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Archive for febbraio 2013

Domenica 24 febbraio, ore 18.
Sono appena uscito dal seggio elettorale: è stata dura decidermi ma alla fine, con l’attrezzatura giusta, ce l’ho fatta.

voto

Lunedì 25 febbraio, ore 18.
A tre ore dall’inizio dello scrutinio, mi sa che dovevo turarmi l’altro pertugio…

Dottordivago

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RisPost 14

Dicesi “RisPost” una cosa che è partita come risposta ad un commento
ma che, per deformazione dello scrivente, diventa lunga come un post,
da cui l’elegante calembour.


A Beethoven e Sinatra
preferisco l’insalata,
a Vivaldi l’uva passa
che mi dà più calorie.

Ecco la summa del mio pensiero, anche se Battiato non è esattamente una persona che mi piace citare, non fosse altro perchè si tratta di un elemento di spicco del malvezzo (tranquilli, sembra una parola difficile ma significa solo “abitudine di merda” o anche “moda del cazzo”) che mi ha portato a scrivere il post precedente.
Post in cui sostengo che nella mezzora totale che ho dedicato a Sanremo, ho assistito a due esibizioni che per il sottoscritto sono state due cagate presentate come uova da due rossi, di cui una addirittura osannata dalla standing ovation.
Lasciamo perdere il lugubre, corpulento e problematico Antony Hegarty, di cui credo sentiremo parlare a breve, anche se non come cantante ma perchè gli troveranno parti umane nel frigo o troveranno lui nudo e dissanguato in una vasca da bagno. Concentriamoci sull’altro, Asafa Avidan, la cui interpretazione ha fatto scrivere a Marco:

…la sua esibizione mi ha chiuso lo stomaco. Ora che leggo un po’ del testo, mi convinco che tutto torna nel rappresentare la disperazione per la cosa più banale del mondo: una donna ce non ti caga e che per te è tutto. Non era una canzonetta, era qualcos’altro, e mi è piaciuto.

Sarà che in gioventù ho avuto un tot di amici che dopo essersi fidanzati e spariti dalla circolazione, rientravano in società dopo essere stati mandati a cagare dalla loro recente ragione di vita. Giovanotti con cui prima potevi tranquillamente passare serate divertenti, diventavano degli spauracchi per tutti e quando si mostravano in giro scatenavano un fuggi-fuggi generale e triste chi veniva incerchiato da quel cuore spezzato: certi elmi… due balle marce…
Ah, per correttezza, nella primavera dell’83 ho avuto anch’io un mesetto simile, vero? brutta troia alta un metro e ottanta, biondotinta e con due tette così…

Sarà perchè le storie di cuori infranti mi hanno sempre dato fastidio ma per me Asafa resta un furbetto che l’ha messa giù dura, interpretando la “Disperazione Personificata” miagolando e stravolgendo un motivetto che definirei un tormentino, più che un tormentone, con un’intensità con cui Anna Magnani poteva interpretare la popolana disperata.

Benissimo, sono già finito nel primo ginepraio: non è esattamente una divagata, perchè è inerente all’argomento, ma è comunque una grana da sbrigare.
Dunque, Anna Magnani mi è venuta così, senza pensarci, ma si tratta di un altra figura di cui tutti dicono un gran bene e che solo io, ‘O Fetente, considero una che ha sempre interpretato lo stesso personaggio, un po’ come Charles Bronson (e va be’, con quella faccia…) o, nel suo piccolo, Margherita Buy.

Anna Magnani è considerata un’attrice immensa, di cui ho visto tre o quattro film, in cui era regolarmente una popolana arruffata, urlante e piangente, personaggio a cui la sua vita -bimba figlia di padre ignoto e abbandonata dalla madre- ha fornito le basi su cui lavorare; con quella faccia, poi, diventava difficile specializzarsi nella bella svampita come Marilyn, ad esempio. Dove sta il genio nell’interpretare non dico sè stessi ma qualcuno che ti somiglia moltissimo?

Una storia che racconto sempre è quella di essere morto dal ridere quando alla cerimonia degli Oscar 1987 si presenta a ritirare il premio per la Miglior Attrice Protagonista, in “Figli di un Dio minore”, una biondina giovane e carina, fino ad allora sconosciuta: Marlee Matlin.
Bravissima. Brava al punto da aver interpretato con estremo realismo la parte di una sordomuta.
Si presenta sul palco, acchiappa la statuetta e ringrazia dicendo:
«G-raa-zi’…»

Eehh? Oh cazzo… ma è sordomuta!…
Marca “bravo” alla giuria.
Peccato che il Cannibale di Milwaukee non si sia dato al cinema: avrebbe vinto a mani basse l’oscar per il miglior interprete in un film su un serial killer.

Due lettori su tre, in questo momento, mi considerano un pezzo di merda, lo so.
Ehm… ”in questo momento”, vero?…
Per molti di voi sto maltrattando due grandissime interpreti, una addirittura un monumento, ma visto che ognuno è libero di pensarla come gli va, io la penso proprio così.

Ho due capacità innate: oltre a quella di riuscire a sembrare più stronzo di quello che sono, riesco anche a dare l’impressione di aver sempre fatto una cosa che magari sto facendo per la prima volta…
No, questo non c’entra un cazzo, quindi vuol dire che ho tre capacità innate.
Ecco, adesso ci siamo: la terza è che non mi faccio infarloccare.
Tradire sì, truffare anche, senz’altro, ma ti devo considerare mio amico, quindi tenere la guardia bassa, altrimenti non ce n’è per nessuno.
Finora.
Sarà per il fatto che, a cominciare dalla scuola per continuare nella vita, me la sono sempre cavata grazie alla capacità di “saperla raccontare” (oh-oh… siamo già a quattro capacità… Va be’, appena inizio a tirarmela, fatemi un cenno…) e proprio per questo, dicevo, diventa difficile “raccontarmela”.

A questo aggiungiamo un innato scetticismo nei confronti di tutto ciò che non è materiale e la convinzione che l’Uomo è frutto di un errore genetico che ha creato una scimmia con un dito opponibile agli altri. E bòn.
Da quel momento abbiamo iniziato a raccontarcela, al punto di esserci inventati un’anima e un Dio e di aver attribuito a Lui tutto il nostro operato, compresa la nostra creazione, forse nell’intento di scaricarci la responsabilità per il fatto di non essere venuti benissimo.

Spesso mi definisco “arido” per il fatto che cominciano ad essere poche, molto poche, le cose che mi piacciono e ancora meno quelle da cui mi lascio coinvolgere, mentre sono molte le cose per cui mi sento preso per il culo, o meglio, mi sentirei preso per il culo se dessi retta a certe sirene.
Ora non vorrei riscrivere “Perchè il panda deve morire” ma questo blog nasce in primis per affrancarmi da abitudini o mode che ritengo sbagliate, prima tra tutte quella di “farsela raccontare” da chi ti dice, per esempio, che il vino è cultura e che, in un sorso di solfiti e additivi che ti fa tenere in bocca, devi riconoscere il profumo di viola, il sentore di crosta di pane, il sapore “vinoso”…
Quale – altro – cazzo – di – sapore dovrei sentire, con un sorso di vino in bocca?

Arido per questi e altri motivi.
Ma non morto dentro.
Marco mi rinfaccia un mio momento “poetico”, quello in cui parlo della fine della “mia” alluvione del ’94: Marcolino, non sono mica Terminator, eh?
E intendo il 2, quello bastardissimo che si squagliava e si ricomponeva.

L’ho già scritto altre volte: tra le poche storie che ancora mi smuovono qualcosa dentro, ci sono le cose vere e non  inventate da un lavativo che “me la racconta” o da una riunione di esperti in marketing per vendermi un prodotto tangibile o impalpabile come un’interpretazione o una moda. 
Anch’io ho le mie musiche del cuore e posti delle fragole, sarebbe drammatico il contrario ma principalmente mi intenerisce la natura perchè ho la certezza che ciò che crea è vero.
E mi intenerisce l’amore di chi mi vuole bene pur conoscendomi.

Dottordivago

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green card

Vi ricordate “Green Card”?
È un film del 1990, una piacevole commedia ambientata a New York, in cui  Gérard Depardieu e Andie MacDowell organizzano un matrimonio di convenienza, visto che a lui, francese, serve la Green Card, il permesso di soggiorno, mentre lei non vuole rinunciare ad un meraviglioso appartamento che può essere affittato solo a coppie sposate.

Tra le tante bugie, lei spaccia lui per un grande pianista, fino al giorno in cui il “grande artista” non si può sottrarre all’esibizione richiesta da una banda di caga-amaretti, proprio i padroni di casa, se non mi sbaglio.
Guardatevi il video, dura un minuto.

Green Card

Qui lo sceneggiatore ha avuto l’accortezza di non far tributare un trionfo al millantatore, giusto per rendere più verosimile la scena, e lascia ai caga-amaretti il sospetto di essere stati presi per il culo, anche se nessuno dice che il Re è nudo, cioè che quella che hanno appena ascoltato è una gran cagata.

A Sanremo, dove tutto è più falso di Giuda e dove il pubblico è rimasto quello del 1959 che fingeva di scandalizzarsi per “Tua”, cantata da Jula de Palma, la sceneggiatura è stata più assurda.
Premessa: giuro, io vorrei riuscire a vedere Sanremo, tanto poi so che si finisce per parlarne, ma non ce la faccio, davvero, neanche con tutta la buona volontà, così mi tocca documentarmi il giorno dopo, se voglio capire di cosa cazzo stanno parlando tutti.
E non faccio il figo, tipo quello che si vanta di non guardare la televisione e poi sa tutto di “Amici” e Barbara D’Urso, io dico la verità: guardo la televisione.
Ma non Sanremo.
Ogni tanto ci provo, vedo uno sconosciuto, sento dieci note di una canzone anonima perchè mai sentita prima o perchè anonima davvero, e torno a quello che stavo guardando: tempo massimo di permanenza… direi trenta secondi, proprio se c’è qualcuno che conosco o se c’è della gnocca.
Tra l’altro, quest’anno ho notato una cosa particolarmente fastidiosa: sono sfigato io, che me li becco ogni volta che butto l’occhio, o i due conduttori passano la serata a ripetere come funziona il televoto, i costi della chiamata, tenere lontano dalla portata dei bambini e “votate-votate-votate”?
Ma lo fanno davvero per ogni canzone? Manca solo la voce che legge rapidissimamente le avvertenze come nelle pubblicità dei medicinali, quando tutti sanno che il televoto è la più grossa schifezza di quella porcheria mediatica che è il Festival di Sanremo.

Resta il fatto che quest’anno ho un discreto culo: la prima sera io e Bimbi ci siamo ricordati del Festival alle nove passate da un po’, infatti c’era Crozza a metà della canzone sul Puttaniere, così mi sono visto lo show dei due sicari “contro la politica a Sanremo”.
Ah, trapa, voce del verbo “traparentesi”, marca “bravo” a Fazio per il modo in cui ha gestito la contestazione e, per togliermi il pensiero, trovo che la Littizzetto  sia sempre più un dito nel culo: oh, sarà lesa maestà, avrò torto marcio, ma io comincio a non sopportarla più di tanto.

La seconda serata, dopo alcuni rapidi zapp, mi fermo un attimo a valutare quella titanica gnoccolona (che, vi ricordo, è il mio secondo grado di valutazione dopo “Gardaland per piselli”) della Bar Rafaeli, vicino cui Fazio sembra Brunetta e non oso pensare al contrasto con la Lucianina nazionale, momento che, se c’è stato, non mi pesa essermi perso.

Asaf Avidan Festival di Sanremo 2013 February R3Ka2wXxtdjl

«Ah, ecco -penso- c’è anche lui, Asafa Qualcosa…», quello che per radio mi ha prima affettato, poi triturato, poi micronizzato ed infine annichilito la minchia con quel brano accattivante le prime tre volte che lo senti e insopportabile alla quinta, quello che sembra un misto tra uno jodel e una canzone da ciucchi.
Quello che lo ha reso milionario, per capirci, quindi tanto di cappello.
Va be’, sentiamolo, va’, magari è la volta che un sagace direttore di studio ha una pensata innovativa e fa battere le mani alle mummie in platea.

E questo comincia a miagolare una cosa irriconoscibile, accompagnato da un pianoforte quasi inudibile nei pianissimo (nota per i tecnici: ma i compressori dinamici di trent’anni fa, non li fanno più?), salvo poi squittire e sputazzare nei momenti di massima trance interpretativa…

Oh, Luigi… no, com’è che ti chiami?… Asafa?…
Ecco, Asafa… peila dusa… schœrsa s’anguila (“prendila dolce, accorcia quell’anguilla” in alessandrino, che sta per “tiratela meno”).

La prima cosa che mi viene in mente è il più classico “mah” e sto per cambiare canale, quando dal pubblico parte un applauso scrosciante e Fazio…
GLI CHIEDE IL BIS!
No, dài, che scherzo crudele, lasciate stare quel ragazzo… Va be’, ha fatto cagare, ma non è il primo e non sarà certo l’ultimo…
Oh-oh… mi sa che fanno sul serio…
LO FANNO RICANTARE!
Sono incredulo, guardo Bimbi, ci diciamo: «Siamo proprio due ignoranti uguali…»
Ancora un paio di miagolii, uno sputazzo e un inchino.

E QUASI VIENE GIU’ IL TEATRO!
Applauso? Figurati… SERVIZIO COMPLETO!

  • applauso scrosciante,
  • standing ovation,
  • chiavi d’oro della città,
  • abolizione dell’IMU sull’eventuale seconda casa in Riviera.

Io e Bimbi ci riguardiamo e ci ripetiamo: «Siamo proprio due ignoranti uguali…», per rimanere in ambito musicale, come cantava Cocciante, “se stiamo insieme ci sarà un perchè…”

Scusate un attimo… no perchè… fatemi capire, io sono disposto a fare uno sforzo…
Dunque, il brano originale del 2008, One day, quello che ha proposto proprio lì, non se l’è inculato quasi nessuno. La versione remixata del brano, intitolata One Day/Reckoning Song (Wankelmut Rmx) prodotta dal tedesco DJ Wankelmut nel 2012, è quella che ha scalato le classifiche di mezza Europa, proprio per il fatto di essere orecchiabile al punto di stufare un orecchio normale dopo pochi ascolti.
Quel giovanotto ha fatto un’esibizione alla Depardieu ma tutti quanti hanno pensato: «Per me è una cagata ma le cose molto intelligenti sono le più difficili da capire, quindi, per non passare da cafone ignorante, io mi alzo in piedi»
E il Re Nudo diventa un elegantone.

Ho cercato una ragione, magari nel testo, di cui ho capito poche parole: hai visto mai, questo è israeliano… Non mi sembra, ma magari parla di pace tra i popoli, lancia un messaggio a Gaza come a Teheran, così me lo sono letto e fa più o meno così:

Non ho più lacrime / il mio cuore è arido / non rido e non piango / non penso a te tutto il tempo / ma quando lo faccio / mi chiedo perché…
…Un giorno tesoro, saremo vecchi / oh tesoro, saremo vecchi / e penseremo alle storie che avremmo potuto raccontare…

ANDATE A CAGARE.
Tutti quanti: quegli imbecilli di Sanremo e, amichevolmente, pure voi (c’è “andate a cagare” e “andate a cagare”, ovvio), se pensate che la canzone e l’esibizione fossero da standing ovation.
Chiuso l’argomento Assòrata… no, com’è che ti chiami? Asafa? Va be’, chiuso.

Ieri sera, San Valentino, invito Bimbi a cena nel locale meno romantico che mi è venuto in mente, non perchè sia brutto, tutt’altro: diciamo che il nome, I Trei Gnuränt (I Tre Ignoranti) non è esattamente charmant…
Questo per evitare di trovarmi un pianista con un repertorio da Love Boat e poi perchè, in un’occasione fasulla come San Valentino, la più grande prova d’amore di Bimbi per me è di non farmi cucinare, mia per Bimbi è di non farle pulire la cucina, dopo.
Alle dieci siamo a casa e siccome una volta Bimbi era una grande appassionata di Sanremo, come seconda prova d’amore della serata butto l’occhio sul Festival, anche perchè la speranza è sempre l’ultima a morire e mi piacerebbe vedere qualche ospite che ne valga la pena.
Mi sa che ci siamo: le prime parole di Fazio che sento sono a proposito di “una delle più belle voci del mondo, una voce in cui coesistono tutti i sentimenti…”
’Azz! Sentiamo il fenomeno.

Si presenta tal Antony Hegarty, alzi la mano chi lo conosceva.
Dico sul serio: chi lo conosceva davvero… Ah, ecco, così va meglio…
Una specie di Fantasma del Palcoscenico obeso, intabarrato dal doppio mento in giù in una specie di corto chador laico, capelli lunghi, incolti e bisunti: un personaggio dall’aspetto davvero sgradevole.
Scopro adesso che ha la passione di esibirsi come drag queen, motivo per cui non finirò mai di ringraziarlo per l’imbacuccamento di ieri sera.
Bella voce, strana ma con un vibrato baritonale che lascia intendere un reale virtuosismo, purtroppo rimasto inespresso.
Esibizione ordinaria, a cui si è voluto trovare un risvolto drammatico-sentimentale con la storia della sorella.
Niente standing ovation ma applausone scosciante, cosa che quest’anno pare non venga negato a nessuno.

Qualche cretino ha parlato di “festival di comunisti”, riferendosi all’esordio con Crozza, affermazione talmente stupida da non meritare commenti.
Però, se pensiamo alla tradizione di sinistra di spacciare per cultura degli orrendi polpettoni bulgari o certe danze centro-asiatiche da suicidio, effettivamente una patina “comunista” ammanta il Festival, a cominciare dalla scenografia minimal, costata dieci volte la classica cascata di fiori che magari avrebbe promosso meglio il nome di Sanremo, che non mi ricordo se è universalmente nota come la “Città dell’Austerità” o qualcosa che riguarda i fiori…

Dottordivago

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Puro genio 2

Ieri mi sono visto “L’Era Glaciale 4” su SKY.
Simpatico e divertente, magari con qualche momento un po’ piatto ma con due scene da Storia del Cinema.
Di una, e mi riferisco al bradipo che fa il cenno “telefonami” all’orrida Sirena, non ho trovato traccia su Youtube: bellissima, la stupidità a quei livelli è genio, roba da Homer Simpson.

E poi guardatevi questa.
Peccato che chi l’ha caricata in rete l’ha evidentemente registrata dal televisore con un cellulare, quindi perde qualcosina.
Comunque io continuo a guardarla e a ridere.

Riguardatevi l’espressione dopo la rivelazione del “segreto”, quella in cui l’opossum stupido fa quel verso con la bocca: l’espressione è l’apoteosi della Stupidità, con un misto di fierezza e fighezza, mentre traspare a livello quasi subliminale l’ombra del dubbio…
Genio, puro genio: credo che neppure un grande attore avrebbe saputo fare altrettanto.
Mi toccherà guardarla ancora un paio di volte, va’…

Dottordivago

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RisPost 13

Dicesi “RisPost” una cosa che è partita come risposta ad un commento ma che, per deformazione dello scrivente, diventa lunga come un post, da cui l’elegante calembour.

Oh, non c’è verso di arrivare a farmi un giro sulla mia 128 del 1970, per colpa vostra ho il lavoro che spinge…

In rigoroso ordine di arrivo in questo buco del culo della Rete, parto dal Pirata.
Dici che “la nostra vita ha subito un cambiamento radicale in un sistema non riproponibile”,
io ti dico di non crederci troppo.
Da quanto tempo viviamo più o meno così? Da cinquant’anni? Be’, tutti gli imperi, dell’antichità sono durati di più ma a un certo punto si sono più che ridimensionati, sono crollati, in alcuni casi non ne è neppure rimasta traccia.
L’ultimo impero è stata L’Unione Sovietica: ancora nel 1985 si divideva il mondo con gli USA, nel 1990 non c’era più, i soldati della potente Armata Rossa rubavano le armi per rivenderle, visto che non prendevano lo stipendio da mesi.
Dalle sue ceneri sta riprendendo vigore la Russia, anche perchè possedere la metà o quasi di tutto ciò che c’è di prezioso sottoterra sul nostro pianeta, è innegabilmente un bell’aiutino.

Oggi pare una bestemmia l’idea di non poter prendere un aereo, vero?
Ho una brutta notizia: allo stato attuale e dell’immediato futuro della nostra tecnologia, l’unica cosa che permette di volare, grazie al favorevole rapporto peso/volume/energia/costo, sono i carburanti di origine fossile, che domani finiranno. Parlo di volare come si intende oggi, ad un costo abbordabile, con la stiva piena di bagagli, ciccioni incastrati nei sedili di classe economica e con le cameriere volanti, che nel caso di Alitalia si credono nobildonne in vena di beneficenza, che ti servono un paio di fetentissimi pasti a tratta.

Poi, certo, si può volare come novelli Lindbergh in un guscio di carbonio alimentato dall’energia solare o si potrà farlo su un aereo più o meno normale, alimentato da semplice, rarissimo kerosene, però al costo di 30mila euro da Milano a Sharm el Sheikh, il che equivale, di fatto, a non poter volare.
Ah, con le navi militari va alla grande la propulsione nucleare ma, ad una attenta osservazione, si evince chiaramente che non volano.
Se ti sembro troppo proiettato nel futuro, cosa mi dici del sistema pensionistico? Mangerie a parte, se in nessun altro Paese del mondo si è adottato un sistema come il nostro è perchè si capiva che non può funzionare, infatti ci stiamo (stanno) ridimensionando.

L’assistenza sanitaria? Non stiamo tornando indietro? Abbiamo dato tutto a tutti per troppo tempo, a cominciare dal “Medico della mutua” di Sordi per arrivare ad oggi: lo sapevi che nei paesi del nord Africa, Albania, Romania, Moldavia, cioè in tutti i posti da cui proviene la maggior parte degli stranieri che vivono in Italia, l’uso più comune dei traduttori online è quello di interpretare i bugiardini italiani? Sì, siamo i principali fornitori di medicinali di mezzo mondo, rigorosamente a carico del SSN.
Non dura, dura minga…

Viaggiare in autostrada con il Tutor a 110 all’ora, in discesa (va’ che non ti passa più, eh…) da Masone a Genova o a 130 all’ora da Piacenza a Bari, a fronte di un’innegabile maggior sicurezza, non è un passo indietro a livello di libertà personale?
Ci toccherà darci una ridimensionata, da’ retta a un ignorante.

Dici anche che “dodici anni fa, la vita era molto simile a quella di oggi eppure la gente faceva meno fatica ad arrivare a fine mese”.
È esattamente quello che dico io, i prezzi sono aumentati vergognosamente, solo che la colpa non è dell’euro, lo dico sempre, è al 99% del popolo, una volta tanto non dei politici, visto che non siamo in URSS e che coi prezzi ognuno fa un po’ il cazzo che vuole.
E non parlo solo del popolino, sia chiaro.
Nel 2003 parlavo con un mio cliente da dietro il bancone di un negozio, da dove ho assistito al passaggio lira/euro, quindi col polso della situazione.  Sostenevo che siamo un popolo di rincoglioniti, che la causa dei miei incassi mai visti prima era che la gente non si rendeva conto di quanto spendeva con l’euro. Quel signore era il presidente o direttore o che cazzo era non so, di un’importante associazione professionale che non nomino; a gennaio 2002 hanno spedito a tutti gli iscritti la classica fattura per la quota associativa, fino al 2001 pari a un milione di lire ma la segretaria della contabilità si è sbagliata e ha compilato tutte fatture da 1000 euro.
Il tipo mi fa: «Secondo lei, c’è stato uno che ha detto “bah”? No, non c’è stato. Noi ce ne siamo accorti un anno dopo e a quel punto abbiamo mantenuto la cifra anche quest’anno…»

L’aumento dei prezzi, sommato all’aumento della voglia e dei prodotti da acquistare, è una brutta bestia, si chiama effetto valanga: tu comperi, io aumento, tu continui, io pure. E non arrivi sereno a fine mese.
Ora si prospetta il fine mese del debito pubblico.
Non penserai mica che i 2000 miliardi di euro se li siano mangiati solo i politici?
Ne abbiamo avuto tutti una fetta, chi più, chi meno, e per quarant’anni abbiamo avuto servizi e regalie che non ci potevamo permettere.
Un ridimensionamento non è solo possibile, è matematico.

Ed ora veniamo ad un lettore precario, Alberto. Precario nel senso che non c’è pericolo che diventi lettore a tempo indeterminato, vero Albe’?
In poche parole mi dice che ciò che scrivo è corretto (in una precisa circostanza, sia chiaro…) ma sono “gratuitamente volgare”.

Come risponderebbe un Azteco: «Estiqaatsi?»

”Gratuitamente” a chi, eh?…
Io sono una persona onesta, corretta, con una certa cultura generale e sono volgare perchè amo esserlo, perchè mi diverte e fa divertire pure qualcun altro.
Il Dottordivago è il mio Mister Hyde, “gratuitamente” è un’altra cosa.
E se non ti piace, fai come quando vedi una merda di cane, passa oltre, cazzo ti fermi a pestarla? Mi hai fatto una specie di critica costruttiva su un post dal titolo “Mi prude il culo: festa a Mauritius”, ti rendi conto?
Ce n’è abbastanza per considerarti un primo della classe?
E concedimi il credito di aver capito che la mancanza di accenti è un problema di tastiera, cosa ancor più chiara nel secondo commento; capisco che non è colpa della tua istruzione ma il risultato è una specie di test oculistico: se ciò che scrivi non dà fastidio agli occhi del paziente, significa che ha la cataratta o peggio.

Poi, cos’è “volgare”?
Un tempo lo era una caviglia scoperta, per certi coglioni lo sono i capelli di una donna, a cui impongono il velo, per secoli lo sono stati affreschi e monumenti, coperti con foglie di fico.
Nel 1976, primo in Italia, Cesare Zavattini disse “cazzo” ai microfoni della RAI e venne giù il cielo; oggi non esiste speaker che non lo usi correntemente.
Pensa, magari tra qualche anno avrai in casa una stampa in stile Andy Warhol, però firmata da me, magari di grande valore:

ANDY1

Dottordivago

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Insomma, ricollegandoci ai post precedenti, la crisi attuale dipende per il 10% da mercati ciucchi, finanza creativa e politica corrotta, mentre il 90% se lo pappano i nostri comportamenti più stupidi: detto in estrema sintesi… cioè… dunque…
Ecco, l’estrema sintesi è un ambiente in cui mi ci trovo come in una mostra di arte moderna con sottofondo di jazz e degustazione guidata di vini, comunque ci provo: la maggior parte dei problemi nasce dal fatto di guadagnare qualcosina meno di prima (in rapporto al costo della vita) ma, parallelamente, dalla cattiva abitudine di spendere molto, molto di più.

In uno dei post precedenti, Song’ ‘o Fetente 7, abbiamo visto che con uno stipendio medio del 1980 (500.000 lire) ci si potevano permettere 588 litri di benzina, mentre oggi, con un pari stipendio di 1.200 € se ne comperano 685, un bel centinaio di litri al mese in più, corrispondenti a 1000/1500 km di percorrenza mensile: paradossalmente, uno che oggi percorra 12/18mila km all’anno, li fa a gratis, grazie al maggior potere di acquisto stipendio-su-benzina.
Solo che nel 1980 la gente non si strappava i capelli al distributore e il consumo di benzina era in costante aumento, mentre oggi, per la prima volta dall’invenzione dell’automobile, assistiamo alla contrazione delle vendite di carburanti e a scene di vera indignazione/disperazione nei servizi realizzati alle pompe di benzina dai vari TG.
Pensate, inoltre, che a detta di chiunque fosse già attivo nel 1980, gli operai “mettevano via qualcosa” tutti i mesi, cioè finivano il mese con qualche soldo risparmiato.
E allora, come cazzo è, ‘sta storia?

Forse ci arriviamo. Sempre nello stesso post abbiamo visto che quarant’anni fa ci si comperava una macchina media, tipo la Fiat 128 classe 1970 di mio padre, con circa 7 stipendi, mentre per la stessa macchina -tipo una Bravo o una Focus- oggi di stipendi ne servono più del doppio.
E quindi? Perchè la benzina, bene destinato a diventare sempre più raro e costoso, è diminuita mentre le auto, che non sappiamo più dove metterle e mai come oggi sembra che te le tirino dietro, sono aumentate?
Così a prima vista sembrerebbe l’opposto del sistema imperante, quello delle stampanti, per esempio, che prevede di (quasi) regalare un prodotto e poi “farti sposare” il materiale di consumo o un pezzo di ricambio.
La realtà è diversa: la benzina che comperi oggi, ottano più, ottano meno, benzene più, piombo meno, è sempre quella benzina là, quella del 1970.
L’automobile no, è proprio diventata un’altra cosa e noi abbiamo fatto come le automobili: non siamo più quelli, la nostra vita si è ammalata di optional.

Facciamo un giro: io prendo la 128, voi la “media” attuale che preferite.
Io tiro fuori la chiave attaccata al portachiavi con l’effige di San Cristoforo, il patrono degli automobilisti; la infilo nella serratura e apro la portiera, giusto la mia: se voglio aprire le altre, mi tocca stirarmi un paio di legamenti della spalla per aprire le due posteriori; voi a venti metri premete il telecomando e, con un BIP futuristico o un GLUK da piccione, le porte si aprono tutte quante, bagagliaio compreso, per aprire il quale io ho addirittura un’altra chiave da portarmi dietro.
Non siamo ancora entrati ma voi avete già pagato cinque attuatori elettromagnetici, anzi, sei, contando quello che sblocca lo sportellino del serbatoio, tutti i cablaggi che li collegano, il trasmettitore che avete in mano e il ricevitore dell’auto.

Cazzo ti siedi? Son seduto io? E allora aspetta…
La mia portiera è spessa tre dita, è foderata di skai duro e scivoloso come una lamiera in inverno e quasi appiccicoso in estate, la maniglia interna è una cinghietta fissata con due rivetti, il vetro va su e giù con una manovella.
Questo perchè è una Fiat, onore e vanto dell’industria nazionale; se fosse una francese, rischieresti di avere mezzo vetro fisso e mezzo scorrevole.
La tua portiera è spessa una spanna, contiene barre anti-intrusione in acciaio ad alta resistenza, la meccanica e il motorino elettrico dell’alzacristallo, pure automatico, così manco ci devi tenere il dito sopra.
Forse c’è anche una lampadina nella parte inferiore, allo scopo di illuminare l’eventuale stronzo di cane su cui potresti mettere il piede scendendo.
È pannellata come una carrozza dell’Orient Express e la maniglia interna è super ergonomica, in un materiale espanso che sembra intelligente, tanto è sempre morbido e tiepido sia in estate che in inverno, e contiene pure i pusanti per l’alzacristallo, il blocco portiere e la regolazione del retrovisore esterno, elettrico, con dentro due motorini che inclinano lo specchio su due assi. Roba che già alla parola “retrovisore esterno” io mi sono perso, visto che non ce l’ho.
Però ho il deflettore, quello il cui ricordo intenerisce il cuore di qualche lettore, che pure ha un suo costo ma permette di realizzare un vetro squadrato, più piccolo e meno curvato del tuo, col risultato di un costo molto inferiore.

Ok, sediamoci.
Io sullo skai di un sedile piatto, con tre scatti di regolazione avanti/indietro e tre scatti per l’inclinazione dello schienale, più la posizione distesa, il mitico “ribaltabile”, senza di cui la nostra gioventù avrebbe avuto un sapore diverso; tu su un sedile in morbido tessuto o pelle, anatomico e regolabile in ogni direzione o altezza: pensa che con solo uno stipendio in più potevi avere tutte le regolazioni elettriche, la seduta riscaldata -gioia… hai freddo al culetto, eh?…-, la funzione massaggio e un pistoncino automatico che ti fa rientrare un eventuale grappolino di emorroidi.

E allàcciati la cintura di sicurezza, asino! Aah… non guardare me, io non ce l’ho…
Partiamo? Frescolino, eh?
Io “tiro l’aria”, operazione che consiste nel tirare un pomello collegato al carburatore con un cavetto d’acciaio, col risultato di arricchire a dismisura la miscela aria/benzina, affinchè il motore abbia qualche speranza di accendersi; è un gioco per orecchi e piedi fini: giri la chiave e non ti devi neppure sognare di sfiorare l’acceleratore, se non al momento giusto, pena ingolfamento certo, operazione che una volta su due lasciava le donne in balìa del primo maniaco che passava, che con il pretesto di farle partire la macchina… Oppure lasciava in balìa di una cretina i primi giovanotti che passavano, a cui toccava spingere.

Col mio orecchio da accordatore di Steinway & Son Gran Coda e il mio piede soave come una farfalla, prima di diventare pesante come un macigno, non ho mai ingolfato una macchina, quindi dopo mezzo minuto posso anche partire, senza dimenticarmi di mollare gradualmente la manetta, per evitare di ingolfare il motore in movimento, altra specialità maschile quanto un fibroma all’utero: «Signora, l’aria va tolta dopo un minuto, non quando il motore è caldo come l’inferno. E poi, è inutile pompare sull’acceleratore… Scenda, che ci penso io…»
Eh, se mi fossi fatto dare cento lire da tutte le donne che si piantavano in mezzo ad un incrocio e che facevo ripartire…

Parlando di benzina.
Se si fosse trattato di un diesel, tra candelette e glen glen glen degli iniettori che battevano, cinque minuti fermo in attesa che il motore si riscaldasse non te li toglieva nessuno.
Per te, sborone M.Y. 2013, è un attimo: giro di chiave o tocco su un pulsante e sia che si tratti di benzina, gasolio, gpl, metano, Ratafià di Andorno o Chanel N° 5, l’avviamento è assicurato.
Però… Però per questa partenza in scioltezza hai pagato una serie di centraline governate da un computer che ha dieci volte la potenza di quello che ha scodellato sulla Luna tutti gli astronauti dell’Apollo -e non è la mia solita iperbole, è la verità- mentre il carburante, qualunque esso sia, viene spinto fino a 2000 bar di pressione, con variazioni e aggiustamenti al millesimo di secondo, un tempo addirittura inferiore alla durata di una promessa elettorale nel cervello del Puttaniere.
Sì, ok, questa è un’iperbole…

Insomma, tralasciando i milioni di anni luce che separano le nostre due auto, sennò facciamo notte, abbiamo appena messo in moto, dobbiamo ancora ingranare la prima, e tu hai già speso tre o quattro stipendi più di me, anche se ne vale la pena. Non per altro: a parte la mancanza di servosterzo, condizionatore ed ogni altro confort, io ho dei freni che alla terza frenata in cinque minuti sono già surriscaldati, se pesto deciso si inchiodano le ruote e vado dove mi porta il culo.  O la sfiga.
Se freno e sterzo per evitare un ostacolo imprevisto… ciao, neh…: la mia 128 fa tanti di quei giri su sè stessa che il rischio è che mi uccida prima la nausea  della botta, botta che tra quelle lamiere… brrr… brividi solo a pensarci.
Tu hai l’ABS che ti frena mentre decidi tu dove andare, l’ESP che compensa le tue cazzate e ti fa stare su due binari, nonchè decine di altre figate tecnologiche.
Non ultimi una serie di strutture ad assorbimento, pretensionatori e airbag che trasformano un frontale in un tuffo nella piscina delle palline colorate all’Ikea.

Ma è tutta roba che costa come un figlio scemo.
Per carità, per fortuna che c’è.
Magari un appunto sull’utilità di alcuni accessori come il sensore pioggia che fa partire i tergicristalli, le gomme larghe il doppio del necessario, proiezione immagini sul parabrezza, il tetto in cristallo che è una vera bestialità per la sicurezza -che cazzo guardi in su, cretino, guarda dove vai- e che, anche da un punto di vista tecnico, mette un peso esagerato nella parte più alta dell’auto, peggiorando parecchio il baricentro.
Basta: avete capito dove finiscono i vostri soldi?

Torniamo al distributore.
L’autista anni settanta/ottanta sta bello rilassato in attesa che il benzinaio faccia il suo lavoro e magari dia pure un colpetto al parabrezza; butta anche l’occhio dall’altra parte della pompa, con un salto nel tempo, dove c’è quello che si impuzzolentisce le mani al Fai da Te e piange per un pieno che trent’anni  prima gli sarebbe costato ancora di più ma lui piange comunque perchè è una persona diversa che guida un’auto diversa.
Se l’autista della 128 potesse parlare al collega, cosa gli direbbe?
Senz’altro qualcosa del tipo: «Dài, non te la prendere, hai una macchina che io manco me la sogno…».
Di sicuro, ripartendo col gomito fuori dal finestrino, gli direbbe anche:
«Certo, con l’iPhone che hai sul sedile, io ci faccio il pieno per sei mesi…»

Continua

Dottordivago

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…à suivre…

Sottotitolo: Song’ ‘o Fetente capitolo 7/ter
Nel senso che idealmente segue i due post precedenti ma qui non dico nulla di politicamente scorretto, quindi non vorrei tirarmela da Fetente -cosa che mi piace da matti- quando non lo sono.

Allora, nei due post precedenti ho cercato di sfatare il mito della Grande Crisi.

Vaaa beh… diciamo “reinquadrare”, “ridimensionare” il fenomeno, e togliamo pure la parola “mito”, visto che innegabilmente il momento non è dei più felici.
Ed è con una robusta ravanata di coglioni che, nel mio piccolo, dichiaro che firmerei per i prossimi vent’anni di lavoro come gli ultimi tre.
E mò mi ritocco, che non si sa mai.

Ma la crisi c’è.
Un po’ ci è arrivata tra capo e collo, un po’ l’hanno voluta i politici -che abbiamo eletto noi- che ci lasciano praticamente senza governo da vent’anni, periodo in cui si sono comportati come se l’unico scopo della loro vita istituzionale fosse quello di depredare il Paese.
Poi c’è la nostra parte di colpa: la vostra mollezza, il vostro menefreghismo e la nostra stupidità. Sì, negli stupidi mi ci metto pure io: ognuno ha diritto di essere un po’ stupido, io a volte me ne approfitto, però sono sempre situazioni in cui finisco per pagare di tasca mia, non coinvolgo la comunità: sono uno stupido in proprio.

A differenza degli stupidi “sociali”, quelli che -come dico sempre- ci hanno messo due o tre anni per capire che l’euro valeva 2000 lire, non mille, portandoci all’impennata dei prezzi, io ho sempre rinunciato ad acquistare prodotti che erano senz’altro alla mia portata ma che ritenevo assolutamente fuori prezzo, cosa che continuo a fare oggi, con l’esempio riportato un mesetto fa, quando ho girato un mercato traboccante di cime di rapa e erbette (ERBA!) a 4 €/kg, spinaci (ERBA!) e zucchini a 5 €/kg, carciofi a quasi 2 € l’uno.
Circondato da massaie che, lamentandosi e piangendo amare lacrime, riempivano comunque le borse di quella marijuana sotto mentite spoglie, io ho comperato un cavolo a 1 €/kg e un bel mazzo di catalogna, a 0,99 €/kg.

Sia chiaro, amo il cavolo ma le cime di rapa sono sei volte meglio della catalogna, solo che a 4 €/kg se le mangiano loro, e avervi rinunciato, pur per interpretare il nobile ruolo di “Calmieratore Mascherato”, mi faceva sentire parecchio “Piccola Fiammiferaia”. Poi, nel pomeriggio, mi ha telefonato Pino Trifula, il mio spacciatore, dicendo che la sera prima aveva “bucato” (un trifulau non vi dirà mai “trovato”…) un pezzo da 65 grammi: «Ti interessa?»
«Perchè, la Coca Cola ha le bollicine?»
PRESO! E che, scherziamo?…
Così ho fatto pace con me stesso, visto che la mattinata al mercato, con l’acquisto da pensionato con la minima, mi aveva un po’ segnato il morale: il Dottordivago è una testa di cazzo che non si piega ai prezzi drogati, è un moderno supereroe che si batte per un mondo migliore, minga un barbùn!…
Ok, riconosco che il tartufo è la mia kryptonite, ma non me l’ha detto il dottore e poi posso smettere quando voglio…
Naturalmente ho acquistato le cime di rapa qualche giorno dopo, a 2 €/kg, fresche, non quelle inizialmente a prezzo doppio rimaste invendute.
Come al solito non avranno avanzato niente.
Ma se tutti avessero fatto come me, i carciofi da 1,95€ cad. sarebbero rimasti lì.
Anche il giorno dopo, ovvio, e quello dopo ancora e ancora, finchè l’ambulante se li sarebbe ficcati su per il culo: un po’ passati e mosci, d’accordo, ma non deve essere comunque un bel momento, pur con il linimento di un impacco di cime di rapa da 4 €/kg e la terapia preparatoria con zucchini da 5€/kg…

Ah, ecco, non vorrei dimenticarmi di quelle teste di cazzo dei giornalisti.
Poco prima delle recenti festività natalizie e delle relative libagioni, presentate e paventate come scene di film neorealisti, in cui il padre, seduto a una tavola spoglia, si tormenta le mani trattenendo le lacrime, davanti ad una famiglia smunta e in bianco e nero, veniva lanciato l’allarme:

Famiglie italiane a rischio obesità.
A causa della crisi si abbandona la dieta mediterranea,
in favore di alimenti a basso prezzo e ricchi di grassi.

Ma scusate, esiste qualcosa che costa meno di pane e pasta?
O che ingrassa più dell’olio d’oliva?
Conoscete molta gente che, per spendere meno e ingrassare di più, si ciba di manioca di infima qualità ammollata con la melassa di scarto della canna da zucchero, come gli straccioni nel nord-est del Brasile?
O di “pannello” impastato col siero del latte, quello che si dà ai vitelli?
O il “cruscone” impastato con l’olio di palma più scadente, per i maiali?
E poi, da quando le crisi fanno ingrassare?

Infatti al TG dell’ora di pranzo, oggi:

Famiglie italiane a rischio malnutrizione.
A causa della crisi calano gli acquisti di carne, pesce e frutta,
in favore dei più economici pane e pasta.

Continua

Dottordivago

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