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Archive for febbraio 2009

Benvenuto, Pier!

cesto18k

Ormai lo sanno anche i sassi: apprezzo molto chi, oltre a leggere e passare come l’acqua sulla roccia, mi marca il territorio, cioè lascia un commento; al secondo commento si diventa della famiglia (in casi eccezionali anche al primo…).
Questa, se non mi sono distratto, è la seconda volta di Pier.
Inizialmente pensavo di fargli scrivere una specie di Guerra e Pace, prima di gratificarlo col cesto d’ordinanza: non per altro, è solo che una ventina di anni fa ha organizzato un paio di Capodanni a casa sua,
Lui,
un pirla ha cucinato per sessanta persone,
Io,
e questa cosa mi ero ripromesso di fargliela pagare.
Ma il tempo cancella…

Quindi, benvenuto.
Faccia di merda…

Dottordivago

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Non so quanti miei lettori facciano parte della categoria Firma o Morte, quelli che se una cosa non è griffatissima non la mettono neanche nella cuccia del cane;
e non so quanti passino giornate di “shopping” contrattando con un senegalese un capo Dolce e Gabbana  o Prada.
Se ce ne sono, mi auguro che siano la minoranza: detesto l’idea di arricchire smodatamente creativi che si limitano a riproporre la stessa roba a cadenza ventennale spacciandola per “dedica ad un periodo” o come “citazione”: non raccontate stronzate, state solo copiando una generazione precedente, sempre che non si tratti di veri e proprii trip, come far sfilare un’anoressica tra la vita e la morte vestita con un paralume perchè “la donna 2009 è luminosa” o con un cappotto di buste di plastica del supermercato  con bottoni in Eternit “per sensibilizzare la società sul problema dei rifiuti”.
Sono tutte balle: il corpo umano è fatto in un certo modo, a volte meglio, a volte peggio, ma sempre quello è, per cui inventare qualcosa di nuovo è praticamente impossibile, materiali ipertecnologici a parte; un po’ come la produzione di film porno: gira e rigira, non è che ‘sti puttanoni possono aprire una filiale sotto ad un’ascella per farselo infilare in un posto diverso, eh!…

Non mi va neanche di arricchire le organizzazioni che mandano in giro quei poveracci che ogni due minuti fanno su il lenzuolo e scappano di corsa perchè hanno visto la macchina della Polizia.

Sentiamo un po’: a chi verrebbe in mente di comperare una Panda per 200.000 euro solo perchè sul cofano c’è scritto “Peppino ‘o meccanico”?
Oppure, che senso avrebbe acquistare per 5.000 euro una fiammante BMW di compensato col motore da tosaerba?
Ecco, se c’è uno così che mi legge, gli consiglio di riflettere sul senso della vita: non la vita in generale, la sua in particolare.

Sapete invece quanti sono quelli che fanno minchiate simili, o peggiori, nel settore “Mi Faccio La Casa”?
Non ne avete un’idea.

Un giorno chiamo un cliente per dirgli che le sue finestre sono pronte; mi risponde di mandare gli uomini quando voglio, ma in fretta, prima che finiscano i soldi.
La mattina seguente siamo là.
Mi spiega che per la ristrutturazione di casa sua -piano terra e primo piano- aveva concordato con l’impresa 80 milioni -di lire, eh? non doveva ristrutturare il Vajont…-
Tutti i giorni è un continuo “Converrebbe fare anche…”, “Già che ci siamo, ci sarebbe…”, “Certo che qui starebbe bene…”
Quando il piano terra è quasi finito gli viene in mente di farsi fare un punto della situazione: 120 milioni e mezza casa ancora da sistemare.
“Mi scusi, ma non ha mai chiesto il costo di ogni extra che le proponevano?”
“Ma sì, no… Cosa vuole… Per la casa si fa qualsiasi sacrificio…”

Ve l’ho già detto:

Una bella merda: quello vale per la salute?

Sì-ì? Allora andiamo avanti.
Questo era un caso di mancanza di esperienza, perdonabile ma non indolore.

A volte subentra la stupidità: un amico muratore mi dice che sta ristrutturando un appartamento ed il proprietario vorrebbe parlare di finestre.
Appena arrivo il tipo mi fa: “Stia basso coi prezzi, che non ho più un euro…”
“Posso anche andarmene a gratis, se vuole…”
Se la ride e cominciamo a parlare; io butto l’occhio sul pavimento in cotto e vedo che ogni tre o quattro piastrelle ce n’è una con un archetto nero in un angolo, come se un esercito di entraineuse avesse perso le ciglia finte: l’effetto è quello di guardare un cruciverba, con il numerino nell’angolino di alcuni quadretti.
Incrocio lo sguardo ammirato del proprietario che mi fa: “Eh?…”
Ed io:”Ehm… Eh?”
“No, dico, ha visto?”
“Cosa?”
“Si abbassi, legga bene”
Beppe, il muratore, ridacchia sotto i baffi.
La ciglia finta è la firma “Valentino”, scritta ad arco.

Ve la faccio breve: quando rivedo Beppe gli chiedo quanto ha speso quel ciula;
“Le fanno a Carpi: quelle di Valentino gliele ho date a 80 euro al metro, quelle della stessa ditta, ma non firmate, costerebbero 30…”
“Ah, almeno ha pagato quasi il triplo solo quelle con la firma…”
“No no, nel pacco ce n’è una firmata ogni quattro, ma sempre 80 euri sono”.
Non male, spendere quasi il triplo per avere l’effeto di un topo che caga con lo zembo qua e là.

Poi ci sono i sognatori: un cliente mi mostra orgoglioso una cabina doccia, quelle con 25 diffusori, che per alimentarli ci vuole la diga delle Tre Gole; mi girano le balle al pensiero che la città rischia di rimanere senz’acqua perchè un cretino si rovescia addosso una piscina olimpionica ogni volta che si fa la doccia, ma la archivio come “qualità della vita” e sto zitto.
Curiosità mi punge: “E quanto costa?”
“He he he, subito ci hanno chiesto 11.000 euro, ma lei -e guarda la moglie- è una jena a contrattare, così ce l’hanno data per 5.000…”
“Signora, con me non ci provi; per le finestre ne voglio 9.500: a 9.400 ci penso, a 9.300 me ne vado. Tranne i miei genitori, nessuno mi ha mai regalato niente, ed io faccio la stessa cosa”
“Eh ma… un po’ di sconto…”
“Se adesso le togliessi 500 euro, significherebbe che fino a trenta secondi fa glieli stavo rubando: vado avanti con la filosofia o prendo le misure?”
Misure fatte, lavoro eseguito, cliente soddisfatto.
E, soprattutto, non preso per il culo.

I pazzi: cascinale costituito da pianterreno e primo piano; questi signori i soldi se li sudano, quindi si impongono delle scelte. L’idea è di sistemare il piano terra e di andare ad abitarci; poi, assorbita la botta, sarà la volta del primo piano.
A spanne, tutte le finestre sgobbano circa 20.000 euro, le persiane 12.000; mi sembra logico consigliare la realizzazione delle finestre del piano terra -circa 12.000- e rimandare a tempi migliori quelle del primo piano; le persiane, come il Paradiso, possono attendere.
Risposta: “Nooo… Senza persiane la casa sembra sempre un cantiere, e poi con la stessa cifra le facciamo tutte”.
“Sì, ma a gennaio, se uno non ha le persiane, appoggia un cartone alla finestra per oscurare la camera da letto; sempre a gennaio, senza finestre, devono venire quelli della Caritas a portarvi coperte e the caldo…”
“Mah… Lei cominci a fare le persiane, poi vediamo”.
Era maggio, a luglio gli ho dato le persiane; ad ottobre gli rodeva il culo pagare  l’affitto nella vecchia casa per un inverno ancora.
“Possiamo fare le finestre col finanziamento?”
“Certo. A gennaio, però: i tempi sono quelli…”
“Ma noi volevamo entrare prima di Natale…”
“Dove? In sanatorio? Non mi piace ricordarvelo, ma io mi ero permesso di dirvelo…”
“Certo che… anche lei… Poteva insistere di più, no?”

Cosa fai? Li ammazzi?
No, mordi nel limone e dici che è dolce: Agos Itafinco mi ha fatto il bonifico tre giorni dopo -marca bravo ad Agos…- le finestre del piano terra le abbiamo fatte con la massima urgenza ed il 22 dicembre traslocavano.
Con un mutuo in più ed un primo piano di persiane che chiudevano sul nulla.

Morale: potrei continuare per giorni ma mi fermo qui.
La casa è importante, ma la vita lo è di più.
Non riducetevi come alcuni miei clienti che se li incontro per strada non devo dire “Andiamo a prendere il caffè”, ma devo tirare fuori due euro e dichiarare “Andiamo a spaccare la faccia a due euri, oggi sono in vena di follie…”
Così capiscono che il conto non toccherà a loro, e si tranquillizzano; conosco gente che -non parliamo di vacanze!- si è ridotta a rinunciare al caffè o al giornale, per pagare il mutuo.

E magari gente senza figli, così la casa finirà a qualche parente che passerà la vita ad augurarsi che girino l’occhio il più presto possibile.
Mah!…

Dottordivago.

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Vi dico subito che, tanto per cambiare, la prendo larga.

Allora, sono un uomo di parola.
Quando ho fatto quel terno al lotto che è stato sposare Bimbi, parlando della nostra futura casa le ho detto: “Abbiamo due camere da letto: una con un bel parquet ma esposta a sud, che d’estate prende il sole da mezzogiorno al tramonto, diventando una specie di utero artificiale a 37°C fissi ed abbastanza rumorosa; l’altra camera, esposta a nord è molto più fresca e silenziosa ma al momento c’è una moquette vecchia come Noè, una vera Gardaland degli acari, e l’intonaco richiederebbe qualche pezza. Visto che sono assolutamente identiche, per la precisione speculari, perchè non ci piazziamo momentaneamente nel forno e poi, con calma, mettiamo a posto di là e spostiamo i mobili, che ci stanno perfettamente?”

Mi sono dimenticato di avvisare Bimbi che, quando dico “con calma”, ecco… i tempi rischiano di allungarsi un momentino…
Ve l’ho già detto che sono un uomo di parola? Sì-ì?
Bene, ho mantenuto quanto promesso.
Dodici anni dopo.

Proprio oggi mi è arrivato un messaggio relativo ad un mio post di agosto.

***Comunicazione di servizio: non è mai morto nessuno per aver lasciato un commento visibile a tutti, ma se preferite farlo su “Ditelo al Dottordivago: consulenze private”, ok, fate pure.***

In quel post parlavo del senno che gli Italiani hanno perduto, sia in generale che, soprattutto, in due casi particolari: le vacanze e la casa.
Siccome era agosto ho sbrigato la pratica “vacanze” ed ho concluso con: “nel prossimo post cerchiamo di capire dove finisce il senno di quelli che comprano casa”.

E siccome sono un uomo di parola, non avendo detto “con calma”, lo faccio solo sei mesi dopo: consideratela una pratica urgente.

Sapete già che per mettere insieme il pranzo con la cena faccio le finestre e che, grazie a bravi collaboratori, mi avanzo il tempo di scrivere cazzate qui sopra; l’incarico che mi attribuisco d’ufficio è quello relativo ai preventivi, cosa che mi porta a visitare parecchie case ed a scambiare fiumi di parole con i clienti che apprezzano questo mio essere una specie di Piero Angela degli infissi.
Ho notato che, dopo un primo momento di disorientamento -il mio approccio col cliente è lo stesso che con il lettore…- i clienti si sbottonano parecchio: parlo tanto io e cerco di far parlare loro, così riesco ad inquadrare  bene le varie esigenze e necessità; potrei definirmi uno stimolatore verbale, mai uno stimolatore orale: dovrebbe proprio essere un clientone…

Bene, così facendo, le sento e le vedo proprio tutte.
Belìn ragazzi, è una cosa pazzesca… diceva Grillo quando non era incazzato con tre quarti del mondo.
Ed è veramente, una cosa pazzesca.
Tralasciando i casi in cui l’unico lavoro è rappresentato dalla sostituzione delle finestre, la gente dà il meglio di sè nel corso delle ristrutturazioni e si supera quando “si fanno la casa” partendo da zero.
Il postulato di partenza è che “per la casa si fa qualsiasi sacrificio”.

Una bella merda.

Quel discorso vale per la salute, e basta.
Prima di sposarmi avevo un’esposizione a Milano; un giorno arriva una coppietta che abitava proprio di fronte al mio locale: vivevano in un bell’alloggio a cui non mancava nulla -cucina abitabile, bel soggiorno, due camere e servizi- con un contratto d’affitto blindato, trattandosi di uno stabile di proprietà di una Compagnia Assicurativa che, se solo paghi tutti i mesi, non ti cacciano mai: il sogno di tutti quelli che non si vogliono inguaiare.
Però si sono comperati la casa, in uno stabile del Ventennio, che non valeva la metà della loro casa attuale: ingresso su corridoio con in fondo un bagno; in mezzo, due camere: una la loro camera da letto, l’altra angolo cottura-soggiorno… e camera del bambino!
Sì, perchè lei era incinta.
Questi due pazzi -persone stupende, ma incontrovertibilmente due pazzi-  si sono condannati ad aprire un divano letto alla sera e richiuderlo al mattino, tutti i santi giorni, ed hanno condannato il nascituro a non possedere mai una propria cameretta.
Ho domandato se si fosse trattato di un affare imperdibile, un’asta giudiziaria o qualcosa di simile: “Eh, magari… Ci è costata un sacco di soldi. È un po’ piccolina, ma non potevamo permetterci di più… sa com’è…”
“Ah, capisco, di là avete lo sfratto?”
“Nooo… assolutamente! È che… la casa propria… sa com’è…”

No, non lo so com’è.
Si sono trovati con la casa da finire nel momento del parto, comprensibilmente non hanno seguito i lavori e l’impresa gli ha letteralmente devastato la casa, mangiandogli anche un pacco di soldi.
Io questi li vedevo tutti i giorni da due anni, e vi giuro che negli ultimi tempi non erano più loro: per fortuna il loro rapporto era forte sennò, tra bebè, problemi tecnici ed economici, c’era da mollare tutto.
Quando si sono trasferiti non li visti per un paio di mesi; un giorno arriva lui -premetto, era un pescatore, come me- con sotto al braccio una stampa incorniciata che rappresentava un pesce allamato mentre saltava fuori dall’acqua: “Lei è l’unico, in casa mia, che ha lavorato bene: volevo regalarla a lei”.
Ve l’ho detto che erano suonati, ma due tesori, no?
“La ringrazio, ma non era il caso… Come va, tutto bene?”
No, non andava bene: tra le altre cose, non senza qualche imbarazzo, mi chiese se mi interessasse barattare la sua attrezzatura da pesca con tre zanzariere perchè quelle bestiacce gli mangiavano il bimbo ma, in quel momento, “Ogni risorsa era importante…”
Gli ho fatto le zanzariere e sono andato io a montargliele: sì e no 300.000 lire.
Lui aveva imballato tutte le sue cose e si offrì di aiutarmi a caricarle: giuro, ancora un momento e ci saremmo messi a piangere.
Gli dissi di tenersi tutto, non avevo mai pensato, neppure per un attimo, di lasciarlo senza le sue cose.
E lui insiste:”Guardi che non so neppure quando avrò i soldi per comperare le esche…”
Eravamo sul balcone; gli indico il giardino condominiale e gli dico:”Fatti prestare un badile: sotto a quella catasta di legna sarà pieno di lombrichi”.

Lasciai la famigliola abbracciata e riconoscente e me ne andai, al tramonto, stagliato contro un gigantesco sole rosso: la Colt al fianco, suonando l’armonica, mentre il cavallo prendeva la strada per El Paso.
Noi Cavalieri Solitari ce ne andiamo sempre così.

Mi sono risvegliato che ero in macchina, in Via Tito Livio; non avevo nè i soldi delle zanzariere nè la roba da pesca, ma raramente mi ero sentito meglio.
Ma la stampa col pesce ce l’ho ancora, ed è sempre molto bella.

Gente, mi sa che continuo domani: quest’ultimo pezzo è nato per essere un finale.

Dottordivago.

P.S. Se qualcuno di voi ha necessità di cambiare le finestre e si trova un po’ a corto, ve le do col finanziamento: non ce l’ho più, il cavallo…

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Benvenuto,Gino!

fuochi

Amici miei, senza fare torto a nessuno, mi dovete concedere un “Benvenuto” particolare.
Come ben sapete è consolidata tradizione di queste pagine dare il benvenuto ai nuovi ospiti, come fanno i grandi alberghi che fanno trovare un cesto di frutta in camera, offrendo un cesto d’ordinanza che poi è questo:

cesto18k

Qualcuno ha anche cercato di ottenerne un paio, ma sono deprecabili rappresentanti di un’italietta arraffona, dico bene Annina Tesorovitamia?
Di qualcuno mi ero anche scordato, vero Marcolino?
Riconosco che le bottiglie di rosso non sono il massimo del charmant, ma la prima volta che ho avuto questa pensata non volevo passare delle ore a cercare una foto più idonea, e poi un tocco di ruspante senz’altro mi si addice.

Oggi è diverso: senza voler fare nè figli nè figliastri, Gino è Gino.
Concedetemelo, anche solo per il fatto che sono pochi i blog che hanno lettori “classe 1925”, escludendo i siti internet che vendono on line pasta per dentiere e cateteri.

Gino è stato per sedici anni una compagnia pressochè quotidiana: nel 1975, quando sono entrato per la prima volta da Baleta (ormai dovreste conoscere l’argomento…) l’ho fatto quasi di nascosto: c’era ancora al mondo “Baleta il Vecchio”, il padre di Gino, che non gradiva sbarbati chiassosi: se ti comportavi bene faceva anche finta di non vederti, altrimenti erano calci nel culo.
Fino ad allora andavo all’oratorio parrocchiale che si trovava a cento metri dal futuro ombelico del nostro mondo, quindi Gino è stato, per i primi tempi, una sorta di Curato laico.
Avendomi raccolto per strada in tenera età, sono assolutamente certo del fatto che nella formazione del mio cervello un po’ dello zampino di Gino ci sia.
Gino, lo so che non è un gran complimento, ma dovevo dirlo…

Nota per i miei lettori lontani nello spazio ma vicini al mio cuore: non vorrei che, per miei ovvi limiti espressivi, nessuno di voi, mai, per nessun motivo, pensasse solo per un attimo: “Quanto la fa  lunga per un barista…”
Fatemi chiarire subito l’equivoco: paragonare Gino ad un barista, e non me ne voglia la categoria, sarebbe come confondere la Lampada di Aladino con un moccolo di candela, uno Stradivari con la legna da ardere e la Cappella Sistina con le virgole di merda sulle piastrelle dei bagni pubblici.
Così, giusto per capirci…

Non voglio farla più lunga del necessario: chi lo conosce non ha bisogno di tante parole, per chi non lo conosce non sarebbe sufficiente un libro.
Tra le sue tante peculiarità, c’è quella di essere un illustratore dal tratto sicuro ed incisivo, potenzialità non sbocciata a livello professionale perchè tarpata dal fatto di essere praticamente nato in un locale dove chiunque avrebbe voluto passarci una vita e che, secondariamente, era un gran bel pozzo di petrolio…

Nei rari momenti di respiro dietro al banco, Gino si dilettava con matite e pastelli; se qualcuno di voi si ricorda del post Il gas russo e Baleta , veniva citato un personaggio che si era offeso a morte: da quel momento divenne “L’Offeso”

l'offeso

Dopo aver letto il post, Gino ha chiesto alla figlia di scannerizzare ed inviarmi l’opera creata per l’occasione, ma si è dato la zappa sui piedi, perchè adesso, a costo di sfondare la porta di casa sua e provvedere di persona, intendo creare una galleria virtuale permanente dei suoi disegni: Ginetto, sono cazzi tuoi…

Gli ho anche chiesto uno schizzo per la prossima home page di questo blog: uno me l’ha inviato il giorno dopo
pandagallia

ma ne ha realizzati altri, che visioneremo e sceglieremo insieme, amici miei.

Bene, Ginetto, adesso che sai di essere sempre il benvenuto, passa a trovarci quando vuoi: mi casa es tu casa.

E per una volta mi firmo
Gallia.
Per tutti gli altri, “citofonare Dottordivago”.

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Sottotitolo: A spasso con Gino.

Alcuni raccontano mirabolanti avventure a sfondo sessuale, altri si vantano di averne suonati cinque o sei che non sapevano con chi avevano a che fare, molti millantano crediti, conoscenze ed ingenti patrimoni, alcuni sostengono di essere stati rapiti da alieni.
Ma sono minoranze.
C’è solo un episodio globalmente millantato, a cui tutti hanno partecipato o a cui hanno assistito: quello del casco.
Ma ne parlo dopo, verso la fine.

Allora, devo dire che l’ho presa veramente alla larga, con l’idea di arrivare, poi, alla divagata che giustifica il titolo; ma se parto con la divagata finisce che scrivo solo quella, quindi il trucco è trasformare la divagata nel corpo principale del post; questo trucco si chiama “Scrivere un titolo ed andarci dietro“, che poi è quello che fanno tutti coloro che scrivono qualcosa, a patto che non si siano slogati il cervello da piccoli come me.
Dài, Dottordivago, non è difficile, ce la puoi fare…

L’altro giorno ho avuto il piacere di prendere un aperitivo con tal Gino Gemme, nome che ai miei lettori lontani evoca un “Chi?”- iggnnoranticanibbestie!…– ma che ad Alessandria, soprattutto se si usa il nome d’arte Gino Baleta, è sinonimo di oltre sessantanni di fantastici ricordi: 1929 – 1991.
Ecco, messa giù così, con le due date separate dal trattino, può ricordare un po’ un epitaffio – Gino, tuc-ti… – ma non lo è, primo perchè Ginetto è del ’25, secondo perchè gode di ottima salute, terzo perchè gli auguro di sotterrarci tutti.
E sottolineo che nessuno di noi ha premura…

Per chi non avesse la benchè minima idea di cosa sto dicendo, sarebbe buona cosa, sempre se vi interessa, dare un’occhiata qui .

Ci siamo fatti una bella passeggiata a braccetto, mentre il livello della conversazione raggiungeva vette altissime…
Io, per rispetto, volevo andare in un qualche bar dell’Alessandria-Bene, Gino ha insistito per andare al Mc Donald della stazione, dove ci siamo incastonati tra viaggiatori annoiati, ragazzini che avevano segato a scuola, un campionario di immigrazione clandestina e qualche maniaco: niente di particolare, ordinaria fauna da stazione.
Lui ha ordinato un Aperol Soda, io un Campari Soda: la ragazzina dietro al bancone ha estratto un Crodino ed un Sanbitter dichiarando “Ho solo questi…”.
Si tratta di prodotti analcolici di cui io non possiedo gli anticorpi, mentre a Gino semplicemente non piacciono; inoltre l’anima di uno che è stato sessantanni dentro al bancone di un bar ha avuto un sussulto: si è girato di scatto verso di me e mi ha guardato tra l’offeso e lo scandalizzato.
“Se adesso mi dice -Dove mi hai portato?- , con tutto il rispetto, gli do una testata” ho pensato.
Invece ha sgranato gli occhi e ha partorito un incredulo “Ma us pò?!” (Ma è mai possibile?, ndt).
Non ricordo su cosa abbiamo ripiegato, come aperitivo, ma poi ho compreso la scelta del locale: lì, tra giovinastri, forestieri ed umanità dolente, Gino aveva la quasi-certezza di non essere considerato da nessuno, cosa altrimenti impossibile in posti più alessandrini.
Così la conversazione non ha subìto continue interruzioni, diavolo d’un Gino.

Dovete sapere che Alessandria non ha molte glorie: i cappelli di Borsalino -che non li caga più nessuno-, Umberto Eco -gran bella testa pensante, ma poco empatico- e Gianni Rivera -che togliendo il 4-3 di Italia-Germania a Mexico ’70 è simpatico solo ai milanisti-.
Per Alessandria Gino è come Rodolfo Valentino per Castellaneta, come Leopardi per Recanati e come Leonardo per Vinci: assolutamente trasversale e bipartisan, mette tutti daccordo.

Era mia intenzione convincerlo a scrivere un po’ di ignorantate per un blog dedicato a Baleta, che avrei contribuito a gestire o che avrei ospitato all’interno del futuro www.carlogallia.it  che  conterrà, oltre alla mia attività lavorativa, il collegamento a ilpandadevemorire.wordpress.com , perchè la gente ha il diritto di sapere in che mani si mette quando decide di cambiare le finestre…
Solo che Gino ha una neonata pagina su Feisbuk, luogo che mi attira pochino, quindi devo continuare a lavorarlo ai fianchi ancora un po’ per convincerlo che il mito in lui incarnato si merita come minimo un www.baleta.qualcosa.

Tornando alle nostre chiacchiere, ci siamo trovati daccordo sul fatto che Baleta si è inserito in un momento storico e sociale irripetibile; oggi sarebbe impensabile un locale dove si gioca a carte in cui tutti i giorni non ci scappi il morto, un posto dove i ragazzini di sedici anni capiscano che c’è un iter da seguire prima di essere accettati, un posto dove si discuta per mesi sul peso di un’aquila.
Oggi dovresti spiegare ad un gruppo di albanesi che alla parola “coglione” non deve seguire obbligatoriamente una coltellata; dovresti spiegare al branco di adolescenti che se qualcuno ti allontana per il tuo comportamento non è che la molotov nel locale gliela devi tirare d’ufficio e poi raccontare in giro che non ti vogliono far entrare perchè con te c’era un tuo amico “negro”; e soprattutto dovresti spaccare tutti i giorni un paio di dozzine di smartphone che, grazie alla connessione internet, stroncano sul nascere ogni dotta discussione.

Era un posto così irripetibile ed inimitabile che, a distanza di 18 anni, nessuno è riuscito a ricreare; ci hanno provato vari Circoli o Associazioni, ma non ha mai funzionato: sì, qualcuno qui, qualcuno là, ma non si è mai ricreato il gruppo.

Ed anche riuscendo a ricostituirlo, mancherebbe la Magìa.

Sarebbe come mettere in una coppa un tuorlo d’uovo, un bicchiere d’olio, un pizzico di sale e qualche goccia di limone: voi, riuscireste a trangugiarlo?
Io no.
Ci vorrebbe una mano sapiente, che sbattesse il tutto, incorporando aria ed insufflandogli un’anima.

Praticamente uno che sappia fare la maionese.

E quello lo sapeva fare solo Gino.
Questa cosa Gino l’ha capita, ed in un momento in cui avrebbe ancora potuto fare soldi a palate, mentre tutti i baristi della città avrebbero voluto rilevare il locale, mentre nessuno capiva il perchè del gesto e riusciva a farsene una ragione, sapete cosa ha fatto Gino?

Gino si è ritirato col titolo.

Non come Cassius Clay -non voglio sentir nominare Muhammad Ali!…- che con le ultime esibizioni penose ha sciupato una leggenda, non come Mina sedotta dalle sirene sanremesi.

Gino si è ritirato imbattuto.

E bene che sta, peraltro.
Quindi è inutile crogiolarsi in sogni irrealizzabili, ma è assolutamente doveroso ricordare, anche cedendo un po’ al sottile, subdolo fascino della nostalgia.

Per cui, Gino, vedi di muovere il culo.

Augh, ho detto.
E se Dio vuole, fra un attimo, riesco a dare un senso al titolo.
Durante la nostra chiacchierata, ci siamo trovati daccordo su un fatto strano: anche chi con Baleta aveva poco o niente a che fare, oggi ne parla con un magone che non finisce più; ex ragazzini, ormai uomini, che quando Baleta ha chiuso avevano 18 anni, sostengono di esserne legati da ricordi bellissimi.
A sentire in giro, Baleta avrebbe dovuto essere grande come il Maracanà, visto che tutti ci passavano la giornata.

Questa cosa, questo aver voluto esserci a tutti i costi, mi ricorda la storia che girava negli anni 70, un vero pilastro della cultura di allora.
Dunque, c’è un motociclista che corre come un matto, la marca della moto cambiava a seconda del racconto: una Guzzi o una Laverda per gli esterofili, una giapponese per i nazionalisti; chiede troppo a sè stesso ed alla moto, quindi vola via e si va a schiantare di testa contro un palo -o un albero o un pilastro-.
Si rialza praticamente illeso e tranquillizza i soccorritori: “Sto bene, sto bene, nessun problema…” e mentre lo dice si toglie il casco.
E gli si apre la testa in due.
Morto.

Allora, mi è stata raccontata mille volte, in quegli anni, e sempre da gente che si trovava sul posto; mi è stata riproposta regolarmente da testimoni oculari ma mai da nessuno degno di essere ricordato: chi la raccontava facendola propria era sempre uno a corto di argomenti.
Chi fa la stessa cosa con Baleta, citandolo come una seconda casa pur essendoci entrato due volte, racconta sempre innoque balle, sia chiaro.
Ma dimostra di avere un’anima.

O forse ha poco altro da ricordare, anche se preferisco la prima spiegazione.

Dottordivago.

P.S.  Gino, guarda che aspetto un commento.
Ma non su Feisbuk: qui lo voglio.

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Sottotitolo: un’altro motivo per togliermi il saluto.

Sparagli Piero , sparagli ora
e dopo un colpo sparagli ancora
fino a che tu non lo vedrai esangue
cadere in terra a coprire il suo sangue…

…E la Madonna, che brutto carattere!
La mia guerra è diversa, assolutamente non cruenta, anche se bastarda.
A differenza di tutte le altre guerre, dove la causa scatenante sono i soldi o quasi sempre discutibili ragioni politiche, quella che combatto io in solitario è una guerra per un ideale puro, non corrotto da materialismi o vili interessi.
Anche se poi il danno che faccio è economico
Va be’, vediamo di che si tratta.

Mi sono rotto i coglioni.

E fin lì non avevate dubbi, no?
Ma questa volta non è per i mille motivi con cui vi sfinisco quasi quotidianamente, quelle sono guerre perse in partenza: riguardo la disonestà, la maleducazione, la stupidità, l’ipocrisia e tutto ciò che catalogo sotto la voce “pandismi”, mettiamoci il cuore in pace, se ne può parlare fin che abbiamo fiato, ma la faccenda non la risolviamo, nè noi nè altri. Rassegnamoci.

La storia insegna che se non si può vincere una guerra campale, si cerca di marcare qualche punto con la guerriglia, con rapide scaramucce, col mordi e fuggi.
E’ una tattica che porta qualche risultato, unica eccezione i terroristi che da Gaza punzecchiano Israele, una banda di invasati che si riducono solo a contare mille morti dei loro per ogni nemico colpito, cosa che non mi sembra tra le più furbe, anche solo per una questione aritmetica: sì che non fanno un cazzo tutto il santo giorno e di conseguenza fanno un mucchio di figli, ma alla lunga, mille morti a uno, si fa presto a fare due conti…

La mia guerra, invece, da un punto di vista strategico ricorda molto il comportamento dei tifosi ed i giocatori del Toro, i quali hanno capito che di vincere uno scudetto non se ne parla neanche nel sonno, di conseguenza il loro fine ultimo è battere la Juventus nel derby, perlomeno quando sono in serie A, e passare una settimana sulle ali della gloria; apprezzo il gesto: bisogna sempre cercare di far fruttare al massimo quel che si ha, come dice sempre un mio amico brutto come la morte e con due dita di pisello, ma con un mucchio di euri.

Io ho dichiarato guerra a… Non riesco a dirlo…
…paura…
…porta troppa sfiga.
Sto parlando del santo… il frate, no?… quello con le mani bucate… non inteso come spendaccione, parlo proprio di buchi nelle mani…
Ohhh!… Vedo che avete capito: Quellolà.

Vi ho già detto mille volte che le uniche entità metafisiche in cui credo sono il Culo e la Sfiga, perchè è innegabile che esistono; Gesù Cristo, suo Padre, sua Madre, Budda, Maometto, le 5000 divinità Indù, la superiorità morale della sinistra, Babbo Natale e Cappuccetto Rosso sono simpatiche favole a cui uno è libero di credere o meno, anche se devo confessare di provare una certa simpatia per Babbo Natale e Cappuccetto Rosso, nel cui nome nessuno ha mai ammazzato nessun altro.
Spingendomi ancora più in là, posso capire che qualcuno provi ammirazione e di conseguenza sfoggi figure come quelle citate, dotate di super poteri, belle parole, indiscutibile fascino ed indubbio carisma.

Volete il crocifisso a scuola e negli uffici pubblici?
No problema, mi ci sono abituato da piccolo, come il figlio di un manovale si abitua ad abbracciare il papà che quando rincasa puzza di sudore, per lui diventa parte dell’odore di papà; d’altra parte, quando cresce, non ha piacere che gli stampino un’ascella sotto al naso, ma è meno schizzinoso a riguardo.
Quindi, passi crocifisso e quant’altro, ma davvero non riesco a capire come uno sano di mente attacchi ovunque foto ed immagini di Quellolà.

Ecco, questo non mi va giù.
Non c’è quasi più una pizzeria o una tabaccheria o un negozietto a gestione famigliare che non la espongano ovunque; per fortuna la grande distribuzione vuole tenersi buoni i non-cristiani e almeno al supermercato l’aggiusto.

Dico io: che senso ha appendere l’icona di un vecchio che ha fatto della sofferenza la sua unica ragione di vita?
Niente da dire, ci credeva, eh?
Ci credeva al punto da indursi psicosomaticamente le famose piaghe sulle mani, ed anche se molti studiosi del fenomeno insinuano che se le autoinfliggesse con l’acido, io preferisco la prima spiegazione: sono uno stronzo, non una carogna.

Mi scappa di divagare.
Purtroppo la religione Cristiana ha lasciato segni profondi nella nostra visione del dolore: attraverso il dolore c’è la salvezza.

Vaffanculo al dolore, alla salvezza e a tre quarti del Paradiso,
isole comprese.

E’ anche grazie a questa forma di accettazione della sofferenza che l’Italia è all’ultimo posto tra i paesi sviluppati per quanto riguarda la terapia del dolore: da noi, se hai un male incurabile e becchi il primario sbagliato, uno che magari nel tempo libero insegna il Catechismo e che vota Casini, rischi di crepare in un abisso di tormenti, e non per risparmiare la morfina, no: per il valore salvifico della sofferenza.
Ricordo come fosse adesso la volta in cui, quarantanni fa, i miei genitori mi portarono a trovare mio nonno in ospedale; non era grave, ma nel letto di fianco c’era uno che, per fortuna, ne aveva ancora per poco; con le ultime forze che gli rimanevano si contorceva per il dolore insopportabile che solo un cancro di quelli “giusti” ti può regalare.
Un po’ urlava ed un po’ supplicava “Datemi qualcosa… fatemi morire in pace”. Allora in ospedale c’erano ancora le suore -buone quelle…- e ne arrivò una che chiese a tutti, per cortesia, di uscire un attimo; noi eravamo pronti per andarcene, quindi salutammo il nonno ed uscimmo per ultimi, quindi feci in tempo a sentire le parole di quell’Angelo della Provvidenza: “Adesso, Cesare, diciamo insieme due preghiere a Nostro Signore…”.

Quella che seguì fu la più spontanea, roboante e sacrosanta sequela di  bestemmie mai sentita nella mia vita; la porta era chiusa e si capiva che la dolce suorina cercava di tappargli la bocca, ma Cesare riusciva a maledire lei e tutto ciò che lei rappresentava.
Ave, Cesare, hai venduto cara la pelle.

Se per ottenere la salvezza bisogna morire così, in Paradiso ci deve essere gente di un incazzato…
Aveva ragione Oscar Wilde:

Il Paradiso lo preferisco per il clima,
l’Inferno per la compagnia.

Bon, ho divagato.

Tornando a Quellolà, continuo a non comprendere i suoi tanti fans.
Io sarò una merda, ma mi risulta che anni fa un pullman di fedeli in pellegrinaggio sia finito fuori strada proprio a poca distanza dal Santuario, con un tot di morti e feriti; io sarò un merdone ma mi risulta che ci fu un tentativo di rapina ad un altro pullman e ci scappò il morto; io sarò una merdaccia, ma mi risulta che dietro al personaggio ci sia un giro di interessi economici da resuscitare non dico i morti, ma almeno la Lehman Brothers; io sarò una merdissima, ma quando mia suocera ha esposto sul comodino la foto incriminata, salvo scaraventarla nel rudo dopo un paio di sfighe leggere, ho dichiarato:”Te l’avevo detto, io…”.
Ora, non dico che sia colpa di Quellolà, però grossi meriti non riesco a trovargliene.
Quindi, bello da vedere, non è, come portafortuna non mi sembra che sia tutto ‘sto di più, ed io cosa faccio?
Se non lo vedo è meglio, e quando lo vedo mi tocco.

E –guerra sia– non torno più nel locale che lo espone come il paginone centrale di Playboy.

Comportamento stupido?
Non più di altri: ovviamente non credo veramente negli influssi nefasti di Quellolà, è solo un vezzo, così come non credo in quelli benefici; però credo fermamente che se una cosa mi dà fastidio, in questo caso più estetico che altro, la evito.

Quindi, cari pizzaioli ed esercenti vari, se volete guardarvi Quellolà, abbiate l’accortezza di tenerlo sotto al banco, così oltre al Santo Volto vedete pure il mio.
Se invece volete esporlo a fianco di Zoff, Gentile, Cabrini e tutta la Nazionale Campione del Mondo 1982, fatelo pure, siete a casa vostra.

Ma se volete rivedere ‘sta faccia, andate su Feisbuk.

Dottordivago.

P.S.  Mi sembra di avervi già detto che sono un uomo di merda, vero?
E come tale, non tengo mai fede ai miei proponimenti.
“Anch’io ho commesso un errore…” diceva Cesare Polacco/Ispettore Rock nella reclame della Brillantina Linetti; beh, io faccio un’eccezione alla mia regola anti-Quellolà: continuo ad essere cliente della pizzeria Conca d’Oro di Alessandria, che espone una specie di book fotografico del tristo figuro, manco fossero parenti.
E’ che c’ho la scimmia della pizza con patate saltate e prosciutto, una mappazza col peso specifico dell’uranio arricchito, ma buona, ma buona…

Però una volta gliel’ho detto qual’è la mia regola, e che sgarro solo per loro; è stata dura, ma non per un fatto di rispetto o cosa, no: è che, tanto per cambiare, Bimbi mi riempiva di gomitate sibilando “Hai finito di farmi fare delle figure di merda?!”

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Benvenuta, Skakkina!

cesto18k

Cara Skakkina, devi sapere che è tradizione consolidata di questo blog accogliere i nuovi amici come fanno i grandi alberghi con gli ospiti importanti.

Da dove arriva Skakkina?
Ieri volevo saperne di più riguardo ad un sacco di persone che arrivano su queste pagine partendo dalla ricerca della parola “minchia”, indeciso se inorgoglirmi per la fama di uomo di minchia o preoccuparmi per la fama di testa di minchia.
Naturalmente, al secondo clik non mi ricordavo più che cosa stavo cercando e risalendo come un salmone da un link all’altro -e ribadisco che la minchia non c’entrava più…- sono capitato qui:

http://glottorellando.wordpress.com/

e la prima cosa che vedo è una parola difficilissima su un mucchio di libri; e neanche Ludlum, Clancy e tutta la roba che leggo io: no-no, tutta roba che mi puzza di difficile e soprattutto consumata dall’uso… Vabbè, faccio prima a mostrarveli:

image

“Scappa, Dottordivago!” è stata la prima cosa che mi ha urlato l’Homer Simpson ch’entro mi rugge.
E invece ho buttato l’occhio, e ho fatto bene.

E adesso ci faccio la reclame, oltre a schiaffarlo d’ufficio nel blogroll.

Oddio, mi scappa di divagare! Proprio adesso, nel bel mezzo di un “Benvenuto” ufficiale con cesto d’ordinanza.
Oh, si vede che sto peggiorando…

Parlando di libri, mi è capitata una cosa curiosa: poco tempo fa ero a casa di un cliente importante, quindi ho supervisionato il cantiere per tutta la durata dei lavori -praticamente gli ho blimblanato per casa tre giorni…- mentre i miei ragazzi montavano le finestre nuove.
Nella casa, di per sè non molto grande, se rapportata all’Australia, trova posto anche un ufficio di rappresentanza, tappezzato di onorificenze: Ufficiale, Grand’Ufficiale, Ufficiale Gentiluomo, Commendatore, Gran Mogol, Cavaliere, Cavaliere di Gran Croce, Cavaliere di Malta, Cavaliere Mascherato -più tutte quelle che non mi ricordo- mischiate a foto con Papa Wojtyla, politici e figli di.

Due librerie, una di due metri ed una di quattro, zeppe di libri in edizione super lusso, copie preziose di tutto ciò che un uomo dovrebbe leggere e che io non riesco a prendere in mano: praticamente il posto dove Umberto Eco pagherebbe per farsi murare vivo.
“Complimenti, signor Xxx, una biblioteca coi controcazzi, se mi passa l’eufemismo.”
L’uomo è uno che si è fatto da sè, quindi apprezza il mio eloquio forbito.
“Non dirmi niente, Carlo; quando ho arredato l’ufficio, trentanni fa, mi sono costati più i libri che i mobili!…”

Rimango perplesso.

Appena resto solo sfilo a caso qualche tomo: intonsi.
Ne sfilo altri: inviolati.
Altri ancora: idem.
Non ci posso credere: sono il secondo che li tocca, il primo è stato il dipendente della libreria che li ha piazzati trentanni prima; manco la polvere gli devono togliere, visto che ci sono le antine di vetro a proteggerli.

Sono libri che ho sempre desiderato leggere e non l’ho mai fatto, forse neanche per una questione di cervello: è proprio il fisico che non mi regge ed il cuore che non me lo dice.
Però, relegarli a succedaneo di poster…
Che tristezza, per non parlare dello schiaffo alla miseria che rappresentano.
Va beh, se ad un signore così servirà un autista, potrei fargli il nome di Barrichello, Schumacher mi sembrerebbe un po’ un’ostentazione.

Cosa stavamo dicendo?
Ah, sì: benvenuta, Skakkina.

Dottordivago.

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