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Archive for agosto 2010

Ebbene sì, i tempi cambiano: addirittura il Dottordivago, noto animale informatico, pubblica un post dalla Grecia.

Tranquilli, sono sempre il caprone ignorante di una volta, solo che dovevo avvisare via email tutti quelli che cercano di rintracciarmi invano al telefono. Perchè non ci riescono? Mah, sarà mica perchè lo tengo ostinatamente spento 23 ore e 58 minuti al giorno e acceso 2 minuti solo per vedere chi mi cerca?
Così posso continuare a compatire e disprezzare quelli che vedo in giro col cellulare all’orecchio e che raccontano per filo e per segno agli amici ogni passo della vacanza: spegni quell’affare, cretino, e con quello che risparmi fatti un paio di giorni di vacanza in più…

Comunque, a me, chiunque mi cerchi, non mi becca, chiaro?

Poi, cosa vuoi, l’occasione fa l’uomo ladro e il Dottordivago scrittore: son qui, con un computer ed una connessione internet… vuoi non mandare un salutino, una cosa rapida rapida?

È noto che in Grecia si va per vedere cose che c’erano; è una civiltà così antica che è rimasto pochino, così gli amici si sono specializzati nel cintare aree che sembrano cantieri appena aperti ma che rappresentano il luogo su cui sorgeva un qualunque Tempio di Afrodite o un Teatro di Qualcunaltro.
In quei casi io tiro dritto: a differenza di molti altri mi sento un po’ stupido nel girare con una guida in mano e segnare col piede “… e qui c’era la statua di Zeus…”
Visto che c’era, guardati una ricostruzione su internet, così ti fai un’idea più precisa…

E visto che della roba vecchia c’è rimasto poco o niente, facciamo un passo indietro molto più breve con alcune foto che ho fatto oggi, ricordandoci che siamo ancora in tempo a darci una raddrizzata, forse.
In breve: due casette, una di fronte all’altra, separate da una stradina di cinque metri; uno ha installato dei serramenti in pvc che si intravedono dietro alle splendide persiane d’epoca restaurate insieme all’altrettanto splendido portoncino; l’altro ha comperato le stesse finestre e, per superare il vicino, ha sostituito portoncino e persiane in legno con una bestemmia in alluminio.
Magari ingrandendo le foto, riflettiamo brevemente su quello che ci hanno lasciato i nostri nonni e quello che lasceremo ai nostri nipoti.

SDC10170 Portoncino restaurato

SDC10171 Portoncino in alluminio

SDC10173 Persiana restaurata

SDC10172 Persiana in alluminio; notare le cerniere anodizzate argento sull’effetto legno, proprio la morte sua…

Come dar loro torto, se i nostri nipoti ci cagheranno sulla tomba?

Dottordivago

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benvenuto Io

Uno dei miei difetti è che inglobo.

C’è chi somatizza, io inglobo.
Vivo di bigliettini appiccicati ovunque per ricordarmi tutto, solo che non mi posso permettere di pensare “’Sta cosa la faccio poi…” semplicemente perchè inglobo il promemoria nell’ambiente e lo faccio diventare parte del tutto, quindi inutile.
Per un maggior effetto promemoria, a volte lascio un oggetto in un posto assolutamente incoerente per quell’oggetto, ma bene in vista così, penso, non me ne posso dimenticare.
Poi lo inglobo.
Dopo due giorni, anche un ferro da stiro da portare a riparare, e lasciato per quel motivo appeso alla maniglia della porta, diventa come una sedia sotto al tavolo o la Madunina sul Duomo di Milano: una cosa esattamente al suo posto, perfettamente inserita, anzi, inglobata, nel suo ambiente.

Mi è successo anche con Laperfidanera: come faccio per tutti i nuovi acquisti, mi ero ripromesso di darle il benvenuto ufficiale con cesto d’ordinanza.
Poi, a causa qualche di giornata in cui non avevo il tempo per soffiarmi il naso, ho rimandato quello che ritengo essere, ormai, un mio preciso dovere e, per fortuna, un mio personale piacere.

Ho aspettato un momento di troppo e… Bon, chiusa la Genova – Nizza, tutto finito: l’ho inglobata. 
Salvo ricordarmene ora, praticamente con l’auto carica ed il motore acceso, pronto per partire.

Pensa un po’, Perfidona del mio cuore, se dovesse, che so, affondare il traghetto ed il Dottordivago girasse l’occhio…
In quel malaugurato caso, l’ultima cosa che avrò scritto sarà:

benvenuta, Laperfidanera.

Dottordivago

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cosmogonia
E mi sa che, dopo questo post, ci risentiamo a settembre, visto che da domani il Dottordivago va a mettere la pancia al sole –per cinque minuti- e all’ombra per il tempo rimanente.

Chiudo per vacanze tirando in mezzo quello che sta diventando un “Dottordivago2”, vista la sua gradita presenza su queste pagine.
Grazie all’immenso Ginko ho colmato una lacuna nel mio già nutrito palmares: ho conosciuto la donna più ignorante del mondo.

Forse esagero, ho sentito dire che ce n’è una, in Tasmania, che non scherza, quindi mi correggo: ho conosciuto la donna più ignorante dell’emisfero boreale. Guarda, voglio concederle il beneficio del dubbio: forse è solo una normalissima persona che, per un incidente di percorso, ha detto –e sostenuto- una delle cose più ignoranti che io abbia mai sentito.
E và che… voglio dire… eh?

Nel mese di agosto nascono nuovi amori nelle località di villeggiatura: alcuni svaniscono, altri, come nel mio caso, anno del signore 1986, hanno superato il ritorno a casa, hanno resistito alla lontananza e continuano ancora oggi, dopo sei anni da pendolari e quasi diciotto di matrimonio.

Nelle città svuotate, invece, nascono nuove compagnie: si formano come i pianeti, aggregando frammenti dispersi che vagano nello spazio e che vengono compattati da una flebile attrazione gravitazionale che vieppiù aumenta (segnatevi ‘sto vieppiù, caso mai un giorno vi venisse in mente di darmi del pirla…)

La Cosmogonia Urbana Agostana, che aggrega persone i cui amici sono tutti via mentre loro sono ancora -o già- a casa, prevede che i vaganti vengano compattati da forze talmente deboli da essere più frutto del caso che altro; questo fa sì che la durata di queste formazioni sia pari a quella di una bolla di sapone: una serata, spesso, è già troppo e la forza centrifuga vince l’effimera attrazione. 
D’altronde, se non ti caghi per tutto l’anno vivendo in una città di 100mila abitanti, in cui tutti, più o meno, si conoscono, perchè dovresti farlo per più di una serata?
Ok, a volte l’uomo attraversa l’universo per ritrovare sé stesso, una volta tornato al punto di partenza.
Può anche capitare di trovare l’anima gemella cercata chissà dove e solo sfiorata per anni, magari nel tuo quartiere. Può essere…
Ma il più delle volte, se non caghi uno o una che hai già visto in giro, significa che proprio non t’acchiappi.

Sabato sera: la morosa di Ginko è in vacanza all’Ammerica, il moroso della Manu è in barca alla Maddalena mentre lei sgobba in negozio, la Morellik è disponibile alla cena, avendo perso qualche chilo –salvando le tette, Dio la benedica-; il Cigno, aiutato dal tempo (ehm…), ha organizzato una magnifica serata nella piscina che gestisce; insomma, uno non c’è, l’altro nemmeno ed io penso bene di raccogliere quel che resta del gruppo per una cenetta lievemente autunnale, visto il clima.

Ma Monsieur l’Organizzateur, Ginko, ha un’altra pensata; in un sobborgo di Alessandria c’è il più classico general store da paese: vendita alimentari, drogheria, edicola, tabaccheria, bar. Hanno avuto una bella pensata: di sabato sera organizzano un ape-cena dove, se non sbrocchi col bottigliame, con 10 euro di danno cibo e bevande all you can eat, come dicono all’Ammerica o, come si dice da noi, a squarsaganasa.
”Ma dici quello con la terrazza sulla strada?”
”Sì, quello con la terrazza grande, ci staranno un centinaio di persone…”
”Ehm, Ginko, non so se hai visto ma ci sta passando sulla testa l’unica tempesta tropicale accompagnata da una temperatura polare, un fenomeno senza precedenti nella storia del clima…”
”Ma guarda che c’è posto anche dentro…”

Perchè devo sempre essere io a rompere i coglioni?
Ho il fondato sospetto che in quel locale i posti al coperto siano un decimo di quelli all’aperto, il che significa pestarsi i piedi e darsi gomitate tutta la sera…
”Abbiamo il tavolo prenotato, caro il mio cazzone…”
”Abbiamo chi?”
”Ma sì… un’amica della Morellik con un paio di suoi amici… con qualche loro amico…”

L’ineluttabile Cosmogonia Urbana Agostana.

Perchè devo sempre essere io a rompere i coglioni?
“Ok, ci vediamo lì”

C’è un merdaio che non ci si capisce.
Abbiamo il tavolo ma il problema è che ti devi ovviamente alzare per andare al buffet: siete gente di mondo e conoscete la situazione, quindi non mi dilungo sul casino.
Due parole sul cibo: sfamare il popolo con 10 euro, guadagnando la giornata, non è facile, salvo servire un secchiello di minestrone e un mezzo litro di vino sfuso.
Lì, almeno, ci provano.
Premetto che allo staff do un voto altissimo: ruspanti ma gentili, affabili e disponibilissimi.
Il cuoco è… un bravo ragazzo. 
Ci sono vassoi e pentoloni pieni di… cose, tra cui spicca una gigantesca insalata russa che, pur non indimenticabile, costituirà la mia cena: è l’unica cosa che riesco a mangiare e me ne scofano due piatti, come fosse polenta.
Il resto sa di poco, quindi mi limito a micro assaggini nella speranza di maritare l’insalata russa con qualcos’altro, finchè metto in bocca un’insalata di riso dall’aspetto modesto, poco più che riso in bianco; probabilmente sembrava poverina anche al cuoco, che ha pensato bene di nobilitarla con…

essenza di fiori d’arancio

Si è perso un’occasione: perchè non decorarla con pezzi di ciocorì, pastiglie di alka seltzer e una grattugiata di eternit?

Ri – pu – gna – nte!

Lo so, non si dividono così le sillabe: perchè, invece va bene preparare l’insalata di riso con i fiori d’arancio? Eh?
Basta basta basta, non parliamone più, voglio dimenticare.

Nel bancone dei salumi ci sono salami e prosciutti che sembrano guardarmi, così domando se, pagando il dovuto, è possibile averne un piatto…
”Se vuoi, non c’è problema ma… Sta arrivando il risotto allo champagne!”
Cos’è, un annuncio o una minaccia? Va beh, anche solo per educazione, aspetto il risotto…

Che potrebbe anche essere semolino, tanto è scotto, ma lo si distingue perchè sa di vino bianco acido e di dado.
Bon, chiuso il capitolo cibo.

E allora godiamoci il piacere della compagnia…
Di fronte a me c’è La Donna Che Sta Per Dire La Cosa Più Ignorante Del Mondo.
Tornata fresca fresca dalla Florida (credo faccia un brutto effetto: salverò la morosa di Ginko che è ancora là e, d’ora in poi, tolgo il saluto a tutti quelli che ci vanno), continua a smanettare col cellulare, mandando messaggi a un sacco di amici dello Sunshine State, veri amici, visto che sostiene di aver dichiarato a tutti dieci anni in meno di quelli che ha e quelli ci hanno creduto; probabilmente ne conosce la ragione anche lei, infatti giura che “gli Americani sono dei tontoloni”.
Vorrei suggerirle “…e i negri hanno il ritmo nel sangue” ma non vorrei mettere troppa carne al fuoco.

Non ricordo cosa stesse scrivendo ma mi permetto di suggerirle una forma un po’ meno “the book is on the table…”
”Sì, figurati… gli americani non parlano mica come ci insegnano a scuola…”
Che, per l’appunto, è quello che volevo suggerirle. Va beh…
”Gli americani parlano in un modo…” e avanti luoghi comuni a piene mani, mi aspetto quasi che si travesta da Nando Moriconi e che tiri in mezzo “gli americani del Kansas City”.
Meliconi Nando
‘Sta gente, gli Americani, hanno soprattutto un difetto imperdonabile: parlano male, malissimo.
Non intende sboccati o balbuzienti, no: intende che pronunciano male… la lingua americana!
”Scusa, non ti seguo…”
”Se vai in America…”
”Ci sono stato duecentocinquanta volte…”
”…ecco; se vai in America ti rendi conto di come parlano…”
”Americano?”
”Certo che parlano americano (cretino, cosa vuoi che parlino?…) ma non si capisce niente… Volevamo andare a Orlando, chiamiamo un taxi e diciamo Orlando; e quello non capisce; ripetiamo dieci volte Or-lan-do, finchè quello si illumina e dice Ouleindou? Dimmi tu se è normale parlare così”

Concordo: a Voghera è assolutamente fuori luogo. 
Magari a Miami…
In parte la capisco, ha avuto la sfiga di trovare l’unico taxista yankee della Florida e forse degli States; un qualsiasi cubano o latino generico avrebbe afferrato al volo…
”Esatto! (finalmente ne dice una giusta, ‘sto babbeo…) Quelli parlano bene, li capisci…

Ci sono momenti in cui persino io rinuncio a sostenere una conversazione: vuoi star lì a spiegare che “non parlano bene ma, semplicemente, parlano male come te”?
Lasciamo perdere, a prendere a pugni la roccia ci si fa male; ma la Donna Che Volle Insegnare l’Americano Agli Americani e che, sicuramente, avrà insegnato a sua mamma come si fanno i figli, insiste: “E poi, la O di Orlando la pronunciano OU mentre in tutti gli altri casi la O diventa una A…”

Vuoi spiegarle che “è l’americano, bellezza…”?
Servirebbe a qualcosa spiegarle che ci sono posti, tipo il Kentucky, in cui più che parlare fanno gargarismi con l’erre moscia? E tutto ciò senza essere dei deficienti, bensì normalissimi abitanti del Kentucky.
Servirebbe a qualcosa spiegarle che se un americano prendesse un taxi a Torino per andare a Cuneo, pronuncerebbe Kiuniou ed il tassista torinese gli domanderebbe “Neh, chemminchia dici?” 
Non servirebbe a niente, vista la sua convinzione: “Fanno così per non farsi capire, lo fanno apposta… per tirarsela”.

Oh Signùr…

Nel 1994 i Mondiali di Calcio si sono svolti negli States ed ho avuto occasione di sentire un pezzo di telecronaca ammericana: se serve per tirarsela, chissà quanta figa ha beccato lo speaker che, ad ogni intervento di Costacurta, ha pronunciato cento volte un incomprensibile Castacoertei…
Forse si è bagnata persino Martina Colombari…

E mò me lo dico da solo: buone vacanze, Dottordivago.

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Chiosa Eolica

Relativamente al post sulle Eolie, chiarisco quanto segue: ho detto più volte che le Eolie non sono il posto peggiore del mondo, solo che ne avevo sentito parlare in termini così entusiastici che mi aspettavo una sorta di Paese delle Meraviglie.
La bellezza percepita va a braccetto con quella che ti aspetti e questo vale anche per altre cose: se vai in Messico e trovi una temperatura di 20°, dici che fa freddo; se vai a Livigno e ne trovi 18 dici che fa caldo; se vai a Milano e mangi discretamente con 50 euro, sei contento, mentre in Emilia o nelle Langhe ti aspetti di mangiare bene con 30, sennò ti incazzi.

Ripeto, alle Eolie ci sono stato vent’anni fa, magari la faccenda è cambiata però, allora, i servizi erano approssimativi o inesistenti e la preparazione degli addetti spesso carente.
Il tutto fornito agli stessi prezzi dei posti dove la gente sa lavorare bene.

Poi posso anche riconoscere di averli trovati tutti io ma, sia lì che altrove, ho avuto modo di vivere situazioni comuni in cui lo prendevamo in quel posto in tanti ma me ne accorgevo solo io: sarò ipersensibile.
Come quella volta, che vi ho già raccontato, che in un villaggio Alpitour di Djerba (uno dei tre villaggi che ho visto nella vita), spacciandolo per un dentice, hanno messo nel buffet un temolo russo, un pesce d’acqua dolce autoctono dell’Europa dell’est che sa di melma, quando va bene.
Era coperto di maionese e decorazioni, io l’ho assaggiato e sputato, ripulito dalla maionese e riconosciuto: tempo di chiamare qualcuno con cui incazzarmi…
E l’avevano spazzolato!
Con grande soddisfazione, ho poi scoperto.
Per fortuna era rimasta la testa, così non sono passato per visionario, quando ho praticamente preso per il codino e portato lì il biondo capo villaggio.

Ecco, io devo avere una specie di allarme nel buco del culo: molte volte non impedisce l’accesso, però me lo segnala…
Dottordivago

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…ma mi va di pubblicare il disegno che l’immenso Gino Baleta, al secolo Gino Gemme, ha espressamente realizzato l’anno scorso per ilpandadevemorire.

pandagallia

Lo so, l’avevo già tirata fuori, solo che oggi mettevo un po’ d’ordine in quel merdaio che ho qua dentro e…
Grazie ancora, Ginetto.

Chissà, potrebbe anche star bene su una t-shirt, neh?

Dottordivago

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Benvenuta Cristina!

benvenuto Io

Sì, a partire da questo benvenuto, ci metto la faccia: l’omaggio anonimo mi sembrava un po’ cafone…

In deroga alla regola di questo blog che prevede il benvenuto ufficiale al secondo commento, consegno il cesto d’ordinanza a Cristina dopo il primo commento al post sulle Eolie.
Perchè?
Perchè aaaamo le donne che mi trattano male…

La nostra remigina al primo giorno di scuola si presenta così:

Ho scoperto il tuo blog grazie alla dichiarazione onanistica sul blog di Betty.
Devo dirtelo, i tuoi post sono così lunghi da sfrangere adorabilmente i maroni.
Ah, io sono un vero panda.
However, sei finito addirittura sul mio bloglovin.

Dunque, vista la mia estrazione rurale, sono andato a verificare che il bloglovin fosse una cosa buona e non la lista delle persone a cui ci si ripropone di tagliare le gomme della macchina; fatto questo, ho realizzato che, dandomi dell’adorabile rompicoglioni, mi ha fatto un complimento.
Bene.
Questa storia mi ricorda una vecchia intervista all’ex Cancelliere tedesco Helmut Kohl. Dichiarata conclusa l’intervista, è stato incalzato da un’ulteriore domanda, in tedesco, posta dalla bolzanina Lilli Gruber, a cui ha risposto così:

Signorina, l’intervista è finita e non intendo risponderle, anche se me lo chiede con quell’adorabile accento del Sud.

Morale: come essere di Bolzano e beccarsi dell’adorabile terrona.
Adoro i complimenti ambigui, ne faccio spesso uso, come quando dico a qualcuno “Però, a vederti sembri un pirla, e invece…” 

Cristina merita una piccola spiegazione sul Dottordivago-pensiero: per rimanere in stile Eolico, Cristina, “oura uora arrivasti c’u ferribbotti” e non puoi conoscere la prima regola di questo cortile: chi gira in rete cercando qualcosa da leggere merita di trovare almeno delle parole; per i contenuti mi sto attrezzando, ma non garantisco…
Ti dirò di più: ho la mente sufficientemente malata per dilatare ulteriormente i post, infarcendoli di altre cazzate, purtroppo mi manca il tempo.
Come ti ha fatto notare Maurizio, la modalità di somministrazione delle mie minchiate è quella di stamparle e leggerle in bagno; ho detto “stamparle”, su carta leggera, visto che con laptop e iPad non ci si può pulire il culo, dopo.
Questo è il primo blog fieramente lassativo della rete e, come direbbe la Marcuzzi, non tutto quello che fa cagare è negativo.

Un’ultima cosa: sono molto incuriosito dalla tua dichiarazione di essere panda e, se ripasserai da queste parti, mi piacerebbe saperne di più.
Anche se, secondo me, sei una millantatrice: chi è veramente Panda come intendo io, non sa di esserlo.

Comunque… scusa, however, per dimostrarti che so essere laconico, spenderò solo una parola relativamente al tuo bloglovin:
buongustaia.

E benvenuta.

Dottordivago

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I casi sono due: o vi leggete prima il post precedente o potete risparmiarvi pure questo.
Già fatto? Ok, andiamo avanti.

Per “Quelli delle Favelas”, finalmente, finisce la Cattività Salinese e si trasferiscono in blocco a Lipari.
Naturalmente la sciura Tarantella –merda tu, bastardi noi- viene informata della cosa solo la mattina stessa della partenza dei quattro quinti del gruppo ma si vede che è abituata e quasi se lo aspettava: non pianta neanche tante grane.
Io, poi, divento quasi il suo pupillo, visto che non me ne vado.
In versione “Lecchino della Tarantella” le ricordo che aspettiamo una coppia di amici e che, se fosse possibile, avrei piacere si sistemassero nella camera gemella della mia, così avremmo il terrazzo tutto per noi per il resto della vacanza, bugiardo, vigliacco e infame che sono…

I nostri amici sono a soli dieci minuti di aliscafo, quindi Bimbi ed io ci facciamo un giorno a Lipari col gruppo e uno da piccioncini a Salina, poi arrivano i Yuli, sistemati nell’Imperiale2 –ormai la Tarantella è come creta nelle mie mani…- e debitamente messi al corrente di tutta la vicenda, quindi prepariamo il seguente biscotto: Yul telefona a casa e fa chiamare in albergo da un sedicente famigliare, il quale deve prospettare scenari apocalittici che richiedono il rientro immediato della coppia appena arrivata.
Sfiga vuole che noi siamo senza macchina, quindi, con la morte nel cuore, dobbiamo partire con loro.

Per la Tarantella è un brutto colpo –e gliene pigliasse pure uno peggiore…- ma per due coppie, nuovi occupanti delle favelas, è un terno al lotto: li ho conosciuti due giorni prima e gli ho sibilato un “Estote parati…”; poveracci, già si beccano la pensione completa, meschini, almeno compenseranno il mal di stomaco con il panorama.

Lipari, bel suol d’amore,
ti giunga dolce
questa mia canzoneeeee…

Arriviamo a Lipari e prendiamo possesso della casa: certo che a Salina eravamo messi meglio ma l’amicizia ha i suoi doveri.
Ci sistemiamo in un appartamento attaccato al porto; quando dico “attaccato al porto” so quello che dico: quando le ancore finiscono in acqua, ci arrivano gli spruzzi in casa. Il rumore delle catene a cui sono attaccate le ancore, poi, è un vero dito nel culo, così come le sirene dei traghetti, ma niente che un bel paio di tappi non possa risolvere.

Problema: c’è una camera da letto ed un soggiorno con divano letto.
Gli uomini si giocano la stanza a testa o croce e lì sconto il culo di Salina: Bimbi ed io ci becchiamo il divano ma caschiamo in piedi, è comodo.
Sistemo due cose e, visto che in casa non c’è niente, esco per bagnarmi il becco nel bar attaccato a casa: chiedo un bicchiere d’acqua e il tipo, forse parente del barista di Salina, mi guarda male, poi prende un bicchiere ed apre il rubinetto…
A Lipari!
Dove portano l’acqua con le navi, acqua con cui fa già schifo lavarsi i denti…
Oddio, quella di Lipari non l’ho ancora assaggiata ma mi basta aver provato quella di Salina: sembrava sciacquatura di stufa a kerosene.

Mi scappa di divagare.
Salvo quella gasata a pasto, non sono un consumatore di acqua minerale, quella del rubinetto va benissimo; quando stavo a Roma, addirittura, se bevevo acqua era solo quella del rubinetto, visto che l’alternativa era, ovunque, la Ferrarelle, con cui non mi laverei neanche il culo.
Il contrario avveniva a Pavia quando avevo la casa in Borgo Ticino: l’acqua aveva una tale puzza di zolfo che mi lavavo i denti con la minerale per risparmiarmi i cognati… Non so se oggi la situazione è migliorata, ma a cavallo tra gli anni 80/90 la puzza in bagno arrivava non con la cacca santa ma quando tiravi lo sciacquone…

Insomma, blocco il barista con il bicchiere sotto al rubinetto: ”No, guardi, intendevo acqua minerale…”
NON – NE – HA
Voi direte: “Li trovi tutti tu…”.
Può darsi, infatti in quel momento mi sento come un supereroe combattuto tra il Bene e il Male, indeciso se usare la mia SuperSfiga per combattere il crimine o dominare il mondo…

“Va beh, dammi una birra”, che mi scolo in trenta secondi.
È quasi l’una ed ho un certo languorino, quindi un Campari Soda con due stuzzichini mi terrebbe buono lo stomaco in attesa del pranzo di gruppo.
Non pretendevo una dozzina di ostriche o di lumache, mi accontentavo di due schifezzuole, solo che lì le patatine sono considerate, giustamente, un bene voluttuario e non fanno deroghe. 
Quindi Campari Soda “vedovo”.
E tiepido.

Nooo… basta… pietà…
Chiedo il ghiaccio ed il barista mi guarda come se gli avessi domandato quando parte il primo ippopotamo volante con destinazione Paperopoli, poi capisce di avere a che fare con un pazzo e mi concede due cubetti.
Morale, se andate alle Eolie, andateci con un furgone della Sammontana, pieno di ghiaccio: vi servirà.

Il resto della vacanza è proprio bello: Ginki e Zendi in un alloggio tipo il nostro mentre i Geometri coi Pezzotti si sono piazzati nel Vilùn, una villa con un bel terrazzo che è diventato immediatamente il campo base del gruppo.
Ecco, la cosa indimenticabile è stato proprio il gruppo: abbiamo fatto tanto di quel ridere che siamo arrivati a casa che sembravamo il Joker di Batman, col sorriso impresso sulla faccia.
Il posto, francamente mi ha deluso: da come me ne parlavano, mi aspettavo di più.
E tutti a dirmi che alle Eolie “devi avere la barca”…
Grazie al cazzo, con la barca è bella anche Rimini: basta allontanarsi un bel po’ da riva e tuffarsi in Croazia.
Io ho un concetto comunista delle vacanze al mare: voglio un posto bello per tutti; non posso dire che le Eolie siano un brutto posto, ma se ci mettiamo ad elencare i posti più belli, anche solo nel Mediterraneo, finiamo domani.

È un po’ come la storia degli anfibi: quando erano di gran moda, a me faceva cagare vedere una con quelle scarpacce e Bimbi, a cui piacevano e se ne infischiava –giustamente- dei miei gusti, mi diceva: “…ma se una è bella davvero, stanno benissimo”.
Sì, ma con qualsiasi altra scarpa una bella gnocca starebbe meglio.

Comunque, complessivamente ho un buon ricordo di quella vacanza, non fosse altro per la splendida figura da paesani allo sbaraglio che abbiamo fatto una sera e che ci è servita negli anni a venire.
Ceniamo dal Filippino, se ricordo bene il nome, un famoso ristorante di Lipari.
Conclusa la cena, dopo l’ammazzacaffè, stiamo meditando con quale ammazza-ammazzacaffè spaccarci la faccia e il cameriere ci propone un Malvasia delle Eolie.
Premessa: oggi so benissimo di cosa si tratta e adoro tutti i passiti e Sauternes del mondo; ma a quel tempo, noi di Alessandria, conoscevamo il Malvasia di Casorzo, un modesto ma gradevole vinello rosso, dolce, che bevuto fresco aveva la sua ragione di esistere; non so se la organizzano ancora, ma una volta gli dedicavano una sagra in cui ci prendevamo delle sbronze terrificanti, sbronze agevolate dal fatto che quel Malvasia costava qualcosa tipo 150/200 lire al bicchiere.

“Ma sì, dai, vada per il Malvasia…”
Il cameriere si presenta con una bottiglietta striminzita da mezzo litro contenente un liquido ambrato, di cui noi, avvezzi al nostro parente povero, ignoriamo la nobile caratura…
Ola, camarero, con quella boccetta non sentiamo neanche l’odore: portane ancora un paio, sulla fiducia…”

‘Azz… se era buono!… E ‘ste bottigliette duravano quanto una goccia d’acqua sul piano della stufa: un rapido passaggio in dodici mani e vai con un’altra.
Non ricordo quante ne abbiamo bevute.
Morale, ci eravamo già sbilanciati sulle vivande, quindi ci aspettavamo un conto importante e così è stato; peccato che al conto già corposo di suo se ne sia aggiunto un secondo, superiore di una volta e mezzo, per il Malvasia. Non ricordo la cifra esatta del totale ma è stato come, al giorno d’oggi, aspettarsi un conto da 100 euro e ritrovarsene uno da 250, di cui 150 di ammazzacaffè…

“Ma quanto cazzo costa, ‘sto vino dimmerda?…”
”3.000 lire al bicchiere, signore”

Da quella volta, se non è scritto sul menu, anche in pizzeria domando quanto costa la margherita.

Dottordivago

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Non so se lo facciamo come esercizio per la memoria o solo perchè siamo due deficienti, fatto sta che Bimbi ed io ci ritroviamo, ogni tanto, a sforzarci di ricordare i luoghi delle vacanze estive dal 1986, anno in cui ci siamo visti e piaciuti; lo facevamo anche con i Capodanni, poi abbiamo smesso: sono diventati anonimi, un po’ perchè è una serata senza senso ed ho capito che la meglio cosa è una bella cenetta con qualche amico, un po’ perchè, quasi sempre, ai primi di gennaio partiamo per le vacanze invernali e non ce ne frega un beneamato cazzo di spendere un miliardo per una serata da qualche parte, col cappellino in testa e la trombetta in bocca.

Durante il giochino, su alcuni anni ci blocchiamo e dobbiamo pensarci bene, su altri non abbiamo un attimo di esitazione: uno di quelli è il 1990.

Siamo andati alle Eolie, arcipelago descrittomi come paradisiaco e che, col senno di poi, avessi saputo dov’erano i tappi delle varie isole, li avrei tolti tutti e le avrei fatte affondare, ‘ste cazzo di Eolie.
Per carità, i posti di merda sono diversi, ma ti lascia l’amaro in bocca il pensiero di cosa potrebbero essere se prese in gestione da Francesi o Spagnoli o, volendo raschiare il fondo del barile, pure dai Greci; ai Romagnoli non le darei, sarebbe troppo: troverebbero il modo di far nevicare su Stromboli e portarci i Tedeschi a sciare. 
Ma andiamo per ordine.

Ginko ha un amico che conosce uno che ha una parente che ha un albergo a Salina.
Ai più fedeli lettori non sfuggirà il nome sinistro di Ginko, Campione del Mediterraneo di Bonifico Ciucco, titolo conquistato due anni prima.
Come dico sempre parlando di quei tempi, Internet era ancora nelle balle di suo papà, quindi stiamo all’entusiastica descrizione che l’albergatrice ha fatto al parente che l’ha riportata all’amico di Ginko il quale, dopo mezzora di lodi sperticate, pensa bene di pararsi il culo: “…Oh, a me l’hanno raccontata così…”
Ok, è fatta, si va.

Il gruppo partenti è interessante: Ginko e Ginka, Bimbi ed io, Zenda e Sora Lella, Pezzotta e Paolino –che sarebbe Paola ma Pezzotta l’ha battezzata così…- il Geometra con la Zucchina –altra Paola, con la sfiga di avere un fratello noto come “lo Zucchino” e le è andata ancora bene: ho un cugino soprannominato l’Alligatore e sua sorella, ancora adesso che ha cinquant’anni, è sempre l’Alligatrice…-
Dopo la prima settimana, durante la quale faranno un corso sub ad Ustica, si aggiungeranno Yul e Silvia.

Geometra e Zucchina partono in aereo ed arriveranno con mezzi proprii…
Ostia! Mi scappa di divagare.

Beh, e adesso, che cazzo vuole ‘sto correttore grammaticale?
Proprii me lo segna come errore ma se lo scrivo con una sola “i” me lo passa, solo che proprii si pronuncia con due i e così intendo scriverlo: ma farà cagare dire propri, sì o no? 
Già mi sono messo a scrivere vent’anni, come sarebbe corretto, anzichè ventanni, come piace a me, però adesso basta con le concessioni…

Ginko e Ginka si accomodano a bordo della Sgorbio, la Ford Skorpio di Zenda; Bimbi ed io siamo sulla Renata, la Fiat Regata di Pezzotta il quale, al momento della partenza, guarda con invidia i finestrini chiusi della sgraziata ammiraglia dotata di condizionatore e battezza noi quattro, con finestrini aperti e braccio fuori, come “uperaiasc chi van a Viserbela”, gli operaiacci che vanno a Viserbella (di Rimini).
Il gruppo è super-affiatato e profondamente stupido, quindi, come dice Andreino, “il viaggio è già vacanza”; poi il traghetto a Napoli, la notte sul ponte (“Figurati se non troviamo le cabine…”) e l’arrivo a Salina, dove ci ricongiungiamo col Geometra, al porto ad aspettarci, visto che non si ricordava il nome dell’albergo ed i cellulari stavano nello stesso posto di Internet.

Il primo impatto con l’albergo non è male: bella posizione dominante, vista mozzafiato, a 500 metri dal mare.
Nel senso dell’altezza.
Questa è la prima particolarità delle Eolie: come a Cervinia, basta scendere 2000 metri e trovi il mare.

Ci mostrano le camere, quindi tutti in fila dietro a Ginko, il nostro tour leader, francobollato alla sciura Tarantella (più o meno si chiamava così…), la titolare della baracca.
In cima alla scala c’è la prima stanza, butto l’occhio e mi piace: ampia, letto matrimoniale più letto a castello su cui allargare i bagagli, visto che odio gli armadi degli hotel, nonchè spettacolare terrazza vista mare; non so come sono le altre ma questa può andare: mi piazzo, con l’accordo di trovarci mezzora dopo per il pranzo, visto che sono quasi le due e che la sciura, anche se abbiamo concordato solo pernottamento e colazione, è disposta a prepararci qualcosa da mettere sotto i denti.

Bimbi ed io arriviamo a tavola freschi come due rose, dopo una doccia ed una boccata d’aria in terrazza, gli altri arrivano alla spicciolata.
Tutti con una brutta faccia.
Ai Geometri è toccata La Grotta: la loro camera ha ovviamente la porta d’ingresso, visto che in qualche modo bisogna pure entrare, ma non ha uno straccio di finestra, neanche in bagno, ed una cagata media potrebbe avere il tempo di decadimento del plutonio.
I Ginki e gli Zendi sono ai Box: hanno una finestrella pro capite ma piccolissima, entrambe affacciate sulla strada che, proprio in quel punto, fa una curva a gomito e le scalate di Ape Piaggio, motorini truccati e mezzi vari fanno tremare le otturazioni in bocca, come alla Rascasse.

Quelli messi peggio sono i Pezzotti: si sono beccati La Sauna; la camera è semi interrata, “solo” tre o quattro scalini, e  l’unica finestra dà sul cortile interno ma proprio lì c’è la zona coperta adibita alla colazione, così la sveglia alle sette è assicurata; inoltre –e mentre ce lo dicono notiamo che, nonostante la doccia, sono lucidi come due pavoni, tanto sono sudati- c’è un caldo soffocante ed un’umidità spaventosa, tant’è vero che aleggia una simpatica nebbiolina…
Gente, non è un’iperbole: hanno la nebbia in camera!

Propongo “Oh, adesso mangiamo, che sono quasi le tre, poi intervisteremo la Tarantella” e strappo un “ok” detto tra i denti da otto persone che sono passati davanti alla mia Imperiale mentre me ne impossessavo e questa cosa non mi rende simpaticissimo al gruppo. A distanza di vent’anni ancora me lo rinfacciano ma io non li cago: non ho fatto il giro cercando la più bella, sono entrato nella prima camera che ho trovato, alla faccia di tutti i battitori d’asta che aspettavano un’offerta migliore.

Negli USA gira una battuta:

Come fai ad impedire che dieci negri violentino una donna bianca?
Semplice: gli dai una palla da basket…

Da noi, se metti dieci italiani a tavola, anche l’umore più cupo volge al bello.
Salvo tornare più tempestoso di prima dopo un paio di assaggi della cucina “Chez Tarantella”.
Facendoci leggerissimamente pesare che teneva la cucina aperta per noi ritardatari, la sciura parte con prosciutto e melone, dove per prosciutto intendesi cotto di spalla quadrato, quello che si usa per i toast, nei locali dove i toast fanno schifo; il melone, poi, era talmente fibroso e schifoso da meritarsi un abbinamento consono in una ricetta dedicata: merda e melone, per esempio. 
Dove siano riusciti a trovare un melone così, in Sicilia, in agosto, resta ancora oggi un mistero.
Segue pasta al pomodoro da mensa aziendale.
Domanda: quando hai un goccio d’olio, uno spicchio d’aglio, un pomodoro, un peperoncino, un pizzico di sale e due foglie di basilico, se non sei uno scienziato malvagio, come cazzo fai a fare una schifezza?

Probabilmente il cuoco era realmente uno scienziato malvagio, uno che, quando non tenta di soggiogare il mondo, passa il tempo suonando un organo enorme, vestito come il Fantasma del Palcoscenico.
Perchè dico così?
È riuscito a rendere semi immangiabile il secondo, un fritto di occhiate; servono altre prove?

Finalmente il dessert: macedonia.
Tiepida.
E frizzante: se con quella roba volevano farci il sidro, mancavano ancora almeno un paio di giorni di fermentazione…
Oh Gesù, dove siamo capitati? Ok, la nostra intenzione è sempre stata quella di provare tutti i ristoranti dell’isola, non di mangiare lì; però, sommando la cucina al livello delle camere…

“Va beh, stasera ne parliamo…Visto che abbiamo saltato la notte, adesso ci facciamo un bel pisolino…”
Quasi mi mordo la lingua, quando otto teste si girano di scatto come per azzannarmi: “Tu fai un bel pisolino…”
In effetti, a quell’ora, mentre l’Imperiale è sì, calda, ma ventilata, la Sauna è inavvicinabile, mentre i Box e la Grotta restano ambienti semi ostili alla vita come noi la conosciamo.

In qualche modo arriva sera e, seduti in un ristorante normale, dove il cibo non induce il vomito, si prende una decisione: visto che avevamo anticipato una cifra corrispondente a tre/quattro giorni di alloggio, il giorno dopo tutti a Lipari, a cercar casa per i giorni successivi.
C’è il problema Yul e Silvia, che arriveranno a fine settimana e che non sappiamo proprio come contattare, ma se c’è da stare qui ancora un giorno per aspettarli, io sono piazzato bene.

Così gli otto senzatetto partono per il Cammino della Speranza e rientrano alla sera con un sorriso da un orecchio all’altro.
Non hanno fatto poco: in pieno agosto hanno trovato posto per dodici persone in tre case diverse; ancora tre o quattro giorni di purgatorio, affinchè si liberino le sistemazioni trovate, poi schizzano a Lipari; io li raggiungerò un giorno dopo, con la coppia mancante.

Con la consapevolezza di andarsene a breve, il rimanente soggiorno diventa sopportabile anche per “quelli delle favelas”, così ci godiamo l’isola, che non è un cesso ma non è neppure un decimo di quanto ci aspettavamo.
Siamo nel sud Italia, in una località turistica conosciuta in tutto il mondo e non troviamo un briciolo della professionalità che si trova, ad esempio, nel sud della Turchia, forse perchè nel Paese della Mezzaluna non esiste un Nord prevaricatore e sfruttatore che al Sud manda solo rifiuti tossici e mai una lira che è una… 
Oh, incazzatevi pure, amici meridionali, ma questa proprio non sono riuscito a tenerla.

Faccio un esempio; selezioniamo due bar: “quello della colazione”, vicino ad una panetteria/pasticceria dove comperare croissant e pasterelle che nel suddetto bar pensano bene di non tenere, e “il bar bello”, quello serale, che merita due parole.
È incastonato in una scogliera, una cinquantina di metri sopra una spiaggia a ferro di cavallo di sassi tondi, tipo palla di cannone, in cui il mare entra creando sonorità e colpo d’occhio da urlo, godibili da una terrazza hollywoodiana.
In un posto del genere, gestito non da un genio ma da un deficiente -come me, ad esempio…- bisognerebbe slegare i cani per mandar via i clienti: lì, invece, non c’è mai nessuno.
Questa cosa sarebbe l’ideale per un gruppo di dieci persone, che difficilmente troverebbero un paio di tavolini e dieci sedie in un posto normale, in agosto.
Ma dico “sarebbe”…
Prima sera: ci accomodiamo e ordiniamo dieci gin tonic, che arrivano dopo un quarto d’ora, anche se ci siamo solo noi.
Però, in compenso, arrivano belli tiepidi.
Chiediamo spiegazione: “Eh… la macchina del ghiaccio… è tutto il giorno che va a singhiozzo…”
”Ma il frigo, funziona?”
”Certamente…”
”E avercelo detto prima, che magari avremmo preso una birra o una Coca?…”
”Minchia, non c’ho pensato…”
Se ne va e ci lascia lì le tisane.

Torna dopo dieci minuti: “Se ne volete un altro, adesso la macchina si è messa a andare…”
Accettiamo la proposta, così ci becchiamo un altro gin tonic tiepido.
”E che cazzo… è come quell’altro…”
”Eh… un cubetto a testa, c’era…”. Che sommato all’acqua tonica tiepida –con il primo ordinativo gli abbiamo svuotato il frigo…- il risultato è simile al precedente ma il tipo è talmente stupido che noi, più che incazzarci, la mettiamo sul ridere.

Passa mezzora; chiamo il barman professionista e gli dico, visto che sulla roba calda è preparatissimo, se mi porta un cognac.
Ritorna con un impeccabile ballon da cognac… con più ghiaccio che cognac
Con un coro di “Ma tu non sei normale…” e “Allora lo fai apposta…” ce ne andiamo, lasciando la metà di quanto ci chiede.
Ma solo perchè siamo dei signori…

Continua.

Dottordivago

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Homer a pezzi

…avere già la testa in vacanza.
E sottolineo vacanza, non ferie, visto che le ferie sono quelle pagate e a me non me le paga nessuno (a me mi rafforzativo…).

Sono in piena atmosfera vacanziera ma con il carretto da tirare ancora per un po’; gli amici, almeno quei pochi rimasti a casa, tutte le sere mi coinvolgono in cene e gavazzamenti vari; ok, l’ora della sveglia mattutina la decido io, quindi non perdo il sonno, però inizio ad avere un età che, se la sera vado a dormire con i piedi rotondi, il giorno dopo è un bagno di sangue: mi ritrovo col telefono in mano e non ricordo chi dovevo chiamare, quando me lo ricordo mi scappa la voglia di farlo e fare quattro conti del cazzo mi richiede lo stesso tempo necessario per risolvere l’equazione di Fermat.

Se a tutto questo sommiamo il fatto che sono titolare di un cervello grosso non come un fagiolino dall’occhio, bensì come l’occhio del suddetto fagiolino, capirete che mi sento leggermente nel Girone della Merda.

Quindi, ancora per qualche giorno, le mie sono vacanze matrigne: Leopardi definiva la Natura “matrigna”, poichè con la vecchiaia non ti toglie i desideri ma ti priva dei mezzi per realizzarli; come dargli torto, visto che il Viagra era solo una scintilla negli occhi di tutti i possessori di pisello pendulo?

Allo stesso modo, io ho la testa in vacanza ma prigioniera di un corpo che gira da un cliente all’altro, tutti allarmati dal fatto che a fine anno scadono gli incentivi per i serramenti, così si sono scatenati nelle ristrutturazioni.

Va beh, mettiamo ancora un po’ di fieno in cascina, Ferragosto è vicino…

Dottordivago

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Non so bene cosa sto facendo, però soldi non me ne chiedono, la Silvietta sembra simpatica e non sa cosa farsene di un mio rene.
Niente… lasciate perdere… cose mie.

Dottordivago

P.S. Avviso ai naviganti: se iscriversi a Paperblog è peggio che beccarsi una ragade anale, ditemelo…

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