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Archive for giugno 2009

Ci sono gli sfigati.

Poi ci sono quelli con un minimo di talento, in un campo qualsiasi: grazie alla volontà alcuni sono in grado di sfruttarlo, altri lo sprecano.
Come me, ad esempio; ho già pronto il mio epitaffio, scritto e sottoscritto da tutti coloro che hanno tentato di insegnarmi qualcosa:

avrebbe le capacità ma non si applica.

Lo so, gli insegnanti lo dicono a quasi tutti i genitori, non sarebbe bello sentirsi dire “Non è che suo figlio non si applica, è che è un mezzo cretino”.
Non mi servono controprove: nel mio caso so che era la verità.

Poi ci sono gli Dei, quelli che nascono baciati da un fato benevolo e la volontà di approfittarne; appartenendo alla categoria precedente, cioè i lavativi, non ho voglia di spremermi il cervello per individuarne esempi nel corso della storia e mi limito a gente come Pelè o Michael Schumacher, esempi di successo nella vita pubblica e privata.

Tengo per ultimi gli Angeli Dannati, quelli che come gli Dei si sono messi in fila venti volte quando distribuivano il talento e che come gli Dei lo hanno messo a frutto, realizzando cose sublimi, ma tutto ‘sto ben di Dio lo hanno incanalato solo nella loro attività, rimanendo degli uomini di merda nella vita di tutti i giorni; i due esempi più eclatanti sono, secondo me, Diego Armando Maradona e Michael Jackson.michaeljackson-gal-before

Beh? Cos’è quella faccia?
Jacko è morto.
E allora? Ho dato dell’uomo di merda a un morto, sì.
Se uno era un coglione in vita, ben difficilmente si metterà a posto una volta morto, alla faccia della regola che vuole tutti belli quando nascono, tutti ricchi quando si sposano e tutti buoni quando muoiono.
E considerarlo un coglione non significa che io sia contento che non ci sia più, anzi, sono sicuramente più dispiaciuto di suo padre, ad esempio.
E provo una pena enorme per come ha vissuto: credo si tratti dell’uomo di successo più infelice della storia.

Maradona non lo cago: l’ho sempre odiato e pur essendo daccordo con chi lo definisce “il più grande”, pur riconoscendo che per alcuni “una finta ‘i Maradona squaglia ‘o sang’ arint’ ‘i vvene”, a me non ha mai regalato molto; poi, sfiga vuole, è ancora vivo.
Michelino, invece, non c’è più.
E qui sì, che mi girano le palle.
Finchè uno così è vivo, c’è sempre la speranza che da un momento all’altro tiri fuori una nuova, meravigliosa canzone.
Non dico “brano” o “pezzo”, dico “canzone” ed anche se si tratta di una parola che scritta due volte o pronunciata tre perde di significato e fa quasi ridere, ripeto “canzone”, perchè il brano o il pezzo sono cose da tecnici, passano dal cervello che le elabora; la canzone va dritta al cuore.
Qualcuno ha detto: “Viaggiatore, là dove senti cantare, fermati: i malvagi non hanno canzoni”.

L’altra sera, seguendo le notizie relative alla morte di Jacko, Bimbi ed io abbiamo scoperto un sentimento comune: musicalmente parlando non abbiamo gli stessi gusti, proprio no, ma c’è una canzone che commuove entrambi ed è Heal the world.
Solo che Bimbi è pulita e sincera, per lei è una bellissima canzone e non si fa scrupolo di confessare che la commuove.
Io sono diverso, nel senso di peggiore; non sono sincero, quantomeno nel mostrare i sentimenti: per me Heal the world è un guilty pleasure, un piacere di cui non proprio vergognarsi, ma quasi.
Non è l’unico guilty pleasure musicale del sottoscritto, ne ho altri, ma si limitano ad essere canzoncine che mi danno un non so che.

Heal the world è diversa, mi dà momenti da brividi, una frustata di sentimenti, un’orgasmo dell’anima, un popper di note che mi sale violentemente; sarà che siamo “cose chimiche”, sarà che le frequenze di cui è composta quella melodia vanno a toccare dei miei recettori che nient’altro stimola e per questo, probabilmente, mi fa produrre endorfine come una Meth benefica o scatena qualche altra reazione: non lo so cosa mi fa, ma mi fa.
Se dovessi scegliere una cosa, una sola, da inserire in una Capsula del Tempo o un biglietto da visita del Pianeta Terra da lanciare nello spazio, diretto a qualche forma di vita aliena, credo che sceglierei Heal the world.
E vadavialculo Mozart, Michelangelo e Picasso.

Sto esagerando un po’, neh?
E invece no: guardando questo video di Heal the world -non è il solito con crude immagini reali, questo è una specie di long version più soft, realizzato con un sacco di bambini- mi succede una cosa che per me ha dell’incredibile.
Premetto, per chi non mi conosce, che io detesto i bambini, davvero, non li sopporto; un mio amico è ragazzo-padre ed in quanto single ha esigenze e giri diversi dai miei, quindi ci vediamo quando Bimbi va dalla sua mamma e mi lascia “giovanotto” per un week end; solo che la cosa sfuma quando ha la bambina, visto che non reggo l’articolo -non lei: tutti, sia chiaro- neppure il tempo di una pizza.
Beh, guardando questo video mi succede una cosa, mai provata prima, che mi fa sentire un po’ più simile al genere umano ed un po’ meno al pesce gatto, che si mangia gli avannotti; ho dei momenti in cui capisco cosa prova la gente normale quando vede sorridere un bambino, e non solo: vorrei essere lì con loro a fare il girotondo, a correre e giocare.
Con i bambini.
Io.

La parte melodica corrispondente a queste parole

Heal the world
Make it a better place
For you and for me and the entire human race
There are people dying
If you care enough for the living
Make a better place for
You and for me

mi bendispone nei confronti del mondo, mentre, in particolare, la dozzina di note corrispondenti a

There are people dying
If you care enough for the living

qualche giorno me le faccio tirare giù da un amico musicista e le disegno su una parete; peccato che io detesti i tatuaggi più dei bambini, sennò quelle note le avrei già su un braccio, come un’arcana formula, la risposta musicale a E=mc².

Cosa deve avere, dentro, uno che crea una cosa simile?
Forse troppo amore o forse troppa grandezza per un’anima sola e questo deve avergli brasato il cervello, come succede al prof. Morbius quando assorbe tutta la conoscenza dei Krell: quello creava un mostro, Michael Jackson ha voluto diventarlo.
Porca troia, era un bel morettino, sano come un pesce, poteva avere il mondo ai suoi piedi e si è buttato via così…
Come fa un bell’uomo di colore a voler diventare un mostro bianchiccio e deforme? Deve avere qualche baco come le anoressiche, che si vedono belle solo quando fanno schifo a tutti gli altri.
Non mi piaceva il suo look, le sue mossettine, la mano sul pacco, i suoi balletti -tutti uguali: secondo me, grande ballerino e pessimo coreografo-, la mascherina sulla faccia, la sedia a rotelle da cui si alzava per ballare, i matrimoni-farsa, e non mi faceva impazzire neppure la sua musica, salvo alcune canzoni.
Però provo una pena che non avrei mai pensato: aldilà della scomparsa di un grande, penso all’uomo.
Minchia, che vita di merda si è inventato…

Non voglio parlare di tutte le schifezze che ha fatto per sbiancarsi o per sfigurarsi, sarebbe una storia lunga e triste, con alcuni momenti comici: leggevo un brano di una sua biografia in cui veniva citato il fatto che verso la fine degli anni 80, in un solo anno aveva fatto quattro volte le fotografie per il suo nuovo album, visto che quando erano pronte le copertine lui aveva già un’altra faccia e tutta la promozione se ne andava a puttane.

Tutto questo, alla lunga, ha avuto un prezzo: la sua vita.
Probabilmente negli ultimi ventanni è vissuto di acqua e medicinali, si è suicidato lentamente.

Gente come me, che non sa fare niente di grande, ha bisogno di quelli come lui: siamo come marinai che non hanno mai imparato a navigare e che hanno bisogno di un faro, solo che il guardiano si è addormentato ed ha lasciato spegnere la luce.
Non gliela perdono: mi ha tolto la speranza di ascoltare un’altra canzone come Heal the world.
Avrei voluto incontrarlo, una volta nella vita, per ringraziarlo, invece mi ritrovo ad odiarlo per avermi rubato ciò che non ha fatto in tempo a regalarmi.

Dottordivago

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Ci sentiamo appena ho un attimo, eh?

Dottordivago

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Non so se siamo un popolo di artisti, navigatori e santi; però mi gioco la mamma che non siamo un popolo di matematici.
E non perchè continuiamo a sfornare laureati in lettere, filosofia e scienze politiche che si ritrovano in 12.000 ad un concorso ministeriale per 4 posti.
E neanche perchè, quando ci hanno detto che sarebbe meglio studiare qualcosa di più tangibile e dal ritorno più immediato, due su tre scelgono “Scienza della comunicazione”.
E… no, neanche per il fatto che sforniamo meno laureati in matematica o chimica o fisica dello scomparso Congo Belga.

È che non sappiamo fare i conti, quelli della serva: tot più tot diviso tot.
I popoli che non conoscono la scrittura dimostrano una memoria prodigiosa: per forza, dove cazzo se le segnano le cose?
Sì che c’è il vecchio trucco del nodo al fazzoletto, ma… averlo, il fazzoletto, e se volessero ripiegare sull’improbabile nodo al pisello, spesso citato da alcuni spiritosoni, la capacità di memoria sarebbe limitata ed assolutamente non espandibile, oltre al rischio di ritrovarsi a tentare di pisciare con una specie di origami in mano… 
Sempre facendo di necessità virtù, noi quasi-cinquantenni che non avevamo la calcolatrice abbiamo imparato a fare i conti a mente, almeno quelli semplici; fa eccezione mia sorella, che per fare 5+7 usava le dita di una mano e la punta del naso.
Però si è laureata in Lettere e Filosofia con indirizzo pedagogico e lavora in Comune…

A me succede spesso di stupire fornitori e clienti facendo a mente conti che ritengo semplicissimi, cosa per cui mi guardano come se fossi una specie di Rain Man: faccia da pirla ma cervello al fulmicotone.
“Quanto costa quella maniglia?”
“180 euro la scatola da 5 pezzi”
“Minchia, 36 euro quella cagata?”
“Cazzo dici?! Dunque, cento-ottanta-diviso-cinque-uguale… Ostia, sei una macchina!”
“No, sei tu che sei un ladro: se mi fai trenta ne prendo dieci scatole, sennò te le tieni”.

Dividere per cinque dovrebbe essere il terzo conto più facile del mondo, dopo il dividere per due e per dieci: è sufficiente, appunto, dividere per dieci e moltiplicare per due, due conti da un decimo di secondo l’uno, perlomeno nell’esempio citato.

Ma non è così: milioni di italiani non sanno moltiplicare per due.
Quando abbiamo adottato l’euro io pensavo che la cosa avrebbe avuto un effetto positivo sui prezzi: leggi 100 euro, moltiplichi per due senza cagare gli zeri ed ottieni il prezzo in migliaia di lire, cioè 200, quindi 200.000; solo che, in realtà, stai spendendo 193.627 lire e questo, secondo me, avrebbe dovuto in parte scoraggiare alcuni acquisti, che sarebbero sembrati più onerosi della realtà.
Tanto per cambiare non avevo capito un cazzo: la gente ha cominciato a considerare gli euro a mille lire e come è andata a finire lo sappiamo: fino al 2001 potevi anche comperare un paio di scarpe decenti con 70/80.000 lire, oggi con meno di 100 euro compri le infradito, se non sono firmate.

Ora, prima di raccontarvi un paio di storielle qualificanti, vi spiego che razza di coglione è lo scrivente.
Gennaio 2002, primi giorni dell’euro: devo cambiare le gomme della Golf e casualmente passo davanti ad un gommista, notoriamente un cavadenti, un vero ladro di cavalli, quelli che nel West appendevano ad un ramo, e leggo “Super offerta: 129,00 euro”.
Secondo voi, ho letto “euro”?
Naaa, per abitudine ho ignorato gli zeri ed ho visto solo il 129.
Ed ho pensato ad un ravvedimento del Cartier del copertone.
“Minchia, che prezzaccio” dico al gommista.
E siccome non sono scemo insisto: “Non è che c’è il trucco, eh? Sono Pirelli, non sottomarche, giusto?”
Il gommista, abituato a vedere gente scandalizzata per il motivo opposto, mi rassicura timidamente, come si fa coi matti.
E siccome non sono mica scemo incalzo:”E non è roba vecchia, ovalizzata o altro, vero?”.
Mi guarda come se mi stesse spuntando un corno in mezzo alla fronte e mi garantisce che sono una figata.
“Bon, mettimene quattro. Sai, scusa se ho insistito, ma a ‘sto prezzo…”
Credo che per un attimo abbia pensato ad una Candid Camera.

Finisce il lavoro e mi fa il conto: 516 euro.
Io, che mi ero già fatto due conti (129.000×4=516.000 diviso 2 fa circa 265 euro) cambio giustamente espressione, cosa che non sfugge al Bulgari della gomma, avvezzo a svenimenti e ripensamenti: “Qualcosa non va?”

A parte il fatto che sono un coglione?

“No no, niente… È che forse non ho tutti i soldi dietro –li avevo, li avevo…
Lo prendi il Bancomat?”
Figurati, quello avrà avuto pure il Telegratt, che ti zanza gli euri se solo passi davanti all’officina…

Morale: per fortuna il mio vecchio gommista aveva chiuso da poco per raggiunta età pensionabile, così mi sono risparmiato scuse penose, nonchè una serie di botte di “pirla”, visto che da lui con 400 euro avrei sbrigato la pratica.

Sono stato ciulato dall’abitudine, quella di guardare le prime cifre battezzandole come migliaia di lire ed ignorando gli zeri: alcuni la chiamano “trappola mentale”, situazione in cui non vedi quello che c’è ma quello che ti aspetti di vedere; io, più scientificamente, la definisco “essere un pirla”.
Forse è stato un bene, forse mi ha risparmiato uno stillicidio di incoscienti spesucce, forse è anche grazie a quella auto-fregatura che dall’avvento dell’euro riesco ad arrivare alla fine del mese…

Posso capire che molti non hanno avuto quella fortuna e ci hanno messo almeno un paio d’anni per capire che le prime cifre andavano moltiplicate per due; quello che non capisco è come mai non abbiano mai notato sulla busta paga o sul bollettino della pensione che il vecchio milione e mezzo diventava 775 euro scarsi: applicando lo stesso ragionamento, gli sarebbe dovuto venire un malore, leggendo la nuova cifra.
Invece no, tutti a fare shopping, tanto sembra che tutto costi la metà.

Io mi considero attendibile come Bonaiuti o, per par condicio, come Diliberto, però ho vissuto l’avvento dell’euro dietro al banco di un negozio, esperienza  che mi ha permesso di farmi un’idea precisa di come sono andate le cose, aldilà delle dichiarazioni populiste dei politici o vittimistiche dei consumatori.

Come già sapete io ho produco serramenti ma nel 1999 ho avuto l’occasione, con alcuni ex amici, di rilevare un grosso negozio di caccia e pesca; doveva essere poco più che un’hobby -eravamo due pescatori e tre pistoleri- ma col tempo è diventata una cosa seria, talmente seria che quando gli amici hanno iniziato a vedere dei soldi, non si sono più capiti ed ora sono ex amici.

Morale, mi hanno inchiappettato, ma questa è un’altra storia.

Insomma, ci piazziamo io e Gu nel settore pesca/abbigliamento ed i tre pistoleri in armeria.
Dopo un paio d’anni ci rendiamo conto, lui compreso, che non è esattamente il mestiere di Gu, che seguiva la pesca e che stava in negozio tutto il giorno, con me che garantivo qualche mezza giornata di aiuto: persona di un’onestà a prova di bomba, nonchè caro amico, ma non era proprio il suo mestiere.
Mi organizzo per poter stare più tempo in negozio, mi garantisco l’aiuto di un commesso con i controcazzi e liquidiamo il Gu a partire, appunto, dal gennaio 2002.

Incassi pesca/abbigliamento 2001: 250 milioni di lire.
Incassi pesca/abbigliamento 2002: 375 mila euri, praticamente il triplo.

Fabrizio, il commesso, è un genio, io completamente cretino non sono ed il risultato è lì da vedere.
Ma è un risultato bugiardo: io e Fabri avremmo raddoppiato l’incasso anche con le lire -sarebbe ipocrita non riconoscerlo, anche solo per le conoscenze di Fabri nel settore- il triplo ce l’ha regalato l’euro, che ha trasformato attenti e parsimoniosi pescatori in sceicchi dalle mani bucate.
E senza trucchi da parte nostra.
Ho riprezzato tutto in euro e l’articolo che costava 100.000 lire è passato a 50 euro anzichè a 51,65; analogamente, ciò che costava 22,81 diventava 23; non abbiamo fatto nessun gioco sporco, parola mia.
Ma ho comunque assistito a scene veramente emblematiche.

Quando l’euro aveva ormai preso piede, noi avevamo cominciato a lavorare alla grande ed a comperare di più e meglio, quindi abbiamo ribassato alcuni articoli;
un giorno un signore distinto sceglie una canna da 80 euro, il cui vecchio prezzo era 160.000 lire; non finiva di decantarla e di stupirsi dei nostri prezzi, esattamente come me dal gommista…
Chiede di pagare con la carta di credito e quando gli do la ricevuta da firmare si blocca un attimo: “Ma… 154.901… scusi, ma non costava 80?”
“No… non guardi l’importo in lire, guardi sotto… ecco, vede? 80 euro”
” Ah… sì… 80… che sono… 154… sì, sì, ho capito…”
Ormai glieli avevo beccati e lui si è reso conto in quel momento che aveva comperato una canna che a 154 mila lire non avrebbe mai preso in considerazione.

Passa altro tempo; un tipo sceglie una canna da 110 euro, un bel prodotto  made in Italy, e non finisce più di rigirarsela tra le mani; “Certo che con i prezzi cinesi ormai anche gli italiani devono calare le braghe, eh?”
“Ma no… più o meno è sempre stato il suo prezzo…”
“Sarà, ma è da un po’ che le faccio il filo, e prima costava molto di più”
Non insisto; mentre mi sto avvicinando al banco con la canna in mano per togliere il cartellino questo riparte “Non so il resto, ma con quest’euro la roba da pesca costa come le patate…”
Senza girarmi rispondo “Beh, è comunque una canna da 220 mila lire, eh!…”
Entro nel banco, lo guardo e quello ha cambiato faccia; Fabri mi dà un impercettibile calcetto in una caviglia.

“Mi scusi, adesso che ci penso, quant’è lunga?”
Eccolo lì, ha realizzato.
Però… sveglio il tipo, ha svicolato bene. So dove andrà a parare e gli rispondo che è a pezzatura lunga ed anche da chiusa è più di un metro e mezzo; così facendo abbasso volontariamente la guardia in attesa del colpo da KO, ergo, gli offro la scappatoia su un piatto d’argento, cosa di cui approfitta al volo: “Sa, vorrei essere sicuro che stia nel bagagliaio, per non trovarmi senza canna e con un vetro rotto…”
Concludo io per lui: “No, glielo dico io che non ci sta…” e con ciò credo che la pantomima sia finita.
No: ha salvato il culo, ma vuole stravincere.
“Posso provare se ci sta? Ho la macchina qua fuori…”
“La guardi, sembra il bastone del vescovo, non esiste un bagagliaio così…”
“Ma magari in diagonale…”
“Lei gira con un carro funebre? No-o? E allora non ci sta”
Niente da fare, vuole uscirne trionfante: va in macchina a provare ma ne cresce una bella spanna, rientra e me lo fa a fette ancora un paio di volte, finchè mi parte l’embolo: “Guardi, glielo dico io che le vendo: le canne da 110 mila lire ci stanno, quelle da 110 euro no.”
Fa un “Ah…” asciutto, ringrazia e se ne va.

Qualcuno ridacchia e Fabri mi dice che sono proprio uno stronzo.
Vero, ma quando è troppo, è troppo, anzi, come diceva Stanchi parlando in inglese “When is too much is too much”…

Beh, volete sapere come è andata a finire?
Una settimana dopo il tipo si ripresenta -avevamo praticamente il monopolio della città…- si fa servire da Fabrizio e se ne va con una canna da sessanta euro, quattro dita più corta dell’altra, che non stava nel bagagliaio per una bella spanna.

Sempre quell’anno, a Natale, avrò venduto un camion di micro-pile da 25 euro; arrivavano madre e figlia a comperare il regalo per papà cacciatore/pescatore ed io le orientavo direttamente sull’abbigliamento: l’attrezzatura è troppo una scelta personale…
“Che meraviglia! Peccato che ci sia solo ‘sto verdone militare…”
“No, signora, li ho bianchi, neri, rossi, blu e azzurro Savoia, dalla “S” alla “XXXL”
“Ohh… ma allora prendiamolo anche per Laura, Filippo, la zia Rina… con 25 euro facciamo un figurone!”
Se ne andavano con sette/otto pezzi e succedeva così con tutti.
L’anno precedente, a 49 mila lire, mi dicevano che erano fatti con le bottiglie della minerale…

Volete una botta di sincerità?
Sono riuscito a farmene consegnare ancora un po’ la settimana prima di Natale, ho messo il cartello “nuovi arrivi” e li ho prezzati a 32 euro, 30 con lo sconto.

Me li hanno vaporizzati.
Io l’ho fatto solo quella volta: si sa, a Natale sono tutti più buoni, ma qualcuno più stronzo.

Stessa storia nel 2003.
All’inizio del 2004 sono stato inchiappettato dai tre pistoleri ed ho abbandonato il negozio, truffato e mazziato, così ho avuto più tempo per me, per Bimbi e per la casa; andavo a fare la spesa e non ci credevo: le pesche più fetenti, quelle che sembrano la spugna verde dei fiorai, costavano 3 euro al chilo, per quelle decenti ne chiedevano 5.
Vi giuro che non mi sono mai mancati cinque euro per un chilo di pesche, ma sono una testa di cazzo, così quell’anno ho mangiato le prime pesche ad agosto, a Rodi: costavano un euro ed erano deliziose.
Evidentemente il cambio euro/dracma richiedeva più attenzione.
Secondo il mio personalissimo osservatorio prezzi, il 2004 è stato l’anno peggiore: i commercianti aumentavano i prezzi in modo vergognoso, il governo non è intervenuto -ma daltronde non siamo in Unione Sovietica- e chi con le lire tutti i mesi metteva via qualcosa, aveva iniziato ad andare pari, poi a ritirarne in banca: e tutti hanno dato la colpa all’euro.

E così gli italiani si sono svegliati: non so se andate per bancarelle, ma vi posso garantire che per tanti articoli i prezzi sono calati.
Ma tutti ormai detestano l’euro, senza pensare che se anzichè l’euro avessimo adottato le Stelline, le Tartarughe o le Polpette sarebbe stato lo stesso, visto che siamo un popolo che non sa fare i conti.

Con l’eccezione di qualche testa di cazzo a cui un ladro di cavalli ha aperto gli occhi.

Dottordivago

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Il fiorellino al fungo:
“Ma sei un ombrello o fungi da ombrello?”
Il fungo al fiorellino:
“Fungo”.

Non c’entra un ostia ma, visto il titolo, mi scappava un omaggio ad Achille Campanile.

Non scrivo, fungo da evidenziatore in un post imprevisto e non di mio pugno.
Mi limito ad evidenziare un commento di Giorgio, appiccicato al post precedente non perchè relativo ad esso ma giusto per appiccicarlo da qualche parte: si doveva sfogare, il ragazzo.

Sono avvilito per il referendum e mi girano così tanto che non riesco neppure ad esprimerlo, anche se ci provo:
Un sacco di persone ( non elettori ) oggi mi ha chiesto di che votazione si trattasse, perchè non ne sapevano nulla.
Quelli che sapevano era solo perchè hanno un parente o amico scrutatore.
Comunque non vanno a votare perchè tanto non cambia nulla.
I mezzi di informazione, per una volta d’accordo, hanno fatto gli gnorri.
I politici lasciamo perdere.
Oggi nessuno è incazzato come una iena.
Si è discusso in passato di accorpare referendum ed europee per risparmiare ma dei partiti hanno preferito separare le due votazioni sperando/sapendo che gli italiani fossero abbastanza coglioni…purtroppo hanno ragione loro.
Mi fanno pena gli iraniani che ancora perdono tempo, chi a farsi ammazzare, chi a fare brogli, in nome di una democrazia che desiderano ma non hanno ancora visto all’opera come da noi ( forse non si darebbero tanto da fare ).
Mi facciamo pena noi che abbiamo rinunciato ai benefici della democrazia, pur tenendoci tutti i suoi costi ed inefficenze, e non lo capiamo e non ci incazziamo.
Non credo basterà la birra belga per rimettermi in assetto
giorgio

Credo che pochi celebrati commentatori politici riusciranno, come ha fatto l’amico Giorgio, a cogliere l’essenza di questa ennesima prova da coglioni degli italiani.
Mi sono permesso di grassettare quel “mi fanno pena gli iraniani…” perchè è una vera perla.

Ieri, nei tre minuti che ho passato al seggio, sono stato l’unico a ritirare le schede per il referendum, tutti ritiravano solo quella per le provinciali. Esattamente come uno a cui hanno sparato nella pancia che chiede al chirurgo di ricucirgli solo la camicia.

Dottordivago

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Benvenuto Debraun!

cesto18k

È l’ultimo arrivato su queste pagine, quindi non conosce la consolidata tradizione di questo postaccio.
Vedi, Debraun, qui, come nei grandi alberghi, si usa dare il benvenuto con un cesto di frutta; lo so, ci sono pure le bottiglie di rosso, che fanno un po’ osteria e che tolgono qualche stella all’albergo virtuale, ma quando è nata la cosa non volevo passare un giorno in rete per trovare un’immagine di fragole e champagne.
E poi, tutti gli altri prima di te hanno apprezzato, quindi vedi di farti andare bene questa.

È la prima volta che do il benvenuto ad uno che, in prima battuta, ha trovato ripugnanti le motivazioni di Perchè il panda deve morire; altri l’hanno fatto e si sono beccati il “vadavialculo” d’ordinanza.
Con lui è diverso: subito mi ha caricato come una sveglia, io gli ho risposto, lui si è leggermente ammorbidito e devo dire che non mi sembra un pirla.
Anzi, mi sa che devo ammorbidirmi un momentino anch’io.
Ovviamente, “Perchè il panda deve morire” è la prima cosa che ho scritto e forse è arrivato il momento di limarne un paio di spigoli: non ritengo intoccabile la nostra Costituzione -scritta in un momento storico che sta all’attuale come la casa di Hugh Hefner sta a Villa Certosa- potete immaginarvi ‘ste quattro pirlate…

Non ho cambiato idea, assolutamente no, però ritengo giusto spiegare meglio alcuni punti: sapete che mi piace sembrare più stronzo di quello che sono, ma non più stupido, quindi aggiungerò alcune motivazioni che ho dato per scontate ma che, forse, non sono così evidenti.
Finchè qualche coglioncella/o -ne abbiamo visti, no?- mi scrive “il panda è un animale tenerissimo ke nn fà -con l’accento- del male a nessuno xkè non muori tu???????????!!!!!!!!!!!!!!!!” io mi ammazzo dal ridere; se, invece, qualcuno che non considero un pirla capisce che io ritenga ininfluente l’impatto umano sul pianeta, cosa di per sè lampante, allora forse non mi sono spiegato bene, e magari non è l’unica cosa da chiarire.

Quindi, appena ne avrò voglia, apporterò qualche modifica al Verbo.

Tranquilli, non siete obbligati a rileggervelo: niente interrogazioni a sorpresa, lavativi del mio cuore…

Dottordivago

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Sottotitolo: ma allora sono proprio io, che sono fatto male.

Ho passato una serata in cui quasi tutti si divertivano mentre, forse, qualcuno si adattava alla situazione facendo buon viso a cattiva sorte.
Io ero incazzato come una bestia.

E dire che le premesse erano buone: cena a base di pesce al Caffè Marini, il bar del Teatro di Alessandria, immerso nel verde dei giardini pubblici, in una bella serata estiva baciata dal clamoroso ritardo di quest’anno della calata delle zanzare, con una coppia di amici: io sono un uomo semplice, per un giovedì sera non chiedo di più.

Chiederò, anzi, domanderò molto di più in futuro, quando un amico mi organizzerà la serata e la domanda sarà “Non c’è mica qualcuno che suona, canta, intrattiene o fa qualsiasi cosa che non sia mettere un bel cd di sottofondo?”.
Non per altro: il mio amico Gianni, che mi ha proposto la cenetta, si è dimenticato di dirmi che ci sarebbe stata anche musica dal vivo…

Io la odio, la musica dal vivo.

O perlomeno nel significato attuale dell’accezione: in un pub, un truck bar o in un localaccio road house, comunque un posto definito con un termine  ammerricano, per “musica dal vivo” si intende un gruppo di scappati da casa in grado di sviluppare, indipendentemente dal genere, una pressione sonora ben oltre la soglia del dolore, creando un habitat ostile alla vita come noi la conosciamo, un rumore che ti impedisce anche di pensare, mentre respirare è possibile, purchè a tempo con i bassi, salvo ritrovarsi con uno pneumotorace.

In un locale più soft come il bar di un teatro, la musica dal vivo di solito è a carico di un variegato campionario di umanità, dolente e non, che spazia dal ragazzino alle prime armi che arrotonda la paghetta, all’attempato “uomo da night” che cerca di mettere insieme il pranzo con la cena oltre che una sempre più improbabile ciulatina after hour; si può incappare anche in un vero cane, tipo un vecchio conoscente che batteva la provincia anni fa, che si piazzava davanti un quadernone con i testi delle canzoni, scritto di suo pugno, su cui si poteva leggere una specie di gramelot; ad un’occhio attento non poteva sfuggire che i testi in inglese o in francese -un massacro di Vie en rose non lo negava a nessuno- erano scritti rigorosamente secondo la pronuncia italiana, quindi New York New York iniziava così:

Start spredin de nius
aim livin tudei
ai uontu bi e part ov it
niu iorc niu iorc…

Una volta gli ho fatto notare che se il titolo fosse stato Milwaukee Milwaukee la cosa avrebbe avuto un senso, con New York non sarebbe dovuto essere necessario: “Dal vivo può succedere di tutto” fu la risposta dello sgamato musicista poliglotta.
Per fortuna, spesso la pratica viene sbrigata da un giovanotto abbastanza gradevole, con la variante di una voce femminile se la sua morosa è almeno passabile, mediamente intonata e con una voce che non sembri un basso tuba o il classico gesso nuovo sulla lavagna.

A tutto ciò fanno eccezione gli amici Danilo “Hierbas” Arona e Fabio “Tri” Tolu, ma non li salvo per una questione affettiva, semplicemente perchè sono depositari del Verbo dei Suonatori:

Prima mangia fin che ce n’è,
per suonare e morire c’è tempo.

Ho partecipato a qualche loro serata, a volte a tavola con loro, e devo riconoscere che hanno l’inestimabile dono del vero “appetito da suonatori”: accendono l’ampli quando tutti hanno lo stuzzicadenti in bocca ed il cameriere fa segno che la cucina è chiusa ed i cuochi a dormire.

Quei due coglioni di ieri sera pilluccano qualcosina come due canarini, Dio li maledica.
Infatti hanno attaccato alla fine degli antipasti.

Ora, mi dispiace parlarne male, visto che cantano bene e le basi sono buone; quanto al repertorio, non mi è sembrato indimenticabile, ma lì si entra nel campo dei gusti personali, quindi gli darei comunque un bel voto.
Se si limitassero a cantare.
E se lo facessero al momento giusto.
E se, soprattutto, non fossero convinti di essere tra i campi di Woodstock.

Cominciamo dalla fine: il volume.
Se porto Bimbi a cena non lo faccio perchè a casa mia non c’è niente da mangiare, bensì per fare quattro chiacchiere con gli amici, cosa resa impossibile da quei due imbecilli: ho smesso di parlare alle dieci ed ho ricominciato a mezzanotte, quando sono riuscito ad avere il conto.
Considerando che abbiamo tossito, a coppia, 95 euri con lo sconto, per una cena da 75, non riesco a scacciare dalla mente il pensiero che mi è costato 20 euro farmi affettare la minchia dai Vianellen, che sarebbero il gruppo che nasce mandando in tournèe i Vianella con gli amplificatori dei Van Allen.

Poi il fattore tempo: se dalla cucina deve ancora uscire il primo -sì che l’abbiamo aspettato 50 minuti, ma preferivo insistere coi grissini ed un sottofondo gradevole…- significa che non tutti hanno finito di cenare, no?
Quindi, salvo ordini superiori, stai seduto sotto le stelle, che se vuoi ti puoi pure fumare una sigaretta…
O se proprio devi, non rompermi i coglioni prima ancora dei timpani.

E qui arriviamo al momento peggiore: secondo voi, questo irripetibile esemplare di uomo di spettacolo, con cosa ha attaccato?
Lo so, è brutta da dire ma ancor peggio da credere…

Ha fatto l’imitazione di Mike Bongiorno!

No, non dovete sperare in un caso di omonimia: ha fatto l’imitazione di Michael Nicholas Salvatore Bongiorno, quello di “Allegria!”
E da quel momento, ogni volta che aprivano la bocca -per parlare- cadevano sempre più in basso: lui diceva troiate così scontate che in tutti i villaggi vacanze impongono agli animatori di evitarle, lei si fingeva offesa o turbata o divertita a seconda di quanto previsto da un copione più insano di Mein Kampf.

Io cercavo di pensare ad altro ma ogni tanto qualcosa superava le barriere, tipo quando lui ha accennato al fatto che la sua collega si farebbe cavalcare da Rocco Siffredi, oppure il sapido racconto di quando, sempre la sua collega, gli ha prestato un detergente intimo mentolato sconsigliabile agli uomini.
Il resto l’ho rimosso; ricordo solo che tutto ciò veniva proposto con un ritmo da telenovela, con interminabili momenti muti che ad un pirla come me, con giusto un’idea vaga delle regole dello spettacolo, ricordavano più un discorso di Craxi o un testo da Teatro Noh.

Per un momento li ho invidiati per la loro forza di volontà: due persone così prive di senso dello spettacolo che hanno il coraggio di esibirsi in pubblico meritano i migliori complimenti.
Oltre che un taglio completo delle gomme della macchina.

Non posso dirlo con certezza, ma se io avessi un briciolo della loro tigna, adesso sarei presentatore fisso della Notte degli Oscar e porterei a casa sette o otto statuette tutte le volte.
Insomma, due Inutili, anzi, nocivi, solo che come titolo “Il falò della nocività” non mi piaceva.

Voglio estendere i complimenti anche al gestore del locale, che paga gente così affinchè rovinino la serata ai suoi clienti; al mio paese si dice “fare la croce” su qualcosa se non intendi ripeterla e su un posto quando non hai intenzione di tornarci: io, lì, ci ho fatto una croce come i geoglifi di Nazca.

Critiche eccessive?
Intervisterò altri partecipanti all’indimenticabile serata; per ora sono confortato dal fatto che ad un certo punto c’è stato un passaggio del Cigno, Ginko ed il Giacca, gente dalla pelle spessa, non sucaminchia come me: alla mia offerta di bere qualcosa con noi la risposta è stata “Non siamo mica matti…”
E non si riferivano alla compagnia.

Ma tutto quanto esposto finora è una goccia nel mare della mia indignazione prima e preoccupazione poi.
Il vero aspetto sconvolgente della cosa è che quasi tutti i presenti si divertivano.
Cristo santo… Ridevano!
Posso capire che le parti musicali, volume a parte, non fossero male, anzi, alcune proprio buone; posso anche capire che un volume eccessivo, se sei a tavola e non hai niente da dire, alleggerisca la tensione; ma la parte colloquiale dei Vianellen era veramente improponibile.
Boldi e De Sica possono vivere tranquilli: con un pubblico così le loro merdate natalizie saranno sempre pozzi di petrolio.

Ieri sera ho intravisto uno spiraglio del mio futuro: qualche amico, e in mancanza di quelli, SKY a manetta.
E se tutti mi abbandoneranno, mi ritirerò in un eremo.
Con la parabola e il decoder.

Dottordivago.

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998, 999…

Oggi ho tempo solo per informarvi che siamo arrivati al commento n° 999, ovviamente parlando di quelli veri, senza spam e minchiate varie.

Quindi il prossimo sarà il n°…?

Il commentatore che coglierà l’attimo si beccherà una bottiglia in occasione del Pandaraduno, probabilmente il secondo week end di luglio.

Dottordivago

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