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Con un filino di preoccupazione, da un po’ di tempo mi ritrovo d’accordo con Gramellini, ulteriore sintomo che qualcosa nella mia capoccia non funziona come prima.

Impossibile scollarsi dagli occhi quel giovane del Minnesota freddato sulla sua auto da un poliziotto per un fraintendimento banale, e agonizzante in una pozza di sangue mentre dal sedile accanto la fidanzata riprende la scena col telefonino. Ha fatto benissimo, naturalmente, ma è incredibile che lo abbia fatto. E in quel modo. Con una lucidità che lascia ammirati e anche un po’ sgomenti. Riguardate il filmato che sta incendiando l’America nera. La donna vede il suo compagno riverso sullo schienale e un poliziotto che gli punta ancora addosso la pistola attraverso il finestrino aperto. Chiunque altro invocherebbe aiuto, abbraccerebbe il moribondo, riempirebbe di insulti il tizio in divisa, se la farebbe sotto. Invece Lavish Reynolds mette il telefono in modalità selfie e documenta l’omicidio in diretta su Facebook, rivolgendosi all’agente con calma apparentemente glaciale e chiamandolo sempre sir, signore. Come se fosse una reporter addestrata a filmare scene di guerra e non una normalissima ragazza a passeggio con il fidanzato. Come se per trasmettere un’emozione agli altri avesse rinunciato a viverla lei. Come se in quel momento fosse più connessa col mondo che con i suoi sentimenti.
Tra qualche tempo ce ne renderemo conto meglio, ma si è trattato di qualcosa di rivoluzionario. Qualcosa di intimamente legato allo stato d’animo dei neri d’America, che ormai escono di casa con lo spirito vigile di chi va in trincea, però anche alla trasformazione avvenuta in noi umani da quando ai quattro arti ereditati dagli avi abbiamo aggiunto la protesi del telefonino.

Come dargli torto?
Avevo già condiviso quest’indegnità su FB:

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Metti un gruppo di persone speciali, tipo i calciatori della nazionale più forte del mondo, l’Argentina. Metti che abbiano appena vinto una partita importante e mettili nello spogliatoio seduti fianco a fianco, spalle al muro sulla stessa panca, prova impressionante di cosa significhi essere una squadra. Una grande squadra: Messi, Aguero, Mascherano, Higuain.  
Mettili nelle condizioni di compiere un gesto che esprima la loro appartenenza a un gruppo di amici uniti dal medesimo intento. Un gesto urgente, da fare subito, prima della festa e persino della doccia. Metti che impugnino all’unisono la protesi esistenziale dello smartphone e vi sprofondino la testa per sapere cosa il mondo sta pensando di loro. Metti che nessuno parli, neppure al telefono: ciascuno in fondo perso dentro i fatti suoi, come cantava Vasco, con la differenza che la sua almeno era una vita spericolata. Metti che questa scena di multiformi solitudini, immortalata dallo smartphone del loro compagno Lavezzi, te ne ricordi una analoga vista al bar, sulla metro o magari allo specchio. E metti che all’improvviso capisci finalmente come siamo Messi.

Ora, di scritti di vario livello sull’abuso dello smartphone ne è pieno il web ed il mio scroto. Il punto non è ciò che fanno gli altri, lo sappiamo tutti, volevo solo dirvi come mi comporto io, caso mai a qualcuno avanzasse un briciolo di compatimento e volesse girarmelo, con tanto di scrollamento di testa del tipo “qui non c’è più niente da fare davvero”…

Lo smartphone non lo voglio, chiaro?
E per cominciare posso trovare svariate ragioni di ordine pratico/logistico.
Passo la giornata davanti a un pc e averne un altro in tasca non mi va.
Poi… “tasca”… Il mio Samsung a conchiglia sta nella quinta tasca dei jeans, uno smartphone no e, se ci sta, non serve a un cazzo, è talmente piccolo che non si vede niente.
Quindi tasca anteriore, con effetto “polenta sul torace per far maturare il catarro” sulla coscia, per non parlare di piegarsi per allacciarsi una scarpa.
Ed io odio i mocassini.
Tasca posteriore? Forse per gli altri può andar bene; per me, che sono svanito come l’acqua viscì (l’Idrolitina, per capirci), no, non va bene: la prima volta che mi siedo, me ne dimentico e lo piego in due come un libro.

Poi, il mio, quando cade, si separa come gli stadi del Saturno 5: telefono di qua, coperchio di là, batteria dove capita. Li rimetto insieme e “ragazzi giù il gettone, ricomincia il giro”.
Credo che lo smartphone sia molto più delicato e, con la mia sfiga, cadrebbe sempre come la fetta di pane spalmata di Nutella: l’avete mai vista cadere dal lato del pane? Quindi display kaputt, matematico.

Il mio telefono fa tre/quattro giorni di uso medio con una carica.
Ok, da questo momento potete iniziare a dire le vostre ragioni pro-smartphone.

Intanto non mi convincete, perchè, fondamentalmente, non voglio diventare dipendente da quella merda. Dalla guida dell’auto, visto che quel coso è mortale per chi messaggia guidando e per chi ha la sfiga di trovarselo davanti, ed è altrettanto letale per la conversazione con gli amici: c’è una cosa più ripugnante del vedere persone sedute allo stesso tavolo che non si guardano in faccia e si rivolgono la parola solo per condividere una foto o una “massima eterna” trovata su FB?

Sì, va bene, dipende da chi ce l’ha in mano, potrebbe valere quello che ho sempre detto per le armi, paragonandole alla candeggina: se ci pulisci il cesso, è la morte sua, se la bevi, è la morte tua.

E mò faccio la bella e mi salvo in corner con un bel “continua”…

Dottordivago

E con questa abbiamo messo a posto anche Monsieur Lapalisse, però non si tratta di un’affermazione: è un avvertimento, roba tipo “istruzioni per l’uso”.

Vi ho spiegato come mi sento in questo periodo e parto solo perchè sollecitato, avviato “a spinta”, ma non garantisco il finale, potrei addirittura lasciare una parola a metà, se mi molla il nervo, ok?

Marco, amico mio, ho visto solo adesso il tuo commento/messaggio e me ne scuso.

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Brexit… cosa?…
Purtroppo ti risponde Carlo Gallia, il Dottordivago è momentaneamente ibernato.
E Carlo Gallia espleta solo attività vitali o indispensabili: riguardo le prime, dormo, mangio, bevo, piscio e cago; relativamente alle seconde, lavoro.
Punto.
Quando non faccio nessuna di queste cose, mi limito ad esistere.
So cosa mi succede intorno, non sono alienato, ho persino una parvenza di vita sociale, però non elaboro, non partecipo.

Ieri è successa una cosa abbastanza preoccupante.
Ero da un mio fornitore e chiacchieravo con il magazziniere, Beppe per tutti, Peppino per me, un caro amico. Mi raccontava di una consegna che ha fatto recentemente a Cannes, nella casa, o meglio, nel paese, tipo “Cannes 2”, che sta costruendo, per sè, un miliardario brasiliano.
Questo ha comprato il versante vista mare di una collina e lo sta riempiendo di dependance, hospitality, guest house, zone benessere e tutto quanto è edificabile a contorno di una specie di Taj Mahal o di Versailles che sarà la sua residenza. Uno scherzo da 200 milioni mal contati.
Peppino arriva lì e con il suo francese da “Noio volovan savuàr…” domanda dov’è la casa del tal Signor Pezzogrosso.
«È qui…»
«Qui dove?»
«Tutto quanto…»

E mentre Peppino racconta il suo stupore, il suo sentirsi uno stupido poveraccio, a me viene in mente una situazione simile, capitatami almeno trent’anni fa.

Succede che a Nizza mi riesce di spiegarla particolarmente bene ad una bella signorina di ottima famiglia, o di una famiglia di stronzi, non lo so, di sicuro carichi di soldi, proprio tanti soldi.
Finita la trasferta oltre confine, la storia continua per un paio di mesi, in cui vado a trovarla spesso, a casa sua.
Vive in una villa affacciata su un famoso lago, mi astengo volutamente dai particolari, e la prima volta mi dà appuntamento in città, dove si fa portare dall’autista e fa il suo giretto per negozi; quando arrivo, sale sulla mia macchina, dopo averla riempita di pacchi e sacchetti, il minimo di shopping giornaliero, e mi fa da navigatore.
Arriviamo a questa monumentale cancellata, svolto e percorro un viale dalle dimensioni, lunghezza/larghezza, del Cile.
«Mò che arriviamo… cambia la Provincia o è sempre la stessa?…»
«Vai avanti, scemo…»
Arriviamo dove il viale sfocia in una rotonda costituita da un giardino magnifico, al cui centro troneggia una villa Liberty di una bellezza che mozza il fiato.
«Porca puttana… se sei messa bene! Hai una casa fantastica!…»
E lei, molto Franca Valeri ne “Il vedovo”: «Giraci intorno, pirla, questi sono gli alloggi del custode e della servitù, casa mia è dietro…»
Mi ha risparmiato il “cretinetti” d’ordinanza, bontà sua…

Non continuo con la descrizione di casa sua, comunque la sensazione deve essere la stessa che provava chi si trovava di fronte la basilica di San Pietro, prima che esistesse Viale della Conciliazione: i vecchi romani raccontavano che uscivi dai vicoli e ti venivano le gambe molli, con il Colonnato e tutto il resto che si manifestavano di colpo.

Bene, ho raccontato tante volte questa storiella, ogni volta in cui si parlava di figure da straccione in situazioni aliene alla nostra realtà.
Ovviamente, mentre Peppino raccontava la sua, io ero pronto a partire con la mia, come si fa quando un amico racconta una barzelletta e te ne fa venire in mente un’altra, che non vedi l’ora di raccontare a tua volta.
Ecco, per la prima volta nella mia vita, mentre aspettavo il mio momento, mi sono detto:

…ma che la racconto a fare… non ne ho voglia…

IO!
IO HO AVUTO UN PENSIERO SIMILE!
Io, l’uomo con la più conclamata Sindrome di Roger Rabbit mai diagnosticata!
Io, il Dottordivago, “romantico cavaliere dal forte braccio, brillante ingegno e cuor di fanciullo”, io, il Cantastorie, colui che si è esposto a centinaia di figure dimmerda pur di raccontare una minchiata, qualcosa che facesse ridere gli astanti.

Eppure è successo.
Ovviamente io sto combattendo contro questa merda che mi gira nel cervello e mi chiude lo stomaco, quindi mi sono fatto violenza e ho raccontato la mia storia: monologo collaudato, successo garantito, nessuno ha notato la differenza rispetto al solito “Dottordivago, blogger per signora”.

Però è successo.
Quindi, capisci, Marcolino, perchè non parlo di Brexit?
So che c’è stata, milioni di parole e immagini dei tg mi sono scivolate addosso come acqua sulla roccia, mentre avevo gli occhi puntati sul televisore e il cervello da tutt’altra parte, durante il pranzo o la cena.
Non potrei dirti nulla di minimamente interessante.

Però… hai visto? Non ho finito la benzina.
Ti ringrazio e ti abbraccio, ti sarò sempre debitore per questa spinta e per quelle che seguiranno.
E rimangiandomi la dichiarazione iniziale di essere il supplente di me stesso, ho deciso di firmarmi comunque

Dottordivago

Da un mese non cliccavo sull’icona del Panda, avevo paura di trovare richieste che non posso soddisfare, se non dei sonori cazziatoni.
Vedo che i fedelissimi per un po’ hanno tenuto duro ma quando è troppo, è troppo, vi capisco.

Il lavoro, gli impegni… non ve la racconto neanche, in questo momento sarebbero tutte cazzate.

Il fatto è che ho un umore maledettamente ballerino.
Sto bene di salute, per chi mi incontra in giro sono sempre quello che spara due cazzate e se ne va, sempre che le cazzate non diventino sette o otto e allora se ne va l’interlocutore, con una testa che sembra l’Hindenburg.
Ma quando è ora di mettersi a scrivere qualcosa… non è che mi blocco, proprio non mi viene neanche in mente.
Sono come uno mollato dalla morosa a cui mettono davanti un piatto di lasagne al forno: niente da fare, bocca dello stomaco chiusa, “grazie, come se avessi accettato, proprio non mi va giù…”

Mi manca l’appetito del cantastorie.
Che è diverso dal blocco dello scrittore (va be’, “scrittore”…): avrei anche un sacco di cose di cui parlare, ero già partito col RisPost dedicato al commento di Antaress… È lì, quasi finito ma… niente, non mi va.
E, per dimostrarvi che non mi invento niente, vi ammollo pure una foto scattata un mesetto fa in Costa Azzurra, una foto che dice più di mille parole:

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Sottotitolo:
Una volta, mentre lo fotografavano, uno ha sorriso ed è morto il giorno dopo…

Ho qualcosa dentro che mi rode, “cosa” lo so io, non sono uno che si confida.
Faccio come quelle fighe con la faccia storta a cui chiedi “cosa c’è?” e quelle ti rispondono il terrificante

“niente…”

tipicamente femminile, un niente in cui puoi immaginarci di tutto.

Roba che passa, niente di grave o di irreparabile, però c’è e bisogna aspettare che passi. Meglio: che io me la faccia passare.
Non prendo pastiglie strane o psicofarmaci, quelli sono per chi vuole l’oblio.
Io voglio sentire queste cose, guardarle in faccia e fargli un culo così: IO, non la pastiglia, non ho mai chiesto a nessuno di combattere le mie battaglie.

Per la precisione prendo un Minias per dormire, niente di nuovo, ho sempre avuto un rapporto di merda col sonno, solo che due o tre ore cominciavano ad essere un po’ poche, se uno deve lavorare col cervello.
Prima ho provato le varie Tonine (Mela e Sero), che mi facevano un ricco e succulento pompino mentre, da un paio di settimane, con la Minnie va meglio, arrivo a cinque, anche sei ore, a volte.
E con questo chiudo la cartella clinica del matto.

E quindi?
Quindi volevo mandarvi un saluto, quello sì, vi sento un po’ come la mia gente, in questo posto si è creato qualcosa, non siamo su FB, questo posto non è solo “uno che scrive e altri che leggono”.
Ocio: un saluto che è un “come va, tutto bene?”, non uno struggente addio.
Ciao, “i miei”…

Dottordivago

…diceva Mathilda/Natalie Portman nel film “Leon”.

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Volo basso, non mi lancio in analisi e soluzioni del problema Jihad e jihadisti della porta accanto o migranti.
D’altronde non divento entomologo se devo disinfestare la casa, non studio il ciclo riproduttivo delle blatte ma le schiaccio o le avveleno.
Lo stesso sistema, soluzione magari non definitiva, probabilmente non risolutiva ma che darebbe una bella ripulita, sarebbe applicabile al problema Jihad: niente di fantascientifico, solo semplici, banalissime squadre della morte.
Uccidere è banale, è solo questione di volerlo fare, poi diventa un gesto come girare un rubinetto o allacciarsi le scarpe.
E allora, banalmente, si va di notte a prelevare il sospetto jihadista o l’imam dalle prediche infuocate o il fedele particolarmente arrabbiato e lo si ammazza.
Fine.
Oppure gli passi di fianco, in un posto qualsiasi in cui non ci sono telecamere
-e se ci sono, qualcuno le elimina, prima- e gli spari nella nuca con una 22 hollow point: poco rumore, poca potenza, palla che si deforma al primo impatto quindi non esce ma rimbalza un po’ in mezzo a quella merda.
Punto.
Non è difficile.
Senza enfasi, senza mandati, senza azioni spettacolari, nient’altro che dei travet della morte, protetti da un apparato, come i funzionari di Equitalia.
Non esaltati, gente posata che sa di fare un lavoro prezioso.
Gente normale, come me.

Poi, rodato il sistema, è una cura che va bene per tutti i settori del crimine, non solo per i pecorai di Allah. Tutto sta nell’avere le persone giuste ma, come ben sapete, da noi c’è una certa penuria di gente in gamba.
Magari io sono un pirla ma se fossi appoggiato tecnicamente e logisticamente, nonchè tutelato penalmente, lo farei.
Oh, se lo farei. 
A sei anni aiutavo mia nonna ad ammazzare conigli e galline, dopo la prima volta diventa banale, persino con i conigli, che fanno molta più pena dello schifoso jihadista medio.
Ma non si può fare, manca l’organizzazione: da solo (e pure in compagnia di ciucci come me, senza esperienza) mi beccano ieri.
Pazienza, teniamoci la magliette con “Je suis…” e i profili Facebook con i colori della bandiera di turno.
E rispondiamo al terrorismo esportando cultura. Ecco, quella sì, che serve.
Forse, dico forse, servirebbe a lunghissimo termine.
Ma per l’immediato, la soluzione migliore è la mia.
Funziona anche a medio e lungo termine: basta ammazzarne di più.

Dottordivago

Ecco…

…giusto il tempo di rimettermi a scrivere qualcosa…

E mi è arrivato addosso il mondo, ho mille cose da fare.

Mondo… ma vaffanculo, va’…

Dottordivago

…al massimo per froci.

Mi prendo una pausa dalla saga del Tom Sawyer del Basso Monferrato, per una cosa che è una via di mezzo tra l’amarcord e l’instant post.
Approfitto del fatto che oggi è il 9 marzo per pronunciare la parola “donna”, ieri non l’ho fatto, insieme a “buona” e “festa”. E pure “della”, va’…
Non ho mai nascosto la mia intolleranza per l’8 marzo e per l’icona “Donna”, mentre le donne, vi dirò, non mi dispiacciono.
E mi fermo qui, non voglio parlare di donne.

Voglio parlare del rapporto tra me e loro quando la parola diventa scritta.
Rapporto pessimo, ve lo dico subito.
Va be’, diciamo che ci vado molto meno d’accordo che con gli uomini, alla faccia del mio millantato

DOTTORDIVAGO, blogger per signora

Se tra blog e Facebook mi è capitato di prendermi di brutto con qualcuno, si è sempre trattato di donne, l’unico uomo con cui è successo è riconosciuto come un imbecille a livello quanto meno provinciale.
Questa cosa mi viene in mente perchè nell’oceano internet le bottiglie con i messaggi a volte arrivano, cosa accaduta proprio ieri, solo che ieri non parlavo di donne, nè bene, nè male, semplicemente “non”.

Sono capitato casualmente sul post di uno dei primissimi lettori del Pandadevemorire, un friulano/brasiliano, con cui c’è stato persino un pranzo in Friuli, sulla strada per la Croazia. Comunque, tutto bene, sia prima che dopo lo scazzo con la sua fidanzata, scazzo epistolare, sottolineo, non le ho toccato il culo.
Ahhh… il mio primo scazzo online…
E il primo scazzo, non si scorda mai.

Dunque, l’amico pubblica un post (anno 2008) in cui parla di un giapponese:

Un giovane orientale (perché gli orientali, si sa, sono meglio di noi), utilizzando la tecnologia del Nintendo Wii, ha inventato un modo per avere un’interazione con uno schermo come se fosse una finestra in un mondo 3D. Ecc… ecc… ecc…

Trattandosi di giovanotto intelligente, l’affermazione sugli orientali “che sono meglio di noi”, era ovviamente una presa per il culo dell’imperante sudditanza psicologica di molti occidentali, che spesso dimenticano di aver “terraformato” questo pianeta e soffrono di un colonialismo intellettuale di ritorno veramente insensato.
Così gli ho mandato il seguente commento:

Caro xxx,
niente da ridire sulla genialità del giovanotto dagli occhi a mandorla, anche perché, come ben sai, a livello tecnologico non faccio testo, avendo da poco digerito la comparsa delle macchine a vapore.
Devo invece farti un culo così sul fatto che gli orientali siano meglio di noi.
Secondo me non lo pensi davvero ma, essendo dotato di giocoso animo brasileiro, tu la butti lì e guardi cosa succede.
Beh, te lo dico io cosa succede. Succede che il Dottordivago, noto paladino dell’occidente, a sentire una cosa così si fa brutto brutto, cosa peraltro non facile perché possessore di un volto che pare dipinto dal Botticelli.
Stavi parlando degli orientali di Saturno, vero? No, perché quelli terrestri non li trovo tutto sto granchè, anche se non bisogna generalizzare in negativo.
Ma neanche generalizzare in positivo come fai tu.
Questa gente ha indubbiamente una volontà fuori dal normale, un po’ come mio cognato (da parte di sorella) che, pur non essendo il più furbo del mondo -non è neanche nei punti…-, possiede una voglia di lavorare che se ce l’avessi io sarei l’imperatore dell’emisfero boreale (australe, no, vuoi mica che venga a romperti i coglioni in Brasile, no?).
Questi signori hanno ottenuto tutto ciò che hanno al prezzo di inenarrabili fatiche: ti ricordo che in Giappone, nel dopoguerra, un paio di generazioni non ha visto la luce del sole, tanto si rompevano la schiena lavorando.
Se non ci fosse stata la guerra, che gli ha dato, sì, una bella pettinata, ma ha portato denaro e mentalità del novecento, sarebbero ancora nel medio evo, quanto meno dal punto di vista sociale. Costruivano i più bei caccia del secondo conflitto, ma il popolo faceva la fame per mantenere una casta militare che assorbiva tutte le risorse disponibili, un po’ come la defunta -evviva!- Unione Sovietica.
Ma a parte i fatti storici, mi cadono pure su tutto il resto.
Noi saremo più buzzurri ma non viviamo un’esteriorità esasperata come la loro; ti rendi conto che per servirti un tè ci mettono più di noi a fare un bambino? E che prima di rivolgerti la parola ti danno il biglietto da visita, con due mani, naturalmente; e tu con due mani lo devi prendere, pena sembrare il più cafone del mondo.
E i bastoncini per mangiare? Come già ti facevo notare in altra occasione, noi abbiamo già scoperto la Gazzetta dello Sport, poi la carta igienica, per pulirci il culo e le posate per mangiare. Questi hanno bisogno di uno che faccia tutto a pezzetti, come noi ai malati d’Alzheimer, e se mangiano una zuppa la ciucciano dalla scodella e coi bastoni si buttano in bocca la roba che resta sul fondo. Che spettacolo, eh?
E poi il karaoke, il tamagotchi, gli ufo robot… pensa cosa mi sono perso io, che mi sono dovuto accontentare di Walt Disney…
Bella storia i manga erotici, ma non basta a compensare un popolo che al culmine della trombata grida VADO! Ma per piacere…
E poi c’hanno un pisello che se lo circoncidi non resta più niente…
Dottordivago

Ecchellà, che mi risponde la fidanzata:

Caro Dottor Zivago hai mai sentito parlare di ETNOCENTRISMO?
ti riporto parte della definizione che puoi trovare su wikipedia (che una volta tanto si può citare come fonte):
L’etnocentrismo, nella sua accezione più moderna e comune, è la tendenza a giudicare le altre culture ed interpretarle in base ai criteri della propria proiettando su di esse il nostro concetto di evoluzione, di progresso, di sviluppo e di benessere, basandosi su una visione critica unilaterale.
Tale approccio si fonda principalmente sul confronto tra società moderne e società tradizionali; da tale confronto si desume che quest’ultime assumono caratteristiche proprie del sottosviluppo, ma l’errore di fondo sta nell’utilizzo di parametri tipici del sistema socio-economico capitalista occidentale(…)
Letto questo le tue deduzioni risultano alquanto antipatiche.

Cosa ci vuoi fare, tocca rispondere:

Cara xxx,
su wikipedia manca una definizione, ma provvedo io.

DOTTORDIVAGO: alter ego caricaturale di Carlo Gallia.
Personaggio autodefinitosi “romantico cavaliere dal forte braccio, brillante ingegno e cuor di fanciullo”, incarna alternativamente il meglio ed il peggio del vecchio incazzoso di cui, in quanto figura caricaturale, accentua, quando non esaspera, pensieri e caratteristiche. Sostiene anche, al contrario di Jessica Rabbit, di essere proprio stronzo, non è che lo disegnano così.

Tutto questo si scrive così ma si pronuncia “aver voglia di ridere”.
Ho un socio, che è più di un fratello, che quando arrivo mi dice:”Figlio di puttana, adesso arrivi?…” ed io capisco che tutto fila liscio.  Perchè non si preoccupi devo subito rispondere:”Fatti i cazzi tuoi, terrone di merda”, ed il mio calabrese preferito mi scocca un sorrisone dei suoi.
Una caricatura col naso giusto e la bocca precisa si chiama ritratto.
Una barzelletta senza situazioni limite è una storiella.

Carlo Gallia potrebbe raccontare:”Sono stato aggredito e trascinato in un vicolo da un tipo superdotato che mi ha violentato”.
Fa ridere? A me no, in tutti i sensi….
Il Dottordivago la racconta così:” Sono stato aggredito e trascinato in un vicolo da un tipo che ha tirato fuori un cazzone gigantesco; per fortuna me l’ha messo nel culo, perchè se me lo dava in testa…”.

Non è meglio così?
Il mio commento mi sembrava così gonfio e tronfio di etnocentrismo ( a proposito, Technologic Woman, prima di wikipedia quella parola compariva sul primo vocabolario che mi hanno regalato, quarantanni fa) da non richiedere le istruzioni per l’uso del tipo “guarda che scherzo”.
Nessuno è meglio o peggio di nessun altro. E non è una ritrattazione: ho 48 anni, ho lavorato con governi, sono stato ospite di case regnanti ed ho girato almeno due volte il mondo, ma continuo a sostenere che la nostra cultura è mediamente -ripeto: mediamente- migliore di altre, per ragioni molto lunghe da esporre, non di certo sulla base delle posate con cui si mangia.
Quando ai miei amici brasiliani dico che vivono nel paese più stupido del mondo perchè fa caldo in inverno e freddo in estate, non si incazzano: ridono e mi dicono di andare affanculo io e l’emisfero boreale. Funziona così: uno dice una cagata e gli altri ridono. Non è male, dovresti provare.
E mentre siamo avvinghiati ad azzuffarci mi blocco, ti guardo e, col cuore a pezzi ti dico:”Ma cosa stiamo facendo? Cosa direbbe il nostro comune amico se ci vedesse? Con che coraggio potrei ancora guardalo nei monitor?”.
Cosa ne dici, pace?
Facciamo così, tanto il mondo non lo cambiamo: io resto il Paladino d’Occidente e tu la Paladina di Tuttiglialtri.

Ecco, questa è stata la mia prima esperienza con una che ha il senso dell’umorismo in riserva fissa.
Vi parlerò anche delle altre, devo solo andare a trovare i testi.
Buona serata, amici.

Dottordivago

Siamo arrivati alle tre del pomeriggio di una qualsiasi giornata estiva nella “Casa dalle finestre che ridono (davvero)”, più o meno l’ora in cui la giornata tipo prendeva vita.
Così tardi? Ma se persino a Napoli, alle 11, hanno già iniziato a lavorare quasi tutti…

Calma, gente, stiamo parlando del profondo Piemonte degli anni 60, in un paese in cui non passava il treno, l’unico, vero lucifero (scritto minuscolo e in senso laico, inteso come “colui che porta e diffonde la luce”) prima dell’avvento della televisione. Vi ricordo che quella realtà era una pianta con le fronde nel tempo reale ma le radici nell’Ottocento, credetemi.
E nell’Ottocento, o quanto meno nella mentalità ottocentesca:
«la pagnotta si guadagna al mattino»
« il mattino ha l’oro in bocca»
« se a mezzogiorno non hai ancora guadagnato la giornata, non la guadagni più», frase che oggi ha più senso se messa in bocca ad una russa che è uscita dal night alle 6, col cliente ciucco e ingrifato.

Quindi il mattino era sacro, atavico retaggio di quando le donne iniziavano, prima dell’alba, a pensare con cosa sfamare la tribù, poi cercare, raccogliere, cucinare… Nonna e zia davano l’avvio alla giornata di buon ora; tanto per dare un’idea, io mi svegliavo presto, per essere un bambino in vacanza, diciamo prima delle otto. Arrivavo in cucina e mia zia era già tornata con la spesa di giornata e, soprattutto, il pane fresco.
Il pane era la mia colazione. Caffelatte col pane, fresco o niente, quello del giorno prima non lo volevo neanche vedere; in mancanza del pane fresco -poteva capitare che mia zia tardasse un po’- passavo alla seconda scelta, i biscotti, questo per darvi un’idea di cosa fosse il pane “della Rosa”, premiata fornaia del paese. Tranquilli, non intendo scassarvi la uallera con la descrizione di quel pane, limitatevi ad immaginare la cosa più buona del mondo.
Fatto? Naaa… non ci siete neanche arrivati vicino.

Tempi leggermente ritardati per gli uomini: ne parlo come farei per i Flintstones ma a casa mia non era necessario che mio nonno o suo fratello rincasassero con la famosa bistecca di brontosauro, non avremmo fatto la fame comunque, però alle otto del mattino l’attività in bottega era già avviata da un po’ e, probabilmente, non incominciavano prima per non sembrare “dei morti di fame che lavorano quando è ancora buio”.
Sì, perchè allora c’era un tempo per lavorare e uno per vivere, l’esistenza aveva un altro ritmo. Per fare un esempio, chi, per un’emergenza o altro, passava di domenica in tenuta da lavoro, col trattore o col bue, per andare nei campi, veniva guardato un po’ di traverso e il commento era sempre lo stesso: «Che gente, hanno proprio paura di morire di fame…»

Breve divagata.
Oggi non c’è più rispetto per gli orari e per la festa.
Datosi che, salvo rari giorni di sfiga, io tramando l’antica tradizione famigliare (sono “in causa” con la lingua italiana: se scrivo famiglia, scrivo anche famigliare, con la g) del pranzo a casa e della pennichella, spengo il telefono dall’una alle due e mezza, perchè il mondo non mi deve rompere i coglioni.
Prima lo spegnevo a mezzogiorno, per la corsetta quotidiana, adesso me lo porto dietro, non vorrei sembrare troppo smorbio. E poi, se mi chiama un sucaminchia, mi scuso per il fiatone e dico che sto scaricando un camion, se è una cosa interessante, mi fermo, se mai capitasse la chiamata di una gnocca, me la tirerei da grande atleta.
Be’, non avete un’idea di quante chiamate mi risparmio in quell’ora e mezza.
Ma soprattutto di quanto ci guadagno: sono certo che se un cliente mi chiamasse in quel momento, sarei sgarbatissimo, lo perderei.
E poi mi incazzo quando non riesco a spiegare ai miei uomini, moldavi o rumeni, che non si può andare a montare le finestre in casa di qualcuno, che ne so… l’8 dicembre o il 25 aprile, salvo che te lo richiedano espressamente, perchè è festa. «E che mi interessa… che festa è?»
«È la festa di San Clemente, non si rompe il cazzo alla gente…»
Vai a fargliela capire… Piuttosto che niente, vanno ad aiutare un amico, proprietario di furgone, che fa traslochi in nero.

Oh, non ci arriviamo a  ‘sto pomeriggio, eh?
Insomma, il mattino era sacro. Che poi i ritmi non fossero frenetici non deve trarre in inganno: le donne si dividevano tra cucina, cura di conigli e galline, orto e lavoro vero e proprio (mia nonna era sarta), mentre gli uomini erano “passisti” della falegnameria, senza affanno ma senza perdere tempo.
Perchè la colazione di metà mattina, verso le nove, non era tempo perso.
Quella era Liturgia.
Pane con qualche fetta di salame o gorgonzola o con le acciughe o con “puvròn a moi” (“peperoni a mollo”, quelli sottaceto), magari una soma (pane sfregato con l’aglio e un pizzico di sale), il tutto accompagnato con vino rosso, che solo nelle giornate più canicolari lasciava un po’ di posto al bianco, nonchè un caffè e una cantatina.
Giuro, terminata la colazione, cantavano cinque minuti.

Viandante, fermati dove senti cantare: i malvagi non hanno canzoni

Continua.

Dottordivago