Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for febbraio 2011

…il gigante del Brasile e il Nano Puttaniere.

In passato alcuni grandi uomini non sono stati creduti: molti dileggiati, altri perseguitati o incarcerati, alcuni uccisi.

Nel suo piccolo, per un ventennio, il povero Gianni è stato massacrato da tutti gli amici.
Nel corso di una notte insonne di fine anni 80, trascorsa davanti al televisore probabilmente in cerca di qualche spogliarello su una tv locale, aveva visto iniziare un film indiano degli anni 60; era una cosa talmente surreale che si è costretto a vederlo fino alla fine.
Mal gliene incolse: dopo averlo raccontato in giro, non c’è stato un amico, tranne me, che gli abbia creduto e tutti quanti gli dicevano di smetterla con gli alcolici e/o le droghe.
Io, che pure sono una merda, mi sono astenuto dal caricarlo come una sveglia per il semplice fatto che sapevo cosa era in grado di produrre allora Bollywood, figuriamoci a quali efferatezze cinematografiche potevano arrivare nei primi anni 60 quando, addirittura da noi, venivano realizzati capolavori immortali come Zorro contro_Maciste

Il film che per vent’anni ha trasformato Gianni in un visionario, esiste: ne avevo già trovato traccia in rete un sabato sera, dopo una cena a casa mia, cosa che aveva completamente trasfigurato il mio amico, ora disposto a tutto pur di trovarne una copia e di organizzare una serata con cena e proiezione, a cui seguirà uno spietato castigo per i suoi più ostinati e scettici detrattori di questi anni.

Il titolo italiano è Il gigante del Bengala: basandoci su quello troveremmo poco, in rete, giusto un accenno da cui si risale al titolo originale, Awara Abdulla, da cui qualcosina esce fuori.
Il film è un vero trip da acido, probabilmente un insieme di scarti di altri film girati dallo stesso attore, un allora famoso (nel suo condominio) wrestler indiano:

awara01ripeto, nello stesso film, lo stesso protagonista passa dall’essere una specie di Zorro
awara02a qualcosa che ricorda Ben Hur,
awara03un po’ di Ercole o Maciste, tanto per gradire,
awara07un assaggio di “Muoia Sansone con tutti i Filistei” ma in un’ambientazione ottocentesca,
awara05per finire con una lotta tra giganti, omaggio ai film giapponesi dell’epoca in cui non mancava mai un lucertolone che mazzuolava King Kong o viceversa.

Se qualcuno di voi ne trovasse una copia, per favore, me ne informi: per Gianni rappresenterebbe quello che per un archeologo è il Sacro Graal.

Ancora prima, fine anni 70, quando in Italia era appena uscita la Serie 7 della BMW, Mauro sosteneva di aver visto, nel corso di un giro in Svizzera, una BMW Serie 8: naturalmente l’abbiamo caricato come un mulo per qualche anno.
A metà degli anni 90, quindici anni dopo, quando la Serie 8 è diventata realtà, Mauro ha fatto lo sbaglio di lasciarsi sfuggire un “Ve l’avevo detto, io…”, così l’abbiamo preso per il culo fino all’inizio del decennio attuale.

Ora non vorrei toccasse a me.

PETERBILT-387,2590845_1L’altro giorno vi ho detto che in Brasile ho visto non una, bensì due volte, un pick up realizzato con una motrice da TIR Peterbilt, made in USA, a cui è stato attaccato un cassone poco più grosso di una vasca da bagno, diciamo come un letto matrimoniale, giusto per riempire lo spazio tra la cabina e la fine delle ruote gemellate.
Naturalmente, un paio di stronzi affezionati lettori mi hanno scritto privatamente su “Ditelo al Dottordivago”, giusto per non darmi del pazzo in pubblico.
A ‘sti due cornuti rispondo che no, non sono effetti del fuso orario e ancora no, non è abuso di Cachaça: l’ho visto! E mi è stato confermato che ce ne sono un paio in giro per la città.

Lo so, è una mostruosità, è l’assurdo su ruote, è un altro trip da acido, tipo un pesce che spalanca la bocca fino a ribaltare completamente le mandibole, autoingioarsi e scomparire in un flash fuxia…

Non è una grossa auto, non è un SUV… È un camion mutilato.
È 15.000 di cilindrata, credo abbia un cambio elettroidraulico con 24 rapporti, studiati per trainare decine di tonnellate di carico, non per scarrozzare ottanta chili di imbecille.

Gente, sono preoccupato per i Brasiliani.
Ovunque nel mondo ci sono tribù di zumbòn che per adeguarsi ai canoni di bellezza della loro cultura si pelano come San Bartolomeo, si deformano le ossa, si scarificano e scarnificano il corpo, si limano i denti per renderli appuntiti come quelli di uno squalo, si trasformano il labbro inferiore in un porta piattino da caffè, mentre le donne Padaung si allungano il collo con gli anelli d’ottone facendo delle invalide di sè stesse…

Ok, i gusti sono gusti.
Ma mi spiegate quale tara genetica può portare a considerare segno di fighezza farsi vedere in giro su un affare del genere? Deve essere una tara genetica, visto che in una città di un milione e mezzo di abitanti, tra cui cinquanta persone potranno permetterselo, ce ne sono già due… Oh, è il 4%!…

Mi sembra di vederli discutere con gli amici, caso mai, per assurdo, ne avessero: «Quello è un mega pick up?… QUESTO è un mega pick up!»
Resta poi da capire perchè un pick up deve essere mega.
È una scelta intelligente come scoparsi un’obesa di 600 kg anzichè 12 belle fighe di 50 kg, è come festeggiare con il bombardamento di Dresda anzichè coi botti di Capodanno, è come dire «Ah sì… voi siete andati sulla Luna? E io vado sul Sole!…»

Vi dirò, comincio quasi a guardare con tenerezza i nostri proprietari di SUV “cinque metri x due x due”: poveracci, fate la figura dei pirla su veicoli assurdi e non siete che dei bambini, rispetto ai veri coglioni brasiliani o anche solo agli statunitensi, che tutti gli anni si comperano un milione di pick up che potrebbero tranquillamente trasportare le vostre Q7 o X5…

Sui proprietari di SUV ne sono state dette tante, non serve infierire.
Anzi, per dare ragione ad un lettore che in un forum mi ha definito “un blogger bravissimo dalle idee non convenzionali” (grazie B…), spezzerò una lancia in favore di quei vituperati mezzi.

Possono essere maledettamente utili.

MarysthellMettete il caso che Berlusconi, per una ragione di vita o di morte necessitasse di un pompino, che so, durante una visita in Afghanistan, in zona di guerra.
La bella Marysthell, che con quell’abbronzatura non darebbe nell’occhio, potrebbe precipitarsi da lui anche sul campo di battaglia, grazie all’Hummer da 100.000 €, derivato da un veicolo militare, che lui le ha regalato.
Alessandra SorcinelliE se il nostro Premier andasse in overdose da Viagra e, per evitare l’ictus, avesse l’assoluta necessità di trapanare un bel culetto bianco, magari nel corso di una terribile nevicata ad Arcore, Alessandra Sorcinelli riuscirebbe senz’altro a raggiungerlo con la Range Rover da 75.000 € con cui il previdente Silvio si è premurato di dotarla.

Chi lo sa… Se non fosse per i SUV, Dio li benedica, forse non avremmo neanche più questo Presidente del Consiglio…

Dottordivago
P.S. Donne alla guida di SUV di otto metri, riflettete: se c’è una troia in giro, è appurato che c’ha il gippone.
Non vorreste distinguervi?

Read Full Post »

Eh sì, credo sia il momento dell’addio al Brasile.
Mi dispiace davvero per un amico come Milton, il quale continua a dirmi di andare quando voglio, anche se i miei suoceri hanno venduto la casa, che sarò suo ospite…
Vedremo, ma sarà dura…
Ripeto: la gente nel villaggio è peggiorata e tutto quello che c’è al di fuori ha perso la spontaneità e l’innocenza che rendevano piacevole quel posto.

Il peggioramento della qualità della vita nel villaggio ha segnato un emblematico punto di non ritorno con l’arrivo di un (mi dicono scontroso, io non lo conosco) napoletano privo di una gamba che, con la scusa della menomazione, si muove in spiaggia e in mezzo alle case con un quad; e ciò la dice lunga sulla degenerazione di quel microcosmo.

Il quad… Bel dito nel culo, eh? 
Nella classifica delle cose fastidiose verrebbe dopo le moto d’acqua e le motoslitte, solo che è più facile trovarselo tra i piedi, quindi fa pari con le altre due.
Nella classifica delle cose stupide non c’è competizione, è il Numero Uno: essendo nato per coniugare auto e moto, è l’unico mezzo che ti permette di rimanere in coda come con l’auto, però prendendo la pioggia come in moto; inoltre, in caso di incidente ti fai male come in moto ma esiste anche la possibilità di capottarsi, come in auto.
Sono soddisfazioni…
Il napuli ha voluto dimostrare di avere le idee chiare, in fatto di stupidità: mi diceva Milton che, pur di avere il modello con più gadget, ha comperato l’unica marca di cui, in zona, non esiste assistenza; ma non c’è problema: se capitasse una magagnuccia, è sufficiente portarlo a San Paolo, poco più di 2500 km

Altro segno di degenerazione dei costumi: se consideravo il Brasile l’unico posto in cui può aver senso comperare un pick up, ho capito che stanno sbroccando pure loro.
In Brasile un pick up paga metà delle tasse dello stesso fuoristrada “chiuso”, così tutti quelli che vogliono il suv o il gippone si ritrovano con quei cabinati muniti di pianale,
ssangyong-actyon-sports-pick-up-argento utilissimi per portare i muratori in cantiere insieme con cemento e carriola, meno per girare in città: i posti dietro non sono comodissimi e sul cassone alla fine non ci sta un cazzo –e quello che ci sta te lo rubano- ma è la dura legge del fuoristrada, da quelle parti.
Continua a sfuggirmi il senso di girare in città con un mezzo del genere ma, se proprio si deve, almeno lì c’è l’incentivo del vantaggio fiscale.

Quale sia, poi, la ragione che può portare a circolare con la mostruosità che ho visto e che non ho fatto in tempo a fotografare, nessuno lo saprà mai: giuro, la prima volta ho sperato di aver visto male, la seconda ho spaventato Bimbi con un “NOOOOO!!!!…” orripilato.
Considerato che la testa di una persona normale arriva a malapena all’altezza del retrovisore, questo GMC Sierra vi sembra abbastanza mostruoso?

GMCSierraHDAllTerrainConcept_01 Ma per piacere… Sarà un cinque o seimila di cilindrata e a stento peserà tre tonnellate…
Sì, è già sufficiente per essere considerato un bel cretino, qui da noi, però…

Però, il vero cretino australe ha bisogno di ben altro: prende solo il cassone di un affare del genere e lo attacca qui:

PETERBILT-387,2590845_1Purtroppo non sto scherzando: si trattava di una motrice Peterbilt, come questa ma nera, peso sei o sette tonnellate, motore di 15.000 di cilindrata, alto come una villetta monofamigliare, con appoggiato sulle ruote gemellate – a un metro e mezzo da terra…- un cassone in cui potrebbero trovare posto, a malapena, un paio di mountain bike.
Però c’è la cabina per dormire.
Milton mi ha detto che in città ne girano un paio: li fa assemblare negli USA uno di San Paolo e costano 150.000 euro. 
A parte la follia, a parte tutto quello che vi può venire in mente, era anche la cosa più sgraziata del mondo: sembrava il trumeau della nonna con un cassettino aperto, proporzionato come un body builder di due metri con un pisello di tre centimetri…
Il Brasile, per quanto vasto, non è grande abbastanza per lui e me.

Un altro motivo di carattere più pratico per fare la croce su quella zona: il villaggio, per noi sotto i settant’anni, non è mai stato una Las Vegas; lì alle sei è buio, se ti lasci prendere la mano e non hai organizzato niente, alle otto hai già cenato, quindi, negli anni passati, per evitare l’abbrutimento, quasi tutte le sere prendevo su Bimbi ed andavamo a cena a Maceio, la capitale dello Stato, che si trova a 25 km da casa nostra.
C’era un bel lungomare, reso gradevole dalla brezza marina, sul quale digerire la cena passeggiando; a volte non andavamo neppure al ristorante e mangiavamo qualcosa nei tipici barracão.

Il lungomare c’è ancora, solo che l’hanno snaturato, sembra una piccola e brutta imitazione di Miami: hanno creato piste ciclabili, sono spariti i pescatori che salpavano le reti sulla spiaggia ed improvvisavano il mercatino, sono spariti molti chioschi e barracão, integrati in strutture di cemento, tot metri quadri ciascuno, ognuno con la televisione accesa e il volume a stecca; sono spariti persino i bambini che chiedevano l’elemosina, ma solo perchè li hanno fatti sloggiare da un’altra parte.

E poi c’è la strada…
Allora, che le strade del Brasile sono una merda, ve l’avevo già detto; peccato che, invece di migliorare, peggiorino.
Sembra incredibile che, in una nazione in cui non esistono i treni e in cui il 95% della popolazione si sposta su asfalto, questi babbei non riescano a costruire un km di autostrada e facciano il possibile per complicare la vita agli automobilisti. 
La Dottordivago Tour vi propone un viaggetto sui 25 km che da casa nostra arrivano alle porte di Maceio, lungo cui potrete gradire:
– 14 lombadas, i nostri dossi rallentatori, solo alti il triplo e quasi invisibili: credo che metà delle macchine che girano in Italia lì si pianterebbero come cavalli davanti all’ostacolo;
– 4 lombadas elettroniche, autovelox ben visibili tarati a 40 all’ora;
– 2 postos policial,
posto policialpraticamente delle strettoie create con dei birilloni che ti costringono ad una serpentina a passo d’uomo sotto lo sguardo di alcuni sbirri dall’aria truce ma gentilissimi, se non fai lo stupido…

Più o meno questa specie di videogame c’è sempre stato, ora c’è solo qualche lombada e un paio di autovelox in più rispetto ai primi tempi.
Il problema è che prima non c’era altro: bastava tenersi in mezzo alla strada per evitare carretti e cavalli in contromano, ubriachi e viandanti apparentemente senza una meta, visto che ne trovavi a tutte le ore, ed eri relativamente tranquillo.
Adesso sono decuplicate le auto: naturalmente anche loro stanno in mezzo alla strada, come è logico, solo che lo fanno con gli abbaglianti spianati e, chi ce li ha, pure i fendinebbia, che poi non sono fendinebbia ma abbaglianti pure loro.

Insomma, tra frenate, sobbalzi, schivate e fanali –tanti fanali…- io, che sono un turbotarro e che potrei partecipare ad un Demolition Derby con la pipa in bocca, arrivavo stremato e con gli occhi che vedevano le stelline, anche perchè mi rifiuto di adottare l’unica tecnica –secondo loro- sensata: farla tutta a 30 all’ora… Non ce la faccio, è una questione di DNA…

Così ho rinunciato alle rutilanti attrazioni della metropoli e mi sono fatto qualche mangiata in più con Milton.
Ho fatto un po’ di scorta: mi mancherà, il mio amico.

Dottordivago

Read Full Post »

I nuovi coloni.

Tra i primi, contemporaneamente ai miei suoceri, è arrivato anche un personaggio che non me la racconta giusta: tutti dicono che si tratti del “titolare di una cooperativa con oltre mille dipendenti”; ora, io ci capisco poco ma a me risulta che le cooperative non abbiano titolari nè dipendenti ma soci, quindi si tratterà di un’agenzia di lavoro interinale o qualcosa del genere, non serve approfondire: comunque sia, si tratta di un paravento.
Chi lo conosce da tempo sostiene che quindici anni fa fosse l’indebitato titolare di un baretto e che, per sua stessa ammissione una volta che era in vena di tirarsela da self made man, per la Prima Comunione del figlio non si poteva permettere neppure i confetti, non parliamo di pranzo o festa, e questo è un peccato mortale per un Siciliano.
Beh, questo Fenomeno, già dieci anni fa maneggiava denaro a palate e in Brasile si è scatenato.

Il mio amico Milton conduceva una trattativa riservata per l’acquisto di una fazenda che, rispetto al nostro villaggio, si trova dall’altra parte della strada litoranea e si sviluppa verso l’interno.
Milton aveva già una fazenda in Mato Grosso, praticamente svenduta anni fa, dopo la morte del figlio, e l’idea di ricominciare con buoi, maiali e cavalli lo intrigava parecchio; da buon conoscitore del settore aveva offerto 150.000 reais al vecchio proprietario, che subito gli aveva risposto “ni” ma che a 155/160.000 avrebbe ceduto.
Ha aspettato un attimo di troppo.
Comincia a girare voce di un Italiano che paga tutto il quadruplo e per la fazenda, da un giorno all’altro, Milton si sente chiedere 200.000 Rs.
Si fa due conti poi dice “OK”, solo che adesso ne chiedono 250.000, che diventano 300.000 al colloquio successivo, un prezzo assolutamente fuori mercato.
Quando lo racconta, Milton si incazza ancora e giura di aver mandato affanculo il tipo, Brasiliano come lui, con un letterale “vaffanculo” italian style.
Poi, visto il seguito, lo perdona.

Il tipo non va affanculo ma rende pubblica l’intenzione di vendere la fazenda.
Il giorno dopo il Fenomeno è lì con un interprete, quello che poi ha raccontato la breve trattativa che lo ha visto muto spettatore.
Il Brasileiro guarda negli occhi l’Italiano e dice: «Io non vendo neanche per un milione…»
Il Fenomeno capisce il senso della frase e in italiano replica: «E io te ne do due!»
Nei pantaloni del venditore si scatena il finimondo: il tipo ha un’erezione a scatto, come un coltello a serramanico, dopo di che comincia a ridergli anche il buco del culo.
Gran fermento in basso ma nulla traspare dal suo viso quando dice “OK”…

Senza battere ciglio, il Fenomeno ha pagato più di sette volte il valore della fazenda, poi ci ha buttato dentro una camionata di soldi per bonifiche e nuove strutture.
All’interno della fazenda ha realizzato un lussuoso ristorante che non arriva mai a dieci coperti al giorno in alta stagione ed una piscina perennemente vuota.
La moglie ama farsi vedere a cavallo e lui compera degli asini pagandoli come purosangue, se non come unicorni. 
Continua ad acquistare terreni a dieci/dodici volte il loro valore, roba che per quanto possano rivalutarsi, non arriverà mai a far pari.

Il Fenomeno è il caso più clamoroso ma ce ne sono tanti altri, anche gente che i soldi li ha fatti lavorando e che in quel posto perde il lume della ragione: a botte di acquisti sconsiderati (per il momento sono rari quelli che hanno guadagnato qualcosa), sono riusciti a far raddoppiare il costo della vita in quella zona ed io mi auguro che esista un tacito accordo per cui i locali paghino la metà dei prezzi esposti nei negozi, lasciando ai turisti, rigorosamente italiani, l’incarico di sostenere l’economia.

Purtroppo l’animo brasileiro ricorda molto quello ligure: al raddoppio dei prezzi non è minimamente seguito l’adeguamento dei servizi o della qualità.
Noi abbiamo la fissa di tenere tutto in frigo, anche i prodotti integri che al supermercato vengono conservati a temperatura ambiente, vedi le uova, la maionese, il latte UHT.
Solo che da noi la temperatura del supermercato va dai 22° invernali ai 23° estivi, mentre in quella zona i negozietti non hanno condizionamento e la temperatura è di 32/35° per 18 ore al giorno e di 28/30° di notte; anni fa ho comperato la maionese in un negozio di quel tipo e l’abbiamo mangiata in quattro (su 5): ovviamente, ci siamo beccati lo spruzzone in quattro (su 5).

È un vero peccato che non ci sia maggior cura per i prodotti, a me piace fare la spesa nei negozietti; purtroppo, per determinate cose, tipo latticini e uova, sono obbligato ad andare al supermercato: non riesco a trovare il coraggio per comperare il burro tenuto alcuni mesi su uno scaffale a 35°.
Esatto: il burro (e la margarina, che io non considero ma lì va via come il pane) sono tutti in vaschetta, non incartati come da noi, per il semplice motivo che, dopo mezzora, sullo scaffale ci resterebbe solo la carta e il burro girerebbe tranquillo per il negozio, visto che il frigo serve per la birra. 
Eppure loro comprano burro e margarina in vaschetta, allo stato liquido magari da un paio di mesi: non conosco il sistema immunitario di un Nordestino ma sono sicuro che hanno degli anticorpi grossi come i nostri scarafaggi e continuo a domandarmi come abbiamo fatto noi Europei a sterminare il 95% dei Nativi Americani con il morbillo e il vaiolo.

A proposito di latticini… un conoscente, in paese, mi diceva che adesso il Fenomeno vuole fare il formaggio con il latte dei suoi animali.
Con i soldi che certamente spenderà per l’attrezzatura, uno normale assumerebbe un pensionato esperto di Parmigiano che voglia godersi lì la pensione; il Parmigiano è un prodotto che se ben realizzato avrebbe un mercato straordinario, visto che le immangiabili imitazioni costano almeno 25 € al chilo a fronte dei 16 € che pago io in Italia per un Fiore di 30 mesi.
Invece, ovviamente, inizierà senza alcuna esperienza e senza un casaro, però con la consulenza “della moglie di un dipendente la cui mamma aveva imparato dalla nonna che aveva una zia che sapeva fare il queijo coalho”, una specie di primo sale che in quella zona è comune come la canna da zucchero e costa come l’acqua di mare, un formaggio senza infamia nè lode, la cui unica caratteristica è quella di emettere il rumore dei piatti puliti quando lo mastichi.
E che, vista la concorrenza, darà un guadagno di un euro a tonnellata.

In parte lo capisco, vorrà tenersi impegnato: ormai vive lì in pianta stabile e a parte dilapidare capitali non fa nient’altro; diciamo che per vivere non ne ha bisogno: molto spesso arriva qualche suo sedicente “dipendente” con due o trecentomila euro cuciti nei vestiti, che lui fa cambiare da un indigeno, che poi racconta tutto a un comune amico, una nostra talpa… 
Ovviamente un elemento così prezioso ed affidabile come il dipendente-portavalori, considerata l’assenza del titolare, dovrebbe tornare immediatamente in “azienda”, no? 
No, si ferma a gavazzare un mesetto col Capo, giusto per sottolineare professionalità ed indispensabilità del personaggio; dopo un po’ ne arriva un altro, scarica il solito malloppo e fa compagnia a Capo e collega.
Uno di questi impiegati di concetto ha comperato una casa lì, ci ha trasportato di peso il figlio ex supertossico, per tenerlo lontano dal giro, e gli ha aperto un negozio, gestito in perdita fissa: un giorno lo scoppiato ha incassato 10 reais (4,50 €) ed era felice come una Pasqua.

La cosa spettacolare è che tutti considerano il Fenomeno un grande imprenditore, un uomo di successo: pendono dalle sue labbra e quasi scodinzolano quando si rivolge a loro.
Io sono l’unico a sostenere che uno che butta via i soldi in quel modo può essere solo un riciclatore di denaro sporco e, per distinguermi, giusto lo saluto per educazione ma rifiuto ogni rapporto. 
Ovviamente ricicla denaro non suo, visto che, da come si muove nel campo degli affari, difficilmente avrà mai realizzato un guadagno.
Però in cinque o sei anni è passato dalla miseria a dilapidare milioni di euro.

Voi lo sapete che ho tanti difetti ma non sono falso, vero?
Infatti confesso di essere invidioso, e non poco.
Sarò soddisfatto solo il giorno in cui i veri padroni di tutti quei soldi, una volta resisi conto dell’uso che ne ha fatto, lo scioglieranno nell’acido.

Dottordivago

Read Full Post »

Eravamo partiti bene.

Purtroppo, oggi il villaggio è diventato un nido di vipere, in cui il pettegolezzo e le maldicenze sono le uniche attività a tempo pieno e se in Italia abbiamo uno stronzo o un coglione da esportare, state tranquilli, lo trovate lì.
Avete presente quegli improbabili bar nella giungla, luoghi popolati da anime perdute, che i film degli anni 40 ambientavano solitamente in Africa o in Amazzonia?
La fauna era varia: si andava dall’ex Legionario alla nobildonna alcolizzata, dall’Ungherese fuggito lì dopo aver ucciso la moglie al rampollo di buona famiglia tisico che giocava a carte con una vecchia cantante lirica pazza.
Noi, al villaggio, siamo specializzati in stronzi.

Sembra incredibile, lo so, a volte penso di essere quello contromano in autostrada che dà la colpa agli altri, se non che la mia opinione è condivisa dagli amici brasiliani, che non riescono a capacitarsi di quanta gente di merda ci possa essere in Italia.
La cosa che mi fa più piacere, visto che si tratta degli osservatori più spassionati, senza interessi nè preconcetti, è che i pochi giovani brasiliani con cui parlo (e parlo dei giovani-bene, tipo i nipoti di Milton, visto che non frequento poveracce minorenni che la danno via per poco) mi trovano “diverso” dagli altri Italiani e per quanto mi sforzi di spiegare loro che proprio lì, manco a farlo apposta, si concentra il peggio dell’Italia, mi guardano poco convinti, come se gli altri fossero quelli normali ed io avessi due teste.

Morale della favola, i miei suoceri se lo sono fatto a fette ed hanno venduto la casa, con decorrenza aprile: dall’anno prossimo, senza obblighi morali (per altro mai esistiti), potrò farmi le vacanze invernali dove voglio.

L’ultima mia visita al villaggio risaliva al 2008.
Ritornarci dopo tre anni mi ha quasi fatto la stessa impressione del rivedere la Grecia dopo quindici anni o il Portogallo dopo venti, con una differenza: avevo lasciato Ellenici e Lusitani magri e poveri, li ho ritrovati ingrassati e cellulare-dipendenti; per i Brasiliani vale la stessa cosa, tranne il fatto che erano già grassi prima.
Mi ha sempre stupito questa cosa: il Brasile è uno di quei pochi posti al mondo dove anche i poveri sono grassi e la cosa ancora più stupefacente è che ad essere grassi sono i poveri che non fanno un cazzo, quelli che vivono con i sussidi di Lula, che mette a loro disposizione casette 4 mt x 4 mt ed elargisce contributi, oltre ad ipernutrirli con la miticacesta basica
cesta bàsica che possono ritirare al supermercato, presentando un documento che prevede il disbrigo di una pratica della durata di mezzora, alla cassa, dove solitamente sono in coda io, visto che mi dimentico di guardare cosa contiene il carrello di quelli davanti…
Naturalmente si tratta di lavativi che a loro volta garantiscono il voto a Lula o, recentemente, alla sua marionetta Dilma, sistema inventato da Achille Lauro a Napoli e messo a punto da Chavez in Venezuela.
Questo remake di “La classe inoperosa va in Paradiso” mi ricorda molto la situazione degli Indiani d’America o di Aborigeni e Maori: per carità, tutta gente che stava benissimo a casa propria prima che arrivassimo noi a fare i guappi, solo che oggi il 90% è costituito da una banda di alcolizzati e obesi che vivono di sussidi.
In Brasile, per assurdo, ci sono tanti poveri che si incaponiscono nel lavorare e si fanno dei buchi del culo come la Bocca della Verità, quella che ci passa la mano dentro; ovviamente quelli sono magri e tirati come cani da caccia a fine stagione venatoria.

In quella zona del Brasile, inoltre, salvo qualche carretto trainato da piccoli cavalli, tutti quanti hanno scoperto l’auto: mò che scoprono anche come si guida e che capiscono che oltre agli abbaglianti esistono anche altri tipi di luci, siamo a posto.
Però hanno capito in fretta che gli Italiani sono una banda di idioti, da cui il titolo “Bacio le medaglie, Comandante: avete colpito ancora!”
Sì, come al solito, ce l’abbiamo fatta, a farci conoscere.

Per trovare un ristorante in stile brasiliano bisogna fare 30 km, visto che in quella zona ci sono solo Italiani che pare non possano resistere più di mezza giornata senza mangiare la pizza, così non si parla più di scofanarsi un bel churrasco o un secchiello di camarão, scordatevi galinha o feijoada: ovunque ti giri, vedi solo “Pizzeria forno a lenha”.
Che tristezza…

Non c’è un cazzo da fare, noi Italiani diamo il meglio se siamo sotto pressione, nel calcio come nell’emigrazione: negli stati del sud, tipo Minas Gerais, Paranà, Santa Catarina e Rio Grande do Sul ci siamo arrivati con le pezze al culo insieme agli altri Europei e li abbiamo trasformati negli stati-locomotiva del Brasile.
Nel Nordeste ci siamo arrivati ora, da agiati turisti e quella zona è diventata una specie di antipatica Little Italy: dopo il “nostro” villaggio ne sono stati costruiti altri, visto che tutti i neo proprietari si portavano dietro degli amici che a loro volta desideravano farsi la villa in riva al mare a prezzi da monolocale ai Lidi Ferraresi.

Finchè gli impresari erano Brasiliani –ma di origine italiana- i prezzi erano vantaggiosi, infatti i miei suoceri, insieme ad alcuni altri Italiani e pochi indigeni, hanno comperato “sulla carta” ad un prezzo stracciato.
Poi, molti nuovi arrivati hanno comperato le ville inizialmente di proprietà dei Brasiliani, strapagandole; si è sparsa la voce e gli indigeni si sono disfatti più che volentieri delle loro seconde case (è rimasto giusto Milton, che non ha bisogno di soldi e gli piace il posto…), ricavando il triplo della cifra spesa ed il sospetto di avere a che fare con dei coglioni.
Ma questa è una coglionaggine veniale: quando per una villetta con tre camere da letto e tre bagni, in riva al mare, ti chiedono l’equivalente di un box a Milano, non stai a tirare tanto sul prezzo.

Dopo pochi anni, alcuni Italiani con un po’ di soldi da spendere hanno iniziato a comperare terreni e a costruire, vista l’alta richiesta da parte dei connazionali, naturalmente pagando il triplo attrezzature e materiali e rivendendo le case a prezzi sensibilmente più elevati.
Ma questo è solo l’inizio.
Continua.

Dottordivago

Read Full Post »

Dunque, in quindici giorni di Brasile ho scritto quanto segue:

Sono quasi le dieci di sera ed ho cenato magnificamente con tre diverse preparazioni dello stesso pesce, un cioba (pr. sioba), una specie di dentice brasiliano, di cinque chili.
Prima una preparazione in purissimo stile “sushiammammete” (ocio, che su questa definizione ho il copyright e sto registrando anche “sushiassorate”…): 
– un po’ sushi, perchè trattasi di un bel piatto di pesce crudo alla moda giapuneisa;
– e molto ammammete, perchè il sapore non viene ucciso con un secchiello di salsa di soia, che può rendere indistinguibile il gulash dalla meringata, bensì condito alla mediterranea, con extravergine, anelli di cipolla, qualche rondellina di peperoncino fresco, qualche goccia di lime e proprio un’idea della famosa salsa orientale ammazza-gusto.

A seguire, bocconcini di cioba scottati e vestiti con quella specie di blazer blu (che sta bene con tutto) costituito da olio, aglio, poco pomodoro, capperi e prezzemolo.

Gran finale con filettone di cioba (oh, se mi portano solo roba da cinque chili in su, che faccio, lo butto?…) alla griglia, accompagnato da una salsina trovata su “Le ricette del Dottordivago”, salsina di cui non rivelerò mai gli ingredienti, nemmeno in punto di morte, salvo che la generosità di lasciare una simile eredità al genere umano sia, in quel momento, superiore alla perfida grettezza di portarmela nella tomba.

E visto che Milton, il mio amichetto brasiliano, stasera mi ha fatto le corna accettando un invito a cena da una vecchia stronza di Carpi che quando parla sembra un gatto, adesso sono seduto su un lettino da spiaggia a smanettare con il portatile.
… Se scrivere con i due indici può essere definito “smanettare”… 

In faccia ho una brezza che non ha conosciuto il contatto con nient’altro che non sia l’Oceano Atlantico, dove è nata; e siccome questa meravigliosa Eva senza Peccato Originale è un bel bocconcino da tenere d’occhio, suo padre, l’Oceano Atlantico, mi cura da vicino, mandando le sue onde quasi a lambirmi i piedi.
Sì, nella vita può capitare di stare peggio.

Poi sono rimasto senza batteria e me ne sono stato lì con un bel libro, di carta, che non finisce mai la carica.
Inoltre avevo già capito che per scrivere ho bisogno del contatto con la terra, la mia terra, da cui, novello Anteo, traggo la forza.
Davvero, è una cosa strana: in quella situazione mi veniva una scrittura un po’ leziosa, mi sembrava di voler imitare, senza riuscirci, l’eleganza dei racconti di viaggio di Enrico; così, per evitare il plagio, diventavo troppo asciutto, asettico, tant’è vero che ho dovuto rimaneggiare il pezzo in versione originale, rendendolo un momentino meno schizofrenico e più presentabile al mio pubblico.
Quindi, per me, niente stile acciaio temprato e men che meno quello legno istoriato: dovendo cercare un materiale consono, scelgo uno stile “fetta di gorgonzola”.

A proposito di Enrico, che mi invidia per il fatto di essermi risparmiato due settimane di Ruby, spiegatemi una cosa: mi sembra di capire che non si sia parlato d’altro, vero?
Una volta al giorno facevo una scappata in un internet point (un “internèci”, come dicono là) per controllare la posta e leggere due notizie: Ruby, Sara Tommasi, Finiani pronti al salto della qualglia; poi, partito il festival, Sanremo, Sanremo, Sanremo.

È proprio vero che per vedere bene un quadro bisogna guardarlo da lontano; da fuori ti rendi conto che siamo un Paese con il freno a mano tirato, anzi, un piccolo mondo cristallizzato: viene quasi voglia di dargli uno scrollone per vedere se scende la neve.
E nessuno fa niente, io compreso: a differenza di Tunisini, Egiziani, Libici e metà dei Paesi Arabi, abbiamo la pancia troppo piena per fare la rivoluzione: speriamo di riuscire a fare qualcosa prima che la pancia sia troppo vuota per averne le energie.

Va beh, torniamo al Brasile, con un mini riassunto per chi si fosse collegato da poco.
I miei suoceri, Valdostani freddolosi, una decina di anni fa hanno comperato una casa in Brasile –in Alagoas, la Calabria del Brasile- per svernare qualche mese all’anno.
Si tratta di un “condominio”, costituito da una sessantina di ville sulla spiaggia, cintato, sorvegliato, curato ed innaffiato 24 ore al giorno.
Bel posto, niente da dire: non è “O Paraiso” come dicono i Brasiliani quando parlano del Nordeste –Caraibi e isole dell’Oceano Indiano e Pacifico sono un’altra categoria…- ma c’è di peggio, garantito.

Il grosso problema è che, alla faccia della tipica immagine brasileira, si tratta di un mortorio.
Ma i Brasiliani non hanno colpa: primo, perchè il 90% delle case è di Italiani; secondo, perchè sono tutti pensionati.
Anche il mio amico Milton ha una casa lì ed è pensionato ma si tratta di un sessantaquattrenne “tutto nervi”, con una forma fisica spettacolare, che ne ha viste e fatte di tutti i colori e che continua a girare il mondo in moto.
I primi tempi il villaggio era una specie di grande famiglia in cui l’armonia regnava sovrana, chiunque entrava ed usciva dalla casa di chiunque; l’unico problema era capirli: non i Brasiliani, intendo gli Italiani, visto che si tratta di una sorta di enclave bergamasco-bresciana, gente che quando parla in dialetto (e parla sempre in dialetto) ti capisci meglio con gli Yanomami.
È gente che crea anche un altro tipo di problema: mi va bene la cordialità e la convivialità ma ritrovarsi tutti insieme per pranzare un giorno con la cassoela e il giorno dopo con polenta e costine, all’equatore…
Continua

Dottordivago

Read Full Post »

Vi avevo promesso due righe sul Brasile –e mò arrivano- ma sapete che quando uso questo titolo è perchè ho il lavoro che spinge, ho una cosa urgente per le mani.
Non so se sono distratto o cosa sia, resta il fatto che sullo scandalo “Case ai VIP”, relativo al patrimonio immobiliare della Bagina, mi sembra che ci sia un ditino piccolo piccolo che indica una luna grossa grossa, solo che tutti guardano il dito.

In primis lo scandalo che tutte quelle case,

proprietà frutto di donazioni che dovevano servire per aiutare i poveri, siano state affittate a VIP, potenti, amici degli amici e bla bla bla…

Scusa un momento, a chi avrebbero dovuto affittarle?
L’appartamento di 187 m² in Via della Spiga affittato a Carla Fracci, per cui l’ex etoile scuce una cinquantina di mille euri all’anno, era forse meglio affittarlo per 400 € al mese ad una famiglia moldava tanto bisognosa?
O forse è meglio beccare 4.000 e rotti euro al mese alla radical chic e con quei soldi –in via del tutto teorica- pagare dieci affitti da  400 € ad altrettante famiglie bisognose?

Idem per la vendita : quell’appartamento di 350 m² venduto a un milione e mezzo, era forse meglio venderlo ad una famiglia marocchina –si sa, sono famiglie numerose e lo spazio fa comodo…-, magari per un bel 50.000 sull’unghia, visto che di più non ne avevano?
O è stato meglio incassare  un milione e mezzo e con quei soldi –in via del tutto teorica- garantire una vecchiaia dignitosa a tanti ospiti del Pio Albergo?

Insomma, visto così l’operato degli amministratori della Bagina è inappuntabile e se qualcuno ha parlato del vero problema di tutta la faccenda o ero in vacanza o ero distratto, resta il fatto che non me ne sono accorto.
Il problema è sempre, sempre lo stesso: un Ente -così come una qualsivoglia cosa pubblica– è come l’acquirente di un’auto in una Concessionaria.
Cosa significa?
Significa che quando compera è tutto oro, quando vende è tutta merda. E ancora grazie se te la portano via.

Lungi da me l’idea che gli amministratori della Bagina siano una banda di incapaci: sono assolutamente certo che si tratti di persone che conoscono molto bene il mercato immobiliare e che abbiano agito in modo estremamente redditizio.

Per sè stessi.

Ma è mai possibile che nessuno abbia ancora detto: «Ok, chi si è imbertato la differenza?»
A prezzi di mercato, quanto dovrebbe pagare la Fracci per casa sua, invece di 50.000 €?
100.000? Ok, mettiamo 100.000: scommettiamo che ne paga 75.000, di cui 25.000 sotto banco?
Così a lei restano i soldi per affittare una casa per il Festival di Spoleto o per qualcosa di ancora più noioso, mentre all’amministratore della Bagina, nel suo piccolo, gli scappa il suo bel bunga-bunga.

E per la vendita da un milione e mezzo, vuoi che il valore non fosse di due milioni e mezzo?
Chi ha detto che la matematica non è un’opinione?
Scommetto sull’esattezza della seguente equazione:
2.500.000 = 1.500.000 + K 
dove K sta per 200.000 euri in berta all’amministratore della Bagina.

Fidatevi:1.500.000 + 200.000 non fa 1.700.000.
Fa schifo.

Dottordivago

Read Full Post »

… avete colpito ancora!

Ciao a tutti, sono tornato e, nonostante sia un po’ ricoglionito dal fuso orario, la classe non è acqua, quindi mi scappa di divagare.

Joe_Condor Ve lo ricordate Jo Condor?
Era uno dei miei spot di Carosello preferiti, tra la fine dei ‘60 e l’inizio dei ‘70.
Cercando in rete un’immagine del personaggio, mi sono imbattuto in domande che, ragionando da cinquantunenne, non avrei mai ritenuto possibili, tipo «Perchè il prof ha detto “e che, c’ho scritto Jo Condor”? Cosa significa?»
Significa che se sei nato nel ‘97 non puoi conoscere Jo Condor; solo che chi poneva la domanda ignorava anche l’esistenza del detto “E che, c’ho scritto Giocondo?”, che per un secolo ha significato «Mi hai preso per scemo?»
Gente, i tempi cambiano.
La prima volta in cui mi sono accorto che una nuova generazione si affacciava al mio mondo è stato nel 1989.
Allora lavoravo in RAI ed il programma in questione era “DOC” con Renzo Arbore; quella settimana, tra i vari ospiti c’era Paul McCartney che avrebbe cantato qualcosa dei Beatles e presentato un nuovo progetto umanitario con Bob Geldof ed i Band Aid, quelli di “Do They Know It’s Christmas?”
Ero al bar proprio nel momento in cui arriva una scolaresca in visita, prassi normale a quei tempi: chiunque avesse un padre che lavorava in Via Teulada
-o anche solo una mamma che ci faceva le pulizie- si godeva una mezza giornata di gloria portando i compagni e un paio di insegnanti a passare un paio d’ore visitando gli studi, a cui seguiva una Coca Cola offerta dalla RAI, poi tutti a casa. 
Io stavo prendendo un caffè con Ugo Porcelli, autore principe del programma nonchè alter ego dello stesso Arbore, quando sentiamo la seguente conversazione tra un paio di adolescenti:

– Ahò, ‘o sai che oggi ce stà ‘n giro Paul McCartney?
– Mortacci!… Ma riuscimo a trovallo?
– Ce potemo prova’ ma sta solo, nun è cor gruppo (intendeva i Band Aid)
– E allora, che cce sta a fa’?
– Boh… m’han detto che sta a parlà der gruppo ‘ndo’ sonava ‘na vorta…

Che poi sarebbero stati i semisconosciuti Beatles…
Io e Ugo ci siamo guardati, amareggiati più dalla sensazione che fossero cambiati i tempi che non dall’atto di lesa maestà dei due ragazzini.

Va beh, torniamo a Jo Condor e inquadriamo il soggetto per i lettori che non hanno l’età di Noè.
La storia era sempre quella: iniziava con un’immagine idilliaca ma…
«Ma si oscura la vallata: c’è Jo Condor in picchiata!»
E siccome “in tutto il mondo, in tutto il mondo nessuno è cattivo come Jo Condor”, il Perfido faceva qualche belinata; poi, il Gigante Amico sistemava tutto e Jo Condor faceva una brutta fine.
Era uno spot famosissimo, addirittura un mio compagno di scuola si faceva le pippe sul gusto di “Lulù coi suoi occhi blu”, segno inequivocabile di perversione totale, roba che non sarà riuscita neppure al Camagna .
I miei personaggi preferiti, ovviamente, erano i cattivi, Jo Condor ed il suo servile aiutante siculo che dopo ogni malefatta lo adulava con il classico “Bacio le medaglie, Comandante: avete colpito ancora…”

Dove voglio arrivare con il “bacio le medaglie” del titolo?
Da nessuna parte, mi limito ad una leggera ripresa di contatto mentre cerco di scacciare un po’ di farfalle dal cervello: sono le dieci e mi trovo al lavoro –più che altro “sul luogo di lavoro”- ma il cervello non parte, per me sono ancora le sei.
Niente di grave, le funzioni vitali ci sono, quelle mentali, per dire due cagate, anche; ma per ricominciare a lavorare ci vuole ben altro: credo che per oggi mi limiterò a far presenza in negozio, col terrore che entri un cliente, magari con una domanda difficile tipo “Fate le finestre?…”
Per ora limitiamoci a questo; nel prossimo post vi racconterò qualcosa del Brasile, per la precisione della zona di Maceio, dove vado sempre io, ennesimo luogo dove noi Italiani, bacio le medaglie, abbiamo colpito ancora.

Dottordivago

Read Full Post »

Older Posts »