in testa…

E poi qualche storia di ordinaria idiozia, come l’inviata all’Aquila che, a chilometri da qualsiasi cosa possa cadere, parla col caschetto da cantiere in testa, invece di metterselo in faccia per coprire doppio mento ed occhi da ipertiroidea; o come quel vero colpo di genio del servizio sul  caldo, o la prima donna italiana che diventerà astronauta alla quale domandano se è difficile diventare astronauti senza raccomandazioni, domanda che fa il paio con la più famosa “Oste, com’è il vino?”.
Insistono con: “Il fatto di essere la prima astronauta italiana è per lei motivo di vanto?” alchè lei assume un aspetto da Figlia di Maria e risponde di non sentirsi diversa da una casalinga: “casalinga” passa, se diceva precaria il televisore era spacciato. (Sì, lo riconosco, qualche congiuntivo e condizionale qua e là sarebbe stato più corretto, ma meno diretto…)

Insomma, il più dignitoso è stato il rom panciuto a cui hanno demolito la villa abusiva di 300 mq che minacciava di tagliarsi la gola…

Per fortuna, quando tutto sembrava irrimediabilmente perduto, una notizia è arrivata come i nostri in Ombre Rosse: e mi è tornato il sorriso.
Un neo-zelandese “between the road” (in mezzo a una strada, ndt) ha chiesto un finanziamento di 10.000 dollari locali, poco meno di 5000 euro.
Probabilmente alla canna del gas, teneva d’occhio il proprio saldo in attesa dell’accredito dei 10.000 dobloni, puntualmente arrivati.
E che cazzo, paese di discendenza e tradizione anglosassone… se dicono che te li danno, te li danno.
Solo che qualcuno ha commesso un errore (sempre che non scoprano  l’esistenza di un collaboratore): gli hanno accreditato tre zeri in più, 10 milioni di dollari NZ, circa 5 milioni di euro.
Questo -il mio nuovo idolo- non ha fatto una piega: l’uomo che vorrei essere io da grande li ha imbertati e non l’ha più visto nessuno.
Alla faccia di quello che ha trovato una cifra da capogiro in titoli al portatore -che di sicuro non sono di un poveraccio nè di un galantuomo- e li ha riconsegnati.
Pirla.

Speriamo che non lo becchino mai: amo le storie a lieto fine.

Dottordivago

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Per un paio di giorni girerò con il pannolone da incontinente, causa mancanza di tempo per prendermi il pisello in mano.

Ma torno quasi subito…

Dottordivago

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Se ogni tanto vi racconto le sfighe che mi capitano non è perchè sono particolarmente rognato, semplicemente le sfighe sono più divertenti da leggere, a volte pure da raccontare, salvo nei casi in cui si inizia con “Mi hanno dato tre mesi di vita…”; ecco, in un caso così vorrei avere la forza di continuare “…che culo, pensavo meno”; allora sì, che potrete considerarmi un tipo speciale.
Per il momento continuate pure a considerarmi un pirla qualunque: preferisco il semi-anonimato, se abbinato ad una salute di ferro.

Seguendo lo stesso ragionamento, è più divertente parlare male dei politici e delle istituzioni che tesserne le lodi: nel primo caso, spesso anche dicendo delle cazzate, si viene considerati dei mezzi Robin Hood, nel secondo caso, bene che vada, si passa per leccaculo.

Per questa occasione, vorrei parafrasare l’immortale opera di Andrea Vantini “Meno male che Silvio c’è”, mirabile esempio di quanto si possa cadere in basso col baciamento di culi, e trasformarla in “Meno male che Fabbio c’è”, sviolinata meno grave della precedente perchè suonata a livello locale e non nazionale, ed anche per il fatto che se la versione originale fosse stata dedicata veramente a lui, il nostro Sindaco, ne sono certo, ne avrebbe colto il lato ridicolo ed avrebbe fatto il possibile per farla sparire.

Sto menando il can per L’Aja, come diceva un amico olandese che arrivava al punto in un attimo, senza perdere tempo, ma abitava all’Aja ed aveva un cane da “scendere e pisciare”…
Visto? Stento un po’ a partire, non è facile parlare bene di un politico: mi sentivo  più a mio agio nello scrivere su piccole pirlate dell’amministrazione comunale, ora sono un po’ spiazzato.

Basta preamboli, arriviamo al punto.

Cos’ha fatto quest’uomo?

Fabbio
Non ha ridato la vista ai ciechi, non ha creato milioni di posti di lavoro e non si è tuffato nel fiume in piena per salvare un bambino: niente di tutto questo.
Ha fatto il Sindaco.
È venuto a conoscenza di una belinata che gli ho segnalato in La Striscia di Gallia non più tardi di venerdì scorso, cosa di cui, realisticamente, non poteva essere al corrente, e a distanza di una settimana l’ha risolta.

‘Azz… che figata, diranno i più sgamati e scettici di voi: allora facciamo un monumento al macellaio che taglia le bistecche ed al benzinaio che ti fa il pieno.
Amici miei, non è per niente scontato trovare chi, nel campo della Pubblica Amministrazione, svolga effettivamente il lavoro per cui è pagato; con la passata amministrazione non ho trovato uno che mi ricevesse, non parliamo di uno che mi ascoltasse.
Quando in città è partita la raccolta differenziata porta a porta, il mio condominio è rimasto forse l’unico in città ad avere i cassonetti sulla strada, visto che il cortile condominiale è rialzato rispetto alla strada ed accessibile solo attraverso una scala.
Questa situazione ha fatto sì che i nostri cassonetti diventassero la sede distaccata della periferia di Napoli, con i cassonetti pieni di qualsiasi schifezza, per niente differenziata, mezzora dopo lo svuotamento; la ragione di ciò è che siamo un popolo di merda, in primis, e poi perchè buona parte dei genitori che scaricavano i figli davanti alla vicina scuola approfittava della comodità dei superstiti cassonetti lato strada per buttare la rumenta della sera prima: i più educati scaricavano il pargolo che depositava -rigorosamente a casaccio- il sacchetto prima di entrare a scuola; i peggiori, quando la misura era colma e la schifezza creava una specie di barricata, lanciavano il sacchetto dal finestrino.

Sono andato quattro o cinque volte in municipio per sollecitare, non dico un controllo, ma almeno l’installazione di una telecamera, nella speranza che -fai un culo oggi, fanne uno domani- ‘sti mangiamerda si dessero una regolata: non sono mai stato ricevuto da nessuno, men che meno da Mara Scagni, l’ex sindaco, nome che in Alessandria equivale a quello di Pol Pot in Cambogia.
Avrò anche telefonato una dozzina di volte, ma trovare qualcuno al suo posto era come telefonare al Cremlino e farsi passare Bush.
Ci ho rinunciato ed ho continuato, perchè sono un pirla, a dividere i miei rifiuti ed a depositarli in mezzo a quel letamaio.

All’attuale Sindaco Fabbio ho segnalato via email i fatti di quella che ormai per tutti è la Striscia di Gallia, venerdì scorso; la cosa sarà arrivata a sua conoscenza lunedì e mercoledì sono stato contattato dai due gentilissimi funzionari che già  precedentemente avevano risolto un problema da me evidenziato e che volevano chiarimenti in merito.
Beh, stamattina ci siamo rivisti ed ho avuto la conferma che tutto era stato sistemato.
Che faccio, ci credo o no?
Mi reco nell’ufficio preposto ai permessi di parcheggio per i residenti e me ne esco col mio tagliandino che ho appiccicato al parabrezza con l’attenzione e la cura che un artificiere dedica solitamente ad una spoletta; sono arrivato a casa ed ho parcheggiato vicino all’ingresso posteriore del palazzo.
Se devo essere sincero, questa volta non dovevo scaricare niente, quindi avrei potuto parcheggiare in un altro posto, cercandolo dieci minuti, ma per questa volta ho sentito di meritarmelo: sono sceso dall’auto facendo la ruota come un pavone.
Nessuno mi guardava, ma per un momento mi sono sentito come quei coglioni “in lista” che, all’ingresso della discoteca, passano tronfi davanti all’umanità dolente in coda.

Sindaco Fabbio… posso chiamarti Pier?
No?
Okay, giusto, non esageriamo…

Dicevo: caro Sindaco, lei mi ha regalato un momento bellissimo, ma soprattutto avrò modo di apprezzare la cosa, insieme con i miei condòmini, quando dovrò scaricare la spesa, e potrò farlo, come sarebbe stato giusto da subito, senza mettere il gratta e parcheggia da mezzora.
Forse l’incanto durerà poco, forse quando tutti avranno il permesso sarà più difficile trovare posto, forse qualcuno, come ho fatto io oggi, se ne approfitterà; ma Lei ed i suoi collaboratori non ne sarete responsabili.

E, soprattutto, io non le romperò più i coglioni, promesso.
Fino alla prossima rogna…

Dottordivago.

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