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Archive for aprile 2011

4° Perchè.

Perchè siamo un popolo di rompicoglioni?
Dopo il cesso, la cosa che mi preoccupa maggiormente, nel residence, è l’esistenza di una piscina coperta e di un club per i piccoli, cose che attirano le famiglie con bambini come il Viagra attira i Premier.
Infatti c’è una quantità spaventosa di bambini e ragazzini, categorie che, nella mia scala di gradimento come vicini di camera -e non solo- vengono molto dopo a:

  • terroristi integralisti,
  • marinai ubriachi,
  • scuoiatori di asini vivi.

Oh, sarà che erano tutti stranieri ma non si sentiva volare una mosca.
Mi è capitato, al porto, di sentire un bambino, uno solo in tutto il lungo week end, che piangeva e rompeva i coglioni in un modo inenarrabile: era italiano. 
Rientravamo dopo cena e tutti dormivano, al mattino uscivamo verso le dieci e tutto era tranquillo; giusto dopo pranzo, rientrando per il pisolino-santo-che-mi-fa-tanto-bene, era il caso di mettersi i tappi ma solo perchè sono il Campione del Mondo di Sonno Leggero.
E mi scappa di divagare.

Sarò sfigato, eh?
Dormo con i tappi da più di trent’anni e ‘sta cosa non è che faccia benissimo ai timpani; da giovane ed incosciente, poi, spesso facevo la doccia e andavo a letto con l’acqua nelle orecchie e mi mettevo i tappi, così in quella specie di utero artificiale si potevano sviluppare muffe e batteri che manco nelle paludi più malsane…
Infatti l’udito fine non è una delle mie principali virtù, almeno se sono sveglio: se sto dormendo, posso sentire “crescere l’erba nei prati e il vello sulle pecore”, come Heimdallr, il guardiano di Bifröst, il Ponte dell’Arcobaleno.
Compenso con l’olfatto, dove sono testa di serie, anche se sfigato pure lì: ho un olfatto così sviluppato che ogni puzza per me vale doppio.
Se solo il mio olfatto fosse stato un po’ più sviluppato, sarebbe stato una specie di superpotere, con il quale avrei potuto decidere se combattere il crimine o dominare il Mondo; o anche solo di andare per tartufi senza cane…
Chiusa la divagata.

Solo il pomeriggio di Pasqua mi sono beccato una rompicoglioni –indovinate un po’- italiana che parlava al cellulare –meglio: urlava al cellulare– sul terrazzino; dopo un po’ sono uscito e le ho detto: «Bimbi!… Vieni dentro a telefonare, porca troia!»
Bimbi ha un pregio incommensurabile, per una donna: non rompe i coglioni, e non so quanti mariti possono dire una cosa simile.
Bimbi è una specie non invasiva, se fossimo tutti come lei il mondo potrebbe sopportare una popolazione quadrupla. È discreta, non urla, anzi…
Al ristorante mi fa incazzare come una bestia: ok, non sarò l’orecchio più fino del mondo ma se capisco perfettamente cosa dicono quelli ai tavoli vicini e non capisco lei, non sarà perchè sussurra anziché parlare?
Tra l’altro telefona pochissimo, soprattutto col cellulare, credo per timore delle microonde… Lo so, è una belinata, soprattutto con l’uso minimo che ne fa lei ma… cosa vuoi farci, è Valdostana, e se una cosa non è di legno… mmm… si fidano poco.
Insomma, Bimbi è lieve.

Ma soffre della Sindrome di Dario Crotti.
Dario era una delle colonne di Baleta, un uomo colto, simpaticissimo e gioviale che amava giocare a carte: e c’è qualcosa di più innocuo del gioco delle carte?
Bene, se mischiavate Dario e le carte, riuscivate ad ottenere una belva sanguinaria, una specie di orco.
Ecco, prendete Bimbi, una che non urla mai e telefona poco, datele in mano un cellulare ed otterrete una specie di antifurto.
Anche lei non riesce a darsi una spiegazione ma ha detto che vedrà di metterci una pezza, ovviamente non perchè gliel’ho detto io ma perchè gliel’ha già fatto notare qualche sua amica.

5° Perchè.

Perchè a loro riesce tutto meglio?
Mi ricollego al secondo “Perchè”: volendo prendere per buona la storia del santo, loro, i Francesi, sono partiti da una carogna e ci hanno costruito sopra Saint Tropez, una macchina da soldi nonchè uno dei punti cardinali del bel mondo.
Anche noi siamo partiti dal cadavere di un santo e ci abbiamo costruito sopra una macchina da soldi ma si tratta di una triste Las Vegas del dolore e della sfiga: parlo di San Giovanni Rotondo e di Quellolà che, ovviamente, non nomino.
A Saint Tropez c’è la chiesa del santo e gente che da tutto il mondo va lì a divertirsi o a spandere merda, comunque a prenderla bene; da noi ci vanno per pregare o per supplicare un morto con le mani bucate, non nel senso di spendaccione, nel senso di mani ferite, sanguinanti.

Noi vogliamo il sangue.
Vogliamo il sangue coagulato di San Gennaro che si squaglia al momento giusto e adesso abbiamo scoperto che c’è pure il sangue di Papa Wojtyla, così toccherà trovargli un miracolo specifico, tipo che dopo una novena di preghiera, nel sangue si formi un persistente perlage da Dom Perignon, dalle cui bollicine nasceranno le Scimmie di Mare, che spariranno dopo tre Pater-Ave-Gloria.
Vogliamo reliquie, membra lacerate, ossa, dita mozzate, magari un cranio, capelli, unghie: le nostre non sono chiese, sono obitori, la nostra non è una religione, è una puntata di CSI.

Nel pomeriggio di Pasqua abbiamo fatto un giro a Grimaud, paese arroccato e bellissimo in cui si può ammirare…
Un cazzo.
Sì, va beh, c’è una bella chiesetta dell’anno 1000 e poi non ricordo.
Ma c’era la gente così, e noi con loro. A fare che?
A guardare il paese, le case.
Bellissime, ristrutturate come la Cappella Sistina, con le loro persiane in tutte le sfumature dall’azzurro al lilla, con i fiori sui davanzali e i portoncini d’epoca che sembrano uova Faberge.
Tra la mattina e il primo pomeriggio c’era passata talmente tanta gente –noi, per fortuna, siamo arrivati alle quattro- che nel primo bar dove ci siamo seduti avevano finito tutto! Giuro, erano in mezzo a una strada, non avevano neanche più gli occhi per piangere, e tutto questo movimento per vedere semplicemente delle belle case, come a Hollywood, dove ci sono i pullman che fanno il tour delle case dei divi.
E posti così, in Francia, ce ne saranno centinaia, a cominciare da un po’ più in basso di dove eravamo noi: Port Grimaud.
Ci sono stato una dozzina di anni fa ed è un posto che non vale un cazzo; è una distesa di condomini –graziosi, devo dire- separati da canali anzichè da strade e la definizione di Venezia della French Riviera è veramente da denuncia.
Ma l’insieme è carino.

E ci va tanta di quella gente…
Molte persone, come me, per esempio, non pretendono l’arte, si accontentano del bello o anche solo del carino, così come per fare una ciulatina non è necessario che si tratti del grande amore, basta un bel musino e/o un bel paio di tette…

Noi abbiamo Pompei ma la serviamo su un letto di spazzatura, con contorno di case fatiscenti e strade devastate da vandali e incuria, il tutto condito, anzi, impregnato di un totale senso di illegalità che, francamente, non riesco proprio a trovare pittoresca.

Altro che “un bel musino e/o un bel paio di tette”: noi, inteso come Italia, siamo un fantasmagorico pezzo di figa.
Che non si lava da sei mesi, però…
Continua.

Dottordivago

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…il Dottordivago si chiede perchè

Parto con un “perchè” introduttivo: perchè sono un coglione?
Ho fatto un po’ di foto col cellulare per arricchire il sacrosanto post sulla vacanzina; poi, quando mi son messo lì per passarle sul computer con il bluetooth… le ho cancellate tutte.
Marca “bravo” a quell’imbecille del Dottore.

Un mesetto fa, parlando di vacanze estive, che per noi si pronuncia “mare”, Bimbi ed io ci siamo domandati perchè dobbiamo sempre fare un miliardo di kilometri: non dico suicidarsi in Liguria, a settanta km da casa nostra, però ci saranno alternative ragionevoli, no?

Il mio amico Roberto, ad esempio, da trent’anni va in Costa Azzurra, a Ramatuelle, un paese nell’entroterra a sette o otto km da Saint Tropez e ne è –ovviamente, sennò non ci andrebbe da trent’anni…- letteralmente entusiasta: affittano una villetta in una campagna stupenda e in cinque minuti sono sulla spiaggia di Pampelonne, ad est, dove lui e il suo amico scaricano le mogli, per poi spostarsi nella meno mondana Gigaro, a sud, dove un po’ pescano e un po’ si fanno i cazzi loro.

Mi dice anche che non c’è casino come in Liguria, e vorrei ben vedere… In estate, in nessun posto c’è un casino come in Liguria, nemmeno intorno alla Kaaba, dove se uno starnutisce tutti si imbizzarriscono, scappano, si calpestano e, ringraziando Allah, solitamente ci scappano un cento o duecento morti tutti gli anni.

Lancio l’idea: perchè a Pasqua non partiamo per la Costa Azzurra in missione esplorativa?
Figurati Bimbi, che in una vita precedente doveva essere un balcone, tanto le piace stare fuori di casa… In Francia, poi, che lei adora…
Solo che io odio Saint Tropez, luoghi similari e tutto ciò che rappresentano, quindi optiamo per La Croix Valmer,

 gmap1
in una zona geograficamente e psicologicamente meno “Tropezienne”, primo perchè si trova aldilà del crinale del massiccio promontorio, secondo perchè ha come naturale sbocco sul mare la spiaggia di Cavalaire-sur-Mer, a tre minuti di strada.

1°Perchè.

gmap2 L’autostrada che percorre la Costa Azzurra ha un’uscita ogni pisciata di cane, tranne lì: o esci a Frèjus o ti scòppolì ancora 90 km ed esci a Hyères.
Dove devo andare, io?
In mezzo, che domande…
Ora, non dico far arrivare l’autostrada proprio dove devo andare io, quello no, però già non si parte col piede giusto.
Dico io, Saint Tropez si meriterebbe un collegamento autostradale dedicato, visto che attira gente in un modo morboso.
E quelli che arrivano da est la aggiustano ancora, dato che trovano una comoda statale interna, mentre quelli che arrivano da ovest possono mettersi il cuore in pace: dieci o dodici km di coda tra i paesini –in riva al mare, però…- non glieli toglie nessuno; infatti ci mettiamo un’ora e mezza per fare i 45 km da Frèjus a La Croix Valmer. E c’era poco traffico. 
Al ritorno –e per fortuna andavamo nella direzione opposta- la strada per Saint Tropez era un unico serpentone di macchine lungo una ventina di km; se sono contento per quel rappresentante della Dinastia Galattica degli Eterni, a bordo di una Rolls Royce convertibile targata Corpo Diplomatico, ho provato pena per chi si trovava su un furgone e che avrebbe dovuto lavorare, solidarietà rivolta più che altro ai i titolari, la cui faccia torva si distingueva dagli equipaggi di dipendenti dell’espressione beata…

2° Perchè.

Ok Sainte-Maxime e Saint Raphael… ma Saint Tropez… che cazzo di santo è?
Documentiamoci:

…Gli Atti del martirio di S. Torpete, ad opera dei Bollandisti (gli Atti, non il martirio, visto che i Bollandisti sono Gesuiti), costituiscono le uniche scarse fonti sulla figura di Torpete. Il Santo, giunto a Pisa al seguito dell’imperatore, incarcerato per la sua fede, fu sottoposto a numerose torture, dalle quali uscì indenne…

Proprio un fatto storico, eh? Ma se le vittime dell’Inquisizione uscivano dalle torture senza più una forma definita, com’è che i santi erano invulnerabili come Iron Man? E allora, se così fosse, che razza di martirio sarebbe?

…finché non venne decapitato nell’anno 68.

E checcazzo, a un certo punto a un povero boia gli salta anche il nervo, eh!… Da lì, probabilmente, proviene la locuzione “tagliare la testa al toro”, forma contratta di “tagliare la testa al Torpete”.

…Il corpo del martire fu abbandonato su una barca, alla foce dell’Arno, insieme con un cane ed un gallo che avrebbero dovuto cibarsi del suo cadavere.

Altro fatto sicuramente accaduto, fidatevi: invece di farlo mangiare a gratis dai pesci, c’hanno rimesso una barca, un cane e un gallo.
Conoscendo i Pisani dai racconti di Massimo da Montaione, comune fiorentino “depisanizzato”, c’è da aspettarsi che appena la barca si è allontanata, qualcuno l’abbia raggiunta, il cadavere e il cane siano finiti in acqua e la barca ha cambiato proprietario, che quella sera, per cena, si è fatto un bel galletto…

…Spinta dalle correnti, la barca approdò sulle coste provenzali, ove fu eretta una chiesa attorno alla quale sorse il borgo che ancor oggi porta il suo nome.

“Porterebbe” il suo nome, se fosse finito in un qualunque altro posto che non fosse la Francia, l’unico paese al mondo che traduce in francese persino i termini tennistici ma anche l’unico posto al mondo dove si sa trasformare la tomba di una carogna mangiata dai vermi, da un cane e da un gallo in un posto coi controcazzi; così Torpete è diventato Tropez.
E poi, chi l’ha trovato, come sapeva che si trattava di un santo? Forse, chi si è occupato di quella costosa sepoltura in mare avrà pensato di unire un Certificato di Santità del tipo: «Oh, noi ci siamo fatti un culo così per fargli la festa, quindi o c’ha nove vite come i gatti o è uno zombie o è un santo. P.S. Ocio a sotterrarlo bene, che rischiate di trovarvelo in giro per il paese…»

3° Perchè.

Perchè, nonostante in vita mia abbia visto più alberghi che stronzi –e và che in giro… eh?…- riesco a prenotare in certi posti?
La prima regola del viaggiatore è che dei Francesi non ci si deve fidare. Punto.
Informarsi sempre.
Più che altro per evitare di ritrovarsi in due in un letto e mezzo, magari con un cuscino che sembra il parabordo di uno yacht.
E dire che parto sempre bene: sapete qual’è il modo migliore per stare comodi senza mangiarsi la casa?
Se non lo sapete, ve lo dico io: visto che la classica stanza d’albergo mi sta stretta e la suite, dove esiste, costa come un figlio scemo, io prenoto sempre mono o bilocali da 4 persone: se la stanza costa 100 e la suite 400 o più, di solito col monolocale l’aggiusti con 150 e, se ti ricordi di portarti il Nescafè, avere anche uno straccio di cucina ti cambia la vacanza, oltre a d avere sempre un divano letto su cui allargare i vestiti.

Quindi comincio a dare un’occhiata in rete.
Minchia, è già tutto pieno! Alberghi e residence da cristiani sono andati o hanno disponibili solo le famose suite da 400€ e rotti. Poi, dopo cento situazioni simili, seguite da alberghetti con stanze microscopiche a 50€ a notte, mi compare il Grand Cap: monolocale da 4, due letti separati più divano, tre notti a 240€. Preso!

La Croix Valmer è un paese carino ma non intendiamo stabilirci: è in collina –e per tre giorni va bene- ma noi siamo lì per trovare una bella casetta in riva al mare per l’estate.
Anche il residence è decente, il personale gentile e la stanza pulita.
Solo un piccolo problema psicologico: per arrivarci si deve passare davanti ad un hotel spettacolare, quindi quando arrivi lì ti senti come la Piccola Fiammiferaia che ha trovato un tetto per la notte.
E un problema genetico: i Francesi, si sa, col bagno… 
Lungi da me l’idea di arrivare all’estero –ma soprattutto in Francia- e trovare un bagno in cui lavarmi il culo con l’attrezzatura idonea: sono un sognatore ma non fino a quel punto. Posso capire questo loro limite, però, in quel posto, c’è stata della premeditazione, della vera e propria cattiveria.
Apro la porta del bagno e vedo lavabo e doccia, senza finestra.
E ‘l cesso?
La porta a fianco, monsieur…
Oh Cristo!… Il water c’è ma solo quello: niente finestra, niente bidet. C’è un aspiratore che gira 24 ore al giorno, però… 
Ok, noi siamo in due e c’è una certa confidenza, quindi possiamo evitare di rivestirci di tutto punto per uscire dal cesso con destinazione “lavaggio di culo”, però non è piacevole comunque.
Ah, un’altra cosa: qualcuno dovrebbe far presente alla maggior parte degli albergatori che, se anche in un cesso piazzassero due o tre ganci per appendere i vestiti, nessuno gli manderebbe la Finanza in casa.
Continua.

Dottordivago

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Eravamo rimasti che ho comperato un televisore che impiega 6 (sei) secondi per cambiare canale, cosa che rappresenta un gran bel dito nel culo: si faceva prima quarant’anni fa, quando bastava alzarsi e ruotare il manopolone del selettore.
Per fortuna uso sempre il telecomando e il decoder di SKY, con cui il cambio è immediato, però, le rare volte in cui devo affidarmi al televisore -cioè i casi in cui SKY oscura la Formula 1 sulla RAI e il Motomondiale su Italia 1- la voglia di trasformare il sogliolone a led in un costoso zerbino è veramente tanta.
È sufficiente un cambio di posizione sul divano e l’involontario cambio di canale con un ginocchio o una chiappa per perdere, magari, l’unico sorpasso del Gran Premio: prima vedi comparire la finestrella con il numero del canale involontariamente selezionato, poi scompare l’immagine e, dopo qualche attimo, ecco il canale che non te ne fotte un cazzo di vedere; a quel punto basta

  • riselezionare il canale giusto,
  • vedere comparire la finestra,
  • vedere sparire tutto quanto,
  • far la penitenza,
  • far la riverenza
  • e finalmente rendersi conto che in quei dodici secondi di andata e ritorno c’è stato un sorpasso, l’unico della giornata, ma che in compenso entrerà nella storia dell’automobilismo.

Di buono ha una cosa: il mio è il vero tv anti-zapping.
Sei secondi non è un tempo di cambio canale: è una pausa craxiana, è il tempo in cui un centometrista percorre 60 metri, è il tempo in cui un eiaculatore precoce ne fa una, è un apostrofo rosa tra le parole “m’hai scassato la minchia, televisore dimmerda!”

Altro esempio di regresso: il formato.
Ve l’ho già detto: se il mio vecchio televisore del 1992 capiva quando adattare il quadro al formato –le famose “bande nere” orizzontali del cinemascope– perchè ‘sto cazzo di concentrato di tecnologia che mi consente di modificare persino la “temperatura” di un colore (ah non guardate me, cosa sia proprio non lo so), perchè, dicevo, non è in grado di capire se un formato è 4/3, 14/9 o 16/9? Ma qui siamo troppo nel tecnico, lasciamo perdere; ai meno preparati basti sapere che si tratta dell’ennesimo dito nel mio culo martoriato.

Chi lo vuole ‘sto progresso?
Di sicuro non tutti i vecchietti imbufaliti dall’avvento del digitale terrestre: «Ma andavamo così bene prima…» è il continuo intercalare dei miei genitori, che non riescono ad adeguarsi alla nuova situazione.
Si parlava del mio culo? Eccomi qua: almeno una volta alla settimana, quando vado a trovare i miei, devo risintonizzare tutti i canali, prima sul televisore “di mammà”, in cucina, poi quello di papà, in salotto; ormai ho calcolato che se voglio anche farci due parole, devo rivedere gli orari di visita ed aumentarli almeno di mezzora.
Sempre che non ci siano interventi d’emergenza, come nelle prime settimane di digitale terrestre: «Gioia… quando passi di qua… ma non adesso, eh, senza fretta… ci sarebbe da dare una sistemata al televisore (che poi sono due…) perchè non si vede più niente…»
Mi sento come un medico a cui dicano “Dottore, ci sarebbe il polmone d’acciaio di mio marito che si è fermato… quando ha un momento, senza fretta, eh?…”
A quell’età, se non sei come minimo Rita Levi Montalcini…
a proposito,

Rita-Levi-Montalcini

non è che si è “montata” la testa?

1Einstein1

 

se non sei Rita Levi Montalcini, dicevo, che a duecento e rotti anni passa le giornate tra laboratorio e Senato, la televisione è una cosa insostituibile, è il perno attorno cui ruota la giornata, è una delle lancette dell’orologio.
L’altra sono gli orari delle pastiglie.
Solo che per quanto riguarda i farmaci sono autosufficienti, per il digitale terrestre no.
Scommettiamo come andrà a finire? Uno di questi giorni, un’azienda tirerà fuori un modello di decoder ultra-semplificato, un prodotto assolutamente obsoleto ma che costerà il quadruplo, come il cellulare “da nonni”, appunto, che ha le funzioni del Brick anni 80 ma costa come uno smartphone, però ha i tasti grandi e colorati come un gioco della Chicco, giusto perchè i nonni possano sentirsi dei poveri deficienti.

Ultima tecno-minchiata televisiva, poi basta, che me lo sono fatto a fette: il ritardo nei collegamenti.
Ma porca troia, è mai possibile che nel 1969 Ruggero Orlando, da New York, discutesse in tempo reale con Tito Stagno, a Roma, e oggi, in un collegamento da Milano a Bergamo, ci siano un paio di secondi tra botta e risposta?
Esempio: lo studio si collega con l’inviato, questo ha il ritorno audio e vedi che fa segno con la testa, che sta seguendo il lancio del collega; questi finisce la sua parte e vedi l’inviato che fa ancora segno con la testa come i cavalli, per un paio di secondi, poi attacca.
Idem nel botta e risposta: se non c’è un accordo da trapezisti sui tempi, il dialogo va a puttane, uno parla sopra all’altro, che si blocca, poi si dicono “sì… dimmi” a tempo, poi si zittiscono…
Non so e non mi interessa conoscere il motivo di questo ritardo.
Io so solo che quando guardavo “I Pronipoti” di Hanna e Barbera, quello sì che era progresso.

Dottordivago

 

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Post di sapore tecnologico per celebrare un piccolo passo per un uomo ma un passo da gigante per un animale iggnorantecanebbestia come me.

In questi tempi del cazzo, in cui il progresso ha fatto grandi passi a scapito della civiltà, dovremmo avere almeno una soddisfazione: la tecnologia.
Per molte cose ci siamo, per altre, inspiegabilmente, no.
E qui mi associo alle persone di una certa età che chiacchierano in coda alla Posta mentre aspettano la pensione: «Eh… invece di andare avanti, qui stiamo andando indietro…», affermazione anche corretta, volendo, ma da cui astenersi se si hanno meno di duecento anni.

Non posso dar loro torto: la tecnologia ha preso una piega meno intuitiva, siamo passati dai due pulsanti ed un selettore rotante nei televisori ed elettrodomestici degli anni 50/60, ai tasti multifunzione; siamo passati dall’operatività a prova di stupido, ai menu che si diramano in infiniti sotto menu e a loro volta si capillarizzano in sotto-sottomenu.
Quando i televisori erano più spessi che larghi –d’altronde, se si chiamava “tubo” catodico, non dico che dovesse ricordare un catodo ma un tubo sì…- anche in tempi recenti ogni tasto aveva una funzione, dieci tasti per i canali: premevi 2 e istantaneamente eri sul 2; se volevi vedere Tele Quartiere sul 18, bastava premere il tasto “doppia cifra”, poi 1 e 8.

Poi qualcuno ha inventato i tasti temporizzati: se premevi 2, per un attimo non succedeva un cazzo, visto che il tv doveva capire se volevi vedere il Tenente Colombo sul 2 o la televendita sul 24, dopo di che, se non toccavi nient’altro, finivi sul 2 mentre, se digitavi 2-4, ti ritrovavi immediatamente sulla televendita.
Bei tempi, quando i tv avevano meno di 100 canali…
Poi è arrivato Sky.
Anni fa, quando mi sono abbonato a Sky ero ancora abituato ad un tv classico, su cui non usavo neppure il tasto “doppia cifra”, nove canali bastavano, per uno che non sopporta le tv minori: 1-2-3 per la Rai, 4-5-6 per Mediaset, 7 per La 7, che per me è sempre “Montecarlo”, 8 MTV (solo per qualche sitcom), 9 per Telenova (solo per Griglia di Partenza il giovedì sera); il telecomando era così semplice ed il cambio da un canale all’altro era così rapido che, con un po’ di allenamento, potevo seguire due programmi contemporaneamente.
Mi scappa di divagare.

Anche con quel telecomando così semplice non sono mai riuscito neppure ad avvicinare i record di zapping del mio amico Mauro il quale, sicuramente, aveva un attrezzo modificato, come quei revolver da tiro dinamico con cui un pazzo è riuscito a sparare sei colpi, ricaricare e sparare altri sei colpi in 2,99 secondi!
Ecco, Mauro era in grado di cambiare quattro o cinque canali in un secondo; credo avesse una tecnica particolare, tipo quella di un pianista che con un dito percorre tutta la tastiera in un attimo, producendo una scala lunghissima.
Mauro, in quel modo, riusciva a creare brevi video costituiti da centinaia di fotogrammi, video ovviamente privi di senso ma con un loro fascino, una sorta di cinematografia sperimentale.
Si trattava di prestazioni insospettabilmente faticose, infatti, dopo dieci secondi così, si addormentava profondamente e a me non rimaneva che sfilargli il telecomando e vedermi qualcosa in pace.

Quei momenti mi mancano: sono durati quasi vent’anni, quanto la durata del suo matrimonio.
Avere Mauro al mio fianco che ronfava non era molto stimolante ma rilassante sì; era un po’ come l’andatura dondolante del cavallo per il cow boy che sorveglia il bestiame, era come l’ansimare del cane per il pastore che cura le pecore, come il regolare regime del motore per il pescatore che ritorna in porto: era segno che tutto era tranquillo e le cose fluivano.

Comunque sia, arriva Sky e i suoi canali a tre cifre.
Tocca abituarsi: per andare sul “primo” bisogna digitare 101; non è più come una volta, quando il pollice scivolava sul numero giusto senza bisogno di guardare il telecomando…
Però è rapido: appena hai finito di digitare la terza cifra, sei sul canale desiderato.
Poi… ‘spetta che devo fare due conti… Dunque, in sei giorni Dio creò il Cielo, la Terra e tutto il resto, il settimo giorno si riposò… quindi… ah, ecco, sì…

L’ottavo giorno il Demonio creò il digitale terrestre.
Non mi serve quasi mai, giusto per la Formula 1 e il Motociclismo, occasioni in cui Sky oscura i canali interessati, così mi ritrovo ad usare il televisore con le sue funzionalità originali e il suo telecomando.

E praticamente il post inizia qui.
Oggi le aziende propongono Alta Definizione e tv tridimensionale, si staranno attrezzando per farci sentire anche gli odori nei programmi di cucina e la sensazione di bagnato nei documentari subacquei… Domanda: possibile che non riescano a fare dei televisori che richiedano meno di un quarto d’ora per cambiare canale?
Ho comperato il mio nuovo televisore sei mesi fa; a differenza di quando ho acquistato il mio vecchio televisore, scelta ponderata come la maggior parte degli acquisti che si facevano un tempo, questa volta ho fatto il seguente ragionamento squisitamente tecnico: oggi, martedì, il tale televisore LG costa 649 € dappertutto; da domani, mercoledì, Euronics lo butta fuori sottocosto a 499 €.
Preso l’Ellegì!…

A me mi piaceva il Samsung, porca troia…
Solo che un mio amico ne ha uno e mi ha detto che ci mette un casino di tempo per cambiare canale, quattro secondi; và che 4 secondi sono lunghi, eh?
Così, obnubilato dalla super offerta, mi sono pigliato un LG, senza neanche provarlo, visto che ce n’era una catasta e neanche uno collegato.
Quanto ci mette per cambiare canale?
Sei secondi.

E mò ridivago.

Questa scena de “ I Tartassati” mi fa ridere da più di quarant’anni.
Mi sarebbe piaciuto farla diventare un tormentone personale su queste pagine, da usarsi in casi come questo, appunto:
Sei secondi? Ma mi faccia il piacere, mi faccia! Dove siamo? Nel Congobbelga? O altrove? Eh?
Così ho rintracciato un video che la conteneva ma da lì a isolarne i pochi secondi che mi interessavano…
Per fortuna che Misterpinna, come Silvio, c’è, Dio benedica uno e maledica l’altro.
Gli ho inviato il video, lo ha taroccato e me l’ha rimandato.
E io ci ho messo due anni per capire come inserirlo.
Ho scoperto che prima bisogna caricarlo su Youtube, al che è nato il problema di scoprire come si fa. Morale, ce l’ho fatta, e da questo momento posso usarlo quando voglio.
Questo è il mio passo da gigante di cui parlavo…
E ancora grazie al Mister.

Continua

Dottordivago

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Fino a qualche mese fa, aprendo la pagina di Tiscali per vedere la posta, come prima videata comparivano le news aggiornate minuto per minuto, cosa che gradivo molto.
Adesso compaiono tre o quattro “strilli” accomunati da un denominatore comune: sono solo cagate o pubblicità.
Tra le cagate, stamattina c’era una cosa che francamente mi ha colpito.
tiscali newsAvevo sentito qualcosa a proposito della Koll, notizia a cui avevo dedicato l’interesse che si meritava, cioè lo stesso che dedico alla riforma agraria in Tagikistan.
Ora scopro che siamo di fronte ad una specie di epidemia che provoca una vera emorragia dal profano al sacro, una rinuncia allo champagne in favore dell’acqua santa.
È una cosa che dà da pensare anche se, certo, sarebbe più clamoroso il contrario, cioè che tre suore si fossero riciclate nel settore zoccolame generico.
In effetti è più probabile che succeda ciò che è realmente successo, visto che, come dice De Andrè “la gente dà buoni consigli se non può dare cattivo esempio”, voce del verbo “mi son scese le tette, il culo balla un po’ ma in ginocchio a mani giunte faccio un figurone”.

Io nel mondo dello spettacolo ci sono passato in qualità di autore e non mi sono fermato molto ma ho avuto modo di capire che razza di mondo di merda è. È un mondo in cui non si vendono prodotti o servizi… anzi, no, c’è gente che servizi ne fa parecchi… Diciamo che è un ambiente in cui devi vendere te stesso e se nel mio caso l’intenzione era di vendere il cervello, ti rendi conto che spesso devi vendere la faccia e, se proprio non si può parlare di vendita, c’è sempre la possibilità di dover cedere in comodato d’uso il culo.

Ad un certo punto, esasperato -più per la faccia che per il culo, sia chiaro…- me ne sono tornato al paesello e ho fatto altro.
Ovviamente non mi ha mai sfiorato il pensiero di farmi frate, non è proprio il mio genere; posso però capire chi, dopo averne viste tante, senta l’insopprimibile voglia di spegnere il cervello, desiderio che vede nella religione la realizzazione naturale: se riesci ad accettare l’idea che esista un Dio come il nostro, un po’ indeciso sul sistema gestionale, uno che per il bene del mondo una volta annega tutto il pianeta e la volta dopo si fa scannare il figlio, sei già a buon punto per mettere il cervello nel bicchiere sul comodino, come la dentiera.
Un comportamento altalenante del genere lo posso capire da semi-dei come la famiglia Agnelli, che potrebbero domandarsi: «Cosa facciamo per sistemare le cose? Chiudiamo Mirafiori e tutta la baracca o facciamo secco Lapo?» e la cosa avrebbe anche un senso; ma se si parla di un Essere Supremo… insomma, uno si aspetta idee più chiare.

Ora, non voglio sembrare il solito nostalgico come quando vi parlo dei bei tempi andati, però mi corre l’obbligo di ripetermi: molto, molto meglio una volta.
E non temo smentite: mi sono documentato.
Anna Nobili non sapevo davvero chi fosse ma per queste cose ci sta internètte:

Anna Nobili

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Azz’… mi sa che mi sono sempre perso qualcosa, a non conoscerla…

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E invece adesso… và che bella suorina…

Che magone, che lutto!

Claudia Koll

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Brava, brava, brava! Complimenti alla mamma per questo pezzo di bravura…
Signora, ‘sta figlia è proprio una soddisfazione…

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Ecco, brava, và che bella fine che hai fatto…
Tutta circondata di cristi e madonne, coi santini sulla giacca, come Gheddafi quando veniva in Italia a trovare Berlusconi.

Doppio lutto!

Daniela Rosati

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Ecco, qui c’è di buono che avevamo poco da perdere, con sta faccia che sembra un camion…

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Quasi quasi è meglio adesso: sembra la protagonista di quei pornacchioni anni 70 ambientati nei conventi.
Ma poi, della Rosati, chissenefotte…

Dottordivago

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eyeballing

L’Eyeballing non ha niente a che vedere con il milanese “Fa balà l’oech”.
E non è un modo per prendere alla lettera il detto “anche l’occhio vuole la sua parte”…

È solo una delle tante stronzate uscite dalle scatole craniche –parlare di cervello mi sembra una contraddizione…- degli adolescenti anglosassoni negli ultimi anni, mode poi regolarmente riprese dai nostri, tipo quel rito di cui non ricordo il nome, quella specie di battesimo dell’alcol che prevede di finire al Pronto Soccorso con la madre di tutte le sbronze –ma qualcuno è entrato al Pronto Soccorso ed è uscito dall’Obitorio- oppure tipo quell’altra genialata del “lying in road”, che consiste nel coricarsi in mezzo alla strada per vedere se gli autisti riescono a schivarti, cosa che, se Dio vuole, spesso non succede.
E ringraziando la Madonna, anche il “balconing” ci sta dando delle belle soddisfazioni.

Lo scrivente è stato uno degli adolescenti più idioti della storia, giuro.
Però, tutte le stronzate partorite avevano un denominatore comune: a rischiare di farsi male erano sempre gli altri ed è solo fortuna mia e altrui se non ho mai fatto più danni del previsto.
Ovvio, anch’io correvo i miei rischi ma erano di tipo istituzionale, rischi del mestiere, insomma: ubriacarsi per ridere, magari per darsi coraggio, non per finire obbligatoriamente all’ospedale; andare come un pazzo in moto, prima, ed in auto poi, arrampicarsi sulla facciata di un palazzo per fare uno scherzo a un amico o per stupire una signorina entrandole in camera dalla finestra… insomma, esibizionismo allo stato puro.

‘Sti ragazzi di oggi… non so, forse è colpa nostra, che le abbiamo già fatte tutte prima e, per essere originali, a loro non resta che fare le cose che noi abbiamo scartato.
Guarda, voglio essere magnanimo: mi va bene tutto, anche le cose più folli e prive di senso, ‘tanto figli non ne ho; ma questa di bere con gli occhi… questa è veramente un trip, è una cosa surreale, è un quadro di Dalì, solo che ha molto meno senso di un orologio che si squaglia appeso a un ramo.
Vuoi ubriacarti? E allora bevi, cretino, non cavarti gli occhi.
Dice: «Così si fa prima…»
Bravo: allora fai scopare la tua morosa da un amico, così la sigaretta del “dopo” riesci a fumarla prima, coglione.

Pochissimi anni fa c’è stata un’altra mania –chiamarla moda mi sembra improprio- che mi ha portato a scrivere la trilogia “Generazione di fenomeni”, in cui cerco di spiegarmi cosa può essere successo a ‘sta generazione per portarla ad essere così.
Quella che segue è una versione remix, quindi buona lettura ai nuovi e buona rilettura per i fedelissimi.

Generazione di fenomeni.

Sono sempre stato ottimista ma da un po’ di tempo sono preoccupato per il futuro; vedo gli adolescenti e mi domando: dove ci porterà questa generazione?

Ogni generazione ha sempre parlato male di quella successiva, quasi sempre a sproposito: mi rendo conto che dire “noi eravamo diversi” è sempre stata una cagata pazzesca; se in un affermazione del genere ci fosse un briciolo di verità, a forza di piccole differenze tra una generazione e la successiva, con il numero di generazioni che ci sono state, oggi, rispetto agli uomini del Medio Evo non dovremmo avere in comune neppure il numero degli arti.
Quindi, “noi eravamo diversi” è una cagata, con le dovute eccezioni.
E’ un’affermazione che ha un senso se tra la generazione precedente e quella seguente c’è stato qualcosa che ha cambiato radicalmente l’approccio al mondo e alla vita.
Io in questo momento non ho niente di meglio da fare; se siete piazzati come me, seguitemi per cinque minuti mentre analizzo gli eventuali fattori dicotomici intergenerazionali; e se in futuro vi venisse voglia di darmi del pirla, rileggetevi la frase precedente…

1) La scoperta del fuoco.
In effetti, se da quando nasci conosci il fuoco, è abbastanza logico che sviluppi una personalità diversa da chi è cresciuto passando dal latte materno alla costata di brontosauro cruda e che ha sempre trascorso le notti invernali scaldandosi a calci nel culo anzichè al tepore della fiamma; diciamo che chi è nato con gli agi derivanti da questa scoperta, ha già un DNA più fertile per l’attecchimento del Gene del Bamboccione.

2) L’invenzione della ruota.
Nascendo quando nessuno ci aveva ancora pensato, non avevi davanti una bella vita: se da un lato, dovendo portare tutto sulle spalle, imparavi a viaggiare leggero e non con i bauli come Zsa Zsa Gabor, dall’altro ti facevi un buco del culo come uno sbadiglio per il resto dei tuoi giorni.
Se poi confidavi a qualcuno che da grande ti sarebbe piaciuto fare il pilota o anche solo il gommista, c’era il rischio che ti bruciassero come eretico, visto che, ringraziando la Madonna, il fuoco l’avevano già scoperto. Se poi, sfiga vuole, qualche tuo contemporaneo pensava alla ruota e la realizzava, iniziavi a riempirti di cambiali per averne una –e provateci voi a fare quarantotto firme incidendole sul granito…- ma, soprattutto, cominciavano le discussioni con tuo figlio che ogni sabato sera voleva usarla lui.
Forse i primi contrasti intergenerazionali sono iniziati proprio da lì.

3) L’Impero Romano.
Se prima nascevi nell’Italia centrale, eri un burino felice, se nascevi un po’ più in là eri un barbaro felice: con la pancia piena, il fuoco acceso e la tua bella ruota in garage, non ti serviva altro.
Poi ti ritrovi con l’Impero: devi imparare una lingua noiosa e ti obbligano a fare un saluto inquietante col braccio teso; tuo figlio, poi, incomincia a parlare di politica, non vuole più lavorare e spende tutti i sesterzi in meretrici, come il suo capo, quel nanerottolo che mette i rialzi nei calzari.

4) La scoperta dell’America.
La patatina fritta è un momento cardine nella storia dell’umanità e non a caso il Medio Evo, era “buia” per antonomasia, finisce con il viaggio di Colombo; ma non quello di andata, bensì il ritorno, con il primo carico di patate scaricato in Europa; se poi ci mettiamo pure il pomodoro e il mais, la svolta epocale è bell’e fatta: con l’arrivo dei due ingredienti che mancavano, su tre, per la preparazione di polenta e merluzzo, si capisce che l’Era dei Lumi è alle porte…
Nella lista non ci metto il tacchino, quello se lo potevano pure tenere: non ha introdotto cambiamenti generazionali.
Ci sarebbe anche da considerare il peperone, ma rischiamo di addentrarci in studi sociologici troppo impegnativi…

5) La Rivoluzione Francese.
Vedere nobili ed ex potenti sul patibolo forma una nuova visione del mondo e nuovi rapporti tra i vari strati sociali; quando il primo ricordo che hai è la testa del tuo re che ti rotola vicino ai piedi, è normale che diventi un po’ più iconoclasta e meno rispettoso del vecchio ed assurdo ordine costituito.

6) La Rivoluzione Bolscevica.
Più che cambiare una generazione, ne ha rovinate tre o quattro: lasciamo perdere.

7) La Seconda Guerra Mondiale.
Spargere merda ovunque non è di per sè una bella cosa ma si concimano i campi. La guerra ha fatto la stessa cosa e da un evento mostruoso è partito un futuro migliore: chi l’ha vista da piccolino ha sviluppato una voglia di rivalsa sociale senza precedenti -intesa come ferrea intenzione di non fare mai più la fame- che ha portato l’Italia al famoso Miracolo o Boom Economico.
Si sa, i fiori sbocciano più facilmente dal letame che non dal sapone, infatti l’Italia del Medio Evo, dilaniata da guerre e devastata da carestie e pestilenze, ha prodotto il Rinascimento, Galilei, Da Vinci, Michelangelo, Raffaello ed altri mille; la Svizzera, che non ha una sfiga da quasi mille anni, ha prodotto l’orologio a cucù.
Allo stesso modo, dopo la ricostruzione, quel nuovo e fino ad allora sconosciuto benessere ha portato al 68, così abbiamo partorito il sei politico e “vietato vietare”. Così si arriva a

8 ) La rivoluzione giovanile degli anni 60.
Fino agli anni 50 i giovani non avevano un’identità propria, non esisteva lo status di “giovani”: da bambino passavi a non-adulto, poi ti sposavi e diventavi vecchio, o qualcosa di simile.
Non esisteva l’abbigliamento giovanile: dai calzoni corti passavi allo stesso abito del papà o del nonno.
Poi la consapevolezza: “siamo giovani e vogliamo esserlo, e mettiamo tutto in discussione”.
Sarebbe di per sè un’iniziativa lodevole, peccato che partendo dal 68, si è arrivati al sessantottismo, che fa danno ancora oggi: posso provare rispetto per alcuni sessantottini, mentre provo una gran voglia di sopprimere i sessantottisti.
Tralasciando le devastazioni sociali derivati dalla quasi abolizione dei concetti di “voglia di lavorare” e di “chi sbaglia paga”, l’impatto sui giovani è così sintetizzabile: i figli della guerra davano del “Voi” ai genitori, i figli dei sessantottisti danno loro del “Vaffanculo”.
Quanto all’unica rivoluzione di quegli anni che prometteva bene, quella sessuale, è stata tutta apparenza: non è che prima non si ciulasse, anzi!
Mi diverto da morire ad ascoltare i racconti di vecchi – giovani di prima della guerra- che sostengono tutti la stessa cosa: allora non c’erano gli svaghi di oggi, l’unico era quello; le donne stavano molto più tempo in casa e le occasioni per incontrarsi erano meno, ma si rimediava arrivando al dunque in un lampo.
Un grande storico del periodo, nonche uno dei miei maestri di vita, Giovanni Scagliotti, raccontava di quando, in modo fulmineo, dai pantaloni scattavano cazzi a serramanico e le donne ci si aggrappavano come trapeziste dopo un triplo giro della morte: se perdevi l’attimo era finita.

9) L’arrivo della televisione.
A casa mia la TV è arrivata quando avevo tre anni e, se proprio non mi ricordo i particolari, ricordo un’eccitazione che prendeva tutti i membri della famiglia: per qualche giorno avremmo potuto tenerla spenta, visto che c’erano così tante cose da dire sulla televisione da rendere inutile il televisore come mezzo di intrattenimento; poi, qualcuno ha detto “Zitti, che non si sente la televisione…”.

E nessuno ha più parlato, porca puttana.

Lungi da me parlar male della TV in assoluto, è una risorsa ed una grande conquista, dipende solo dall’uso che se ne fa, come la candeggina: se ci pulisci il cesso è la morte sua, se te la bevi è la morte tua.
E’ comunque innegabile che se un neonato, al momento dell’imprinting, oltre al viso della mamma ha visto -e sentito…- quella mostruosità di Simona Ventura, venga su diverso da chi ha visto la mamma e basta.
E non parliamo, a livello formativo, del ruolo di tata a tempo pieno che ha oggi la TV.
Dico solo che la generazione dell’avvento televisivo è diversa, nè migliore nè peggiore; non so se è meglio essere svezzati dalla TV o dai parenti.
Forse le immagini un po’ stroboscopiche, rapide e schizzate della TV possono essere leggermente traumatizzanti per un neonato, ma come definire i versi dei parenti, le voci e le facce che gli adulti si sentono obbligati a fare davanti ad un picinin? Avete mai visto un bambino fare tutti quei versi ad un neonato? No, lo tratta normalmente, finchè i grandi non lo rovinano.
Io, che per certe cose ho veramente sei anni, non riesco a fare “…e bu bu bu… e ci ci ci… oh… e chi c’è’… eh?…”.
Semplicemente non mi viene; quelle rarissime volte che ho di fronte un neonato si verifica il vero miracolo della vita: mi vedete zitto.

Se già il pupo ha un anno, allora gli parlo normalmente, come ad un adulto, e, senza falsa modestia, devo riconoscere che funziona splendidamente: appena è più grandicello, mai che rompa i coglioni a me, ne cerca sempre uno più simpatico.

10) L’arrivo del computer.
Se c’è una cosa che può far dire ad una generazione precedente “Noi eravamo diversi”, è proprio questa.
Sono assolutamente convinto che sotto certi aspetti l’uso del computer avvicini più che allontanare le varie fasce d’età, infatti il mio blog ha lettori che vanno dai 16 agli 85 anni.
Però, il nascere con un computer in casa e passarci ore in tenera età rende diversi da chi ci ha picchiato la faccia dentro a quarantanni.
Prendete il sottoscritto: affascinato dall’alta fedeltà negli anni eroici, quando gli uomini erano uomini e le casse acustiche erano due e non quindici sparse per la stanza, con dei woofer tipo cestello della lavatrice e non dei conetti asfittici pompati da un equalizzatore, mi sono diplomato perito elettronico, nella speranza di capirci qualcosa di più nel costruirmi amplificatori e quant’altro. Se volete la prova che la scuola è da abbattere e ricostruire, vi dirò che già allora, seduto in mezzo ai banchi, non ho imparato una fava e le mie conoscenze le ho spigolate un po’ su riviste specializzate ed un po’ su qualche libro, rigorosamente non di testo. Ho trovato la scuola così inutile che all’università ho fatto tutt’altro, salvo rompermi le palle prima della laurea.
L’istituto che frequentavo -non assiduamente, devo riconoscere- era stato scelto per un’iniziativa “pilota”, consistente nel mettere a nostra disposizione  uno dei primi microprocessori arrivati in Italia.
Quando ha visto quel circuito integrato, dorato e grosso come un Gianduiotto, al professore incaricato di impararcelo -oh, se era di Lecce è mica colpa mia…- sono brillati gli occhi, salvo provare, poi, la cocente delusione di scoprire che non si trattava di un cioccolatino.
‘Sto pirla era così preparato e coinvolgente che ha fatto scappare la voglia a tutti quanti di capirci qualcosa a proposito di quell’affarino e per vent’anni abbondanti ho continuato ad odiare tutto ciò che avesse uno schermo ed una tastiera; ancora oggi uso il computer come una sofisticata macchina da scrivere –per scrivere, cazzo, si dice per scrivere…- e la più alta vetta informatica da me raggiunta è la scoperta del copia/incolla.
Ovvio che nascendo in una casa dove c’è un computer e qualcuno che ti insegni ad usarlo, succede come a Mozart con il pianoforte.
Il problema è che il pianoforte rimane sempre, oltre che il mio più grande cruccio per non avere imparato a suonarlo, una cosa meravigliosa e l’unico male che ti può fare è chiuderti le dita nel coperchio; il computer, invece, può far danno e, conscio di dirla grossa, può escluderti dalla realtà.
Se ci sono adulti che si sono bevuti il cervello con Second Life, Facebook e succedanei di vita similari, immaginatevi i bambini: se lasciati soli per troppo tempo con video games e realtà virtuali, vengono su leggermente scollegati dalle cose terrene.
Esempio stupido? Il primo litigio reale che li vede protagonisti con un coetaneo, viene dopo migliaia di combattimenti all’ultimo sangue disputati con un joystick ed un problema reale è quello dei bambini che si massacrano a sassate o a bastonate, vedi Norvegia e paesi molto tecnologicizzati.
Noi capivamo al primo schiaffo che era meglio starci attenti; facevi a botte lo stesso, ma ben consci del fatto che dopo una sassata in testa non si accendeva il game over, bensì il lampeggiante dell’ambulanza.
Forse ho fatto l’esempio più stupido che potessi fare, resta il fatto che l’avvento del computer ha cambiato la formazione delle nuove leve.

E con ciò ho finito di elencare, se non ne ho ignorato o dimenticato qualcuno, quelli che io considero i fattori dicotomici intergenerazionali (mi piace, ‘sta cosa, devo imparare qualche altra parola difficile…).
Sicuramente un fattore dicotomico intergenerazionale –minchia… non mi stancherei mai…- me lo sono perso.
Parlo del più recente.
Non chiedetemi qual’è, non lo conosco; dev’essere una cosa impalpabile, tipo Dio, il bosone di Higgs o la superiorità morale della sinistra: un sacco di gente ci scommetterebbe la mamma, ma le prove non le ha mai viste nessuno.
Però qualcosa è successo.
Così come è successo qualcosa nel 1986, l’anno di Chernobyl: fino a quell’anno, tutto normale: in spiaggia o in piscina vedevi belle gnocche o mucchi di letame. Nel 1987, invece, secondo la statistica redatta dal sottoscritto e da amici vari, si è passati da un 30% al 95% di donne con la cellulite.
Mistero…

Che questa mutazione generazionale sia dovuta alla diffusione di massa del cellulare e dei presunti danni che provoca al cervello? Che sia questo l’evento che ha introdotto cambiamenti macroscopici nell’ultima generazione?
Ribadisco il concetto: ogni generazione precedente ha sempre parlato male della successiva, spesso a sproposito, ma quest’ultima ha veramente qualcosa che non va.
E non mi riferisco all’alcolismo precoce o all’aumento dei fatti violenti con protagonisti gli adolescenti o dello scimmiottamento dei canoni televisivi.
A cosa mi riferisco?
Ad una nuova moda, anzi, ad un nuovo malcostume: i pantaloni portati sotto al culo.
Non intendo bassi, dico proprio sotto al culo.
imagevita bassa

Voi avevate mai visto una cosa più idiota?
Qualcuno ha detto che se a vent’anni non sei comunista sei senza cuore, ma se a cinquant’anni sei ancora comunista, sei senza cervello.
Io dico che se a quindici o vent’anni ti vesti così, con i pantaloni sotto al culo, sei un cretino e basta; come sarai a cinquant’anni sono cazzi tuoi, ma ti vedo male.
Tiratemi fuori le mode che volete, dai figli dei fiori ai naziskin, dai mods al fenomeno punk: nessuno, mai, ha pensato di mettere i pantaloni sotto al culo.
Non è una moda stupida, di quelle ne ho viste tante, anche con me protagonista; questa è una incommensurabile cretinata, senza se e senza ma.
Posso capire tutto, anche una moda che preveda di girare con i pantaloni indossati infilandoci dentro le braccia e la testa che esce dalla zip, dove dovrebbe uscire l’uccello, come a sottolineare che si tratta di una testa di cazzo.
Posso capire una moda che imponga di infilarsi un pullover al posto dei pantaloni e che per fare un goccio di pipì ti tocca farlo uscire dal girocollo, dove dovrebbe uscire la testa, come a sottolineare che si tratta sempre di una testa di cazzo.
Posso capire tutto, anche che uno muoia dalla voglia di mostrare le mutande e se ne vada in giro con i cosciali da mandriano o da cacciatore che coprono solo le gambe e scoprono il culo.
Ma non che un povero deficiente porti i pantaloni, magari con la cintura, sotto al culo: il corpo umano ha una certa forma ed i pantaloni, nei secoli, ci si sono adattati, pur cambiando mille fogge.

Per una grande parete ci vuole un grande pennello ed i pantaloni si portano sopra al culo

Due regole basilari che mandano avanti il mondo.
Il nostro corpo ha una certa forma: i guanti sono con le dita, senza dita o a muffola, ma sempre le mani dentro ci si infilano; non esiste che da un giorno all’altro uno dice “Ho le mani fredde: mi metterò cinque minuti i guanti nel culo…”
Ed a nessuno, mai, verrà in mente di fare un preservativo che copra solo le palle.

Abito vicinissimo ad un liceo scientifico e quando vedo quei -per fortuna non molti- cretini con le braghe a mezz’asta e la loro andatura da geisha, mi rammarico che con tante mode che importiamo dagli States non riusciamo a far attecchire anche da noi la mania di compiere stragi a scuola.
Stragi selettive, ovvio: già mi pregusto file di cadaveri con i pantaloni sotto al culo…
10, 100, 1000 Columbine!

P.S.  Lo confesso: tutto ‘sto pippone per arrivare a parlar male dei pantaloni sotto al culo, è una cosa che stupisce anche me.

Dottordivago

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Begli amici!…
Ieri mi avete mollato mentre sguazzavo nel girone della merda, eh?…

Dunque, siamo in macchina, le ruote piantate nel fango e l’auto appoggiata sulla pancia, come un animale morente.
Per quel che ho da perdere, faccio un tentativo di retromarcia, anche se mi sento come quello che aspetta l’arrivo dell’asteroide con la mazza da baseball in mano…
Ecco, mi ero sbagliato: avevo qualcosa da perdere.
Tentando la retro, la macchina ha mandato a puttane le leggi della fisica e, come se fossimo nelle sabbie mobili, si è addirittura inclinata di lato, affondando ancora di più dalla parte del passeggero: credo che l’unica cosa che la tenga dal cappottarsi nel fango come un elefante che sguazza, sono le ruote posteriori, che sono ancora all’asciutto. Ed è questa la cosa surreale: un metro prima il terreno è duro come il marmo, poi c’è questa zozzeria di trappola lunga un paio di metri, dopo di che la stradina continua secca come un osso.
Potrebbe essere una trappola scavata da briganti di strada, se non fosse che su quella strada ci sono passato solo io negli ultimi dieci anni ed un brigante sarebbe già morto di fame.

Esco dall’auto aprendo la portiera leggermente verso l’alto, visto che siamo più bassi a destra: segnatevi questo particolare, che poi ci torniamo su.
Ecco spiegato il pantano: c’è una piccola sorgente che normalmente viene incanalata in cento rivoli degli orti circostanti ma la manutenzione non è la prima preoccupazione dei Greci: è franata una badilata di terra che occlude il canaletto principale e l’acqua si infila anche sulla stradina, formando quella simpatica piscinetta per maiali accaldati; inoltre il sole di Rodi ha semi-asciugato la parte superficiale, così il trappolone era veramente perfetto.

Ok: come esco da qui?
Siamo praticamente all’interno di un campo di meloni, a cento metri da una strada inghiaiata che a sua volta è a cinque o sei chilometri dalla più vicina strada asfaltata.
Faccio un secondo tentativo inutile, per quello che ho da perdere…
Dico a Bimbi di passare al posto di guida e di tentare una retro, mentre io entro nel merdone e tento di spezzarmi la schiena per contribuire all’impresa.
Cosa fa una persona normale, seduta in macchina e circondata dal fango, per passare al posto di guida? Sposta il culo di mezzo metro.
Bimbi no: apre la sua portiera, piantandola nel fango, visto che la macchina pende di là, si immerda dalla testa ai piedi e rientra dalla portiera opposta, quella che io ho lasciato aperta, leggermente verso l’alto, ricordate?

Ora, non so cosa fa una persona normale quando entra in un’auto inclinata da un lato, con la portiera aperta verso l’alto che sembra il portello di un sottomarino, di sicuro non fa come Bimbi, che pensa bene di tenersi al montante anteriore; appena mette un piede in macchina, io vedo la portiera che inizia a cadere verso il basso, cioè a chiudersi sulla mano di Bimbi…

«ATTENT…» e mi resta in gola «…A ALLA MANO!»
Vedo la portiera schiacciare la mano di Bimbi, proprio sul metacarpo.
Avete presente quelle situazioni in cui in un attimo rivedi tutta la tua vita? Ecco, io vedo già Bimbi in attesa di un intervento in un ospedale greco, il dolore, il gesso…
Della vacanza rovinata non mi sfiora neanche il pensiero: preferirei essere morso da un mamba che vedere Bimbi punta da una vespa.

Minchia, che male, povera stella…
Non so se ucciderla o abbracciarla, così la guardo mentre è tutta accartocciata su sè stessa, in cerca del fiato che le manca per urlare.
Morale, sembra che la leggerezza della portiera della Seicento –grazie, Fiat: una Volkswagen sarebbe stata fatale…- unita all’elasticità delle manine morbide di Bimbi, abbiano fatto il miracolo: è una brutta botta ma sembra che non si sia rotto niente, anche se con tutti quegli ossicini non si può mai dire…

«Te la senti di provare a guidare?»
Ci proviamo per cinque secondi, non di più: sarà solo una Seicento ma da quella buca, da solo, non la tiro fuori di sicuro.

Mi guardo attorno. Chi mi conosce lo sa: sono veramente la risposta italiana a MacGyver. 
Lì vicino c’è un baracchino con alcuni attrezzi; trovo anche dieci metri di fil di ferro di quello spesso, da filari di vigna, che potrei avvolgere intorno al giunto di una ruota motrice e trasformarla in un verricello: peccato che la pianta più vicina è a venti metri, così non so dove fissare il cavo d’emergenza.
Niente da fare, ci vuole un aiuto esterno. Dico a Bimbi di mettersi comoda all’ombra mentre io andrò a cercare qualcuno.
Esattamente in quell’attimo, in mezzo a quel nulla, sento il rumore di un motore che si avvicina, poi si ferma, sento che manovra: parto a razzo e vedo un pick up Toyota, la Regina della Savana, che sta facendo manovra per andarsene.

Riesco a fermarlo: siamo salvi.
Si tratta di un Greco assolutamente impermeabile a qualsiasi lingua, forse anche alla sua, con il figlioletto di sette o otto anni. Secondo me venivano lì a zanzare i meloni (alle due del pomeriggio, a Rodi, in agosto, non c’è pericolo di trovare qualcuno nell’orto…) poi ci hanno intravisti e volevano telare ma ora hanno capito che siamo nella merda e si mettono a disposizione.
Ovviamente su un pick up non può mancare una bella corda, anche se capirò dopo a cosa serve. Mi occupo dei nodi, salgo in macchina, ingrano la retro e… «Vai, Pelìde Achille, piano…»
E lì scopro la prima sfiga: non è un fuoristrada, è un trazione posteriore, col peso del motore sulle ruote anteriori, praticamente ha la motricità di una Fiat Argenta sulla neve.
Non mi smuove di un millimetro.
Dico a Bimbi ed al piccolo di salire sul cassone per fare un minimo di peso ma è tutto inutile: le ruote girano all’impazzata sulla terra.
A gesti, Agamennone mi dice di slegare la corda, così da poter andare a chiamare aiuto. Anch’io a gesti gli spiego che mi segno la sua targa, di non dimenticarsi di me; dopo il bastone, passiamo alla carota e gli mostro una mazzetta di euri… Capito, ?…
Capito.
A proposito, a che ora inizia “Ai confini della realtà”?

theTwilightZone_www_thefilmfrontier_comQualcuno si ricorda quella serie degli anni 50 che la RAI trasmetteva una quarantina di anni fa?

«Esiste una regione tra la luce e l’oscurità, tra la scienza e la superstizione, tra l’oscuro baratro dell’ignoto e le vette luminose del sapere. E’ la dimensione dell’immaginazione. E’ una regione che potrebbe trovarsi… ai confini della realtà».

Esattamente dove ci troviamo noi: Aristotele sale in macchina, ingrana la marcia  e… E quella merda d’un pick up non si muove di un centimetro.
Non ci posso credere: pattinando, le ruote hanno scavato una buchetta profonda due dita, insufficiente per prendersi una storta ma quanto basta per inchiodare la Regina della Savana.
Non sto scherzando, siamo ai confini della realtà, non esiste al mondo un altro mezzo a motore che si pianti in quelle condizioni: ok, le gomme sono lisce come palle da biliardo ma è impossibile che non riesca ad uscire da quelle due fossette che ha scavato…
Proviamo a spingere in tre ma non c’è verso; ripeto: pazzesco.

Zorba mi indica la corda, come dire “capito a cosa serve?…”
Sì, a farsi tirare fuori da tutti i posti dove si pianta con quel cassone di merda.
Prende per mano il figlio che, stranamente, è già culo e camicia con Bimbi, anche se non si capiscono e, mentre si incammina, borbotta qualcosa a proposito di una “Susanna Paiero”.

Restiamo lì, io e Bimbi, a guardare una macchina piantata in un posto impossibile e l’altra impossibilmente piantata nel nulla; per fortuna la manina di Bimbi sembra migliorare.

Dopo mezzora sentiamo un motore che si avvicina: è Patroclo con una tipa alla guida di un Pajero, probabilmente la Susanna Paiero di prima.
Esatto, è un’Italiana che vive sei mesi lì e sei mesi a Roma, bella gioia…
Avrà una quarantina d’anni, è avvolta in un pareo e ostenta uno sguardo altero abbinato ad una parlata da nobildonna romana che non ha mai fatto un cazzo ma vota a sinistra, una del tipo che a casa sua, se non hai almeno dipinto un quadro di merda o scritto un libro che nessuno ha comperato, non entri.
Rappresenterebbe la summa delle cose che odio ma mi tocca mordere nel limone e dire che è dolce.
E poi, chi cazzo gliel’ha fatto fare, di venire a pararci il culo? Grazie e grazie ancora, madame…

Molto simpaticamente mi fa notare che se non fosse stato per recuperare Demostene, che ogni tanto lavora per lei, per noi non avrebbe fatto un metro.
image locandinatravolti

La guardo ma non la vedo: davanti agli occhi ho la volta in cui capiterà, perchè capiterà, che lei avrà bisogno di me.
Comunque ci tira fuori e grazie tante. Le domando come posso sdebitarmi ma lei mi toglie signorilmente dall’imbarazzo, ripetendo che non l’ha fatto per noi.
Guardo la nostra macchina, ormai fuori dalla buca e con le ruote ben piantate per terra, Menelao se n’è andato, visto che doveva andare a lavorare, e mi nasce una curiosità: che effetto può fare un gancio basso al fegato di una nobildonna?
Ma signori si nasce…

Anche un orologio rotto due volte al giorno ha ragione ed anche una donna con un SUV, una volta nella vita, può avere il suo perchè.
Ma per il resto del tempo, entrambi, sono inutili e dannosi.

Dottordivago

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…due volte al giorno ha ragione.

Affermazione valida per gli orologi analogici -cioè con le lancette- e per un sacco di altre cose: è un invito all’apertura mentale, alla tolleranza, al liberarsi di idee preconcette, all’umiltà di credere che tutti, per quanto distanti dal nostro pensiero, prima o poi possano avere ragione, magari una sola volta nella vita.
Trattasi anche di affermazione di cui non abusare, sennò potrebbe andare a finire che qualcuno trovi una ragione di esistere pure per il figlio di Bossi.

Ocio che sto per dirla grossa: una volta ho trovato una donna a bordo di un SUV e questa cosa aveva un senso, non ti veniva neanche voglia di ammazzarla.
Lo so, sembra di parlare di omini verdi, eh?

Era l’estate del 2004 e ci trovavamo in vacanza a Rodi, come ho già avuto modo di raccontare in un vecchio post, quello dei pesci di Rottinkoulos.
Noleggiata una fiammante Fiat 600 super lusso Air Conditioned, onore e vanto dell’industria metalmeccanica italiana, nonchè unica auto disponibile presso i vari rent a car dell’isola, per i primi dieci giorni ci siamo girati tutta quanta Rodi.
Così ci siamo resi conto che uscendo dalla porta finestra della nostra junior suite (a prezzo stracciato), affacciata su una bassa scogliera, facendo cinque passi, tre scalini, altri quattro passi e altri tre scalini, ti ritrovavi a bagno nel mare più bello dell’isola: da quel momento abbiamo drasticamente ridotto le trasferte balneari e mi riservavo di scatenare la cavalleria della belva solo per le trasferte gastronomiche serali, visto che il migliore ristorante dell’isola si trovava dalla parte opposta.

Ma i primi giorni ne abbiamo macinata, di strada.
Sbrigata la pratica della parte più turistica, in cui il vicino d’ombrellone era a cinquanta metri, ci siamo lanciati verso la zona meno frequentata, dove trovare uno sulla stessa spiaggia cominciava a farti piacere.
Vedo sulla cartina che nella parte sud-ovest dell’isola c’è una spiaggia pressochè rettilinea  lunga chilometri, costeggiata da una stradina inghiaiata che corre parallela ad un centinaio di metri all’interno.

Solo che dalla stradina non si vede un cazzo, a causa della puttana della duna alta una trentina di metri che corre tra stradina e spiaggia.
Mollo Bimbi in auto, cammino una cinquantina di metri in mezzo ad una macchia mediterranea che se fossero state piante carnivore era meglio, mi arrampico sulla duna ed eccolo lì, il mare.
Mi si spezza il cuore al pensiero di Bimbi alle prese con quella vegetazione: ho scoperto che a Rodi ci sono sia la pianta del filo spinato che quella dei cocci di bottiglia, tutta roba che ti fai male a guardarla, al punto che quando vedi un fico d’India ti vien voglia di coricarti sopra…
In più mi si spezza la schiena al pensiero che io mi trascino dietro un baule di roba da pesca, l’ombrellone e la cassetta frigo: mi sa che cercherò un modo per avvicinarmi un po’ alla duna o, meglio ancora, di trovare un varco per l’anelato lido.
«C’è una spiaggia che è lunga come la costa del Cile: in tutta l’isola, porca troia, ci sarà uno che ha fatto una stradina per arrivare in spiaggia e ci avrà piazzato un baracchino per vendere due bibite, no?»

No.
Facciamo ancora qualche centinaio di metri sulla strada inghiaiata e finalmente troviamo una stradina sterrata che gira verso il mare, passando in mezzo ad una vegetazione stranamente rigogliosa.
Evvai!…
Per i primi cento metri tutto bene, a parte il fatto che devo andare in prima, a passo d’uomo: la stradina è proprio una mulattiera, passa in mezzo agli orti, mi sa che conviene tornare indietro, basta trovare un posto per far manovra. Eccolo, l’ho visto: poco più avanti c’è uno slarghetto, basta attraversare quel tratto di terra più scura e…
La terra scura era terra bagnata, ma non “bagnata” e basta: era una marcita, come in Lombardia, solo che siamo nella succursale europea del deserto di Atacama.
Non faccio neanche un metro: le ruote si piantano all’istante e l’auto si appoggia sulla pancia.

Porcodi… ehm… porco di quel porco di un cane… Scusate l’espressione ma mi scappa addirittura un “porca miseria”…
Minchia che tardi!… No, non fa parte del racconto: è tardissimo, ci vediamo domani…
Continua.

Dottordivago

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Stamattina, mentre aspettavo che il gommista facesse il suo lavoro, ho bighellonato un po’ nel suo cortile.
Proprio lì a fianco c’è un carrozziere che, come tutti i carrozzieri, ha la sua parte di cortile che è un merdaio: auto distrutte, pezzi di ricambio di recupero accatastati, rottami generici, una 127 diventata la casa del cane.
Vedo un vecchia Fiat 1500,
fiat 1500come questa ma color “granata”, probabilmente in attesa di essere restaurata; per essere un’auto che, nella migliore delle ipotesi, può avere 45 anni, è in uno stato decoroso.
Non sono appassionato di auto antiche o classico-storiche, mi piacciono le macchine nuove, come i mobili e tutto il resto: la roba vecchia mi fa cagare, manco il vino rosso mi piace invecchiato. 
E le uniche cose migliori a quarant’anni che a venti, se ben conservati, sono l’uomo e la donna; ma a quaranta: a cinquanta è già un’altra cosa.

Però, quando avevo cinque o sei anni e mio papà aveva la 1100, mio cugino Sergio, dirigente Fiat, aveva la Millecinque, proprio di quel color granata lì e a volte mi portava a fare un giro seduto sulle sue gambe, per “farsi aiutare a guidare” e persino ad ingranare le marce, con quel cambio al volante che proprio non capivo come uno ci si potesse raccapezzare, quasi come sapere dove mettere le mani sulla tastiera di un pianoforte.
La più bella macchina del mondo.
Va beh, dài… sono sempre il solito stronzo incazzoso ma concedetemi un minimo di affettuosa nostalgia per la prima macchina che ho guidato

Dentro sembra pulita e… ostia, è aperta…
Apro la portiera, infilo la testa e… PAM!… mi arriva la botta!
No, non è stato il carrozziere appostato con un randello, è stato l’odore.

Pazzesco.
Non dico niente di nuovo se dichiaro che la vera macchina del tempo è il naso.
Un odore non lo dimentichi, si pianta nel cervello e non ti molla più: a volte, camminando per strada, mi avvicino a perfette sconosciute che hanno lo stesso profumo di qualche antica morosa e scrocco una sniffata che mi regala un “trip anni 80” che dura meno di un dolcissimo secondo.
Una volta, sarà una decina di anni fa, sono passato davanti ad un portone da cui usciva un profumo… un profumo…
Oh porca troia!… Il profumo della cucina della Scuola Elementare Giosuè Carducci!
Gente, roba anni 60, quando a scuola spesso venivo “mandato fuori” dal maestro perchè rompevo le palle.
Mi scappa di divagare.

Devo dire che non ho mai capito dove stesse la punizione nel prendere un lavativo e metterlo fuori dall’aula, risparmiandogli una mezz’oretta di lezione.
A me non sembrava vero, soprattutto in quella scuola: una cosa sono le scuole di oggi, basse e quasi sempre tristi strutture dall’aspetto provvisorio, del tipo «Ragazzi, per adesso sistematevi qui, mentre ne facciamo una definitiva…»
Un’altra cosa era “il Carducci”: soffitti alti cinque metri, corridoi finestrati che, prima della costruzione della scuola materna adiacente, si affacciavano su un cortile che sembrava un parco ed era curato come un giardino.

In primavera, poi, era una meraviglia: prima mi appoggiavo al davanzale e mi godevo i profumi dei fiori e il cinguettio degli uccelli tra i rami, poi mi facevo una corsa a perdifiato lungo i corridoi, per scaricare un po’ di “agitèira”.
Sì, in teoria avrei dovuto piantonare la porta dell’aula come un corazziere liofilizzato, in realtà quando il maestro mi cacciava fuori e mi diceva “non ti muovere”, era come legare il cane con la salsiccia.
E giusto a proposito della salsiccia, le mie zingarate nei corridoi mi portavano a passare davanti alla cucina.

Gente… la cucina del Carducci…
Era grande e altissima, tutta rivestita di quelle piastrelle bianche bisellate (leggermente a “quadretto di cioccolato”) mentre i pavimenti sembravano quelli di un’antica casa nobiliare, tutta roba che, quando la cucina è stata smantellata, sarà finita in casa di qualche figlio di puttana di politico locale, mangio un cane…
E poi quel profumo…: mi faceva impazzire, un misto di ragù, minestra di verdure in perenne ebollizione, cotolette impanate, polpette che cuocevano nel sugo al pomodoro, rollato arrosto, patate lesse, budino al cioccolato…
Io pranzavo a casa mia, quindi non ho mai provato la cucina “chez Carducci” ma credo che esistesse un menù “tipo”, a giro settimanale -vedi l’immortale “giovedì gnocchi”- ma ho il sospetto che la ripetizione per trentacinque settimane all’anno, per non so quanti anni, avesse portato ad una sorta di microclima, avesse creato una sorta di habitat in cui quel profumo si poteva riprodurre autonomamente, infatti tutti i giorni era lo stesso.

Era buonissimo.
E se anche si riproduceva per una sorta di partenogenesi, di certo Faledra, la cuoca titolare, ci metteva del suo.
Come si fa a chiamare una figlia Faledra? Meglio avere un numero tatuato sul braccio, come i piccoli martiri dei lager, piuttosto che chiamarsi Faledra.
Comunque sia, Faledra e un paio di aiutanti incominciavano alla mattina presto; alle otto, quando noi arrivavamo, loro erano già al lavoro da almeno un’ora, infatti non sono rare le volte che, aspettando di entrare, la vedevo uscire a cazziare Quirino, il garzone dell’ortolano che consegnava la verdura in ritardo.

Faledra e Quirino… dimmi te…
Dunque, quando io facevo le elementari, Edmondo De Amicis aveva già delle vie dedicate, quindi faceva terra già da un po’; però, nonostante fossimo in pieno Miracolo Italiano -anzi, erano tempi da Autunno Caldo– il “garzone” dell’ortolano arrivava col carretto a mano, come in un’illustrazione del libro “Cuore”. E non si trattava di un ragazzotto romeno con la sigaretta in bocca, bensì di un ometto dall’età indefinibile -poteva tranquillamente avere sessant’anni come quaranta o ottanta- uno di quei personaggi che non si vedono più: era tutto storto, piegato da una vita da manovale per cui il suo fisico secco secco non sarebbe stato adatto, sempre con un camice grigio scuro/misto terra, tre o quattro denti in bocca e quegli occhiali che sembravano fondi di bicchiere. Allora ci faceva ridere mentre ora, al ricordo, mi fa una tenerezza…

Quando Quirino finiva di scaricare, Faledra chiudeva la porta e come ultima “pettinata” gli intimava in modo burbero: «… e dà ‘na pulidà an tera!… (Dai una pulita per terra)», riferendosi all’eventuale foglia di lattuga caduta o a qualche acino d’uva. 
«Pensa a cul che t’ai da fè tei… (Pensa a quello che devi fare tu)»  le rispondeva l’ometto.
Al che Faledra lo salutava con un sorriso: «Ciao Quirèn, s’auguma ‘dmän… (Ciao Quirino, ci vediamo domani)»
Faledra sarà stata un metro e mezzo scarso ed aveva un testone da lottatore di sumo con la parrucca ma Quirèn la salutava immancabilmente con un «Ciao bel dunèn… (Ciao bella donnina)»
Erano bellissimi.

È grave se mi scappa di divagare nel corso della divagata?

Qualcuno mi sa spiegare dove sono finite le cose belle?
Forse nello stesso posto dove sono finite le persone belle?
No, non sto blandendo i vostri buoni sentimenti, sto facendo una riflessione seria: la cucina “del Carducci” è stata smantellata e la gente come Faledra e Quirino non c’è più. A parte loro, come persone specifiche, sono quelli come loro, che non ci sono più.
Quirino era una persona umile che per tutta la vita ha caricato, tirato –nel vero senso della parola- e scaricato il carretto. Io ero troppo giovane per psicanalizzarlo ma non ricordo di averlo sentito una volta dare di matto o anche solo lamentarsi; faceva il proprio lavoro –perchè qualcuno li deve fare, quei lavori- e se non ne era felice, quanto meno sono certo che non si sentisse un povero sfruttato in fondo alla classe sociale.
Il suo non era un lavoro difficile ma lui lo faceva comunque al meglio: aveva riguardo per la roba degli altri, non impilava le cassette pesanti sulla roba delicata, raccoglieva quelle due foglie che potevano cadere durante lo scarico; era il suo lavoro e lui lo faceva con attenzione e dignità.
Ricordo di averlo visto in giro ancora per qualche anno; io lo salutavo, lui mi guardava strizzando gli occhi dietro a quelle lenti assurde, poi mi riconosceva e, immancabilmente, mi diceva che io stavo crescendo e lui rimpicciolendo.

Non era sposato e probabilmente sarà anche riuscito ad avanzare due lire da lasciare a qualche nipote.
Oggi sarebbe un “nuovo povero” o uno “schiavo moderno”, come si definiscono tutti quelli che fanno lavori umili.
Purtroppo, nonostante muletti, transpallet e macchinari di tutti i tipi, alla fine qualcuno deve ancora impilare le cassette di frutta e verdura. Purtroppo –o per fortuna- la gente continua a cagare come una volta, quindi qualcuno dovrà, ogni tanto, infilarsi in una fogna e sturare la condotta.
Solo che quel qualcuno si sentirà una vittima, anche se le sue capacità, nella vita, non gli consentissero di fare altro e non farà mai il minimo sforzo per fare bene il proprio lavoro, anzi, se gli capiterà l’occasione di fare danno, lo farà, per dispetto, anche se non si capisce bene a chi.
Quirino ha sempre saputo di non essere una cima ed il suo lavoro ne era la logica conseguenza ma lui ce l’ha sempre messa tutta.

Faledra apparteneva ad un’altra casta: era una “statale”.
Sono praticamente certo che finchè ha fatto la cuoca del Carducci non avrà mai fatto la spesa: se dove si mangia in due si mangia anche in tre, dove si mangia in duecento, si mangia anche in duecentotre o duecentoquattro o quanti fossero i famigliari di Faledra.
Tutto regolare, non ci trovo niente di male a portare a casa il necessario, prendendolo dove c’è il di più. 
Però alle sette della mattina era già lì che sbucciava, tritava, affettava e in tutto ciò metteva la stessa attenzione, per non dire l’amore, che avrebbe dedicato alla preparazione di un pasto per la sua famiglia, pur senza perdere il piglio da manager: con Faledra non si scherzava.

Dove sta la parentela con il 99,99% (cioè tutti meno voi che state leggendo…) dei dipendenti pubblici di oggi che fanno poco o niente e quel poco lo fanno male?
Ho un’idea vaga di quello che oggi è una mensa scolastica ma credo si tratti di un centro smistamento di ciò che arriva da aziende di catering che vogliono lucrare fino all’ultimo centesimo e così abbiamo capito cosa si mangiano i bambini.
Purtroppo oggi, a conti fatti, una struttura come quella del Carducci “non è  economicamente sostenibile”.
Ma vaffanculo, va!…
Nel senso: è vero, verissimo, ma sapete perchè?
Lasciamo perdere che oggi una cucina del genere richiederebbe il collaudo da parte di almeno cinque ministeri, il motivo principale è che Faledra e le altre due signore -che sembravano energumeni da fronte del porto- mandavano avanti la baracca in tre ed oggi ce ne vorrebbero quindici; le tre ragazze lavoravano come se cucinassero per i loro cari e non si risparmiavano, mentre oggi in quella cucina vedremmo uno tutto assorto sulla Gazzetta, un’altra stravaccata a parlare al cellulare, con i piedi sulle cassette di ortaggi e la sigaretta in mano, due o tre rapite da un talk show mattutino, appiccicate ad un televisorino da sette pollici; gli altri… uno in permesso sindacale, tre o quattro in malattia, qualcuno semplicemente assente.
E tre precari incazzati neri, impegnati a cucinare, con certe facce come se dovessero spalare merda con le mani, sentendosi i Nuovi Schiavi e gli Ultimi della Terra.
Alla fine la colpa è della globalizzazione, nel senso che stiamo diventando, pressochè globalmente, una massa di stronzi: la differenza tra Faledra, Quirino e i loro omologhi attuali è la stessa che ci può essere tra l’Onorevole Giovanni Lanza, uno dei più importanti politici italiani della seconda metà dell’800, che viaggiava in treno pagando il biglietto di tasca propria e il Disonorevole Domenico Scilipoti, di cui è meglio non dire niente.
Ok, torno alla divagata iniziale.  

Faledra stravedeva per me, il Bart Simpson del Carducci; un giorno sì e uno no, il maestro Gavazza mi sbatteva fuori (ma ho scoperto anni dopo che era d’accordo con mia madre: entrambi avevano capito che senza quella valvola di sfogo sarei esploso…) ed io passavo a salutarla, per meglio immergermi in quel profumo delizioso e, parallelamente, per beccarmi un cucchiaio di budino al cioccolato, «…ma solo se mi fai Fracchia…»
Io dicevo due belinate come Paolo Villaggio e, se non mi veniva in mente niente di particolare, era sufficiente dire «Mi si sono intrecciati i diti…» e Faledra quasi moriva dal ridere.
Va beh, possiamo tornare agli odori.

Lo dico a tutti: se non avete ancora letto “Il Profumo”, vi siete persi qualcosa.
L’olfatto è il vero senso dei sensi: puoi nasconderti alla vista, è sufficiente un muro o una tenda; puoi sfuggire all’udito, basta stare zitto; per il tatto non c’è problema, quando sei a un metro di distanza già ne cresce; il gusto, poi… non ho mai sentito di nessuno individuato dopo una leccata…
Con l’olfatto sono cazzi, non si scappa, sia che si tratti di seminare un cane poliziotto, sia che si vogliano dissimulare due piedi “da morto” in momenti di intimità.
È il senso più antico, più animalesco, più profondo: un odore non lo dimentichi.
Entrare in quella vecchia Millecinque è stato un flash: mi sono seduto al volante e mio cugino Sergio era lì, tra me e il sedile.
Pazzesco.
Oggi le macchine hanno tanti odori, con la dominante della plastica; allora le macchine avevano sempre un po’ l’odore di carburante, di lubrificante, dei tappetini di gomma, con un tocco di sigaretta, visto che allora tutti fumavano; poi c’era qualcos’altro di indefinibile…
Fatto sta che ho chiuso gli occhi e ho respirato profondamente, mentre mi sembrava di imboccare il sentiero di casa mia, in campagna, con Sergio che dava un colpo di acceleratore e poi mi sgridava in torinese: «Va pian, boia faus!…»
Poi ho pensato che se m’avesse visto qualcuno non avrei fatto un figurone, per cui sono tornato nel 2011, dal gommista.

Mi è bastato recuperare il cellulare, che avevo dimenticato in macchina, per essere investito da una valanga di merda, rigorosamente provocata da qualcun altro ma sotto cui ci sono rimasto io.
Va beh, tappiamoci il naso e cerchiamo di metterci una pezza, a ‘sto cazzo di presente.

Dottordivago

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Nota dell’autore:

in questa categoria esprimo brevi pensieri in libertà, una specie di limitato firmamento di poche stelle opache.
Più realisticamente, trattandosi di pensieri miei, li considero pensieri/pennellata, come virgole di merda sulle piastrelle dei cessi della stazione.

Dichiarazioni sconvolgenti.
Reguzzoni, relativamente alla legge sul processo breve, ha dichiarato che

Il voto dimostra la compattezza del centrodestra

Qualcuno aveva dubbi che siano tutti d’accordo sul non andare in galera?
Cicchitto ha dichiarato che

Non accettiamo di essere processati nelle piazze

Beh, manco in tribunale, se è per quello…

Preghierina finale:
Se non vi piglia la Polizia, vi pigli il cancro e vi porti via
Se non vi piglia la Polizia, vi pigli il cancro e vi porti via
Se non vi piglia la Polizia, vi pigli il cancro e vi porti via
Se non vi piglia la Polizia, vi pigli il cancro e vi porti via
Se non vi piglia la Polizia, vi pigli il cancro e vi porti via
Se non vi piglia la Polizia, vi pigli il cancro e vi porti via
Se non vi piglia la Polizia, vi pigli il cancro e vi porti via
Se non vi piglia la Polizia, vi pigli il cancro e vi porti via
Se non vi piglia la Polizia, vi pigli il cancro e vi porti via
Se non vi piglia la Polizia, vi pigli il cancro e vi porti via

Dottordivago

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