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Archive for aprile 2015

Proseguendo senza soluzione di continuità il post precedente, il sedicente “letto coreano” la “Terra degli Aliti di Merda” non l’ha mai vista, perchè sicuramente parto della mente di un lavativo milanese che si nutre solo di apericene.
Però, nella sua semplicità segna un punto di demarcazione, un confine, un vero spartiacque:

Se ne percepirai l’incommensurabile vuoto di utilità e senso, se ne comprenderai la nocività per il portafoglio, se ti sarà estraneo ed alieno al punto di non degnarlo neppure di un commento negativo, se la tua unica reazione sarà quella di fare un cenno tipo “non me ne parlare neanche…” al venditore, se te ne allontanerai con aria divertita, sostenendo con fierezza che tu, sul Feng Shui, ci caghi a spruzzo, allora tua sarà la Terra e tutto ciò che è in essa e –quel che più conta- non sarai un pirla, figlio mio.

Ora, chiedendo mille volte scusa a Rudyard Kipling, vorrei solo farvi riflettere per un attimo, ma con grande ammirazione, sulla carica di ottimismo e di amore per l’azzardo di uno che prende due carriolate di foglie di varie piante e scarti vegetali generici e li mette in un sacco, in combutta con un altro che vende quella specie di sacco dell’organico a 2000 euri.
Questa è Fiducia nel genere umano, è speranza nel futuro, è credere che il Pianeta possa partorire un essere così immensamente coglione da comperarlo.
Gente, giù il cappello, sciapò. Anche perchè si tratterebbe di un supercoglione moonwalkizzato che paga cento quel che vale zero, convinto di comperare la cosa più benefica dell’Universo Mondo mentre è la più allergenica: il fogliame contiene di tutto, dai pollini agli insetti alle uova degli stessi, quindi va trattato col vapore a 200 gradi (e addio “benèfici aromi rilasciati”) oppure con mille veleni, perchè se comperi della tosatura di giardino e potatura di siepe per 2000 euri e ti ritrovi a dormire con camole del grano, ragnetti, magari zecche e insetti della frutta, vai là e glielo spacchi un labbro, a chi te l’ha venduto…
Ma gli esperti di moonwalking danno il meglio nei locali più tecnologici o comunque ad alto tasso di gadget, tipo cucina e bagno. In quei due locali il moonwalking tocca vette altissime ed accomuna i due ambienti per mezzo di un Elemento Catalizzatore, una Materia Divina, una Pietra Filosofale, un regalo del Titano Dupont all’Umanità, in confronto a cui i doni di Prometeo agli Uomini (l’intelligenza, la memoria e il fuoco)  diventano una scatola di cioccolatini. In ginocchio, razza di scimmie evolute: sto parlando del

CORIAN

Ed ora permettetemi di uscire un momento dal Mito e di calarmi brevemente nella realtà.
PORCA DI UNA PUTTANA DI MERDA, è mai possibile che l’azienda che ha inventato il nylon, il kevlar, il teflon, il neoprene debba vendere l’anima al Diavolo del Guadagno ed inondare il mercato con un prodotto bello da vedere, costosissimo (alla vendita, non alla produzione) e che non vale un cazzo? Oddio, pensandoci, loro fanno bene, il materiale è bello, è l’uso improprio che lo rende “puro distillato di moonwalking”.
Quando ho iniziato a girare un po’ di mobilifici, forse a causa della mia aria aristocratica, mi sono sentito proporre, in prima battuta, solo cucine col piano in Corian, motivando la proposta con un lusingatore: «…e con questo ha il massimo!» Ora, d’accordo che “si tratta di un materiale composito formato da 2/3 di idrossido di alluminio (triidrato) e 1/3 di resina acrilica (polimetilmetacrilato) con aggiunta eventuale di pigmenti colorati”.
Ma alla fine è una lastra di plastica spessa 10/12 mm che incollata sul multistrato ed opportunamente giuntata ad angolo (giunta invisibile, devo riconoscere), dà l’illusione di un piano di 40 o 50 o, addirittura, 60 mm.
Quant’è il disturbo per un piano del genere, largo i canonici 60 cm della cucina? Dai 500 ai 600 euro al metro.
Ovviamente non ci ho pensato neanche per un momento ma ho posto alcune domande, solo perchè amo ripagare con ugual moneta chi mi sta palesemente prendendo per il culo: «Be’… però dove c’è il buco del piano cottura e del lavandino, diciamo un paio di metri, ne rimangono solo poche strisce, quindi costa meno, vero?»
«Eh… no… È una lavorazione dal pieno, quindi c’è il costo del piano, più la lavorazione…» e conclude con un inespresso “coglione”
Quindi, due metri di piano, composti all’80% dal vuoto, sgobbano un 1500 euri…
Comunicazione di servizio: mi ostino ad usare “euri” perchè gli euro, quando sono tanti o spesi male o palesemente rubati, diventano “euri”.

Ma non voglio fare l’avvocato del diavolo, restiamo sul piano pieno, quello “economico”, quello dove c’è più Corian che aria. Allora, per intenderci, la parte di piano di lavoro su cui appoggi la teglia del forno (circa 50 cm), costa dai 250 ai 300 euri.
Se la teglia è fredda. Se invece la teglia è uscita dal forno a 200°, quel mezzo metro costa come tutto il piano, che sarà da rifare, perchè il Corian, il dono della Scienza all’Umanità,

si fonde.

NON DEVE VENIRE A CONTATTO CON TEMPERATURE SUPERIORI AI 60 GRADI!
C’è scritto sull’elegantissima brochure che il (mancato) venditore ha così insistito perchè me la portassi a casa e me la studiassi, “visto che si capisce che è un tecnico”… C’è anche scritto il prodotto e la tecnica di pulizia da impiegare per ogni tipo di macchia, visto che ha anche l’abitudine di assorbire leggermente il rossetto, la matita per gli occhi e altre centinaia di prodotti che lascerebbero intatto un piano di nobile ed “economico” acciaio, così come uno di plebeo laminato.
Considerato che ci fanno un mucchio di lavandini, sia per la cucina che per il bagno, nasce la nuova moda di andare a scolare gli spaghetti nel bidet, almeno quello è di ceramica. Anzi, se uno mette il tappo al bidet e conserva l’acqua, una volta intiepidita, con il benefico effetto dell’amido contenuto, otterrà sicuramente un piacevole effetto rinfrescante per il culo. Perchè, a quel punto, se pensi a come hai speso i soldi, dovrà pure bruciarti un po’ il buco del culo, no?

Dottordivago

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Ho una casa da democristiano anni 70.
Elettore democristiano, non politico, che zanza di qua, zanza di là, si è fatto un castello arredato da Alvar Aalto.
E con anni 70 non intendo cose psichedeliche o eccessive, intendo roba degli anni che hanno seguito i 60 e preceduto gli 80: diciamo che per un pelo ho scansato i centrini all’uncinetto e ho evitato la parete tappezzata con la gigantografia di Manhattan.
Ve lo spiegherò meglio in futuro, per il momento vi basti questo: detesto la mia nuova casa, quindi “impegno = zero”.
Purtroppo Bimbi mi lascia fare, invece di prosciugarmi il conto facendosi infarloccare da qualche marpione di arredatore.
Anzi, lei è pure contenta: se solo quell’ommimmerda del falegname mi consegnasse quelle tre o quattro cose che mancano, lei sarebbe felicissima.
D’altronde, se mi ha sposato… si spiegano tante cose…

Insomma, la piattezza creativa regna sovrana, sotto quel tetto e ne ho conferma dal fatto che ogni casa in cui entro mi piace molto, molto più della mia.
Però c’è da dire che ho scansato una cifra di minchiate, tante e poi tante.

Non c’è come vivere 22 anni nella stessa casa senza cambiare niente, per ritrovarsi nel baraccone degli specchi quando cominci a pensare all’arredamento di quella nuova.
Capisci che il moonwalking la fa da padrone. E dove non è così evidente, è come il giro di basso: magari non è la cosa che si nota di più in un brano musicale ma c’è e dà una sua impronta a tutto.

Lasciamo perdere la mai abbastanza vituperata cabina armadio, che serve solo a togliere spazio alla camera da letto, oltre al fatto che, come già detto, tenere i vestiti nell’armadio è ciò che si fa da secoli per preservarli dalla polvere, mentre tenerli nella cabina armadio è come tenere i vestiti in una stanza senza armadio, appunto. Terreste i vestiti in camera da letto appesi ad una bacchetta fissata al muro? No, eh? Invece nella cabina armadio si, anche se l’unica differenza dalla camera da letto è che non c’è il letto. Altra cosa è la “stanza degli armadi” ma quella è roba per pochi, mentre un bello sgabuzzino nobilitato con due specchi e tre ripiani è alla portata di tutti.
Anche del mio amico Gianni,  che si è fatto carico dell’arredamento della casa del fratello, il quale non si accorgerebbe della differenza se si addormentasse in un loft newyorkese e si svegliasse in una yurta dei Nomadi delle Steppe.
Gianni si è messo così d’impegno per farci stare la cabina armadio, che alla fine il fratello si è ritrovato con il letto da una piazza e mezza, da due non ci stava.
Per altro, spendendo molto di più che per un bell’armadione dove ci metti di tutto, dai vestiti alle lenzuola. Da due piazze.
Minima resa, massima spesa ma soluzione trendy: puro moonwalking.

Restiamo in camera da letto.
Ho visto un “letto coreano” che non era il classico futon o tatami, che già sono diventati minchiate da secoli, almeno dall’invenzione delle gambe del letto: ok, a fronte del rischio di lasciarci il mignolo di un piede quando ti alzi al buio per una pisciatina, la gamba del letto è una mano santa, a qualunque età.
E non parliamo di molle, doghe e tutto quello che ti consente di dormire meglio che su un marciapiede di granito, o delle schiume più o meno espanse per cui il sciur Fabbricatore millanta “tecnologie testate nello spazio”: mi spieghi cosa cazzo testi, in mancanza di gravità, dove puoi dormire in piedi o sul soffitto a faccia in giù, basta essere legati, per non trovarsi a colare un filo di bava notturna, tanto per dirne una, sul sensore che controlla la percentuale dell’ossigeno nell’aria.
Il sedicente letto coreano era un sacco messo per terra, riempito di bio-fibre, roba vegetale, un po’ come i poveri contadini che ancora all’inizio del 900 imbottivano un sacco con le foglie del mais.
Solo che quello “coreano” costava 2000 euri. 
Continua

Dottordivago

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Continuo -per modo di dire, visto che è passato quasi un anno- la “parte prima” di questo post; non metto neanche il link: ho scritto due parole poi ho solo divagato, quindi è come se il post iniziasse qui.
Riprendo solo un concetto: il moonwalking è bello da vedere ma è

La Cosa Che Non Serve A Un Cazzo

per antonomasia, visto che prevede di farsi un culo così per fingere di camminare in avanti, mentre in realtà si va indietro.
Allargando il concetto, significa spendere tempo, denaro e fatica per avere uno svantaggio. Questo vi ricorda qualcosa?
Un’epoca come la nostra, ad esempio?

Portavo come esempio l’andare in macchina in palestra, farsi un culo così, tornare a casa in macchina e prendere l’ascensore.
Oppure farsi convincere dalla pubblicità che per girare in città il mezzo migliore è un’auto a trazione integrale e alta una volta e mezza quelle normali, due soluzioni che la logica, la tecnica e la decenza hanno fatto sì che costituissero i capisaldi della progettazione dei fuoristrada.
Ora trovatemi un qualcosa che accomuni la città e il fuoristrada (a parte le strade di Alessandria, parlo di città normali…) e vi dirò che fate bene a girare per i vicoli con un mezzo che costa, consuma e ingombra il 20% in più dell’equivalente non trendy, cioè quello “fatto come una macchina”.

Mi scappa di divagare.
L’abbinamento Città e Fuoristrada sarebbe da considerarsi un semplice ossimoro ma è il bilancio negativo che lo fa diventare “moonwalking”, perchè crea un disagio a fronte di un costo superiore, mentre l’ossimoro è di per sè innocuo. Tranne uno.
Classico dialogo mio con cliente o fornitore:
Io: «Se dobbiamo risolvere questa cosa, dobbiamo vederci per forza…»
L’altro: «Mmm… sono impegnato fino all’una… poi di nuovo dopo le tre… Cosa ne dice, facciamo in pausa pranzo
«And these cocks?» (E ‘sti cazzi? n.d.t.)

Trovatemi un collegamento o anche solo un qualcosa che metta insieme le parole “pausa – pranzo – lavoro”.
Oddio, ci possono essere casi eccezionali in cui cedo ma se me la chiami “pausa pranzo”, quello deve essere: una pausa dal lavoro, per pranzare.
Invece oggi, quando uno non ha voglia di guardare l’agenda o di sbattersi un minimo, ti propone di fotterti la pausa pranzo, magari per una cosa di dieci minuti, risolta la quale, ti ritrovi a parlare di tutt’altro per un’ora e più.
Ennò, bello mio…
La mia pausa pranzo prevede stop alle 12 in punto, tre quarti d’ora di corsa, doccia, pranzo, PISOLINO, caffè e via di nuovo alle 14,30, se devo portare Bimbi in città; in mancanza di passeggero, facciamo pure le 15, che va meglio…
Va be’, chiusa la mini divagata, torniamo al moonwalking.

Salvo un ripensamento di Bimbi, credo proprio che non andrò all’EXPO.
Tempo fa le ho domandato se le interessasse la cosa, ha risposto “no”, sommate che a me interessa tanto uguale, il totale fa che non vado a scarpinare un giorno per vedere e sentire cose che, per buona parte, considero balle: tempo e denaro spesi per incazzarmi, la quintessenza del moonwalking.
Non vado a sentir parlare di “sostenibilità” di questo e di quello, concetto che nella realtà viene sempre dopo il guadagno. Non raccontatemela col “km zero” se spostiamo frutta, verdura e persino l’acqua minerale da un continente all’altro. Non infarloccatemi con la “materia prima di qualità” se, 9 volte su 10, frutta e verdura non hanno più il sapore che dovrebbero avere.
Per carità, sono tutte cose in minima parte vere, però come quelle invenzioni che funzionano a livello di laboratorio, complicate e costosissime, inapplicabili nella realtà.
E poi non mi sfiora il pensiero di andare ad assaggiare le cavallette fritte, ormai un must, o gli scarafaggi del Madagascar “che sanno di crema pasticcera”: primo, niente sa di crema pasticcera come la crema pasticcera, quindi, nel caso, scelgo quella; secondo, il mio rapporto con gli insetti è strettamente legato alla suola della scarpa.

Miliardi spesi per fumo e tangenti, tangenti e fumo, a discapito di investimenti sul territorio che avrebbero reso molto di più all’economia, quella vera e avrebbero dato meno vantaggi all’economia di politici e tangentisti.
Quindi, EXPO = Moonwalking nazionale.

Certo, con una scenografia del genere si è più portati a vederne una certa utilità, le luci e i colori sono una lente che distorce molto la percezione.
Un po’ come la TV.
Con certe pseudo-gnocche la televisione può ingannare e riservare cocenti delusioni a chi si ritrova in spiaggia a Formentera con la velina di turno e l’inattesa cellulite da “vicina di casa”.
Che dire, poi, del tipico “schiacciamento” dello schermo, che falsa la distanza tra le cose? Viste frontalmente, due Formula Uno sembrano attaccate, dall’elicottero si vede che c’è di mezzo il mare.
La tv è anche riuscita, col playback, a far sembrare cantanti alcuni cagnacci e con le giuste strategie ha trasformato alcuni delinquenti generici in persone degne di essere votate.

Non so se vi è capitato di vedere qualche servizio sui vari Saloni del Mobile o similari: lì la televisione dà il massimo, sembra che il mondo abbia fatto un salto nel futuro o nel Paese delle Meraviglie. Poi, come per l’EXPO, vai a toccare con mano e si capisce chiaramente che stanno solo dicendo delle cagate.
Per carità, l’esportazione del Made in Italy si basa all’80% sulla fuffa, dalla moda all’arredamento, spesso anche il cibo, quindi ben vengano i compratori da tutto il mondo che facciano lavorare quei pochi che ancora un lavoro ce l’hanno.

A sproposito, mi scappa di divagare, oggi la vedo dura arrivare alla fine…
Voi che la sapete lunga, che approfondite, che studiate, mi spiegate cosa significa “attirare in Italia gli investimenti stranieri”?
Cioè, prima di spiegarmelo, fatemi capire se è un bene o un male.
Dovrebbe essere un bene, se lo dice Renzi, solo che non mi torna una cosa: si può sapere perchè ogni volta, dico ogni volta, che un marchio italiano viene acquistato da uno straniero, bisogna sorbirsi i pipponi di quelli che “ci stanno comperando, stiamo vendendo i gioielli di famiglia ecc ecc” e beccarsi immancabilmente la lista di tutto quello che italiano era ed ora non è più?
Ma si può sapere che cazzo si deve comperare in Italia, per accontentare tutti, l’eventuale azienda, banca, fondo o asino carico di soldi straniero?
Viene qui e si compera un marchio di successo, come è logico che sia, o si deve comperare il Catasto?
Certo, se il resto del mondo fosse popolato da imbecilli che arrivano qui e staccano un assegno per comperarsi, che so, i Lavoratori di Bacino di Napoli (ah, sapere che cazzo sono…), sarebbe una figata, eh? Con gente così in giro, per noi equivarrebbe ad essere seduti su un pozzo di petrolio.
«Scusate, vengo dalla Corea, cosa posso comperare con 100 milioni di dollari?»
«Mah, vediamo… eh, per quella cifra c’è rimasto poco… ci potrebbero uscire due mesi di stipendio dei Forestali calabresi, che ne dice?»
«Perfetto, li prendo al volo! Senta, se sblocco anche un po’ di Bund tedeschi, mi interesserebbe molto tossire anche la tredicesima, che ne dice, si può fare?…»

Ma gli investitori stranieri arrivano qua e si beccano Lamborghini e Ducati, o Poltrona Frau e Pernigotti, per citare gli ultimi. E tutti a piangere.
Ma se uno acquista un’azienda “del Made in Italy”, la lascerà in Italia, no? Pagherà gli stipendi ad operai italiani e le tasse, o anche solo i contributi, al fisco italiano, no?
Parlavo con un dipendente di un’azienda che produce sanitari, passata ai cinesi: mai stati così bene, stipendi puntuali e massima serietà. Gli unici a rosicare sono i rappresentanti sindacali, a cui hanno spiegato che adesso devono lavorare anche loro sennò, Camusso o non Camusso, prendere un calcio nel culo è un attimo.
Uff… chiusa anche questa…

Mi sa che per vedere fin dove si spinge il moonwalking nel Made in Italy, toccherà riparlarne.
Continua.

Dottordivago

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Sottotitolo: Gli asteroidi

Arriva un asteroide: dove scappi?
Non parlo di un sassolino tipo Tunguska, che se già eri a 200 km di distanza lasciavi una frenata nelle mutande ma, fondamentalmente, ti faceva una pippa.
Parlo di una specie di fratello maggiore dell’Everest, 10/15 km di diametro, un E.L.E. (extinction level event), roba tosta, tipo quello “Bye bye dinosauri…” di 65 milioni di anni fa. Eh, fio mio, scappa ‘ndo te pare ma non hai speranze, non parliamo di soluzioni.
Bene, anzi,  male: ne abbiamo due che ci girano sulla testa, ve ne eravate resi conto?
Uno è costituito dal popolo dei barconi: è in arrivo un asteroide carico di scappati da casa, disperati, negher generici, morti in piedi, vunciùn assortiti, profughi, poveracci.
Arriva, arriva, fidatevi.
Adesso pensate ad una soluzione.
Trovata? No, non c’è.
Secondo voi, quelli che svolazzavano per un’ottantina di piani fuori dalle Torri Gemelle, l’11 settembre, avevano un’alternativa? Sì, ma peggiore.
Avevano una soluzione? No, non l’avevano. E quelli dei barconi sono messi uguale, quindi non li ferma nessuno.
Tranne Alfano, che vuole “affondare i barconi degli scafisti”.
Ok, Alfi, ci penso io, dimmi solo dove li tengono e di che colore sono, giusto per non sbagliarmi.
Dicono che ci sono un milione di muort ‘i famm’ belli pronti e caldi.
Ne sono convinto e di sicuro ce ne sono dieci milioni che ci stanno pensando.
Li fermi? E come?
Li riporti indietro? E dove?
Li tieni? E che ci fai? Dove li metti?
Questo è un post interattivo, questi sono solo spunti, aspetto risposte.

Il secondo asteroide ci ha già mandato un assaggio: è l’asteroide “lavoro”.
Lavoro, quello vero, non quello creato per decreto o per sondaggio. Soprattutto intendo “quello di una volta”, quel lavoro che definisci con una parola, non con un saggio.
«Professione?»
«Ecco… io mi occupo di ottimizzazione di sistemi per il terziario…»
«Grazie… grazie… ABBIAMO UN TORNITORE, QUI?…»
Parliamo di primario e secondario, su cui si basa il terziario: non possiamo essere un popolo di mediatori, immobiliaristi e broker. Ve lo ricordate il contadino che coltiva roba che si mangia? Ve lo ricordate quel lavoro per cui qualcuno è pagato per produrre una cosa che si può toccare e che verrà venduta un po’ più cara di quanto è costata? Vi ricordate che quella differenza, il guadagno, è il motore della società?
Bene, quel lavoro non c’è quasi più e a breve potrete cancellare il “quasi”.
Non c’è soluzione, come per l’asteroide. Un mio amico ha spostato la produzione in Serbia: direttore a parte, che è suo socio, il miglior dipendente gli costa 250 € al mese, in regola. Come dare torto a chi ci va? Prima o poi ci andranno tutti.
E col 70% di disoccupazione, entrate fiscali da Montenegro, manco i soldi per sanità e pensioni, chi si comprerà le mie finestre? Gli zumbòn dell’altro asteroide?
Forza, gente, siate interattivi, aspetto risposte.
Frettolosamente vostro
Dottordivago.

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Mi scuso

Mi scuso non una ma mille volte.
Ho letto il cazziatone di Marco per sbaglio e mi scuso ancora, anche se non abiuro il Panda per Feisbuk, visto che manco lì non scrivo niente da tempo.
Ho detto “per sbaglio”?
Sì, per sbaglio, ho cliccato l’icona involontariamente: ho il rifiuto di aprire questa pagina perchè ho il rifiuto di accendere il cervello o anche solo di infilare una serie di parole con un senso compiuto.

Sto bene, tranquilli.
Provo solo un’acuta insofferenza per la parola scritta che tanto amavo e che tornerò ad amare: oggi si scrive troppo, scrivono tutti, neanche ci si telefona più, si scrive sempre, anche all’amico seduto nello stesso locale.
Non è il mio caso, ovvio, però mi disturba sapere che succede.
E la faccenduola di lavoro che sbrigavo con una telefonata di venti secondi, adesso mi costringe a mandare un paio di email, ricevere una conferma, scaricarla, stamparla, timbrarla, firmarla, scannerizzarla, re-inviarla con l’ennesima email.

Sono cose che mi allontanano dallo scrivere, come l’eccesso di cucina e gastronomia in tv mi ha in parte allontanato dai fornelli e dalla tv.

E poi provo un profondo disgusto per quanto mi succede intorno.
Quello che vedevo e che non gradivo mi dava lo spunto per incazzarmi, per parlarne male e scriverne peggio; oggi lo rifuggo, lo rimuovo.
Quando lavoro ho sempre la radio accesa, come gli imbianchini, ma ho cambiato emittente: niente più palleggio tra 101, Deejay e Capital, non voglio sentire discutere, analizzare, polemizzare; ora ascolto Radio Nostalgia, come le parrucchiere.
Insomma, non potendo cambiare il mondo, gli ho tolto il saluto.

Vivo sospeso.
Ho fatto come fingono di fare quei mangiamerda di fachiri indiani che sostengono di poter fermare il proprio battito cardiaco con la forza del pensiero.
Io ho fermato il mio cervello con la forza del non-pensiero.
Ho fatto come nei casi di gravi lesioni cerebrali, in cui si ricorre al coma indotto, farmacologico, per tenere “fermo” il cervello, che poi è la funzione del gesso per un arto rotto.

Ecco, mi sono ingessato il cervello.

Ripeto: sto bene, scordatevi depressioni o scazzi peggiori e dico questo per tranquillizzare quei fedeli lettori, di cui ignoro la faccia, ma per cui provo un affetto difficilmente spiegabile: lo dico nel caso in cui queste persone provassero qualcosa di simile nei miei confronti.

Non so ancora quando mi toglierò il gesso, potrebbe essere domani o fra un po’ di più, vedremo.
Certo è che la sgridata di Marco è servita, mi ha fatto sentire un povero coglione.
E questo è già un segno che “il paziente risponde”…

Ci risentiamo, giuro.

Dottordivago

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