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Archive for maggio 2014

E a proposito del cervello in vacanza dell’ultima riga, aggiungerei una cosina successa questa mattina (va be’, ormai è “ieri”, visto che sono andato lungo…), ma prima “posto” (parola urenda…) quattro righe scritte ieri (l’altro ieri, nds), che dovevano essere parte del “continua”:

Poi, tra le ragioni che mi tengono lontano da queste pagine, c’è internet.
Cioè, non c’è internet.
Nell’ultimo mini post di un mese e mezzo fa vi accennavo la situazione di merda in cui mi trovavo con la connessione internet; se Dio vuole, nel frattempo è peggiorata, al punto che mi ritrovo impossibilitato nel fare un sacco di cose, così ho smesso di bestemmiare (tranquilli, solo per riprendere fiato…) e scrivo su una pagina Word, poi, appena ci sarà un barlume di connessione, copierò tutto su Windows Live Writer e starò a guardare il tempo che ci metterà nel pubblicare il tutto, considerando che già per queste poche righe ci vorrà lo stesso tempo normalmente necessario per scaricare “Avatar” in surround, Super HD, 3D e DDT.

Siccome ho un accordo con il padrone dei muri del mio negozio, che mi consente di usare il suo wifi, in ufficio non ho mai avuto una mia connessione internet.
Ma il mio “amico-padrone” non è un benefattore, è un maledetto braccino, in modo odioso, patologico; generoso, come in questo caso, solo se il gesto non gli costa un centesimo.
Con me, poi, si è già pagato internet per i prossimi dieci anni, a causa di un “errato calcolo” che, dal 2009 al 2012, mi ha fatto cacciare circa 2500 € che non gli ho mai chiesto indietro per due motivi: primo, per non averlo sulla coscienza, perchè ci rimarrebbe secco, sicuro, secondo perchè, sempre se non gli costa niente, mi lascia usare una parte di magazzino, il muletto ecc ecc, così una mano lava l’altra, anche se quella dell’amico braccino è attaccata alla spalla, come i focomelici “Figli della Talidomide” degli anni 60.

L’ommimmerd’ continua a cambiare operatore, sempre alla ricerca di uno che gli faccia spendere un euro in meno, così quella che ai tempi del nostro gentlemen’s agreement era un’ADSL da Star Trek, oggi è una cosa molto più molle sulle gambe. In più, da quando sono iniziati i problemi grossi, roba da arrivare a casa con lo stomaco chiuso in una morsa di nervoso, il bastardo (che leggerà per primo ‘sta cosa perchè gli mando il link…) mi ha sempre detto che ha parlato con Telecom e gli hanno spiegato che con i lavori per il nuovo ponte ecc ecc…

Faccia di merda…

Non è vero niente!
L’ho scoperto ieri e mò vi racconto la rava e la fava.

Succede che cambio casa.
Non sopporto più Alessandria con le sue puzze, le strade rotte e sporche, il degrado…

♫ la noia, l’abbandono, il niente
♫ son la tua malattia, paese mio
♫ ti lascio e vado via.
♫ Che sarà che sarà che sarààààà ♫…

Oddio, non è che espatrio, mi sposto di 9 km dalla casa attuale, che diventano 8 km dal negozio
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visto che adesso abito in centro e devo passare il ponte, mentre fra un mesetto arrivo da fuori e mi fermo prima del fiume, così mi risparmio lo schifo che provo nel vedere la mia città. E per conferma chiedere al Camagna, emigrato in Veneto da venti e passa anni il quale, quando torna, non può credere a ciò che vede.

Cosa c’entra con internet? Calma, l’ho presa larga ma arrivo.
Dunque, mi trasferisco in un bel posto, in campagna, con l’unica controindicazione (per adesso…) che si tratta del buco del culo del Villaggio Globale, nel senso che i cellulari –di tutti gli operatori- prendono una tacca in giardino e mezza in casa, mentre internet arriva da una vecchia cabina Telecom che non ha più uscite disponibili, quindi per i nuovi arrivati nel villaggio c’è una lista d’attesa che non finisce più, praticamente devi aspettare che muoia qualcuno. Così ho detto al vecchio proprietario di farmi subentrare al suo contratto Fastweb, che mi fa cagare, ma almeno un paio di mega ce li ho garantiti, sennò ciccia.
Satellite? Qualcuno ci ha provato: troppe piante, arriva male, così mi dicono e altro non so, so solo che pago Fastweb da sei mesi e non ho ancora la cucina…

Attualmente a casa ho Tiscali, a cui dovrei dare disdetta, alla modica cifra di un centinaio di euri scarsi, solo per dirsi ciao, bastardi…
Poi arrivano i problemi di connessione in negozio e da lì la pensata di portarci  Tiscali, almeno ho un operatore certo a cui rompere il cazzo, visto che quel pirla che mi sta leggendo cambia più operatori che mutande, braccino di merda…
E poi, oltre a risparmiare il furto/disdetta, 20 euro al mese sono una minchiata.

Problema: nel mio negozio non c’è un impianto, quindi prima deve intervenire Telecom, unico Signore e Padrone dei Cavi, gli altri sono venditori di aria, mega e giga ma non possiedono un metro di doppino.
Ieri mattina arriva l’incaricato, non in ritardo come al solito ma addirittura in anticipo di un’ora. Casualmente lo conosco, gli ho venduto una tenda da sole l’anno scorso, e mi prende una fitta alle reni: l’ho sempre considerato un imbecille, si vede proprio, ce l’ha scritto in faccia e garantisco che lo è.
«Spiegami una cosa: quando cazzo sistemate i cavi che avete tolto per i lavori del ponte?»
Mi guarda come se gli avessi fatto:
«Urca la pizza?» «Eh?…» «SUCA!»
«Ma… che io sappia… non abbiamo tolto niente, cosa stai dicendo?»

Ocio…

Vado dal bastardo che mi sta leggendo: «Senti un po’… Cos’è ‘sta storia dei cavi, dei lavori, del ponte, dei cazzi e mazzi…? Eh?…»
Così scopro che tu, braccino di merda che stai leggendo, per non cambiare un router di merda da 30 euro, che quello vecchio batte i coperchi, mi stai mandando a casa con la bava alla bocca da due mesi.
E dovevate vederlo, il cretino, come se la rideva quando mi sono usciti gli occhi dalle orbite! Me la pagherai, non so ancora come ma me la pagherai.

A cominciare dal fatto che potrei investire i famosi 30 € per comperare un nuovo router, dando così soddisfazione al porco dal corto braccio.
Ma ho detto “potrei”…
Invece, come suggerito dall’uomo Telecom, chiamo immediatamente il Cigno che, alla velocità della luce, si presenta con un fiammante Internet Pack wifi
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che ha posto un filtro rosa tra me e il mondo.
Welcome back, internet! Hello world! ‘Ntuculu, braccino!
Ok, costa di più del router e mi serve solo per un mese, ma negare la password a te, braccino, non ha prezzo.
E la cosa bella è che Little Arm mi aveva anche prestato una sua chiavetta, che avrà trovato nelle patatine, probabilmente una sottomarca del Lidl…; chiavetta che, sommata alla mia totale ignoranza per l’aspetto hardware, mi aveva convinto dell’inutilità del prodotto, tanto lenta e ballerina era la connessione.

Va be’, questa l’abbiamo aggiustata e il mondo mi sorride di nuovo. Bastardo.
Insisto, visto che stai leggendo, insisto…

Seconda parte: EINSTEIN e VON BRAUN

Von Braun è il tecnico Telecom.
Assiste divertito a tutti gli insulti con cui ricopro Little Arm, poi prende il caffè, poi si perde in chiacchiere… «Cosa dici, diamo un’occhiata al mio cavo?…»
Con l’aria di quello che:

Padre mio, se devo bere quest’amaro calice, fa’ ch’io lo beva

si avvia, gli tocca.
Si tratta di fare una giunta ad un vecchio cavo in disuso, prolungarlo di una decina di metri e farlo scendere dalla controsoffittatura fino dentro il negozio; rifinire il tutto con una presa e servire.
Considerato che tocca anche prendere una scala, CHE LUI NON HA PORTATO, chiama i rinforzi, che arrivano in mezzora, nelle vesti di Einstein, con la seconda Panda, quella nascosta dai cassonetti:

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Ovviamente, nella mezzora di attesa Von Braun non ha neppure scaricato i ferri.
In compenso Einstein è peggio.
Si vede che il lavoro manuale non lo tocca, lui vive di teoria e punti di appoggio.
Non per sollevare il mondo, come diceva Archimede, ma per reggersi in piedi: in due ore, giuro, non l’ho visto in posizione eretta per un secondo solo sulle sue gambe. In quanto teorico della coppia, sa benissimo che tre punti di appoggio sono la struttura più stabile dell’Universo Tridimensionale come noi lo conosciamo.
E si adegua.
Va bene tutto: lo stipite di una porta, il muro, un espositore…
Se l’unica struttura a cui appoggiarsi fosse uno stronzo alto due metri di Esageratosauro… “è uno sporco lavoro ma qualcuno…” e ci si appoggerebbe.

Per giuntare il doppino, che si chiama così perchè sono DUE fili, e farlo correre su una sporgenza del soffitto, senza fissarlo, ci vuole un’ora e mezza.
Poi davanti ai due scienziati si innalza la famosa montagna

così alta che la sua ombra proietta la notte sulla Terra

Bisogna fare un buco di 5 mm nella controsoffittatura, per cui basta un cacciavite, visto che il materiale è stato scelto da Little Arm, poi forare sempre da 5 mm il cappello dell’espositore (freccia verde), il piano inferiore (freccia gialla), passare il filo (freccia rossa) e poi fissare la presa (freccia azzurra).
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Inizia la discussione per individuare una strategia.
Nel frattempo io, con una mano, perchè con l’altra tengo premuta la vena che mi sta schioppando sulla fronte, posiziono una scaletta, faccio i tre fori e inizio a passare il filo, operazione per cui mi servono tutte e due le mani.
Infatti se ne accorgono: «Cosa fa?»
«O faccio così o vi sbatto fuori. Vergognatevi.»
«Va be’ ma… lei è in casa sua, noi dobbiamo guardare cosa facciamo…» dice Einstein, che si sente fregato sul filo di lana perchè stava per decidere cosa fare.
Veramente hanno guardato cosa ho fatto io, comunque…

Einstein è appoggiato, non può muoversi, così Von Braun si avvicina con la presa in mano. Guarda il muro, guarda la presa, guarda me, poi Einstein: «Qui c’è un problema… attacchiamola con la colla a caldo…»
«EHH? Scusa, qual è il problema?»
«Le viti… questo è legno»
«E da quando mettere due vitine nel legno è un problema?»
«Eh… nella confezione ci sono solo viti da muro, quelle per il tassello…»
«Ma che cazzo dici? Il finto pilastro di legno è vuoto e spesso 22 cm, ci stanno tutte le viti che vuoi!»
«Sì… ma io ho solo il cacciavite e le viti lunghe… sai…»

ARRGGHHH!!!
Prendo un avvitatore con due vitine da 20 millimetri e gliele passo.
Fissa la scatola, mi ridà l’avvitatore, fa il collegamento poi deve fissare il coperchio con le due vitine da 15 mm in dotazione.
«Scusa, visto che sono a croce come le altre, mi ridaresti l’avvitatore?»
«SUL CIUFFO?…»
«No, dai… visto che c’è la comodità…»

Poi il mondo acquisisce una nuova massima da scolpire nella roccia:

Eh, certo che con l’attrezzatura giusta… è tutta un’altra cosa…

Se ne vanno a mezzogiorno, Von Braun è arrivato alle 9.30, sono giusto in orario per andare a pranzo “da Gina”: primo, secondo, contorno, acqua, caffè, 15 €, per due, cioè 30 €, più vino e ammazzacaffè.
Soldi nostri.

Continua.
Dottordivago

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Mai visto un Dottordivago?
Oh, uno non può stare un mese e mezzo senza scrivere una riga, che subito ti danno per spacciato…
Va be’, facimm’ e persone serie: come va? Tutto bene?
Io vado abbastanza male, grazie.
Sono incasinato col lavoro, nel senso brutto: per la prima volta in carriera non c’è tutto ‘sto di più, non c’è niente da buttare via, niente grasso che cola.
Sarebbe una situazione abbastanza comune, se non fosse che noi serramentisti viviamo in una riserva protetta, o che credevo tale, costituita dalla detrazione fiscale del 65% (sessantacinquepercento!); capite che se non c’è da affannarsi in un regime di simili agevolazioni, chissà se mai dovessero finire…
Ma sì, dai, ci mangeremo un po’ di fieno in cascina, se lo troviamo.

Però, ringraziando la Madonna, se non si lavora molto, almeno si lavora male.
Quante volte mi avete sentito dire “Dio maledica il ‘68”?
E vogliamo parlare dell’articolo 18?
Sono due numeri che, messi insieme, il demoniaco 666 gli fa una vibrante pippa.

Prendete un popolo di quarantenni o meno, allevati (educati è un’altra cosa…) in regime di “vietato vietare”, scolarizzati (istruiti è un’altra cosa) da insegnanti spesso incapaci e sempre impotenti, blindati sul lavoro da anni di sindacalizzazione selvaggia, e vi ritroverete con gente che non sa fare niente, non ha voglia di fare niente e non gliene frega un cazzo di niente.
E che ha sempre uno smartphone in mano.
Così, se prima avevano un quarto d’ora di lucidità nell’arco della giornata, mò quel quarto d’ora se lo fottono su Feisbuk e a me mandano la prima cosa che gli viene in mano invece di quella che ho ordinato.

Ah, tra l’altro, volevo mettere come sottotitolo “Mah, passate queste feste…”
A proposito del popolo di merda che siamo, anche se in ritardo volevo farvi notare che, per l’Italia, parlare di riduzione del PIL non ha più alcun senso.
Che sia un parametro con un senso o che, grillinamente, non ne abbia, per fare il PIL bisogna lavorare. Ok, è condivisibile il ragionamento del Grillo di vent’anni fa, quando domandava: «Ma se crolla un ponte, siamo più ricchi o più poveri? Siamo più poveri, ovvio. Ma il PIL sale, perchè bisogna rifare il ponte»

Mettetela come volete, metteteci Renzi o Superman, ma se

per fa’ ‘e putènsa ghe va ‘e cilindra’

(“per fare la potenza ci vuole la cilindrata”, come dicono in qualche paese dei nostri dintorni, quando parlano di trattori), per fare il PIL bisogna lavorare.

Il problema è che pochissimi lavorano, anche parlando di chi un lavoro ce l’ha.
Sull’argomento sono particolarmente in ritardo, lo riconosco ma prima non potevo: si parla del super-ponte pasqual-venticinqueapril-primomaggiano.
Ho passato venti giorni sentendo gente varia, dai fornitori ai clienti, dire

Eh, vedremo… dopo ‘ste feste…

intendendo il 25 aprile e il primo maggio.

CHE “FESTE”? EH? CHE “FESTE”, TESTE DI CAZZO?
Due giorni, sono due merdosissimi giorni in due merdosissime settimane, vaffanculo! Non sono “feste”!
A Natale, sono “feste”, ad agosto, sono “ferie”, e di ventotto ce n’è uno, tutti gli altri ne han trentuno, Dio vi maledica.
Tutto si è cristallizzato da Pasqua al 5 maggio; poi, lunedì 5 maggio, appunto, è passata la sbornia di ponti, agriturismi, città d’arte, mare e staccare la spina.
Che cazzo c’avete da staccare, se per ogni giorno di festa blimblanate una settimana?
Lunedì 5 maggio l’ho passato al telefono, sono ripartiti tutti.
«Ah, eravate via? Avete fatto il ponte lungo?»
«Nooo, magari… ma sa, con queste feste…»
Pure i pensionati, quelli per cui tutti i maledetti giorni sono uguali, con l’unica differenza che alla festa non vanno dal medico per una ricetta, un’impegnativa o una visitina, pure quelli, si sono fermati.

Popolo di deficienti… Non potendo andarci fisicamente, facciamo come i genitori negli anni 50 e 60, quando si lavorava davvero, solo che invece di mandare i bambini “in colonia”, mandiamo il cervello in vacanza.
Continua

Dottordivago

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