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Archive for luglio 2012

Hachiko

Dopo otto giorni in cui non scrivo una riga, ci pensa Marco:

Immagino di non essere l’unico a cliccare a vuoto… riprovo lunedì.

Ecco… sono soddisfazioni.
Pensare a un Marco che giornalmente viene a vedere se sono tornato, quasi come il fedele Hachiko nella giornaliera, commovente e vana attesa di un Richard Gere che non arriverà più, mi fa capire che un blogger con più di un lettore -sè stesso- ha dei doveri.
In più quella riga ha l’effetto tranquillizzante del passaggio di un vecchio amico che viene a vedere se va tutto bene.
E la cosa mi fa molto piacere, anche se quella riga è stata scritta… che ne so, con l’iPhone mentre aspettava da ore il treno nel bar della stazione, dopo aver provato inutilmente ad attaccare bottone con la barista e dopo aver annerito i denti delle modelle sul giornale: anche se si trattasse del tentativo estremo di far passare cinque minuti, prima di mettersi a fissare il soffitto e fare le bolle con la saliva, a me fa piacere lo stesso.

Quindi, ricominciamo.
adriano_pappalardoll“E come potevamo noi cantare
con un piede straniero ecc. ecc.”

E come potevo io usare un incipit del genere senza riconoscerne la proprietà intellettuale a ‘sto pezzo di cinghiale?
Se Domenico Modugno è Mister Volare, l’animale qui è senz’altro Mister Ricominciamo, nonchè prova vivente del fatto che nella nostra società i versatili e poliedrici come me non contano un cazzo.
Meglio, molto meglio, un somaro che ha una, dicesi una, pensata buona in tutta la vita, un altissimo -o profondissimo, come in questo caso- BIP in un encefalogramma altrimenti piatto, piuttosto che una continua sequenza di “idee mica male…”.
Lo dico sempre: ho sbagliato Era. In una società di cacciatori- raccoglitori di 10.000 anni fa, prima della specializzazione degli individui nei vari campi, con la mia capacità di fare abbastanza bene un sacco di cose… sarei stato un Dio, altro che uno spacciatore di serramenti.

A proposito di “spacciatore”…
Durante il caffè mattutino ho letto su Televideo la notizia di un paio di sequestri di stupefacenti, uno di khat e uno di oppio: il primo per i consumatori provenienti da paesi arabi e del Corno d’Africa, l’altro dedicato al mercato degli immigrati indo-pakistani.
È bello che l’integrazione lasci ancora spazio ai costumi tradizionali.
Ma si impone una riflessione: a parte l’abitudine, il diritto e il piacere di una qualunque etnia di scoppiarsi con un prodottino di casa sua, un conto è un uso a kilometri zero al loro paese, un altro è dover farlo arrivare fino qua, come se un napoletano emigrato a Francoforte non trovasse i pelati nel supermercato sotto casa.
Gente, l’ennesimo brutto segno: è da mò che mi lamento che in Italia si trova solo roba di merda.

Scemo… “ricominciamo”?
Giusto, scusate.
A parte quest’ultima lunga pausa, dovuta al fatto che ogni tanto tocca anche lavorare, ancora prima ho lasciato in sospeso un tot di post, tutta roba congelata con un *continua*, a cui nessuno ha aggiunto un *c’u cazz’* solo perchè senza password è difficile.
Vediamo di riallacciare un po’ di fili lasciati sciolti e partiamo dalla serie “Scusa, mondo, scusa”, in cui, a seguito di un commento che parlava di rompicoglioni -nella fattispecie i festeggiatori di vittorie calcistiche a colpi di clacson- mi sono posto la domanda che, ancor più delle classiche “da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo”, tutti dovrebbero porsi:
«Ma io, nella mia vita, quanto ho rotto il cazzo al mondo?»
Io mi limito a quella domanda coniugata al passato perchè ho la quasi certezza di avere smesso ma l’ideale sarebbe domandarsi anche: «Ma io, quanto rompo tutt’ora il cazzo al mondo?»

E qui, anche se è una cosa che detesto fare, devo spezzare una lancia in favore delle donne.
Detesto farlo perchè c’è già troppa gente che lo fa a sproposito, a cominciare da alcuni uomini che mi ricordano quei cani col naso perennemente infilato in un sottocoda, con un po’ di bava ai lati della bocca: “…e le donne sono più intelligenti, e sono più forti, più oneste, più organizzate, più capaci, più più più più più… “
Persino gente che ha sempre considerato le donne solamente bersagli da colpire e affondare, tipo il mio amico Biondo Catania (nome di fantasia) che su Feisbuk ha pubblicato la foto di una donna viola come una melanzana e la scritta:

Ti senti forte dopo averla picchiata?

il che non sarebbe gravissimo ma è imperdonabile il commento personale:

Se solo certa gente pensasse che la donna è il tempio della vita…

“SE SOLO CERTA GENTE PENSASSE CHE LA DONNA È IL TEMPIO DELLA VITA”???
FIRMATO BIONDO CATANIA???

Ma se Biondo Catania ha sempre e solo pensato che la donna fosse il Tempio della sua minchia!…
Per piacere, facciamo le persone serie.

E le persone serie, se vedessero un uomo lodare il sesso a cui appartiene, se pubblicasse su Feisbuk poesiole o testi di canzoni che sono vere elegie dell’essere maschi, lo caricherebbero come una sveglia o lo bollerebbero come una frociazza senza scampo.
Invece alle donne, come per l’abbigliamento e le acconciature, tutto è lecito o permesso. Porto come esempio la mia amica Maria Rosa (altro nome di fantasia) che pubblica su Feisbuk:

She can kill with a smile
She can wound with her eyes
She can ruin your faith with her casual lies
And she only reveals what she wants you to see
She hides like a child
But she’s always a woman to me

Abbiamo appurato che sono uno scemo? Sì, quindi le rispondo:

11111

Mi aspettavo “un bacio e un vaffanculo”.
Invece:

222222

And these cocks? (E ‘sti cazzi? ndt)
Ma allora ci credono davvero!…
Ed è successo ieri, non l’8 marzo!

Voglio dire… a parte le carenze tipicamente femminili, che fanno il paio con quelle maschili, le conosco solo io quelle donne che senza un uomo, anche solo da accudire come una badante, trasformano le minchiate di tutti i giorni in drammatici fatti epocali, riempiendosi la testa di cazzate, per poi, non contente, riempirsi la casa di gatti e di porcherie fumose e puzzolenti da bruciare e la cucina di tisane? Oppure, nella speranza di acchiappare qualcosa che passa, invece delle tisane si fanno la cantinetta acquistata online, quella con una dozzina di bottiglie “giuste”, per sembrare donne di mondo?
Ah, dite che le conosco solo io? Non per altro, girando decine di case per misurare finestre, situazioni del genere ne vedo una alla settimana…
Ma forse con le finestre c’è un collegamento, come dice Gimmi, Gran Mogol degli informatori medici, con decine di donne sotto di lui.
Gerarchicamente parlando, of course…
Gimmi sostiene che “una donna che si separa, se non si becca la casa, come prima cosa ne compera una, col mutuo, così appena il lavoro molla un attimo si ammazzano di psicofarmaci per paura di perdere tutto ma, soprattutto, rompono i coglioni a me giorno e notte…”
Può essere che ‘ste disgraziate, oltre ad acquistare la casa, si sentano anche in dovere di ristrutturarla, così entro in gioco io…
Bòn, chiarito l’equivoco: quel tipo di donna lo conosco solo io, come non detto…

Oh, scemo… non dovevo “spezzare una lancia in favore delle donne”?
Uhm… avevo detto così, neh?…
Va be’… Le donne, quando rompono i coglioni, rispetto agli uomini hanno un pregio, quanto meno un’attenuante: non lo fanno apposta o per maleducazione, assolutamente no.
Quando lo fanno a fette al fidanzato/marito/compagno è la stessa storia dello squalo: se ti stacca una gamba, non è cattivo, è uno squalo.
Quando invece scassano la minchia al resto del mondo, semplicemente non se ne rendono conto.
E così ho fatto la pace con le lettrici…

Adesso dovrei stringere la planata in cerchi concentrici ed arrivare al sodo, cioè scusarmi con il mondo per le volte in cui mi sono comportato da rompicoglioni, solo che non ho più tempo, me lo sono fumato dietro a ‘ste quattro minchiate.
Alla prossima.

Dottordivago
P.S. Tutto un post senza riuscire nemmeno a iniziare un discorso… sono senza speranze.

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Sottotitolo: A gentile richiesta…

urru

Ieri sera l’amico Diego non aveva sonno.
Quando succede a me, ho pronto sul comodino un libro che parla di Stephen Hawking e delle sue teorie, roba che mi appassiona per tre minuti e mi fa secco dopo cinque.
Diego legge “ilpandadevemorire”, e mi stuzzica dove sa che mi prude:

diego

Purtroppo oggi è una giornata in cui avrei anche tempo ma ho troppo poco cervello, visto che ho dormito poco e male, causa caldane da eccesso di cibo… ma come si fa a resistere? Il mio “nipotino” Cuca, co-titolare dell’Agorà di Vignale Monferrato è un cuoco sublime e, trapa, voce del verbo “traparentesi”, non se la tira un briciolo, non “te la racconta”, a differenza di molti incapaci tutto chiacchiere e condimenti.
Da parte mia ho sempre uno stomaco che assomiglia più a un tritarifiuti che ad un organo, quindi a pranzo posso mangiare l’impossibile; purtroppo l’età che avanza fa sì che, se mangio troppo la sera, digerisco sempre perfettamente ma mi trasformo in un termosifone durante la notte e dormire diventa un problema, infatti oggi sono bollito, ho il cervello al cucchiaio, tipo bunet, e scrivere qualcosa diventa un problema.

Però nell’armadio ho una specie di blazer blu, una cosa che va bene per tutte le occasioni, così tiro fuori questo pezzo, che rappresenta un mix di alcuni post in cui mi esprimevo su rapimenti e atti di pirateria in genere, giusto per spiegare chi ha ragione tra France Press, che parla di 15 milioni di riscatto (guarda caso, proprio la cifra che io stimo verso la fine del post), e il nostro Governo che parla di “abili trattative”.
Per quanto riguarda il popolo dei social network, chi può essere così cretino da pensare di risolvere qualcosa pubblicando appelli per la liberazione tra la foto di un tenero gattino, un cane scuoiato e un “Uffa, piove…”?
Andiamo senz’altro a cominciare, e pazienza per chi l’ha già letto un paio di volte.

Vediamo di deciderci: se i Marò che sparano ai pirati indiani sono due “valorosi soldati”, allora anche gli Inglesi sono nel giusto, se cercano di non farsi prendere per il culo dal primo straccione o Pecoraio di Allah che si presenta.

D’accordo che noi, a differenza della Perfida Albione, se c’è da farsi prendere per il culo siamo teste di serie, abbiamo una predisposizione nel DNA nazionale, forse come contrappasso per tutte le truffe perpetrate da napoletani e limitrofi in tutto il mondo.
Gente, ci siamo fatti fare

“…erta la pista?…”
”Ehhh?…”
”Sucaaa!…”

dagli Indiani.
No, dico, gli Indiani…

A tre o quattro navi dicono: «Per favore, venite in porto per il riconoscimento dei pirati». E mentre tutti quanti non se li inculano quanto sono lunghi, noi giriamo il biroccio, nonostante qualcuno con un briciolo di cognizione ci avesse consigliato di fare la bella; così dalle acque internazionali entriamo in acque indiane, i quali mandano a bordo l’appuntato Scaharamacahaji che prende il primo che trova e gli intima il più classico “Venga con io!”.
E mò buttiamo sangue per portare a casa quei due ragazzi.
Hanno sparato? Sì.
Hanno colpito qualcuno? Dicono di no.
Non penso siano così stupidi: se avessero colpito qualcuno, certamente non si sarebbe trattato di pescatori, sono ben diversi i mezzi e l’atteggiamento.
I pescatori sono diversi da questi

pirati

e non si avvicinano alle navi al largo.
A quel punto, dire di non aver colpito nessuno è una cretinata, si rischia di essere smentiti dalla prima perizia balistica e di dare un’immagine poco credibile.
«Avete sparato?»
«Sì, certo, siamo qui apposta.»
«Avete colpito qualcuno?»
«Speriamo…»
«Ci sarebbe da fare un riconoscimento…»
«…ma anche no. Ciao ciao…»

Anche se dire che si trattava di pescatori non è neppure falso: metà dei pirati sono ex pescatori che hanno capito che così si guadagna di più.
Oppure, poveracci, i due morti erano pescatori per davvero, solo ammazzati dai criminali veri, per i quali è un momentaccio: un tempo gli equipaggi lottavano, poi è iniziata l’era d’oro della pirateria moderna, con gente che non si difendeva e si attaccava all’assicurazione o al proprio governo.
E i pirati trovavano più comodo aggredire equipaggi indifesi piuttosto che, come da qualche tempo, professionisti che gli fanno la riga in mezzo con un fucile d’assalto.
Ammazzano due poveri cristi e danno la colpa ai difensori delle navi, così la prossima volta la scorta ci penserà due volte a sparare e può essere anche che qualche armatore politicamente corretto rinunci a questo servizio.

Insomma, siamo riusciti a comportarci da stupidi persino con gli Indiani.
E gli Inglesi in Nigeria (08/03/2012, morto l’ostaggio italiano) sono stati troppo educati: hanno coinvolto i Nigeriani.
Per carità, gran popolo, grandi esportatori di petrolio e puttanoni ma con un difetto di fondo: sono africani.
Nei miei tre anni di frequentazioni africane ho conosciuto un paio di inglesi che avevano addestrato i soldati dello Zimbabwe quando era ancora Rhodesia, poi erano diventati consulenti del Sud Africa razzista degli anni 80. Mi raccontavano che i loro alunni era tutta gente che, per dare più energia allo sparo, tirava il grilletto con tutta la forza, spostando di una spanna il fucile e di cento metri la traiettoria del proiettile.
E mi dicevano quanto fosse difficile tendere imboscate o avvicinarsi furtivamente all’obiettivo con gente che si sentiva debole e inefficace se non lanciava qualche urlo di guerra o si sentiva vigliacco a non sfidare i nemici urlando insulti…

Secondo voi, perchè gli Americani non hanno coinvolto i Pakistani quando c’è stato da fare la festa al vecchio Bin? Perchè se l’avessero fatto, il vecchio Bin sarebbe diventato ancora più vecchio.
Gli Inglesi pensavano che, per evitare fughe di notizie, bastasse tenere fuori dai coglioni gli Italiani, purtroppo non potevano fare a meno dei Nigeriani, che giocavano in casa. Ed è andato tutto a puttane.

Ma li assolvo, nonostante il risultato che considero un costo enorme ma inevitabile e resto della mia idea: con certa gente non si tratta.
Basta buonismi e millantati artifici diplomatici, tanto lo sanno tutti che si tratta solo di pagare, infatti pare che in Nigeria noi avessimo avviato una trattativa e addirittura già anticipato una parte di riscatto, salvo poi dichiarare di non aver cacciato una lira.
Ma chi ha intascato i soldi lo sa e lo rifarà, se nessuno gli fa scappare la voglia o gli spiega che di soldi non ne vedrà; basta non pagare, come è stato fatto da noi con il blocco dei beni per i parenti dei rapiti, la vera ragione per cui in Italia non viene quasi più rapito nessuno.

Che sfiga, proprio questo ci hanno ammazzato… Un brav’uomo che lavorava lontano dalla propria famiglia, senza grilli per la testa, senza colpe.
Porca troia, avrei dato una dozzina di Giuliana Sgrena e un pullman di “due Simone”, in cambio del povero ingegnere di Gattinara.

Ora, grazie ad un altro vecchio post, vediamo qual è il meccanismo tipo della liberazione degli ostaggi.

Il fenomeno della pirateria torna d’attualità a causa delle politiche economiche dell’Occidente che creano povertà nel terzo mondo.

E ‘sti cazzi?
Quelli lo hanno sempre fatto, dal Golfo di Aden alle Filippine e Salgari ci ha costruito un impero, coi Pirati della Malesia e zone limitrofe.
Solo che non c’era la TV, e noi pensavamo fossero solo racconti avventurosi. Invece è la realtà e se il fenomeno è in aumento è perchè una volta assaltavano col pugnale tra i denti degli equipaggi che vendevano cara la pelle, riuscendoci spesso, visto che molti di loro erano al livello dei pirati; quelli moderni, invece, assaltano coi kalashnikov dei mercantili governati da equipaggi sindacalizzati ed assicurati, quindi meglio disposti a dire “prego si accomodi”.

Quanto alla reazione dei nostri governi, vuoi mica sparargli, no?
Meglio trattare e pagare, che sicuramente ci scappa qualcosa anche per gli emissari della Farnesina, visto che i riscatti vengono pagati coi fondi neri.
Anche in queste occasioni si distinguono le categorie:
1) noi paghiamo;
2) i francesi ci provano a farsi valere e fanno un casino (Niger, 12/01/11, nove morti: quattro cattivi, tre poliziotti, due ostaggi francesi;
3) gli americani -perchè se c’è da spara’ ‘i ammericà sso’ fforti- liberano il comandante della nave sequestrata e fanno fuori tre cattivi su quattro (12/04/2009), solo perchè il quarto gli serve per andare a dire agli altri compari che quando vedono quella bandiera è meglio se vanno a farsi un giro da un’altra parte, che al posto delle stelle e strisce devono vedere un jolly roger, un cartello “PERICOLO DI MORTE” e non un bancomat: quello sono liberi di vederlo sul nostro tricolore.

Sono costretti dalla povertà?
Quando anche in Italia si moriva di fame, quando anche i nostri bisnonni erano dei poveracci, per campare coltivavano la terra, spesso neanche di loro proprietà, o si facevano sfruttare dai ricchi, ma sceglievano una vita onesta; alcuni dei nostri bisnonni, nelle stesse condizioni, facevano i briganti di strada: secondo voi, c’è molta differenza con i pirati di ieri e di oggi?

Proprio questa mattina (17/04/2009, nota dello scrivente) sul Televideo Rai era riportata una dichiarazione del ministro Frattini -quello che scodinzola con i Grandi del Mondo e che fa la faccia intelligente e volitiva appena intravede un giornalista- relativamente al sequestro del rimorchiatore Buccaneer e del suo equipaggio, composto, tra gli altri, da dieci italiani.

Piccolo passo indietro:
lo stesso ministro, è stato intervistato ieri da quella rifattona del TG di SKY, quella che crede di aver fatto un affarone nel farsi fare due labbra sporgenti come un becco di papera. Frattini dichiarava che l’Italia è fermamente intenzionata a seguire la strada della trattativa, rifiutando qualsiasi opzione violenta che possa in qualche modo mettere a rischio l’incolumità degli ostaggi.
La papera lo guarda ammiccante con l’aria di quella che ha capito tutto e gli mette praticamente in bocca un “Quindi è evidente l’errore commesso dagli Americani che hanno scelto di attaccare i pirati…”

Premesso che “l’errore evidente” è stato quello di piombare sui banditi, seccarne tre su quattro e liberare il comandante che si era offerto in ostaggio al posto del suo equipaggio, lo sgamatissimo Frattini ha avuto un attimo di incertezza: visto che stava già facendo la faccia intelligente, non poteva intelligentirsi ulteriormente, così ha optato per l’espressione 22/bis, quella da “uomo che ne ha viste tante e sa come comportarsi”.
Con un’espressione in cui c’era tutto -da “quello americano è un popolo giovane”, passando per “noi abbiamo ben altra cultura”, per arrivare a “sappiamo bene come regolarci”- ha risposto che non se la sentiva di sindacare le decisioni di uno stato sovrano, ma che noi intendiamo seguire la via del dialogo.
Detto questo ha cliccato indietro ed è tornato con l’espressione intelligente e volitiva d’ordinanza.

Vediamo la dichiarazione di oggi, probabilmente rilasciata con l’espressione 18/ter, quella con un sopracciglio leggermente sollevato:

I negoziati sono condotti dalle autorità del Puntland, la regione semi-autonoma della Somalia, in stretto contatto con il governo transitorio somalo.

Permettetemi di spiegarvi, se già non lo immaginate, come funziona la cosa, e sappiate che funziona così per ogni sequestro all’estero, come mi spiegava un mio cliente ai tempi dell’armeria, dipendente di uno dei quindici o sedici servizi
semi-segreti che abbiamo in Italia.

A bordo di un aereo militare che ci costa una manovra al mese, parte per la Somalia -o l’Iraq o l’Afghanistan- una squadra di incaricati dalla Farnesina, probabilmente perchè quelli che abbiamo già sul posto, tra ambasciata e consolati, hanno finito il Parmigiano; scaricate le due forme di Extra Riserva 36 mesi, guardano i “resident” e domandano:”Che si fa?”.

  • Questi hanno già preso contatti con esponenti del governo transitorio somalo, anche se tra Corti Islamiche e Signori della guerra, un governo non c’è, quindi probabilmente si tratta di un “generale” che la settimana prima lucidava le gavette in cucina, il quale ha già incaricato
  • i dignitari del Puntland -che hanno pascolato le capre fino al giorno in cui si sono impossessati di un pick up dotato di una mitragliatrice Browning cal. 12.7-
  • i quali, a loro volta, stanno trattando l’importo del riscatto con i pirati in questione.

I pirati sono dei criminali fatti e finiti ma, fondamentalmente, sono dei morti di fame, quindi chiedono

  • un milione di dollari, visto che dell’euro non si fidano; i dignitari del Puntland portano la richiesta a
  • tre milioni di dollari, visto che neanche il cane muove la coda per niente e che un pick up con un lanciagranate gli farebbe comodo; gli esponenti del governo transitorio somalo i quali, anche solo per il fatto che al loro paese passa il treno, sanno come si sta al mondo, arrotondano a
  • dieci milioni, però di euro, visto che, bontà loro, si fidano della nostra economia.Riferiscono sconsolati la richiesta ai “resident” d’ambasciata, i quali spiegano agli emissari della Farnesina che
  • dodici milioni di euro sono una cifra più che ragionevole…

Ops, ho detto dodici? Ma sì, và, meglio avere un fondo d’emergenza: se poi non dovesse servire, sai quanto costa far arrivare le puttane ucraine fino qua?… E poi, anche voi, avanti e indietro come la pelle dell’uccello tra Roma e qui… insomma, un minimo per il disturbo…

Rimontano sull’aereo appena tornato dall’Italia, che nel frattempo ha portato un sottosegretario a impolverarsi le scarpe a Baghdad, e una volta arrivati riferiscono la trattativa ad un signore che ufficialmente cura gli scambi culturali italo-somali, il quale prepara la valigetta con una parte dei fondi neri e sul libro contabile ufficioso -sennò che cazzo di fondi neri sono?- marca diligentemente:

  • euro 15.000.00,00 (quindicimilioni/00)

mette i dodici milioni nella valigetta e i tre che crescono nella “dotazione fondi personali”, bofonchiando «”Personali” una ceppa di minchia, qui tutti ne vogliono un pezzo, gente di merda…»

Intanto il ministro Frattini ringrazia i giornali per il silenzio stampa, che sta sortendo i suoi effetti…

I nostri eroi sono pronti a ripartire per la massacrante missione: l’aereo, sempre quello che ci costa come un figlio scemo e puttaniere, sta scaldando i motori… Ferma tutto, manda un elicottero a La Morra (CN), che a Mogadiscio sono corti corti col Barolo…

Finalmente si parte con i

  • dodici milioni.
    Arrivati in ambasciata, i “resident” caragnano perchè nel viaggio hanno tenuto al caldo il Barolo, ”ma se lo consumiamo in fretta si può ancora bere, barbari ignoranti galoppini della Farnesina…”.
    A loro volta portano i
  • dieci milioni al generale lucida-gavette, esponente del governo transitorio somalo, il quale fa provvedere al cambio in dollari e ne manda
  • tre milioni alle autorità del Puntland, che però, nel frattempo, hanno visto una partita di Kalashnikov che dicono “comprami comprami”, quindi ai pirati arriva solo
  • mezzo milione di dollari, ‘sti tirchiacci di Italiani dimmerda… Vabbè, passi per l’uovo oggi, la gallina arriva domani sotto forma di una petroliera.

Gli ostaggi vengono rilasciati, da Roma partono due aerei: uno per i nostri dieci compatrioti ed il solito per gli incaricati della Farnesina, visto che è meglio non comparire nei telegiornali.
Contemporaneamente il ministro Frattini annuncia trionfante la liberazione, avvenuta senza alcun riscatto; ringrazia il governo transitorio somalo e le autorità del Puntland per la disinteressata collaborazione e dichiara l’intenzione di realizzare un ospedale per gli uni ed una scuola per gli altri; per quanto riguarda tutti i nostri funzionari che hanno abilmente tessuto la trama della trattativa, un semplice “grazie”, visto che si tratta di integerrimi dipendenti dello stato che hanno fatto, seppur in modo magistrale, solamente il loro dovere.

Quanto a noi, con quaranta/cinquanta milioni tra

  • ospedale a Mogadiscio,
  • scuola nel Puntland,
  • voli,
  • Barolo e
  • spese varie,

potendo contare sui mille euro che versa di contributi tutti i mesi un operaio che ne guadagna mille, moltiplicati per i milioni di operai italiani, possiamo permetterci di riportare a casa sani e salvi anche una banda di coglioni che si sono fatti rapire nello Yemen, ai quali la Farnesina aveva vivamente sconsigliato quella particolare provincia ma “come si fa ad accontentarsi dei palazzi di fango di San’a’ e non andare a vedere le capanne di merda di capra nel villaggio di ‘Ngul’ a’ allah?…”

Farnesina in fibrillazione: «Dov’è già lo Yemen?»
«Più o meno è lì in zona… Manda l’aereo, ormai su quella rotta può volare anche senza pilota…»

Dottordivago

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Qualche dubbio sul fatto che io sia il Re dei Confusionari?
Altroché “sindrome della pagina bianca”… Vorrei dire la mia su tante di quelle cose che inizio a scrivere, poi scopro che un altro argomento mi tira per i capelli… e allora divago. Poi mi parte la divagoska, l’ormai famosa “divagata matrioska”, quella con tante divagate dentro.
Ho sospeso la serie “Scusa, mondo, scusa” per parlare di dove non andare a mangiare quando si passa dalle mie parti in “Mi scappa di divagare”, ennesimo post concluso con un “continua”, nell’intenzione di finire il giorno successivo (oggi, nds).
Poi leggo due righe…
farfallae subisco l’Effetto Butterfly più di ogni altro: la sapete quella della farfalla che sbatte le ali in Cina e, per una serie di eventi concatenati, un uragano devasta i Caraibi, vero?
Io sono messo peggio: è sufficiente che una farfalla sbatta le ali in Tasmania -e basta, senza alcun evento concatenato- che io mi sono già distratto…
Proprio come oggi.

L’amico Enrico mi fa scoprire un aspetto del blogger-tipo che io praticamente ignoravo:

Una caratteristica della maggior parte dei blogger è che, si comincia a scrivere per sé stessi, poi, man mano che qualcuno comincia a leggere le nostre elucubrazioni, si diventa sempre più narcisi e si gode del fatto che aumenti il numero dei lettori, o meglio ancora la qualità dei commenti. E’ un processo automatico a cui pochi riescono a sfuggire. Certo puoi dire ma chi se frega, tanto che me ne importa se non mi legge nessuno, ma il meccanismo perverso che il grande fratello del web ha messo a tua disposizione, sta lì come una porta segreta, di quelle che non si dovrebbero aprire, la mela dell’Eden che non si deve toccare pena la perdita dell’innocenza. Invece la apri e subito diventa come una droga. Tutti i momenti vai a dare un’occhiata, oddio, sono calate le visite. Sono le scemenze che scrivo ad essere sempre meno interessanti o la gente che al lavoro ha meno tempo di cazzeggiare? Ah meno male il calo del week end è stato minore del solito, beh la media mensile è in leggera ma costante salita, oh signur, non mi fanno più neanche un commento, neanche perdono più tempo per dire che scrivo stupidaggini. E’ un tormentone. Non parliamo poi del collezionismo dei contatti provenienti da paesi stranieri. Evviva ho superato i 100. Ecco là ieri uno da Macao, la settimana scorsa un Mongolo (dalla Mongolia), oggi 30 secondi da Mauritius, sarà qualcuno in vacanza o un residente che è capitato per sbaglio? vediamo le parole chiave che ha digitato. Già perché magari non lo immaginate, ma si sa davvero tutto di tutti, mancano solo il nome e cognome, ma ci arriveremo presto.

Ecco, questo aspetto del blogger, questa -a detta di Enrico- ansia da prestazione generalizzata… mi sorprende, si vede che sono atipico.
E mi sento sempre più arido: possibile che oltre al morbo del tifo sfegatato e al fuoco dell’appartenenza politica o campanilistica, neppure la parte più sanguigna del bloggare mi smuove?
Sono fatto male? Mi sento un po’ come a vent’anni, o anche qualcosina di più, quando tra amici ti raccontavi le scopate della sera prima…
C’era sempre qualcuno che attaccava così: «…ho visto la tipa che mi guardava, sai… così sono andato lì… e poi ci siamo seduti… dopo due minuti lingua in bocca e mani sulle tette… poi siamo andati in macchina… quando ho capito che la cosa si metteva bene l’ho portata nel bunker (scannatoio, ndt)… Cazzo, dopo un minuto si era già spogliata… me l’ha fatto rizzare in due minuti e… Adoss!…»

Prego?
”In due minuti me l’ha fatto rizzare?”
A venti/venticinque anni?
Io non ho mai potuto raccontare una storia del genere, anche se qualcosa di simile mi è successo più di una volta. Non per altro: solo al pensiero di quello che sarebbe potuto succedere…
IO, SE LA TIPA MI GUARDAVA, DOVEVO STARE ATTENTO AD AVVICINARMI A LEI, PERCHÈ SE INCIAMPAVO MI PIANTAVO L’UCCELLO NELLA PANCIA, PORCA TROIA!
Dice ”me l’ha fatto rizzare”…
Ma per piacere!…  Per un po’ di tempo ho persino pensato di essere fatto male io…
E adesso questo mio comportamento poco consono al blogger-tipo…

Vedi, Enrico, il fatto è che sei in pensione e, nonostante tu sia sempre in giro ‘me ‘l ratarouli (come i pipistrelli, ndt), quando ti fermi qualche giorno a casa diventi come le casalinghe disperate e finisci per crearti dei problemi partendo da cose poco importanti.
Scherzi a parte, anche a me fa piacere leggere i commenti e scoprire affinità con alcuni o attaccare discussioni con altri, cosa che, secondo me, è la parte più divertente del blog. Ma non provo la smania dei contatti, non la sento, per due motivi: primo, mi piace anche bloggarmi addosso e se nessuno legge, pazienza, infatti non metto tag da secoli, tanto per dirne una; secondo, ignoravo che si potessero avere tutte quelle informazioni.
Io a malapena leggo il numero dei contatti e quanti ne arrivano dal Brasile piuttosto che dall’India, ma da questo a sapere chi ti ha letto e per quanto tempo… beh, questo mi lascia veramente stupito.
Davvero si può fare? No, perchè… adesso mi hai incuriosito, voglio farlo anch’io e non per l’ansia del blogger quanto, piuttosto, per il gusto di spiare gli altri.

E voi, amici, siete in grado anche voi di giocare alla CIA, anzi, all’NSA come il buon Enrico? Se qualcuno di voi fa parte, come me, della grande famiglia WordPress, mi insegna come si possono scoprire tutte quelle cose? Almeno avrò un giocattolo nuovo per un paio di giorni, come quando ho scoperto il funzionamento di Street View e per due mezze giornate non ho fatto altro.
Poi basta, proprio come i bambini.

Avrei finito ma, visto che oggi parlo di cose scritte da altri, vi giro ciò che ho letto su Feisbuk, fonte che come grado di attendibilità sta parecchio sotto Emilio Fede.
Voi che la sapete lunga e che avete tempo -e voglia- per leggere qua e là, mi dite se e quanto è vero ciò che afferma l’ignoto fan di Monsieur le President?

Ecco cosa ha fatto Hollande (non parole, fatti) in 56 giorni di governo: ha abolito il 100% delle auto blu e le ha messe all’asta; il ricavato va al fondo welfare da distribuire alle regioni con il più alto numero di centri urbani con periferie dissestate. Ha fatto inviare un documento (dodici righe) a tutti gli enti statali dipendenti dall’amministrazione centrale in cui comunicava l’abolizione delle “vetture aziendali” sfidando e insultando provocatoriamente gli alti funzionari, con frasi del tipo “un dirigente che guadagna 650.000 euro all’anno, se non può permettersi il lusso di acquistare una bella vettura con il proprio guadagno meritato, vuol dire che è troppo avaro, o è stupido, o è disonesto. La nazione non ha bisogno di nessuna di queste tre figure”. Touchè. Via con le Peugeot e le Citroen. 345 milioni di euro risparmiati subito, spostati per creare (apertura il 15 agosto 2012) 175 istituti di ricerca scientifica avanzata ad alta tecnologia assumendo 2.560 giovani scienziati disoccupati “per aumentare la competitività e la produttività della nazione”. Ha abolito il concetto di scudo fiscale (definito “socialmente immorale”) e ha emanato un urgente decreto presidenziale stabilendo un’aliquota del 75% di aumento nella tassazione per tutte le famiglie che, al netto, guadagnano più di 5 milioni di euro all’anno. Con quei soldi (rispettando quindi il fiscal compact) senza intaccare il bilancio di un euro ha assunto 59.870 laureati disoccupati, di cui 6.900 dal 1 luglio del 2012, e poi altri 12.500 dal 1 settembre come insegnanti nella pubblica istruzione. Ha sottratto alla Chiesa sovvenzioni statali per il valore di 2,3 miliardi di euro che finanziavano licei privati esclusivi, e ha varato (con quei soldi) un piano per la costruzione di 4.500 asili nido e 3.700 scuole elementari avviando un piano di rilancio degli investimenti nelle infrastrutture nazionali. Ha istituito il “bonus cultura” presidenziale, un dispositivo che consente di pagare tasse zero a chiunque si costituisca come cooperativa e apra una libreria indipendente assumendo almeno due laureati disoccupati iscritti alla lista dei disoccupati oppure cassintegrati, in modo tale da far risparmiare soldi della spesa pubblica, dare un minimo contributo all’occupazione e rilanciare dei nuovi status sociale. Ha abolito tutti i sussidi governativi a riviste, rivistucole, fondazioni, e case editrici, sostituite da comitati di “imprenditori statali” che finanziano aziende culturali sulla base di presentazione di piani business legati a strategie di mercato avanzate. Ha varato un provvedimento molto complesso nel quale si offre alle banche una scelta (non imposizione): chi offre crediti agevolati ad aziende che producono merci francesi riceve agevolazioni fiscali, chi offre strumenti finanziari paga una tassa supplementare: prendere o lasciare. Ha decurtato del 25% lo stipendio di tutti i funzionari governativi, del 32% di tutti i parlamentari, e del 40% di tutti gli alti dirigenti statali che guadagnano più di 800 mila euro all’anno. Con quella cifra (circa 4 miliardi di euro) ha istituito un fondo garanzia welfare che attribuisce a “donne mamme singole” in condizioni finanziarie disagiate uno stipendio garantito mensile per la durata di cinque anni, finchè il bambino non va alle scuole elementari, e per tre anni se il bambino è più grande. Il tutto senza toccare il pareggio di bilancio.

Oh, se è vero solo la metà, mettiamoci tutti sul confine francese e rompiamogli i coglioni finchè gli salta il nervo e ci dichiarano guerra: non vedo l’ora di farmi conquistare e governare così.
E in attesa di qualcuno che ci salvi, ripubblico il simpatico motivetto:

Dottordivago

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Sottotitolo: Salva il giovane dal Befed e dall’aggregazione alcolica.

Stavolta non ci provo neanche.
Volevo andare avanti col “mea culpa” e ricordare qualche volta in cui ho rotto i coglioni al mondo ma so già che poi mi partirebbe la divagata. Quindi interrompo momentaneamente la serie “Scusa, mondo, scusa…” e mi fiondo sulla divagata.

Ricevo con molto piacere il saluto di una “bella testa” cittadina (non ti preoccupare, Giada, so quanto ci tieni ad essere considerata ripugnante, il “bella testa” riguardava la parte interna…), saluto che coincide con il commento n° 6000 del blog, cosa che merita menzione.
Il nome di Giada, inoltre, mi riporta a qualche mese fa, quando avevo assistito, in qualità di osservatore dei cazzi degli altri, ad un piccolo battibecco su Feisbuk tra lei e una specie di coatta del web, qualcosa tipo Jessica “ti-alzo-le-mani-sulla-faccia”. Non ricordo con precisione ma mi sembra che il piccolo scazzo vertesse su un locale alessandrino, il BEFeD, con cui Giada non voleva avere questioni e discussioni per il fatto che si diceva “ghiotta del galletto”, specialità del locale
Tutto questo mi consente di collegarmi al post precedente e di continuare a parlare, fornendo il mio inutile parere, di locali da evitare se non come la peste, almeno come la gonorrea.

Oh cazzo!…
Non sapendo con precisione come si scrive il nome del locale, l’ho cercato ‘ngopp’ internètt, per scoprire che il BEFeD non è un peccato originale alessandrino ma un male molto metastasizzato, infatti è presente in una dozzina di posti, dalle alpi Carniche, dove è partito, a quelle Giulie, passando per tutto il nord Italia.
Questa cosa mi fa riflettere: capisco che i nostri giovani, dopo svariati scontri con i fast food in genere e Mc Donald’s in particolare, hanno le papille gustative in coma, però mi sembra strano che la formula BEFeD possa avere un tale successo se ovunque il servizio e il prodotto sono quelli di Alessandria, quindi sono portato a pensare che il problema sia circoscritto alla gestione dei miei paesani.
D’altra parte, però, devo notare che comunque il locale è sempre pieno, checché io ne pensi, anche se va considerato che la clientela va dai 15 ai 25 anni, quella più difficile da gestire ma più facile da accontentare, almeno col cibo e di questo ne sa qualcosa anche un locale storico della città, che per noi rimane “la birreria di Via Ferrara”, dove di martedì, giorno di chiusura di Baleta, giocavamo a biliardo negli anni 70.
Hanno un gran bel giro di clientela per tutto il giorno ed il servizio è ok;  nell’ora dell’aperitivo serale hanno un numero impressionante di giovani, tanto che, in quella via stretta  quasi non si passa.
Un sabato sera ci sono finito dentro, su invito di una coppia di amici appena più giovani di me anagraficamente ma, evidentemente, molto piùggiovani nell’anima.
Si capisce che, parlando di aperitivi, è un posto da sbarbati.
Non tanto per la qualità del bere, che non posso giudicare visto che io vado a Beck’s, quanto per l’offerta di cibarie: invece di servire tartine e stuzzichini realizzati su fettine di pane o di piadina o di focaccina o di quello che solitamente viene in mente ad un barista, hanno pensato bene di appoggiare un francobollo di prosciutto su un sanpietrino di spessa focacciona, una cosa di 5 cm x 5 cm x 5 cm, roba che appena tocca lo stomaco fa come le scialuppe autogonfiabili e il senso di sazietà è pressoché immediato.
Considerando che con una fetta di prosciutto fanno dodici sanpietrini, con i 5 euro (€ cinque/00, come sugli assegni, per capirci bene…) corrispondenti al costo di una birra gli escono cibarie sufficienti per stroncare l’appetito di un paio di scolaresche. Se non bastasse, ci sono secchielli di pasta e riso, ovviamente freddi, roba di un peso specifico solitamente riservato agli isotopi, capace di innescare processi digestivi che trasformano l’adolescente di turno in un sonnolento coccodrillo che impiega una settimana per assimilare un’antilope, corna e zoccoli inclusì.

Poi, fatemi capire una cosa. Notavo che proprio nei locali frequentati dai più giovani, c’è una generalizzata tendenza a standardizzare il prezzo dell’aperitivo: 5 euro, cifra che in un locale in cui il consumo è rappresentato al 99% da birre e soft-coholic, rappresenta il top dell’happy hour.
“Happy” per il barista, ovvio.
Nei locali che frequento io, quindi posti in cui il Gerovital te lo danno alla spina ma dove è anche più facile che la richiesta di aperitivi sia più articolata, equamente divisa tra soft drinker che vanno a Beck’s come me, avvinazzati di rosso, prosecchisti, irriducibili bonne vivante da bollicine estere e pellacce da Negroni o Americani, in quei posti esiste ancora una scala di valori.
Ok, ciò che paghi non è collegato a ciò che bevi ma al fatto che con una consumazione puoi quasi cenare, e fin lì ci siamo. Ma un conto è se il barista prende una birra per il collo, te la apre e tu la acchiappi al volo senza fargli toccare il banco; un altro conto è un bicchiere di vino, magari versato da una bottiglia che viene aperta solo per te e che dopo un paio di giorni, se non “spinta” dal barista, anche se ben conservata non è più presentabile; per non parlare, infine, del lavoro che richiede un cocktail medio.
Quindi, 3 euro e mezzo per la birra e il prosecchino, a salire per il resto. Ora, considerato che il barista con 3 euro e 50 di birre se ne compera da sei a otto, mi pare che possa anche impegnarsi un momentino sugli stuzzichini e trarne comunque un meritato margine di guadagno.
Ma allora, perchè chi stordisce gli sbarbati con blocchi di carboidrati deve zanzarti 5 euri per una birra? Semplice: perchè i più giovani non capiscono un cazzo di cibo e, altro fatto importante, spesso ignorano il percorso, quasi sempre in salita, che quei 5 euri hanno fatto prima di arrivare nelle loro tasche. Quindi, quando dicevo “fatemi capire una cosa”, intendevo: ma i giovani, quelli che in Italia non trovano lavoro, quelli che non trovano un posto da sacrestano manco con la raccomandazione del Papa, dove li trovano 5 euro per una birretta, moltiplicati per il numero delle birrette?

Va be’, torniamo a quelli del galletto.
Un paio di anni fa, quando il locale aveva aperto da pochi mesi, un amico si era fissato di portarmi a mangiare ‘sto cazzo di galletto del BEFeD. Un sabato sera in cui io ero precettato per lavoro (avevo messo uno stand di serramenti all’interno della Cittadella di Alessandria
309678_Alessandria%20Cittadella%20foto%20Albino in occasione di alcune mostre ed eventi) ho prenotato per me e gli amici in uno dei “ristoranti” all’interno dell’ex fortezza, così avevo modo di dire quattro cazzate con le gambe sotto al tavolo nel momento di minor afflusso. Arriviamo stranamente in orario, tipo le otto e mezza, e troviamo una coda della Madonna; con un paio di “permesso, mi scusi” arrivo fino all’ingresso, per scoprire che ‘sta banda di bifolchi della pro loco che gestisce il ristorante, ingolositi dall’afflusso, ha aggiunto tavoli finchè ce ne stavano, forse anche qualcuno a castello come i letti della naja, e fatto entrare cani e porci, ignorando le prenotazioni.
Bello avere a che fare con dei professionisti…
All’interno della Cittadella non si trovava un altro posto manco a morire, neppure da quelli della farinata più unta e cara del mondo o nello stand in cui gli Alpini tentavano di dare nuovi significati all’espressione “mangiare male, ma male male male”.
L’amico del galletto mi fa notare che, se mi voglio sbrigare, il “locale del galletto” è a un minuto di macchina da lì.
È vero, mi sa che è la volta buona.

Arriviamo, c’è un merdaio di sbarbati e la musica a palla ma ci sono anche degli enormi cestoni pieni di arachidi a disposizione del popolo, con l’unico obbligo di buttare i gusci in terra, mai e poi mai in un cestino. Infatti si scivola un momentino ma l’idea di essere obbligato a fare lo sporcaccione mi diverte.
Miracolosamente ci trovano un tavolo da sei, purtroppo siamo in otto. Eh vabbe’, il lavoro mi chiama, quindi ci stringiamo un po’. Tutti quanti ordinano un antipasto a scelta e, per secondo, il celeberrimo galletto.

Si vede che lì, una volta, uno accaldato ha bevuto in fretta ed è morto di congestione. Da allora, mi sa che prima di portarti da bere deve passare almeno una mezzoretta, così ti puoi acclimatare…
E non ti sbattere a chiamare i camerieri, lo fanno per il tuo bene.
Poi arriva tutto.
Ma proprio tutto, neh…
Otto bevande, otto antipasti, otto galletti.
Su un tavolo da sei.
Morale, non c’era fisicamente lo spazio per appoggiare i piatti: a malapena ci stava il bere e un piatto a testa, come sarebbe logico, ma il secondo piatto non aveva speranze di trovare un appoggio.
«Vi lascio l’antipasto, poi vi riporto il galletto…»
«Galletto allo spiedo freddo?…»
«Allora vi lascio il galletto e dopo mangiate gli antipasti…»
«…che se si chiamano “antipasti”, ci sarà un motivo…»
La ragazza sbuffa: che gente noiosa c’è in giro…
Un attimo prima di mangiarle la testa, quelli del tavolo vicino si alzano e il problema logistico si risolve in due minuti. Resta il fatto di dover mangiare la “portata regina” prima dell’antipasto ma pazienza…
Il problema non è quello, il problema è il galletto.
A fronte degli 11 euro richiesti, il mezzo galletto non arriva a quattro etti, cosa che conferisce un prezzo di 30 euro abbondanti al kg ad una bestia che non si sarebbe mai aspettata di valere così tanto: ah… se fosse ancora al mondo sua mamma, sai che soddisfazione…
Ma il prezzo ha una spiegazione: per bruciarlo così, sai quanto gas hanno consumato?
È praticamente carbonizzato, il che, unito al fatto che dalla consistenza della carne sospetto una morte per artrite, presumo che più che cucinarlo volessero cremarlo, il galletto.
Concludiamo la “cena” con gli “antipasti” e ce ne andiamo, felici di lasciarci alla spalle quella musica assordante che, a tavola, non ho mai sopportato, neppure quando ero il ventenne più decerebrato della provincia.

Ma sapete qual è la cosa peggiore? Che c’è sempre qualcuno che mi dà del rompicoglioni (così ci manteniamo un po’ sull’argomento precedente) se non voglio tornare in un posto del genere.
Mi sento come Piero Marrazzo… No, non per il fatto di averlo preso nello sgnau… Intendo quando, prima di diventare il politico zozzone che conosciamo, conduceva “Mi manda Rai 3” e si scontrava regolarmente con avvocati di parte che definivano “un caso isolato” migliaia di consumatori truffati. È sempre così, sono tutti bravi, sono io che metto soggezione e la gente va in crisi…
Sono casi isolati.
Anzi, no: sono proprio io che porto sfiga, come dicevo sempre ai miei clienti pescatori quando mi dividevo tra serramenti e armeria: se andavamo a pescare insieme, raramente si acchiappava qualcosa di decente, come logica vuole nel Mar Ligure; invece, quando un mio cliente andava da solo, regolarmente si “caricava di pesce”.
Come succede in molti ristoranti: si mangia sempre benissimo, tranne l’unica volta in cui ci sono anch’io.
Così vivo indeciso se dare una seconda possibilità, quindi concedere una prova d’appello ad un incapace, o seguire il vecchio adagio secondo cui dove l’hai preso nel culo una volta è meglio non tornare.
Continua.

Dottordivago

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Torniamo all’uno-due di “rompicoglioni” che mi sono beccato l’altra settimana.
Inizia come il solito sabato senza Bimbi: qualche telefonata e si parte con gli aperitivi, per finire, nove volte su dieci, a mangiare qualcosa in un posto di merda.
Piccola precisazione: … Naaa, macchè precisazione, mi sa che mi scappa di divagare…

Quando c’è Bimbi cambia il finale. Non per altro: Bimbi, valdostana, è donna da spazi aperti o da focolare, vie di mezzo non ce ne sono, quindi tenerla in un bar per più di mezzora è un problema; inoltre, per la serie “chi ha più cognizione la usi”, rifiuta di farsi mangiare i soldi nei posti di merda.
Tutto questo senza disturbare o obbligare nessuno: semplicemente se ne astiene e ci lascia andare me. Ovviamente non mi va di lasciarla a casa, così sempre più spesso ci scegliamo un ristorante decente e ci andiamo noi due, visto che sembra ormai impossibile parlare con gente che abbia una vaga idea di ciò che li attende nelle sei/otto ore seguenti: sono gli insopportabili
                    battitori d’asta
che, come i loro colleghi professionisti, fino all’ultimo secondo aspettano un’offerta maggiore o migliore.
Questo è il dialogo tipico:
«Di’… invece di fare la solita fine da pirla, andiamo a mangiare in un posto decente? Non per altro, almeno prenoto…»
«Sì sì, certo… È che devo vedere un momento…»
«Oh, se non puoi… era solo per sapere…»
«Figurati… è che ho sentito X… che doveva parlare con Y… per sapere cosa faceva Z… quindi non so quanti siamo…»
Ho 52 anni e una certa esperienza, non dovrei più cascarci. E invece…
«Va be’, sono le 11, quindi un po’ di tempo c’è ancora. Senti se X ha parlato con Y e se sa cosa fa Z, almeno risolviamo l’equazione, visto che prenotare per quattro o per dieci non è esattamente la stessa cosa…»
«Mah… tu potresti dire “dieci o dodici”, poi chi siamo siamo…»
E io che mi ero ripromesso di non farlo mai più, mi ritrovo a spiegare che prenotare per 12 e presentarsi in 4, tra l’altro di sabato sera, non è una delle cose che fa innamorare di te l’oste della situazione.
«Faccio un giro di telefonate e ti richiamo.»
Nel dubbio che il famoso “giro di telefonate” parta, comincio a mettere le mani avanti, telefonando al ristorante per informarmi sullo stato delle cose: «Al momento dieci posti ci sono ma dovresti dirmi qualcosa a breve…»
«Hai ragionissima, cerco di richiamarti quanto prima…»
Ovviamente alle 14 nessuno si è ancora fatto vivo. Richiamo: «Ho chiamato X, dice che per lui non c’è problema, è Y che aspettava una risposta da Z…»
Ve l’ho detto che ho 52 anni e sono un coglione? Sì?
Ma non troppo: «Facciamo così, ci sentiamo con calma, magari per l’aperitivo, almeno sappiamo quanti siamo e poi vediamo, che ne dici?»
Dovrebbe dirmi “cretino, questo significa non prenotare, quindi finire nei soliti posti di merda…”, invece mi dice: «Sì, dài, facciamo così che è meglio…»
Meglio, eh? Magari anche per me: hai visto mai che prima di sera mi telefona Charlotte Casiraghi supplicandomi di accompagnarla al Gran Gala della Croce Rossa di Montecarlo e di ciularla per un paio di giorni a seguire?
Sai quante cose possono capitare in un sabato pomeriggio?
Chiudo la comunicazione, chiamo il ristorante: «Siamo in due, alle otto e mezza/nove, ok?»
«E gli altri?»
«Gli altri mi hanno rotto i coglioni.»
Quando ci si trova per l’aperitivo, rischi anche di trovare qualcuno che ti domanda se hai prenotato: «Sì, per due…»
«Allora sei bastardo…                 (AAAARRRRRGGGGHHHHHH!!!)
…senti se aggiungono un tavolo…»
Ho già fatto anche quello, con la certezza che, nella concitazione delle otto del sabato sera, verrò classificato “rompicoglioni” tanto quanto gli aggregati dell’ultimo minuto.
Da poco tempo non ci casco più e mi limito a fornire il numero del ristorante, tanto il posto per me e Bimbi c’è: pirla si nasce, egoisti si diventa.

Oh, non c’è verso di partire con l’altra storia, eh? Ci riprovo.
Sabato sera, aperitivi, domanda fatidica: «Dove andiamo a mangiare?»
Il Cigno: «Mi hanno detto che c’è un posto nuovo, si chiama tipo “Il mondo di Bua”… fanno un po’ di tutto…»

SCAPPA!
Scappa via, fuggi, non ti voltare!
“Torni a bordo, cazzo!”
“Vaffanculo, tornaci tu!”…
Scappa, Dottordivago, scappa!

Un cervello dovrebbe servire proprio a lanciare segnali del genere, almeno a livello di paleoencefalo, quello della paura e della difesa della prole. Invece niente, dannate Beck’s preserali…
Si parte.
Purtroppo si arriva anche.
Alle porte della città c’è una piccola zona artigianale e in uno di quei capannoni (sì, avete letto bene:”capannoni”) si trova la nostra meta.
Non vivo in Costa Azzurra o a Venezia, non pretendo di associare “castello” o “villa d’epoca” o “chiesa sconsacrata” alla parola “ristorante”; non vivo a Shanghai e non pretendo di mangiare al trecentesimo piano di un grattacielo rotante…
Però, in un capannone…
A prima vista ha tutte le caratteristiche per invogliarti a dare una grattata di retromarcia e andare di corsa a farti rubare i soldi da un pizzaiolo che, almeno, te li ruba seriamente da anni.
Paleso le mie perplessità e il Cigno parte con un “non cominciare”.

La prima cosa che vedi di fronte a te entrando, se ricordo bene, è un banco di pasticceria: “pasticceria”? Io metterei un tripudio di antipasti ma evidentemente non sono del mestiere…
A destra c’è un po’ di spazio a disposizione di un malato di mente che sfrega, stropiccia e pasticcia una serie di apparecchiature audio: probabilmente sta lavorando in streaming per qualche locale VIP di Mosca, dove adesso è mezzanotte e dove tante belle Irine ballano per compiacere qualche delinquente miliardario. Dico così perchè dove si trova fisicamente l’impegnatissimo DJ, cioè a due metri da me, si sente una specie di musichetta da Pacman o da giocattolo rotto, che continua con il suo tricche-tracche-tricche-tracche immutabile, in spregio agli interventi e aggiustamenti frenetici del tecno-artista. Al suo fianco un’anoressica indemoniata –bel culo, devo riconoscerlo, anche se assolutamente fuori contesto in mezzo a tutte quelle ossa.…- lascia fluire il ritmo dentro di sè e si agita a tempo di tricche-tracche-tricche-tracche.

In attesa che gli altri parcheggino do un’occhiata all’ambiente.
Dopo il banco pasticceria (!) credo ci sia il banco del bar, a seguire il forno per le pizze, poi iniziano i tavoli, occupati si e no per metà: cazzo, riusciamo anche a sederci, Dio li maledica…
Mi impadronisco di un menu abbandonato su un tavolo. Prima voce:

Antipasti misti…………………….16 euro

Scappa, Dottordivago, scappa!
Ora capisco perchè  non mettono in mostra gli antipasti: li terranno in cassaforte.
O sono pazzi o stupidi: pazzi perchè in un posto di merda come quello con 16 euro dovresti rilevare delle quote societarie, non mangiare un antipasto; o stupidi, visto che quella portata pare sia “molto abbondante”, a detta della cameriera, praticamente un pasto completo, roba che se lo chiami “menu estate” ne vendi una vagonata, mentre voglio vedere quanti antipasti da 16 euro riesci a far fuori…
Sedici euro! Per 16 euro l’addetto di un call center si prende degli accidenti per tre ore, altroché l’antipasto misto…

Mmm… qui più che pazzi sono schizofrenici: sottofiletto 10 €, patatine fritte 5 €. Che senso ha tutto ciò?
Ci sediamo e non ci caga nessuno per dieci minuti, periodo in cui io faccio notare che questa gente non ha proprio un’idea di cosa sia la ristorazione (non parlatemi di gastronomia, per favore…) e mi adopero per portare fuori tutti, così mi becco il primo “rompicoglioni” dal Cigno, che ha fiutato l’usta del cibo e da lì non lo schiodi.
D’altronde, come definire se non “rompicoglioni” uno che non vorrebbe cenare in un posto palesemente di merda, in cui l’entrée è costituita da un menù senza senso e l’ammazzacaffè è rappresentato dai Carabinieri che stanno mettendo a soqquadro la cucina?
Sì, i Carabinieri.
Eh, già, questa non ve l’avevo ancora detta, neh? Hanno steso verbali per tutta la sera, giusto per inquadrare il posto.

Io avrei fatto la bella, giuro.
Solo che ho il terrore de “La guida ai tempi dell’etilometro”.
Ho sempre voluto muovermi coi miei mezzi, per essere libero di fare il cazzo che mi pare ma oggi ho praticamente smesso di prendere la macchina quando si va a cena e mi abbandono sui sedili del Cigno, uomo che regge benissimo quelle tre o quattro Coca Zero che si filtra, alternandole alla minerale gassata.
Fare il colpo di quello che abbandona la compagnia al grido di “TAXI!…” non mi sembra il caso, anche perchè vai a spiegare dove siamo a un tassista…

Parte la lettura ufficiale del menu, con tanto di domande alla cameriera: «Come fate il polpo?»
Che cazzo di domande… Come vuoi che lo facciano? Male, no?
Oh Signùr… Comincia a venirmi un dubbio: sono davvero un rompicoglioni o sto vivendo l’incubo di essere l’unico sano in un gruppo di pazzi?

In questi casi la parola d’ordine è “minimizzare i danni” e l’unica mia difesa è “pizza margherita e birra”, in bottiglia, così non rischio una “spina” di quart’ordine.
Gli altri sono più fiduciosi e ordinano come se fossimo al ristorante.
Gianni e morosa ordinano il sottofiletto che, per 10 euro, io battezzo “una scaloppina”. Sbagliato: quella che arriva è una fetta di tutto rispetto, alta ben più di un dito.
Solo non si vede di cosa.
Credo che neppure in una taverne di Clermont-Ferrand, la cui proprietaria si chiami Antoinette e il cui marito, Benoit, ingrossi il fegato delle oche per lucro e quello dei clienti per passione, neppure in quel posto si sognerebbero di mettere una simile quantità smodata di salsa o crema o panna taroccata su una fetta di carne.
Da parte mia, devo essere sincero, la pizza poteva essere peggio. Anche molto, molto meglio ma ho già mangiato cose peggiori.

La conversazione indugia sul livello della ristorazione dalle nostre parti: è molto più facile farsi prendere per il culo che aggiustarla. “Se poi te le cerchi pure…” insisto io…
Ma a parte la cucina, espongo la mia incredulità sul fatto che stia diventando un grosso problema anche prendere un caffè dopo cena, caffè che non sembri fatto con le carrube e gli scarponi dismessi dagli Alpini.
Questo -e un goccio d’alcol- fanno sì che Gianni mi presenti alla cameriera come il più grande rompicoglioni del mondo in fatto di caffè e la cosa mette in apprensione la ragazza che, dopo dieci minuti,  viene ad informarsi sul giudizio del sottoscritto.
Paradossalmente il caffè era buono: parlando di pizzerie e locali similari si becca un bel “nove”, che corrisponde a un “sei e mezzo” da bar. Ma Gianni è incontenibile, al punto che quasi non riesco a rispondere alla tipa, così faccio una cosa che mi sarà successa due volte nella vita: mi incazzo a tavola, il posto in cui sono meno portato e disposto a farlo.
La cameriera, tra l’altro, è anche una mia cliente e questa cosa sembra una presa per il culo nei suoi confronti, situazione che mi fa aumentare l’incazzatura.
Ma se Dio vuole, quella parte di serata è agli sgoccioli e sono ben lieto di accompagnare il Cigno nel giro di tutti i distributori della città per trovare quello col prezzo più basso, operazione fine a sè stessa, visto che giriamo per la città fino a notte fonda, consumando abbondantemente il risparmio cercato.
Ma questa è una minchiata che mi fa ridere e mi astengo dal caricare il Cigno per due motivi: primo, perchè lo sa e ci rendiamo conto che è un gioco per allungare la serata, secondo, perchè non vorrei sembrare un rompicoglioni…
Continua

Dottordivago

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Passo la vita (bloggistica) a lamentarmi di quanto il mondo in generale e l’Italia in particolare siano popolati da umani-panda stupidi, maleducati e rompicoglioni.
Poi succedono un paio di cose.

In un commento al post precedente, che riporto:

C’è un lato positivo nel fatto di avere incassato quattro dicasi quattro pappine dalla Spagna: l’essersi risparmiati i cortei di auto strombazzanti fino a tarda notte. Sapete..quelli che svegliano “il bambino”

il sagace e salace MarcoG mi induce involontariamente ad una riflessione:
«Ma io, nella mia vita, quanto ho rotto il cazzo al mondo?»

Questo sussulto di coscienza arriva non solo dopo un commento ma anche dopo un sabato sera in cui mi sono preso del rompicoglioni da due dei miei più cari amici, gente che mi gira intorno da 35 anni: uno è il mai abbastanza vituperato “Cigno”, l’altro è il Gianni de Il Gigante del Bengala.
A seguire riconoscerò una tale serie di colpe mie e di rotture di coglioni inflitte al mondo, da meritarmi, per contrappasso, di andare a vivere al primo piano di uno stabile al cui piano terra sia presente un locale gestito e frequentato da Caraibici e Sudamericani in genere. Ma sono stra-convinto che, oltre che con le sigarette, da qualche anno ho smesso anche con lo scassare la minchia al prossimo, tant’è vero che per le vicende di sabato sera non solo mi sono assolto ma mi sono pure dato ragione.
Facile, direte voi, eh?
Facciamo così: io ve la racconto pari pari e siccome i due malamente sono anche lettori di queste pagine, concedo loro fin da ora ampio diritto di replica e/o rettifica.

Sabato scorso: Bimbi va a trovare la sua mamma di ritorno dalle vacanze, io resto a casa per vedere la finale di domenica con alcuni amici.
Quando di sabato non prenoti il ristorante, finisce che ti devi accontentare; se poi con gli aperitivi finisci dopo le nove, allora devi proprio raschiare il fondo del barile, attività nella quale, io e alcuni pirla come me, stiamo diventando teste di serie. Faccio un esempio.
Un sabato sera invernale, sempre orfano di Bimbi, in quattro abbiamo girato dalle otto e mezza alle dieci senza trovare un oste che si impietosisse e ci aprisse l’uscio, così decidiamo di puntare verso la campagna, nella speranza che i villici vadano a letto prima dei decadenti metropolitani e si nutrano di conseguenza.
Scacciati da un altro paio di posti, entro nel classico luogo dove non vorrei mai entrare, dove sul menu non compaiono “maccaroni” o “spaghetti alla bolognese” solo per il fatto che di lì non ci passa un turista manco se si perde.
Insomma, la povertà intellettuale applicata alla gastronomia: quattro cose, sempre quelle, fatte male, in un ambiente tristemente ordinario.
In quei casi si dovrebbe avere il coraggio di tornare nel locale dell’aperitivo, farsene ancora un paio e mangiucchiare qualcosa, per poi rifarsi con la colazione del giorno dopo.
Non l’ho fatto e non ho scuse, lo riconosco. Purtroppo la voglia di mettere le gambe sotto il tavolo spesso ha il sopravvento, magari aiutata dalla speranza di trovare anche solo due fette di salame buono e un’altra portata, non importa se primo o secondo, cucinata non da un famoso chef ma almeno da qualcuno che sappia da che parte si impugna una padella.
Non dovrebbe essere una missione impossibile, siamo in Italia, siamo il popolo che possiede la cucina più facile e più immediata del mondo, gli ingredienti teoricamente tra i migliori, una cultura millenaria: mangiar male dovrebbe essere un improbabile incidente di percorso, non rappresentare una  possibilità su due.
Ovviamente noi abbiamo beccato la seconda.
Ma la cosa peggiore non era la cucina: io scendo dalla macchina “per vedere se c’è posto”, entro nel tipo di locale che vi ho descritto, con la chicca dell’ingresso in una specie di piccolissimo bar di paese, da cui non si vede parte della sala annessa: «Siamo in quattro. Ci date da mangiare?»
«Sì, ma niente primi perchè la cucina è già chiusa…»
Ma sì, dai… la speranza di trovare anche solo qualche fetta di roast beef o di prosciutto al forno come in autogrill è sempre viva. Sporgo la testa verso la sala e vedo una tavolata costituita da una mezza dozzina di coppie sui 30/35 anni, probabilmente adepti tardivi del Reverendo Jones, sicuramente gente che ha deciso di farla finita avvelenandosi in gruppo. Infatti, oltre ad aver pasteggiato abbondantemente, si passano una bottiglia di limoncello nel bottiglione da due litri, quello buono
Intorno al tavolo ci sono parecchie sedie vuote: ovvio, per i fumatori, un ultima sigaretta prima del grande passo…
Va be’, almeno c’è parecchio spazio e non si vedono bambini, cosa che per me vale già una stella Michelin: chiamo il resto della truppa.

Qualcuno ha detto: «Quando rientra lo scemo, scatenate l’inferno»?
Nei dieci secondi in cui sono stato dentro, probabilmente quei venti bambini che ora stanno urlando come pazzi stavano facendo una specie di gioco del silenzio, nella parte di sala nascosta dal banco del bar.
Guardo gli altri, siamo sfiniti, cediamo.
Poco dopo il Dio degli Sfigati si manifesta e ci libera della compagnia di quel gruppo di instancabili riproduttori e del frutto dei loro lombi: il locale piomba in un silenzio agghiacciante che ben si sposa con  l’arredamento da pensioncina ligure e alla qualità della cucina. Ah no… appena i timpani ricominciano a funzionare ci rendiamo conto che l’ambiente è rallegrato dall’audio di un lontano televisore, forse l’unica cosa che mi disturba quanto i bambini.
Ok, facciamoci del male: antipasto misto con prosciutto di spalla, salame industriale che anche un tedesco mangerebbe senza entusiasmo e altre due o tre ciofeche che non ricordo; arrosto di tofu tiepido (ce lo spacciano per maiale ma non ci credo: è assolutamente insapore e ci vuole un bicchiere di birra ogni boccone per inghiottirlo), patate al forno bisunte a cui, almeno, un’anima buona ha fatto fare un giro nel microonde.
Per fargli capire che non siamo dei cagasotto, osiamo addirittura chiedere il dolce: prima o poi ne pagheremo le conseguenze ma mi sembra che la titolare ci guardi con maggior rispetto…
Col caffè scendiamo un ulteriore scalino verso l’inferno.
Per fortuna, consci della regola “io faccio finta di cucinare e tu fai finta di pagarmi”, ci chiedono venti euro scarsi a testa: hanno chiaramente sbagliato mestiere ma almeno non ce lo fanno pesare.
Continua.

Dottordivago

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Quest’appendice è costituita, in realtà, da un paio di belinate che avrei potuto scrivere anche ieri, se non mi fosse arrivata in negozio una coppia.
Oddio, “coppia”…

Da Wikipedia:
Nell’accezione più comune indica un insieme di due oggetti o persone che si trovano in una qualche stretta relazione; in sociologia, indica l’insieme di due partner.

Ho fatto bene a cercare la definizione su Wikipedia, fino a poco fa pensavo che per definire “coppia” due esseri viventi fosse necessario che appartenessero almeno alla stessa forma di vita; invece la sociologia mi dà una mano e mi consente di definire “coppia” un uomo e una porcheria, entrambi sui trentacinque anni, anche se la porcheria poteva averne trenta o diecimila, cento milioni o l’età dell’Universo. Solo entità come il Bene e il Male, che sono nati con la Creazione del Tutto, possono rapportarsi con la porcheria in questione, a sua volta un’entità, un qualcosa di ultraterreno che attraversa Spazio e Tempo e non “rappresenta”, bensì costituisce un altro valore assoluto: la Bruttezza.

L’Orrenda era un vero manifesto contro la procreazione: in primis per invitare a non perpetuare dei geni non proprio di primissima, in secundis per mostrare alle donne quali possono essere le conseguenze di una maternità incosciente, del tipo “eh, sai, devo mangiare per due…”.

Sfatta.
Non solo grassa: grassa male, veramente sfatta. 
Peggio, direi “mischiata”: aveva così tante balze di grasso mal distribuite, anche in punti dove non te l’aspetteresti, che sembrava l’avessero smontata senza segnare i pezzi e rimontata alla rinfusa. Il viso, certamente mai stato bello, con quel nasone gobbo e storto, ora è ripugnante, incorniciato dal doppio mento, anzi, triplo mento, “adbundazio adbundandis, non ci facciamo conoscere”, come diceva Totò. 
Non riuscivo a guardarla, tenevo gli occhi fissi sul marito, praticamente ancora un ragazzo che alla sera può dire la sua su un campo da calcetto e, mi auguro per lui, anche nel letto di un’amica sua personale o della moglie, comunque qualcuna che appartenga alle forme di vita conosciute.

L’Orribile aveva anche una particolarità: non capiva un cazzo.
Ma così “un cazzo” da farmi pensare, prima, alla volontà di farmi incazzare, poi alla sfiga più nera, quella che non te ne fa azzeccare una neanche per sbaglio.
Comunque, Dio la benedica: «Adesso che c’è il bambino servono le zanzariere subito e le finestre nuove prima dell’inverno».
Vedendo la mamma, per un attimo ho pensato che all’interno dell’Area 51, in Nevada, dove certamente sarà custodito il piccolo, non ci sono nè zanzare nè freddo, ma il commerciante che è in me mi ha imposto il silenzio.

E mò mi scappa pure di divagare.

«Adesso che c’è il bambino servono le zanzariere subito e le finestre nuove prima dell’inverno».
La mia esposizione è proprio di fronte a un frequentatissimo iper-bimbo-market, uno di quei rarissimi posti rimasti, insieme alle pompe funebri e ad alcuni ristoranti, in cui la gente perde il lume della ragione e non collega quanto sta spendendo per cosa, tanto “è per il bambino… “
Tutto costa uno sproposito, mediamente dal 30 al 100% in più rispetto all’ipermercato che si trova a due minuti d’auto uscendo dalla città, però il posto pullula parimenti di famiglie benestanti e a basso reddito, perchè “sai, è per il bambino…”

Hai fatto bene a dirmelo, pensavo che il latte in polvere, il pannolino coi Puffi e l’ippopotamo azzurro in scala 1:1 fossero per il nonno…

Sì sì sì sì sì… avete ragione voi.
Io non ho figli, “non posso capire”, “non so cosa si prova” ecc ecc…
Però so che tutti ‘sti potentissimi sentimenti, insieme alla teoria pedo-Tolemaica che situa il bambino al centro dell’Universo, esistono da una trentina d’anni: prima un bambino era un lieto evento per due giorni, poi diventava un fagotto che all’occorrenza veniva messo all’ombra di un gelso, mentre la mamma aiutava il marito e gli altri sette o otto figli, nei campi.
Non credo fosse un sistema sbagliato, sennò ci saremmo estinti, invece l’umanità è andata avanti così per qualche migliaio di anni, cosa che rappresentava già un progresso perchè prima era peggio: nel neolitico -e pare ancora nella Cina rurale della prima metà del ‘900- quando la sopravvivenza degli adulti era a rischio, i bambini se li mangiavano…
Certo, sbagliato per sbagliato, è meglio come si sbaglia oggi, anche se “io non posso capire…”

Ma lo capiscono benissimo i commercianti, e fanno bene.
Poco tempo fa ero in una salumeria vicino a casa mia e prima di me c’era una tipa sulla trentina: «Mi dà anche una mozzarella?
«Preferisce la Santa Lucia o la Vallelata?»
«Mah, sa, è per il bambino…»
La salumaia si è bloccata, sul viso l’espressione “Mio Dio, cosa stavo per fare…”
«Allora le do quella fresca, di bufala, di un piccolo produttore di Mondragone…» Prodotto dal costo doppio ma sicuramente più saporito, certo, anche se il bambino non è in grado di apprezzarlo.
Io avrei preso quella di Mondragone per me e la Santa Lucia per il piccolo: la Galbani avrà svariate cause sindacali in corso e se mai ci fosse qualcosa di meno che perfetto, trovare qualcuno che fa una soffiata ai NAS è un attimo, mentre il “piccolo produttore di Mondragone” potrebbe far su tutto il latte impestato della zona, munto da mucche o bufale che pascolano su una delle tante discariche abusive.
Frenate lo sdegno, buongustai: ho detto “potrebbe”.
Resta il fatto che ha più senso che sia io a rischiare atrazina e diossina per un sapore migliore, visto che lo so apprezzare, piuttosto che un bimbo di tre anni.

«Mi dà anche qualche fetta di prosciutto cotto?»
«Ho questo in offerta che è ottimo…»
«Mah, sa, è per il bambino…»
Questa volta la salumaia ha optato per un’espressione complice e ha affettato una specie di reliquia, dal costo stimato, a fetta, dei wafer di silicio su cui realizzano gli iPad.
La giovane signora se n’è andata con un pacchettino che, valutando peso e costo, solitamente te lo fornisce un pusher, piuttosto che un salumiere.

Ok, chiusa la divagata. Riagganciandomi al post… cioè, più che altro al titolo, visto che fino ad ora ho solo blimblanato, ci sono ancora un paio di considerazioni da fare, forse una sola, che le comprende tutte: siamo veramente un popolo di imbecilli.
Dopo il 2-1 con la Germania non avevamo dubbi: eravamo la squadra più forte, più simpatica, più più più… Balotelli era il Campione del futuro, Pirlo aveva già in tasca il Pallone d’Oro e, nonostante potesse andarle pure peggio, visto che potevamo vincere sei a zero, la Merkel aveva un buco del culo come uno sbadiglio.
Questo si chiama “non saper vincere”.

Dopo il 4-0 si sono sprecate le critiche a giocatori e allenatore.
Chi titolava “Prandelli cosa hai fatto?”, chi si scatenava con Photoshop e, al posto delle chiappe della Merkel, metteva di tutto in mano a Balotelli, dall’aratro al martello pneumatico; altri pubblicavano un “Trova le differenze”, mostrando i 4 Mondiali dell’Italia contro un Mondiale e 3 Europei della Spagna, cosa che al mio paese è definita “essere dei bruciatori”. E qualcuno, forse lo stesso che avrebbe auspicato le 6 pere alla Germania, disprezzava l’antisportività degli Spagnoli, perchè “4-0 è un’umiliazione che si deve evitare ad un avversario che, come noi, merita rispetto”. 
Questo si chiama “non saper perdere”.

Non sappiamo nè vincere nè perdere, un popolo di pareggiatori, esattamente come dice Monti: gente che negli ultimi decenni ha solo tirato a campare.

Dottordivago

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