Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for marzo 2013

L’asino

…che sono.
ciuchino

Cercando un riferimento mi sono riletto un paio di miei post e ho trovato un paio di asinate: due su due non è male.
Ma non le solite che dico,  frutto di un cervello slogato: intendo strafalcioni, proprio roba da ignoranti, tipo nell’ultimo post, in cui mi sono esibito in uno spettacolare

sia come attore…
sia che come uomo…

Sono cose che nascono dalle correzioni: avevo scritto “sia che lo si guardi…”, poi ho deciso di correggere in “sia come…”, purtroppo non ho cancellato il “che”.

Ora, quando vedete qualcosa del genere, segnalatemelo, non mi offendo, nove volte su dieci è distrazione, non rileggo spesso quello che scrivo e qualcosa può scappare.
Ditemelo, grazie.
Non per altro: voi sapete che sono un asino di un certo tipo, non vorrei che quelli di passaggio pensassero che sono un asino e basta.

Dottordivago

Read Full Post »

RisPost 15

Dicesi “RisPost” una cosa che è partita come risposta ad un commento
ma che, per deformazione dello scrivente, diventa lunga come un post,
da cui l’elegante calembour.

Tanto per cambiare rispondo a Marco.
Non Marcoval o MarcoG: Marcoebasta
Mentre era affaccendato nel suo compito -ora di baby sitter, ora di badante- di MarcoVal, parlando di cinema western ha affermato:

Condivido la passione per il western, tutto, anche se il cielo di John Ford e il ceffo gentile del Duca, di James Stewart o del vir per eccellenza, e dico Henry Fonda, l’uomo che avrei voluto essere, rimangono irraggiungibili.

Dopo un paio di scambi col suo omonimo, sempre parlando di western, cita il fenomenale Cocco Bill dell’immenso Jacovitti.
CoccoBillAlbumDeGiorno6

Abbiamo appurato che sono una testa di cazzo? Sì-ì?
Quindi, ovviamente, mi è venuto di rispondere così:

Ok, col Cocco ti sei ripreso, perchè… ehm… ah ah…cioè… ah ah, no, scusa… AH AH AH AH AH AH! Cazzo, il primo che sento che vorrebbe essere come Henry Fonda!…
È COME SOGNARE DI SCIARE COME ROLAND THOENI E GUIDARE COME WILSON FITTIPALDI O BRUNO SENNA!
Per me il cinema inizia con Marlon Brando e finisce con Jack Nicholson.
Dio ti benedica, Marcolino: oggi una risata mi ci voleva proprio…
E adesso rispondimi MALE, sennò mi offendo.

Non l’ha fatto, fedele al concetto di “forza tranquilla” citato dal MarcoVal e magnificamente incarnato da Henry Fonda.
Ma ha ragione Marco, manco a dirlo.
Il capostipite della famiglia Fonda era un uomo di classe innata, che dava vita a personaggi poco appariscenti perchè consci della propria sostanza; interprete e uomo dall’altissimo rendimento, sia come attore -visto cosa è riuscito a fare con la sua recitazione scarna e senza fronzoli- sia come genitore, visto che con un solo spermatozoo ha contribuito a creare una spettacolare patata senza tempo come la figlia Jane,

Solo che è una figura per palati fini, io ci devo pensare un momentino per riconoscerne la grandezza e, fatto quello, per desiderare di essere come lui.
Insomma… quante volte vi devo dire che il motto piacione

L’Approssimazione al Potere

non è altro che un comodo paravento dietro cui nascondere la mia inconcludenza e superficialità?

Provate a chiedere a dieci persone di dire un colore: 7 su 10 diranno “rosso”.
Rifatelo con un numero da 1 a 10: nella stessa percentuale diranno “7”.
Poi prendete uno superficiale come me e domandategli che attore vorrebbe essere: risponderà “Robert de Niro”.
Invece io dico Marlon Brando e Jack Nicholson, perchè sono -sì- superficiale ma sono anche bastardo e non vi do la soddisfazione…

E comunque sono già fuori dal seminato, perchè Marco vorrebbe essere un uomo come alcuni personaggi interpretati dal sciur Fonda, mentre io mi riferisco agli attori: in questo caso, i due che ho citato io appartengono veramente ad un’altra genìa, si tratta di fenomeni, alieni, altre forme di vita provenienti da altri pianeti.

Ma fondamentalmente, Marcolino, ti ho risposto ridendo (e ti giuro che ridevo veramente, sia mentre leggevo che mentre ti rispondevo) perchè mi hai fatto ricordare Pino, un mio compagno delle Medie nonchè amico al di fuori della scuola. Me l’hai ricordato perchè Pino era di miti pretese.
Non era scemo, tutt’altro, era un tipo in gamba, simpatico, sveglio, forte fisicamente e con due talenti: sparava fischi assordanti -ma sapeva anche modularli come il suono di un flauto traverso- senza mettersi le dita in bocca e, cosa assolutamente incredibile, diceva mezzo alfabeto con un unico, roboante, interminabile rutto.

Ma tifava Bologna.
Come sarebbe a dire “tifare Bologna”?
Alessandria, come riportavano i libri di geografia, “si trova al centro del Triangolo Industriale”, che calcisticamente diventava un Biangolo, causa inconsistenza della scena calcistica genovese; quindi la tifoseria si divideva tra juventini, un po’ di interisti e parecchi milanisti, causa concittadino con un n° 10 rossonero sulla schiena, tal Gianni Rivera.
E Pino tifava inspiegabilmente Bologna, cosa per cui lo prendevamo per il culo, ancor prima che per i risultati.

In quegli anni andavano forte i supereroi della Marvel e quando giocavamo tutti volevano essere Thor, La Cosa, Hulk… i più potenti, insomma.
Io impazzivo per la Torcia Umana ed il suo potere di scatenare una supernova, anche se il grande amore era per Silver Surfer; solo che non si è mai capito cosa fossero i raggi di “energia pura” che sparava dalle mani, così nei nostri “scontri tra titani” optavo per il Fiammiferino: hai visto mai, prendersi una martellata sul ciuffo da Thor, nella malaugurata ipotesi che l’energia pura gli facesse le pippe?
Qualcuno, più modestamente, si ritrovava a fare Iron Man o l’Uomo Ragno, che era un po’ come essere messi in porta durante la partita all’oratorio.
Devil non se lo inculava nessuno, troppo scarso, anche se qualche straccio di superpotere ce l’aveva pure lui.
L’unico, dico l’unico “supereroe” senza superpoteri era Capitan America, per cui Pino, manco a parlarne, aveva una venerazione, altro motivo per attirarsi cariche selvagge: io sostenevo che se mai si fosse trattato di un personaggio della Marvel, Pino avrebbe voluto essere Super Pippo.

E a quattordici anni?
Mollavi i supereroi e l’unica cosa che ti rimaneva in testa era il motorino, tranne, credo, il Camagna, nella cui testa il concetto “figa” ha sempre annichilito ogni altro barlume di pensiero.
Ovviamente le tribù erano due: crossisti e vespisti.
Io ero tra i primi, i più cinghiali, o comunque i sostenitori di una fighezza più rude, mentre gli amanti della lamiera erano un filino più caga-amaretti.
Il Ciao è arrivato subito dopo.

Nessuno ti giuro nessuno voleva vedere un motorino da strada, era roba da sfigati, poteva giusto andare bene a qualche nonno senza patente che passava ai venti all’ora, con la pernacchietta dello scarico di serie e il carburatore “del 14”.
E a Pino, naturalmente.
Quando si è presentato con questo:
30c963a3e6963a930d51f2be50fea53b_big

un Garelli Corsarino 50, neanche ereditato: comperato, nuovo di pacca!
SIAMO – STATI – MALE.
Ma male male male, eh?, roba da rotolarsi per terra con la bava alla bocca…
E Pino niente, manco una piega, forte delle sue certezze.

Ecco, Marco, un po’ mi hai ricordato Pino, come quando fai un’altra cosa molto fuori moda, tipo difendere un’indifendibile pseudo-destra da cui io ho preso le distanze.
Cosa vuoi… noi Torce Umane abbiamo le supernove in testa…

Comunque, ti scoccerebbe se, per distinguerti dai vari MarcoG e MarcoVal, ogni tanto ti chiamassi MarcoPino?

Dottordivago

Read Full Post »

Due momenti

Scatti del tempo.
Paura.
Ho il terrore della vecchiaia, gli scatti del tempo mi turbano.

Sì, sì, ok, solo due minchiate attuali, poi torniamo al 1978: posso?
Grazie.

Quando qualcosa cambia lo senti, è lo scatto del tempo e solo se sei un povero scemo non gli dai peso.
Per fortuna il tempo fluisce, almeno per le cose serie, quindi il cambiamento è meno traumatico; nelle belinate, invece, è più facile percepire lo “scatto”e, casualmente, almeno per me c’entra la musica.
Non che io sia uno che vive per la musica, però è innegabile che la musica rimanga legata in modo indissolubile a certi momenti, parliamo di quella che ti rimane dentro quasi quanto il ricordo di un profumo.
Invidio quelli che si struggono ascoltando una canzone, la loro canzone: io non ce l’ho.
Però, in compenso, son già due volte che, magari indirettamente, la musica mi dice “tic-tac-tic-tac”…

Il primo momento, la prima volta in cui ho realizzato che, nonostante fossi uno “sbarbato di 29 anni”, qualcosa stava cambiando, ve l’ho già raccontata ma vi rinfresco la memoria, andando a ripigliare un vecchio post.

Allora lavoravo in RAI (1989) ed il programma in questione era “DOC” con Renzo Arbore; quella settimana, tra i vari ospiti c’era Paul McCartney che avrebbe cantato qualcosa dei Beatles e presentato un nuovo progetto umanitario con Bob Geldof ed i Band Aid, quelli di “Do They Know It’s Christmas?”. Roba anni ‘80, niente di che.
Ero al bar proprio nel momento in cui arriva una scolaresca in visita, prassi normale a quei tempi: chiunque avesse un padre che lavorava in Via Teulada -o anche solo una mamma che ci faceva le pulizie- si godeva una mezza giornata di gloria portando i compagni e una coppia di insegnanti a passare un paio d’ore visitando gli studi, a cui seguiva una Coca Cola offerta dalla RAI, poi tutti a casa.
Io stavo prendendo un caffè con Ugo Porcelli, autore principe del programma nonchè alter ego dello stesso Arbore, quando sentiamo la seguente conversazione tra un paio di adolescenti:

– Ahò, ‘o sai che oggi ce stà ‘n giro Paul McCartney?
– Mortacci!… Ma riuscimo a trovallo?
– Ce potemo prova’ ma sta solo, nun è cor gruppo (intendeva i Band Aid o forse i Wings)
– E allora, che cce sta a fa’?
– Boh… m’han detto che sta a parlà der gruppo ‘ndo’ sonava ‘na vorta…

“Er gruppo ‘ndo’ sonava ‘na vorta” sarebbero stati i semisconosciuti Beatles.
Io e Ugo ci siamo guardati, amareggiati più dalla sensazione che fossero cambiati i tempi che non dall’atto di lesa maestà dei due ragazzini.

Il secondo l’ho percepito stasera.
Bimbi, la mia rispettabile signora, è da mammà, io a casa.
Il Cigno mi precetta per una “festa di primavera” nel maneggio che ha da poco preso in gestione con un altro amico, festa che non è altro che un apericena (oddio, l’ho detto davvero? Odio questa parola!) con ballamenti a seguire.
Alla musica ci pensa Dedè, storico dj locale a cui va tutta la mia stima ed amicizia ma che questa sera è imperdonabilmente piacione: mischia roba seria e stronzate soft-unz unz per tenersi buoni i vecchietti come noi e per vedere andare su e giù i culetti sodi di una decina di cavallerizze ventenni in borghese, nonchè di alcune zoccole, un filino meno sode ma con cornuto al seguito.

Mi scappa di divagare, roba veloce.

Se io fossi un pezzo grosso della Guardia di Finanza, non mi perderei situazioni del genere: quando vedi certe donne con certi uomini, è matematico che lei, senza di lui, sarebbe una povera disperata, mentre lu,i senza di lei, sarebbe un povero alcolizzato di seghe.
Ergo, lei ama cavalli, bagnini e maestri di sci, lui paga coscientemente per i cavalli, a sua insaputa per gli altri.
E ha indubbiamente un mucchio di soldi.
Maresciallo, facciamo un controllino?

Andiamo avanti.

Io sono presissimo dalla conversazione a sfondo socio-politico con la moglie del mio amico Sandro, che per questo riceverà -lei, non il marito- la solidarietà di metà dei partecipanti alla serata; quando, terminato il cibo, il volume comincia a crescere, il dialogo ne risente e, con mio grande piacere, la mia interlocutrice se ne va: non sopporto le donne belle e intelligenti che non siano mia moglie, mi danno il mal di mare, ricevo troppi stimoli contrastanti e vado in crisi.

Morale, mi rendo conto che Dedè ci sta provando: dopo una botta  di Clash si sbilancia con un “Sex machine”, con cui io mi devo trattenere perchè alla mia età posso tranquillamente superare la soglia del ridicolo, finisce che non mi tengo.
Purtroppo roba che quasi svuota la pista.
Pista che di colpo si riempie con la retromarcia di Dedè, che consiste in quella merda brasiliana, quella che fa “se eu te pego”…

Ci preoccupiamo per Cipro, l’Italia e l’Europa?
È il mondo che sta andando a puttane, gente…

Dottordivago

Read Full Post »

E brava Lisa: indovinato.

“Il libro delle equivalenze”

era effettivamente la Bibbia dei transistor.
Per la precisione, era la Stele di Rosetta dei transistor.
Facciamo un po’ di chiarezza: i transistor sono ‘ste cose qua

Transistor-photo

e ce ne sono migliaia, di ogni forma e dimensione, ognuno con determinate caratteristiche. Sul mercato “consumer” ci finivano le seconde scelte, quelli appena-appena dentro le specifiche di progetto, non accettati dall’industria ma buoni per una riparazione e scelta obbligata per gli hobbisti.
Queste seconde scelte mantenevano il nome di progetto del produttore, anzi, erano gli unici con la sigla giusta, visto che le varie aziende li facevano marcare con un loro codice interno; per esempio, l’universalmente noto BC109 poteva diventare un “XYZ123” per la Philips o un “disse-la-vacca-al-mulo-come-ti-puzza-il-culo” per un’azienda più alla buona.
Per semplificare la vita ai ricambisti o ai tecnici professionisti esisteva, appunto,

“Il libro delle equivalenze”

un testo così fondamentale e di difficile reperibilità da diventare quasi mitologico.

Lo so, oggi sembra incredibile: non ho provato ma quasi sicuramente con due clic lo scarichi da internet.
25/30 anni fa qualcuno ne avrebbe fatto un tot di fotocopie e vendute agli interessati.
35 anni fa tutto era diverso: se ci fate caso, nelle immagini di repertorio dell’epoca di un qualsiasi TG, vedrete ancora tanti uomini col cappello, inteso come Borsalino, non “stupide” da baseball o passamontagna da portare calati sugli occhi anche quando ci sono trenta gradi all’ombra; noterete anche che eravamo tutti magri, non sembriamo lo stesso popolo di oggi; oltre a ciò, anche la tecnologia stava per partire alla grande ma era ancora ferma al semaforo a sgasare e sfrizionare, in attesa che il computer esplodesse, mentre le fotocopie cominciavano a girare ma erano abbastanza preziose, si andava dal tabaccaio a “fare una fotocopia”, che costava come mezzo caffè: impensabile fotocopiare un libro, sarebbe costato come un volume della Treccani.

Come il Grande Almanacco Sportivo di “Ritorno al futuro- parte II”, per me quel libro è stato un “apriti sesamo”, un vero “bread and butter”, una fonte sicura di guadagno. Con quello sottobraccio, partivo con la 128 e andavo nel Canavese,  in quel magazzino di surplus elettronico che mi aveva fatto scoprire il mio amico tecnico tv e il cui boss mi aveva preso in simpatia: in pratica il Paese delle Meraviglie, se sapevi cosa tenevi in mano.
Infatti, tornando al BC109, il suo prezzo medio era di circa 1000 lire alla GBC o in altri negozi di radiotecnica mentre in quel posto costava 40 lire, però magari ce n’erano alcuni marcati “6-1-scemo”, altri “KX109” e qualcuno “ngulammammete”, così se non avevi

“Il libro delle equivalenze”

ti menavi il belino, come diceva Misterpinna buonanima quando era dei nostri.

Ecco, quello è stato il mio primo lavoro: raccogliere gli ordini a scuola, comperare a 40 e rivendere a 7/800, a fronte dei 1000 del negozio; e beccarsi pure i ringraziamenti, per il fatto che la mia era “roba” di primiera, per l’industria, non per l’hobbistica.
Insomma, ero un pusher serio, tipo quello che taglia la bamba con la mannite e non con l’efedrina, così i clienti rimangono fedeli, oltre che vivi.

Ma qui siamo già nel tardo ‘78, tendente al ‘79: facciamo un passettino indietro.

Ho preso la patente “da privatista”, cioè senza Scuola Guida, lezioni di teoria, senza “fare le guide”, che sarebbero state le lezioni pratiche a fianco dell’Istruttore e “dando l’esame” con la mia macchina.
Morale della favola, a fine primavera avevo il foglio rosa timbrato, che ti permetteva di girare da solo, nel bene e nel male, nel senso che potevi guidare senza un patentato a fianco ma, se ricordo bene, senza nessun altro, perchè l’assicurazione non copriva i danni in caso di sinistro o qualcosa del genere.

Ovviamente mio padre aveva già capito che si sarebbe dovuto comperare un’auto nuova (allora funzionava così, non come oggi con il padre a bordo di una Punto del 2002 e il figlio neopatentato con la Mini o la 500 sciccosa), cosa che ha fatto nell’autunno; ma per quell’estate la condivisione è stata un po’ problematica e la convivenza tesa.
Come vi ho già detto, mio padre usava la macchina solo di domenica, per andare al paese dei miei nonni, a 20 km da Alessandria, mentre per il resto della settimana la belva era mia, cosa che a mio padre non andava tanto giù.
Probabilmente il motivo non era quello di non vedere mai l’auto in cortile ma era una ragione vecchia come il mondo, quella del maschio alfa del gruppo che si sente insidiato dal giovane sfrontato. Poi c’era da parte sua la speranza di trovare una volta il serbatoio vuoto, cosa mai successa, grazie ai “mercatini” scolastici che mi consentivano un’agiatezza sospetta.
Infatti una volta mi ha detto: «’Sti soldi… stai mica facendo delle cazzate con delle porcherie, eh? No, perchè… questa è la volta che t’ammazzo, lo giuro»
Gli ho fatto vedere magazzino e libro mastro, così si è tranquillizzato.

Così, di domenica, mio padre si sedeva dietro con mia sorella per lasciare a mia madre il posto che storicamente è sempre stato suo, non prima di aver dato un’occhiata “a giro” alla carrozzeria e una al livello del carburante.
Li scodellavo nel cortile dei nonni e ripartivo sgommando, con strillo di mammà e scrollata di testa di papà, per coprire i 150 metri (a piedi sarebbero stati 50…) che mi separavano dal sagrato della chiesa, cuore pulsante della movida del paese a quell’ora della domenica mattina.
Poi a casa per il pranzo di famiglia, ripartenza con sgommata, cena e ritorno in città nel ruolo di impeccabile chauffeur.

Tutte le domeniche così, una piatta e deliziosa routine che mi manca come il mio primo cane.
Perchè è quello, che non si scorda mai, il primo amore non se lo incula nessuno.

Dottordivago

Read Full Post »

Sì, lo so, dannati primi della classe: dopo “bis” viene “ter” ma tris mi fa ridere di più, quindi…

Doveva succedere: se n’è andata.
Parlo della 128 da restaurare che è rimasta un paio di mesi dal meccanico, il mio  vicino di capannone”: sabato è arrivato il “Re di Nostalgia”, colui che ha rintracciato, ricomperato e fatto restaurare l’auto del suo viaggio di nozze, auto con cui ripeterà lo stesso viaggio (Napoli e le due Costiere, la Sorrentina e l’Amalfitana) per festeggiare i 40 anni di nozze.
Tanti cari auguri, sei uno a posto.

Naturalmente io avevo detto a Nico, il meccanico, di farmi un fischio non appena l’auto fosse stata funzionante, cosa che ha fatto, così siamo andati a prenderci un caffè al Bar del Bivio (due km tra andata e ritorno) con me alla guida della gemella della mia prima auto.
M-A-G-I-C – M-O-M-E-N-T.
Rispetto alla 128, la mia tedescona attuale ha il quadruplo dei cavalli, nonchè una meccanica e un assetto che le permette di affrontare una curva al doppio della velocità.
Però…
Però con lei non ho potuto sentire le farfalle nello stomaco come quella volta in cui, dopo aver ritirato la patente alle otto e mezza del mattino di giovedì 19 ottobre 1978 -e se la prefettura avesse aperto prima, avrei dormito sullo zerbino- sono salito in macchina con in tasca il documento che per me era più importante che la Green Card per un messicano.
Ovviamente guidavo già da solo, con il “foglio rosa timbrato”, ma quella striscia di carta telata rosa piegata in tre era una pennellata di Crisma e una di Catecumeni, era la certezza che da quel momento ero un uomo.

Un uomo alle Colonne d’Ercole: a differenza di alcuni fortunati che a dieci anni sanno già cosa faranno da grandi, io non mi ero mai posto il problema.
Certo, con la patente in tasca avevo già fatto un bel passo, ero quasi un uomo realizzato, però capivo che stavo entrando in un mondo a me sconosciuto: quello degli adulti.
Ho compreso la grandezza del momento e mi sono caricato sulle spalle il bagaglio di coraggio e determinazione che mi sarebbero serviti in quel (mi auguro) lungo viaggio. Dopodiché ho resettato tutto e quel viaggio, in fondo in fondo, non l’ho ancora iniziato adesso.

E poi, ancora poco meno di un anno e sarebbe arrivato il diploma.
E lì sì che avrei preso il mondo e lo avrei girato come un calzino.
E il mondo, muuuto, eh, o gli avrei rotto il culo con le mani, gli avrei rotto…

Infatti il “bis” finiva così:

Ma il Dio dei Cazzoni quella notte era in grande spolvero e di lì non passò nessuno.
Morale: nove fustini da 20 litri e due macchine con il pieno fino a metà portiere. RICCHI, CAZZO, SIAMO RICCHI!
E furbi.
Eh sì, mi sa proprio che lo metteremo in quel posto, a ‘sto mondo di fessi…

Ecco, non è andata esattamente così…

Ma in quel momento, cosa mi mancava per essere un uomo arrivato?
Da quando avevo la macchina ero diventato praticamente indipendente sotto l’aspetto economico, visto che il mezzo mi permetteva di “fare il mercato” a scuola.
Frequentavo l’ITIS, cioè “facevo Perito”, a differenza di tutti i miei amici che si erano piazzati nei due licei o all’istituto geometri e ragionieri: purtroppo a me piaceva l’elettronica, rigorosamente applicata all’Alta Fedeltà, cosa ci potevo fare? È stata una scelta che ancora adesso rimpiango: non tanto perchè terza, quarta e quinta me le sono succhiate a Casale, con relative trasferte, quanto per il fatto che quelle altre scuole,  in confronto alla mia, erano dei veri e propri giacimenti di figa, mentre da noi, solo grazie alla specializzazione in chimica, c’erano cinque donne cinque.
E giusto per spiegarvi con chi state parlando, nell’anno della maturità il sottoscritto ha ingiaccato il 60% delle ragazze della scuola.
Sì, va be’, tre su cinque, direte voi, ma come la racconto io è meglio.

Comunque, tutti i ragazzi delle sezioni di elettronica (tre sezioni x tre classi x 25/30 ragazzi + qualche precoce di prima e seconda = 300 clienti mal contati) avevano un laboratorietto a casa, dove si imparava quello che la scuola avrebbe dovuto insegnarci. Tutti questi ragazzi facevano acquisti in negozi di “radiotecnica”, come venivano chiamati allora, negozi dove i componenti elettronici costavano come pastiglie di bumba.

Una volta ero andato in un magazzino all’ingrosso ad un’ottantina di km da Alessandria con un amico, tecnico in una tv privata, il quale mi aveva presentato il titolare che mi aveva preso in simpatia e mi aveva regalato una specie di Necronomicon, un libro di cui tra noi giovani elettronici si parlava sottovoce e sulla cui esistenza ben pochi si sarebbero sentiti di scommettere:

“il libro delle equivalenze”

Peccato non avere tempo adesso per spiegarvi di cosa si tratta…
Continua

Dottordivago

Read Full Post »

Alla faccia del “lunedì giornata di merda”…

L’idea era di andare avanti con “I racconti della 128” ma oggi è il presente che mi tiene per le palle: gente, è successo di tutto.
Almeno: sono successe un sacco di cose su cui mi sarebbe piaciuto dire la mia.

Purtroppo, se è vero che nessun uomo è un’isola, io oggi ero tutt’altro che isolato, oggi ero Pangea, un unico continente con tutto il resto del mondo intorno, anzi, attaccato, nel senso che sembravo Bruce Lee quando ne teneva a bada sette o otto per volta: altroché isolato, ero circondato.
Il vecchio Bruce, però, aveva un grosso vantaggio: i suoi avversari volevano  farlo tondo tondo di mazzate o fargli la pelle ma si trattava sempre di malamente costumati infatti, come da stereotipo cinematografico, si facevano avanti uno alla volta.
Nel mio caso, è tutta gente che… avete presente Madre Teresa di Calcutta che aveva ben chiara la sua missione?
Ecco, uguale, solo che nel caso dei miei, il Padreterno o il Demonio che li ha “chiamati” ha affidato loro il compito di passarmi la uallera con l’affetta-tartufi e di farlo tutti quanti insieme, appassionatamente, mortacci loro…

Poi finalmente a casa, altroché aperitivi o movida.
Approfittando del mio stato di single precario (da giovedì fino a mercoledì, causa Bimbi in trasferta da mammà) ho spezzato un paio di nidi di tagliatelle all’uovo in una generosa dose di “minestlone”, una mia specialità, un minestrone taroccatissimo e orientaleggiante che parte da un normalissimo bustone di verdure congelate Findus (costa un pelo di più ma non trovi mai i pezzettini fetenti che sanno di muffa) con cui si fa un minestrone canonico, a cui aggiungo spezie e aromi che manco a Madras se li sognano, il tutto quasi avvelenato da uno sconsiderato spruzzone di Tabasco, rigorosamente nel piatto, per non perdere i suoi profumi in cottura.

Cosa c’entra l’essere single?
La tagliatella spezzata è un tormento in pubblico dove, non potendola risucchiare, ti rovini la vita cercando di ingoiarla ma due terzi tornano nel piatto, scivolano, sembrano vive, le bastarde.
Ti restano due modi: o ti avvolgi intorno al piatto e cerchi di inglobare tutto come una pianta carnivora o tiri dei risucchioni che quando sei a metà del piatto il vicino picchia nel muro, esasperato.
I miei vicini sono quasi sordi, io sono single a tempo determinato, così mi sono trasformato in una specie di Ciccio Bastardo con un cucchiaio in mano e il volume del TG più alto del solito, per sovrastare i rumori ambientali.
Giuro, un animale.
Felice.

E giù notizie, una più bella dell’altra.

Ma vuoi dire che ci siamo fatti furbi una volta tanto?
Ce l’ho con il nostro Ministero degli Esteri che prima ha fatto rientrare i due Marò per Natale, sotto cauzione, e poi li ha rispediti in India; pochi mesi dopo ha convinto gli Indiani a mandarceli a casa per votare, tanto “conosciamo la procedura”.
Dopodiché…
sordi-ombrello

Tie’, beccati i Marò…

Naaa, sarebbe troppo bello…
Ma ve lo vedete quell’azzimato galantuomo di Terzi fare agli Indiani:

«…Almani la zeppa?»
«Ehhh?»
«SUCAAA!!!»

Cheffigata sarebbe stata!
Invece, come al solito, siamo già d’accordo da mò, con quelli che tengono una lattina di Simmenthal sul comodino come santino…
Ci hanno annullato l’ordine degli elicotteri e così ci danno un contentino, in più -scommettiamo?- noi gliene manderemo uno come “campionario in conto visione” per convincerli della bontà del prodotto e loro se lo terranno, alla luce del sole, oltre al grano che hanno già imbertato sottobanco per l’appalto, prima, e per il biscotto, adesso.
Sì, è un costo assurdo, forse il riscatto più oneroso mai pagato; d’altronde, per noi Italiani, riuscire a passare per furbastri non ha prezzo.

E non vogliamo dire niente sul PDL?
Sono dei fenomeni sì o no, eh?
Si sono schierati sulla scalinata del Palazzo di Giustizia e hanno pure cantato, come un Coro dell’Antoniano affetto da sindrome di Hutchinson-Gilford, quella che fa invecchiare precocemente.
La scena aveva anche un che di nord-coreano, con tutti questi convenuti spontaneamente in difesa del leader Ber Lus Kon.
E che fatica ha fatto Angiolino-bell’Angiolino-Alfano nel dichiarare la solidarietà “al nostro leader”, senza infilarci in mezzo un “Amato” o “Caro”.

Però quasi quasi mi viene da riscrivere “spontaneamente” senza corsivo e per ben due motivi.
Uno, che molto probabilmente quella banda di ladri, falliti di successo e puttane è realmente preoccupata per la salute del Capo, ben consci del fatto che senza di lui toccherà o trovarsi un lavoro o farsi bastare quello che hanno zanzato finora, perchè di rielezione non se ne parlerebbe proprio, cosa che per metà partito significherebbe finire in galera.
Due, è che mi auguro abbiano tutti i motivi per essere preoccupati: i giudici pensano che Berlusconi finga un’indisposizione fasulla, io mi auguro che sia sincero e che stia male, veramente male, ma molto, molto male.

E poi il Papa.
Siete caldi? Siete pronti?
Siete pronti per un Papa brasiliano?

Ci scommetto, è ora che l’Europa molli la presa dopo secoli, se non millenni, quindi il Papa sarà extraeuropeo, mangio un cane.
Negro no, non ancora, l’Africa non conta un cazzo, anche se potrebbe dare coraggio a quei poveri pirla che in Nigeria e zone limitrofe si fanno ammazzare a messa alla domenica.
Qualche tentazione in America Latina o ad Oriente… sì, quella c’è; non un Cinese, per carità, quelli non sono stupidi e hanno capito benissimo la scelta di un Papa polacco quando c’era da dare l’ultima spintarella all’URSS.
La Cina si incazzerebbe a morte e basterebbe decidesse di far fuori metà del debito UE in suo possesso per mandarci a dar via il culo in un amen, appunto.

Quindi, o Indocina (l’Indonesia no, troppo musulmana) o, meglio ancora, O Pais Tropical, per “arroccare” il proprio potere in zone che per la Chiesa Romana sono già come Viale dei Giardini e Parco della Vittoria a Monopoli.
D’altronde stiamo parlando di gente che si è ritrovata i preti nelle balle millecinquecento anni dopo di noi, gente per certi versi ancora ingenua, gente tra cui hanno ancora successo Albano e Toto Cutugno.

Dottordivago

Read Full Post »

benvenutobenvenuto

Da un po’ di tempo non avevo l’occasione per dare il benvenuto ufficiale con cesto d’ordinanza a qualche nuovo arrivo.

Marco Val è un arrivo “di peso”, nel senso che si esibisce in una spettacolare Carrambata con l’altro Marco e inoltre scrive, uh se scrive!…
E scrive pure bene, anche se… Marco Val, una cosa te la devo proprio dire:

…quindi castrandone l’efficacia para-sillogistica

la prossima volta, dillo a tua sorella, chiaro?
Non per altro, mi è toccato perdere dieci minuti in rete per capire che cazzo hai scritto.
Va be’, scherzi a parte, a livello quantitativo mi sembra di rivedermi, quando avevo più tempo per portare il Panda a pisciare e scrivevo quasi un post al giorno… Chissà se torneranno quei tempi?

E poi c’è Bia, anche se qui si presenta come unanuovavita.
Per lei, al primo commento, faccio una delle rarissime eccezioni alla regola secondo cui il benvenuto ufficiale scatta al secondo commento. E non perchè è una mia amica di Feisbuk, semplicemente perchè mi urla

miticooo!

E il Dottordivago, lo sapete già perchè ve lo ricordo sempre, è un organismo genialmente modificato che si nutre solo di patatine fritte e adulazione.

Ancora una cosa, poi chiudo: Bia… se il “miticooo” non era per me ma per Vito Catozzo, lascia stare, non dirmelo… lasciami cullare nell’illusione…

Benvenuti!

Dottordivago

Read Full Post »

Dottordivago…

…blogger per signora.

8 marzo

 

Read Full Post »

Con la mia 128 Model Year 1970, nel 1978 ero l’Imperatore del Giappone.
Per una lunga serie di motivi: primo, per il fatto che fosse la mia prima auto.

E poi non dimostrava i suoi anni, mio padre me l’ha lasciata intonsa, anche se il posto della macchina era in cortile e non ha mai visto un garage. Però stava tutta la settimana coperta con il suo bel telo grigio/argento plastificato e, almeno per i primi tempi, vagamente riflettente.
Mio padre è sempre andato a lavorare in bicicletta e la macchina serviva nel fine settimana per andare a Cuccaro, dai miei nonni materni, più qualche rarissima occasione speciale.
Inoltre, a quei tempi non si faceva “la spesa grossa” del sabato ma tutte le mattine mia madre partiva per quello che era il suo passatempo preferito: “fare la spesa”, ovviamente dopo aver imbastito il pranzo, attività che cominciava intorno alle sei del mattino, così io potevo svegliarmi con l’odore di minestrone o di peperonata, una specie di educazione spartana ma ad indirizzo gastronomico anzichè bellico.
Ancora le ricordo, quelle colazioni con caffelatte accompagnato dal soffio della pentola a pressione piena di minestrone o del borbottio del bollito misto che veniva religiosamente schiumato… Possiamo definirla un’aromaterapia ante-litteram, un’esperienza olfattiva unica.
Certo, quello che spregevolmente definisco “odore”, in un orario più normale, direi intorno a mezzogiorno, diventava “profumo” ma capite bene che all’alba…

Comunque la spesa si faceva a piedi, sennò come avrebbe fatto mammà a fermarsi per chiacchierare con chiunque -e dico chiunque- incontrasse sulla sua strada?
CONOSCEVA (pausa) TUTTI!
Quando rientrava, con le dita viola a causa dei manici delle borse, sbuffando come un mantice, era il ritratto della felicità, avendo parlato ininterrottamente per un paio d’ore e maneggiato, palpato, valutato e scelto ciò che ha sempre rappresentato la sua più grande passione: il cibo.
Ma questa è un’altra storia.

Insomma, finchè io non ho avuto la patente, penso che la 128 si sarebbe rifiutata di mettersi in moto in un giorno infrasettimanale, in modo uguale e contrario ai buoi del dopo Rivoluzione Francese, quando era stata adottata la decade al posto della settimana: abituati a secoli di riposo domenicale, gli animali da lavoro si rifiutavano di uscire dalla stalla in quel settimo giorno che per i giacobini tagliatori di teste era un giorno come tutti gli altri.
Poi in Francia è tornata la settimana ortodossa, la mia macchina, invece, si è dovuta abituare a partenze in qualsiasi orario e per i motivi più disparati.

E come potevamo noi camminare,
con il piede destro sopra l’acceleratore?

Per il mio primo anno da guidatore, penso di non aver percorso un metro a piedi, almeno dove sapevo di poter passare con la macchina: e intendo “passare fisicamente”, i divieti non rappresentavano un impedimento…
Oggi, se solo il tempo me lo consente e se non ho niente da trasportare, non tocco la macchina manco ad ammazzarmi, attraverso tutta la città a piedi.
Ma a quei tempi non se ne parlava.
Mio padre aveva soprannominato l’auto “la carusèla”, la carrozzella, intesa come sedia a rotelle da handicappato, visto che senza di lei non potevo proprio muovermi. In quel periodo, con la benzina intorno alle 450 lire al litro, una delle uscite classiche di mio padre era: «Vorrei che la benzina costasse… 1000 LIRE AL LITRO, così in macchina non gira più nessuno!…»

Oggi potremmo uccidere, per la benzina a mezzo euro…
E pensate che una notte mi è costata molto, molto meno.

Avevamo passato una serata infrasettimanale giocando a poker a casa di un compagno di classe, per la precisione sotto casa, nell’ufficio del padre geometra, dotato di tavolo per le riunioni e -attenzione- di fotocopiatrice.
Un po’ per un fatto estetico, un po’ per tirarcela da gangster, avevamo fatto un tot di fotocopie di banconote da 1.000, 5.000 e 10.000 lire, diligentemente tagliate a misura con la taglierina, ‘sta cosa qua, per capirci:

taglierina-a-leva-hobby-502

Ovviamente il cambio era di 100:1, cioè se alla fine della serata avevi vinto (o perso) mezzo milione, ti accontentavi (o te la cavavi) con un bel cinquemila di quelli buoni, quelli su cui Cristoforo Colombo ce l’aveva messo la Zecca dello Stato.

Verso mezzanotte ce ne andiamo, il giorno dopo la sveglia era di buonora, visto che andavamo a scuola a Casale Monferrato.
Certo, con l’arrivo della macchina era cambiata la musica: un giorno uno, un giorno l’altro, a turno si metteva il proprio mezzo a disposizione della comune costituita da cinque studenti-pendolari, così potevamo partire dopo le sette, mentre col treno toccava arrivare in stazione un’ora prima.
Ancora adesso mi domando, quando toccava a Gonzalo, come facevamo ad arrivare a Casale in cinque su una 126… Mah…

Comunque, casualmente il giorno successivo la pokerata serale sarebbe stato il mio turno, così mi fermo a uno dei primissimi self service della città per “fare il pieno”, frase roboante che si riduceva nel mettere un bel cinquemila a fronte delle 3.000 lire necessarie per la tratta. Ed era già roba da sboroni.
Tarda serata autunnale, nebbia, nessuno in giro.

ALT! Ferma la mula, Dottordivago.
Sono passati quasi 35 anni: saranno abbastanza per la prescrizione?
Penso di sì. Ok, continuo.

Mi fermo al self, smadonnando in anticipo contro quella macchinetta di merda…
Le prime macchinette acchiappa-banconote erano un tormento, una morte: sapevo già che quella mi avrebbe costretto a stirare la più piccola pieghina della banconota, strofinarla sul metallo (a cosa serviva devo ancora capirlo adesso, comunque era una pratica corrente), salvo poi fargliela ingoiare a calci e bestemmie.
Tiro fuori i soldi e…
Cazzo è ‘sta roba?
Ma pensa, mi ero infilato in tasca qualche mille e un cinquemila fotocopiati, le nostre fiches…
Per un attimo mi viene in mente di provarne una, poi mi do del pirla: «Sì, figurati… chissà quanti ci avranno provato, già sembra che ti fa un piacere a prendere quelli veri…(ok, “ti faccia un piacere”, ma quando parlo con me stesso mi prendo qualche confidenza linguistica…) »
Però è anche vero che non costa una cazzo, provare.
E se si inchioda la macchinetta? Ma quando mai? Sputa fuori pure quelli buoni…
Ok, provo col mille…

E se lo piglia.
Al primo colpo.
«Ecco, lo sapevo, adesso si inchioda, scemo di merda…»
Oh cazzo, compare “1000” sul display rosso del credito.
Ehhh? Cioè… io ho messo… Eh?…
Non sono ancora convinto, infilo un altro mille tarocco.

PRESO!
Credito 2000!
Capisco come si doveva sentire un cercatore d’oro quando aveva la sensazione di essere nel posto giusto: un misto di incredulità, euforia e paura…
Mi tremano le mani… Presto, un altro…

PRESO!
Credito 3000!
Ma dai!… Ok, sono finiti i mille, tento il colpo grosso, vado col cinquemila…

BINGO!… Anzi, TOMBOLA!, visto che allora non chiamavamo con un nome ammerricano un gioco che abbiamo inventato noi secoli fa.
Gente, quella macchinetta notoriamente smorfiosissima, quella sera era completamente brasata: fosse stata una donna del PD, l’avrebbe data anche ad un grillino lebbroso.

Oh Madonna… 8.000 lire!
Ecco, per chiarire: non ero così straccione da stranirmi per quella cifra, il fatto è che… era…
Magia.
Esatto, magia.
E, più che altro, il gusto impagabile di fottere qualcuno.

Ovviamente rimetto in tasca i soldi buoni, metto la benza e mi fiondo come un indemoniato a casa dell’amico che si stava infilando nel letto.
Ovviamente non mi attacco al citofono ma lo chiamo a voce: fortuna vuole che abiti al primo piano e che mi senta prima dei genitori, che già dormono.
La faccio breve: lo convinco a scendere (no, porcodd… non ti prendo per il culo, scendi, bastardo, che poi mi baci anche il culo ecc ecc), facciamo su tutte le fotocopie che troviamo -giuro, ce n’erano tante…- poi gli domando se ha qualche tanica…

Tombola? No, terno secco!
L’ufficio al pianterreno è scollegato dall’impianto di casa e il riscaldamento è fornito da una stufa a kerosene, alimentata a “fustini”: ne troviamo nove vuoti.

Oggi, tra telecamere e un minimo di cognizione acquisita, non farei mai una cosa del genere; quella sera sarei passato sul cadavere di mia madre per portare a compimento l’operazione.
E nei giorni seguenti la Questura avrebbe pagato oro per rintracciarne gli artefici: tutta la città ne parlava e la gente andava, ormai inutilmente, a fotocopiare banconote con le scuse più assurde, come quelli che arrivano al Pronto Soccorso con qualche oggetto incastrato nel culo.

Ma il Dio dei Cazzoni quella notte era in grande spolvero e di lì non passò nessuno.
Morale: nove fustini da 20 litri e due macchine con il pieno fino a metà portiere. RICCHI, CAZZO, SIAMO RICCHI!
E furbi.
Eh sì, mi sa proprio che lo metteremo in quel posto, a ‘sto mondo di fessi…
Continua.

Dottordivago

Read Full Post »

Ci avevo già provato tempo fa con Diciotto+centoventotto ma, stranamente, il cervello mi è andato per funghi, ho divagato, cazzeggiato e blimblanato, così non sono andato al sodo.
Niente di nuovo, praticamente la storia della mia vita.

Allora, 1978 era l’anno del Signore di cui si parla, 18 erano i miei anni, 128 era la mia prima macchina, ‘sta belva qui:

Fiat128

Oh… giovinastri del cazzo… chi è che ride, eh?
Sappiate che quando questa elegante berlinetta italiana macinava kilometri, la Golf non era neanche ancora nelle balle di suo papà, chiaro?

La mia era bianca, proprio così, precisa e identica.
Almeno quando l’ha comprata mio padre, nel novembre del 1970, e così è rimasta fino al 1978, quando è passata nelle mie mani.
Come prima cosa ho interpellato un “signore” che lavorava in una -allora- famosa azienda produttrice di fanaleria, uno che faceva acquisti direttamente in fabbrica, specialmente durante il turno di notte, e per questo praticava prezzi decisamente interessanti.
E il muso è diventato così:

fiat 3617650590_acbf74ce83

Inteso come fanaleria aggiunta e relativi tirantini, certamente non come turbotarrizzazione di questo esemplare “pronto-corsa”.

Ok, abbiamo inquadrato l’oggetto.
Ci torno su perchè sull’argomento ho una specie di promemoria davanti agli occhi, una specie di post-it in bella vista.
Più che altro una specie di dito nel culo.
E mi spiego.

Quel pezzo di merda di Nicolas, il meccanico a fianco alla mia esposizione, Dio lo maledica, è un bravo ragazzo di origine romena, preparato e disponibile ma con un serio problema di amicizie: se in città c’è -e c’è, cazzo se c’è…- un romeno, un bulgaro, un albanese o, piuttosto che niente, un kirghiso o un sud-molucchese automunito, porta la macchina guasta a Nico.
Il quale Nico è sì un pezzo di merda ma non un pezzo di cretino e sa che se gli ridà la macchina riparata in quattro e quattr’otto, quello se ne va con un “passo domani coi soldi” e non lo rivede più. Così si fa lasciare la macchina, che spesso arriva col carroattrezzi, e la lascia frollare un po’ come un fagiano; quando il cliente fa notare l’urgenza, lui fa notare a sua volta che il piatto piange, così si fa anticipare i soldi per il pezzo di ricambio e pure qualcosina di più, almeno se le cose dovessero andar male, lui si è parato il culo.
Però, così facendo, quello che era un parcheggio per i clienti di tutti quanti, è diventato una specie di cortile dello sfasciacarrozze per i clienti di Nico e se mai vi servisse un’auto tedesca di qualsiasi marca, rigorosamente pre 2002/2003, venite a farvi un giro da queste parti.

Tra i tanti modelli onore e vanto dell’industria tedesca della fine del secolo scorso, da qualche tempo spicca una Fiat 128 senza motore, che un pazzo, forse l’unico cliente italiano oltre a me, si è messo in testa di rimettere in funzione: vederla e tornare indietro di 35 anni è stato un attimo.

Mercoledì 8 febbraio 1978: compio 18 anni.

Divento maggiorenne e da quel momento il mio libretto delle giustificazioni non arriverà più nelle mani dei miei genitori, quindi inauguro la prima di molte giustificazioni farlocche e invece di andare a scuola mi fiondo alla Motorizzazione Civile a richiedere i documenti necessari per prendere la patente, ovviamente “da privatista”, visto che guido già da parecchi anni sugli sterrati di Cuccaro Monferrato, un po’ con i mezzi del Prevosto, che vi consiglio vivamente di conoscere se già non l’avete fatto, un po’ con i rottami dismessi dai fratelli maggiori o genitori dei miei amici, roba che richiede parecchi metri di fil di ferro ad ogni uscita, giusto per tenerli insieme.

Prendere la patente a quei tempi, tra documenti, corsi e lezioni di Scuola Guida, costava intorno alle centomila lire, esattamente la cifra che mi regalò mio padre per quel compleanno; a conti fatti, il 19 ottobre, giorno in cui me ne uscii dalla Prefettura con la patente in tasca, tronfio come uno svasso imperiale nel periodo dell’accoppiamento, avevo speso esattamente ventimila lire, bollo da ottomila lire compreso: con le ottantamila restanti ci stavano ancora i due Carello alogeni da 60 watt della foto e qualche “pieno” di benzina.

Giovedì 16 marzo vado a ritirare i documenti alla Motorizzazione.
Contemporaneamente, a Roma, le Brigate Rosse rapiscono Aldo Moro, massacrandone la scorta; lo scopro rientrando in centro (la Motorizzazione è appena fuori città), in giro la gente non parla d’altro, una cupa coltre di dolore e silenzio sembra calata sull’Italia.

E A ME MI RIDE ANCHE IL BUCO DEL CULO (“a me mi” rafforzativo, come sempre…): HO IL FOGLIO ROSA!
Qualcosa potrà mai rovinarmi la giornata? Naah…

E invece il telegiornale serale sarà un brutto momento: tra gli altri, ricordo ancora un poliziotto morto, credo si chiamasse Rivera, coricato sull’asfalto a braccia larghe, proprio come un povero Cristo in croce.
Comunisti combattenti dimmerda…
Continua.

Dottordivago

Read Full Post »