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Archive for novembre 2013

…non si dovrebbero lavare in casa?

Ah, scusate, interrompo la serie dei “plin” per una cosa rapida, più che altro un pensiero fugace a cui dare corpo. E se fossimo fisicamente insieme, a questo punto mi inclinerei un pelino di lato e ululerei uno struggente scorreggione.

Bell’immagine, eh? No, non ringraziatemi, è un vecchio trucco, sono cose che creano cameratismo, lo so benissimo.
Tipo un mio insegnante di terza superiore, che per un paio di mesi abbiamo considerato uno stronzo totale, sempre scazzatissimo e lontano anni luce dallo stereotipo dell’insegnante da “Attimo fuggente”, quello che dà l’anima.
D’altronde era un ingegnere coi controcazzi che aveva un avviatissimo studio di progettazione ma, evidentemente, non sapeva rinunciare alla sicurezza di una futura pensione da dipendente pubblico.
Un giorno in cui, seduto alla cattedra, sembrava più lontano del solito con la mente, si è bloccato nel bel mezzo della svogliatissima lezione che stava tenendo, ha gonfiato un attimo le guance, poi si è proprio visto che ha pensato: «Ma chi se ne fotte…» e ha cacciato un rutto di quelli che segnano un punto fermo nella storia dell’Uomo.
Fatto ciò, ha preso qualche foglio che aveva davanti a sè e, atteggiandosi a mezzobusto del TG, se n’è uscito con: «Notizie dall’interno…»

Nel resto della scuola non si è neppure capito che la nostra era una risata, più che altro è stata percepita come un’esplosione e, nel giro di pochi secondi, un bidello e un paio di insegnanti che erano in zona hanno infilato la testa dentro, per vedere cosa stava succedendo.
È diventato il nostro idolo, ovviamente.
Peccato che, in quarta, abbia lasciato il posto a un ingegnere fallito, che insegnava e basta, e che era convinto che ci interessasse qualcosa di giranti Pelton , di meccanica dei fluidi o di entropia. Pensa te…

Va be’, dai, m’è partita la divagata prima del post, il vecchio smalto brilla ancora.

Parlavo di panni sporchi.
Qualcuno mi spiega perchè i nostri politici, dal Premier al Presidente della Repubblica, quando sono al loro posto… “zitti ‘ome ‘na mosca” (cit. Francesco Nuti); poi, appena sono all’estero, o anche solo nel corso di una gita fuoriporta… e chi li tiene più? Oh, non stanno zitti un attimo: esternazioni, richiami istituzionali, sassolini nelle scarpe, frecciatine…

Non mi riferisco a uscite particolari, ‘tanto è sempre così: visita di stato, qualche foto, picchetto d’onore, eventuale corona deposta, strette di mano, quattro belinate sull’amicizia dei rispettivi popoli -sia che stiano parlando di calcio coi tedeschi o di cucina coi francesi…- ancora qualche foto …

E poi cominciano a dire cazzate sulla situazione interna, ma di quella cazzate…
E lì i giornalisti locali, che dovrebbero essere quelli preposti a fare la cronaca della visita, spariscono, ‘tanto il trombone di turno parla rigorosamente in italiano, per le decine di giornalisti italiani al seguito, che se sono della RAI, li paghiamo noi direttamente, se sono di altre testate, li paghiamo noi lo stesso, col finanziamento all’editoria.
E stare a casa e dirle qua, le cose? Sempre cazzate sono, ma almeno non le pagheremmo a peso d’oro, giusto?

Ora, capisco che la globalizzazione, la rete, i satelliti, tutto quanto contribuisce ad accorciare le distanze e segreti non ce ne sono più, va bene.
Ma, dico io… i cazzi nostri, non potremmo almeno fare un piccolo tentativo per sbrigarceli in casa nostra?
A me hanno sempre insegnato che i panni sporchi si lavano in casa, a voi no?

E se proprio dicono qualcosa in Italia, non sono capaci di parlare bello chiaro, no: devono parlare a nuora perchè suocera intenda.
O lo dichiarano da Fazio, o lo esternano dall’Annunziata… Piuttosto che niente, lo scrivono sul libro di Vespa.
Ma vi rendete conto che da un paio di mesi stiamo discutendo di cose uscite dall’ultimo libro di Vespa?

Capisco che per vedere meglio un quadro, ci si debba allontanare un po’, ma non ho mai sentito che uno si allontani per parlare meglio; questo atteggiamento mi ricorda un’altra brutta mania esterofila, una cosa che dico sempre ma che ripeto lo stesso: perchè il Giro d’Italia deve passare da qualche Paese straniero?
Tipo il prossimo, che addirittura non ci inculiamo i paesi confinanti ma lo fanno partire dall’Irlanda.
Si chiama “Giro d’Italia”, segui il labiale: «I-T-A-L-I-A»
Se già passi da San Marino, non vale.

Dottordivago

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“Stavo meglio io”, dicevo alla fine del post precedente.

E stavo meglio sì, stavo… Sono sempre stato circondato da amore, attenzioni e insegnamenti che per me, oggi, valgono più di montagne di regali, metri quadrati di iPhone, vacanze fighissime. Certo, a volte mi sarebbe piaciuto avere un sacco di cose che vedevo addosso o a casa di alcuni miei amichetti… Ma per me, per noi, intesi come bambini dell’epoca, la rinuncia a una cosa in seguito al garbato e fermo diniego dei genitori, veniva smaltita con un “…però Tizio ce l’ha… uffa…” e morta lì, non dava la stura a urla, scenate o gesti inconsulti come quello riportato dai notiziari in questi giorni, cioè il ragazzino che si è lanciato dal quarto piano perchè il padre gli ha spaccato la Playstation come ritorsione per un brutto voto.
Da noi certe scene non si facevano, la mia era una famiglia pragmatica, impregnata di quel rassegnato ma orgoglioso buon senso di una volta.
Contadini con delle discrete pezze al culo i miei nonni paterni, più in carne e piccoli imprenditori quelli materni, sarta la nonna e falegname il nonno, da cui il soprannome della mia famiglia, a Cuccaro Monferrato: “cui dal mesdabosc”, “quelli del falegname”.
Eh sì,  io ero “Carluccio dal Mesdabosc”, un appellativo dalle assonanze medievali con un tocco di lingua d’oc, dato dalla maccheronica interpretazione del “maître de bois” d’oltralpe, un bel nome per un cantastorie.
Ah, a proposito di soprannomi… Mio padre è nato a Solero, a 10 km da Alessandria e la sua famiglia era quella “du Tabacòn”, “del Tabaccone”, la cui etimologia deriva da un mio bisnonno consumatore compulsivo di toscani e tabacco da masticare.
Quindi io sarei “Carluccio du Tabacon e dal Mesdabosc”, nome che, me ne rendo conto adesso che l’ho scritto, sento più mio di quello che uso tutti i giorni e che compare sui documenti, forse perchè quello anagrafico è il nome del corpo, mentre “Carluccio du Tabacon e dal Mesdabosc” è il nome dell’anima.

Insomma, tornando alla mia famiglia, era gente che le cose non “le conosceva”, più che altro “le sapeva fare”. Oggi io so molte più cose, perchè le ho lette o viste, loro conoscevano meno cose ma le sapevano fare tutte.
Sarebbero sopravvissuti ovunque.
Mia madre conosce qualsiasi cosa commestibile che possa crescere in un prato, fosso, dirupo o scogliera. O orto incustodito.
I miei nonni, e un po’ meno i miei genitori, visto che oggi molte capacità non servono più, sapevano seminare, coltivare, raccogliere, trovare, allevare, uccidere, cucinare, conservare, costruire, cucire, mangiare. O stare senza.
Sarà per quello che mi è rimasto il gusto di fare le cose e una specie di rifiuto per le teorie, qualsiasi esse siano, dallo studio alle filosofie varie.

Diciamo che, con le radici piantate in un terreno simile, da me nessuno si sarebbe aspettato una grande apertura mentale e che, se fossi rimasto un mezzo gnugnu, nessuno se ne sarebbe scandalizzato.

Ma io ho avuto il Prevosto, che vi consiglio vivamente di andare a conoscere sul link, se non ne avete mai sentito parlare.
Patrimonio incalcolabile dell’umanità, vero terreno di coltura per una mente in via di formazione come la mia in quegli anni: se solo non fossi stato portatore del “gene Strita”, con gli insegnamenti del Prevosto (e, concedetemelo, con la mia  potenzialmente buona dotazione di serie) chissà dove sarei potuto arrivare.
Ok, l’ho tirato fuori e mò mi tocca:

dna

Il “Gene Strita”

“Strita” è il cognome di mia madre, prima ancora di mio nonno, figlio di mio bisnonno, figlio di… Non si sa, era un trovatello.

Tirato su, in quel di Vercelli, dalle suore che se lo sono ritrovato sugli scalini, è già stato fortunato che come cognome non si è beccato il classico Servodio, Pregadio o Diotallevi ma il più laico “Strita”, scelto perchè era il giorno di Santa Rita ed anche perchè –non si sa sulla base di quale ricerca, forse esisteva un librone dei cognomi di padre e figli cristiani, un elenco da cui non attingere per battezzare i bastardi- fino ad allora, come cognome, non esisteva; almeno questa è la storia che gira in famiglia.
E devo dire che a distanza di quasi un secolo e mezzo (mio nonno era del 1904, quindi suo padre aveva salde radici nell’800), il cognome “in provetta”, creato non in laboratorio ma in sala preghiera di un convento, tiene ancora duro: l’ho digitato su Google e… niente, tuttalpiù qualche accenno a “St. Rita”.

Non so come e perchè, ma il bisnonno è arrivato a Cuccaro Monferrato, vicino ad Alessandria e ad una cinquantina di km da Vercelli, percorrendo una distanza siderale, per quei tempi.
Morale, lì si è sposato e riprodotto, trasmettendo ai discendenti una tara terribilmente puntuale che, a differenza di altre tipo Down, nanismo o diabete, che saltano qualche generazione, questa non ne sbaglia una. Nel dubbio, io e mia sorella, ultimi portatori (lei sana) del gene, non ci siamo riprodotti, abbiamo agito come Ripley in Alien 3, quando si lascia cadere nell’altoforno, trascinando con sè l’ultimo esemplare della spietata creatura, quello che lei porta in grembo.
Come per il mostrino, anche per il nostro gene il mondo dovrebbe stare tranquillo: è devastante ma poco fertile.
Anzi, no, è pigro pure a riprodursi, che è diverso: il trovatello ha fatto due figli maschi, uno non si è riprodotto (scapolo), l’altro sì, ma con due femmine, quindi il cognome è già bello che andato, di cui una non si è riprodotta (zitella), l’altra sì, mia madre.
Di me e mia sorella abbiamo già detto, quindi la malapianta del Gene Strita è estirpata. Salvo che io abbia lasciato qualche ricordo in giro per il mondo, di cui non sono a conoscenza: immaginate questa possibilità come il finale di centinaia di film in cui, con l’ultimo fotogramma, si capisce che l’incubo non è finito…

Il gene Strita determina pigrizia, inconcludenza e una spiccata predisposizione nel raccontare balle, tutte cose che non contribuiscono a formare un bel quadro. Infatti, quando litigo con mia madre, finisco sempre per dirle: «Non ci provare, non ci provare proprio con me, visto che siamo uguali e che pensiamo le cose contemporaneamente. Non ci devi provare, lo sai che ci ho messo trent’anni per non diventare come te…»
E dico davvero; purtroppo me ne sono accorto tardi, dopo i vent’anni ma quel voler essere diverso da mia madre, di cui stavo diventando un clone, è l’unica cosa in cui mi sia realmente impegnato nella vita; e ci sono riuscito solo in parte.
Sono sempre pigro e inconcludente ma, almeno, ho smesso di essere bugiardo o ipocrita.

Il Gene Strita, per fare un esempio, in gioventù ti dà l’incapacità patologica di tenere la testa su un libro di scuola, salvo fartene divorare altri mille, purchè trattino argomenti che non ti lascino nulla e, nel caso contrario, che quel poco che ti rimane non serva a un beneamato cazzo per il resto della tua vita.
Crescendo ti lascia una stupefacente capacità di non arrivare alla fine di nulla, spesso neppure iniziare nulla e di passare giornate intere senza fare nulla, salvo roderti l’anima pensando a tutto quello che dovresti fare.
Il Gene Strita non è il virus dell’ebola, piuttosto è il detonatore mancante in un blocco di tritolo, è l’ossigeno sottratto al motore di un dragster, potentissimo ma incapace di avviarsi.
“L’Approssimazione al Potere”, che costituisce il motto del blog, è una delle deviazioni indotte dal Gene Strita, almeno è uno degli effetti che ha su di me.

Per i miei vecchi, conviverci era più semplice, la loro vita richiedeva un diverso approccio. Più fortunata è stata mia sorella, ne è immune, è troppo simile a mio padre, un blocco di concretezza, anche se oggi la storia è un po’ cambiata: trenta e passa anni da dipendente comunale, agendo dall’esterno, hanno avuto su mia sorella degli effetti che ricordano lontanamente quelli indotti dalla nostra tara famigliare (famigliare, sì, con la “g”: se scrivo “famiglia”, scrivo pure “famigliare”, chiaro?); diventare lavativi e nascere non è la stessa cosa ma è un po’ come prendere tanto sole invece di nascere negri.

Oddio! Un flash terribile!
Ecco il finale di cui parlavo:

E se mio bisnonno avesse avuto dei fratelli?

Continua.

Dottordivago

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Troppo preso per tener dietro all’attualità, come al solito mi rifugio nel passato e cerco di concludere la saga del Tom Sawyer del Basso Monferrato, alias il piccolo Dottordivago, saga partita in  primavera e proseguita QUI e pure QUI, infatti siamo al quarto “plin”.

Mi ero riproposto di aggiungere un “plin” al titolo per ogni puntata di questa saga, ma dopo il terzo me lo sono fatto a fette. Torniamo ai numeri, una delle poche cose buone fatte dagli Arabi, cioè l’aver zanzato i cosiddetti “numeri arabi” ai veri inventori, gli Indiani, averli battezzati cosa loro e averli portati fino a noi.  Un’infamata planetaria, ancora peggio di Celentano con “Pregherò”.
… … …
Sì, ok, gli Arabi sono “puliti”, li chiamano “numeri indiani”, siamo noi che li abbiamo battezzati “arabi” perchè erano loro che ce li avevano fatti scoprire.
Contenti adesso, lettori politicamente corretti del cazzo?

Della “casa dalle finestre che ridono” abbiamo visto la cantina e ci siamo bloccati al pianterreno, in falegnameria, il vero centro del mio universo di allora.
Adesso comincio a capire perchè sono così sensibile agli odori: ho avuto un’infanzia da assaggiatore, da profumiere, da cane da trifula.
Gente, gli odori di quella casa…
Inebrianti, sempre diversi cambiando posizione ma che sapevi sempre dove ritrovare, un po’ come annusare una bella donna percorrendola per tutta la lunghezza (per le donne, diceva Scagliotti, si parla sempre di lunghezza, mai di altezza, visto che servono solo se coricate…).
La casa, invece, cambiava in verticale: dai vini, salami, acciughe, confetture e barili di peperoni sottaceto della cantina, si passava alla “bottega”, la falegnameria, per poi arrivare al primo piano, quello abitato, caratterizzato dagli odori della cucina e dalla lacca di mia zia, che ne usava a tonnellate e che sa di avere la coscienza sporca, infatti, se si parla di buco nell’ozono, cambia discorso: una dozzina di tipe come lei negli anni 60 e oggi l’ozono non sapremmo più cos’è, e andremmo in spiaggia con il loden, altro che la protezione 30

Era la casa di una volta, completamente in mano alle donne, che lasciavano agli uomini l’illusione di “portare i pantaloni”; e gliela raccontavano talmente bene che in effetti sembrava una casa per uomini.
La “bottega”, poi, era un giacimento di testosterone.
Legno, colle e solventi, per quanto riguarda l’aspetto tecnico; sigarette, aliti fetenti e sudore come apporto umano all’ambiente.

Uh… mi scappa, mi scappa, mi scappa! Mi scappa di divagare.

A proposito di cose da uomini, una delle ultime pirlate che ho scritto per la televisione, anzi, credo proprio l’ultima, poi mi hanno fatto scappare la voglia, è un programma da me pensato ma mai nato, per acclarata codardia di chi avrebbe dovuto produrlo.
Vi ricordate cos’era l’8 marzo nei primi anni 90?
Se non lo ricordate, ve lo dico io: era una follia. Dal mattino alla sera si parlava solo di donne e di quanto le donne fossero più più più e gli uomini meno meno meno: in quel giorno di merda, Einstein diventava un pirla, il Papa un criminale e Moana tornava vergine.
Così, in un momento di esasperazione, ho scritto “Cuoio, havana e cognac”, titolo che evoca il classico club inglese off limit per le donne e che contiene gli elementi base per la chimica dell’universo maschile: mette insieme il cuoio delle poltrone, il sigaro e un goccio di quello buono, per creare il vero brodo primordiale in cui si possa sviluppare una forma di vita di sesso rigorosamente maschile.
L’ambientazione doveva essere proprio quella del club per gentiluomini, mentre dialoghi e argomenti lo sarebbero stati molto meno: un talk show di uomini per uomini, intriso dei più beceri luoghi comuni sulle donne, tipo Elio e il suo

Dire che le donne sono tutte puttane è un luogo comune, anche se è vero”.

Programma da seconda o terza serata, uno special da mandare una volta all’anno, proprio la sera dell’8 marzo, per seppellire con un rutto tutto il bene detto nel corso della giornata a proposito (e a sproposito) delle donne.
Naturalmente ci dovevano essere un sacco di donne belle e poco vestite, in qualità di cameriere a cui, obbligatoriamente, i partecipanti avrebbero dovuto dare una pacca sul culo ad ogni passaggio, anche se intenti a fare d’altro. Sarebbe stato un vero obbligo, al punto che un tormentone poteva essere uno con sigaro, bicchiere e telecomando in mano che diceva a un altro: «Ho le mani impegnate, puoi toccarle il culo tu, per favore?»
Una sexy governante da urlo, sulla scala, intenta a spolverare i libri, sarebbe stata una presenza fissa, con l’unico compito di dire: «Pubblicità».
Insomma, non sto a raccontarvelo tutto, avete capito di cosa si sarebbe trattato: un programma più intelligente di come possa apparire raccontato in tre righe, che avrebbe attirato l’amore di molti e l’odio (e magari qualche interrogazione parlamentare) della parte più stupida della società.
In quel periodo avevo appena chiuso il capitolo RAI ma qualche scappata a Milano, quindi un ritorno a Mediaset, anzi, Fininvest, per un impegno di una settimana all’anno, mi sarebbe ancora piaciuto farla.
Non voglio fare nomi ma un personaggio famoso, tra le mie più vecchie conoscenze nel settore, che volevo coinvolgere nell’impresa, prima si è divorato lo scritto pelandosi dal ridere, poi mi ha detto che i tre quarti del suo elettorato (quindi dovreste aver capito…) era femminile e una cosa del genere non se la poteva proprio permettere.
Coniglio…
E non parliamo dei vari yes-men che popolano certi uffici: se non c’è uno con le palle e il potere che prende in mano la cosa, quelli galleggiano tra programmi futuri, idee nebulose e prossimi colpi di scena, non concludendo un cazzo.
Una specie di governo di larghe intese, insomma.
Peccato, poteva diventare un classico del politicamente scorretto e l’idea avrebbe potuto essere adattata, che so, all’arte, alla cultura e ad altre sacre icone, come un marchio di qualità a “ipocrisia zero”.

L’odore delle varie essenze di legno si sentiva già imboccando il sentiero: la resina del pino e dell’abete, la dolcezza della betulla, le morbidezze di faggio e noce, la rigorosità del rovere, lo speziato del mogano…
Ovviamente, mio nonno non ha mai tagliato un centimetro di compensato, per non parlare di merda-e-colla come il truciolato, l’OSB o l’MDF: un lusso che ci si poteva permettere in quel Monferrato, in cui la barriera costituita da montagne di tradizioni e buone maniere riparava dall’arrivo delle incombenti nuvole di un tempestoso ‘68, Dio lo maledica, e di altre novità da barbari.
Quindi niente polveri aggressive ed urticanti: la segatura di quei legni poteva sostituire il borotalco, ve lo dico io.

E il Vinavil? Che buono è, l’odore del Vinavil, eh?
La colla di pesce no, non era un profumo per tutti, diciamo che il suo dolciastro (niente a che vedere col pesce) era roba da intenditori, come il tartufo, e dava una nota particolare all’ambiente, non fosse altro per il fatto che doveva stare al caldo, salvo diventare dura come il ferro, anzi, cristallizzava come il vetro, dura e nera, una specie di ossidiana.
Motivo per cui in “bottega” c’era una piccolissima stufetta accesa anche in estate, con il contenitore a bottiglia della colla di pesce che si incastrava al posto dei classici anelli. Quella era pura magia: una specie di pentola-matrioska, un bagnomaia con il collo da bottiglia, diciamo da damigiana, per tenere dritto in piedi il pennello, che doveva stare al caldo anche lui, salvo trasformarsi in una specie di mazza da tamburo.
Come il kukri, il coltellaccio dei Gurkha, che non può essere estratto a caso e che, se viene sguainato, deve rientrare nel fodero sporco di sangue, anche il pennello della colla di pesce doveva stare lì, guai a tirarlo fuori se non per incollare qualcosa. Salvo quando mio zio Giovanni (in realtà prozio, il fratello di mio nonno) mi chiamava: «Ven, bigìn» (“vieni, agnellino”, ero una testa di riccioli che camminava…).
Lo estraeva e lasciava colare un filo di colla sul pavimento perennemente coperto di segatura, come fanno gli chef per le decorazioni di caramello, creando disegni che pochi istanti dopo diventavano filigrane di una specie di cristallo ambrato che io portavo in giro per casa, mostrandoli a tutti e urlando al miracolo.
Poi mi sedevo sul marciapiede in cortile e lo spezzettavo un centimetro alla volta. Se poi la cosa succedeva in inverno, col camino acceso, soffiavo le briciole nel fuoco e tutto finiva in cento scoppiettii.
Oggi, un bambino di quell’età allega un file sullo smartphone della mamma mentre chatta con quello del papà e già si incazza se qualcuno gli risponde male o se pubblica una foto non gradita.

Stavo meglio io.
Continua.

Dottordivago

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