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Archive for febbraio 2012

Meritocrazia

Avevo già dato ►qui 1◄ sui genitori che perdono il sonno nel terrore che il figlio sedicenne -che quando è in montagna sembra un Alaskan Malamute- possa scivolare sul ghiaccio; ma solo andando a scuola, perchè quando è in giro a fare il pirla per i cazzi suoi, gli crescono le zampe artigliate e antiaffondamento come quelle degli orsi bianchi.
Poi siamo passati ►qui 2◄, e precisamente ai genitori che diventano burattini in mano ad un marmocchio dai primi vagiti fino alla pubertà. Poi, per fortuna, le cose cambiano e ne diventano schiavi.

Eh, sono finiti i bei tempi andati, quando essere genitori era un piacere…
Certo, ai tempi di Edipo poteva anche capitare che uno ammazzasse il proprio padre e poi si scopasse la propria madre, ovviamente dopo averla sposata, così nessuno aveva niente da ridire o che, ai tempi di Agrippina, tuo figlio Imperatore ti mandasse dei sicari a farti la festa.
Ma cosa vuoi che sia tutto ciò in confronto a uno che, alle tre della notte tra sabato e domenica, si alza dal divano sul quale sta dormendo e va a recuperare la figlia sedicenne fuori da una discoteca?
Per altro con la consapevolezza che fino a quel momento è stata in compagnia di “amici” che, come capitava a lui trent’anni prima, non vedono l’ora di tirarglielo nella pelle.

Amici miei coetanei -o anche più giovani- guardatevi allo specchio e domandatevi cosa avrebbe risposto trent’anni fa vostro padre ad una richiesta del genere…
Dice «Cambiano i tempi…»
No, i tempi sono sempre cambiati, dal Big Bang in poi: il fatto è che sono cambiate le teste. Le vostre, non la mia, che non mi sono riprodotto, e nemmeno quella dei giovani, che hanno sempre avuto una terrificante testa di cazzo con cui si è sempre confrontata la testa dei genitori, quella testa che appoggiava su quella cosa… come si chiamava? Ah, sì: spina dorsale.

Ditemi quello che volete, trovate mille scuse, mille ottime ragioni per giustificare un comportamento ingiustificabile, le so tutte. Potete anche convincere voi stessi ma non provateci con me; è sufficiente pensare che siete la prima generazione a totale disposizione dei figli.
Gente, parliamo di un centinaio di generazioni dopo Cristo, non due o tre.
Come diceva quello: «Provate a mangiare merda: miliardi di mosche non possono sbagliarsi tutte», voi provate a pensare come mai tutti i genitori che vi hanno preceduto si sono comportati diversamente da voi.
La risposta è “perchè è giusto così”.

Perchè è giusto che un genitore si sacrifichi per la salute, l’educazione e l’istruzione dei figli, cose sacrosante a cui ogni figlio avrebbe diritto.
Ma la discoteca resta un articolo voluttuario, per cui si può aggiustare da solo o rinunciare. 
Quindi se ci va per i cazzi suoi, va bene, sempre se se lo merita, sennò ciccia.
Se invece deve rovinarti l’unica notte della settimana in cui potresti andare a dormire senza puntare la sveglia e tu glielo consenti, allora te lo meriti.
Cioè, ti meriti il mio disprezzo, visto che se accetti certe situazioni significa che sei pure contento di farlo o quanto meno te ne convinci o, nelle situazioni più disperate, ti convinci che sia “per il suo bene”.
“Il suo bene” sarebbe avere un genitore equilibrato che non consideri il figlio ora un bamboccio, incapace di camminare sulla neve, ora un tiranno che pretende da te cose che tu non ti saresti mai immaginato di chiedere a i tuoi.

Poi ci sono questi esempi:

papino

E vai! Finalmente la svolta meritocratica, tipo quella che propugna la Lega favorendo la discesa in campo del Trota…
Oddio, un aspetto meritocratico la faccenda ce l’ha, nel senso che uno stronzo come Bossi si merita un figlio scemo come il Trota.

Qui, invece, il caso grave, anzi, i due casi gravi, sono il padre e la Facoltà, non la studentessa in questione.
Ora, è mai possibile che la valutazione di un lavoro per l’università dipenda dai “mi piace” su Feisbuk?
E ha un senso che un padre si attacchi al computer per chiedere una pirlata del genere ai suoi “amici” di Feisbuk? Pensa se durante quel pezzo di università che ho fatto avessi presentato un lavoro a mio padre dicendo: «Pa’, stasera, al bar, mentre giocate a carte, chiedi ai tuoi amici se ci scrivono sopra “complimenti, bravissimo, ottimo, bel lavoro” ecc ecc…

Ricordo benissimo un dialogo tra l’indimenticata professoressa Cremonini e una madre, credo la prima della new wave genitoriale. Allora se prendevi 4 eri un asino, non una vittima, ma quella mamma era molto avanti e, in occasione delle udienze, chiese all’insegnante di Lettere il perchè, la ragione dei 4 fissi su ogni tema del figlio, temi che lei, in modo assolutamente equo, trovava molto belli.
«Signora, suo figlio fa due o tre errori per riga…»
«Ma io do più importanza ai concetti…»
«Per i concetti c’è tempo, prima vorrei che imparasse a scrivere almeno indirizzo e saluti su una cartolina, senza errori…»
«Io non sono d’accordo!»
«Peccato che i voti li metta io. Pensi, mi pagano addirittura, per farlo. Ed ora, mi scusi ma c’è gente che aspetta…».
Chiusa la faccenda, oggi sarebbe materiale da Giudice di Pace.

papino

Mi sembra una gigantesca minchiata, è una cosa ancora più stupida del Televoto di Sanremo o del GF: almeno quelli servono a generare traffico telefonico e relativi guadagni. Ma quando hai raccolto cento “mi piace” cosa hai ottenuto? Cos’è, un gruppo di pressione? Una lobby?
E se ancora posso salvare l’insegnante, che -non vorrei pensare troppo bene-forse dà un aspetto ludico al compito per aumentare l’interesse degli studenti, proprio non riesco a capire il comportamento del padre. Non ha senso.

La mia è una generazione di crocerossine, nei confronti dei figli ventenni, e di padroni delle ferriere, nei confronti dei genitori settantenni, esattamente l’opposto di ciò che avrebbe senso fare. Invece…

Stai a casa da scuola, gioia, che nevica. Telefono alla nonna e, mentre domattina viene qui a lavare/stirare/riordinare, le dico di passare a prenderti la focaccia…

Portagli una merda, nonna, dammi retta.
Anche se in parte te la meriti, una figlia così. È colpa tua e della tua accondiscendenza se buona parte della mia generazione considera i genitori settantenni come degli animali da soma, dei baby sitter/autisti/governanti finchè riescono a stare in piedi.
Per poi cambiare registro quando non ce la fanno più, magari esagerando, tipo la paziente di Bimbi.

Per chi non lo sapesse, dicesi “Bimbi” la mia rispettabile signora, a causa di un’indole assolutamente pre-puberale.
Bimbi è impiegata part-time in uno studio medico intorno a cui gravitano almeno 11.000 mutuati, più i pazienti degli specialisti. Ne vede e ne sente di tutti i colori, si fa un fegato così, arriva alla sera che rischia la cistite perchè spesso non ha tempo di fare la pipì… ma le piace, non chiedetemi perchè ma le piace.
Comunque ogni tanto me ne racconta qualcuna bella, rigorosamente la situazione e non i personaggi, rispettando la privacy in modo ferreo: forse ha paura di trovare qualcosa qui sopra, come se io fossi uno che… Va beh.

Spesso mi parla di quanto spreco ci sia e di come i responsabili siano in primis i pazienti, che vorrebbero avere armadi pieni di medicinali e fare una tac ogni settimana, tanto sono esenti dal ticket, chi se ne fotte delle radiazioni…
L’altro giorno mi raccontava di una circa quarantacinquenne che si è presentata con una richiesta di un esame che non ricordo, una cosa che serve per valutare la condizione delle ossa, un esame costosissimo, se uno dovesse mai pagarlo.
Beh, mi sembra giusto: a quell’età un po’ di prevenzione per l’osteoporosi  potrebbe non essere tempo sprecato…
No, non era per lei.
Per chi?
Per la nonna, 94 anni: la nipote vuole sapere in che stato sono le ossa della nonna di 94 anni.

Devo aprire un centro analisi per quel tipo di accertamento:
«Vorrei sapere come sono le ossa di mia nonna»
«Certo, signora: sono cinquanta euro. Grazie, ecco la ricevuta. Quanti anni ha la nonna?»
«94»
«So’ mmarce, signo’! So’ mmarce, sempre se ce l’ha ancora, l’ossa… Avanti ‘n artrooo!…»

Dottordivago
ilpandadevemorire2

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In quale di queste immagini, rispettivamente, vedete un eroe, un simbolo e un pirla?

Jan Palach

 

 

 

 

Jan Palach

Mohamed_Bouazizi

 

 

 

 

Mohamed

 

Bouazizi

NO TAV

Luca Abbà

Dottordivago

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Er Cagnottaro, incuriosito dal fatto che due imbecilli vadano da lui a comperare cinque chili di cagnotti alle 11 di sera, ci domanda se c’è una gara “in notturna” e dove, anche se gli sembra strano non saperne nulla.
Noi, col sacco di cagnotti in mano, già in mezzo alla porta, rispondiamo:
«No, li mettiamo in macchina ad un nostro amico»
«Eh… ma state attenti, potrebbe uscirne qualcuno dal sacco…»
«Quale sacco?…» e giù a ridere come due coglioni, due sinistri coglioni, visto che le risate risuonano sotto al portone mentre ci apprestiamo a commettere una nefandezza senza senso, una porcata da delinquenti, assolutamente ingiustificata.
Va beh, l’ideatore è Bebi e con lui discutevano della cosa altri quattro, io sono solo l’equivalente del palo della banda; non voglio sembrare meno colpevole,  non opererò materialmente ma, senza il mio contributo determinante, le cinque carogne non avrebbero trovato i cagnotti.
Armando, forse è stato meglio così: con la voglia che c’era di far danni, probabilmente ti avrebbero messo in macchina… che so, qualche badilata di polvere di amianto o il virus dell’ebola… 

Arriviamo tutti in Piazzetta, inteso come due imbecilli, io e Bebi, nonchè 50.000 cagnotti.
«Ehi, c’è qualche fottuto Gesù Cristo, qui intorno?» domanderebbe Bruce Willis.
Mica per altro, è solo che, invece dei pani e dei pesci, qualcuno ha moltiplicato gli imbecilli… Ne troviamo un mucchio.
Meglio fare un riepilogo, con nomi e cognomi, tanto è tutta roba prescritta.
Al tavolo con il povero Armando c’erano Bebi Bolognini, Piero Coppero e l’Alligatore, quelli me li ricordo; come dicevo ieri, ricordo che Armando voleva denunciare cinque persone, quindi metterei in campo Vinella e il Pollastro, anche se dal profondo della memoria mi rinviene come l’aglio il nome di un insospettabile, tipo il dott. Roberto Zoccola: non ci giurerei ma…

Dai Fab Five si levano grida di giubilo e risate sguaiatissime, tali da attirare l’attenzione di tutta la Piazzetta, così il fatto diventa di dominio pubblico.
Permettetemi una breve riflessione: a una certa età, cosa scatta nella testa (parlare di cervello mi sembra impegnativo…) della gente?
Un povero Cristo, un tuo amico, dimentica le chiavi della macchina sul tavolino e va al cinema. Qualcuno chiede di entrare un momento (il cinema era a sette/otto metri dal tavolino) e gliele porta?
No, decide di fargli “uno scherzo”, solo che se gli avessero dato fuoco alla macchina sarebbe stato meglio, almeno sarebbe intervenuta l’assicurazione.

Torniamo al fatto. Allora in Piazzetta si mischiavano tre generazioni, dagli under 20 agli over 70.
Di gente normale?
No, di gente che poteva discutere per mesi sul peso e l’apertura alare di un’aquila; di gente che aveva costruito fortune; di gente che le aveva spianate, le fortune; di gente che quasi sempre esordiva con «Dam da ment…».
Insomma, pellacce da Baleta/bar Moderno/Piazzetta.

E un gruppo del genere, di fronte all’imminente misfatto, si fa i cazzi suoi?
Certo che no. Così, mentre i cinque soci si dirigono verso la Giulietta blu di Armando, un codazzo di consulenti li segue:
«No, dài… ma che schifo…»
«Ma… di chi è la macchina?»
«Fioi, is l’è ‘n schers da trè vea la machina…»
«Minchia, che figata!…»

I Fab Five sembrano posseduti da un demone ridanciano: aprono la macchina ed iniziano a spargere manciate di cagnotti su sedili, cruscotto, tasche laterali, senza dimenticare il vano portaoggetti.
«Oh… lasciane un po’ per il bagagliaio…»
E da questo momento ho alcuni secondi scolpiti nella memoria.
Piero si occupa del bagagliaio mentre gli altri hanno finito i cagnotti e, come per il riso ai matrimoni, si chiedono l’un l’altro «Ne hai ancora? No-o? Peccato…»
Le portiere si chiudono mentre ci sono spettatori che si contorcono letteralmente dal ridere, gli ideatori-esecutori parlano un ottava sopra al normale, Piero finisce gli ultimi cagnotti tra gli oggetti presenti nel bagagliaio, poi lo richiude.

Tumph!
Beh, no, era un’Alfa Romeo, quindi è stato più una specia di “sbrang”.
Neanche fosse stato un colpo di pistola: tutti si guardano con l’espressione “e adesso?” mentre io ero esattamente dietro a Piero, che si gira, mi guarda senza l’ombra di un sorriso e fa: «Avremo mica esagerato?…»
Bebi fa cenno di no, è certo di aver fatto la cosa giusta e lo tranquillizza ma l’atmosfera è un momentino più pesante.
Forse ho assistito alla classica impresa del “branco” dove, per fortuna, il bersaglio era una macchina e non una signorina: probabilmente anche le imprese più schifose nascono tra risate e sghignazzi, salvo poi rendersi conto dopo di ciò che è stato fatto.

Va beh, ormai è andata…
Ormai non resta che aspettare Armando allo stesso tavolino.
A mezzanotte esce dal cinema, la morosa se ne va a casa e lui si avvia verso gli “amici”, che gli dicono delle chiavi.
«Ah, grazie, meno male che le avete trovate voi…», mentre a qualcuno parte una risata nervosa.
Quando è ora di andare l’eccitazione è al limite: Armando entra in macchina…
Saluta e se ne va.

Oh cazzo…
Doveva andare diversamente, lui avrebbe dovuto vedere i cagnotti, guardare gli amici con l’aria di “ma siete proprio delle simpatiche canaglie” e poi scoppiare in una risata contagiosa che avrebbe concluso il telefilm.
Ma nella vita quasi niente va come nei telefilm.
Nei telefilm due amici si prendono a pugni per dieci minuti poi se la ridono a crepapelle e si sbronzano insieme, nella realtà uno prende un pugno, cade, batte la testa e muore.

Io mi permetto di osservare che se Armando, che vive in centro sopra il suo negozio, non tocca la macchina per tutto il giorno, quando alla sera la apre, gli volano in faccia 50.000 mosconi e crepa d’infarto.
A quel punto il ricordo si fa confuso: non ricordo composta da chi ma parte una delegazione diplomatica verso casa di Armando, che viene informato del fatto.
Quelle bestiole di merda hanno la capacità di infilarsi ovunque, quindi non li aveva visti ma ora è sufficiente alzare un tappetino…

Non ho assistito di persona: da bravo coniglio ho preso la direzione opposta a quella degli ambasciatori e sono andato a casa.
Dicono che Armando è diventato una specie di lupo mannaro idrofobo in acido.
È partito a tutta velocità in direzione distributore notturno IP, quello sul ponte, il cui custode era il povero Felice: non si tratta di ossimoro voluto, si chiamava proprio Felice ma era vittima di decine di nostri scherzi una notte sì e una no, l’unico benzinaio che avrebbe traslocato a Casal di Principe per aver a che fare con gente migliore e stare più tranquillo.

Armando ha passato la notte ad aspirare cagnotti in ogni angolo della macchina ed a svuotare e ripulire il filtro che si intasava a causa della marmellata di cagnotti.
Ha fatto ancora un tentativo nel pomeriggio, dopo aver dormito poche ore.
Alla sera è arrivato in Piazzetta minacciando azioni legali, faide e atroci vendette.
Il giorno successivo è arrivato con una fiammante Golf GTI.
Pensandoci bene, Armando… visto il miglioramento di parco macchine, forse sarebbe stato il caso di ringraziarli, i Fab Five, magari anche una bottiglia per il sottoscritto…

Gli echi di questa storia si sono trascinati per qualche tempo, era una storia sempre attuale da raccontare, neppure l’appena iniziato Mondiale di Spagna riusciva a far parlare così la gente.
D’altronde, con una squadra così, senza il capocannoniere Pruzzo, dove vogliamo andare? E quel Rossi lì, ricomincerà mai a buttarla dentro?

Poi qualcosa è cambiato: il Paradiso si è stancato di attendere.
E ci è venuto incontro, in quell’estate del 1982.

Dottordivagopandagallia

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Ne avevo già parlato qui(1) e qui(2).
Quando la mia città aveva un’anima, quando tanti personaggi oggi scomparsi, ma indimenticati e non sostituiti, ne popolavano le vie, quando giovani coglioni oggi in disarmo, come il sottoscritto, avevano tempo e voglia di piantare il seme dell’ignoranza e trovavano terreno fertile in cui farlo germogliare, a quei tempi sì, che gli scherzi erano una cosa seria.
Questa me l’ha fatta ricordare Rudy, noto ex titolare di cervello che frequenta la pagina Feisbuk dedicata a Baleta, quel “posto” di cui ogni tanto vi parlo.
Sei curioso, eh, Rudinho? Te la racconto io, và, visto che tu, allora, eri un banotto

Estate 1982.
Bòn, basta, finito…
Quando si inizia -non dico un racconto ma anche solo una frase- con “Estate 1982”, il resto è superfluo: un’estate urlata, delirata, indimenticata.
Una sera si ballava “DA DA DA” allo Chalet, la sera dopo “Rossi-Tardelli -Altobelli, tedeschi a casa”, poi tutti quanti al manicomio.
Un’estate di pazzia pura.

Ma iniziata tranquilla.
A occhio direi fine maggio / primi di giugno, Piazzetta della Lega, serata di provincia, rilassata; pubblico delle grandi occasioni ai tavoli del Moderno, bar in cui la presenza di Francesco non consentiva ancora a Beppe di esibirsi nel suo numero più celebre, divenuto poi, negli anni, una sorta di marchio di fabbrica: addormentarsi in piedi nel banco, con la testa appoggiata alla macchina del caffè e un morso di focaccia o una fetta di salame in bocca, una sigaretta tra le dita e un paio a consumarsi in vari portacenere.

Ad uno dei vari tavoli di Baletiani outdoor -solo gli integralisti insistevano in sala carte, in quella stagione- siede Armando con la morosa e qualche amico… diciamo “conoscente”, và, che è meglio.
«Che ore sono?»
«Le dieci e qualcosa…»
«Andiamo al cinema?»
La morosa accetta, si alzano, attraversano la strada, entrano al cinema e lì finisce la storia.

Ma inizia la Leggenda.
Armando ha dimenticato le chiavi della macchina sul tavolo; questo fatto, sommato alla presenza di Bebi, Piero e l’Alligatore allo stesso tavolo, dà luogo a ciò che potremmo definire “massa critica”, fenomeno che storicamente non ha mai portato a niente di buono.
Dovete sapere che a quei tempi non c’era il telecomando e si cominciavano appena a vedere le prime chiusure centralizzate, quindi non era difficile trovare una macchina aperta, visto che non tutti si ricordavano -o avevano voglia- di farsi il giro per chiudere tutte le portiere.
Così era nata la moda di riempire le macchine di varie schifezze: a me, personalmente, una volta hanno disfatto un paio di balle di paglia in macchina, il che, dall’esterno, equivale a non vedere più niente, nè volante nè sedili: solo  paglia. Un’altra volta ci ho trovato tre galline, vive, che razzolavano e cagavano che era un piacere. Vere ruspanti, davvero squisite, devo riconoscere.

Comunque, con gentaglia del genere in giro, lasciare le chiavi della macchina sul tavolino del bar, con la durata del film a garantire l’impunità… beh, bastava molto meno per scatenare catastrofi.
Bebi giochicchia nervosamente con le chiavi, ha l’occhio lucido e la risata un po’ isterica, guarda Piero e l’Alliga e gli altri due che al momento mi sfuggono, forse il Pollastro e Vinella, non ricordo.
Ricordo solo che Armando, il giorno dopo, voleva denunciare cinque persone…

In certi campi, se ti ripeti non ha senso: se per vocazione vai in giro a fare danni, deve esserci almeno una certa dose di fantasia, sennò sei solo un teppistello.

Cosa ci mettiamo… cosa cazzo ci mettiamo su quella macchina… cosa cazzo ci mettiamo su quella macchina di merda…

Il luccichio negli occhi di Bebi non era lì per caso: «Cazzo, peccato che a quest’ora i negozi siano chiusi, sennò… due brancate di cagnotti…»

Diconsi “cagnotti” i bigattini, una delle esche più diffuse, le larve di mosca carnaria, praticamente quelli che ci mangeranno tutti quanti. Questi:

bigattini

Vengono sia innescati sull’amo che lanciati con le mani o la fionda (vedi foto) per creare la zona “pasturata”, secondo l’antica regola che “se vuoi prendere i pesci devi dargli da mangiare, perchè da bere ne hanno”.
Ora, come siano venuti in mente i cagnotti a Bebi, che non avrà mai preso in mano una canna da pesca in tutta la vita, è ancora un mistero, resta il fatto che essere geniali carogne è uno sporco lavoro ma qualcuno lo deve fare.

Ma anche le geniali carogne a volte si bloccano: tocca a me.
«Ehm… io saprei dove trovarli…»
Il mio amico Gianni -o meglio la sua famiglia- aveva il più fornito negozio di pesca della città e nel retrobottega c’era una sorta di laboratorio-casa-bottega che faceva un po’ il paio con Baleta, in cui tutti sostengono di aver avuto la residenza, anche quelli che avevano dodici anni quando ha chiuso.
Bene, buona parte dei pescatori alessandrini millanta la frequentazione di quella cucina, con indimenticabili mangiate di minestrone.
La famiglia era solita cenare lì e proseguire il lavoro fino a notte, prima di andare a casa a dormire: un tempo facevano persino le reti, il mitico “sparavè”, la rete da lancio, poi hanno passato anni a lavorare canne di bambù, poi ancora a legare anelli sulle canne da mulinello, preparare montature o dividere in centinaia di scatolette secchiate di lombrichi.
I cagnotti stavano in un frigo apposta, che ne conteneva decine di chili.

Un colpo di telefono e la conferma: «Sì, sì, venite pure…»
Accompagno io Bebi, visto che non è introdotto nell’ambiente: non dimenticherò mai i suoi occhi quando ha visto mezzo quintale di cagnotti ed ha scoperto che con i soldi di due pizze se ne poteva comperare uno sproposito.
Infatti ne ha comperati cinque chili.
I cagnotti sono leggeri, ce ne vorranno una decina per fare un grammo.
Cosa possono fare alcune menti malate con circa cinquantamila cagnotti?
Continua.

Dottordivago

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benvenutoAbbandono per un momento l’argomento “Festival di Sanremo” -che francamente ho poca voglia di riprendere- per un benvenuto alla Lisa, che si è presentata con un “uno-due” di commenti che,  come da regolamento, le valgono il benvenuto ufficiale con cesto d’ordinanza.
Di lei so due cose: la prima è che appoggia le mie teorie sull’educazione dei figli, che io non ho ma lei sì, e questo rende più autorevole l’affermazione del sottoscritto; la seconda, gravissima, è che trova una qualche ragione di esistere alle scarpe a dondolo di cui parlavo qui:

A difesa delle scarpe a dondolo: possono essere consigliate per qualche tipo di mal di schiena perché obbligano con microaggiustamenti a rinforzare la muscolatura della schiena. Giuro che è vero.

Anche una stecca nel culo potrebbe migliorare la postura ma non per questo i fisiatri incoraggiano la pratica; inoltre, se dico che quelle scarpe sono una cagata, allora SONO UNA CAGATA.
Non ci provare, Lisa, ilpandadevemorire non è una democrazia. 
E non fare quella faccia lì, che sto scherzando.
Benvenuta, Lisa.

E vi mollo così? Naaa… mi sa che potrei concludere con due cose ancora sul Festival, così mi risparmio un “Girone della Merda 3”.
Ieri sera non ne ho visto nemmeno un minuto, praticamente non ho fatto il “richiamo”, come per l’antitetanica, così mi è già scappata la voglia di parlarne, cosa che la dice lunga sull’importanza di fatti che per un giorno tengono in scacco l’informazione nazionale e il giorno dopo, come succede a me, non sai più di cosa volevi sparlare. Mi ero fatto una serie di appunti mnemonici, roba che nella mia testa resiste  quanto  una confezione di donuts in mano a Homer Simpson.
E quindi?

Beh, due-parole-due su Celentano, per quello che serve, le direi pure, anche se ci sarebbe da parlare molto di più sulle persone che lo trovano gradevole o anche solo sopportabile, mentre quelli che lo definiscono un grande artista non fanno testo, lo dicono solo davanti ad un microfono ma non c’è uno che lo pensi.

Uno dei luoghi comuni televisivi degli anni 80/90 era

Sgarbi sarà antipatico ma quando parla d’arte… lascialo stare.

Oggi c’è

Celentano potrà piacere o meno come uomo di spettacolo ma come cantante…

A livello musicale Celentano non conta un cazzo.
A suo tempo ha fatto sfracelli perchè ha avuto la fortuna -e l’astuzia per approfittarne- di arrivare in un periodo di radicale cambiamento dei maggiori fruitori della musica, cioè i giovani. Ha fatto in campo musicale, trent’anni prima, quello che Roman Abramovich ha fatto nel campo dell’economia e della finanza: il giorno prima era un pirla, il giorno dopo un Dio, questione di fortuna e di capacità di coglierla.
Era sufficiente sculettare davanti al pubblico in un modo che faceva tenerezza a chi conosceva Elvis ma per un’Italia abituata a Nilla Pizzi e Armando Trovaioli era più figo e dannato di Sid Vicious.
Come per Abramovich, gli riconosco astuzia e spietatezza, con la differenza che , credo, Celentano non ha fatto ammazzare nessuno; prendeva due “americanate” e le riproponeva ai giovanotti di allora e per farlo ha sfruttato le doti di gente come Don Backy e molti altri, per poi litigare con tutti quelli che gli erano intorno, sempre per questioni di soldi.
Arrivato agli anni 70 si è trovato bene, infatti è rimasto lì, sia con gli argomenti che con l’abbigliamento: le sue tenute con stivaletti e pantaloni di gabardine sono l’incarnazione picaresco/tardo-beat di un concetto di fighezza che ricorda molto la personalissima interpretazione del look “dell’ammericano del Kansas City” di Alberto Sordi, solo che la tenuta e le gag dell’immenso Albertone ci hanno fatto schiattare dal ridere in un film, quelle di Celentano fanno cagare da quarant’anni.

Giuro che l’altra sera ho provato a vederlo, proprio a livello di studio del “fenomeno Celentano” ma è più forte di me, non lo sopporto; ogni cinque minuti ci tornavo su ma rimbalzavo dopo trenta secondi: fastidio epidermico. 
In una di queste “pillole celentane” l’ho visto, seduto, cantare una canzone a me sconosciuta, inascoltabile, in cui credo di aver captato una perla tipo “tu sei molto stupenda”… Potrei sbagliarmi ma non mi stupirei se l’avesse detto davvero, d’altronde, dopo la scritta “La caccia e contro l’amore”, non è un segreto che da giovane il maiale gli abbia mangiato i libri e che nella sua autodefinizione “Il Re degli Ignoranti” ci sia più verità di quanta ce ne volesse mettere lui…

Va beh, mi viene difficile nascondere il fatto che Celentano mi ha sempre fatto cagare su tutta la linea, anche quando cantava, soprattutto quando cantava: canzoni di una povertà, di una prevedibilità e scontatezza disarmanti, sempre che non se la tirasse da rockstar su melodie da coro da osteria come “La coppia più bella del mondo” o “Chi non lavora non fa l’amore”.
Per anni mi sono chiesto dove avesse preso l’ispirazione per una canzone bella come “Azzurro”, per poi scoprire che era di Paolo Conte.

Okay, okay, confesserò che “Una carezza in un pugno” mi è sempre piaciuta e, se mi capita, mi piace ancora adesso, ma è di Gino Santercole, suo nipote o cugino o non so che tipo di parente, lo stronzo ha avuto solo la fortuna di trovarsela pronta in casa.

E se come cantante lo considero poco più che un cantastorie, non proponetemelo proprio come intrattenitore o predicatore o uomo di spettacolo in genere.
Non mi spiego chi abbia dietro, chi spinga la gente a considerarlo, forse è un dono di natura. Dice cose scontatissime e, se vuole uscire dagli schemi, svacca o sbaglia bersaglio; è riuscito nel miracolo di farmi schifo pur parlando male della Chiesa… no, dico… eh?
È noioso, non ha argomenti, è pompatissimo, osannato, strapagato, forse temuto ma in realtà non ha peso, spessore e considerazione.
Non esiste, è il Sarchiapone dell’entertainment italiano.

Oggi ho seguito due o tre TG e in tutti c’era l’immancabile inviato da Sanremo che dichiarava: «Non si sa ancora di cosa parlerà Celentano».
Avrei dato un organo per uno di loro che avesse concluso con «…e non gliene frega un cazzo a nessuno»…

E che nessuno si sogni di scrivermi “…Intanto, che ti piaccia o no, sei qui a parlarne…”.
Eh sì, sono un tipo strano: affermo anche che la merda mi fa schifo, pur non avendola mai assaggiata.

Dottordivago

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Dicono che Sanremo riesce sempre a stupire quelli che lo seguono tutti gli anni, anche se chi lo dice è il classico oste che parla del proprio vino.
Immaginate chi, come me, non lo vede da più di vent’anni: ero rimasto a Pippo Baudo e al playback e mai come in questo caso è corretto dire “bei tempi!”…
Criticare Sanremo non è come lamentarsi del tempo o delle nuove generazioni.
Il tempo non va mai bene, o è troppo caldo o troppo freddo; e dire delle nuove generazioni “noi eravamo diversi” è una belinata, visto che lo dicono tutte le generazioni, da qualche migliaio di anni. Sono lamentele fasulle, più un comodo argomento di conversazione che un esame della situazione reale.

Sanremo no, Sanremo fa schifo proprio.
Postmessa (premessa fatta dopo): non parlerò di Sanremo come fenomeno di costume, parlerò di quello che vede sul palco uno come me.
Mi qualifico: sono il più bel caso di “ammè m’ha rovinato ‘a guera” che esiste, uno degli esempi più clamorosi di come sia possibile sprecare, letteralmente gettare alle ortiche un talento cristallino, grazie alla mancanza assoluta di voglia di applicarsi in qualsiasi cosa. Praticamente un cretino.
Oggi spaccio serramenti ma quand’ero una voce bianca avevo un’estensione vocale di tre ottave, caso rarissimo, tipo Edda Dell’Orso, il cui nome non dice niente a nessuno ma se vi dico che è quella di “Giù la testa”…
Ah-haa… adesso avete capito chi è. 
E per chi non lo sapesse, il cantato inizia a circa 1’30’’

Qualcuno ha provato ad insegnarmi a cantare per davvero, per non rimanere il solista di un coro di bambini che, non per vantarmi, ha fatto venire giù teatri, nonchè intrattenuto e emozionato frequentarori di chiese, oratori e ricoveri di tutto il Monferrato (no, dico, eh?…) negli anni a cavallo tra i 60 e i 70.

Ovviamente il tentativo di farmi del bene non è riuscito, ero troppo lavativo, ero un somaro che ragliava come un angelo. Però di canto qualcosina ne capisco comunque, così come ho un’idea di cosa sia lo spettacolo, avendo scritto testi TV e qualche collaborazione teatrale, tra cui una con Garinei e Giovannini: insomma, sono il classico ex calciatore di serie C che non sarà stato Maradona ma che, quando parla di calcio al bar, ne capisce un po’ di più dell’avventore medio.
Quindi, dando alle mie affermazioni il peso che hanno (ho visto un’ora di Festival in tre serate), vi dirò che, aldilà di simpatie personali e gusti soggettivi, analizzando ciò che si vede e si sente sul palco, questo Sanremo è oggettivamente e tecnicamente un’immonda porcata.

La partenza è stata affidata a Luca e Paolo, che ricordavo piacevoli in quelle due o tre cose della scorsa edizione che ho visto su internet, dato che l’anno scorso in questo periodo ero in vacanza.
Molto meno gradevoli quest’anno, gratuitamente volgarotti (da che pulpito, eh? Ma vi ricordo che io non parlo a mezza Italia…) anche se, al momento, sono stati la seconda cosa migliore che ho visto.
La cosa migliore, finora, è Rocco Papaleo, in parte perchè “tra gli orbi il guercio è Re” ma anche perchè è un simpatico terroncello con un grande entusiasmo, quasi fanciullesco. Non lo invidio: tentare di far ridere il pubblico dell’Ariston non è facile; se poi la tua spalla è Gianni Morandi… eh beh, allora…
mission-impossible 2 

Morandi è l’antitesi dello Spettacolo.
Per carità, buono come il pane, amicone di tutti, educato, bravo cantante, tutto quello che volete.
Ma, come presentatore, tecnicamente un disastro.
Un’amica che non perde un Festival mi dice che rispetto all’anno scorso è decisamente imbolsito, persino più goffo nei movimenti.
Ma quello sarebbe il male minore se non fosse che , evidentemente a livello congenito, ha una carenza gravissima: non ha “i tempi”.
“I tempi” sono l’elemento catalizzatore della comicità, sono ciò che è l’ossigeno per la combustione: senza quelli, non funziona niente. Sono come la punteggiatura nello scrivere e a questo proposito vi giro l’esempio che mi fece quaranta e rotti anni fa il maestro Gavazza.

  • Il maestro dice: “Pierino è un asino”.
  • “Il maestro, dice Pierino, è un asino”.

Spostando la punteggiatura, il significato della stessa frase cambia diametralmente; la stessa gag, con tempi sbagliati, passa da “figata” a “ciofeca”.

Probabilmente, il cervello di Morandi sarà una sorta di Ritratto di Dorian Gray che invecchia al posto del fisico: a fronte di un aspetto giovane e scattante, non è pronto in nessun caso, mai, in più non ha argomenti propri e, credo, non ricorda i testi degli autori, sennò non si spiegherebbe la piattezza di ciò che dice. Se interviene dopo venti cantanti, per venti volte parla mezzo minuto di quel meraviglioso palco su cui si trova e di quanto non gli sembri vero tutto ciò; ieri sera, la terza sera, quella delle coppie  “concorrente – ospite straniero”, ha superato sè stesso: non ne ho viste molte ma dopo ogni esibizione si diceva incredulo della grandezza di certi personaggi e della fortuna di trovarsi lì.
I suoi dialoghi con Rocco Papaleo sono da dilettanti allo sbaraglio (riferito a lui, non a Rocco) e quasi sempre arriva in ritardo, spesso dopo un’occhiata del suo socio che lo invita a partecipare e che spesso non riesce a nascondere la sua perplessità.
Purtroppo Papaleo, che fa dignitosamente il compitino, non è Walter Chiari, non riempie il palco, non prende in pugno la situazione, forse la sobrietà che attribuisce all’essere “tecnico” ha un po’ il sapore di fare di necessità virtù.

Su una cosa i due si equivalgono.
È spettacolare la determinazione e l’impegno con cui la RAI vuole confermare al Mondo l’immagine dell’Italiano che non dice una parola in inglese neanche sotto tortura: ieri sera c’erano decine di ospiti stranieri e non uno in grado di rivolgere loro la parola. Stupefacente.

Quindi la domanda è: perchè mettere su un palco uno che è palesemente incapace di starci perchè inadatto al ruolo?
Ma a quel punto bisognerebbe chiedersi perchè su quello stesso palco ci è finito Celentano.
Intanto ci penso, eh?…
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Dottordivago

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Ma… Dante aveva detto qualcosa a proposito del Girone della Merda o me lo sono inventato io?
Beh, sia come sia, non so dopo quale trip o nel corso di quale piomba (sbronza, ndt)  ho avuto quella visione: ho teorizzato una parte di Inferno in cui vengono relegati gli incapaci, quelli che per tutta la vita hanno trasformato in merda tutto ciò che toccavano e condannati per questo a trasformare in merda qualsiasi cosa, per l’eternità.
Gli Angeli del Paradiso, impietositi, lasciano cadere ogni ben di Dio su quei disgraziati ma è tutto inutile: gli lanciano una scialuppa che permetta loro di galleggiare su quella melma immonda ma appena i dannati la toccano si trasforma in uno stronzone grande come un babana-boat; lanciano loro caramelle perchè si possano concedere un momento di dolcezza e queste, nella caduta, diventano cacche di capra; una fumante torta di mele resta fumante, sì, ma sotto forma di un merdone bovino, mentre fiumi di deliziose bevande prendono le sembianze e la consistenza dello spruzzone da cozza fetente.

Certo, sono esperienze precluse a chi non possiede grandi doti immaginifiche, scenari che richiedono capacità visionarie non indifferenti e per arrivarci bisogna essere una specie di Hieronymus Bosch che maneggi uno spazzolino da cesso a mo’ di pennello…
Ripeto, non è facile ma, per chi proprio volesse cimentarsi nell’impresa, la prima tappa, una sorta di prova di ammissione, è assistere allo spettacolo del Festival di Sanremo.

Stupiti?
Vero, non l’ho mai menzionato, tranne una volta, giusto per parlare male di Mina.
Quest’anno, causa neve, gelo e un impianto d’antenna fatto col culo da un cane rognoso, in occasione di Sanremo non mi funziona Sky.
Niente di nuovo sotto il sole: in negozio, il mio amico nonchè proprietario dei muri e uomo dal braccino più inesistente che corto, mi ha fatto un impianto di riscaldamento che fa cagare, quindi devo usare anche il condizionatore in funzione pompa di calore; per fortuna l’Uomo dal Braccio Corto non voleva spendere soldi per un contatore mio personale, così l’elettricità la paga per buona parte lui.
Peccato che nei giorni più freddi si è congelato il gruppo esterno, un po’ come una macchina che va solo in discesa e che, appena inizia la salita, ti molla a piedi o come una vagina di traverso che aprendo le gambe si stringe…
O come l’antenna di Sky che schiatta in concomitanza con Sanremo.

E da ben quattro giorni, porca troia, e finchè il tetto non sarà agibile, lassù è meglio che non ci vada nessuno.
Lo so, esistono i libri e il computer, ma stare un po’ sul divano con Bimbi non ha prezzo, quindi mi voto all’estremo sacrificio e mi cucco un po’ di Sanremo.
Dopo cinque minuti ne abbiamo già abbastanza, così mi metto a ravanare con il telecomando per sistemare i canali del digitale terrestre, visto che con Sky non serve, salvo tornare ogni cinque minuti al Festival per vedere se succede qualcosa.
Non ho intenzione di parlare di quell’imbecille falso come Giuda di Celentano, trovo ripugnante che sullo stesso mio pianeta vivano persone che lo apprezzano.
C’è altro di cui parlare, basta che ne trovi il tempo, tipo domani…
Continua.

Dottordivago

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