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Archive for gennaio 2012

Nel post precedente, che doveva essere lungo dieci righe, ho iniziato così:

Quest’uomo esiste e lavora in un mega-centro calzaturiero delle mie parti.

Poi il cervello mi è andato per funghi e ho passato tutto il post a parlare di scarpe da ginnastica e di merda. Mah…
Va beh, adesso non mi distraggo più, devo assolutamente rendere omaggio al genio di un uomo.

Forse c’è una cosa che mi dà più fastidio del provare i capi d’abbigliamento o del cercare un paio di scarpe nuove e questa cosa fastidiosa è “cercare il negozio”.
Per me le vetrine dei negozi sono parte integrante dell’arredo e dell’illuminazione urbana e, ovviamente, preferisco passeggiare in una via bordata di negozi aperti e illuminati che in una strada buia, fatiscente, piena di rottami di auto e gang assetate di sangue. Però per me i negozi sono un po’ come la tappezzeria e la lampadina della città: è bene che ci siano ma gli dedico un’occhiata di passaggio qua (hai già visto uno che si sofferma a guardare con attenzione una lampadina o una tappezzeria come un ebreo davanti al Muro del Pianto?), un’occhiata di passaggio là, poi un saluto a un conoscente o una sbirciata veloce a un bel culo…
Con la differenza che conoscenti ne trovo uno ogni dieci metri, coi bei culi sono anni e anni di “non pervenuto”…

Così vado a cercarmi le scarpe in quei capannoni sconfinati in cui non trovo un cazzo lo stesso ma almeno per ogni scarpa che mi fa schifo ce ne sono centotrenta versioni, colori e prezzi.
Continuo a non considerare le donne, a loro tutto è concesso: una donna con un paio di scarpe spacchiosissime tacco diciotto o un paio di sandali che sembrano due museruole, sta sempre bene o, perlomeno, ci siamo abituati a vedere nefandezze di ogni tipo e non ci facciamo caso.
Un uomo no.
Continuo a sostenere che un uomo si deve vestire da uomo, non da femminiello o da Gene Simmons o da astronauta, non deve andare in giro con le sopracciglia di Moira Orfei e se non si trucca è meglio.
E non deve mettersi le scarpe dorate.
Questo per un fatto di decoro. Ma visto che parliamo di uomini, dovremmo anche tenere conto di una cosa di cui ci possiamo, anzi, ci dobbiamo scordare se si parla di donne: la logica. E la logica vorrebbe che le scarpe nuove -belle o brutte- sembrassero almeno nuove, non quelle cose tutte screpolate che sembrano uscite dal canterano della nonna, sneakers che dovrebbero essere bianche e invece sono verniciate come una petineuse d’antan, per non parlare di certe scarpe che ancora prima di uscire dal negozio sembrano già rubate a un morto…

E se le scarpe fossero pure della misura giusta non sarebbe male: è una mia impressione o il mondo è pieno di pazzi con pantaloni strettissimi, che non so come possa passarci il piede, abbinati a scarpe a punta due dita più lunghe del necessario, accollatissime, così si amplifica l’effetto?
Sarò retrogrado ma se dico che tutti gli uomini, per legge, dovrebbero vestirsi come Cary Grant negli anni 60, dico una cazzata?
Comunque certe mode assurde sono anche utili, come lo sono le traversie e le difficoltà della vita, che consentono di distinguere gli amici dai conoscenti: potete voi dire di conoscere qualcuno che ha comperato un paio di scarpe a dondolo tipo queste

MBT e che meriti ancora la vostra stima? Ripeto, parlo di uomini, le donne “non sono parametro”, come dice il mio amico Milton.

Io credevo di conoscerne uno.
È uno che -solo per volgare convenienza, ora l’ho capito- per anni ho considerato una persona a posto, sforzandomi non poco per convincermi di questa cosa. Ma c’era sempre una vocina che…
È uno che ha quasi sessant’anni e li porta benissimo, amante della montagna in modo spasmodico, uno che potrebbe anche tirar su qualcosina pure nel settore patata, se non fosse che parla incessantemente di quando faceva l’alpino e sente solo, rigorosamente, musica dei Nomadi, suonerie dei telefoni comprese.
È un geometra e gli ho sempre visto fare delle ristrutturazioni discutibili, se non proprio brutte, solo che se mi gira i lavori, cosa devo fare?…
Ah… e non capisce un cazzo di ristoranti.
Lo so, sono cose gravi ma mi ha sempre procurato parecchio lavoro ed io mi sono sforzato di apprezzarlo per qualche anno…
Poi ha iniziato a perdere qualche colpo: è un periodo che fa un certo numero di cazzate ed io devo sempre più spesso parargli il culo, per poi ritrovarmi a questionare con i clienti, cosa che non mi è mai successo di fare prima ma che potrei anche accettare, se non che, in caso di discussione, il groupie dei Nomadi sta dalla parte dell’altro… Eccheccazzo!…
Pensavo ad un suo “momento un po’ così”, magari si ripiglia, pensavo, poi un bel giorno mi ha fatto un panegirico della fitoterapia e di quelle scarpe: da quando ha scoperto le due cose, si sente un altro uomo.
Lo è veramente, solo che io preferivo quello di prima che non faceva cazzate: mi puzza di storia finita.

Divagata bastarda, eh? Non mi sono neanche accorto che “mi saliva”…

Comunque, da parte mia, con l’abbigliamento mi distraggo un po’ di più e prendo anche dei discreti pacchi ma sulla scarpa non transigo e raramente mi sbaglio.
A parte le Geox.
La faccio breve: le prime che ho comperato, un paio di scarponcini, erano assolutamente impermeabili fino a dieci centimetri.
Dall’acqua.
Sì, c’è poco da ridere: se ti avvicinavi di più al bagnato -non era necessario starci proprio dentro, bastava avvicinarsi– per un qualche fenomeno di capillarità e di idrofilia (loro) o di idrofobia (mia), mi ritrovavo con i piedi marci.
Con il secondo paio

Vuoi mica che un’azienda come la Geox…

tipo “scarpa da barca” scamosciata color tabacco, potevo scegliere: o metterle senza calze e ritrovarmi con i piedi del colore ocra dell’interno-scarpa, colore che durava più o meno come un disegno con l’hennè, o buttare via un paio di calze ogni volta che mettevo quelle scarpe di merda.
Col terzo paio

Mi sa che le uniche due Geox difettose le ho beccate io…

si sono superati. Si trattava di una scarpa estiva di tela blu con suola bianca, una scarpa che solo a vederla il piede sente già fresco; la prima volta ho resistito per un paio d’ore, poi ho desistito: mi stava venendo il “piede da trincea”:
494px-Trench_foot

Dico io: una scarpa che nella parte superiore è di tela e nella parte inferiore è dotata della mitica suola Geox, come può marinare i piedi in quel modo? Non può essere, ci riprovo.
Dopo un’ora le ho buttate via: sono tornato a casa, ne ho messo un altro paio e, uscendo, le ho buttate via.

Marca “bravo” alle Geox: è grazie a loro se ho capito perchè “fare le scarpe” a qualcuno si scrive così ma si pronuncia “metterglielo nel culo”.

Adesso basta.

Se non giustifico il titolo, mi sputo in faccia da solo.
Insomma, sono entrato in un megastore di scarpe e mentre mi aggiravo tra gli scaffali sentivo solo gli schiamazzi di una famiglia di taralli.
Ora, io dico sempre che se dovessi scegliere dove far crescere un mio eventuale figlio, tra Bergamo e Napoli non avrei un attimo di tentennamento: sole, pizza, amore, senza dubbio.
Ma questi erano la famiglia che ha creato -statistiche alla mano- la tipologia di clientela meno gradita agli albergatori di tutto il mondo:

  • famiglia italiana,
  • del sud,
  • con bambini.

Probabilmente erano lì per investire in scarpe tutti i soldi che risparmiano per l’abbigliamento, infatti papà, mammà e figliolanza erano tutti quanti in tuta, divisa d’ordinanza di tutti quelli con un rapporto altezza/larghezza = 1:1.
E facevano un casino…

I bambini si infilavano tutte le scarpe esposte, ovviamente di dieci numeri in più e si rincorrevano, mentre i genitori litigavano tra loro; forse la donna (va beh… “donna”…) aveva dei trascorsi da ventriloquo, visto che riusciva a litigare col marito e ad ululare cose al telefono ad una “mammà” che necessitava di ciabatte.
Ricordo di aver pensato: «Resisto ancora mezzo minuto, poi litigo. Non me ne fotte un cazzo, anche a costo di prendere a calci una di quelle due porcherie…»

In quel momento si materializza un signore: credo che “Medio” fosse il suo nome. Una persona assolutamente anonima e non intendo uno sfigato: uno sfigato ha qualche caratteristica che lo distingue mentre quell’uomo potevi incontrarlo mille volte e non riconoscerlo mai.
Vestito nè bene nè male, nè bello nè brutto, un’età indefinita tra i 40 e i 60 anni, si è avvicinato con un accenno di sorriso a Capocollo e Soppressata e ha sussurrato loro qualcosa, qualcosa che li ha ammutoliti.
I cuccioli hanno  percepito che qualcosa nell’equilibrio del branco era mutato e si sono avvicinati con curiosità mista a sospetto, riducendo gli urli di un paio di decibel; è stata sufficiente un’occhiata benevola e un altro sussurro per trasformarli in educati Piccoli Lord.
Io non ho capito una parola, ero abbastanza lontano ma volevo capire cosa stava succedendo; mi stavo avvicinando quando mi sono accorto che ad un piede avevo la mia scarpa ma all’altro avevo quella che stavo misurando, così sono tornato indietro.
Tanto è bastato perchè l’Angelo Silenziatore sparisse e lasciasse lì il frutto del suo prodigio: una famigliola innegabilmente costituita da mostri deformi ma che si dirigevano educatamente alle casse, senza emettere un suono.

Oddio, e adesso dove è andato?
Voglio quell’uomo, voglio essere suo discepolo, voglio imparare…
O quantomeno assumerlo come segretario o con la qualifica che preferisce e tenerlo sempre con me: non una guardia del corpo ma una guardia del mondo, uno che può veramente fare molto per la nostra società. Un jolly da giocare in mille occasioni, da chi parcheggia abusivamente sul posto handy a chi butta le cartacce per terra, da chi non fa la ricevuta fiscale a chi ha una moto che spacca i timpani.
Dov’è finito? Lo voglio clonare, ne voglio mille, un milione!

Niente da fare: l’Uomo Che Sussurrava Ai Taralli era sparito.
Ma sarà realmente esistito o, come Ed Norton in “Fight Club”, ho semplicemente materializzato i miei desideri?

Dottordivago

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Quest’uomo esiste e lavora in un mega-centro calzaturiero delle mie parti.

Odio comperare qualsiasi cosa sia da provare, misurare, calzare, infilare: per me ogni acquisto nel campo dell’abbigliamento è realmente come togliermi un dente. Le scarpe, poi…
Le uso finchè non ne possono più loro o non ne può più Bimbi; a quel punto mi tocca, devo bere l’amaro calice, senza riuscire a smettere di domandarmi in quale inferno possano essere sprofondati Ferdinando e Imelda Marcos: non tanto per i crimini e le ruberie nei confronti del popolo filippino, quanto per il fatto di essere stati proprietari, in due, di qualcosa come ottomila paia di scarpe, di cui cinquemila e rotti lei.
E se posso capire che un ex troione in possesso di risorse sufficienti possa spaziare nello scibile calzaturiero, proprio non capisco come cazzo fa un uomo ad aver voglia di misurare duemila paia di scarpe.
Brucia, Marcos, brucia…

Per fortuna col mio lavoro posso vestirmi come mi pare, scarpe comprese, quindi per otto mesi all’anno la aggiusto con le scarpe da ginnastica, anche se non è  facilissimo neanche lì.
Una volta c’erano le scarpe da ginnastica, che per me si pronunciava “Adidas”: erano bianche, bastava scegliere il colore delle righe. Bei tempi…
Poi arrivarono le sneakers, per chi vuo’ ffa’ l’ammericano, che sono la stessa cosa: infatti il nome deriva dalla pensata di un poliziotto newyorkese dell’800 che sentiva la necessità di scarpe silenziose per arrivare di soppiatto (da sneaking, di nascosto) alle spalle dei birbaccioni e che si inventò l’abbinata scarpa di tela / suola di gomma, scarpe che col tempo hanno subito una trasformazione, proprio come quei modellini che, partendo da una Fiat Multipla, diventano robot-killer a cui partono gli arti a razzo.
Ora, io sarò un vecchio rincoglionito ancorato a vecchi concetti di “scarpa”, intesa come protezione del piede, quindi non faccio testo; però, che di colpo la funzione primaria diventi quella di stupire o disgustare il potenziale cliente, ecco, questo mi spiazza.

Già una scarpa come le Todd’s, le prime, quelle con la suola a micro-tacchetti di gomma, mi sembra una cosa disconnessa dalla realtà: una cosa che sta a contatto col terreno, perchè deve essere fatta in quel modo? Se ci pesti una merda di cane, non basta la solita aiuola, ci vuole il filo interdentale, cazzo!
Ocio che mi scappa di divagare…

E quando credi di averle viste tutte, arriva Alberto.
Alberto, noto come “Il Piede”, ha i piedi di Pippo, uguali: avrà il 46/47 e la pianta più piatta e larga del mondo, praticamente due cotolette, due sogliolone atlantiche, due carnose foglie di fico d’india, solo senza spine…
Con due piedi così, trovare delle scarpe normali non è facilissimo, a volte tocca accontentarsi e questa è la prima spiegazione che mi viene per giustificare un acquisto assolutamente privo di senso che lo ha visto protagonista.Estate 2005, vacanze in Salento.



Beh? Nessuno dice “ahhh… bellissimo…”? Credevo fosse obbligatorio…
Secondo me bellissimo non è, ho visto posti molto, molto più belli; inoltre la dice lunga il fatto che lì la stagione dura un mese / un mese e mezzo mentre di fronte, a Corfù, stesso clima, stesso mare, cervelli greci -e ho detto tutto…- dura cinque o sei mesi: è inutile, tolti i romagnoli, proprio non siamo capaci…
Comunque, per la sera di Ferragosto il gruppo si divide: Alberto e Susi hanno un invito allo Yacht Club di Santa Maria di Leuca, o qualcosa del genere, presso colleghi milanesi, invito che estendono al gruppo ma io so già che l’ambiente mi farà schifo e ci sarà un merdaio di imbucati, come saremmo noi, solo molto più a loro agio perchè abituati a godere delle briciole che cadono dalle ricche mense; io, sarà che sono un tipo da osterie ma, soprattutto, abituato a pagare quando mi tocca, declino l’invito e restiamo con gli altri.

Il giorno dopo la dolce Susi è un black mamba, una vipera del Gabon, un cobra sputatore.
Motivo? Serata praticamente rovinata.
Colpevole? Le scarpe di Alberto.
In nostra presenza non le aveva mai sfoggiate e quando ce le mostra non ci crediamo: scarpe da ginnastica, pardon, sneakers infradito. O meglio, fatte a muffola: l’alluce di qua e le altre dita di là. Non ci posso credere.
Forse voi ne vedrete tutti i giorni ma io sono un paesano e ancora oggi non posso credere che qualcuno le abbia pensate, abbia convinto qualcuno a produrle e, per fortuna, abbia convinto quasi nessuno a comperarle: il mondo non è completamente da buttare.

Insomma, con quelle mostruosità ai piedi, appena sceso dalla macchina Alberto pesta una merdazza molle grossa come il lago d’Orta e lì inizia l’incubo.
Hanno dovuto parcheggiare praticamente in un altro paese, sono lontanissimi dalla mèta e sono già in un ritardo pazzesco, con gli amici che li chiamano incessantemente, mentre Alberto è sempre fermo: non c’è un’aiuola o un metro quadrato d’erba, così, dopo aver consumato la scorta di fazzolettini, si ferma passeggiando distrattamente sul mega zerbino all’esterno di un Grand Hotel, aspettando che il portiere si distragga per poter strusciare il piede sulle nobili fibre. Fatti dieci metri trova una pianta in un vaso a cui strappa un paio di rametti, poi si infila in un bar, ordina un caffè e, mentre tutti lo guardano perchè puzza come un letamaio, molla un euro sul banco e si fionda in bagno, lasciandoli con la certezza che

un tipo strano si è cagato addosso al banco del bar, poi è corso in bagno…

Arrivato in bagno piazza un piede XL nel lavandino e inizia furiosamente a scovolare col rametto la fessura che separa l’alluce dalle altre dita.
E la merda schizza dappertutto, pantaloni bianchi di Alberto compresi, quindi l’uscita dal bagno si trasforma in una forca caudina, in una gogna.
Il seguito è un Calvario: ogni dieci passi chiede alla Susi se si sente ancora la puzza, ovviamente sì, quindi entra in altri bar, infilandosi di corsa in bagno per non impestare l’ambiente e beccandosi i ringraziamenti sarcastici dei baristi.
Quando arrivano all’appuntamento, la cena è finita e il resto della serata dura poco, visto che Alberto è impresentabile e gli “amici” non hanno nessuna intenzione di lasciare la splendida cornice per bere qualcosa in un posto alla buona, magari all’aperto.
Come si può pensare di comperare un paio di scarpe così e illudersi che il destino non ti presenti il conto?

Andiamo avanti.
Lasciamo perdere le donne: quello che è inguardabile o ridicolo o tutte e due le cose, lo rimane fino alla terza volta che lo vedono su una rivista o la seconda volta che lo vedono in una vetrina, poi diventa assolutamente vitale, come il pacemaker per un cardiopatico.
Ocio, care le mie fashion victim, a giorni mi sa che vi ritrovate con la cintura dei pantaloni sopra l’ombelico e le spallone imbottite, dopo averne detto peste e corna per una ventina d’anni…

Parlando di roba da uomini, non sopporto di vedere sneakers che sembrano le scarpe di Elton John o dei Kiss negli anni 70, magari con fluidi colorati in un cuscinetto sotto il tallone, fluidi dalle millantate capacità ammortizzanti e taumaturgiche -quando non ci sono le molle…- e chiusure di ogni tipo: dal velcro alle fibbie, purchè non si parli di canoniche stringhe.
Anzi, parliamone pure, di quelle stringhe che sembrano cinghie da tapparella, infilate in quelle scarpe “da negro” che fanno impazzire gli sbarbati, più larghe che lunghe, avete presente? Il primo che ho visto con quelle scarpe, ho realmente -giuro!- pensato che si trattasse di una scelta obbligata per nascondere una malformazione…

Tornando a me, per fortuna ho scoperto le Tiger,
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scarpe che sembrano scarpe, comode e leggere come ciabatte nonchè vendute ad un prezzo decente, 80/90 euro, cifra che ai tempi delle lire ci comperavi una scarpa da matrimonio ma che oggi sembra un mezzo regalo.
Hanno una suola sottile e sensibile come i guanti da chirurgo ma basta comperarle di una mezza misura in più e infilarci un plantare “alla Berlusconi” e diventano una figata: con un paio di colori diversi sono a posto e durano tre stagioni.

Mmm… ci credete che questa doveva essere l’introduzione?
Va beh, dài, andiamo avanti domani…
Continua.

Dottordivago

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Rubo cinque minuti a tutto quello che devo fare, giusto per marcare il territorio.
Sono uno che rimanda sempre tutto, poi me ne vanto ancora, tipo “mai fare domani ciò che potresti fare dopodomani, ahahah…” e figate simili.
Bravo, coglione, adesso corri…

Nota dell’autore: in questa categoria esprimo brevi pensieri in libertà, una specie di limitato firmamento di poche stelle opache.
Più realisticamente, trattandosi di pensieri miei, li considero pensieri/pennellata, come virgole di merda sulle piastrelle dei cessi della stazione.

Martone

Non è vero.
Se a 28 anni non sei ancora laureato perchè hai finito le elementari a 14, le medie a 19 e le superiori a 27, non sei sfigato:

t’ei gnuränt ‘me ‘n asu!

(trad: sei ignorante come un asino, sei ignorantecanebbestia, vai a lavorare…)

Dottordivago

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Ciolìncipit

Un incipit azzeccato può determinare il successo di un romanzo, può far la differenza tra la decisione di un editore di pubblicare un opera o di liquidare l’autore con il temuto “le faremo sapere…”.
Non scrivo romanzi e la mia roba non la pubblica nessuno, quindi il fatto di avere l’incipit giusto non mi cambia niente, però, averlo già bell’e pronto mi fa risparmiare un po’ di tempo. Quindi copio-incollo pari pari un pezzetto di un altro post.

Avete letto “IT” di Stephen King?
Io si, anche se per farcela -è spesso una spanna- ho dovuto dividerlo in tre fette (ci sarà un motivo se compero solo edizioni economiche, no?…), sennò non si riesce a tenerlo in mano. Poi, dopo averlo finito, mi faceva schifo vederlo tenuto insieme con lo scotch, così l’ho ricomprato (cosa vi dicevo a proposito di edizioni economiche e del fatto di essere un deficiente?…)

A farla proprio corta corta, è la storia di alcuni ragazzini che sconfiggono IT, un mostro bastardissimo, poi continuano la propria vita, vanno a vivere in posti diversi e si dimenticano del fatto, anzi, lo rimuovono completamente.
Solo uno rimane al paesello e dopo una trentina di anni, quando il mostro creduto morto ricomincia ad uccidere, ricontatta i vecchi amici. Immediatamente, appena sentono la parola “IT”, tutti quanti ricordano tutto, come se fosse passato solo un minuto dall’incubo giovanile.

Ecco, nel mio caso non si tratta di incubo ma di piacevolissima rimembranza.
L’amico Ginko, credo, aveva dedicato una pagina di Feisbuk al quel mito cittadino che è stato Baleta e chi non sapesse di cosa sto parlando, può dare un’occhiata qui e pure qui.
Se ricordo bene mi aveva anche nominato amministratore ma io con Feisbuk ho un rapporto di merda, ne sono già uscito tre o quattro volte ed ho cambiato un paio di account, così mi sono sottratto alle mie responsabilità di sacrestano del Mausoleo di Baleta. E le ceneri e i sedimenti della quotidianità rischiavano di ricoprire quella pagina dedicata alla nostra “Pompei del Cazzeggio”.

Poi, pochi giorni fa, ho letto sulla posta che Ginko aveva fatto non so cosa relativamente alla pagina di Baleta e…

BAM!

Riecco tutto in testa, riecco i ricordi, riecco tutti i ragazzi di IT che, come me, si sono risvegliati e cominciano a ricordare, ognuno per la sua epoca e sfera di competenza, perchè Baleta era come la foresta pluviale in cui ad ogni livello corrispondono diverse forme di vita: dagli organismi del sottobosco alle creature superiori, quelli che vivono sulle cime degli alberi, a decine di metri da terra.
Roditori, decine di specie di scimmie, serpenti velenosi o stritolatori, giaguari che sbranavano bradipi: un mondo di Quark, anzi, un

Mondo di Quirk, Quork, Quark, a cura di Piero e Angelo

per chi se lo ricorda…
Così è ripartita la voglia di ricordare e raccontarsi cose mille volte raccontate e, come allora, c’è -e ci sarà- qualcuno che la fa fuori dal vaso.

Prima ho citato Pompei non a caso: qualcuno ha detto che nella biglietteria di Pompei c’è più arte e storia che in tutti gli Stati Uniti; beh, in una qualsiasi giornata Baletiana c’era più alessandrinità di quella che si otterrebbe spremendo gli ultimi vent’anni di vita della nostra città e non solo perchè oggi Alessandria ha la stessa percentuale di stranieri che si poteva riscontrare a Ellis Island nei primi del ‘900… Non è per il fatto che è cambiata la gente, prima ancora è cambiata l’aria. 
Per i “forestieri” e gli alessandrini di oggi devo spiegare di cosa sto parlando.
Il limone è aspro, giusto? Mordere in una fetta di limone non è il massimo, no? Poi ci sono quei meravigliosi limoni della Costiera Sorrentina, in cui l’acidità è solo una delle componenti di un insieme straordinario. 
Ecco, l’alessandrinità è costituita da un fondo di acidità, temperata da saggezza, acutezza, disincanto e pigrizia, con un retrogusto di cattiveria, scetticismo e sicumera, che lascia il posto ad un finale secco, asciutto.
Chiaro?
Ma come diceva l’Ispettore Rock, Ispettore Rock

«Anch’io ho commesso un errore…»

Nel senso che tutto quello che ho affermato finora è da coniugare al passato: “L’alessandrinità era costituita da…” ecc. ecc.

Oggi non c’è più.
Non c’è più perchè non c’è più Baleta.
Finché Baleta c’è stato, ha spostato l’asse di rotazione cittadino in corrispondenza del vicolo e della Piazzetta, vero ombelico del nostro mondo; non è un caso se nei sessant’anni baletiani la Piazzetta era gremita di gente, con rappresentanti per ogni fascia d’età. Quando ancora si poteva passare in macchina, molto spesso era possibile solo in teoria, vista la quantità di persone presenti: in un sabato pomeriggio invernale ci potevi stare in maniche corte, grazie all’effetto-stalla.
Chiuso Baleta, la Piazzetta è sempre piena di persone ma tristemente vuota di personaggi, è diventata il regno delle mamme che portano i bambini a giocare lontano dalle auto e a mangiare il gelato.
Quando c’era Baleta, noi mangiavamo i bambini.
Portare i bambini in Piazzetta? Dài, su, non scherziamo…

Per 60 anni la gente usciva da Baleta e cazzeggiava in Piazzetta, così attirava i compagni di scuola, gli amici, le morose, i colleghi. Tutti, almeno una volta, passavano nel bar, solo gli Eletti rimanevano. Oddio, non che servisse chissà che, per essere “Eletti”… ma lo vedremo più avanti, per ora sto guardando un pezzo di città dall’alto, tipo Google Earth: verrà il momento di zoomare… 
La Piazzetta come fenomeno di costume è nata con Baleta, prima la gente
stava in piazza della Libertà (pardòn, Piasa Ratas…), nei suoi bar sotto i portici del Comune; Baleta ha spostato la gente, creando un nucleo di condensazione ed è diventato grande grazie al continuo pompaggio di nuovi avventori che si avvicinavano prima alla Piazzetta, attirati da un ambiente unico; gente che poi passava da Baleta, dove solo gli Eletti, che non significa necessariamente i migliori, si fermavano : una simbiosi o, meglio, uno strano organismo, i cui arti stavano in Piazzetta, l’anima e il cervello nel vicolo.
Lì è nata e cresciuta l’alessandrinità: era sufficiente spostarsi da quella zona e ti ritrovavi in un’altra città, in cui il gusto della battuta, della polemica, del “tiramento di balle” non era così sentito e sviluppato.

Non era un ambiente facile: se da un lato era come una scuola che insegnava il gusto per la battuta e per il confronto dialettico, dall’altro poteva diventare un corso di sopravvivenza alla presa per il culo, all’aggressione verbale.
Io posso parlare per quanto mi riguarda ma ti abituavi talmente a dire e fare qualsiasi cosa che, quando giocavi in trasferta, rischiavi di litigare ogni tre parole o fare fior di figure di merda.
Faccio un esempio: anche gli avvocati o i Rotariani scorreggiano, no? Ma di solito lo fanno in privato. Il bello di Baleta era che il notaio poteva scorreggiare mentre giocava a carte; ancora più bello era che, non essendo un ambiente di zozzoni, tutti lo caricavano come una sveglia, salvo fare da controcanto cinque minuti dopo e beccarsi dello spurcaciòn dal trombettista di prima.

Ricordo una sera di settembre 1982. Io e Gruzzo dovevamo andare a parlare con il proprietario di una discoteca che gestivamo con altri amici; arriviamo nel bar/ristorante sulla Statale dei Giovi, un postaccio da camionisti nel cui seminterrato si trovava la discoteca.
Tanto per cambiare, la tv trasmetteva per la cinquantaseiesima volta la finale Italia – Germania di due mesi prima, così il titolare ci ha pregato di aspettare che finisse e che il bar si svuotasse: nessun problema, un pezzo ce lo rivediamo volentieri.
Ehm… un problema, in effetti, c’era: esistevano solo due posti al mondo per vedere una partita, cioè lo stadio e Baleta. Passato il primo minuto eravamo già presi dall’entusiasmo per quella partita indimenticabile.
Troppo presi… Percepisco che Gruzzo, al mio fianco -e come me seduto al contrario, cioè con lo schienale davanti e le braccia appoggiate sopra- si sta appoggiando a me; lo guardo come per dire “cazzo fai, vuoi baciarmi?” e mi rendo conto con orrore che sta semplicemente alleggerendo il carico su una chiappa… Oh no… OH NO!

Andata. Non ho fatto in tempo a dargli una gomitata: assorbito dalla partita, lui era da Baleta -e dove potresti essere, altrimenti, durante una partita?- e si è comportato di conseguenza. Non eravamo in mezzo a educande, però nessuno aveva mai assistito ad una scorreggia così smaccata in pubblico.
In quel momento Gruzzo ha realizzato di non trovarsi da Baleta e entrambi abbiamo realizzato di non essere graditi, così siamo tornati a giochi fatti, mezzora dopo.
Voglio dire, non è che da Baleta si scorreggiava tutto il santo giorno ma, se capitava, ci stava pure quello, se avevi voglia di pagarne le conseguenze in termini di insulti della clientela e occhiate di riprovazione da parte di Gino, Re Baleta 2°.

Baleta era la tana. Tutti gli uomini, intesi come maschi, hanno nel profondo del paleoencefalo le pulsioni sessuali, l’aggressività del cacciatore, la difesa della prole. E il desiderio di una tana, che per essere tale non deve essere tirata a lucido: se così non fosse, non si spiegherebbe perchè due uomini preferiscono bersi una birra in garage piuttosto che in salotto.
Da Baleta le pulizie servivano a mantenere un aspetto dignitoso, senza che l’ambiente venisse meno al compito di temprare l’anima e rafforzare il sistema immunitario di chi lo frequentava: il gabinetto era in cortile, il lavandino contro il muro, esposto alle intemperie.
Se chiedevi «Un buon caffè, grazie», da dietro il bancone, almeno finchè regnava Re Baleta 1°, ti dicevano di andare a berlo al Bar Moderno. 
Ma sto sprecando il fiato, l’ho detto e l’ho ripetuto allo sfinimento:

Chi deve domandare cos’era Baleta, non lo capirà mai.

Ma, per il dispiacere dei miei lettori non Baletiani, cercherò comunque di spiegarlo e prometto di tornare sull’argomento.

Dottordivago

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Nota dell’autore: in questa categoria esprimo brevi pensieri in libertà, una specie di limitato firmamento di poche stelle opache.
Più realisticamente, trattandosi di pensieri miei, li considero pensieri/pennellata, come virgole di merda sulle piastrelle dei cessi della stazione.

aaa

Mò che è uscita fuori la storia della moldava venticinquenne, non so se stava meglio in galera o a casa, con la moglie

Dottordivago

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Sottotitolo: Bello essere in sintonia con alcuni lettori…

Stamattina ho messo giù venti righe di post, pensando di finirlo oggi pomeriggio; mi siedo al computer alle quattro e mezza e… 
Che botta di culo, ci ha già pensato Marco col suo commento delle 13.53…
No hay problema, amigo, è sempre un piacere: significa che se non la pensiamo sempre uguale, quanto meno la pensiamo contemporaneamente…
Rifaccio:

Ich bin ein Schettinen?

la strana coppia

Me lo domando da ieri, dopo aver sentito la registrazione della “telefonata del secolo” tra il Capitano De Falco e il Comandante Schettino.
A proposito: grazie, grazie davvero a tutti gli organi di informazione.
Quella telefonata è un documento importante, che meritava di essere ascoltata da tutti, anche se rappresenta un elemento dell’indagine sulla morte di -temo- una trentina di persone. Grazie ancora ma ora basta.
Però, visto che sono elementi di presunte indagini pure quelle, perchè non vi impegnate con la stessa tenacia per mandare in onda le intercettazioni dei politici? Niente di troppo impegnativo, direi di partire da “Allora… abbiamo una banca?…” e arrivare a oggi.
Ah, giusto per non perdere tempo: quella del merdone che rideva durante il terremoto l’abbiamo già sentita, gradiremmo le altre. Grazie in anticipo.

Anche se diversa, la storia del naufragio mi fa nascere una domanda, cosa che per fortuna mi succede sovente, a fronte di un mondo che spesso ha solo risposte. Tempo fa ho scritto questo breve post a proposito di quel pazzo che, lasciato dalla fidanzata, è uscito di casa e ha ammazzato di botte -non per modo di dire- la prima donna che ha trovato.
A parte il fatto in sè, ciò che mi faceva stare male erano queste domande: io, se fossi passato di lì, cosa avrei fatto? Come mi sarei comportato? Sarei intervenuto? Avrei salvato la vita di quella poveretta? La cosa che mi ha fatto stare peggio è che non sono ancora riuscito a darmi una risposta adesso.

Evidentemente il dubbio di essere un uomo di merda mi perseguita, così vorrei capire a quale Italia appartengo, in quale squadra gioco, se nei “De Falco Hawks” o negli “Schettino Rabbit”.
Ma io non conto un cazzo, sono solo “uno”, quindi la domanda che me turba, er cruccio che me rode è la seguente: nel nostro Paese, per ogni De Falco, quanti Schettino ci sono?
La telefonata non ve la ripropongo, la saprete a memoria; ma quel dialogo tra il pulcino bagnato “Joe Condor” Schettino e il nobile rapace De Falco 
jo condor falco de falco

sarebbe da far ascoltare nelle scuole, al posto di quei film tristerrimi che facevano vedere a me alle elementari, in cui una bambina zoppa, tisica e orfana aveva come unico amico e conforto un cane, che un brutto giorno la salvava dai lupi ma moriva per le ferite. Minchia, quanto piangere per quel povero cagnone, vaffanculo ai palinsesti scolastici degli anni 60!…

Ascoltare quella telefonata è sicuramente formativo.
A cominciare dalla bella voce e dall’accento di De Falco; io dovrei essere un fiero esponente dell’inesistente Razza Padana ma la parlata del Capitano, che ha vissuto per lavoro in mezza Italia, assimilando qualcosa qua e là, è quasi quella che vorrei per tutti gli Italiani, di sicuro quella che deve avere un vero uomo di mare, che non può avere “neh” o “figa”come intercalare: un tono medio-meridionale, temperato dalla permanenza in Liguria prima e in Toscana poi, che tiene lontane le mollezze e le cantilene piemontesi- lombardo-venete, le gutturali bitonalità della cadenza bresciano-bergamasca alla quale, confesso, preferisco una manciata di tappi da bibita nelle mutande, per non parlare dei miagolamenti emiliano-romagnoli; tutto questo senza cadere in toni guappo-mafiosi, urla pugliesi o nel sincopato sardo, che come gradevolezza siamo sempre a livello dei tappi da bibita…
Insomma, se esiste un Esperanto-Italiano, è quello parlato dal Capitano De Falco, un uomo che, per aver fatto il proprio lavoro, rischia di diventare un eroe.

Ocio che mi scappa di divagare.

Mi preoccupa il nostro declassamento dei valori, se esistesse una Standard & Poor’s dei valori umani, ci attribuirebbe una CCC: prendere in considerazione gente come noi, sarebbe come crearsi un fondo pensione in Grecia.
Purtroppo, dire che “siamo così abituati agli stronzi che uno appena appena normale ci sembra già un galantuomo” sta diventando come dire che “le donne sono tutte puttane”: un luogo comune. Però è vero.
Oh, non prendetevela con me: quella sulle donne è di Elio e Le Storie Tese”…Se uno ti saluta sulle scale, diventa “affabile”; se gli chiedi l’ora e non ti sputa in faccia, diventa “gentile”; se non è odioso diventa “simpatico”.
Una decina di anni fa -stranamente, visto che non sono uno che attira le confidenze- stavo subendo lo sfogo di una mia amica col cuore infranto: “Lui era qui, era là, era su, era giù, era simpatico…”
Ora basta.
«Ennò, bella mia, diamo alle parole il giusto peso: quello è un normaloide, non è uno stronzo ma non è “simpatico”… Io sono simpatico! Quando parlo la gente ride, cerco sempre di essere accomodante, di mettere a proprio agio la persona che ho di fronte. Io sono simpatico, cazzo, non quello là! Non ho detto “modesto”, ho detto “simpatico”! Chi è più simpatico tra me e lui, eh?»
Tra le lacrime: «Tu…»
Ah, ecco: vediamo di non abusare delle parole, in futuro…

E siccome da un po’ non mi esibisco nella Divagoska, la Divagata Matrioska, lo farò ora e divagherò nel corso della divagata.
A proposito del fatto di essere uno che non attira le confidenze: posso anche capirla, la gente, parlo troppo.
Ma vi confesserò di essere un non-confidente assolutamente felice, anche perchè si scrive “confidenze” ma si pronuncia “sfighe” e a me bastano le mie.
Però in parte mi scoccia ma solo perchè è un atteggiamento frutto di un ragionamento sbagliato: chi parla tanto ha tanti argomenti, non deve tirare fuori i cazzi tuoi; uno di poche parole, invece, quando non sa più cosa dire, dopo essersi succhiato un po’ le gengive, vuoi che non ti lavi un po’ il culo, giusto per tenere in piedi uno straccio di conversazione?
Meditate, gente, meditate.
Ma continuate pure a negarmi le vostre sfighe…

Dicevamo del Capitano De Falco: gruppi su Feisbuk, pioggia di mail, di sms, pacche sulle spalle, richieste di interviste e comparsate TV, tutto per aver fatto il proprio dovere, non per aver moltiplicato i pani e i pesci.
Paradossalmente, dimostra la sua vera grandezza non cagando nessuno: così si fa, Capitano mio Capitano.
Ma guai a togliergli il merito di aver dimostrato a tutto il mondo che qualcuno coi coglioni, in Italia, c’è ancora.

A fargli da controcanto, un Troisi (magari!…) nella parte del suo più infingardo e intimidito personaggio, un Pappagone alle prese con uno dei suoi soliti pasticci, un Totò senza frizzi, lazzi e anima.
Le sue deboli proteste, le scuse infantili, la sua dichiarazione «Non ho abbandonato la nave; è solo che, per la pendenza, sono caduto in una scialuppa…» sono una lapide tombale, un  monumento funebre, un mausoleo dell’immagine che una certa Italia ha nel mondo.
Ve lo ricordate lo spot

Sono appena tornato…

Coglione.
Io per primo ho detto «Aspetterei di conoscere meglio i fatti prima di sbattere il Mostro in prima pagina».
Beh, adesso che cominciamo a conoscerli, mi posso pure sbilanciare con lo scoop:
LA COSTA CROCIERE È UN RICICLAGGIO DI SOLDI DELLA CAMORRA.
Così come in “Qualunquemente” Cetto La Qualunque veniva inventato e sponsorizzato dai mafiosi, per mettere un ciulandàri come Schettino in un posto del genere, minimo minimo deve essere intervenuto Zagaria quando ancora comandava, ci scommetto.

Scherzi a parte, secondo voi, qual è in Italia il rapporto tra i De Falco e gli Schettino? 1:10? 1:100? 1:1000?
Larga la foglia, stretta la via…

Dottordivago

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uguale

Costa-Concordia 2

Quando un fatto suscita un clamore come quello della Costa Concordia, mi piace prendere subito una posizione, è una cosa che fa bene alla mia autostima, nel senso che me la ridimensiona; infatti, quale che sia la mia posizione, non l’azzecco quasi mai, così mi do del pirla e non mi monto la testa.

C’è da dire che, non azzeccandone una, ho comunque incassato l’appoggio della Voodoo Dolly nonchè un “Dottore, sei grande come sempre” della Pizia (sensibili al fascino del perdente, tesori?…), quindi la patata è con me e voi, cari i miei piselloni che la sapete lunga, potete baciarmi il culo.
No, dài, non fate così, scherzavo… 
Comunque, questo riconoscere sempre i miei errori, fa di me una persona umilmente intelligente, mentre il giorno in cui comincerò ad azzeccarne qualcuna, potrete darmi dell’intelligente senza avverbi.
Ah, tranquilli, non vi deluderò mai diventando uno spocchioso intelligentone che non ne sbaglia una.

Vogliamo vedere cosa è cambiato da ieri a oggi?

Ieri ho iniziato dicendo che il Capitano Francesco Schettino non è un Mostro da sbattere in prima pagina e infatti non mi sbagliavo: è un coglione da sbattere in galera.
Pareva anche che il fenomeno stesse partecipando alla cena di gala, cosa che, minimamente, poteva alleggerire la sua posizione; invece, a detta del Presidente di Costa Crociere, era proprio lui al timone, è proprio lui che ha tenuto quella rotta e che ha detto al Maitre originario del Giglio: «Guarda, la tua isola…» e quello, che oltre a conoscere la zona aveva anche gli occhi funzionanti e il cervello inserito, gli ha risposto: «Sì, grazie, però guarda dove stai andando: in Piazza del Municipio non c’è quasi mai parcheggio…».

Una l’ho azzeccata, come il coglione: la manovra successiva, per salvare nave e passeggeri, non è stata mal fatta, anzi…
Uh… ocio, ne ho azzeccata un’altra quando dicevo che, nel caso in cui il Capitano si fosse rivelato un coglione, l’Ufficio Personale della Costa Crociere aveva sbagliato un’assunzione.
Se un imbecille dal nervo di burro come Schettino ha superato le prove attitudinali del più grosso gruppo mondiale del settore, i casi sono due: o all’Ufficio Selezione ci lavora sua mamma o l’elemento, sebbene valido, aveva intrapreso una dieta che prevede di pasteggiare unicamente a meringata e Jack Daniel’s per una settimana, con conseguente coma diabetico e sbronza epocale.

Mi ballava anche un occhio sul fatto che avesse abbandonato la nave, azione contraria alle Regole della Marineria, una vera bestemmia deontologica, quasi come se un barista mettesse nel Campari Soda qualcosa -qualsiasi cosa- che non sia una scorza di limone. Come risposta ai miei dubbi è arrivata la registrazione della telefonata in cui lo scemo si rivela per quello che è.
Ventilavo anche l’ipotesi che le indagini avrebbero alleggerito la posizione del Capitano, mentre ogni minuto che passa aggiunge un chiodo alla bara del pirla.
Voleva fare l’inchino?
Lo accontenteranno, fidatevi: gli auguro di inchinarsi -Dio solo sa quante volte-in presenza di ergastolani dagli insaziabili appetiti sessuali…

Beh, ringraziando la Madonna, l’ultima mia affermazione si è rivelata esatta: vedendo il consueto accanimento di giornalisti, tuttologi e opinionisti intorno alla storia, sono stato facile profeta sentenziando che le tragedie come queste passano ma la gente di merda resta.

Dottordivago

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francesco_schettino_comandante_costa_concordia_DWN

Non so se su quella nave erano tutti ubriachi ma, secondo me, quest’uomo, il Comandante della Costa Concordia, Francesco Schettino, non è il Mostro da sbattere in prima pagina, anche se un

Baciamo le medaglie, Comandante!…

in puro stile “Joe Condor”, senza dubbio se lo merita.

Tutti quanti hanno iniziato a scandalizzarsi quando è stato detto che “il comandante stava cenando”; se anche fosse, era in corso la Cena di Gala di Arrivederci, un classico prima dello sbarco, e il comandante è obbligato a presenziare, anche se ne farebbe volentieri a meno: un marinaio preferisce starsene in plancia col suo equipaggio che non fare il padre della sposa, in giro per i tavoli a domandare se va tutto bene.

Lui è in galera semplicemente perchè un armatore non ti regala dai 10 ai 15.000 euro al mese se stai bene in divisa o profumi di buono ma semplicemente per avere un parafulmine quando serve, anche se mi stupisce il comportamento  della società: l’hanno scaricato come uno straccio vecchio.
Sì, per fare una figata lui e il suo equipaggio hanno fatto una minchiata che di peggio c’è riuscito solo quel cretino di americano che ha tagliato il cavo della funivia del Cermis. 
Ma quello era un pazzo esaltato, per il nostro Joe Condor vale almeno il fatto che le manovre successive sono state da Manuale del Marinaio.

Questo l’hanno messo in galera non solo per omicidio colposo -e fin lì non si discute- ma anche per abbandono della nave -e lì ci credo meno- e pericolo di fuga. Se così fosse, vorrei fare una domanda alla Società Armatrice: ma a chi cazzo date in mano una nave che costa come il Belgio e deve tenere all’asciutto quasi 5000 persone? No, dico, il comandante di una nave -e che nave, in questo caso- è una figura nobile, di alta statura morale, può addirittura celebrare matrimoni e gode di potere assoluto a bordo: se c’è pericolo che una persona del genere si sottragga alle responsabilità e si dia alla fuga, mi sa che all’Ufficio Personale qualcuno ha sbagliato un’assunzione.

Per quanto riguarda l’accusa di abbandono della nave, non penso proprio che il Capitano sia sceso per primo ma immagino che su una nave più grande di alcune neo-costituite Province sia un po’ difficile, al buio, capire se sono scesi proprio tutti quanti.
E sempre parlando di soccorsi, immaginatevi le stesse 4000 e più persone in uno stadio… Ne sarebbero morte molte di più schiacciate dalla ressa, su quella nave hanno fatto i miracoli, ve lo dico io, che non sarò un gran che come  autorevolezza ma ve lo dico lo stesso…
In certe situazioni sembra che la gente non voglia essere salvata: nelle poche immagini che ho visto si sentono solo donne che urlano, nelle prime interviste, non sapendo cosa dire, alcuni lamentavano il fatto che non li avessero lasciati andare in cabina…

Pensa te, il mio primo naufragio e non ho niente da mettermi…

Comunque è una storia strana, per quanto ne capisco di barche, questa disgrazia non ha una spiegazione plausibile.
In un tratto di mare in cui qualsiasi marinaio del Mediterraneo si muove ad occhi chiusi come un cieco in casa propria, come si può passare in quel punto?
Come è possibile non sapere dove ci si trova con una nave del genere?
Hai a disposizione un GPS che se ti casca l’orologio in mare puoi segnare la posizione e tornare a prenderlo il giorno dopo, se vai di fretta.
Una nave come quella ha dei sonar a proiezione di prua che dovrebbero rilevare una risalita del fondale a miglia di distanza.
Su una nave del genere, se il comandante è un pirla, ci devono essere almeno  dieci persone per turno in grado di metterlo su una scialuppa come il Capitano Bligh e salvare la baracca: possibile che siano tutti cretini?
Sono cose che stupiscono, come quella donna morta per una dose di chemioterapia dieci volte superiore al dovuto: come è possibile? Non so come viene somministrata ma, se si usa una siringa, per una dose dieci volte maggiore ti ci vuole una siringa da clown, quella solita non basta, no?
Cosa succede ogni tanto al cervello della gente?

Mah, proprio non riesco a spiegarmi la cosa; lo scopriranno e probabilmente il comandante potrebbe essere scagionato: non dico riabilitato -ormai ha un marchio d’infamia- ma credo proprio che la sua posizione sarà molto alleggerita.
Sono molto più schifato dalle prime reazioni della gente che dal suo operato e credo di non essere il solo: secondo me il comandante in galera è un contentino all’opinione pubblica, quella che adesso mette in discussione quel tipo di nave.
Non ne posso più di gente che si chiede la ragione di esistere delle corse quando muore un pilota o che vorrebbe eliminare le petroliere dopo un disastro: i campioni del mondo di Frittata Senza Rompere le Uova.

La banda di ubriachi della Costa Concordia passeranno, ce li dimenticheremo in fretta: la gente di merda resta.

Dottordivago

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Sono abbastanza incasinato per scrivere qualche belinata ma non per girarvi le otto battute di uno dei riff più acchiappanti nella storia della musica, otto battute che sentirei ad anello per ore.
E anche il resto della canzone è spettacolare.

E ogni volta che vedo e ascolto quella strepitosa suonata di Kate Pearson, che a 64 anni, direi senza ritocchi chirurgici, può permettersi di farsi fotografare così

kate pearson 

capisco perchè è stata un mio grande amore giovanile.

Ci sentiamo, neh?…

Dottordivago

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Bai Itaglian 3

A parte qualche leghista del cazzo, penso che tutti abbiano capito che al giorno d’oggi non si può parlare di dazi, gabelle o trucchi generici a fini protezionistici.
Però qualcosa ce lo dobbiamo inventare, per preservare il Made in Italy che, mai come in questo caso, va inteso come

“fatto davvero in Italia”

e non

“fatto all’estero al 98% e qui ci attacchiamo l’etichetta
ma tanto non indaga nessuno
e noi lo chiamiamo made in Italy lo stesso.”

Ci dobbiamo inventare qualcosa non tanto per la protezione dei marchi o della proprietà intellettuale ma per evitare a migliaia (milioni?) di Italiani di finire sul lastrico: sì che la Chiesa, tra le sue sterminate proprietà immobiliari, ha un certo numero di centri Caritas dove andare a prendere la minestra, però è meglio tenerci questo jolly e giocarcelo quando proprio non ce la faremo più.  
Come ho già detto in altre occasioni, ci sarebbe la “ricetta Montezemolo”, che predica di “puntare sulla qualità assoluta e sull’innovazione continua”.
Ecco, l’idea sarebbe buona ma prevede che tutti i lavoratori italiani siano inquadrabili in due grandi categorie:

  • quelli che hanno due manine tipo Benvenuto Cellini o Gustav Faberge e un’abilità tale da riuscire a dare la corda a un orologio anche coi guantoni da boxe;
  • quelli che c’hanno il cervello connesso all’alta tensione, a cui Archimede Pitagorico col Cappello Pensatore gli fa una vibrante pippa.

Insomma, la “ricetta Montezemolo”, postulando che l’Italia sia popolata unicamente da fenomeni, si scontra con la realtà, che contempla una situazione diversa, cioè che normaloidi, tonti e completamente rincoglioniti, ringraziando la Madonna, non ci mancano.
Ripeto ancora il mio grido di battaglia: rivendico il diritto alla mediocrità!
Per me e per gli altri come me, inteso come “normaloidi” ma anche per “tonti e completamente rincoglioniti”, visto che non possiamo creare diecimila Province da mille abitanti per dare uno stipendio a chi con l’eccellenza ha un brutto rapporto e con la creatività c’ha bisticciato da piccolo.

E allora?
Dobbiamo accontentarci di produrre merci dignitose, come abbiamo fatto per secoli e lasciare l’eccellenza a quelli di noi che ne sono all’altezza, merci che si distinguano dalla fuffa orientale e creare quindi un nuovo marchio:

Made in Italy C&G

cioè il Made in Italy Certificato&Garantito, il “fatto davvero in Italia”.

E poi fare come gli americani coi soldi: chi sbaglia paga. Davvero.
Mi spiego: in America -e non solo- puoi commettere tutte le efferatezze del mondo ma, con il grano e un buon avvocato, quasi sempre la aggiusti.

Ma agli Americani non toccargli i soldi (“gli” rafforzativo…).
Negli USA, un bancarottiere di mezza tacca come il nostro Callisto da Collecchio, la luce del sole non la vedeva più.
Chi ci ha provato, fosse pure il presidente di ENRON o Bernie Madoff, gente che di aziende come Parmalat ne poteva comperare una alla settimana e assumere Tanzi come autista, si sta facendo la sacrosanta galera.
Ed era gente che pranzava col President of the United States o il suo Vice una volta al mese.

Quindi, una volta creato il nuovo marchio -anche se basterebbe attribuire il vero significato al vecchio Made in Italy e, soprattutto, prospettare la certezza della pena ai trasgressori- il consumatore avrebbe la garanzia di comperare un prodotto che ha dato lavoro ad un suo amico o al vicino di casa o a lui direttamente, un prodotto che, escluse materie prime di cui il Paese non dispone, deve nascere integralmente in Italia, un prodotto di qualità, se non di eccellenza, la cui garanzia dovrà avere durata doppia rispetto al minimo europeo di 24 mesi. 
Visto che ‘sta cazzo di Europa sembra esistere solo quando c’è da scassare la minchia con i suoi «…e no dazi, e no contingentamenti, e no barriere commerciali…», a questo punto non potrebbe dire nulla se gli Italiani -e non solo…- informati dalla rete e bombardati dalla televisione, scegliessero in tutta libertà di preferire le merci che esibiscono quel marchio, che garantirebbe padelle antiaderenti che non si pelano dopo il primo uovo fritto, stringhe che non si strappano, mulinelli da pesca che non si inchiodano al secondo lancio e avanti a toccare tutti i settori commerciali: sono l’unico che non riesce a trovare uno spruzzatore che vaporizzi e non sputazzi? Se ne esistesse uno da 10 euro, lo comprerei subito e me lo terrei per vent’anni, risparmiandomi di comperarne uno da un euro tutti gli anni e generare un sacco di plastica che crea ulteriori costi per la raccolta o lo smaltimento.
Niente magie: semplice, onesta roba buona, che si fa fatica a trovare.
Merci che, però, devono costare il giusto.

Faccio un esempio. La roba cinese costa poco solo se la comperi dai Cinesi o presso la grande distribuzione: scarpe a 10 euro, jeans a 6, giacconi a 19, roba che con 50 euro ti vesti per l’inverno. La stessa roba, realizzata nella stessa fabbrica ma disegnata da un frocetto che nessuno conosce, in una stracceria del centro costa fino a dieci volte tanto; se invece il creatore è una frociazza famosa, può costare anche 100 volte tanto, vedi T-shirt di Dolce e Gabbana a 140€ nei negozi ufficiali. 
E  questo ci dimostra che molto spesso la differenza di prezzo è dovuta al differente ricarico.
Il problema è che chi produce in zone dove il lavoro costa niente è in grado di produrre a costo 1 ciò che qui gli costerebbe 10, quindi può rivenderlo ad un prezzo onesto -come i bottegai cinesi- o truffare la gente, come fanno le straccerie del centro. Basta comperare dai Cinesi e lasciar chiudere le straccerie, così in centro ricominceranno ad esserci negozi che puntano sulla qualità del nuovo Made in Italy.
Eh sì, gente: salendo di livello la differenza tra i costi si riduce. I Cinesi sanno fare anche la roba bella, basta pagare 5 anzichè 1, solo che cominciano a perdere competitività, visto che, stante il basso costo della manodopera, alcuni costi sono identici: l’energia che fa girare i macchinari che producono letame è la stessa che fa girare le macchine del cioccolato, il gasolio che trasporta la seta costa come quello che trasporta gli stracci, così la forbice si stringe e da un rapporto-costi di 1 a 10 si passa ad un ragionevole 5 a 20 o giù di lì.

A quel punto interviene il ricarico dei commercianti e qui chiedo l’aiuto di un luminare, copiando-incollando un commento del Camagna, che conta quel che conta ma sua mamma fa il croccante più buono della galassia e così devo dargli un contentino:

Ci sono tante persone che, in negozio, mi chiedono il prodotto italiano ma tanti crollano davanti al prezzo. Un esempio: un pantalone made in Italy a 139 euri, un tunisino 79 euri, un cinese 59 euri. Naturalmente ti sto facendo un confronto pari qualità e alla fine si arriva a salvare la Tunisia perchè i cinesi stanno sui coglioni a tutti. Il problema che sta alla base è la filiera dei ricarichi e dell’avidità umana che ci porta all’esasperazione. Con meno avidità e qualche incentivo si potrebbe arrivare a vendere quel pantalone italiano a 99 euri e allora andrebbe a fanculo anche la Tunisia.

Parole sante.
Una volta, chi trattava abbigliamento raddoppiava il costo di acquisto; durante i saldi, quando erano veramente “vendite a prezzi di realizzo”, dimezzava i prezzi e prendeva i suoi soldi.
Oggi, chi tratta abbigliamento a basso prezzo (basso là dove lo producono, non qua) quadruplica un prezzo già decuplicato dall’importatore e lo vende a qualche pirla che deve comperare un piumino alla fine di agosto o che deve fare sua una canottiera per la prossima estate mentre la commessa del negozio scopa via la neve dal marciapiede; trombàti questi pirla, per l’80% della stagione il negozio lavora in regime di saldi, cioè dimezzando i prezzi prima quadruplicati, che in totale fa…?

Cazzo, mi scappa di divagare, non avrei tempo ma mi tocca. Non volevo parlare ancora di saldi, che odio, ma devo farlo, non fosse altro che per dire

L’AVEVO DETTO, IO!

A venti minuti da casa mia c’è il famoso Outlet di Serravalle Scrivia, dove mi hanno visto due volte: la prima nel 2004, una mattina infrasettimanale con Bimbi e la seconda domenica scorsa, cosa che avrei creduto impossibile ma la capacità del Cigno di succhiartelo fino allo sfinimento ha del prodigioso…
Devo anche riconoscere che a livello di casino mi aspettavo di peggio (come ci si sente ad averne azzeccata una, nella vita, eh, Cigno?…), basta evitare i negozi che fanno veramente gli sconti, riconoscibili perchè fuori c’è sempre la coda e si entra scaglionati. Ho avuto la stessa sensazione anche la prima volta: più di metà dei negozi espongono un cartellino con un prezzo assurdo, senza alcun riscontro nella realtà, ci tirano una riga sopra e scrivono la metà, poi ci tirano una riga sopra e praticano un ulteriore 20% di sconto con la dicitura “prezzo Outlet” e la cifra finale è all’incirca quella che troveresti nel negozio sotto casa durante i dieci mesi di saldi, mentre lì è così tutto l’anno.
Il vantaggio è  che hai due mesi di più tutti gli anni per prenderlo nello sgnau.

Adesso qualcuno comincia a darmi retta e, non so in che città, hanno fotografato alcuni capi in una vetrina, a prezzo “pieno”, poi li hanno ri-fotografati durante i saldi: anzichè passare da 100 a 50, il prezzo  gattopardesco cambia due volte per rimanere tale e quale.
Non è difficile: si butta il cartellino da 100€, se ne fa uno da 200, si tira la famosa riga, si scrive 100€, si appoggia la canna su una forcella, ci si accende una sigaretta e si aspetta che il pesce abbocchi.

Va beh, dài, torniamo al Made in Italy C&G.
Dovrebbe diventare una specie di religione, proprio come gli Americani coi soldi o gli Svizzeri… coi soldi pure loro o gli Indiani con le vacche, che se ne investi una con la macchina, ti linciano.
Chi trasgredisce, chi bara, paga con tutti i suoi averi.
E qui casca l’asino.
In Italia abbiamo leggi per tutto, peccato che nessuno le faccia applicare: chi controllerà che i nostri prodotti di qualità lo siano veramente o che non vengano realizzati da migliaia di clandestini segregati in capannoni lager?
Possibile che in quei posti ci vada solo qualcuno mandato dalla Gabanelli o da Santoro? È possibile che un’azienda  paghi in nero cento schiavi e nessuno si accorga dei camion che vanno e che vengono? 
E all’ENEL, chi la paga la bolletta? Le macchine non vanno a vapore e un capannone ufficialmente vuoto o improduttivo non consuma migliaia di kilowatt, per cui basterebbe incrociare i dati e vedere cosa corrisponde a quell’utenza, magari alzando il culo dalla sedia, una volta tanto.
Certo, farlo in una zona industriale in un autunno piovoso non è “professionalmente gratificante” come farlo a Cortina intorno a Capodanno…
Ocio, hanno fatto benissimo, sia chiaro, ma si poteva fare meglio.
Prima di tutto, non è necessario fermare uno su un’auto di lusso per scoprire se chi la guida se la può permettere: è sufficiente controllare la sua denuncia dei redditi e, se l’auto è intestata a lui, chiederne conto, mentre se non lo è, anche fermandolo, cosa gli fai? Vai a cercare il vero proprietario, spesso la nonna o uno zio nullatenente, per vedere se se la può permettere? Ma quello puoi farlo anche seduto in ufficio, no?
Ed è forse meglio piazzare due Finanzieri sul marciapiede come due Corazzieri fuori dal Quirinale e costringere il ristorante a fare le ricevute fiscali o sarebbe meglio fermare con discrezione chi esce per un paio di giorni, poi andare dal ristoratore e fargli un buco del culo come uno sbadiglio?
Ma questa è un’altra storia…
Anzi no: con i controlli veri si individuerebbero i ricarichi esagerati, chiaro segno di prodotto italiano “di sponda” o di produttore esoso, quindi che paghi le tasse per quel guadagno sproporzionato.

Tornando al vero Made in Italy, quello vero, che consentirebbe di tenere il lavoro in Italia, quello che chiederebbe un po’ di più al consumatore ma darebbe molto di più allo stesso consumatore e al Paese, per quel Made in Italy il trucco è la serietà: serietà di chi produce, che dovrebbe rispettare un disciplinare tipo quello dei produttori del Parmigiano Reggiano; serietà di chi deve controllare, con una presenza costante sul territorio, con pene severissime per chi sgarra e ancora più severe per chi si fa corrompere; serietà di chi compera, visto che è assolutamente idiota comperare un prodotto che costa un decimo di quanto lo pagavi dieci anni fa e poi lamentarsi che “i Cinesi fanno solo merda”.

A volte anch’io mi lascio andare e compero una minchiata che costa niente: una volta ero al Lidl proprio per comperare una belinata, due prese telecomandate a € 7,90 di cui avevo visto lo spot in TV.
Cosa pensavo di farci? Niente, ma l’idea di attaccare un qualsiasi apparecchio a una presa e poterlo telecomandare… mi svagava, era un bel gioco, anche se non avrei saputo cosa attaccarci… Ma io non mi sono mai lamentato di non arrivare alla fine del mese e poi,  per 7 euro e 90…
Naturalmente le avevano finite, sono sempre i migliori quelli che se ne vanno.
E quello…? Mi casca l’occhio su un paio di scarpe (oddio, “scarpe”…) da 9 euro e 90: erano due stampi di plastica rivestita di cotone canvas color khaki, con un paio di righe arancioni, identiche al colore dei pantaloni che indossavo in quel momento. Ne misuro una…
«’Azz! Che pan-dan!…»

Avviso ai sucaminchia: lo so, si scrive “pendant”…

Scherzi a parte, con un look vagamente “trekking” e quei riporti arancioni come i pantaloni… erano una figata.
Sì, ecco, il piede era praticamente appiccicato al pavimento, niente imbottitura, niente plantare e quant’altro e la suola era poco più spessa della borsa del supermercato: insomma, se pestavo un euro potevo dire se era testa o croce ma era estate e facevano un figurone.
A quel prezzo, poi, messe due volte era già finito l’ammortamento.
Le avrò messe addirittura una decina di volte, poi si sono aperte.

‘Sti cazzo di Cinesi, sanno solo fare della merda!…

Dottordivago  

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