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Archive for settembre 2011

RisPost 6

Dicesi “rispost” una cosa che è partita come risposta ad un commento ma che, per deformazione dello scrivente, diventa lunga come un post, da cui l’elegante calembour.

Ok, ok, colpa mia, ho voluto fare l’ignorante e la cosa mi è venuta così bene che non so se devo complimentarmi con me stesso o cominciare a preoccuparmi…

A proposito de “Il bidone di Higgs” -sì, lo so, era l’altra settimana, ma di mestiere non faccio la punta alle matite e il tempo è quello che è…- credevo che una cosa fosse chiara:

  • la mia religione è la Scienza,
  • le mie preghiere le idee,
  • la ricerca è la mia messa,
  • le invenzioni sono i miracoli,
  • le grandi scoperte sono il mio paradiso.

Punto.

Combatto quotidianamente, per altro con una costanza che mi stupisce, credenze e affermazioni stregonesche quali, per citarne una, la paura della “corrente d’aria”: non so se li trovo tutti io ma conosco una quantità di persone che, appena in casa si sente un filo d’aria, a malapena in grado di deviare la salita verticale del fumo di una sigaretta, si aggirano allarmate a chiudere porte e finestre perchè “la corrente ti frega…”
Alla stessa famiglia appartengono quelli che se oggi hanno il raffreddore è perchè “ieri ero un po’ sudato, non mi sono cambiato subito e… tac, fregato…”; oppure perchè “con questo tempo… un giorno fa caldo, un giorno fa freddo…”

E il condizionatore è il Demonio.

Io tento di spiegare loro che, pur non volendo mettere in discussione principi indiscutibili quali influssi malefici, umori mefitici e congiunzioni astrologiche avverse, la colpa potrebbe essere di un virus o di un batterio i quali, pur non avendo l’efficacia di uno spillone ben piantato in un pupazzo, sembra comunque che possano contribuire all’insorgenza di malattie.
Quasi sempre, però, viste confutate le mie teorie eretiche, mi ritrovo a consigliare loro un unghione d’orso o un dente di giaguaro da portare al collo contro gli spiriti maligni.
O ricorrere a terapie tradizionali, tipo andare a cagare.
Ricordando sempre a quelli che già lo fanno, cioè curarsi con medicine alternative o tradizionali, che quando quelle erano le uniche cure, l’aspettativa di vita era di 40 anni; oggi, con la tossica chimica delle perfide multinazionali, ci tocca cominciare ad ammazzare qualche novantenne, sennò da soli non ne muoiono più…

Tra le varie “Teorie della Nonna”, l’unica che accetto è l’influsso lunare per semine o confetture: d’altronde, se la Luna solleva una quindicina di metri di oceano nella Baia di Fundy… voglio dire… qualcosina conterà, no?…

Quindi la scienza prima di tutto.
Ma sono contrario al delirio di onnipotenza di un certo mondo scientifico e alle sue previsioni. Sono anni che sento parlare di un futuro che non ci sarà mai: siamo indubbiamente bravini, per essere delle scimmie, ma non chiediamo troppo a noi stessi, su…
Ho smesso di comperare “Focus” perchè me l’ero fatto a fette di articoli basati sul nulla, tipo stringhe, wormhole, multiversi o ipotesi irrealizzabili quali viaggi nel tempo o in uno spazio che, oltre a non appartenerci, il nostro stesso cervello fatica a comprendere.

E vorrei capire una cosa. Se, come ci raccontano, tutto il nostro mondo e la nostra vita si basano su leggi che a loro volta, gira e rigira, finiscono per fare i conti con la Teoria della Relatività, e se uno dei pilastri di questa teoria, quello della velocità della luce, si rivela sbagliato, i casi sono due: o ci hanno raccontato delle cazzate fino ad oggi, e allora voglio indietro i soldi che hanno speso finora, o ce le raccontano adesso, e allora quelli dei “neutrini più veloci della luce” prendono su il loro bel secchio e vanno a lavare un po’ di parabrezza ai semafori.

E sono stufo anche di sentir parlare di applicazioni teoricamente accettabili ma di tale difficoltà realizzativa da rendere molto più conveniente dirottare le energie su cose meno sconvolgenti ma senza dubbio più alla nostra portata. Prendiamo la creazione di energia per mezzo della fusione: cosa vuoi che sia?
Si tratta solo di creare un piccolo sole sulla Terra, farlo stare buono buono e, soprattutto, fargli fare quello che vogliamo noi.
Io non ci riesco col mio cellulare, l’80% dei miei amici non ci riesce con un figlio di tre anni e qualcuno manco col cane… 
Oddio, creare un piccolo sole è il meno, basta una bomba all’idrogeno; controllarlo… ecco, lì è già un momentino più difficile. Non si parla del barbecue dietro casa, trattasi di plasma a svariati milioni di gradi e non abbiamo un contenitore per tenercelo.
Dice:

Nel corso di alcuni esperimenti, il plasma è stato mantenuto per alcuni microsecondi all’interno di fortissimi campi magnetici…

Per alcuni microsecondi, il plasma lo posso tenere anche nel mio sensibilissimo, serico ed immacolato buco del culo e non si sentirebbe neppure l’odore dei peli bruciati, tanto è breve il tempo in oggetto.
Quindi non raccontiamoci troiate.
Dice:

Cent’anni fa, anche la fissione nucleare sembrava un’utopia…

Sì, ma scoperto il principio, si tratta di controllare il surriscaldamento di qualche tonnellata di metallo, con temperature di qualche centinaio di gradi, se tutto fila liscio, o di qualche migliaio se scoppia la macchina della merda. E già è un casino così…
Per la fusione, capito il principio, si parla di milioni di gradi e, anche ammesso che vada sempre tutto bene, un affare del genere, quando sei riuscito ad ottenerlo, poi non sai dove metterlo, peggio della storia del macinino per il sale di Monichina.
È un problema se mi scappa di divagare?

Una volta esisteva l’aperitivo, su cui ho già avuto modo di esprimermi anni fa con la Trilogia Alcolica, che inizia QUI e segue nei due post successivi.
Poi sono arrivate le Happy Hours: facendo finta di non sapere che in tutto il mondo l’happy hour è l’ora di bassa affluenza in cui le consumazioni costano meno, si è cominciato a far pagare 5 o 10 euro una birra o un bicchiere di vino, con possibilità di svaccare sul cibo, cosa che richiama single in cerca di una cena a basso prezzo e allontana chi, come me, prima beve tre o quattro volte, poi ha una casa e una moglie con cui cenare.
Prima che il locale venisse completamente snaturato, per me l’aperitivo era “Mezzo Litro”, la vineria della Monichina. Il posto era piccolo, quindi si faceva la scorta di cibo al banco, ovviamente finger food, e si lasciava spazio agli altri.
Una volta la Monìk ha sbroccato: non ricordo di cosa si trattasse, forse verdure o roast beef o che altro, comunque roba rigorosamente scondita, per lasciare ai clienti la possibilità di renderle di proprio gradimento con olio, salse e, attenzione, un sale speciale.
Ecco.
A parte il fatto che mi hanno rovinato il vino con mille cazzate e gradazioni da “cordiale della naja”… a parte che ci stanno provando con la birra e devo beccarmi inenarrabili pipponi su quelle artigianali, quando io voglio solo idratarmi con quattro o cinque Beck’s o similari… a parte che ci sono alcuni poveri malati di mente che hanno il coraggio di interpellare il “sommelier dell’acqua minerale” nei ristoranti che ne dispongono… a parte tutto ciò.
Ma che adesso me lo vogliano succhiare anche con l’aroma del sale… 
E baaasta… non se ne può più!
Avete appena comperato un sale himalayano, bretone o namibiano di Walvis Bay, di colore rosa, grigio topo o “verde Esorcista” e dovete sostenere che fa la differenza, anche solo perchè l’avete pagato caro come lo zafferano?
Okay, mi spiace per il nostro rapporto, avremmo potuto essere amici…
So-no tut-te caz-za-te.
Posso salvare il sale affumicato in alcune tartare, ma solo perchè l’affumicatura è cento volte più percepibile di qualche molecola di impurità presente in un qualsiasi sale che costa come la bamba.
E comunque, pure quello affumicato, non lo compero lo stesso: puzza come una galera e mi ammorba il mobiletto; così, per la tartare agli agrumi, per esempio, pianto nella carne un paio di stuzzicadenti accesi, copro tutto con un piatto e in dieci minuti ho l’affumicatura necessaria.
Torniamo alla Monichina.
Quella volta, oltre a proporre tutta roba che doveva stare in un piatto e che andava mangiata con la forchetta -e con questo abbiamo esaurito gli arti disponibili per quelle attività- ci voleva la famosa terza mano per reggere il bicchiere o l’invenzione di quel genio sconosciuto che ha partorito questo:
piatto1 nel mio caso non avrebbe risolto il problema, visto che non riesco proprio a mettere la Beck’s nel bicchiere, però onore al merito comunque.
Tutto risolto? ‘Sto cazzo.
Il famoso sale speciale, secondo voi, era già bello e macinato in un salino?
Eh no, sennò dove va a finire la fighezza?
Il sale all’aroma di minchiata era all’interno della più fantasmagorica troiata che mai mente umana abbia partorito: il macina-sale.
Una cosa stupida che contiene una cosa inutile.
Mmm… non vorrei parlare di politica, lasciamo perdere la testa del Trota…
Ora, sono talmente convinto dell’utilità del macina-pepe che una volta me lo sono portato a casa di mia suocera e quando lei mi ha detto «Avevi paura che non avessi il pepe?…», le ho risposto che il suo pepe fa cagare, visto che è stato macinato ancora a mano, prima della Rivoluzione Industriale.
E lei mi ha tirato fuori il suo nuovo macina-pepe, acquistato dopo l’ultima volta che le avevo rotto i coglioni col suo pepe pre-unità d’Italia.
Il grano di pepe è vivo, racchiude profumi inebrianti che si sprigionano subito dopo la macinatura; il sale è morto, è talmente morto che i deserti di sale sono gli unici ambienti in cui l’uomo non può sopravvivere, salvo quei quattro pirla che ci provano, in Dancalia, ma sono sempre appesi a un filo, quello degli aiuti umanitari…
Che aromi deve sprigionare il sale?
Io ci ho messo il naso dentro, in un banchetto che vendeva ‘ste balle di fumo, e devo riconoscere che una qualcosina si sente; ora la domanda è: se per sentire l’odore bisogna ficcare il naso nel barattolo, quanto cazzo di sale ci vuole su una bistecca per sentire la differenza? Abbastanza per bere il lago d’Orta e ritrovarsi le arterie come la moglie di Lot. 
Quindi, appurato che il macina-sale è una minchiata anche se si è seduti a tavola, cosa dire a chi te lo propone in una sorta di cena in piedi?
Uno sconosciuto genio ha donato all’umanità il piatto col portabicchiere e noi vogliamo vanificare tutto con un oggetto -inutile- che richiede due mani?
Cosa me ne faccio di un piatto di delicatessen, di un bicchiere di quello buono, di un sale fighissimo e di un macina-sale se poi non ho una mano in più o un posto dove appoggiare tutto?

E ‘sto cazzo di plasma a qualche milione di gradi, dove vogliamo metterlo?
Non guardate me, io mi sono già offerto, per qualche microsecondo…
Ah, sarebbe finita la divagata…

Insomma, i soldi fusi -quelli sì, che se ne fondono…- per Tokamak e astrusità similari, usateli per darmi una batteria efficiente, così si potrebbe parlare seriamente di auto elettriche, al momento pura demagogia, e demagogia resterà finchè ci vorranno 30 kg di batterie per immagazzinare l’energia equivalente a 30 gr di benzina.
Sfruttiamo le onde (c’è poco da ridere, è una quantità di energia incalcolabile), togliamo l’eolico dalle mani dei politici/mafiosi e datemi dei pannelli solari con un rendimento superiore al 15%, giusto per ricordare che l’energia bisogna anche produrla, oltre che immagazzinarla.
A questo punto, con il carbone di cui disponiamo ancora, possiamo andare avanti per secoli, se lo useremo solo quando gli altri sistemi ci mollano, tipo di notte, quando non tira vento, il mare è liscio come l’olio e il criceto non ha voglia di far girare la ruota.
E con il petrolio realizzeremo ancora per secoli solo i materiali di cui ormai non possiamo fare a meno e che derivano da quella costosa, meravigliosa zozzeria.

Ma proprio perchè credo nella Scienza, lasciamo una testa di ponte: un unico laboratorio mondiale, un investimento a fondo perduto, una specie di figlio scemo che ci mangi un po’ di soldi con la storia della fusione. Mica per altro: metti che c’azzecca…

Poi, per conto mio, gli affascinanti viaggi spaziali, figli del benessere e della politica degli anni 60, oggi, con questi chiari di luna, non hanno ragione di esistere, anche se mi rode il culo.
E non parliamo della ricerca sull’intima struttura della materia, bosoni e bidoni: cosa ce ne faremmo di un potentissimo computer che sfrutta le proprietà quantistiche, se poi non abbiamo una presa dove collegarlo?
Ma soprattutto, cosa me ne farei io, che già non capisco un cazzo con questo?

Dottordivago

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…ma domani divago,

 

promesso.

Homer bello

Dottordivago

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Nota dell’autore: in questa categoria esprimo brevi pensieri in libertà, una specie di limitato firmamento di poche stelle opache.
Più realisticamente, trattandosi di pensieri miei, li considero pensieri/pennellata, come virgole di merda sulle piastrelle dei cessi della stazione.

Oggi ho ricevuto questa mail:

votazione

‘Sti brutti, zozzi, infami 22 bastardi…

Sì, proprio quelli che hanno votato “sì”.
I più seri sono i 498 che hanno votato “no”, almeno si sono guardati in faccia e si sono detti: «Siamo una banda di ladri? Sì. E allora comportiamoci di conseguenza»
È contando sulla coerenza di questi, che Scilipoti e soci hanno potuto votare “sì” a cuor leggero, sapendo benissimo che la proposta non sarebbe passata.

È veramente sorprendente come certa gente riesca a dare sempre nuovi significati all’accezione “facce di merda”.

Dottordivago

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torino

La titolare ha dichiarato che il locale era pieno e nessuno se n’è andato, quindi, visto che la cosa andava bene ai clienti, non le è sembrato necessario chiudere; inoltre, aspettava 100 turisti per pranzo.

Avrei fatto lo stesso.
Uno che vuole farsi la festa ne ha tutto il diritto ma ha il dovere di rompere i coglioni meno possibile a chi, invece, vuole continuare a vivere e a lavorare.

Se mai un giorno deciderò di togliermi dalle balle, se non ne avrò una mia noleggerò una barca, mi porterò su una batimetrica di due o tremila metri -così non verrò raccolto da qualche rete a strascico…-, mi legherò un peso al collo, mi sporgerò verso l’acqua e mi sparerò in testa: BANG, splash, fine.
Nessun disturbo, nessun danno, ‘tanto le barche a noleggio sono ultra assicurate. E poi, magari, la ritrovano pure…

‘Sta suonata… Fedele fino alla morte, è il caso di dire.
Ok, era una cliente del locale, ma poteva star tranquilla: un commerciante non si offende, se un cliente fisso, per una volta, sceglie un altro posto.

Dottordivago

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Beppe Grillo sapeva del buco di Telecom prima dello stesso Consiglio d’Amministrazione e avvisava dell’imminente crack Cirio e Parmalat prima della Guardia di Finanza.
È stato convocato, appunto, dalla GdF, come “persona informata sui fatti”, come dire «Mmm… spiegaci ‘sta faccenda e spiegacela bene, sennò…»
«Bastava leggere i bilanci, cosa che vi consiglierei di fare, ogni tanto…» ha risposto Grillo e se n’è andato, lasciando aleggiare in caserma un sottinteso «…coglioni… oni… oni…»

Ora, io non leggo bilanci, non studio, non approfondisco, lo sapete:

l’approssimazione al potere!

Però ogni tanto ci azzecco o ci vado vicino.
Come faccio? Semplice, basta pensar male della gente.

Partiamo dal fatto del giorno.

I neutrini che scorrono sotto la superficie terrestre tra i laboratori europei del CERN, a Ginevra, e i Laboratori nazionali del Gran Sasso dell’INFN sono un po’ più veloci della luce.
Non della luce “nel mezzo”, -oddio, c’è pure la luce “da una parte”?…- ma della luce “nel vuoto”, – ah… ecco…- il limite universale imposto dalla relatività ristretta.

Che poi sarebbe la famosa teoria di Einstein.
Ora, scienziati di tutto il mondo, rispondete a una mia domanda: siete una banda di deficienti o ci state semplicemente prendendo per il culo?

Ho sentito dire migliaia di volte che la più grande mente della storia, tal Albert Einstein, ha formulato una teoria, stra-confermata da un secolo, che spiega i principi su cui si basano la fisica moderna -il che non sarebbe ‘sta gran cosa, se rapportata alla parte seguente- e il funzionamento stesso dell’universo.
Azz’!…
E, se non mi sbaglio, la teoria della relatività ristretta prevede come condizione imprescindibile che nulla sia più veloce della luce.

E quindi?
Quindi se il presupposto di una teoria è sbagliato, è sbagliata la teoria e tutto quello che ne deriva e che su quella teoria si basa.
Quindi ci hanno sempre raccontato una montagna di cazzate: riusciamo a manipolare e a piegare secondo la nostra volontà l’atomo e i suoi componenti ma dell’universo, del tempo, dell’essenza stessa della materia non sappiamo un fantasmagorico cazzo.

Quindi, al rogo i santoni laici, i Sai Baba dello spazio-tempo, i predicatori della Particella di Dio, i Testimoni di Geova della Teoria delle Stringhe, gli Avventisti dei tunnel temporali, gli Evangelisti del multiverso, insomma, tutti quelli che suonano alla nostra porta virtuale -TV e internet- per raccontarci inenarrabili e non comprovabili cazzate.
L’unico che l’ha detta giusta è quello che ha dichiarato

Non solo l’universo è strano ma è molto più strano di quanto possiamo immaginare.

Il fatto grave è che le minchiate di portata cosmica non ce le raccontano mica a gratis, sapete?
A parte quegli insigni ed innocui scienziatoni che girano tutto il mondo raccontando -a pagamento, ospitati in hotel a 5 stelle- storie tipo che l’universo è costituito al 90% da una materia oscura che non riusciamo a vedere o a rilevare ma che deve esistere, lo dice la teoria della relat… oh-oh…
Roba da ricredersi un momentino, eh?
Come se il Papa morisse e si reincarnasse in un polipo e, compreso che avevano ragione gli indù, si ritrovasse con otto braccia e neanche un capello da strapparsi…
O come se rinascesse nel paradiso di Allah, con la certezza di aver sbagliato Dio, con 72 vergini a disposizione e -beffa nella beffa- neanche un chierichetto…

Poco più di tre anni fa, ai tempi della partenza ufficiale dell’ LHC, il mega acceleratore di particelle del CERN di Ginevra, quando alcuni temevano la formazione di un buco nero che avrebbe inghiottito il pianeta, mi ero espresso sull’argomento in questi termini:

Sono di formazione tecnica e credo fermamente nella scienza; come ho già avuto modo di dirvi, le uniche entità metafisiche, cioè non dimostrabili, in cui credo sono il culo e la sfiga; per tutto il resto voglio le prove.
Quindi, lungi da me la paura di buchi neri e fine del mondo.
Quello che mi suona male è l’aspetto umano di tutta la faccenda e c’è sempre una vocina che mi ricorda che pensare male è peccato ma spesso ci si azzecca (grazie, Sen. Andreotti).
Quell’accrocchio che hanno costruito è lungo 27 km, con un costo, al metro lineare, pari a quello del clitoride di Naomi Campbell, tant’è vero che hanno speso, finora, 9 miliardi di euri (per chi fosse all’oscuro delle regole grammaticali di questo blog, ripeterò che, quando sono tanti, sono “euri”).
Anche se oggi i soldi non valgono più niente, è una bella cifretta.
A questo aggiungiamo che una macchinetta come quella è come una Porsche di seconda mano: non è tanto comprarla, quanto mantenerla, per cui si prevede di spenderne altrettanti nei prossimi anni.
Ora, poniamo per ipotesi che il Direttore o il Presidente o il Gran Mogol del Cern sia un tipetto sveglio, circondato da giovanotti in gamba, che sappiano farsi due conti e che formulino la seguente teoria:

dati circa 20 miliardi di euri, su cui  praticare una cresta di un micragnoso 1% -che non se ne accorge nessuno- si ottengono circa 200 milioni di euri esentasse, senza problemi di dove metterli, tanto già stanno in Svizzera.

L’altro motivo per cui l’LHC l’hanno fatto lì è che se l’avessero costruito in Italia, a parità di spesa, lo facevano stare anche nel mio soggiorno e il resto se lo mangiavano.
Resta il fatto che 200 milioni, pur da dividere, sono una cifra da far vacillare anche i più onesti.
Siamo sicuri che stanno cercando il Bosone di Higgs, la Particella di Dio, e non una tranquilla ed agiata pensione a bordo di un “trenta metri” carico di puttanoni?
Chi ci dice che non stiano cercando una cosa che non esiste?
Tanto, se anche non la trovassero, potrebbero sempre dire: «…e checcazzo, stiamo cercando la Particella di Dio, mica le lumache dopo che è piovuto…!»

Vi rendete conto?
Noi persone vere ci alziamo al mattino e andiamo a lavorare, produciamo o coltiviamo qualcosa di tangibile, oppure forniamo servizi alla comunità.
Ci facciamo il culo.
Poi diamo i nostri soldi, raccolti euro su euro, a una banca che con lo spread, il BTP, il Cip e il Ciop si mangia dieci o venti miliardi al giorno per giochi di borsa incomprensibili, sotto la spada di Damocle di un immenso debito che abbiamo con noi stessi e che rischia di rovinarci la vita, quando basterebbe dire a questa gente: «Ho 32.000 euro di debito con me stesso? Ok, non li voglio più, siamo a posto.»

Altri euri raccolti uno sull’altro finiscono ai nostri governanti, soldi con cui ci vogliono fare tunnel e ponti miliardari che non restituiranno un decimo di quanto costano ma a loro renderanno una fortuna di tangenti, altro che il da me ipotizzato 1% del CERN…

Roba da votare davvero per Grillo… Peccato che il più furbo di quelli che gli stanno intorno vorrebbe un mondo tipo quello degli Amish, mentre gli altri sanno con certezza che l’uomo non è mai andato sulla Luna, che le Torri Gemelle le ha tirate giù Bush e che bisogna girare col Cuki sulla testa, così i LORO satelliti non potranno leggerci i pensieri…

Come diceva la sigla di “Oggi cartoni animati”:

Che mondo sarà, se ha bisogno di chiamare Superman?

Dottordivago

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champagne Questo è un benvenuto col botto, non me ne vogliano tutti gli altri, quelli che hanno ricevuto solo il cesto d’ordinanza che costituisce il benvenuto ufficiale.

benvenuto

Ma qui si parla di un personaggio particolare, uno di quella decina (forse meno) di persone per cui la parola “fratello” non è poi così campata per aria.

Ho conosciuto Il Magico Darix sul finire degli anni 70, in quel di Borghetto Santo Spirito (SV), meglio noto come Borghetto SS, l’Inferno dei Vivi.
Si tratta, senza ombra di dubbio, della più brutta località in riva al mare di tutto il mondo… no, forse solo dell’emisfero Nord: mi parlano bene anche di quel tratto di costa cilena in cui il mare non supera mai gli otto gradi di temperatura e le scogliere non sono scogliere, bensì mucchi di merda alti centinaia di metri, depositata da miliardi di uccelli in milioni di anni…
Comunque, i nostri rispettivi genitori avevano comperato la “casa al mare” proprio lì e, nonostante la premessa, io ne sono stato felicissimo per anni: dai primi anni 70 al 1986 non ho mancato uno solo dei giorni agostani, ovviamente attirato dalla compagnia e non di certo dalle bellezze paesaggistiche o architettoniche.
Ah, tra l’altro è lì che ho conosciuto Bimbi… 

Amore a prima vista, anni prima, anche con Dario, quando era solo “Dario”: la trasformazione in Magico Darix è avvenuta nel 1982, dopo i Mondiali di Spagna vinti dalla più grande ed irripetibile Nazionale Italiana di calcio della storia, quella che iniziava così: Zoff, Gentile, Cabrini, Scirea ecc. ecc.
Bene, sull’onda dei successi della Nazionale, in primis il 3 a 2 sul Brasile, quell’anno Dario si è presentato con la seguente barzelletta:

Perchè i Brasiliani non vogliono più le uova italiane?
Perchè hanno paura di trovarci dentro tre Rossi

Ecco, la raccontava dieci/dodici volte al giorno, più che altro alla sera, quando passavamo un paio d’ore in qualche locale famoso per il gelato o altro.
Intendiamoci, quella di Dario era una bella barzelletta, eh, niente da dire, solo che dopo un po’ si è reso conto che poteva non essere un repertorio sufficiente per le serate più lunghe, così si è dato ai giochi di prestigio.
Roba assolutamente da idioti, naturalmente.
E lì è nato il Magico Darix.
La sua assistente non era fissa, ne aveva un paio a rotazione, Maria Teresa o Lorena, e il loro compito era molto semplice: dovevano rispondere “Proprio non lo so” alla domanda sulle uova italiane con tre Rossi e pelarsi dal ridere quando il Magico sfoderava la battutona; dopo di che dovevano sgranare gli occhioni quando iniziavano i “giochi di prestigio”, tre, sempre quelli, nonchè sollecitare l’applauso del pubblico, visto che spesso venivano coinvolti anche i tavoli vicini o l’intero locale.

Lo spettacolo completo durava un paio di minuti ma non era un problema, bastava ripeterlo quattro o cinque volte di fila, con la certezza che alla fine eravamo tutti sotto al tavolo a ridere come deficienti, in quanto tali.

Del Magico Darix ho molti altri ricordi, dalla camminata “alla Melliflua Idrocefala”,

Gufo_tristealla volta che, con il pericolo incombente del ritorno dei suoi genitori, mi ha prestato la casa per ingiaccare Gufo Triste, signorina dal gran telaio e bel viso, non fosse stato per il naso aquilino, come quello dell’amico del Comandante Mark…

È un vero peccato che altri ricordi non siano raccontabili in pubblico.
Ma le partite a pallavolo contro i Tigers… e la nascita dei Marinai…

Ai Bagni Nettuno (la fantasia al potere, eh?…) ci veniva anche un tipo che non piaceva a nessuno: Leonardo.
Nelle poche volte in cui ci siamo frequentati, abbiamo capito che era uno di quei personaggi che si sentono obbligati ad eccellere: se andavamo a Toirano a zanzare le pesche di notte, lui si presentava in mimetica e faccia dipinta, se andavamo a raccogliere le cozze selvatiche “al trampolino”, in tre metri e mezzo d’acqua, lui arrivava con muta e profondimetro.
Insomma, un precisissimo, insopportabile sucaminchia.

Quando ha capito che lo cagavamo zero, ha raccolto intorno a sè un gruppo di poveracci con smanie di fighezza e si sono pure dati un nome: i Tigers.
Se ne stavano per conto loro, fino alla sera in cui hanno osato lanciare un gavettone durante una nostra grigliata in spiaggia a cui, ovviamente, non erano stati invitati.
Niente di che, a parte i due schiaffi che il nervosissimo Enzo di Bergamo, nuovo arrivato dal gemellaggio Nettuno-Sole Mare, ha stampato sul muso del più lento a scappare dei Tigers.

Poco tempo dopo, mentre eravamo al campetto a giocare a pallavolo, vediamo Leo che gironzola lì intorno e con fare vago butta lì un «Perchè non ci facciamo una partitella leggera… sai, tipo “chi perde paga da bere”… Potrei tirare su una squadretta con qualche amico…»

Reprimendo la risposta che monta su:

«Tu hai qualche amico? E come è successo?»,

accettiamo immediatamente e la “partitella leggera”, da quel momento, ha trasformato tutti quanti in Senesi il giorno prima del Palio.

Brevissima divagata.
Allora eravamo ignoranti: pensate che una volta, se eravamo in spiaggia e volevamo giocare decentemente a pallavolo, ci spostavamo al campetto.
Oggi, che la sappiamo lunga, con costi tipo lo spostamento a monte di Abu Simbel si preferisce portare la spiaggia nei palasport, così è possibile vedere una pallavolo che fa veramente cagare…

Noi arriviamo per primi al campetto e sembriamo l’Armata Brancaleone, qualcuno addirittura scalzo, in costume da bagno.
Poi è l’ora dei Tigers, che arrivano quasi irreggimentati, Leo-formati, nel senso che sembrano l’allora Panini di Modena, con polsiere e ginocchiere, addirittura con le magliette uguali e la scritta Tigers sulla schiena.
Effettivamente fanno la loro figura ed un lieve, brevissimo disorientamento ci coglie, mentre facciamo quattro palleggi di riscaldamento.
Poi il vantaggio psicologico si ribalta a nostro favore: loro hanno una tifoseria formata da cinque o sei personaggi che sembrano “La rivincita dei Nerds”, e basta, mentre per noi arriva una specie di torcida costituita al 70% da ragazze
-visto che noi maschietti siamo già lì…-, davvero un gruppo ad elevatissimo contenuto di gnocca.

Dario e Walter erano ottimi pallavolisti, Yul era bravo in tutti gli sport, io non possedevo un briciolo di tecnica e, se provavo a schiacciare, due volte su tre mancavo la palla, però il fisico mi permetteva di volare per cinque metri ed atterrare sul cemento come se fosse stato piumino d’oca, per salvare una palla altrimenti impossibile da prendere.
E poi c’era quel babbo di gomma di Lanfranco che, a dispetto dell’aria tonta, incuteva un certo timore, anche se non di certo per il fisico: era alto un paio di metri ma secco secco.
Il vero motivo stava nel nome: era il fratello di quel Lanfranco capitano della allora Nazionale di pallavolo; non valeva un quindicesimo di suo fratello ma già solo il nome teneva il suo posto, unico motivo per cui ce lo portavamo dietro…

Si parte, al meglio di cinque set, si arriva ai quindici, come si usava allora. 
Leo aveva portato una specie di cartello segnapunti su cui c’era scritto “Tigers” da una parte, mentre l’altra casella era vuota: «Ce l’avete un nome?»
No.
Ci guardiamo e il battesimo viene spontaneo: i Marinai.

Era la fine degli anni 70 e noi passavamo le nottate suonando, cantando e rompendo i coglioni al mondo, e la canzone più gettonata, amata ed ululata era “Ma come fanno i marinai” di Dalla e De Gregori.
Da allora, il nome “Marinai” ha un grande significato per una ristretta elite di una dozzina di persone, tra cui Dario e il sottoscritto.
Ma questa è una storia che richiederebbe un libro. 

Insomma, mi ricordo tutto, perfettamente: li abbiamo fatti neri, e nel peggiore dei modi.
Primo set ai Tigers e incomincia male anche il secondo, infatti mi presento alla battuta sul 7 a 1 per loro.
E lì succede qualcosa.
L’ho detto, non possedevo alcuna tecnica ma facevo pugilato e, quando la prendevo, davo certi schiaffi a quella palla… solo che tenerla in campo era un problema.
Beh, come diceva Andy Warhol, ho avuto il mio quarto d’ora di gloria: non ho sbagliato un colpo, addirittura ho fatto alcuni punti su battuta.
14 punti consecutivi per i Marinai, 15 a 7.

Morale dei Tigers sbriciolato, terzo e quarto set senza storia.
Solo gloria.
Erano stati solo quattro set di pallavolo su un campetto ma era veramente successo qualcosa. Eravamo già molto amici ma quel successo… non lo so… ha davvero rappresentato l’atto costitutivo dei Marinai e ha creato tra noi un legame che non esisteva tra molti fratelli.

Arrivati in spiaggia, ci siamo sentiti in obbligo di consacrare quel momento.
Così via come pazzi, “alla boa”, il galleggiante quadrato che costituiva lo spartiacque tra nuotatori e cazzoni: da bambini la domanda era sempre quella:

ma tu ci arrivi alla boa?…

In piedi sulla boa, cantando a squarciagola il nostro inno, siamo stati tutti celebranti e celebrati, a turno, al centro, in ginocchio, a ricevere il battesimo dei Marinai.
Poi a riva, a imperversare sulla spiaggia, in preda ad un raptus, come un’orda di Visigoti.
Ai primi sette o otto marinai se ne sono aggiunti altri negli anni a seguire: non molti, solo quando qualche nuovo arrivato mostrava di esserne degno, che significava possedere la giusta dose di simpatia, stupidità e bastardaggine.
Tutti battezzati alla boa, un momento seguito da tutta la spiaggia.

Cazzo, Dario!… Perchè non siete tutti qui? Mi scappa di abbracciarvi…

Benvenuto, Marinaio.

Dottordivago

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38

Ieri “19”, oggi “38”.
No, non sto studiando la tabellina del 19: semplicemente, ieri 19 anni di matrimonio, oggi 38 anni dalla dipartita di un amico che non ho mai conosciuto.

Avete letto “IT” di Stephen King?
Io si, anche se per farcela ho dovuto dividerlo in tre fette (ci sarà un motivo se compero solo edizioni economiche, no?…), sennò non si riesce a tenerlo in mano. Poi, dopo averlo finito, mi faceva schifo vederlo tenuto insieme con lo scotch, così l’ho ricomprato (cosa vi dicevo a proposito di edizioni economiche e del fatto di essere un deficiente?…)

A farla proprio corta corta, è la storia di alcuni ragazzini che sconfiggono un mostro bastardissimo, poi continuano la propria vita, vanno a vivere in posti diversi e si dimenticano del fatto, anzi, lo rimuovono completamente.
Solo uno rimane al paesello e dopo una trentina di anni, quando il mostro creduto morto ricomincia ad uccidere, ricontatta i vecchi amici.
Immediatamente, appena sentono la parola “IT”, tutti quanti ricordano tutto, come se fosse passato solo un minuto dall’incubo giovanile.

Bene: io, trent’anni fa amavo un uomo, un baffuto menestrello che cantava canzoni bellissime, e sottolineo sempre canzoni, non “pezzi” o “brani…”
Poi la vita ci ha allontanato, come succede con molti amici.
Pochi giorni fa ho letto casualmente il suo nome su Youtube e ho sentito la scossa; ho cliccato il video e la sua musica ha ricominciato a fluirmi nelle vene, a coccolarmi, anche a immagonarmi, esattamente come se ci fossimo sentiti un minuto prima, come se avessi appena alzato la testina del giradischi dal suo LP. Come gli uomini di IT tornavano ragazzini e ricordavano tutto, le parole mi tornavano sulle labbra come quando le sue canzoni diventavano mie mentre massacravo chitarre ed ammaliavo sbarbate.

220px-Jim-Croce-r01 Il suo nome era

Jim Croce.

Che faccia, eh?
Una faccia che vale un miliardo, anche se dimostrava più dei suoi anni.
Jim è nato nel 1943, ha fatto un po’ di mestieri, tra cui il camionista, cosa che gli ha fatto conoscere l’America della gente comune, le colazioni a base di uova, bacon e caffè “nero”, le procaci cameriere, gli sceriffi e i bulletti.

Ha fatto la sua bella gavetta, cercando di organizzarsi le serate in base ai viaggi che doveva fare col camion.
Nel ‘72 ha sentito il sapore del successo, finendo nei primi dieci posti negli USA, che a livello di vendite corrisponde a essere primo per tre anni in Italia.
Ma  la sua vita era rimasta un eterno viaggio, 250 serate all’anno, solo che ora si spostava in aereo in compagnia del fido Maury Muehleisen, immenso chitarrista country.
Il 20 settembre del 1973, spostandosi da una città a un’altra per promuovere l’imminente uscita della sua ultima fatica, l’aeroplanino sul quale si trovava con Maury precipitò in Louisiana.
Avevano 30 e 24 anni. Amen.

Pochi giorni dopo è uscito il suo ultimo album ed è schizzato al primo posto della classifica: la gente lo amava.

Io l’ho conosciuto qualche anno dopo, grazie ad un Greatest Hits regalatomi da un amico; dopo essermene innamorato, mi sono fiondato in un negozio di dischi cercando tutto quanto esistesse di suo: «Ma… le ultime cose sono del ‘73: non ha più fatto un cazzo, ‘sto lavativo?”
«Succede sempre così, ai morti…»
Giuro, sono rimasto inebetito, quasi mi mettevo a piangere da “Otello music and casual”…

Allora vivevo con i miei genitori e avevo costruito una specie di santuario dedicato a Jim su un ripiano della libreria, in camera mia.
Poi la mia vita è cambiata, i viaggi, gli anni 80… Mi sono perso Jim.
Fino a pochi giorni fa.

Quindi preparatevi, ogni tanto, a beccarvi qualche sua canzone.
Per oggi vi giro “Alabama rain”, non una delle più famose, ma parla di cose semplici e amori giovanili: strade polverose, drive in, birre e risate.
E un grande amore perduto, insieme alla giovinezza.
Chi ha la mia età e non si commuove, o ha portato l’anima al Monte di Pietà o c’ha la mamma maiala…

Vado con video e testo.

Alabama rain
Lazy days in mid July
Country Sunday mornin’
Dusty haze on summer highways
Sweet magnolia callin’
But, now and then I find myself
Thinkin’ of the days,
When we were walkin’ in the Alabama Rain
Drive in movies, Friday nights,
Drinkin’ beer and laughin’
Somehow things were always right
I just don’t know what happened
But, now and then I find myself
Thinkin’ of the days,
When we were walkin’ in the Alabama Rain
We were only kids, but then
I never heard it said
That kids can’t fall in love and feel the same
I can still remember the first time I told you I loved you
On a dusty mid July
Country summer’s evenin’
A weepin’ willow sang its lullabies
And shared its secrets
But, now and then I find myself
Thinkin’ of the days,
When we were walkin’ in the Alabama Rain
Walkin’ in the Alabama Rain

Dottordivago

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19

19 anni fa, alle 6 del pomeriggio, Bimbi ed io ci sposavamo.

Quel giorno è stato un bel giorno, troppo lungo da raccontare.
A detta di tutti gli amici (diciamo che i parenti sono rimasti un po’ “così”…) il momento migliore è stato quello dell’uscita dalla chiesa.

Il mio amico Prevosto sapeva da sempre che avrebbe ovviamente celebrato la messa di un mio eventuale matrimonio, così si era preparato per tempo le musiche per ogni momento della funzione, andando a rispolverare anche i brani del coro di cui lui era direttore ed io solista, fino a 13/14 anni di età.

Con nonchalance gli ho buttato lì che per l’uscita dalla chiesa avevo io il pezzo giusto, una versione un po’ più ritmata di un brano gospel del 19° secolo, Pass Me Not, O Gentle Saviour.
«Uno di quei cori di ciccione?» mi domandò.
«Esatto» risposi.
«Grande! Proprio quello che ci vuole. Vedo che qualcosa sono riuscito ad insegnarti…»

Ecco, sarà stato per le mille cose che dovevo fare, ma mi sono dimenticato di dirgli che “la versione un po’ più ritmata” era Do not pass me by, di MC Hammer…
Probabilmente ha annusato qualcosa quando mi ha visto arrivare, un paio d’ore prima dell’inizio, con due casse da tour degli Iron Maiden e relativi amplificatori… ma non c’era tempo per parlarne: dovevo correre a casa per una doccia e una bevuta con i primi ospiti.

Ora, se vi va, seguite le mie istruzioni: fate partire il pezzo e intanto leggetevi la breve cronaca dell’uscita dalla chiesa.

Io so di avere degli amici deficienti, così mi sono premunito: una tasca della giacca era piena di raudi.
Bimbi ed io usciamo con MC Hammer a stecca, roba da concerto, visto che qualcuno ha taroccato il volume.
E in più, i bastardi cominciano a tirare il riso.

In sacchetti da due/tre etti, mischiati con monete, “perchè porta bene”…

Prendiamo l’equivalente di una decina di pugni sul muso, al che abbandono Bimbi al suo destino e rientro in chiesa di corsa, accendo tre o quattro raudi e li lancio fuori.
Non bastano, così esco dalla chiesa con due sedie in mano e le lancio sul gruppo più pericoloso, guadagnando il tempo sufficiente per fiondarmi in mezzo ai parenti più anziani, scudi umani ideali perchè non possono dribblarmi o scappare.
Poi è un turbinio di baci, abbracci e gran pacche sulle spalle, accompagnate da frasi beneauguranti, di cui non capisco il significato visto che il tutto è sovrastato dalla musica.

Assolutamente spettacolare.

19 anni con Bimbi sono volati, anche se sono lunghi.
Talmente lunghi che io non l’amo più come allora ma molto, molto di più.

Ci sono momenti in cui è sufficiente guardarla o anche solo pensare a lei per sentire il cuore che mi si gonfia nel petto, mi schiaccia i polmoni e mi toglie il respiro. Ed è una patologia che peggiora col tempo.

Siccome è meglio prevenire che curare, sarà meglio che mi trovi un bel troione che mi faccia girare un momentino la testa, sennò, uno di questi giorni, il cuore potrebbe uscirmi dalla gabbia toracica, come un cucciolo di Alien.

Buon anniversario, Bimbi e Dottordivago.

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I nuovi mostri

Ieri sera ho tentato di vedere Otto e Mezzo, su La 7, condotto da Lilli Gruber.
O, perlomeno, da quello che è rimasto dell’ex Venere Tascabile dei TG.

Spaventosa.
Una testa umana a cui è attaccata un’escrescenza bio-siliconica che dovrebbe rappresentare un viso ma che sta ad un viso come la camminata di Robocop sta a un passo di Roberto Bolle.

Ho guardato incredulo e disgustato quello che resta di Lilli Gruber finchè è rimasta seria; quando ha sorriso e si è trasformata in una maschera da teatro kabuki, ho chiuso gli occhi e girato involontariamente la testa, come quando, mentre mangi, ti mostrano un chirurgo che scoperchia una tetta.

Triste chi con una faccia così ci nasce, meritevole di ogni insulto chi se la cerca, infatti questa mattina le ho lasciato un messaggio su Feisbuk, caso mai le capitasse di leggerlo:

lilli gruber Ovviamente la foto della Gruber è di qualche tempo fa, quando si trattava solo di qualche ritocco, niente a che vedere con l’attuale mostruosità: tra le due situazioni sembra che qualcuno si sia divertito con Photoshop.

Giriamo pagina.
Domenica sera volevo sentire due commenti sul GP di Monza di F1 e ho buttato l’occhio sulla Domenica Sportiva.
La conduttrice, Paola Ferrari, è quasi riuscita a far pari con la Gruber, solo che ha mantenuto una fisionomia un momentino più umana: il risultato è quello di un bel viso che abbia subito un grave incidente e sia stato rimesso insieme in qualche modo, facendo il possibile ma non il miracolo.
Diciamo che il risultato finale, e soprattutto la bocca, ricordano molto da vicino una ferita di guerra.

Casa hanno nel cervello queste donne?
Posso ancora capire Simona Ventura: bellissima non è mai stata, il tempo ha peggiorato la situazione, lei ha provato a metterci una pezza, è andata male e il risultato, come per la Ferrari, è orribile ma mantiene qualcosa di umano, solo sembra in fase di trasformazione, roba da “Isola del dottor Moreau”, per intenderci.

Ma Nina Moric?
Cosa mancava a questo angelo, a parte la voglia di darmela per una settimana full immersion?
nina-moric prima

Era meglio qualche progressivo segno del tempo o è meglio questo personaggio a metà tra horror e cartone animato?

nina-moric dopo

Anticipo i probabili “basta il cuscino sulla faccia…”, “la pecorina l’hanno inventata apposta”, “…e spegni la luce, no?”: lasciate perdere, di fronte a una cosa così non ho voglia di scherzare.

Poche ore fa, appena finito di pranzare, mi stavo lavando i denti, quando sento Bimbi che mi chiama: «Corri… vieni a vedere!…»
Premessa: dopo il TG24 di Sky, abbiamo dato un’occhiata al TG1, perchè è anche giusto che di sabato uno si faccia quattro risate.
Era il momento di tal Carlotta Qualcosa, conduttrice del meteo: la metà sinistra della bocca era visibilmente inturgidita da non so quale tecnica ma restava più o meno normale; la metà destra si trovava due dita più in basso, come se il dentista le avesse lasciato appeso l’aspiratore della saliva.

Credevo che le professioni migliori per quanto riguarda l’assenza di eventuali reclami fossero quelle che hanno a che fare con la religione o con le previsioni del tempo, ma vedo che anche i chirurghi estetici la prendono bene: se io facessi le finestre come loro rifanno le facce, passerei il tempo in coda dai frati, per un piatto di minestra.

Va beh, facciamoci un po’ di sangue buono con questo pezzo in favore delle donne brutte ma vere.
Tutti insieme:

If you wanna be happy
For the rest of your life,
Never make a pretty woman your wife,
So from my personal point of view,
Get an ugly girl to marry you.

Dottordivago

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Anche se cerco di evitare il classico temino “Le mie vacanze”, anche se cerco di risparmiarvi i “dove sono andato” e “cosa ho fatto”, anche se cerco di mostrarvi gli aspetti che Licia Colò non vi racconterà mai, tipo quella delle festività comuni o quella –minghiaggionni- del traffico, dal numero dei commenti vedo, con una puntina di giramento di balle, che i diari di viaggio o non vi entusiasmano o vi fanno proprio cagare.

Però è anche vero che viaggiare apre la mente -se si viaggia col cervello nel bagaglio a mano, non se ci si limita a spedire sé stessi da qualche parte- o quanto meno fa aprire gli occhi.
Io un paio di riflessioni le ho fatte e ho intenzione di girarvele; se poi la cosa proprio non vi va, c’è sempre quella crocetta bianca nel quadratino rosso, in alto a destra…

Dunque, la prima voce nell’economia di Mauritius è la canna, quella da zucchero, la seconda è il turismo, la terza è il tessile.
O meglio, il tessile falso, di cui ho avuto modo di visitare un paio di templi, vere cattedrali del tarocco. 
Partiamo dall’inizio.
Dopo qualche giorno a Mauritius ho capito che i taxisti chiedono mediamente una volta e mezzo la tariffa corretta ma in questo periodo è sufficiente un “no, grazie” per vedere le braghe calare in caduta libera, che neanche Patrick de Gayardon quando ci ha lasciato la cotenna…
Così l’ho fatto diventare una specie di gioco e ogni volta che ripetevo un tragitto già fatto in precedenza, giusto per rompere i coglioni offrivo sempre qualcosa in meno di quanto pagato il giorno prima, che loro accettavano, salvo poi lasciare di mancia quanto avevo scansato contrattando…

Un giorno siamo andati a farci un giro a Port Louis, la capitale; per portarci là, aspettare i nostri comodi, cammellarci in un paio di posti diversi e riportarci a Grand Bay, quello che era diventato il nostro taxista di fiducia mi ha chiesto 1500 rupie ed io sono scoppiato a ridere come se mi avesse raccontato la Barzelletta dell’Anno: «Guarda, proprio perchè hai una bella macchina, pulita e profumata, te ne do 1000 (25 euro). Oppure ne do 900 a qualcun altro…»

Diciamo che 1000 vanno benissimo in un periodo di magra come questo, corrispondente al loro inverno, mentre in alta stagione, probabilmente, mi avrebbe lasciato a piedi; in effetti, anche adesso non è una cifra esorbitante, così il tassista mi ha chiesto un favore, che gli avrebbe consentito di arrotondare la giornata: sulla strada del ritorno ci avrebbe portato in un paio di grossi magazzini di abbigliamento, i classici posti in cui riconoscono al taxista un gettone per ogni turista accompagnato e una cagnotta sull’eventuale acquisto, «ma non siete obbligati a comperare niente…» ci ha detto, confermando la tangente cada-turista. 
Difficile fare affari in un posto del genere ma non ci costava niente e si trattava di fare un favore a Vikash…

In entrambi i posti non ho fatto caso all’ingresso, ma sono quasi sicuro di essermi pulito i piedi su uno zerbino di Abercrombie & Fitch.

Carneade, chi era costui?

Sì, adesso lo so, internet ce l’ho pure io: trattasi di un bottegaio newyorkese del secolo passato, specializzato in abbigliamento sportivo, che si è trasformato in marchio modaiolo, un po’ come se Decathlon si mettesse a firmare T-shirt da 100 euro e felpe da 300.
Fino a sei mesi fa non ci avevo mai fatto caso, poi ho iniziato a vedere quella scritta ovunque e per “ovunque” intendo addosso alla gente che conta: negher e vu cumprà generici, muratori rumeni in libera uscita, giovani sottoproletari in abiti attillati, a passeggio con fidanzate oversize.
Insomma, tutti quelli che fino a poco tempo fa sfoggiavano DG a caratteri cubitali oppure capi percorsi da metri di fettuccia con scritte senza spaziature che ricordano i caratteri di Bikkembergs (che poi a leggere bene, magari, c’era scritto “scemo chi indossa” o “cazzo leggi?”), il tutto abbinato a bermuda a quadri e scarpe dorate, magari quelle con le molle…

In quei due magazzini, la scritta Abercrombie & Fitch era come la farina al mulino: la trovavi ovunque, su tutti i tavoli, i ripiani, gli scaffali.
Cercando bene, sotto A&F, riuscivi a trovare metri cubi di Armani, Versace e DG, qualche cosina di Prada e parecchi capi Lacoste, mischiati con le restanti firme di tutto il mondo. Comunque non trovavi niente, assolutamente niente che non avesse il suo bel marchio farlocco.
La cosa bella è che si tratta della roba che da noi comperi con cinque/dieci euro
-credo- dal senegalese di turno, mentre lì te la spacciano per originale.
Infatti, in un posto dove un viaggio in taxi o una deliziosa T-bone costano un terzo rispetto all’Italia, su una qualsiasi, merdosa T-shirt tarocca avevano il coraggio di attaccare un cartellino con un prezzo di 2500/3000 rupie, come dire 60/80 euri.

Ora, viste le tonnellate di capi presenti in quei magazzini, se si fosse trattato di capi originali, l’inventario gliel’avrebbe dovuto fare Tremonti, l’unico in grado di maneggiare cifre tipo il nostro debito pubblico.

Parlando di “capi originali” ci sarebbe da filosofeggiare un bel po’: cosa distingue un capo del genere da quello uscito da una boutique del centro?
Niente, a parte il guadagno del negoziante -tangibile- e la soddisfazione del cliente, sentimento intangibile ma capace, come il soffio di Dio nel fango, di creare la vita, di infondere un’anima e, quindi, di dare valore al capo.
Lasciamo perdere la minchiata delle

mani di abili artigiani che realizzano capi unici con materiali di assoluta qualità,

visto che ci hanno ripetutamente mostrato scantinati/lager in cui vengono prodotte per 25 euro le borse dei vari magnaccioni che finiscono in negozio a prezzi dell’ordine di migliaia di euro.
Se un articolo di fattura decisamente complessa come una borsa viene prodotta da quattro scaramacai in uno scantinato, ditemi voi cosa ci vuole a stampare un marchio su una T-shirt; infatti, giusto parlando di Mauritius -e cito Wikipedia

…vengono prodotti a Mauritius indumenti di marche famose come Lacoste e Ralph Lauren ma anche le italiane Nino Cerruti, Diesel e Gas…

Non so la pagina di Wiki a quando è aggiornata ma mangio un cane se non producono anche Abercrombie & Fitch e DG, visto che quei marchi li trovi pure sullo straccio con cui il benzinaio  pulisce l’astina dell’olio…

Quindi a Mauritius ci sono ottime probabilità di comperare un falso originale, cioè lo stesso identico prodotto, realizzato nello stesso identico stabilimento che spedisce poi i griffatissimi capi in tutte le boutique del mondo.
E in quei magazzini si può comperare a 70 euro ciò che da noi costa il doppio ma che, senza marchio, costerebbe un cinquantesimo.

È un affare?
Sì, a patto che, come dico sempre, consideriate una figata andare in giro con in tasca l’autografo di De Niro scritto di vostro pugno.
E a patto che sappiate rispondere in rumeno al primo che vi domanderà

tricou frumos: unde ai cumparat?
(bella maglia: dove l’hai comprata?)

Sapete bene che non amo complottismi e dietrologie ma in questo caso ho una  mia teoria che, ovviamente, vi espongo, sennò, che cazzo siamo qui a fare?
Una volta le firme servivano per vendere pochi capi ad un prezzo elevato, oggi servono per suscitare interesse, per creare attaccamento ad una bandiera sotto cui radunare un esercito di milioni di amanti dell’esclusività, gente dalla bocca buona, per cui non è necessario creare capolavori sempre diversi -come dovrebbe fare il vero creatore di moda- ma è sufficiente produrre stracci e tenere su l’immagine del marchio pompando capitali in pubblicità e sponsorizzazione di zoccole di portata planetaria tipo Madonna.

È chiaro che sto dicendo delle cazzate ma mi sembra più logico immaginare le due frociazze detentrici del marchio DG a capo di un’industria che sforna milioni di capi da spender poco, piuttosto che poche persone si dissanguino per comperare un capo identico a quello indossato dal piastrellista albanese che ti rifà la cucina.

Altra riflessione da viaggio, visto che riguarda gli aeroporti: vi ricordate la storia della miscela esplosiva spacciata per shampoo, con cui i soliti pecorai di Allah, nell’agosto 2006, volevano far saltare alcuni aerei?
Bene, è grazie a ‘sti stronzi se adesso in aereo non si possono più portare bottiglie e bottigliette.
Terrorismo internazionale? Ennesimo attacco all’Occidente? Guerra santa?
Ma mi faccia il piacere…
Secondo me esiste un cartello delle società che gestiscono gli aeroporti e i duty free, gente che ha spedito quei quattro cazzoni a farsi beccare, giusto per spaventare tutti quanti.
Da allora, quanti miliardi di bottiglie di acqua o confezioni di succhi di frutta sono state vendute dopo il controllo del bagaglio a mano? Prima nessuno sano di mente si sarebbe sognato di pagare due o tre euro per mezzo litro d’acqua, in attesa dell’imbarco: se la portava da casa e gli costava un ventesimo.
Ora è obbligato a comprarla lì, a prezzi d’affezione.

Va beh, come dietrologo faccio cagare, è una cazzata pure questa.
Ma uno di questi giorni vi racconterò una storia, quella in cui da una minchiata tipo le mie è nata la più grande paura del nostro tempo, nonchè il più grande business della storia: il riscaldamento globale e la lotta al CO2.

E visto che, toccandosi i coglioni, è un periodo in cui va tutto bene, vi giro un motivetto allegro e un “buona domenica”.

Dottordivago 

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