Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for dicembre 2013

Altro che…

…l’ammiccante ed autoreferenziale

Dottordivago, blogger per signora

Devo rifare i biglietti da visita, meglio tornare al più intimista

Dottordivago, romantico cavaliere dal forte
braccio, brillante ingegno e cuor di fanciullo

Non per altro, è che qui “non si spela una figa”.
Non in senso depilatorio, per carità, è solo un’espressione delle mie parti che sta per “non si vede”, “non si tocca”, “non si manifesta”.
E devo anche riconoscere che, contrariamente alla pregnanza semantica che caratterizza il gergo alessandrino, non la ritengo molto appropriata: “spelare”… perchè “spelare”?. No, non mi quaglia… ma cosa vuoi mai, l’abitudine…

In poche parole, come mi faceva notare MarcoVal, qui c’è la stessa popolazione femminile che si potrebbe trovare su un pianeta la cui gravità non consente l’impiego del tacco 12, un mondo in cui la religione vieta l’uso del plaid sul divano, non esistono cellulari,  sottobicchieri e patenti di guida regalate.
Un posto come a militare. Anzi, è da qualche anno che molte caserme, in confronto a ‘sto blog, sono dei ginecei, degli sterminati giacimenti di figa.

Oh… pazienza, cosa devo dire?
Non corro dietro ai lettori in genere, senza fare differenze di sesso, infatti non metto tag da anni, non ho una newsletter e non pubblico i post sui social network, salvo che si verifichi un fatto o una situazione che mi permetta di affermare «L’avevo detto, io…». E succederà una volta all’anno.

Io, qui, scrivo finchè ci sarà uno che mi risponde e se un giorno, dopo una decina di post scritti, nessuno si sarà preso il disturbo di scrivere due parole… be’, continuerò a scrivere comunque, quando ne avrò voglia.
Se un naufrago possedesse migliaia di bottiglie, risme di fogli e pacchi di matite, forse smetterebbe di mandare messaggi perchè nessuno gli risponde?
E a parte il piacere di farlo, per me è un esercizio utile: a volte scrivere un pensiero è il miglior modo per capire se quella cosa la pensi davvero.

Al contrario, sono un pessimo lettore, bloggisticamente parlando: è raro che abbia tempo per scrivere, figurati per andare a zonzo sui blog degli amici…
Può capitare, ma è raro (alla faccia della regola che non vuole mai la virgola prima del “ma”…).
Ma quando capita, non posso non notare che, tanto per fare un esempio, il Camagna ha una partecipazione femminile invidiabile, forse per la vecchia storia che i quelli come lui sono sempre pieni di patata…

Ecco, vedi? Ho detto “invidiabile”. Perchè mai?
Io invidio, semmai, chi ha molti commentatori acuti, spiritosi o stimolanti, di entrambi i sessi, fossero pure trans, ma per quelli (i commentatori acuti ecc ecc, non i trans…) sono messo abbastanza bene pure io.
E con questa sviolinata uso la seconda virgola prima del “ma” nello stesso post: sono troppo trasgressivo, capisco le donne che fuggono.
Alle donne piace l’uomo un po’ fuori dagli schemi, certo, un ribelle che vive secondo regole proprie, d’accordo, ma io esagero… ECCO! VISTO? L’ho rifatto per la terza volta, non ho speranze… le donne chiedono sicurezza, cosa può offrire loro uno che si fa di “ma” preceduti dalla virgola?

Come dicevo in un commento:

Una mia antica morosa, ritrovata su FB (che poi mi ha ritrovato lei, ve l’ho detto che non le cerco…), ha definito “scacciafighe” il nostro amato circolo culturale e visto che, bontà sua, “la stoffa c’è”, mi ha consigliato di “cambiare stile”.
Le ho consigliato di cambiare blog.
Questo posto è come il fernet: se non ti piace, chi te lo fa fare?

Anni fa avevo letto qualcosa sui blog più seguiti: dopo il classico Grillo, c’erano tutte cagate tipo il blog del Grande Fratello, uno di gossip, un altro con le trame (sì, va be’, “trame”…) di tutte le fiction tv… In quel momento ho realizzato che sarei stato un blogger di nicchia, a prescindere dal sesso dei lettori.

Ma dove siamo? Dovrei pensare a quali sono gli argomenti per attirare lettrici di sesso femminile e poi, addirittura, dovrei scrivere qualcosa di dedicato?
Ma per piacere…
Una volta mi sbattevo per trovare le donne per una festa, per un Capodanno, per una grigliata in spiaggia… Ma erano altri tempi e, soprattutto, una volta trovate, sapevo cosa farci… In questo mondo virtuale, come dice il matto di Genova, “uno vale uno”.
E poi, il fatto di sapere che siamo tra noi maschietti ha i suoi lati piacevoli:

ahhhh

Ahhhhhh…


ci voleva…

 

Buon Natale, gente.

Dottordivago

Annunci

Read Full Post »

Bello iniziare un post e non avere la minima idea di dove andare a parare.

Movimento dei Forconi? Frocioni? Porconi? No, grazie.
Letta che annuncia la fine del finanziamento pubblico alla politica, dimenticando che trattasi di “rimborso elettorale”, salvo voler smaccatamente pulirsi il culo in pubblico con il risultato referendario del ‘93? No, grazie.
E… no, grazie, niente calcio e niente che lo ricordi, fosse pure potassio o zinco…
Dunque, vediamo un po’ dove andare a…

E poi… perchè “andare a parare”?
Conosco due significati di “parare”: uno è il compito del portiere, l’altro era un mio grande divertimento, da bambino, quando aiutavo il mio amico Gianni a “parè ‘l galèini” (parare le galline, guidarle, indirizzarle, farle rientrare nel pollaio per la notte).
Il suo cortile, in quel di Cuccaro Monferrato, era a cinquanta metri da casa mia e spesso, prima di cena, scappavo di corsa proprio per quella divertente incombenza che rappresentava cinque minuti di pura follia per noi e un incubo per quelle povere bestie.
Non mi sembrava vero di ricevere da un adulto, la mamma di Gianni, l’ordine di piantare su un casino del genere: «Gianniii!!! L’è ura d’ parè ‘l galèiniii!!!» (è ora di parare le galline).
E da qui si capisce che “la gallina non è un animale intelligente”; tutte le sere la stessa frase, che dava il via ad un mezzo massacro, e ‘ste imbecilli… niente, stavano lì a beccare tranquillamente come se niente fosse.
Ma non capivano che quel segnale scatenava l’inferno?
Io e il padrone di casa ci lanciavamo come due volpi contro quelle povere bestie e, tra urla, scopate al volo da “fuori campo” e calci di collo pieno, le facevamo rientrare nel pollaio con gli occhi fuori dalla testa, sia loro che noi, tanto ci eccitava la caccia.
Tutte le sere un tritato del genere… bestie del cazzo…
Al loro posto, i cani di Pavlov sarebbero letteralmente evaporati al solo accenno di “Gianni…” da parte della mamma, anche se il seguito fosse stato “cambiati la maglietta” oppure “metti a posto la bicicletta”…

Vediamo, potrei partire con una specie di “RisPost” a MarcoVal.
Direi che “l’alunno si impegna e denota interesse e partecipazione”, come dimostra in ogni occasione, iniziando dall’accenno alle varie stesure dei miei post.
È vero e c’è una ragione.
Non capisco perchè, se è una sorta di incompatibilità o cosa sia, tra il programma di scrittura, Window Live Writer, e il blog, fatto sta che io impagino in un modo e poi, una volta pubblicato, lo vedo diverso: dei “punto a seguire” che diventano dei “punto a capo”, spaziature ciucche, salti di riga…
Insomma, già come contenuti “nun ce sta tutto ‘sto dde più” -cit. Enzo di Porto S. Giorgio (FM)- se poi mi va a puttane pure l’aspetto estetico…
Allora vado in cabina di regia di WordPress e capita che rileggendo mi venga la modifica o l’aggiunta, cosa che faccio, dopo di che può succedere che la faccenda si sistemi, come no, così rifaccio.
Ci sono dei post che sono raddoppiati, per questo scherzo.

Ma tu, come fai ad accorgertene? Pensavo che la mia produzione fosse roba da una botta e via, non da ritornarci sopra come si fa con i classici.
O forse c’è qualche demonietto di questo mondo virtuale, a me pressoché sconosciuto, che ti informa delle toppe che metto?
Comunque sia, questa tua attenzione mi rende magnanimo e non dico tutto ciò che penso di te per la storia di Istanbul: se una smentita è una notizia data due volte, il tuo ribadire  l’intento neppur “minimamente canzonatorio” è la beffa dopo la beffa dopo il danno, è il curaro sul filo della sciabola, è la saliva del varano, è l’HIV dell’ergastolano che mi spazzola il camino.

Ce la siamo stra-meritata, questa Istanbul 2013, così diversa e così simile a Perugia 2000: allora avevamo un vantaggio siderale, bruciato in poche partite, mentre oggi, valga come consolazione, abbiamo sempre fatto cagare.
In entrambi i casi, trombati con possibilità di recriminare, che è la cosa peggiore.
Che ti recrimini?… Gioca, scemo. E fai dei punti, non delle parole.
Sto diventando più saggio, eh?

Tipo ieri.
Se non ho altro da fare, a mezzogiorno chiudo l’esposizione, vado a casa e alle 12 e 20 parto per la corsa: viale, ponte, sottopasso e via sull’argine.
Sorpasso una signora anziana che spinge la bici sulla salita del ponte, poi la vecchia mi riacchiappa nella parte in discesa ma, esaurito l’abbrivio, rallenta vistosamente e la affianco: «Va più veloce di me in bici…»
Solo perchè la sciura va pianissimo, pedala come le lancette dell’orologio, quasi non li vedi girare, i pedali…
Borbotto cortesemente qualcosa e allungo il passo, perchè non mi va di correre a fianco della signora sulla pista ciclabile.
Intravedo un’ombra e penso alla vecchia che ha messo il turbo, così mi sposto di lato, giusto per vedermi sorpassare da una giovane tombolotta, direi ventenne,  neanche un metro e mezzo, formosissima, gamba corta ma tonica, gluteo ottimo e abbondante; insomma, tosta, bella “stagna”. E… cazzo, se viaggia!

Sapete qual è il problema?
Che, sorpassandomi, mi saluta e mi sorride.
E allora?
Più o meno come ho fatto io con la vecchia.

In quel momento divento il bottegaio dietro il bancone a cui una cliente ha appena domandato:
«Avete del testosterone? No-o? E un po’ di orgoglio? Di quello ne è rimasto?»

Inizio a spingere.
Forse dieci passi.
Poi passo in modalità “saggezza”: perchè competere con una che non mi ha neppure sfidato ma si limita a tenere il suo passo?
Quello è il suo passo, non il mio.
Ho 53 anni, lei 20; nel caso in cui la sorpassassi, penserebbe “che figo quello”?
No. E se mai lo pensasse, cambierebbe qualcosa? No, niente.
Al contrario, sicuramente penserebbe varda che pirla, neppure virgolettato, tanto lo penserebbe in fretta.
Accèttati, coglione, e sii te stesso, ‘na volta ogni tanto…
E faccio bene: si gira, vede che non ho cambiato passo come, invece, probabilmente ha visto fare decine di volte da tipi come me.
Infatti mi sorride ancora, un sorriso bello, spontaneo, da brava ragazza e sono sicuro che sia per quel motivo.
Ocio, piccolotta, con un sorriso così… a farlo vedere in giro…

Ciao cari, buona domenica.

Dottordivago

Read Full Post »

Va be’, mi scuso io per questa belinata:

mandela

Quando le cose si stampavano c’era il correttore di bozze e queste cose non succedevano, anche perchè, a monte, c’era gente che scriveva molto diversa da quella moltitudine di apprendisti, stagisti e avventizi che spesso scrivono il pezzo con un occhio a FB o a Twitter o che, più semplicemente, fanno parte di quella generazione che ha grossi problemi a comprendere ciò che legge, figurati ciò che scrive… E magari non sono neanche in buoni rapporti con grammatica e sintassi.
Ma questa la vediamo in un’altra occasione, adesso le mie scuse.

Non voglio aggiungere niente a tutto il bene che viene detto di quest’uomo, la sua vita parla per lui; ripeto: voglio solo chiedergli scusa per una porcata che mi è tornata in mente oggi.
Trapa, voce del verbo “traparentesi”, non ho ancora capito una cosa.
Ogni avvenimento di una certa importanza mi riaccende un paio di sinapsi e mi fa rispolverare fatti di qualche annetto fa; significa che ne ho fatte e viste parecchie o succede a tutti i vecchietti?

Mykonos, Anno del Signore 1984 o 85, giugno o luglio.
Appena sveglio, quindi intorno a mezzogiorno (non come oggi, che a quell’ora sono appena andati a letto…), mi siedo al tavolino di un bar per un caffè, che arriva in un lampo.
Poi arriva pure la folgore, che mi coglie in mezzo agli occhi.
A tre metri da me si siede il necessario per produrre una dozzina di conigliette di Playboy e una manciata di fotomodelle, solo in versione “salvaspazio”, visto che è tutto concentrato in un’unica, bionda, abbronzatissima e atletica valchiria.
Spet-ta-co-lo!
Unica controindicazione, una specie di topo muschiato che l’accompagna: non è un concorrente, sono distaccati, si vede che è un amico-accompagnatore.
E ci mancherebbe ancora!… È biondiccio sbiadito, con baffetti radi e quasi bianchicci, avrà 25 anni ma ha un brutto aspetto malaticcio, è alto la metà di lei e peserà trenta chili dopo mangiato e prima di cagare: posso dargli venti fighe di vantaggio ad arrivare a ventuno… e vincere a mani basse.

Ordinano la colazione e iniziano a parlottare a monosillabi o poco più, si stanno svegliando anche loro. Non capisco una parola ma riconosco l’idioma: in quegli anni… diciamo che bazzicavo con una certa frequenza tra Zimbabwe e Sud Africa e questi, si sente benissimo, parlano afrikaner, che è un po’ come sentir parlare un olandese che imita un terrone.
Arriva la colazione e la meraviglia del Creato parte di mandibola; il suricato, invece, parlotta col cameriere, indicando il tazzone di Nescafe lungo come la Quaresima che gli ha appena portato, cameriere che dopo trenta secondi gli porta una teiera e un tazzone vuoto. Questo ci mette una goccia di quella brodazza in cui il caffè è già raro come la brava gente, prende la teiera e rasa il tazzone d’acqua calda, ricavando un liquido più chiaro dell’acqua che solitamente esce dai rubinetti dell’isola.
Tocca a me, con un tono leggermente più alto del necessario: «One more espresso, please. Ehi!… Look at me: ristretto, of course…»
Poi mi giro verso il lemure e con aria amichevole gli mollo un «We’ll never fight for the same coffe, I suppose…».
Lo trova molto divertente, anche la dea si gira sorridendo, al che aggiungo: «Maybe for the same girl, my friend…»
Risata del macaco, sorriso delle grandi occasioni della Meraviglia.

Bòn, basta, chiuso, non c’è competizione, ‘sto film l’ho già visto: la trombo e mi ritiro col titolo, caro furetto del Transvaal…
«No fight, man, she’s my sister…»

Dunque… Jerry Calà c’è, sono io, il mare c’è, gnocca a palate ne abbiamo…
Ok, vai con “Sapore di mare 2: vacanze in Grecia”…

Va be’, l’accorcio: di dove sei, cosa fai, studi o lavori… Grande feeling, gente.
«I know what’s your job –fa la tipa- you are the home-dancer at Roof!»
Il Roof-qualcosa era una discoteca su una terrazza spettacolare e io ero il più spettacolare tarro da discoteca dei già tarrissimi anni 80.
Scherzi a parte, detto oggi fa ridere, ma ero maledettamente bravo, la gente smetteva di ballare per farmi spazio; in più ero esibizionista all’eccesso e il risultato era una specie di Tony Manero senza pantalone di gabardine e stivaletti ma coi pantaloni molto più larghi, a sei pinces, firmatissimi, rigorosamente con Superga, per sottolineare l’italianità.
Che allora tirava, uh, se tirava…

Succede che la sera prima, appena arrivati, i fratelli avevano cenato e fatto un giro al Roof, dove non avevano neppure bevuto una cosa, per trascinarsi a letto, sfisionomiati dalla stanchezza del viaggio. Però lei aveva fatto in tempo a vedere quel cretino che con disinvoltura passava ballando dal piano del bancone del bar, tipo “ragazze del Coyote Ugly”, alla pedana del dj, abbigliato con un misto di Tony Hadley e Kid Creole, che si muoveva come uno di casa…
E visto il profilo greco, mi aveva battezzato come una specie di locale cubista ante litteram.

«No, tesoro, sono italiano e di mestiere tratto moda italiana…» e giù una sparata super collaudata di immani cazzate e balle gigantesche su attività e conoscenze nella Milano da Bere..
Tra l’altro, una delle cose che all’epoca sfruttavo, e che funzionava alla grandissima, era quella di dire:
«…e pensa che, finchè non ti ho sentita parlare, credevo fossi italiana…», cosa che solitamente faceva sgranare gli occhi in una sorta di risentito «Questa, poi…», reazione dovuta all’immagine stereotipata della donna italiana bassa, nera e baffuta; oppure, se bella, una specie di pescivendola alla Loren e Lollobrigida.
«…ovviamente non per l’aspetto ma per come ti vesti e ti trucchi, la cura generale…»
Come dicevo prima, bòn, basta, chiuso, non c’è competizione: questa finta gaffe era una specie di lingua sul clitoride per le straniere, avevo già passato i preliminari senza toccarle con un dito.
Tu le davi “dell’italiana” e lei ti dava quello che volevi: era semplicemente fantastica, la vita, negli anni 80.

Insomma, ero in pole position, con quella delizia; e anche quella specie di tisico di suo fratello mi voleva già bene.
Poi è partita la canzone.
Era da poco uscita “Free Nelson Mandela”, credo dei “The Specials”.
Ovviamente mi sono messo a cantarla a squarciagola ammiccando verso i due sudafricani, come farebbe un piacione turco che canta “Volare” per una comitiva di italiani. E giù di “Free Nelson Mandela”, dedicato ai due… ai due…

…aguzzini.

Non saprei come definirli: hanno cambiato espressione, una cosa tra lo schifato e l’offeso, per un attimo persino la Stella del Sud mi è sembrata sgradevole alla vista.

«TI PIACE QUESTA MERDA?!»
Oh-oh… E adesso?
Occazzo, mi vedevo già a letto, ansimante,  con la sigaretta in mano e la sua testolina bionda sul petto…
Ennò, mondo di merda, dopo questa possibilità, dopo essermi fatto un’idea del genere… come posso ricominciare a ciulare finlandesi -per sbrigarsi- o svedesi, se hai dieci minuti da perdere per raccontargliela?
«…Certo che no!» con una gran risatona…
Oh, mi è uscita dal cuore, Nelson… che ci devo fare?
Con un sorriso piacione ho detto la cosa più… più “bianca” che mi venisse in mente. Dunque, di boero non sapevo quasi niente ma…
«I’m pulling your legs!», una cosa che un vecchio anglo-rhodesiano mio conoscente diveva sempre. Si trattava di un proprietario terriero nazista almeno quanto loro, uno a cui la parola “Zimbabwe” dava l’orticaria; diceva sempre “I’m pulling your legs” nel senso di “ti prendo in giro”, frase idiomatica che non ho mai sentito in un altro contesto che non fosse quello dei vecchi coloni bianchi, forse una cosa arcaica portata dalla madrepatria generazioni prima e rimasta ibernata come le foto di Papa Giovanni e Mussolini nelle vetrine di Little Italy, ancora non molti anni fa.

Risatona delle due belve delle SS e sbrodolamento di luoghi comuni sui “negri di merda” e “il terrorista in galera”.
Da quel momento sono diventato il faro della vacanza, per loro, e l’ommimmerda sul mio personalissimo cartellino.
Addirittura, quando usavo una cortesia alla signorina o versavo da bere al cebo cappuccino, mi rivolgevo a loro chiamandoli minnares e meester (l’equivalente di “badrona” e “badrone”) pronunciandoli con accento mooolto “bovero negro”, cosa che li divertiva da morire.

Due stronzi del cazzo…

Dopo qualche giorno me ne sono andato, come da precedente programma.
Al momento dei saluti alla minnares avrei voluto dirle quanto mi faceva schifo la sua mentalità e il suo paese, ma non l’ho fatto: razzismo di merda a parte, con me erano stati degli ottimi amici; e poi, hai visto mai, il mondo è piccolo e un giro in mezzo a quelle gambe chilometriche l’avrei fatto ancora volentieri.

Insomma, Madiba… cosa dobbiamo fare?
Perdona anche me, l’hai fatto con tanti figli di puttana…
C’è una cosa che sicuramente apprezzerai: tutta la schifosa sceneggiata mi è servita per fottere alla grande l’ideale  dell’apartheid.
E non solo quello.

Dottordivago

Read Full Post »

Alfitalia

imageimage

Ehh?… Sono o non sono il Re del calembour?…

Naaa… niente politica, tranquilli, ultimamente mi fa troppo schifo: non abbraccio la gente sudata, non guardo grandi obesi, liposuzioni o malattie rare nei documentari su Sky e non parlo (quasi) più di politica.
È solo che il mio stimolatore orale… no, non è orale e poi non è una bella definizione…verbale sarebbe meglio ma non ci siamo mai parlati, quindi…
Il mio stimolatore epistolare, Marco, mi ha accomunato a una banda di penne di sinistra, compagnia non di primissima ma, a mio personalissimo avviso, migliore di quella che ho lasciato da quando non voto più Berlüsca.
E dovendo scegliere, mi sento più portato a credere a quelle penne di sinistra, piuttosto che a pilastri del giornalismo quali Sallusti, Belpietro, Ferrara o il senatore (per meriti acquisiti sul campo) Minzolini.

L’ultimo voto a destra di non si sa quale sinistra, l’ho dato nel 2006 e già allora per un fatto estetico: ormai consideravo inutile Silvio ma trovavo impresentabile Prodi, per storia personale, aspetto ed eloquio.
Poi, partendo da “inutile”, a proposito del Cavaliere, sono approdato a “dannoso”, poi a “tossico-nocivo”, ma questa è un’altra storia.

C’era un argomento che, nei miei anni berlusconiani, mi ha dato modo di mettere in crisi molti “compagni”: se si era arrivati a Tangentopoli e il PCI non aveva denunciato quella situazione, talmente degradata da essere evidente come il sole, è perchè o erano gli scemi del villaggio e non se ne erano accorti, o erano d’accordo con gli altri “malamente”.
E io non vorrei votare per scemi o banditi.
Oggi, se qualche berlusconiano mi dà una spiegazione plausibile –in senso etico, non utilitaristico- alle presenze in Parlamento di cialtroni come Razzi e Scilipoti, ladri come Formigoni e Verdini, pescivendole come Mussolini e Santanchè, una manciata di legali del Capo, amici vari, mostri, Capezzoni e puttanazze uscite dai letti e approdate a poltrone varie, allora comincio ad abbassare il ditino che, da quando voto a sinistra di non si sa quale destra, tengo sdegnosamente alzato.

Sono così schifato del mio ex leader che mi è quasi diventato simpatico l’ex uomo senza quid per la storia di Alfitalia, che mi accingo a spiegarvi.
Ferma la mula.
Che nessuno pensi ad una mia nuova simpatia politica: come ho smesso di volare con Alitalia dal 2000, così ho smesso di votare ‘sta gente qua dal 2008, a cominciare dal Maestro per finire con gli apprendisti che si sono messi in proprio.
Mi scappa di divagare.

Il mio embargo ad Alitalia è una storia più vecchia.
La tratta Milano-Istanbul, nell’agosto 2000, l’abbiamo fatta in fondo all’aereo, negli ultimi otto posti: quattro posti “normali” e quattro… offensivi.
Proprio in fondo, dove si stringe la fusoliera, c’erano 2+2 seggiolini tipo quelli per i bambini nella terza fila della monovolume, quelli che, se non servono, li ripieghi nel bagagliaio, per capirci.
Alberto, simpatico ma indescrivibilmente egoista, che vive il suo metro e ottantacinque come un insopportabile handicap e che ovunque si andasse, con qualsiasi mezzo, lui “non ci stava”, ha caragnato per tutto il viaggio, anche se era in un posto normale e gli ultimi 2+2 posti, quelli sfigati, ce li siamo scambiati a turno noi, i rimanenti sette del gruppo. Per fortuna il viaggio dura un amen.
Non mi intendo di aerei ma una hostess –eh, quando si dice l’attaccamento all’azienda…- ci ha detto che quei posti esistevano solo per Alitalia, le altre compagnie partivano coi sedili una spanna più avanti e distribuivano il mezzo metro rimanente, cm per cm, tra le altre file.
Poi uno steward ci ha attaccato un bottone esagerato e ci ha dato un sacco di consigli non richiesti, poi ci ha venduto un paio di schede da 5000 lire, da usare “nelle cabine telefoniche di tutto il mondo”, che non hanno mai funzionato.
Intendo le schede, non le cabine: schede taroccate… lo steward… cioè…
Al ritorno, su otto che eravamo, ne hanno imbarcati quattro, situazione frutto del più clamoroso overbooking della storia, visto che sono stati più quelli lasciati a terra che quelli partiti.
Marca “bravo” alla compagnia di bandiera e chiusa la Genova-Nizza.
Croce.
Bòn.
E anche se hanno fatto quell’ignobile operazione di “salvataggio e trasformazione” della compagnia (e di inguaiamento nostro…) non ho mai più ricominciato a volare con loro, con mia piena soddisfazione.

Mandando avanti le due storie a braccetto, Nuovocentristi e Forzisti facciano pure tutti i ribaltoni o cambi di nome che vogliono: finchè la destra italiana è quella attuale, con questi personaggi, a me non mi vedono più.
Anche a sinistra non sono messi bene, però, faccio un esempio, se “pistola alla tempia” devo scegliere tra l’odiosa Finocchiaro e la… -non mi viene l’aggettivo-Mussolini, a denti stretti scelgo la radical shopper con scorta.

Se io potessi clonarmi e fotocopiarmi a piacere, un Dottordivago suonerebbe il pianoforte, un altro reciterebbe mentre uno dei tanti “altri” sarebbe un predicatore, uno vero, che va tra la gente, non virtuale come quello che sta scrivendo. Questo predicatore girerebbe il mondo predicando il non-verbo, nel senso che spiegherebbe alla gente di non legarsi a bandiere o squadre di calcio ma di valutare le persone: squadre e bandiere cambiano con i leader o i giocatori e rischi di trovarti come me, col mio partito tradizionale infestato di persone impresentabili o come la francesissima Nicole, che nella finale Italia – Francia del 2006, non riusciva a tifare per i suoi perché erano “tutti negri”. Grandissima stronzata, perché se i negri giocano bene, ben vengano in qualunque squadra, però la posso capire.

Di questa impresentabilità della destra deve essersene accorto anche Angelino, l’ex uomo senza quid, il quale, dopo tutta una serie di valutazioni o, più probabilmente, stanco di questo ventennio e irretito dal richiamo del vecchio quarantennio, quello della balena bianca, ha fatto come Alitalia: good company e bad company.

E le similitudini non si fermano qui, a cominciare da chi, in entrambi i casi, paga per le loro cazzate: noi.
In pratica, in entrambi i casi, una banda di filibustieri e leccaculo di potenti si è tirata fuori da un letamaio e, pur abbondantemente coperti di schizzi di palta, lungi dal darsi una vera ripulita, si sono tolti la più grossa con qualche foglio di giornale e qualche spruzzata di profumo dato sulla merda.
E questa è Alfitalia, la “good company”.
Ecco… se questi sono i buoni, pensate alla controparte…

In un caso, nella bad company con le ali è rimasta la parte più inutile e dannosa del più straordinario meccanismo produttore di debiti che l’economia ricordi, dall’invenzione del capitalismo ad oggi.
Una mia conoscente, totalmente incapace in qualsiasi attività che non sia quella respiratoria, ha fatto la hostess per quattro o cinque anni con la compagnia di bandiera e da almeno dieci anni vive in tutte le varianti e sfumature della cassa integrazione del personale Alitalia.
Ovviamente è finita nella bad company ma cambia solo il nome di chi non le paga lo stipendio, mentre chi glielo paga siamo sempre noi.

Nell’altro caso, in quella che a mio modestissimo parere è la bad company senza ali ma con gli artigli, sono rimasti i peggiori del vecchio schieramento.
E guardate che parlare di “peggiori”, riferendosi a Schifani, Formigoni e Cicchitto, si entra in un universo parallelo, dove i termini di paragone ortodossi e gli ordini di grandezza ordinari vanno a puttane: non si parla più di kilo-banditi, mega-incapaci o giga-ladri, come ci ha abituato la fisica della politica italiana; si entra nell’iperspazio della dannosità e pericolosità sociale, si tratta di zetta-bastardi e yotta-facce di merda.
Ah, se per capire questa vi serve Wikipedia, non buttatevi giù: per me sono ricordi di scuola e di un professore di quelli giusti, mentre per voi… E quando cazzo vi ricapita di aver bisogno di sapere a quanti zeri corrisponde “yotta”?
Per farsi un’idea bisogna ricorrere a figure della fantasia, personaggi superlativi assoluti, tipo Galactus, il Divoratore di Mondi, a cui i Fantastici Quattro, aiutati da Silver Surfer,  facevano una vibrante pippa e hanno buscato dalla prima alla penultima vignetta. Be’, non ci crederete ma l’episodio non finiva con l’inevitabile distruzione della Terra ma con l’arrivo dell’Osservatore, uno che a mani basse e con la pipa in bocca si inchiappettava il Divoratore di Mondi.
Cioè, chi cazzo è, questo?… Voglio dire, uno che si mangia i mondi, di solito, vive tranquillo e sicuro di sè, giusto? È dura che trovi il suo. E invece un bel giorno arriva uno che lo prende per un orecchio e lo spedisce a calci nel culo.

Galactus… l’Osservatore… gente peggio di Schifani e Formigoni…
Personaggi aldilà della comprensione, figure ammantate di leggenda, come la guardia del corpo di Tyson, il confessore del Papa o la sorella figa di Kate Upton.
Così, visto che mi sarò giocato Marco, almeno mi arruffiano Big Val…

Dottordivago
P.S. Mi sa che i lettori me li gioco scrivendo quattro belinate ogni due settimane, altro che per i “contenuti”…

Read Full Post »