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La Casa 3

D’altronde si sa: una casa va studiata bene e ben realizzata, poi la si demolisce e si fa quella giusta.
Solo che io sono abbastanza del mestiere e pensavo di avere vita più facile, invece qualche cagata l’ho fatta pure io. Certo, ho il vantaggio di far lavorare  persone fidate, tutta gente con cui collaboro normalmente e che so non essere degli incapaci. Però c’è un rischio: fidandomi delle persone, non sono stato loro addosso come avrei fatto con uno sconosciuto e qualche minchiata c’è scappata.

Poi c’ho messo del mio: ho scoperto di essere un arredatore del cazzo, anzi, no, sono il fratello scemo di un arredatore del cazzo.
Io sono un ottimizzatore.

«Vuoi tu, in questi 40 mq, far atterrare un 747 e ricavare un’area VIP?»
«Lo voglio»

E io ti sbrigo la pratica.
Non ci ho mai giocato ma credo che a Tetris sarei il campione del mondo.
Purtroppo so solo far quadrare al cm i mobili con le stanze, invento anche qualche soluzione niente male ma deve essere un qualcosa che nasce da una necessità. So solo risolvere problemi, non so creare.
C’è gente che con una sedia sfondata, un attaccapanni e un foulard, piuttosto che un cerchione di bicicletta, riesce a creare zone, spazi, scorci di una bellezza da strappare i sentimenti.
Mi scappa di divagare.

E non parliamo dei colori.
Conscio della mia incapacità di abbinarli, ho vissuto 22 anni in una casa con i muri bianchi, anni in cui i miei amici si sbizzarrivano nelle loro case con degli accostamenti albicocca-vinaccia che gli invidiavo come una fidanzata di vent’anni, ripromettendomi di fare altrettanto a casa mia.
Poi, di fronte a Ciuseppe (sarebbe Giuseppe ma lui proprio non riusciva a dirlo) l’imbianchino, mi mancava il coraggio e sentenziavo “bianco”, anche perchè ero conscio di un tremendo rischio: quello di mettersi a discutere con Ciuseppe.
Ciuseppe era siciliano e faceva il bidello “for bread and butter”, come dicono gli Inglesi, per campare con la famiglia, insomma; per tutto il resto, o c’è Master Card o c’è un bel secondo lavoro.
Era un bravissimo imbianchino, preciso all’esasperazione: tutte le volte dovevo litigare perchè avrebbe voluto togliere i chiodi che reggevano i quadri per non sporcarli e rimetterli a lavoro finito.
«Giuseppe… ma sei scemo?»
«No, Callo –mai riuscito a infilare una “erre” nel mio nome- iè che il chiodo d’oro (ottone…) iè bbello lucido…»
«Iè bbello pure bianco, fidati, e ricordati che per ogni chiodo che togli, ti tolgo un dente, ok?»
Quella era l’unica discussione che mi concedevo, poi scappavo.
Ciuseppe era un gran brav’uomo, educatissimo, persino eccessivo; ma era senza dubbio la persona dall’eloquio più lento del mondo: sotto quell’aspetto era INSOPPORTABILE.
Esempio: sul soffitto c’era una crepina impercettibile.
Per dire: «Quella crepina sul soffitto non mi piace, meglio stuccarla», il risultato era qualcosa del genere:
«Callo…-e mi guardava scuotendo la testa come se avesse letto un mio esame istologico- Callo… quella crepa…-espressione prolungata di disgusto- la vogliamo mica lasciare lì? –e per qualche secondo manteneva un’espressione inorridita- Lì si deve catteggiare –la “erre” di carteggiare faceva la stessa fine di quella di Callo- e dacci (darci) una rasatina –con una insistente espressione di “so ben io come fare”…- poi ci passo ancora la 200…» La cosa poteva continuare ancora per dieci minuti buoni di vera pantomima, i tempi e la durata delle fasi mute ma recitate con lo sguardo erano quelle da teatro Kabuki, interminabili, quindi io non mi ci mettevo proprio: «Giuseppe, tu in questa casa ci devi stare due giorni, non un minuto di più, vedi tu…»

Ogni tanto lo mandavo da qualche mio cliente che mi chiedeva se avevo sotto mano un bravo imbianchino, ovviamente spiegando loro il grosso problema di comunicazione, oltre alla Regola Ferrea.
La “Regola Ferrea” consisteva nel non domandare mai il cognome a Ciuseppe.
«Ha fatto un ottimo lavoro, signor Giuseppe, mi segno il suo numero per la prossima volta. Dunque… Giuseppe…?»
«Ciuseppe…»
«Sì, Giuseppe… come? Se mi dice il cognome…»
«Ciuseppe… l’imbianchino»
E non c’era verso, alzava un muro di gomma e non lo diceva a nessuno.
Io l’ho scoperto quando suo figlio diciottenne si è fatto “l’impresa” e mi ha dato qualche biglietto da visita.
E lì il terribile segreto di Ciuseppe è venuto a galla: si chiamava Figuccia.
C’è di peggio, no? Ma Ciuseppe non se ne faceva una ragione, anzi, sragionava proprio, sennò per quale motivo avrebbe mai chiamato la figlia “Rosa”?…

Ciuseppe se n’è andato prematuramente, fresco pensionato, a neppure sessant’anni. L’ho saputo tempo dopo, quindi non sono andato al funerale e non so dove sia sepolto, mi auguro solo che la famiglia, sulla lapide, abbia avuto la delicatezza di mettere solo “Giuseppe”.
Non abbiamo bisogno di un altro fottuto zombie, in giro…

Tornando alle mie incapacità nel settore arredamento, abbiamo un altro problema: Bimbi si fida un po’ troppo di me, si limita ad intervenire rarissimamente e su questioni marginali, così mi manca il contraddittorio e se studio una cagata, me la ritrovo.

Ma lei non se ne cura, Bimbi sì, che va bene, chi sta meglio di lei?
Da vent’anni voleva andare ad abitare in quel posto e ne è felicissima, infatti non mi sta neppure tanto addosso con i lavori da finire. 
A me, invece, il posto non mi fa impazzire ma volevo assolutamente scappare da Alessandria, diventata la più fetente, puzzolente e maltenuta città del nord Italia, per il secondo anno consecutivo capitale italiana del PM10.
Quindi, via dalla mia città, abbandonare la nave. 
Però a me sarebbe piaciuto stare in un paesello con un negozio e un bar, dove farsi amici quattro villici, non in un dormitorio in cui vedi qualcuno solo nei tre mesi di apertura della piscina e in cui, nei rimanenti nove, se vuoi vedere un’anima viva, devi andare a suonare dei campanelli, come quelli della Folletto.

Comunque questa storia ha avuto anche un risvolto positivo: mi ha riavvicinato alla realtà e all’innegabile follia o stupidità di questi tempi.
Non avendo figli, non conosco mode, personaggi e miti dell’epoca ma mi consolo ignorando preoccupazioni e incazzature.
Allo stesso modo, non cambiando arredamento per 22 anni, ignoravo completamente le nuove “tendenze-casa”, che tanto peso hanno nel Made in Italy, cosa che mi fa pensare che appena lo scemo del villaggio dice che “il Re è nudo” e che si tratta solo di immani cagate, il nostro fiore all’occhiello lo potremo mettere sulla tomba di una pretesa creatività e innovazione che al 99% è stupidità in 3D e a qualche designer o mobiliere hi tech toccherà trovarsi un lavoro vero.
Continua

Dottordivago

La Casa 2

Facciamo finta che ci siamo sentiti ieri, eh? Sennò mi tocca riattaccare col solito bocchino della mancanza di tempo ecc ecc.

Solo che da ieri a oggi -quando si dice la volubilità di quest’uomo…- ho cambiato idea e non ho più voglia di parlare di sfiga.
Sì, lo so, lo dico sempre; la sfiga –RACCONTATA- fa più ridere e attira più simpatie che non i successi, che invece attirano invidie.
Però è anche vero che ad averci troppo a che fare, con certe cose tipo la sfiga, prima o poi ti si attaccano addosso, come l’ineliminabile grasso sotto le unghie del meccanico o l’odore di smog sui vestiti e nei capelli dopo quattro passi nella ridente città di merda in cui, per fortuna, vivo sempre meno.
E qui parte la svolta: un merito della Casa.

21012

150 “unità abitative” a mezza collina, aria pulita e silenzio di tomba, infatti ho ricominciato a dormire senza tappi dopo 35 anni.
Ho persino portato a casa una macchinata di attrezzi da giardinaggio.
Che ho messo in cantina.
Poi ho chiamato il giardiniere che si occupa del verde condominiale e Bimbi ha iniziato a dirgli cosa voleva fare, così il giardino, che sembrava il Borneo, è a posto.
Chi l’ha detto che il giardino finisce per diventare una schiavitù?
C’è voluto un attimo…

E mò i problemi.
Il più grosso, per me che ho vissuto 22 anni all’ottavo piano, con Alessandria sotto i piedi, il castello di Pavone a nord-est e il Monviso ad ovest, è il senso claustrofobico del pianoterra –in minima parte- mentre il vero, grosso e nodoso dito nel culo è che la mia casa abbia il rapporto aeroilluminante di una grotta.

Pianoterra e primo piano sono divisi in due appartamenti, quindi una parete confina col vicino; sì che per lui è una casa di vacanza e non c’è mai ma ho il sospetto che se aprissi una finestra sul suo soggiorno, potrebbe anche risentirsi un attimo.
Poi due lati finestrati, a Dio piacendo.
Il quarto lato è quello dell’ingresso. Si accede da un corridoio molto luminoso ma, quando chiudi la porta, il “molto luminoso” resta fuori.
Ok, si risolve: prima di comperare la casa, prima ancora di parlare seriamente di prezzo, interpello l’amministratore e il vicino, chiedendo il permesso di realizzare una porta con sopraluce vetrato, qualcosa del genere

21013 Ovviamente era solo per ottenere il permesso di dare un tot di martellate; poi, da bravo italiano, avrei fatto un finestrone largo quanto la stanza e alto fino al soffitto, tanto l’unico che avrebbe visto l’opera sarebbe stato il famoso vicino che non c’è mai e che, quando c’è, ha una spettacolare capacità di farsi i cazzi suoi.

Gente brillante, permesso concesso in un amen.

A quel punto si incomincia a parlare seriamente di acquisto, si tira, si molla, si compra.

E si entra col muratore:
«Iulian, fammi un bel buco sopra la porta, voglio vedere se c’è un trave e dove arriva…»
Alla prima martellata si sprigiona una scintilla che sembra un treno quando il macchinista “dà la rapida”.

«Minchia! Cazzo è fatto, di ferro, ‘sto muro di merda?»
No, è solo un unico, monolitico e possente  trave di cemento armato, che comincia sopra la porta e finisce al soffitto. Intoccabile.
Oddio, si potrebbe eliminare e sostituire con una putrella, che comunque si mangerebbe metà dell’altezza, con costi sproporzionati al risultato.
Un po’ come sollevare tre metri da terra la piramide di Cheope per creare una zona d’ombra al di sotto: sì che in quel posto ce ne sarebbe bisogno, però…

E quindi?
Quindi un bel ribassamento perimetrale con una fila di neon che non si vedono, costano e consumano poco e illuminano a luce radente il soffitto.
Praticamente

il sole nella tua casa

come direbbe una pubblicità di merda.
Ho detto “luce radente”?
L’ho detto.
Alla prima accensione, a lavori quasi finiti, cucina nuova montata ecc ecc, quel tipo di luce rivela che il soffitto è una specie di superficie lunare, cosa invisibile con le lampadine da cantiere che pendevano.

«Iulian, porcod… porcam…fammi il piacere: copri tutto e rasami ‘sto cazzo di soffitto, prima che faccia finta di dimenticarmi il gas aperto, almeno domani troviamo un cratere e rifaccio tutto come cazzo dico io…»
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Dottordivago

La Casa

Cosa vi ho sempre detto?

Sono ateo.
Le uniche entità metafisiche in cui credo sono Il Culo e La Sfiga.

Ci credo fermamente: c’è chi nasce fortunato e chi sfigato, su questo non ci piove.Non credo, invece, nei gatti neri, negli iettatori, nel malocchio e in chi lo manda. La sfiga? La iella? La superstizione? Roba da sottosviluppati.
Dico che non è vero e, a differenza di Peppino De Filippo, non ci credo.
Però…
Però, quando smetti di essere una persona mediamente fortunata ed inizia una litania di sfighe, principalmente piccole ma con qualcuna più tosta, “per dare un po’ di sprint al piatto” come dice Igles Corelli, inizi a pensare a cosa può essere successo, da quando ti succede, analizzi la malattia cercando il Paziente Zero, ripercorri la strada in cerca del bivio in corrispondenza del quale hai girato di qua invece che di là, analizzi e rimpiangi:
«Ma porca puttana, stavo tanto bene… Ma solo ancora fino… fino a…”…

Fino a quando ho messo piede nella Casa.

12121

Andiamo per ordine.
Anzi, no, andiamo alla cazzo, che mi viene meglio.
Un paio di sere fa ho intravisto un filmetto, quanto basta per capirne la trama, anche se “trama” è una parola grossa: la ragazza più fortunata di New York viene in contatto con il ragazzo più sfigato, non ricordo se si scontrano o se si baciano, fatto sta che culo e sfiga si invertono.
A me deve essere successo qualcosa del genere.

A settembre dell’anno scorso vedo un cartello “vendesi” proprio nel posto che da sempre piace a Bimbi. A me fa un filino cagare, sembra un villaggio vacanze a sette km dalla città: una strada ad anello, costellata di piccole palazzine con ampio giardino, con al centro dell’anello campi da tennis e piscina.
Detta così non sembra male –e non lo è- però se togli il periodo della piscina in cui ci scappa qualche serata o qualche aperitivo, per il resto dell’anno è un dormitorio in cui ognuno si fa i cazzi suoi, tranne qualcun altro che si fa quelli di tutti. Ma questo non ci riguarda.

Ho sempre resistito alle pressioni di Bimbi ma ero arrivato al punto in cui non sopportavo più la mia città: sporca, puzzolente, maltenuta, maleducata, popolata da noiosi e antipatici.
Considerando che la mia esposizione di serramenti è all’entrata della città, proprio dalla parte giusta, arrivando dalla Casa, ho ceduto all’idea di non dover neppure passare il ponte e creare, psicologicamente, un’incolmabile distanza con la mia ex città, il suo lerciume e il suo degrado.

Fossi inciampato, mentre andavo verso quel cartello “vendesi”; fossi caduto e mi fossi rotto una gamba. E cadendo mi si fosse piantato nel culo un ombrellino da bibita che-tiralo-fuori-se-sei-capace. Fosse uscito il Mastino dei Baskerville da dietro la siepe e mi si fosse attaccato alla faccia come gli embrioni di Alien.
Fosse arrivata quella compatta, palpabile nuvola di zanzare che ho conosciuto in seguito e mi avessero succhiato, col sangue, ogni energia vitale e mi avessero ritrovato mummificato, secco come una carruba.

QUELLA, è stata la prima sfiga, la più grossa: arrivare in scioltezza al cartello con le mie gambe e segnare il numero di telefono.

Adesso lo so, ho capito: da allora, nulla è più stato come prima.

Lo so, è una casa, non ha colpe, non porta sfiga.
Però, combinazione, da quel momento tutto è cambiato o, forse, sono cambiato io e quando credo di esprimere concetti sensati e frasi di senso compiuto, in realtà sto dicendo “strizza la velopendula, sansusì!”.
Se parliamo di lavoro, il periodo settembre/ottobre, solitamente una vera vendemmia di ordini, è stato un susseguirsi di giornate vuote, roba che se attraverso la porta del negozio non ci fossi passato io quattro volte al giorno, potevano crescerci erbacce e ragnatele da incubo, tipo “giungla fatàl” dei romanzi ottocenteschi. Poi una serie di circostanze e ripensamenti per cui sono riuscito a perdere lavori già presi, con l’anticipo in tasca, ovviamente restituito in quanto gran signore e galantuomo. E non sto scherzando.

E infatti, tirando le somme in questi giorni, da settembre 2013 ad oggi, 15 mesi, ho fatturato la metà esatta degli otto mesi (gennaio/agosto 2013) precedenti.
Volendo girare il coltello nella piaga, potrei specificare che si tratta della metà su base annua ma di un quarto su base mensile.
Ok, il lavoro è calato un po’ per tutti ma io ho avuto proprio la sensazione che a me sfuggisse, che qualcosa lo scacciasse. Eppure io sono sempre io, il Piero Angela del serramento, quello che i clienti vanno a trovare portandogli confetture e delicatessen, quello a cui uno degli ultimi clienti, roba del mese scorso, un alessandrino con una casa da sistemare a Savona, ha detto: «Anche non considerando le spese di trasferta, non è il più economico ma è sicuramente il più simpatico»

«Va be’ -verrebbe da dire- metà lavoro, doppio tempo libero»
Una bella merda.
Tutto si è ingarbugliato, nessuno capisce ciò che dico o che scrivo, passo le giornate a tamponare cazzate fatte da muratori, magazzinieri, autisti, fornitori in genere. È semplicemente pazzesco.
Esempio che non c’entra un cazzo: ieri ordino due cartoni da sei di Dolcetto di Ovada per fare un paio di regali, questa mattina mi consegnano un cartone da dodici. E non è che mi sono spiegato male, sul ddt erano segnati “2×6 Dolcetto”.

Visto l’andazzo del lavoro, da sei mesi ho preso contatto con una ditta polacca che produce finestre più economiche delle mie. Non sono neanche parenti con le mie, che rappresentano la BMW o la Mercedes, ma sono un’onesta Golf, non la merda che arriva dall’Est ultimamente, che sta impestando il mercato italiano a prezzi ridicoli e che sarà da sostituire tra pochi, pochissimi anni: una durata più da cellulare che da finestra.
Lavorano bene ma le consegne sono un’angoscia, quando deve arrivare il camion sto tre giorni che non mi si può parlare.
Mandano in giro autisti polacchi che parlano solo polacco, i contatti li tengo con la Polonia, da dove parte la triangolazione che arriva all’autista.
La consegna di oggi è stata l’apoteosi: mercoledì mi comunicano che il camion arriverà giovedì mattina; giovedì alle 11 mi dicono che arriverà nel pomeriggio; prima di sera mi dicono che arriverà venerdì mattina (oggi); questa mattina alle 11.45 mi dicono che sarà qui in mezzora.

«Aaalt! Io lo sto aspettando da due giorni, senza alcuna certezza. Adesso aspetta due ore lui, io vado a casa a pranzare!»
Torno alle 14: non c’è.
Per fortuna avevo pubblicato su FB la seguente cosa:
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Capita che un amico lo legga e mi mandi un messaggio: «Guarda che c’è un camion polacco carico di finestre parcheggiato davanti al Self»
Siccome l’autista non è mai lo stesso, oltre a indirizzo e mille riferimenti ho mandato questo:
percorso camion
”Percorso rosso, buono; tratto giallo, no buono.” A prova di stupido.
E quello era fermo 500 metri più in là.
Vado a recuperare il cretino come si fa con i nonni rincoglioniti che si perdono. Cosa intendesse fare là, resta un mistero, non capisco il polacco.
Continua

Dottordivago

Divaghenza

Non è uno stato dell’anima, è la divagata in partenza.

Parto obbligatoriamente con una divagata, prima di tornare sull’argomento casa/sfiga/periododimmerda.
Come potrei esimermi dopo aver visto una cosa del genere:

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Non so quanti di voi vanno in bici ma ditemi se questi pantaloncini, con le toppe e cuscinetti di quel colore, non sembrano un capo sadomaso indossato dal Campione del Mondo di Emorroide Assassina, l’unica forma mortale conosciuta della fastidiosa patologia.
E và che morire di emorroidi deve essere una brutta morte, eh?…

Ora… sarà uno scherzo, no?
Piuttosto, oh tu, coglione che disegni e produci questa sciccheria, inverti i colori, almeno chi la indossa possa sembrare uno nudo con un pezzo di camera d’aria dove serve, impatto visivo decisamente più dignitoso.

Ma non è mica un caso unico, eh…
Franco, un amico che a vent’anni già soffriva di emorroidi e a ventuno è stato operato, con l’asportazione, a detta del chirurgo, di

due grossi mandarini

dal buco del culo, una volta mi raccontava che, prima dell’intervento, aveva provato ogni pomata possibile ed immaginabile. Tra le tante, ne aveva provata una che rappresentava una vera genialata ma non nel senso che fosse un toccasana: semplicemente, era marrone.
Franco era alla disperazione, quindi ha provato pure quella e l’effetto era mostruosamente tragicomico: qualsiasi mutanda fresca di bucato, dopo due minuti addosso a lui, sembrava che fosse stata usata –MALE- per anni…
Nel periodo di prova del prodotto, per qualche giorno, usciva di casa con estrema cautela e attenzione: «Pensa se per un motivo qualsiasi mi sentissi male e mi portassero al Pronto Soccorso… sai che figura…»
In quel periodo ha anche evitato le ragazze: sai che spettacolo se, per massima sfiga, qualcuna gliel’avesse voluta dare là per là?

Ma dico io: visto che il principio attivo è quasi sempre incolore, perchè colorare di marrone un prodotto che va messo sul culo? Per fare bella figura nello spogliatoio della palestra?
Ripeto, lasciamo perdere la logica di alcune aziende, tipo impiegare aromi artificiali al limone per la Lemonsoda e mettere il

vero succo di limone verde

nel detersivo dei piatti, a parte quello. Ma ha un senso, o anche solo un briciolo di buon cuore, colorare di giallo l’Aureomicina?
Quella la metti dove c’è un’infezione, quindi, probabilmente, pus e altre zozzerie. E TU MI FAI LA POMATA GIALLA?
Ad inizio estate sono stato punto sull’avambraccio da non so quale bestia di merda, non necessariamente pericolosa ma infetta, tipo una zanzara o un tafano che si è posato prima su uno stronzo, poi si è posato su un altro e lo ha punto. E a me è venuto un avambraccio tipo Braccio di Ferro, più grosso dal gomito in giù che dal gomito alla spalla, situazione risolta con la classica botta di antibiotici. Ma per i primi giorni, vedendo un po’ di schifezza gialla, ho tentato di domarla con l’Aureomicina, prodotto datato ma che, per le ferite infette, resta una mano santa.
Ovviamente mi è stato detto di metterne parecchia e di coprire con una garza che “lasciasse respirare” l’area interessata.

Risultato? Un braccio che si vede solo nei film di zombie.
Con quel bel giallo cancrena, mi mancavano solo due vermetti per sembrare l’uomo più purulento dalla scoperta della penicillina ad oggi.

E mò smetto, sono costretto: un pazzo sta trapanando il muro che divide i nostri locali con una fresa a tazza da 120, per farci passare un tubo e il rumore è assordante.
Ma il problema è se si ferma per rifiatare: quando parla è molto, molto più rumoroso. Deformazione classica di chi lavora nel rumore. Purtroppo, nel suo caso, deformazione supportata da una voce spaventosa già di suo: nel petto di quell’uomo non ci sono diaframma e corde vocali ma un mantice e un organo a canne.
Adesso, con la massima circospezione, vado di là a vedere se hanno ingaggiato un uomo o un orco.

Dottordivago

E allora dillo, figlio di puttana di un diavolo del cazzo, dillo che che ti stai cagando sotto e tenti un ultimo colpo di coda; dillo che hai letto della mia volontà di uscire da questo momento di merda e non mi vuoi mollare, dillo che sei disposto a tutto e ti giochi il Jolly.

Passettino indietro.
Da poco più di un anno ho come un vortice sulla testa, una specie di ampia formazione ciclonica, che contiene solo sfighe e che, quotidianamente, ne lascia cadere una o un paio, nelle giornate buone, tipo ieri, anche di più.

Tutto è iniziato con un innocuo cartello “VENDESI” appoggiato ad una siepe che contorna una casetta in una località amena, nei dintorni di Alessandria.
Per avere informazioni, ho aperto il cancelletto del giardino e…

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OH MIO DIO!
DOTTORDIVAGO A BASE… DOTTORDIVAGO A BASE… SONO FINITO IN UN FOTTUTO STARGATE! BASE! BASEEEEE…

Da quel momento sono finito in un universo parallelo, un anti-universo in cui tutto ciò che era culo diventa sfiga, la solita spensieratezza diventa preoccupazione, l’allegria diventa, alternativamente, noia, magone, tristezza, rabbia…

Ci pensavo proprio poco tempo fa: dal giorno in cui sono entrato in contatto con quella che attualmente è –e non garantisco per quanto tempo ancora- la mia nuova casa, nulla è più stato come prima, ho lasciato tutto il mio mondo e il mio karma aldilà dello Stargate.

Ho la certezza che quella casa porta sfiga, peccato che Bimbi la adora.

Sciogliamo subito il nodo principale: non è un fatto economico, non sono disperato, non ho fatto il passo più lungo della gamba, anzi, l’avrei voluta più grande, la casa, e non esiste neppure un mutuo da pagare che mi tenga sveglio la notte.
E poi la sfiga non riguarda solo la casa, è generalizzata, ovviamente con un occhio particolare per tutto quanto concerne quelle quattro mura.
Ma di questo parleremo domani, oggi voglio raccontarvi ieri.
Anche perchè, se fossi stato in grado ieri di raccontarvi oggi… qua stavo… figurati, a quest’ora ero l’Imperatore del Mondo…

Comunque, la giornata di ieri è stata una giornata campione, merita di perderci cinque minuti. Ma prima un piccolo antefatto.

Tra le tante cose che mi sono andate su per il culo in quella casa, c’è il lavello della cucina. Ok, l’ho ordinato io, ma su catalogo: toccarlo con mano e odiarlo è stato tutt’uno; poi vi spiegherò bene, per adesso limitiamoci al fatto che decido di cambiarlo.
Nel buco del culo del Triangolo Industriale, posizionato in corrispondenza della mia città, Alessandria, non si trova un cazzo.
Ma internet arriva (nel mio negozio, a casa, stranamente, fa cagare…) quindi trovo quello che mi interessa e lo ordino il 10 ottobre, consegna 10 giorni.
Arriva dopo ventidue, va be’; lo scatolone ha l’aria un po’ vissuta, ritiro “con riserva”, pago in contrassegno (stranamente il venditore favoriva quel pagamento, strano davvero…) e apro il cartone. È lui, è il mio lavello, 60×120, una sola vasca e un gocciolatoio chilometrico, al contrario di quello che ho a casa, che non sai dove appoggiare le cose.
Ed è sano: lo porto a casa (mi faccio consegnare sempre tutto in negozio).

Arrivo a casa e lo sballo per bene per mostrarlo a Bimbi; tolgo anche due piccoli paraspigoli di cartone e… mi viene il macadù.
CAZZO, DUE GIBOLLI DUE, CAZZO!
Uno per spigolo, proprio sotto al “paraspigolo”, inutile figlio di puttana dalla millantata funzione.
Richiudi, riporta in negozio l’indomani, attaccati a mail e telefono, aspetta tre giorni e se lo ripigliano.
Me lo sostituiscono e stavolta arriva in una dozzina di giorni, l’altro ieri.
Il cartone è intonso, andiamo bene, il corriere mi richiede il pagamento in contrassegno: andiamo male.
«Giovane, te li ho dati l’altra volta e mi pare che bastino…»
«È vero, mi ricordo, ma qui mi chiede il pagamento…»
«Riportalo da dove viene, mò li sento io»
Riattaccati a mail e telefono, risolvono l’inghippo e danno l’ok al corriere di consegnarmelo senza pagamento. Me lo consegna ieri.

Ieri, alle nove avevo già litigato con un’amica, fornitrice ma ormai amica, per una cazzata che mi hanno combinato. Ed io, per queste cose con amici o ritenuti tali, ci rimango male.
Faccio notare che è la prima minchiata in anni e anni, tanto per dire…

Apro il negozio, dopo dieci minuti arriva il corriere, due chiacchiere, mi molla il pacco e se ne va.
Vi ricordate com’era l’oggetto dei miei desideri? Mi autocito:

È lui, è il mio lavello, 60×120, una sola vasca e un gocciolatoio chilometrico, al contrario di quello che ho a casa, che non sai dove appoggiare le cose.

Mi ritrovo con questo:

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Due vasche e un gocciolatoio da camper.
Richiudo, richiamo, riscrivo, segnalando anche l’indirizzo del mio avvocato (Marco, mi sa che a breve tocca scrivere due righe…).
Costernati e gentilissimi, mi fanno notare che

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“Si tratta di circostanze sfortunate”, eh? Peccato, speravo in una candid camera…
Morale, riproviamoci.

Torno a casa. Per il pomeriggio aspetto il mobiliere che mi porta un mobile per la cucina e un “allungo” in zona lavello, operazione collegata alla sostituzione del medesimo e che porta la lunghezza totale dei miei piani di lavoro alla misura di un campo da bocce regolamentare.
Alle 15, quando io sto uscendo, il mobiliere arriva e lo lascio con Bimbi.
Rientro alla sera e:

  • il mobile, che visto disegnato era un bijoux, è sempre bello ma, visto contro il muro, sembra un comodino, è misero
  • il piano è scheggiato
  • lo zoccolo è corto di tre cm
  • l’allungo in zona lavello non è neanche parente con quanto richiesto.

Chiamo il tipo, arriva, lo tengo lì fino alle 20 passate e quando se ne va abbiamo risolto. Nel senso che, pagando, aggiungo un modulo al comodino, quindi ci vuole anche un piano più lungo, che non pago, e col piano scheggiato, tanta testa e un amico falegname, realizzerò l’allungo come dico io.

Questo ieri, ma è quasi sempre così, dopo quel dannato Stargate.
In questo momento sono le17.20 e, con una mano sulle palle, vi dico che non è ancora successo nulla: dite che oggi ce la posso fare?

Dottordivago

Dice: «E per ‘sta cazzata, vuoi mica rovinarti la vita?…»
Tu, questa vedi; io, ne ho due coglioni così di altre mille.
La goccia, gente, la goccia, quella che fa traboccare il vaso: così uguale a tutte le altre ma che arriva nel momento sbagliato. Come Schettino: un coglione come tanti altri ma nel posto e nel momento sbagliati.

L’errore più grosso che rischiavo di fare era di mettere insieme tutte le gocce, sommarle agli stupidi e fare una fascina di tutto quanto.
Niente di più sbagliato: tutti conoscono la storia del forzuto che non riesce a rompere la fascina ma arriva il vecchietto che spezza un rametto per volta.

Sono tutte cose che so e che mi ripeto continuamente ma spesso c’è in giro QUELLA goccia. Poi c’è QUELL’attimo, dopo milioni di anni, in cui una roccia si stacca dalla montagna e solo se non c’è nessuno sotto non succede un casino.
E pensa che tutte quelle tonnellate di roccia sono rimaste lì fino a che l’ultimo granello di terreno ha smesso di creare attrito sufficiente per tenerlo su.
QUEL granello, gente, ci sono in giro di quei granelli lì, ci sono.
E non basta: c’è sempre un Sydney Pollack in agguato.

A gentile richiesta, mi scappa di divagare.

Primissimi anni 80, pomeriggio da Baleta -e se non sapete cos’era, andate e cercate, ci saranno tre o quattro post in cui ne parlo-.
Il Pollastro, quel giorno, era Il Male.
Già non era la persona più stabile del mondo, anzi, non era neanche nei punti, anzi, era proprio da fondo classifica, ma quel giorno…
Bel ragazzo, in giro noto come “il Biondino”, di quei belli che ispirano più tenerezza che fuoco, però ha sempre tirato su della figa di classe.
Peccato che fosse indemoniato; ogni tanto faceva come i gatti quando espellono la palla di pelo ma lui espelleva nervoso, puro nervoso, anche senza demoni esterni che intervenissero.
Figurarsi quel giorno: gli era successo di tutto.
Il diavolo delle piccole cose, appunto: una parola storta in casa, uno scazzo fuori casa, una multa, il Primavera che non parte, giro di King (gioco di carte che ai tempi spopolava) così sfigato da non ricordarne un altro simile, in cui gli arrivavano carte così di merda da non appartenere ai semi conosciuti: poteva pescare il fante di Stelline come il sei di Polpette, piuttosto che roba di Cuori, Quadri, Fiori e Picche.
Un litigio con la morosa…

Era seduto su una sedia, curvo, gomiti appoggiati sulle cosce, a rosicchiarsi i denti, quando entra Guzman, personaggio che meriterebbe un post dedicato.
Toscano di origine, geniale, salace, perfido, una notevole somiglianza con il giovane Gassman (parlo di Vittorio, ovviamente), da cui il soprannome, poi storpiato in “onore” di Abimael Guzman, ai tempi capo di Sendero Luminoso, molto famoso in quegli anni.

Non so perchè il Biondino fosse diventato il Pollastro, fatto sta che con Guzman, che adorava chiamarlo Pollastro -e lo faceva di continuo- formava una strana coppia con la stessa stabilità di materia e antimateria.
«Toh, il Pollastro…»
Dall’altra parte si sentiva solo il lavorio dei denti sui denti.
«Pollastro… (un passo verso di lui) …Pollastrino… (altro passo) …The Little Chicken…»
Come un sussurro: «Guzman, lasciami perdere perchè oggi…»
E l’altro, sempre avvicinandosi un passo alla volta, cadenzandolo con ogni nome che avesse una vaga assonanza con Pollastro: «Pollock… Jackson Pollock…»
«Guzmannnnn…»…
Ormai lo spazio che li separava era finito e per un attimo è sembrata finita anche la creatività di Guzman, poi un rigurgito: «SYDNEY POLLACK!», condito con un “coppino” sul collo esposto del Pollastro.

Dura da credere ma il “ciac” del coppino è praticamente coinciso con lo “strap” del pullover di Guzman, a cui il Pollastro si è aggrappato saltando dalla sedia come i gatti quando si spaventano.
E per fortuna la maglia ha ceduto e al Pollastro, più basso di Guzman, è mancato l’appiglio, quindi il morso partito in direzione della faccia di Guzman ha mancato il bersaglio per un soffio.
Poi solo ordinari pugnacci larghi, sventoloni mal portati, schiaffoni, calci a vuoto…
La solita roba.
Ma non dimenticherò mai l’istinto animalesco di un uomo, talmente “carico” da reagire esattamente come un leopardo o, se esiste, un felino più agile e crudele: salto fulmineo, attacco al volto, a denti scoperti.
Zero tecnica, puro istinto, roba da cervelletto, da paleoencefalo.

Negli anni a seguire i due cretini hanno scherzato a lungo su quella storia, con Guzman che non ha mai smesso di chiedere al Pollastro i soldi per il pullover.

La goccia, il granello, Sydney Pollack…
Non devo cadere nella loro trappola

Continua

Dottordivago

Ovvero: di come il Dottordivago si è scassato la minchia di tutto.

Una goccia d’acqua non è niente.
Se invece piove ti limiti a stare in casa.
Se sono miliardi di miliardi di gocce, i fiumi svaccano, la gente muore.

Io sono in un momento di pioggia, quindi sto in casa, la più privata di tutte: sto con me stesso.
E lavoro intensamente per costruire una barriera che mi divida dal mondo, ci lavoro in modo ossessivo, come Tom Hanks in “Cast away”, quando si dà la carica ripetendo come un mantra quanti metri di “ottima fune” deve preparare per tenere insieme la zattera.
Uhm… adesso che ci penso: devo procurarmi un pallone con cui fare quattro chiacchiere, mentre lavoro alla barriera…

Insomma, mi sono preso una vacanza dal mondo.
Che deve terminare quanto prima.
Devo tornare e fare un culo così alle piccole cose che, per quanto singolarmente insignificanti, tutte insieme mi stanno rovinando la vita.
So che esiste un libro, “Il Dio delle piccole cose”, non l’ho letto e non so di cosa parli ma mi piaceva parodiarne il titolo: le piccole cose mi stano veramente rompendo i coglioni, dietro di esse ci deve essere un diavolo.
E se invece c’è un Dio… Va’ che fai schifo, eh?.. Sì, dico a te, dio delle piccole cose del cazzo.

Devo cambiare tattica, la solita non funziona.
Il mio sistema è sempre stato quello di prendere di petto le cose e, magari bestemmiando fino all’ipossia, risolverle, in un modo o nell’altro.
Sono un cacciatore di leoni.
Poi ti ritrovi a lottare con uno sciame di zanzare o di vespe e, dopo un momento in cui meni calci e schiaffoni, capisci che non funziona, allora scappi.
Ma ‘ste bastarde ti seguono, scappare non serve.
E “scappare” è una parola che mi ha sempre fatto schifo.

Bisogna cambiare.
Devo diventare buddista o qualcosa del genere, lasciarmi scivolare addosso le cose. Oppure perdere la visione d’insieme che mi ha sempre aiutato ma che in questo caso mi fa vedere mille piccole cazzate come un grosso babau, un diavolo.
Delle piccole cose, appunto.

Voglio un tifo da finale Mundial: il Dottordivago ha comperato il biglietto di ritorno.

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