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Archive for luglio 2009

Eravamo arrivati al vero, grande limite di Michael Schumacher: non sapere vendere sè stesso.
È ovvio che mi riferisco all’aspetto umano, alle pubbliche relazioni, visto che, se si parla di soldi, si è sempre venduto piuttosto bene, situazione ben descritta dall’Avv. Agnelli quando dichiarò: “Sì, abbiamo preso Schumacher, e non per un tozzo di pane…”

Già il fatto di non essere morto alla guida di una macchina gli preclude l’Effetto James Dean, ragazzo carinissimo ed attore canissimo, che ha avuto breve ma intensa fama grazie al faccino ed eterna gloria per il fatto di essere morto giovane.
Di questo effetto ne ha goduto, anche se ne avrebbero fatto volentieri a meno, gente come Jim Clark, che non ho avuto il piacere di vedere correre, o Gilles Villeneuve, uno che ha dato spettacolo come nessun altro ma che giusto quella fine lì poteva fare; quando è morto sono stato triste una settimana, che è un bel record, considerato che avevo 22 anni e che, in fondo, si trattava di una persona che non conoscevo, anche se c’era quasi da aspettarselo, visto che alla guida di qualsiasi mezzo era completamente fuori dalla grazia di Dio.

Di certo Schumacher non è stato bravo a vendersi come Ayrton Senna, altro fantastico pilota, fortissimo in macchina ed ancor più bravo fuori.
Non mi è mai stato simpatico, ma per la sua morte ho pianto due volte, il giorno stesso e pochi giorni dopo, nel corso di una trasmissione radiofonica che conducevo con quattro amici.
E questo anche se non mi era simpatico; sarò accusato di lesa maestà, ma già il fatto che si presentasse con il cognome dalla madre -perchè quello del padre, Da Silva, è il più comune in Brasile- la dice lunga sul personaggio; di sicuro i soldi di papà non gli facevano altrettanto schifo: sarei un coglione anche solo a pensare che il suo successo sia dovuto ai soldi, uno così sarebbe diventato campione anche partendo da una favela, ma di sicuro non ha mai dovuto sbattersi per trovare un volante.

E poi, ‘sta storia di Dio… Mamma, che palle!

Ocio, all’improvviso mi scappa di divagare.
Se c’è una cosa che mi fa incazzare quando vado in Brasile, è che girando per i paesi ti rendi conto che la chiesa è l’unico edificio curato in mezzo ad un merdaio, e questo grazie alle offerte dei poveracci, visto che tutti i miei amici brasiliani ricchi non possono vedere il clero mentre tutti quelli che conosco con le pezze al culo e con un livello culturale bassissimo fanno la fortuna del Vaticano.
La chiesa cattolica mi ricorda Rita Pavone, Orietta Berti e cadaveri vari che, anche quando a casa loro non se li incula più nessuno, continuano a riscuotere grandi successi presso gli emigranti, gente rimasta agli anni 60, ed in paesi che confondono “Volare” con il nostro inno nazionale.
Continuano a mandare preti a fare opera di proselitismo, a cercare nuovi fedeli in paesi come la Cina, dove fino a poco tempo fa li arrestavano, o peggio ancora come l’India o l’Indonesia o paesi musulmani dell’Africa, dove fanno prima e li ammazzano direttamente.
State a casa, quattro vecchiacci bavosi, e giocate al Medio Evo con le vostre scomuniche a chi usa l’RU 486…
Bon, finito di divagare.

“E Dio di qua, e Dio di là”… sembrava che Senna sapesse dire solo quello; il fatto che sia morto a causa dell’incidente più stupido nella storia della Formula 1, una vera antologia delle sfighe che possono toccare a un pilota, la dice lunga sul peso di Dio nella vita del povero Ayrton.
Ma… già, mi dimentico sempre del fatto che se ti si rompe il piantone del volante, ti schianti contro un muro ed un braccetto della sospensione ti trapassa visiera, orbita e cervello, non è che ti devi incazzare: è Dio che ti chiama a sè.

Che culo, eh?…
Per fortuna che io c’ho litigato, così magari mi chiama tardissimo.

Amo Schumacher perchè si è tenuto il volgare cognome “Calzolaio” di papà, lo amo perchè non ha mai fatto filosofie strane e lo adoro perchè è un demonio e nessun Dio è mai entrato nel suo abitacolo.
E cosa ci volete fare? Sono terra terra, subisco il fascino dell’uomo comune e di umili origini che grazie ad un immenso talento e ad una determinazione senza pari (è la seconda volta in pochi giorni che la tiro fuori…) ottiene risultati strabilianti.
Mi facevano ridere i suoi detrattori che attibuivano il merito alla macchina o alle diaboliche strategie di Ross Brawn.
Riguardo alla macchina è sufficiente guardare i risultati dei suoi compagni di squadra: alla sua prima stagione completa, il ’92, aveva per compagno un certo Nelson Piquet, tre volte Campione del Mondo, il quale, non riuscendo nemmeno ad avvicinare le prestazioni del tedesco, si ritirò sbriciolato dal confronto, come tutti i compagni a seguire.
A proposito di strategie, ve ne ricordo una emblematica, ma prima divago un attimo.
Ho passato un brutto momento: dopo la parola “strategie” ho messo la virgola, ma mi compariva punto e virgola; cancello e ridigito: idem; ricancello e ridigito: sempre punto e virgola.
Penso subito che la tastiera sia rotta: e adesso come faccio?
Copio la virgola e la incollo, ma compare sempre punto e virgola.
Poi passo il dito sullo schermo e viene via una specie di cacca di mosca.

Ok, andiamo avanti…

Dicevo che mi ricordo una diabolica invenzione strategica di Ross Brawn, al GP di Ungheria del ’98: la McLaren era praticamente imbattibile ma il fenomenale stratega chiama Schumi per radio e gli dice: “Siamo a metà gara, ma se fai una sosta in più, vinciamo; c’è solo un problema: dovresti girare a ritmo di qualifica fino alla fine…”
Probabilmente era una mezza battuta, ma il tedescone ha risposto “Jawohl!” e ha corso mezza gara ad un ritmo che gli altri stentavano a tenere per un giro, e ha vinto.
Con uno così, sono bravo anch’io, a fare lo stratega, un po’ come nel film Superman, quando muore la bella del nostro eroe, e lui si “inventa” una strategia: fa girare la Terra al contrario e manda a ritroso il Tempo, così la figastra si salva.
Gran bella strategia, ma se invece che con Superman hai a che fare con Mister Magoo, mi sa che la strategia non funziona mica, sai?

E adesso, quest’uomo che non deve dimostrare niente a nessuno, torna al volante di una macchina mai vista, neanche parente di quella che pilotava lui, piena di aggeggi fondamentali come il Kers e le gomme slick, sulla quale, per regolamento, non può nemmeno fare un giro di prova; una macchina che non ha mai vinto, vorrei far notare.
Lui sa di tornare a lottare con una mano sola, almeno per qualche gara, ma lo fa; così come sa che se andrà bene confermerà il fatto di essere il più grande, concetto chiarito già da mò, quindi ridondante, ma se andrà male passerà per pirla o per uno sbruffone che pretende di fermare il tempo e sovvertire le leggi della fisica.

Probabilmente ha un dubbio da togliersi, quello di aver smesso troppo presto; a suo tempo, una serie di circostanze ha fatto sì che lui e la Ferrari prendessero quella decisione, di cui si sono pentiti subito entrambi, per altro, ma ormai il danno era fatto: nel 2007 Rikkionen ha vinto il titolo all’ultima gara, il Re l’avrebbe fatto a Monza, con qualche gara di anticipo; l’anno scorso Massa ha perso il titolo sempre all’ultima gara, Schumi l’avrebbe vinto prima.

“Que sera, sera”, lo vedremo: per intanto, Lui torna, e a me, senza il timore di ripetermi, mi ride anche il buco del culo.

E ritroverò il piacere di godermi una gara di Formula 1, come “quando c’era Lui”, anzi, meglio, visto che solo quando ha smesso mi sono veramente reso conto dell’importanza che aveva la sua presenza per il mio coinvolgimento; quando Rikkionen ha vinto inaspettatamente il mondiale all’ultima gara, ho buttato lì un “Ma vieni…” con poca convinzione; è stata una fortuna che non sia successo con Schumi: negli ultimi giri mi sarebbe scoppiato il cuore dopo aver sfondato il divano saltandoci sopra.

Basta, potrei parlare per ore di quell’uomo, meglio se chiudo qui.
Per iniziare il conto alla rovescia fino al prossimo GP, quando tornerà il Re.
E se non mi racconta balle, me lo godrò con un altro assatanato di prima grandezza: el sciur Paulìn, in arte Tuttoqua.

Dottordivago

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Dedico il post all’amico Tuttoqua, a cui sta scappando la voglia di ascoltare gli imbecilli.
Paulìn, ti mando il mio numero di telefono: il 23 agosto io sarò in Abruzzo, ma se hai voglia di fare un giro in moto ci potremmo vedere insieme il ritorno del Re.

Michael Schumacher sostituirà Felipe Massa per qualche Gran Premio.

E adesso cercherò di spiegarvi come mi sento.

Come si sentirebbe il Papa se gli dicessero che è resuscitato Gesù Cristo con tutta la Sacra Famiglia?
Dopo un attimo di incredulità, Penetetto XXVI penserebbe ai due millenni di attuazione dei Suoi originali insegnamenti e si domanderebbe: “E mò questo chi lo sente adesso?”
Mmm… mi sa che ho sbagliato esempio; si ritroverebbe pure la grana di spiegare a San Giuseppe che per duemila anni hanno messo in giro la storia del marito di una vergine che ha partorito un figlio con lo zampino dello Spirito Santo, casualmente sotto le sembianze di un uccello…
No, mi sa proprio che ho sbagliato esempio.

Va beh, riproviamoci.
Come si sentirebbero i fans piangenti se scoprissero che è resuscitato Michael Jackson?
Impazzirebbero di gioia, a parte qualche ragazzino residente vicino a Neverland
il cui primo pensiero sarebbe: “Ostia, dove avrò messo le mutande di Kevlar?”
Naaa… scherzavo, mai creduto alla storia del pedofilo, è che mi fa ridere quella delle mutande antiproiettile…

Alla notizia che è risorta Lady Diana, come reagireste?
Sarebbe una festa planetaria, a parte quelle millecinquecento guardie del corpo che da viva l’hanno ciulata e da morta l’hanno inchiappettata scrivendoci su un libro; non vorrei sembrare astioso nei confronti degli inglesi: per dire che razza di galantuomini sono, posso confermare che gli altri seimila che l’hanno ciulata non hanno detto una parola…

Niente da fare, sono tutti esempi fasulli.
Ultimo tentativo: come si sentirebbe una grassa e sfatta casalinga cinquantenne di Menphis se resuscitasse Elvis?
Urlerebbe, salterebbe, verrebbe presa da un’incontrollabile euforia, ringiovanirebbe di trentanni e si rimetterebbe in forma per andare ad urlare ai concerti del suo Re.

Ma resuscitare è un lavoraccio per chiunque, quindi l’unico esempio che mi rimane è quello di immaginare un ritorno di Maradona, ringiovanito di ventanni, in campo al San Paolo di Napoli per giocare qualche partita di campionato: sarebbe l’apoteosi.

Ma nessuna di queste persone realizzerà il proprio sogno, nessuna avrà la fortuna che toccherà a me.
Eccheccazzo, ‘na volta tanto, no?!…

Bon, se non vi interessa l’automobilismo a questo punto potete anche mandarmi a cagare, adesso è tutta roba da addetti ai lavori.

Non ho mai seguito molto il calcio ed il mio quasi totale disinteresse è coinciso con l’addio di Michel Platini al calcio giocato.
La Formula 1, invece, la seguo fin da sbarbato: nel 1974 mi piaceva la faccia guascona e la fama di playboy di Clay Regazzoni; ho iniziato tifando per lui e, di conseguenza, per la Ferrari: naturalmente hanno vinto Fittipaldi e la McLaren, ma la passione era sbocciata.
La F1 era una figata.
Lauda, Villeneuve, Piquet, Prost, Senna e Mansell, solo per per citare i più grandi.
Purtroppo l’importanza della macchina ha cominciato a superare di gran lunga quella del pilota, al punto di vedere due Campioni del Mondo come Damon Hill nel ’96 e Villeneuve Figlio nel ’97: con quella Williams, io sarei tranquillamente arrivato secondo.

C’era uno che mi stava sul culo: Schumacher.
In effetti non aveva un’espressione simpatica ed inoltre si è permesso di vincere nel ’94 con un 8 cilindri contro il V12 Ferrari ed i V10 di tutti gli altri; nel ’95, con il Renault 10 cilindri sotto al culo, non c’è stata storia.
Poi è arrivato in Ferrari ed ho iniziato a seguirlo più da vicino: ho visto l’impegno totale che ci metteva e la dedizione alla squadra; leggevo le interviste a tecnici e meccanici, tutti letteralmente innamorati del tedescone; il suo compagno dell’epoca, Eddie Irvine -raro esempio di sincerità in un ambiente di fenomeni, tutta gente che se non vince è perchè  “…A me m’ha rovinato ‘a guera…”- sosteneva che “In Formula 1, o sei Schumi o sei scemo”, spiegando benissimo qual’era la differenza tra il Mascellone ed il resto della banda.

Al primo approccio in Ferrari ha provato l’auto del ’95 e ha domandato come avessero potuto perdere una serie di mondiali con quel motore, poi ha capito: si è ritrovato una macchina in cui le quattro ruote si mandavano a fare in culo una con l’altra e ci è voluto un anno per cominciare a raddrizzarla con i suoi tecnici; questo non gli ha impedito di vincere tre gare: la prima, casualmente, sotto un diluvio, la seconda, casualmente, a Spa, il circuito più difficile, dopo aver ridicolizzato sul bagnato e con le gomme da asciutto il futuro campione Damon Hill che montava le gomme da pioggia; la terza è stata Monza, giusto per farci dare di matto.

Nel ’97 ha perso il mondiale all’ultima gara, contro Villeneuve: se si fossero scambiati le macchine, Schumi avrebbe vinto a metà campionato.

Ma non voglio fare il biografo di Schumacher, voglio spiegare chi è.
Quel coglione di Barrichello, eternamente secondo a tutti i compagni di squadra, faceva il piangina che a lui toccava sempre la macchina peggiore e che era costretto dalla squadra a farlo passare sempre e comunque; anche se non lo sta a sentire nessuno, voglio far notare una cosa.
Nel 1999 la macchina era quella giusta per vincere, ma per un cedimento meccanico Schumi si è rotto le ossa ed ha saltato alcune gare, per rientrare in occasione del penultimo GP, che ha stradominato fino all’ultimo giro quando ha fatto passare Irvine, meglio piazzato in classifica; e questo senza dire una parola e prima che il Piangina di San Paolo arrivasse in Ferrari.

Sapete qual’è il problema di Michelone?
Non si sa vendere; non dico alla squadra o agli sponsor, dico al pubblico.
Lo accusavano di non parlare italiano: ma si è mai sentita una minchiata simile?
Era pagato per correre, non per fare contenti i giornalisti, ed un perfezionista come lui non ha mai rilasciato un’intervista in italiano per almeno due motivi: per non essere frainteso e perchè la lingua della Ferrari, come di ogni altra squadra, è l’inglese.

Gente, qui viene lunga, ci sentiamo domani.

Continua.

Dottordivago

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Oh mama…

Oh Signùr…

Oh Gesù Cristo…

Torna il Re!

Michael Schumacher prenderà il posto di Massa!

Non ci posso cred…

Ci sentiamo dopo, adesso sono pieno di pelle d’oca e sragiono.

E non riesco a stare seduto perchè mi ride anche il buco del culo e scrivere in queste condizioni non è facile.

Oh Santa Maria Vergine…

Dottordivago

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Vi ho ripetutamente detto che ho sposato una donna meravigliosa, vero?
Giusto per confermare la cosa, questo fine settimana Bimbi è andata ad Aosta, a trovare la sua mamma, per lasciare me, la risposta italiana ad Homer Simpson, a casa tranquillo a godermi una domenica di motori: tre gare del Motomondiale, due gare di Superbike ed un GP di Formula 1.
Il tutto in splendida solitudine, col frigo pieno ed il libero arbitrio totale in fatto di orari e menu, con la cigliegina sulla torta costituita dalla possibilità di cenare due sere con gli amici single, quelli che vedo poco quando al mio fianco c’è lei.

Evvai… E tutto ciò con l’unica incombenza di bagnare le piante!

Quindi, teoricamente, un fine settimana da foto ricordo, purtroppo finito con l’amaro in bocca.
Non mi riferisco all’incidente di Massa: lui per primo sa che chi viaggia a trecento all’ora ha un milione di modi per farsi male, e poi non è successo niente di irreversibile; volendo proprio essere stronzo, potrei far notare che disgrazie peggiori capitano a persone che non guadagnano milioni a badilate e che lasciano famiglie nella disperazione più nera, fatti che, purtroppo, sono molto più frequenti e di cui nessuno viene a conoscenza.

L’amaro in bocca me l’ha fatto venire Valentino Rossi.

Se esiste un Padreterno -va beh, non c’è, ma ho un passato da chierichetto ed ogni tanto lo cito per abitudine…- non era già abbastanza soddisfatto delle minchiate che fa normalmente?
Lasciamo stare epidemie, tsunami e zanzare, parliamo della razza umana.

Crea donne come Michelle Hunziker ed altre come la figlia di Wanna Marchi: ‘sta poveraccia si guarda nello specchio tutte le mattine… è obbligata a diventare la merda che è.
Ti tira fuori uomini come Hugh Jackman e poi si distrae con Brunetta, che per il suo operato è il mio idolo, ma che fisicamente non c’ha tutto ‘sto di più…
Per un Usain Bolt che corre cento metri con tre passi come il Gatto con gli Stivali,  mette in circolazione milioni di infelici e disgraziati.

Poi crea Valentino.
E me lo mette davanti.
Così mi mangio il fegato dall’invidia.

Non gli invidio i soldi ed il successo -beh, forse un pochino…- e neppure la capacità sovrumana di guidare la moto; quello che mi fa impazzire è vedere una persona baciata da un talento così grande, supportato da una determinazione granitica ed un’intelligenza formidabile: sono tre ingredienti esplosivi che messi insieme fanno davvero il botto.
Sulla moto è incontrovertibilmente il più grande, non si discute; così grande che sembra decidere lui, ogni tanto, di commettere un errore per sembrare umano; ovviamente, decidendolo lui, cade come dice lui: Lorenzo è scivolato alla velocita del suono lasciando scintille sulla pista come un tricchettracche in un capodanno napoletano, lui ha appoggiato la moto un attimo, l’ha tirata su e ne ha passati una mezza dozzina, con la leva della frizione rotta, quale ennesimo finto elemento di suspence, messo lì apposta per farci preoccupare dieci minuti.

Quando scende dalla moto è quasi meglio, anche se si sente che, come si dice al mio paese, “il maiale gli ha mangiato i libri”; è comprensibile: quando era ora di andare a scuola, lui aveva qualche mondiale da vincere…
Ed è proprio questo che mi fa schiumare dalla rabbia: pur essendo un mezzo bifolco -Vale, giuro, lo dico pur adorandoti- non ha mai sbagliato una parola ed una scelta, mai una mezza belinata per sbaglio.
Un essere superiore, puro esempio di razza dominante.

E non basta.
Ha la capacità di piacere a tutti, a differenza, che so, di Schumacher che, pur essendo il più grande, credo sia simpatico solo a me.
Non c’è un avversario di Valentino che ne parli male, a parte Biaggi, ma sono sicuro che il Corsaro, quand’è da solo, si infila una tuta col numero 46 e corre per casa facendo “Vroumm, vroumm, sono Valentino Rossi, vroumm, vroumm…”.

Ora sembrerò presuntuoso: la natura mi ha dato capacità non comuni.
Non si direbbe, a leggermi, eh? Eppure vi giuro che è così.
E mi ha dato anche l’intelligenza per capire che non ne sfrutto neanche l’uno per cento, così mi girano le balle; dico io: per combinare un cazzo, non potevo nascere bello tonto da non accorgermi di essere un pirla?
Mi manca un componente del mix esplosivo: la determinazione, la volontà, la tigna o come volete chiamarla.
Purtroppo, un qualunque asino che fa girare la ruota del mulino, qualcosa ottiene; un purosangue che dorme tutto il giorno non ottiene un cazzo.

Non devo più guardare la Moto GP, almeno finchè c’è Valentino; credo che mi butterò a corpo morto sulla F1.

Almeno lì c’è Barrichello.

Dottordivago

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Maiale o pollo?

Non c’è problema, vanno bene tutti e due.
Dirò di più: ho mangiato carne di serpente in oriente, di balena in Norvegia, di armadillo in Texas, di dai-nò (una specie di topolone arboricolo) sempre in oriente, mentre mi manca quella di coccodrillo -l’avrei mangiata, ma quella che mi hanno proposto faceva i vermi…- e con la cottura idonea potrei mangiare anche carne di sa la Madonna cosa; con la giusta dose di patatine fritte, proverei pure il mio vicino di casa…

Quindi, maiale o pollo per me pari sono.

Cambia la musica se si parla di forme influenzali: ecco, tra suina ed aviaria, nel dubbio preferirei scansarle tutte e due, ma se me lo chiedete con una pistola alla tempia, scelgo la maiala H1-N1, visto che l’aviaria H5-N1 che ha fatto danno in oriente nel 2003, ha una mortalità enormemente maggiore; per casuale botta di culo -e che cazzo, una volta tanto…- è anche molto più difficile esserne contagiati: se la trasmissibilità fosse la stessa, adesso i Cinesi sarebbero tanti come i San Marinesi, forse meno; forse addirittura una dozzina malcontata, come i Torinesi purosangue.

Mi scappa di divagare.
Nei primi anni 80 organizzavamo una recita natalizia, la recita di Baleta, che in città riscuoteva un successo clamoroso; un anno, tra le altre minchiate, abbiamo messo in scena “Il mondo di Quirk Quork Quark, a cura di Piero e Angelo”, nome dei due baristi, in cui eravamo truccati da animali; nella scena finale il ragno si trombava -credo- la lucertola e dall’accoppiamento nasceva l’orrido ibrido: il Canegallo, casualmente il cognome di un’intera famiglia di frequentatori del bar, che emetteva il suo sguaiato “chicchiri-bau chicchiri-bau”.
Chiusa la divagata.

Ora, va a finire che con quest’influenza siamo andati vicino ad una storia del genere: mi sa che qualche virus-galletto, in quanto tale, ci abbia provato con il virus-maiala che, in quanto tale, gliela abbia data al volo; il frutto dell’insano accoppiamento potrebbe essere ‘sta cazzo di H1-N1 messicana, sempre che in realtà non sia una Hboh-Nmah, visto che ‘un si ‘apissce ‘na sega… 

Da tempo mi proponevo di parlarne e quindi ho tentato di informarmi un minimo a riguardo; dico “tentato” non a causa del motto del blog, L’approssimazione al potere, ma proprio per il fatto che è praticamente impossibile capirci qualcosa, un po’ come sentire le valutazioni dei politici a proposito dei risultati elettorali.
Il problema è che, vadano come vogliono, i risultati elettorali non cambiano nulla, almeno qui da noi; invece, stabilire se un ceppo influenzale ha una mortalità dello 0,4 per mille piuttosto che dello 0,4 per cento, un minimo di importanza ce l’ha; su un sito c’era addirittura scritto:”…non si tratta di un ceppo pericoloso, la mortalità si assesta sul 4 per cento”
E ‘sti cazzi?…
Nota di servizio: se chi l’ha scritto mi telefonasse per dirmi:”Non sono uno scienziato, sono un coglione che fa errori di battitura”, gli pagherei anche da bere e potremmo metterci tranquilli. Grazie.

Poi c’è un certo Adam Gibb, virologo con quarantanni di esperienza, che sostiene si tratti di un ceppo coltivato in laboratorio e sfuggito per errore.
No, gente, se in quei laboratori studiassero non dico come curare il cancro, ma anche solo come ottenere scampi che si sbucciano come le banane, non sarebbe meglio?

Un altro, il maggiore Donald Burke, decano della Pittsburgh University, sostiene che quest’influenza ha le radici genetiche di un’epidemia che ha colpito i maiali nel 1918, quando è iniziata la Spagnola, quella che ne ha stesi 50 milioni -di cristiani, non di porcelli- e che nei maiali presentava sintomi molto simili a quelli osservati nelle persone.
Questo maggiore è un pirla, ve lo dico io: uomini e porci, spacciati per simili dalle femministe anni 70, alla stessa sollecitazione hanno reazioni molto diverse; se ne volete una prova, provate a dare un calcio nel culo a Mike Tyson e ad un maiale oppure mostrate a me e ad un maiale un bel salame di Varzi…

Senonchè sono in molti a sostenere che il ceppo originario della Spagnola fosse di provenienza aviaria.
E tutto questo nella prima pagina dei milioni di risultati ottenuti dalla ricerca con Google: mi sono scoraggiato e ‘sta smania di autorevolezza mi è durata due minuti, quindi vado a braccio, che mi viene anche meglio.

Allora, maiale o pollo?
O tutti e due insieme?
Sarà mica che Rocco e Antonia, autori di “Porci con le ali”, la sapessero più lunga di quanto volessero farci credere?

Ma tralasciando le mie fasulle preoccupazioni e perplessità sulla natura del virus, c’è una cosa che mi suona male, sempre che i dati diffusi siano veri.

Fino all’altro giorno il porco-con-le-ali-virus  ha fatto 700 morti: e va beh, in tutto il mondo… voglio dire, ci può pure stare.
Però, ascoltando il resto della notizia, un brividino lungo la schiena può anche venire: 400 delle 700 vittime sono quasi fresche di giornata, infatti hanno girato l’occhio nei primi venti giorni di luglio.
Il “Paziente Zero”, che sarebbe il primo morto in Messico, è roba di aprile, e non serve essere abili matematici o Premi Nobel per desumere che in quasi tre mesi gli sfortunati sono stati 300, 100 al mese di media, mentre 400 morti in venti giorni significa 600 su base mensile.

Solo che la cosa che mi suona male non è l’impennata del numero delle vittime: tanto per cambiare è l’informazione.
Insomma, dando per scontato che non tutti i giornalisti siano degli imbecilli, ma non lo garantisco, qualcuno mi spiega perchè nei primi giorni della malattia, quando morivano solo messicani che vivevano in simbiosi con i maiali, sembrava che dovessimo morire tutti entro l’anno, mentre ora che la gente muore davvero, e un po’ in tutto il mondo, ci dicono che non dobbiamo preoccuparci?

Io sarei portato ad associarmi con quanto sostiene il buon Misterpinna, cioè che è l’ennesimo trucco per girare qualche miliardata di euri (ve l’ho già detto: quando sono tanti, sono euri) alle industrie farmaceutiche, solo che  l’informazione, ovviamente serva dei potentati economici e politici, sembra andare nella direzione opposta.

Non mi convince.
Voi, non ci vedreste qualcosa di losco se Repubblica, anzichè titolare “Berlusconi tromba il trombabile”
strillasse a caratteri cubitali
“Franceschini si ammazza di seghe”?

Uè, raga… cioè… fatemi capire…

Dottordivago

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Chiariamo subito una cosa: già il titolo è una divagata, quindi mi tocca andargli dietro un attimo, poi arriviamo al punto.

Dunque Marinetti era un pirla.

Non sta bene parlar male dei morti?
Perchè?
Perchè se uno da vivo era un pirla, da morto è un pirla che non può far danno? Troppo poco, non mi convince.
E poi ci sono pirla che pure da morti non scherzano in quanto a far danno, sono quelli la cui ideologia cogliona gli sopravvive, vedi gli ideologi di comunismo, nazismo, fascismo e religioni assortite.

Va beh, associare Filippo Tommaso Marinetti a certi cancri dell’umanità è effettivamente eccessivo, sarebbe come considerare un ladruncolo al pari di Cosa Nostra, Camorra, ‘Ndrangheta, PDL e PD.

Marinetti era un suonato qualunque: amava la velocità e le macchine, cosa su cui posso trovarmi daccordo, salvo poi dire inenarrabili minchiate quando andava lungo -credo- con la bottiglia; mi sembra qualificante -e non recuperabile con altre iniziative- un punto del Manifesto del Futurismo :

Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei liberatori, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.

Si è ripigliato un momentino quando gli hanno nascosto la bottiglia ed in un momento di lucidità proponeva “lo svaticanamento dell’Italia”, salvo ritrovare sè stesso -insieme alla bottiglia…- quando parlava del futuro di Venezia:

colmare i piccoli canali puzzolenti con le macerie dei vecchi palazzi crollanti e lebbrosi per preparare la nascita di una Venezia industriale e militare che possa dominare il Mare Adriatico, gran lago Italiano.

Serve altro, per dargli del pirla?
Sì, un’altra ragione ci sarebbe: stravedeva per il progresso.
Bon, chiudo la divagata e mi collego all’argomento.

Non lo so, a me ‘sto progresso mi convince sempre meno, secondo me il vero progresso ce lo siamo già giocato: la Rivoluzione Industriale, l’energia elettrica, i motori, l’elettronica, la chimica e tutto quanto volete aggiungere, quello sì, che è progresso.
Considero progresso anche il bagno in casa, cosa che però è andata a discapito del cesso in cortile, che è civiltà, visto che da che mondo è mondo la gente è sempre andata a cagare un po’ più in là di dove mangiava…

Minchiate a parte, il progresso c’è stato, e tra gli effetti più evidenti c’è l’aver praticamente raddoppiato l’aspettativa di vita che, da 40 anni, è passata a 80 anni in poco più di un secolo.
Però mi sa tanto che siamo nella parte discendente della parabola.

Mio suocero vive in Valle d’Aosta ed un annetto fa mi spiegava orgogliosamente che la Valle era pronta, prima in Italia, per una rivoluzione nel campo delle telecomunicazioni, e si riferiva al digitale terrestre, che veniva presentato in quei termini; me lo faceva notare con un pizzico di rimprovero, a me che ho sempre sostenuto che loro campano come fanno grazie ad un sistema drogato  chiamato “Statuto Autonomo”; per il resto -e volutamente esagero, come quando parlo del panda- sanno solo fare la Fontina, buonissima, che quando non viene proprio perfetta prende la denominazione di Toma, buonissima pure lei; solo che tutti gli altri formaggi, di qualsiasi tipo, prendono il nome di “formaggio” -almeno per i piccoli produttori in proprio- e questa cosa mi ha sempre ricordato quei popoli primitivi che possiedono il concetto di “1” e “2”, mentre qualsiasi quantitativo superiore diventa “molti”…

Ma torniamo a mio suocero; ho cercato di spiegargli che è una rivoluzione che in casa sua già esisteva, visto che qualche anno fa gli ho regalato il decoder per vedere le partite su Premium; questo futuro obbligo di vedere la TV grazie al decoder mi sembrava una rivoluzione di cui non si sentiva il bisogno.
Risposta piccata: “Dicono tutti così, sei solo tu che dici il contrario…”

Respiro profondo.

“Vedi, Rino… fino ad oggi tu hai aperto il rubinetto ed è uscita l’acqua; poi arriva uno che, dicendoti che è una figata di idea e che tu saresti il primo, ti obbliga a comperare una pompa da collegare all’impianto, sennò l’acqua non ti arriva più; la bella notizia è che tu, pagandola, potrai avere molta più acqua, cosa di cui non te n’è mai fregato un cazzo, peraltro. Ti sembrerebbe un gran progresso?”.
“No, mi sembra una cagata, ma l’acqua non c’entra: parlavo della televisione…”

Dio esiste, infatti mia suocera ha urlato: “A tavolaaaa!”.

Si tratta di una complicazione non necessaria per la maggior parte della gente, la stessa gente che si ritrova  con dei manuali di istruzioni di 150 pagine per un telefono, un orologio o un microonde.
Sono piccoli esempi di progresso negativo, ma c’è di peggio.

Qualcosa di più tangibile, sempre nel campo TV: avete notato che da pochi anni sono peggiorati i collegamenti?
Parlo di quel ritardo insopportabile che spessissimo si verifica nei botta e risposta TV; attenzione, non parlo di collegamenti intercontinentali, parlo di Tizio da Roma che fa una domanda a Caio a Milano, il quale, dopo un secondo e mezzo sente la fine della domanda ed inizia a rispondere, se tutto va bene; può succedere che Tizio completi la domanda con un’aggiunta che arriva quando Caio è già partito; Caio si interrompe; Tizio dice “Continua pure…” ma Caio ha già ricominciato e l’invito a continuare lo riblocca per un attimo.
Morale, se uno dei due non capisce che deve stare zitto un momento, non se ne esce più.
Qualche anno fa questa cosa non succedeva, salvo che nei “collegamenti via satellite”, ma gli interlocutori lo sapevano e si regolavano: daltronde, vuoi mettere Tito Stagno/Ruggero Orlando con Simona Ventura/Isola dei Famosi?

Altra cosa, più inquietante: io ho sempre saputo che in montagna si va in cordata, così se uno scivola gli altri lo tengono.
Da un po’ di tempo la gente in montagna si ammazza a mezza dozzina per volta e chi dà la notizia riferisce che uno è caduto e si è tirato dietro gli altri: sarà l’ennesimo effetto del crescente numero degli obesi -e pure quello è progresso…- o è cambiato qualcosa nel modo di arrampicare, con tutti ‘sti moschettoni ultrarapidi ed ultraleggeri ed accessori fantascientifici?
Non lo so, io non ci capisco un cazzo di montagna, dico solo che se sta succedendo l’opposto di ciò che sarebbe logico, una spiegazione ci deve essere.

Succede un po’ come nel campo della sanità: una volta i medici erano dei ciarlatani che ammazzavano gli ammalati, poi il progresso ha fatto sì che la gente fosse curata; oggi, nella parabola discendente, entri in ospedale con un’unghia incarnita e te ne torni a casa con un’infezione che dopo sei mesi di complicazioni bisogna fare arrivare gli antibiotici da Alfa Centauri.

Sarà per quello che molti si rivolgono alla medicina tradizionale: i terrorizzati dal progresso pensano bene di farsi ammazzare da chi l’ha fatto per secoli.
L’altro giorno sono quasi morto dal ridere.
Un mio cliente ha passato un brutto periodo per cose sue, situazione aggravatasi in seguito a causa di insopportabili dolori alla schiena: in quei momenti di depressione o ti tiri il collo o ti attacchi alla bottiglia, se sei fortunato, altrimenti ti ritrovi in casa i Testimoni di Geova o quelli di Scientology; il mio cliente è stato irretito da un guru di Feng Shui che per ristabilire l’armonia nella sua colonna vertebrale gli ha costruito una catasta di macigni in camera da letto, orientandola in direzione di coordinate dettate dalla sua antica scienza, poi ci ha posizionato un futon spesso due dita; dopo neanche un mese che ci dormiva sopra, l’incriccato neo-taoista è rimasto inchiodato a letto e quelli del 118 lo hanno trovato su quella specie di monumento all’ignoranza.
Ora sta meglio, ma la causa sarà stata la paura del progresso, rappresentato da un bel letto ortopedico?

Daltronde, che progresso è quello che permette ad un bandito di stipularti un contratto telefonico, così ti ritrovi qualcosa da pagare senza che esista uno straccio di firma che somigli alla tua?

E le automobili con il ruotino di scorta?

O l’asfalto che dura due mesi?

E le confezioni con l’apertura facilitata che Dio li maledica se ce n’è una che funziona?

Basta, se continuo a pensare a tutto ciò che è peggiorato, stasera non si cena, quindi concludo con un pensiero positivo: spero proprio che quel pirla di Marinetti si stia rigirando nella tomba.

Dottordivago

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Tutto il parlare che si fa in questi giorni, in cui cade il quarantesimo anniversario del primo uomo sulla Luna, mi fa un effetto strano.
Me lo ricordo come se fosse ieri, il mio primo passo sulla Luna.

Diamo ad Armstrong quel che è di Armstrong, sia chiaro: il primo è stato il vecchio Neil, seguito subito dopo dall’amico Buzz Aldrin, e questo lo dichiaro alla faccia di tutti i complottologi ispirati da Capricorn One.
L’uomo sulla Luna c’è stato e lo so per certo.
Sì, perchè c’ero anch’io.

Ho già raccontato questa storia, ma costituiva una divagata in un post di un anno e mezzo fa; ora vorrei raccontarvela per bene.

Nel luglio del 1969 avevo nove anni e mi trovavo in vacanza a casa dei miei nonni materni a Cuccaro Monferrato; passavo lì ogni giorno libero dalla scuola, quindi tutta l’estate, e mi giravano le balle quando i miei genitori mi portavano al mare.
Cuccaro (con l’accento sulla “u”) era la mia Disneyland: c’erano i miei amici, la mia giungla, la mia prateria, la mia savana; mi stupisce il fatto che nei primi anni della mia vita io non abbia sviluppato le zanne come i cinghiali, visto che passavamo le giornate allo stato brado, costruendo capanne nei boschi e cibandoci di tutto quanto la terra offriva, nel senso che non esisteva un orto o un frutteto che non abbiamo depredato, per non parlare delle uova e delle galline che gli ignari villici lasciavano a nostra disposizione: a casa ti possono ingozzare come un’oca, ma il posto per una gallina uccisa con sassi e bastoni, spiumata all’ingrosso e resa immangiabile su un fuoco improvvisato, con contorno di pomodori sporchi di verderame e frutta secondo stagione, beh, quel posto lo si trovava sempre.
Si rincasava alla sera, giusto per prendere la quotidiana razione di calci nel culo, visto che la gloria e la fama derivanti dalle nostre avventure ci precedeva, nella persona di qualche contadino che ci vedeva e, infame cantastorie, narrava le nostre gesta alle nostre famiglie.

Ma soprattutto a Cuccaro c’era il mio migliore amico di sempre, praticamente mio padre.
Parlo del defunto parroco: “il Prevosto”.

Non l’ho mai chiamato in altro modo: ho cominciato a tre anni e smesso a trentanove, quando se n’è andato.
Io tre anni ce li avevo un po’ di tempo fa ed allora, specie in un paese di campagna, il parroco era ancora “il Prevosto”; quando per strada incrociava qualcuno, scattava automatico il saluto: “Sur Prevòst…”, persino con un accenno di scappellamento da parte degli uomini.
A tre anni “Prevosto” era sufficiente e, un giorno dopo l’altro, ho passato la vita chiamandolo così.
Vivevo in un film di Don Camillo, anche perchè il Prevosto non “era come”, il Prevosto era Don Camillo.
Un po’ burbero -con gli altri-, era veramente il pastore del suo gregge: sapeva farsi ascoltare, con le buone o le cattive, ma avrebbe lottato contro i lupi per aiutare le sue pecorelle.
Passavo intere giornate con lui e talvolta dormivo in canonica, accudito da sua madre, l’unica perpetua che si sia mai permesso.

Ogni mia caratteristica positiva, quel poco di buono che ho, lo devo a lui, per i difetti mi sono aggiustato da solo.

Mi ha insegnato tutto.
Grazie a questo moderno istitutore, a tre anni e mezzo leggevo -rigorosamente Topolino o Cocco Bill-, a quattro andavo in bici, poi il motorino; a dodici anni mi ha messo al volante della sua Lancia Appia, ovviamente sugli sterrati, come i suonati di Hazzard.
Mi ha insegnato a pescare.
Lasciava in uso la vecchia stalla parrocchiale ad un Cuccarese trapiantato a Milano che possedeva due cavalli e l’unica forma di affitto che percepiva era che io e lui potessimo farci un giro quando volevamo; avete presente cosa sia, a dieci anni, l’età di Bart Simpson, andare a pescare a cavallo, con le canne a spalla come un Winchester?
Non ve lo spiego: Louis Armstrong diceva:”Se uno deve chiedere cos’è il jazz, non lo capirà mai”.

Quando arrivava il momento di sistemare la siepe che contornava la chiesa per me era festa: lui faceva il lavoro di rifinitura con le cesoie a mano, io avevo il permesso di sfrondare i rami più grossi con una sciabola da cavalleria del ‘700 finemente incisa che solitamente, incrociata con uno stocco da duello dello stesso periodo, se ne stava appesa alla parete dello stanzone che fungeva da soggiorno, ufficio e nostra sala giochi invernale.

Un giorno, avevo dieci o undici anni, con fare carbonaro mi raccontò che una notte, anni prima, un tale mai visto bussò alla porta della canonica, gli lasciò una pistola e una cassa -non una scatola- una cassa di munizioni dicendo:”E’ meglio che custodisca lei questa roba, Reverendo”. E se ne andò.
Già così la storia mi aveva fatto sgranare gli occhi; dovevate vedermi quando ha tirato fuori la pistola e la cassa di munizioni: come appoggiarsi allo schermo di un cinema ed essere risucchiati dal film.
Oggi so che era una Beretta 34 cal. 9 corto, allora era una cosa che mi faceva girare la testa; andavamo a sparare in una specie di cava di argilla, ‘tanto sia i contadini che il guardiacaccia non ci facevano caso, ed in un’estate abbiamo finito la cassa di munizioni.

Potrei scrivere per giorni e non riuscire a raccontarvi un centesimo di ciò che ho fatto con il Prevosto o un millesimo di ciò che mi ha dato.
Vi racconto questa perchè descrive quella persona meglio di qualsiasi ritratto: il nostro sbarco sulla Luna.

Il pomeriggio del 20 luglio 1969 andiamo insieme a casa mia -ve l’ho detto: o ero per boschi o stavo con lui…- e il Prevosto dice a mia zia, sorella zitella di mia mamma che viveva lì con i miei nonni, che quella sera avrei cenato a casa sua per assistere insieme all’allunaggio dell’Eagle.
“A che ora finisce?”
“Al massimo alle undici lo riporto a casa, anche se… sarebbe un peccato non fargli vedere il primo passo di un uomo sulla Luna…”
“E a che ora lo fanno, ‘sto passo?”
“Prima di domani mattina, sicuro…”
“Lei lo riporti alle undici, sennò vengo io a prenderlo”.

Ora, devo spiegarvi un paio di cose.
Stiamo parlando di un paese di 500 anime degli anni 60, in cui non arrivava neppure il treno, quindi ben lontano dal ventesimo secolo; mia zia ed i miei nonni non si sono mai mossi da lì, lo stile di vita era decisamente più radicato nel secolo precedente che in quello in corso e che un uomo camminasse sulla Luna veniva, per importanza, sicuramente dopo la salute dei conigli e la produzione dell’orto.
Mia madre si è sposata a 19 anni e si è trasferita in Alessandria dove, grazie anche ad un carattere diverso, è diventata una persona normale.
Quando i miei amici di Alessandria raccontavano che i loro nonni guidavano la macchina io li guardavo con incredulità: figuriamoci, uno diceva che suo nonno era medico, un altro avvocato… pensa te…
Si inventavano cose assurde, ‘sti ragazzi: per me i nonni erano persone a cui dovevo mostrare io, col dito sul libro di scuola, dove si trovasse l’Africa, l’America ed il resto del mondo.
Senza il Prevosto, fonte inesauribile di conoscenza e cultura, quelle permanenze cuccaresi avrebbero fatto di me un bravo ragazzo “di una volta”, o forse una testa di cazzo, ma sempre “di una volta”.
Quindi, quando confesso di aver scoperto il copia/incolla da poco più di un anno, portate rispetto e pensate da dove sono partito.

Così, alla faccia di mia zia che alle dieci di sera spegneva la luce, il Prevosto ed io abbiamo cenato come piaceva a noi: salame cotto con riccioli di burro, soma d’aii (pane sfregato con l’aglio ed un pizzico di sale), frutta in abbondanza e “Paciugo”, coppa gelato della premiata ditta Tanàra che il Prevosto reperiva direttamente nel frigo del Circolo Parrocchiale, in qualità di unico affitto percepito per i locali.

Per fortuna non mi potete vedere in questo momento: sono ritornato “Carluccio”

 Carluccio 

e tiro su col naso per contrastare il groppo in gola…

Il Prevosto valeva due Walter Cronkite, cinque Ruggero Orlando e quattro fascine di Tito Stagno, tutti quanti insieme; alla luce azzurrina del televisore in bianco e nero il mio cervello era bombardato da mille informazioni: mi spiegava tutto, dalla gravità ridotta alla differenza di temperatura tra la faccia dell’Eagle  illuminata dal sole e quella in ombra, mi indicava i crateri col dito e mi spiegava perchè sulla Terra non ci sono…
Incredibilmente la diretta Rai non finiva mai e noi ci siamo ritrovati a correre come matti a casa mia, per fortuna distante 50 metri; mi ha lasciato all’inizio del cortile per evitare una sfuriata di mia zia.
Tutto inutile: “Le funziona l’orologio? Per non dire il cervello? È quasi mezzanotte ed a quest’ora la gente normale dorme…”
A bassa voce mi diede la buonanotte, poi si raddrizzò e disse ad alta voce: “Domani ti racconto tutto…” trattenendo a stento il seguito “…Tutto quello che quell’ignorante di tua zia non ti permette di vedere…”

Cinque minuti dopo dormivo, ma adesso mi sembra di vederlo: a passo rapido, su per la stradina inghiaiata che portava alla canonica, smadonnando tra i denti una serie di improperi diretti a mia zia.
E mi sembra di vederlo in casa, aggirarsi come un leone in gabbia, davanti ad un evento epocale che di colpo, per lui, aveva perso ogni interesse: doveva essere un regalo per me, una dote che avrei speso nel corso della mia vita; anni dopo abbiamo ricordato spesso quella notte e mi ha spiegato che per lui era importante ma per me sarebbe stata fondamentale: diceva che mi avrebbe aperto la mente.

Ha resistito un paio d’ore.

Era la notte del 21 luglio 1969.
Dormivamo tutti, quando sentiamo un matto che bussa alla porta; cioè, io dormivo il sonno del giusto -un bambino di nove anni alle due di notte dorme davvero- e non ho sentito niente fino a quando qualcuno mi ha sollevato di peso.
Ripeto, a nove anni, quando dormi, dormi davvero: ricordo solo qualcuno che mi portava in spalla lungo la stradina inghiaiata e mia zia che urlava “Lei è matto!”

Aveva resistito un paio d’ore.

Quando si capiva che di lì a poco Armstrong sarebbe uscito, è corso come un pazzo a casa mia, ha bussato, ha litigato con mia zia, ha tranquillizzato mia nonna e si è scusato con mio nonno che, come un vecchio leone, mandava avanti le femmine e se ne rimaneva a letto.
Credo che abbia minacciato di starsene tutta la notte a bussare, deve aver ricattato mia zia -a casa mia non c’era il telefono mentre quello del Prevosto era sempre a disposizione…- fatto sta che si è fatto aprire; io ricordo solo mia zia che sembrava una scimmia urlatrice, la ghiaia che scricchiolava sotto i piedi del Prevosto e la sua voce che mi diceva:”Tra poco un uomo camminerà sulla Luna e tu non puoi non vederlo”.

Ecco chi era il Prevosto.

Mi mollò sul tappeto: “Vai a lavarti la faccia, che ci siamo quasi”
Io cascavo dal sonno e mi bagnavo le dita come i gatti; non c’è problema: il Prevosto aveva mani insolitamente forti per un prete e mettermi la testa sotto al rubinetto è stato un attimo; un’asciugata e via.

Poi siamo sbarcati sulla Luna.
Ero sveglissimo e capivo che quello che vedevo mi sarebbe rimasto nella mente e nel cuore; il Prevosto continuava a spiegarmi ciò che io non capivo ed abbiamo tirato l’alba camminando e saltellando goffamente come gli astronauti, davanti alla televisione.
Quando Neil, Buzz, il Prevosto ed io siamo rientrati nel modulo lunare, stava schiarendo.
Abbiamo fatto i primi metri della stradina camminando come facevamo sulla Luna, poi lui si è dato una regolata, visto che siamo entrati in contatto visivo con quella terricola di mia zia.

Ci aspettavamo un ululato, invece la voce fu stranamente dolce: “Và a drumì, gioia…”; poi, verso il Prevosto con tono più burbero:”E lei, lo vuole il caffè?…”
Non so se avesse capito la grandezza del momento o se temesse l’isolamento telefonico, fatto sta che sembrava un’altra.
Con il Prevosto, tutti i salmi finivano in gloria.
Per il resto di quell’estate, ogni volta che eravamo soli -ad esempio quando gli davo una mano a fare due lavoretti in chiesa- camminavamo come quando eravamo sulla Luna.

Caro Prevosto, amico insostituibile e padre dello spirito, grazie per essere stato nella mia vita.
E per quella notte indimenticabile passata sulla Luna.

Dottordivago

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