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Stregato.
Questo posto è stregato.
Non ho aperto questa pagina per un mese ma mi sembra di aver scritto ieri l’ultimo post. Leggo i vostri nomi e i vostri commenti e… cazzo, mi mancate.

Il titolo di merda è “a gentile richiesta”: l’impareggiabile ed insostituibile Marco, il mio più severo censore ed appassionato lettore, ha sentito l’odore, l’altro giorno e  mi ha scritto un commento/messaggio che non poteva rimanere inascoltato, da cui il titolo non esattamente creativo.

Dicevo, ha sentito l’odore di una mia apparizione, da cui non mi potevo esimere, che ieri ho rimandato ad oggi perchè nelle mie giornate

avevo un paio d’ore e non so più dove le ho messe.

Oltre tutto alla sera non scrivo per problemi di connessione, in quella cazzo di casa in cui abito da quasi un anno.

Ma sono moralmente obbligato a farmi vivo.
In primis perchè un lettore che mi scrive una cosa del genere meriterebbe che io, se non fossi un uomo di merda, tutte le mattine gli facessi trovare un post, con il caffè.
In secundis per salutare un grande uomo:

omar sharif

Grandissimo uomo, film mortalmente noioso: giuro, ci ho provato almeno tre volte ma due mi sono addormentato e la terza stavo per spaccare il televisore.
Poi, conoscendo il finale per sentito dire, un vero inno alla sfiga, me lo sono visto su youtube.
Ma il titolo è un pezzo delle mia vita.

Era il 1983 quando una mia aspirante morosa (aspiravamo tutti e due, eravamo in quel meraviglioso momento in cui quagli che la cosa sta prendendo la direzione giusta), in macchina, sotto casa sua, mi ha chiesto una spiegazione su un argomento che le interessava. Dopo mezzora, esasperata dal mio continuo uscire dal seminato, per poi tornare e ripartire, senza mai arrivare al punto, sbottò:
«Minchia! Ma sei il DOTTOR DIVAGO! Non ce la faccio più!…»
«Bella, questa, me la segno…»
«Segnati anche che prima finisci di parlare e prima ti faccio salire in casa mia, dove si sta zitti e si può solo ciulare»

Una tomba.
La prima parola l’ho detta tre ore dopo.
La prima di senso compiuto, intendo, visto che nel frattempo ho solo ansimato, muggito e sussurrato quelle cose che puoi dire solo dopo aver parcheggiato il pisello dentro una signorina, parcheggio complicato perchè richiede un casino di manovre.

Comunque, lì è nato il Dottor Divago, che scritto così ricorda un po’ i primi disegni dei Simpson, veramente inguardabili rispetto agli episodi successivi.
Be’, non proprio, anche scritto staccato ha il suo bel significato ma dal punto di vista estetico ho preferito unire titolo e nome in una sola parola ed ecco servito il Dottordivago.

Ok, gente, vi lascio col magone e la grande voglia di ricominciare a scrivere qualcosa, non ho deposto le armi.
Intanto buona domenica dal

Dottordivago

P.S. Ciao Marcolino, grazie.

fiori mamma

Con una foto dei bellissimi fiori di mammà voglio ringraziare tutti voi, amici, per la vostra presenza e vicinanza.

Da come inizio a sentirmi, mi sa che la botta comincia ad arrivare adesso, come al solito ci metto un po’ per capire le cose.

Ma è ora di ripartire, arricchito da un’eredità di cose belle che porterò nel cuore, per sempre.

Ancora grazie a tutti.

Carlo

Mi sembra impossibile riuscire a parlare e scrivere della morte di mia madre in modo così rilassato. Addirittura quando sul telefono vedo il nome di un amico, che naturalmente mi chiama per le condoglianze, rispondo:

Casa dell’Orfanello, dicaaa…

almeno ‘sti cristiani si rilassano un momentino, li capisco: quando mi sono trovato al loro posto ho sempre sperato che intervenisse qualcosa ad alleggerire l’atmosfera.
Ok, ho pure i miei momenti brutti.
Quell’

Oddio, mamma, quanto di voglio bene!

del post precedente, voi non potevate sentirlo e nessuno l’ha sentito ma era un urlo interiore, un “Urlo” di Munch rifatto da Walt Disney, molto più fanciullesco e dai colori sereni dell’originale ma sempre un “Urlo” era e ci sono voluti un paio di minuti per ripigliarmi.

D’altronde ero preparato da un anno, dal giorno dell’ictus che le ha tolto buona parte della mobilità, l’ha resa leggermente più suonata ma, soprattutto, le ha tolto la parola. 
Io sono ateo convinto ma lo dico a chi ancora crede e spera: Dio non esiste, è lampante.
E se esiste, non ci fa una bella figura, ha detto qualcuno.
Togliere la parola a mia madre è stato come calarla in un Girone Infernale Privè, è stato come togliere i pedali a Coppi, le gambe ad Emil Zatopek, i pugni a Cassius Clay (non riprendetemi, non lo chiamerò mai con quell’altro nome).
Nessuno può capirlo meglio di me, io sono un suo clone.
Mia mamma poteva parlare per ore ed ore e, come me, si ritrovava così lontano dal punto di partenza da non capire come ci era arrivata, L’unica differenza tra me e lei è che io lo faccio con tutto lo scibile umano, lei aveva una specialità: le succedeva parlando delle persone.

L’attacco era sempre di questo tipo: «Te la ricordi la Pinuccia?»
«Quale Pinuccia?»
«La figlia del Pietro e della Laura…»
Nota dello scrivente: mia mamma era una Monferrina doc, l’articolo davanti al nome proprio è l’unica regola grammaticale certa, il resto non conta.
«Uhmm… no, non ce l’ho presente…»
«Ma sì… quella con cui giocavi e bisticciavi sempre all’oratorio…» e mi snocciolava storie, fatti e misfatti aventi per protagonista “la Pinuccia”, finchè cedevo e dicevo “ah, quella Pinuccia”, giusto per darle soddisfazione.
Bene. Pinuccia si era separata perchè il marito (2° personaggio ignoto) la cornificava con una (3° personaggio sconosciuto) che probabilmente conoscevo perchè figlia del panettiere di Occimiano (4°) “che chissà quante volte ci sarò passato davanti quando andavo a scuola a Casale”… (come se uno di Roma, che va a scuola a Civitavicchia, sia obbligato a conoscere un panettiere di Ladispoli). E poi lo conoscevano tutti perchè cucinava sempre con gli Alpini, lui e Giancarlo (5°), quello che faceva l’elettricista…

Arrivato al 5° personaggio sconosciuto, fermavo questo esercito di  ectoplasmi senza volto che mi passava davanti.
«MAMMA! CHE CAZZO HA FATTO ‘STA PINUCCIA?»
«Ahh… vedi che te la ricordi…»
AAARRRGGGHHH!!!
«Cosa – ha – fatto?»
«Niente: l’ho incontrata al Bennet e mi ha detto di salutarti; “mi saluti tanto il Carluccio”, ha detto»
E così se n’era andata la classica mezzoretta di visita a mammà.

E tutto questo con me, che non le davo soddisfazione; con una sua omologa sarebbero andate avanti ore, parlando, una, di personaggi totalmente sconosciuti all’altra, che comunque era interessatissima e rispondeva colpo su colpo con la sua formazione di sconosciuti.

Insomma, mia mamma senza parola era inconcepibile, se avesse potuto scegliere avrebbe sicuramente optato per una loquace tetraplegia, rinunciando a tutto ciò che con le mani sapeva fare.

L’ho già detto in un’altra occasione: i miei genitori appartengono ad una generazione che sapeva molte meno cose di noi; però, quello che sapevano, non lo “sapevano” e basta: sapevano farlo.
Senza tirarsela, caso mai si fosse trattato di una cosa vera, avrebbero sbaragliato i concorrenti di qualsiasi “Isola dei Famosi”.
Sapevano coltivare, raccogliere, allevare, mungere, fare il burro, il vino, l’aceto, trasformare quintali di pomodori in salsa per l’inverno, conoscevano i funghi, le lune “buone” per piantare o potare o imbottigliare, conservare il cibo senza tecnologia, accatastare la legna.

Io, orfanello saputello, ho visto il mondo, posseggo conoscenze scientifiche che loro non si sognano neppure ma, se mi togli dal mio lavoro, non so fare un cazzo. Oddio, diciamo che con un certo grado di approssimazione mi barcameno in cento cose, sono già uno bravo ma sono lacunoso.
Quella era gente che sceglieva un seme, a cui sarebbe immancabilmente corrisposto un frutto, dopo aver fatto tutto il necessario che stava in mezzo.

Mia mamma era una grande cuoca, ve l’ho detto.
Aveva alcune cose di livello veramente elevato, parliamo di eccellenza: dai ravioli di verdure agli agnolotti di carne, il capitone marinato di Natale (sì, trattasi di Monferrina “fusion”, con un vasto repertorio, non solo locale), il fritto misto piemontese, le lumache e tante altre delizie.
Però, senza detrimento, sono tutti piatti che se mi mettessi lì a provarci cento, mille volte, alla fine mi verrebbero più o meno uguali.
Su una cosa non ho -e nessuno avrà mai- un barlume di speranza di arrivarci anche solo vicino.
Intendo quelle che chiamate “chiacchiere” o “frappe” o come cazzo volete, ma che per noi sono

Le Bugie.

La Regina di Bugie le faceva rigorosamente dal periodo precedente il Carnevale fino a Quaresima inoltrata, poi basta, le tradizioni non si discutono: chi proporrebbe il panettone ad agosto?

Non posso descriverle, non ne sono in grado e chi se l’è perse non lo capirebbe mai. Posso solo dire che chiunque le abbia assaggiate ha strabuzzato gli occhi, abbia realizzato la pochezza di tutto ciò che aveva provato fino ad allora e ne sia rimasto schiavo per la vita.
La morte di mia madre è da piangere come la perdita dei tesori in Siria, Afghanistan ed Iraq per mano dei Pecorai Tagliagole di Allah.

La Regina di Bugie si è portata nella tomba il segreto di quel tesoro e questo basta ad ammantarla di leggenda come Cleopatra, Nefertiti, Semiramide.

La Regina di Bugie è morta!
Piangetela e rimpiangetela!
Vengano chiuse le imposte
e drappeggiati gli specchi!
La Regina di Bugie è morta!

Mamma, tranquilla, prima del rosario (ore 20), mi concederò il miglior aperitivo di Alessandria, un aperitivo migliore e più ricco della maggior parte delle cene che questa povera città sa offrire.
Parlo dell’aperitivo del Moka, casualmente attaccato alla chiesa scelta da te per le celebrazioni che, un giorno, ti avrebbero avuta come protagonista.

Addio, Regina di Bugie, un bacio dal tuo “bel sicutòn” (“bel testone”)

Carlo

Tornando alle bugie di mia mamma, quelle legate al cibo e al conseguente aumento di peso, hanno fatto letteratura, in famiglia, alcune hanno fatto storia.
Solo io –e solo dopo una certa età- potevo mettere in dubbio quanto raccontava e salvare la pelle: mio padre se ne asteneva per evitare di farsi cavare gli occhi con una forchetta da escargot, mia sorella se ne asteneva per un fatto di intelligenza, comprendendo che non serviva a niente, io non me ne astenevo per il fatto di essere una testa di cazzo.

Un ricordo indelebile della mia giovinezza era vedere mia madre che si preparava per uscire. Un classico era vederla con una gonna di cui lei tirava la cintura con un dito, infilandoci platealmente quattro dita dentro e affermando: «Va’, ho fatto questa gonna l’anno scorso e adesso ci passano quattro dita…», a sottolineare quanto si fosse sciupata nell’ultimo periodo.
Ho scritto “fatto” in corsivo non a caso: lei era realmente capace di farsela, una gonna, un po’ perchè figlia di sarta, un po’ perchè, altrimenti, avrebbe dovuto pagare una confezione su misura, dal momento che al suo girovita sarebbe dovuta corrispondere un’altezza di tre metri, tre metri e mezzo, cosa che troncava sul nascere ogni discorso di pret a porter.

Ho taciuto svariati anni poi, un giorno, di passaggio in casa tra un giro e un altro, Spartacus ha strappato le catene. Alla solita pantomima ho risposto con una domanda: «Ma’, sono trent’anni che ti stai consumando come una candela, anno dopo anno. Toglimi una curiosità: quando ti sei sposata, eri 400 chili, vero?»
Ricordo solo un “T’EI PROPI IN SEMO!” (“sei proprio uno scemo”, ndt), poi gli alti insulti, inframmezzati a validissime argomentazioni e fatti circostanziati, sono stati coperti dalle mie risate sguaiate e dal cuscino, sotto cui mi riparavo la testa.

Facciamo un passo indietro, di questa ricordo anche l’anno: la fine del 1980.
In quell’anno mia sorella si è sposata, il 2 agosto, proprio il giorno della strage di Bologna. Da brava maestrina di doposcuola, passava a salutare mammà tutti i pomeriggi, dopo il lavoro, così il distacco era meno traumatico e c’era la scusa per un te/caffè con due dolcini, fatti in casa o da terzi. E questo è un fatto.
L’altro fatto è che una sera, a cena finita, prendo il barattolo della Nutella, pieno pochi giorni prima ed ora tristemente sporco di virgole marroni sulle pareti, come certi cessi delle stazioni.
«Azz! Abbiamo fornito la merenda all’oratorio?»
«Ma smettila!… È Patrizia che passa sempre a fare merenda…»
«Mmm… tienila d’occhio, quella ragazza, il diabete è una brutta bestia…»
Entrambi sapevamo di cosa stavamo parlando ma la cosa è finita lì.

The Day After, il giorno dopo.
Ero appassionato di elettronica, ovviamente la parte riguardante la riproduzione sonora e l’alta fedeltà, motivo per cui ho rinunciato a tutta la figa dello “Scientifico” per “studiare da Perito”. Avevo anche il mio bel laboratorio casalingo, al piano di sopra della nostra abitazione, un piano lasciato tipo soffitta, che ci dividevamo io, il cane, il bruciatore del riscaldamento e tutta la frutta che era possibile mandare a male tra l’autunno e Natale.
Ecco, lo sapevo, mi scappa di divagare, anzi, mi tocca.

Alla fine dell’estate, da Cuccaro Monferrato, il paese natale di mammà, arrivavano tonnellate d’uva pregiata, tipo Moscato d’Amburgo, che oggi non è raro trovare a 6/8 euro al chilo, dal fruttivendolo. In quel solaio-laboratorio al piano di sopra, mia mamma tirava decine di metri di filo, a cui appendeva l’uva, perchè

l’uva mangiata a Natale porta soldi e salute.

Quella che a Natale ci arriva.
Purtroppo il clima di Alessandria non è esattamente quello secco e freddo delle Lofoten, che secca gli stoccafissi, nè quello secco e caldo della Sicilia, che asciuga l’uva per  ‘u zibibbu.
Il clima di Alessandria è umido e una parte dell’uva iniziava ad ammuffire.
Memore della Guerra, la Regina di Bugie metteva in tavola, rigorosamente, quella ammuffita («Vuoi mica buttarla via?»), per dare tempo a quella buona di ammuffire nei giorni successivi e il ciclo si ripeteva fino ad esaurimento scorte.
Qualche tempo dopo arrivavano i cachi, che facevano la stessa fine, così, nel periodo di sovrapposizione dei due raccolti, in quelle stanze c’era una concentrazione di moscerini che la Mosquito Coast in confronto era Loano.
Anche lì ho dovuto aspettare di avere un’età che mi consentisse un confronto fisico; raggiuntala, un giorno ho buttato via alcuni secchielli di roba ammuffita, mi sono preso un miliardo di insulti ma dal quel giorno abbiamo iniziato a mangiare roba che non sembrava Ötzi, l’Uomo del Similaun.
Chiusa la divagata, torniamo alla Sorella Vorace di Nutella.

Il giorno successivo alla discussione su chi si scofanasse barattoli di Nutella, a metà pomeriggio, come al solito, saluto mammà ed esco dalla porta della cucina (avevamo due ingressi).
Merda! Ho dimenticato in laboratorio una cosa che dovevo dare a un amico. Rientro, nel frattempo mia mamma era andata in bagno, salgo la scala che dalla cucina portava al piano superiore ed inizio a cercare quella cosa dell’amico.
Ci metto cinque minuti buoni e quando scendo mi materializzo in cucina mentre mammà, che mi credeva già chissà dove, sta per addentare UNA FETTA DI TORTA FATTA DA LEI, RICOPERTA DI NUTELLA!
È rimasta paralizzata solo una frazione di secondo.
Poi ha allontanato di pochi centimetri dalla bocca quel fabbisogno calorico settimanale di una famiglia del Burkina Faso e con fare scientifico l’ha guardato, poi si è girata verso di me, con l’aria di chi sta riflettendo e mi dice:
«Volevo fare la prova se la mia Torta Sbattuta sta bene con la Nutella…»
«Ma’, non ti sacrificare, te lo dico io: la torta con la Nutella è buona, garantito» e me ne sono andato sghignazzando, lasciando la Regina di Bugie con l’unico boccone amaro, a base di Nutella, di tutta la sua vita.

Oddio, mamma, quanto ti voglio bene.

Ingoia, Dottordivago, stringi i denti, cow boy, dovremo pur finirlo, ‘sto post, no?

L’apoteosi gastro-masochistica di mia mamma è coincisa con il pranzo di Pasqua del 2001 o 2002.
Una successione interminabile di piatti, roba da far girare la testa.
Io e Bimbi ci guardavamo increduli: mia mamma stava facendo il bis di ogni portata, una cosa stupefacente.
Poi si parte coi dolci, almeno due o tre fatti in casa, più la colomba: io salto tutto quanto, mentre mammà fa onore alla cuoca, cioè sè stessa e assaggia tutto e tralascio di quantificare il concetto di “assaggio” della Regina di Bugie.
Finito?
No, c’è ancora una torta, “roba comprata”, espressione che in casa mia ha sempre avuto un significato negativo, roba di pasticceria, che nessuno tocca, nonostante i ripetuti incitamenti di mammà.
«Ma’, se non te ne vai, tu e la torta insieme, ti do una coltellata…»
L’ho delusa, si vede. Eppure, qualcuno dovrà pur assaggiarla, no?
La torta è decorata con un uovo di zucchero azzurro e rosa, a grandezza naturale di un bell’uovo di gallina.
Rullo di tamburi: mammà lo prende, lo guarda e, con l’aria di

è uno sporco lavoro ma qualcuno lo deve fare

SE LO FICCA IN BOCCA INTERO.
Rimane immobile, con la mandibola bloccata, per un minuto d’orologio; poi, la salivazione e la temperatura corporea cominciano ad aver ragione dello zucchero, inizia un movimento impercettibile che cresce fino a diventare masticazione, poi un sorso di spumante e una domanda: «Caffè?»

Il mercoledì successivo aveva programmato il check up annuale, le hanno trovato la glicemia di una meringata e da lì sono iniziate le diete e la terapia per il diabete.
Ma i medici non avevano capito un cazzo: il suo era un diabete psicosomatico, causato dallo stress, dovuto al dispiacere di aver venduto la casa al mare, cosa che non si è mai perdonata.

Mia mamma, la Regina di Bugie.
E la prossima volta vi racconto la vera ragione di questo nome.
Continua.

Dottordivago

Le bugie hanno avuto una grande importanza, nella vita di mia mamma.
Ah, trapa, voce del verbo “traparentesi”, oggi pomeriggio mammà ha smesso di boccheggiare come un pesce tirato a riva e si è concessa un po’ di relax.
Un bel po’ di relax.

La Regina di Bugie è morta!
Piangetela e rimpiangetela!
Vengano chiuse le imposte
e drappeggiati gli specchi!
La Regina di Bugie è morta!

Sì, credo proprio che, in un’altra epoca, la morte di mia mamma avrebbe motivato un araldo che portasse in giro un annuncio del genere.

Dicevo, le bugie hanno avuto una grande importanza, nella vita di mia mamma.
E siccome, a parte il sottoscritto e poche altre persone, nella sua vita nient’altro ha avuto importanza come il cibo, sto parlando di bugie legate da un filo conduttore gastronomico.
Grande cuoca, mammà, amante del cibo di ogni livello, dall’eccellenza alla zozzeria, con un occhio di riguardo alla quantità, il “mangiare” ha accompagnato ed anche pesantemente condizionato la sua vita.

Che faccio? Pianto il solito casino o vado per ordine?
Va be’, provo ad andare per ordine ma non garantisco, ok?

Nata nel ‘36, sposata nel ‘55, a 19 anni.
Poco prima dei 21 anni è arrivata mia sorella, dopo tre anni, io.
La mia era una mamma di una volta: un metro e sessanta con un po’ di tacco e un BMI da far venire i capelli bianchi ad un nutrizionista.
E di chi era la colpa? Mia, di chi, sennò…

Quando è nata tua sorella non ho neanche fatto un prémaman, la gente  neanche se ne accorgeva; quando aspettavo te, al terzo mese non passavo più in mezzo al banco…

Il “banco” era quello di un negozio di alimentari che mammà aveva aperto appena svezzata mia sorella, unica ragione dello spropositato aumento di peso e circonferenza coincisi con la gravidanza che ha avuto il sottoscritto come atto conclusivo.

D’altronde… i negozi di una volta… eh… gente, chi non li ha visti ed annusati, non può capire.
Era tutto sfuso, tutto a portata di “assaggio”, senza uno straccio di data di scadenza, quindi l’accezione “bottegaio di fiducia” aveva un senso, oggi andato perduto, diventato privo di significato.
Baccalà adagiato sul banco, stoccafisso appeso tra salumi cotti e crudi, latte delle dimensioni di un secchio piene di acciughe salate, aringhe affumicate, sgombri e tonno sottolio, l’acidulo della “giardiniera”, il dolce che pizzicava il naso della mostarda di Cremona, prodotto con cui ho avuto un rapporto di amore-odio per trent’anni: «Come è possibile -mi domandavo- che una cosa così bella sia così… così… aliena al palato?»
La mostarda di Cremona, con tutti i colori dell’arcobaleno e pure qualcuno in più, il suo aspetto lucente e la varietà di forme, non dico negli smilzi vasetti di oggi ma in un mastello di legno di quercia da 50 litri, è la cosa più simile allo scrigno del tesoro dei pirati che io abbia mai visto. Letteralmente ammaliante.
Col tempo e la maturazione delle papille gustative, ne sono diventato schiavo.

Ora, prendete una golosa, una persona veramente golosa, fatele passare un’infanzia -per l’epoca- agiata ma comunque a cavallo della Guerra, quindi senza nulla da sprecare. Mettete questa persona, cresciuta ed emancipata, in pieno boom economico, dietro al banco di un negozio di alimentari, con tutto a portata di mano, senza neppure la remora di pensare: «Mah… star lì ad aprire la confezione…», semplicemente perchè le confezioni erano già tutte aperte…
Poi aggiungete che questa persona non accetterà mai di confessare di aver assaggiato una briciola di alcunché, nonostante tutto, dal viso al seno, passando per pancia, culo e cosce non lasciassero dubbi : cosa avete ottenuto?
La Regina di Bugie, chi altri?

Questo era solo un annuncio, ora vi lascio perchè la giornata è stata impegnativa, mi serviva uno sfogo serale.
Per domani vi chiedo una preghiera laica: nel corso della giornata, in onore della Regina di Bugie, mangiate una cosa molto buona che di solito vi proibite.
La Regina apprezzerà, ne sono certo.
Continua.

Dottordivago.

Sottotitolo: Amerikanizzàti

Già mi sembra di sentirlo, quello là:
«Doc, sembravi ripartito ma, in realtà, hai solo voluto illudere quattro o cinque pirla, così pirla, da avere ancora voglia di leggere le tue sempre meno brillanti ed incisive filippiche, poi sei sparito di nuovo»

Assente giustificato, giustificatissimo.
Non mi serve neppure un crescendo Rossiniano di scuse, sempre più catastrofiche, come quelle propinate da John Belushi a Carrie Fisher.
Basta la parola, la prima parola: mamma.

Signora maestra, non ho potuto fare i compiti perchè mia mamma è stata male.

Ma male, eh…
E adesso mi trovo in quella situazione in cui molta gente, pressappoco della mia età, finisce per ritrovarsi: vivere in un limbo in cui non capisci bene da che parte sei girato e cosa ti succede.
Vedi quella persona, che è sempre esistita nella tua vita, forte al punto di tenerti in braccio per ore e temibile per certi schiaffoni da paura, che non è più quella. Non è più una difesa, poi una fonte di apprendimento, poi una dispensatrice di paghette o “la miglior cuoca del mondo” da cui tornare ogni tanto per mangiare quelle cose che non puoi dimenticare.
È una cosina molto più piccola di come ti è sempre sembrata, in un letto, immobile, collegata a tubicini che in realtà sono corde che la trattengono di qua, ritardando il momento in cui andrà di là.

Mi vien voglia di guardarla negli occhi e domandarle cosa cazzo deve aver fatto di male nella vita per meritarsi un fine-percorso del genere. Poi pensi a quei bambini sotto le macerie di un terremoto o resi completamente glabri dalla chemioterapia, che non hanno materialmente avuto il tempo di combinare niente di cattivo, e ti rendi conto che la domanda che ti stavi ponendo è una cagata che dici perchè l’hai sentita dire tante di quelle volte che ti è rimasta appiccicata in testa.
Un po’ come l’altra, quella di “ma se esiste un Dio…”, domanda, però, che io non mi pongo mai, in quanto più ateo del cardinal Bertone.

Diciamo che il filotto di sfighe di mia mamma non è estraneo al calo della produzione “letteraria” del sottoscritto, a cui raramente è mancato il tempo per scrivere ma molto spesso è mancata la voglia.
Cominci con un ricovero d’urgenza, bisogna sostituire una valvola cardiaca.
Intervento di routine per quello in piedi col bisturi in mano, un po’ meno per quello coricato, massacrato più dai danni collaterali –visto che ti aprono il torace come a un pollo- che dal lavoro sul cuore. Ma se si deve fare…
Eh eh… ti piacerebbe, eh? E invece no, niente intervento, almeno non ancora: prima bisogna sistemare una situazione ematologica sconcertante, cosa che fa dire a mammà: «Meno male che rischio la leucemia, così non penso al cuore che non va…».
Un po’ come il Geometra che, dopo aver scoperto di avere la cirrosi, causata da venti o trenta gin tonic al giorno, è passato a venti o trenta succhi di frutta.
«Geo, va’ che tutto quello zucchero non ti fa mica bene…»
«Non capisci un cazzo: combatto la cirrosi col diabete!»

Torniamo a mammà. Mesi di cure, poi, finalmente, l’intervento, seguito da mesi di lento recupero. Contemporaneamente una lombo-sciatalgia la mette su una sedia a rotelle per qualche mese.
Appena si rialza, un anno fa, arriva l’ictus.
Accudita da sua sorella in modo amorevole-maniacal-soffocante, da poco aveva ricominciato a muovere qualche passo e il 30 aprile avrebbe “festeggiato” il primo anno di ictus.
Peccato essersi rotta un femore il giorno prima.
Ospedale, inoperabile sempre per quel sangue strano, dopo due giorni si fermano i reni ma non è dializzabile, sempre per la situazione ematologica; cambi di terapie su cambi di terapie, si sbloccano i reni.
Ma le viene la polmonite, un classico per i forzatamente immobilizzati.

Adesso è più di là che di qua, sotto ossigeno, raramente lucida.

Vi ho scassato la minchia, eh?
Ma c’è un motivo, che poi è la ragione del sottotitolo: in tutti questi eventi ho avuto un’ulteriore conferma del fatto che siamo americanizzati di brutto.
La tanto vituperata Sanità italiana, non è, almeno al mio paese, tutto ‘sto disastro, il problema è un’inquietante presenza che permea tutto quanto: la paura.
La paura delle malattie? Delle infezioni batteriche ospedaliere? Della morte?
No, la paura degli avvocati.

Porca di una puttana, è mai possibile che se devono schiacciare un punto nero a mia madre, “è necessario il consenso dei parenti”?
Già sto dormendo pochissimo e sono di pessimo umore: volete almeno risparmiarmi delle assurde rotture di coglioni?
La catena della paura è la seguente: mia mamma fa un respiro diverso dai precedenti e la signora che la assiste durante la notte, infermiera, chiama l’infermiera di turno e glielo dice, “perchè non si sa mai che poi qualcuno dia la colpa a lei di non avere fatto niente”.
Inizia una specie di partita di pallavolo, sport assolutamente idiota ma con la peculiarità che la palla non deve mai essere trattenuta.

Ricevuta la palla dal bagger difensivo dell’altra, l’infermiera di turno, immediatamente, senza alcuna trattenuta, se ne libera e la “alza” al medico di turno, che “schiaccia”: schiaccia un pulsante e, nel cuore della notte, chiama mia sorella, che abita in città, la quale chiama me perchè è giusto che sia così. Ci ritroviamo in ospedale alle cinque del mattino, davanti a uno che ti chiede il consenso di fare una determinata cosa: «E l’alternativa, quale sarebbe?»
«Non fare niente»
«Cioè non curarla?»
«Esatto»
«PORCOD…!! Chi cazzo è il medico? Fai quello che devi fare, no?!»
Certo, ma ci vuole l’autorizzazione.

L’altro ieri notte riparte la catena della paura ma il medico non ha schiacciato e con un tocco in più, irregolare, ha alzato la palla alla rianimazione.
Mi chiama mia sorella: «Il rianimatore chiede cosa deve fare…»
«A te che lavori in Comune e a me che faccio le finestre?»
ARIPORCOD..! Ma se esiste una persona che DEVE sapere cosa fare è il rianimatore, che di mestiere ti piglia per i capelli quando sei già di là e ti riporta di qua: o ti rianima o ti lascia crepare.
E questo deve sapere da me cosa fare?
Qual è l’alternativa con mia mamma? Abbatterla? Cazzo è, un doberman?

Voleva il consenso per intubarla.
Siamo in tre, ho il sospetto che l’unica con la laurea in medicina sia la rianimatrice con cui io e mia sorella stiamo parlando, e dobbiamo decidere noi? «Scusi, lei cosa consiglia?»
«Lo sconsiglio, potrebbe essere controproducente…»
E allora lasciala stare, no? Certo, ma ci vuole il consenso dei parenti.
Il fatto che mia madre sia ancora viva sta a dimostrare che non era una cosa indispensabile ma noi, che cazzo ne sapevamo?

Mi viene un sospetto: quanta gente sarà morta, in attesa del consenso di parenti non immediatamente rintracciabili?
D’altronde il personale medico e infermieristico è da capire: ormai il mondo è pieno di parenti che fanno partire cause a raffica, al primario, per un intervento, come all’insegnante, per una nota sul registro al figlio.

Siamo un popolo di rap-dipendenti che si vestono da negri, di obesi da fast food, di ingrassatori di avvocati.
Che magone, al pensiero di quando l’americanizzazione si fermava a lui:

09.05 

Dottordivago

Proseguendo senza soluzione di continuità il post precedente, il sedicente “letto coreano” la “Terra degli Aliti di Merda” non l’ha mai vista, perchè sicuramente parto della mente di un lavativo milanese che si nutre solo di apericene.
Però, nella sua semplicità segna un punto di demarcazione, un confine, un vero spartiacque:

Se ne percepirai l’incommensurabile vuoto di utilità e senso, se ne comprenderai la nocività per il portafoglio, se ti sarà estraneo ed alieno al punto di non degnarlo neppure di un commento negativo, se la tua unica reazione sarà quella di fare un cenno tipo “non me ne parlare neanche…” al venditore, se te ne allontanerai con aria divertita, sostenendo con fierezza che tu, sul Feng Shui, ci caghi a spruzzo, allora tua sarà la Terra e tutto ciò che è in essa e –quel che più conta- non sarai un pirla, figlio mio.

Ora, chiedendo mille volte scusa a Rudyard Kipling, vorrei solo farvi riflettere per un attimo, ma con grande ammirazione, sulla carica di ottimismo e di amore per l’azzardo di uno che prende due carriolate di foglie di varie piante e scarti vegetali generici e li mette in un sacco, in combutta con un altro che vende quella specie di sacco dell’organico a 2000 euri.
Questa è Fiducia nel genere umano, è speranza nel futuro, è credere che il Pianeta possa partorire un essere così immensamente coglione da comperarlo.
Gente, giù il cappello, sciapò. Anche perchè si tratterebbe di un supercoglione moonwalkizzato che paga cento quel che vale zero, convinto di comperare la cosa più benefica dell’Universo Mondo mentre è la più allergenica: il fogliame contiene di tutto, dai pollini agli insetti alle uova degli stessi, quindi va trattato col vapore a 200 gradi (e addio “benèfici aromi rilasciati”) oppure con mille veleni, perchè se comperi della tosatura di giardino e potatura di siepe per 2000 euri e ti ritrovi a dormire con camole del grano, ragnetti, magari zecche e insetti della frutta, vai là e glielo spacchi un labbro, a chi te l’ha venduto…
Ma gli esperti di moonwalking danno il meglio nei locali più tecnologici o comunque ad alto tasso di gadget, tipo cucina e bagno. In quei due locali il moonwalking tocca vette altissime ed accomuna i due ambienti per mezzo di un Elemento Catalizzatore, una Materia Divina, una Pietra Filosofale, un regalo del Titano Dupont all’Umanità, in confronto a cui i doni di Prometeo agli Uomini (l’intelligenza, la memoria e il fuoco)  diventano una scatola di cioccolatini. In ginocchio, razza di scimmie evolute: sto parlando del

CORIAN

Ed ora permettetemi di uscire un momento dal Mito e di calarmi brevemente nella realtà.
PORCA DI UNA PUTTANA DI MERDA, è mai possibile che l’azienda che ha inventato il nylon, il kevlar, il teflon, il neoprene debba vendere l’anima al Diavolo del Guadagno ed inondare il mercato con un prodotto bello da vedere, costosissimo (alla vendita, non alla produzione) e che non vale un cazzo? Oddio, pensandoci, loro fanno bene, il materiale è bello, è l’uso improprio che lo rende “puro distillato di moonwalking”.
Quando ho iniziato a girare un po’ di mobilifici, forse a causa della mia aria aristocratica, mi sono sentito proporre, in prima battuta, solo cucine col piano in Corian, motivando la proposta con un lusingatore: «…e con questo ha il massimo!» Ora, d’accordo che “si tratta di un materiale composito formato da 2/3 di idrossido di alluminio (triidrato) e 1/3 di resina acrilica (polimetilmetacrilato) con aggiunta eventuale di pigmenti colorati”.
Ma alla fine è una lastra di plastica spessa 10/12 mm che incollata sul multistrato ed opportunamente giuntata ad angolo (giunta invisibile, devo riconoscere), dà l’illusione di un piano di 40 o 50 o, addirittura, 60 mm.
Quant’è il disturbo per un piano del genere, largo i canonici 60 cm della cucina? Dai 500 ai 600 euro al metro.
Ovviamente non ci ho pensato neanche per un momento ma ho posto alcune domande, solo perchè amo ripagare con ugual moneta chi mi sta palesemente prendendo per il culo: «Be’… però dove c’è il buco del piano cottura e del lavandino, diciamo un paio di metri, ne rimangono solo poche strisce, quindi costa meno, vero?»
«Eh… no… È una lavorazione dal pieno, quindi c’è il costo del piano, più la lavorazione…» e conclude con un inespresso “coglione”
Quindi, due metri di piano, composti all’80% dal vuoto, sgobbano un 1500 euri…
Comunicazione di servizio: mi ostino ad usare “euri” perchè gli euro, quando sono tanti o spesi male o palesemente rubati, diventano “euri”.

Ma non voglio fare l’avvocato del diavolo, restiamo sul piano pieno, quello “economico”, quello dove c’è più Corian che aria. Allora, per intenderci, la parte di piano di lavoro su cui appoggi la teglia del forno (circa 50 cm), costa dai 250 ai 300 euri.
Se la teglia è fredda. Se invece la teglia è uscita dal forno a 200°, quel mezzo metro costa come tutto il piano, che sarà da rifare, perchè il Corian, il dono della Scienza all’Umanità,

si fonde.

NON DEVE VENIRE A CONTATTO CON TEMPERATURE SUPERIORI AI 60 GRADI!
C’è scritto sull’elegantissima brochure che il (mancato) venditore ha così insistito perchè me la portassi a casa e me la studiassi, “visto che si capisce che è un tecnico”… C’è anche scritto il prodotto e la tecnica di pulizia da impiegare per ogni tipo di macchia, visto che ha anche l’abitudine di assorbire leggermente il rossetto, la matita per gli occhi e altre centinaia di prodotti che lascerebbero intatto un piano di nobile ed “economico” acciaio, così come uno di plebeo laminato.
Considerato che ci fanno un mucchio di lavandini, sia per la cucina che per il bagno, nasce la nuova moda di andare a scolare gli spaghetti nel bidet, almeno quello è di ceramica. Anzi, se uno mette il tappo al bidet e conserva l’acqua, una volta intiepidita, con il benefico effetto dell’amido contenuto, otterrà sicuramente un piacevole effetto rinfrescante per il culo. Perchè, a quel punto, se pensi a come hai speso i soldi, dovrà pure bruciarti un po’ il buco del culo, no?

Dottordivago

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