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Archive for giugno 2014

Io sono nato in una bella città e tu vivi in una città di merda… Cazzarola, quante cose cambiano in cinq… quarant’anni!
Va be’, ad agosto faccio una scappata a casa, vedi di far dare una ripulita!

A parte punteggiatura e maiuscole fornite dal sottoscritto, è quanto sostiene il Camagna, oriundo alessandrino in Veneto, in un commento al post precedente, in cui io mi dichiaro schifato dalla mia città, al punto di traslocare in campagna.

Io, Uomo del Centro ma così del Centro, che Casini mi fa una pippa.

Considerate che ho visto la luce in Largo Vicenza, luogo sconosciuto ai più, non avente corpo proprio ma costituito dalla confluenza di cinque vie, a tre traverse da Piazzetta della Lega.
”La Piazzetta”, per secoli ombelico della città, una sorta di Piccadilly in salsa mandrogna, oggi ridotta a triste e granitico parco giochi per mamme e bimbi, con marmoree panchine in puro stile “arte funeraria”, così frequentata forse perchè è rimasta l’unico fazzoletto di città in cui viene rispettata l’isola pedonale. A parte Polizia e Carabinieri che, anche di sabato e domenica, la percorrono in auto, allungandosi in Corso Roma, impestando l’aria, impiegandoci mezzora per 500 metri, fulminando una frizione a giro e rompendo il cazzo a tutti, of course.

La Piazzetta è diventata anche un ambitissimo cagatoio per cani e una specie di Gardaland per le troiate degli amministratori locale i quali, negli ultimi 25 anni, se devono fare una minchiata, prima la provano in Piazzetta e non al Villaggio Shanghai, quartiere basso, molto basso-popolare, dove schifezza più o meno…
No, in Piazzetta, le fanno, un po’ come uno che ha macchiato la giacca e, dovendo provare uno smacchiatore, anzichè su un orlo interno, lo testa sul bavero.
O come uno che usa la punta dell’uccello per sentire se l’acqua è bollente.

Nel 1969 abbiamo traslocato in Via Alessandro III, che nasce in Piazzetta ed è una delle cinque vie che si incontrano in Largo Vicenza: uno spostamento di cento metri scarsi, ovviamente verso la Piazzetta.

1982, trasloco in Via Milano, altra via che nasce in Piazzetta, altro spostamento minimo, sempre in posizione baricentrica.

1992: matrimonio e spostamento in Spalto Borgoglio, lato centro, quasi un esilio ai confini dell’Impero, a quattro traverse da Corso Roma.
Per i foresti: non “Via Spalto Borgoglio”, semplicemente “Spalto Borgoglio”. Non è una strada dedicata a uno che si chiamava così (anche se io, per anni, ho chiamato “Spalto” il figlio dell’ex sindaco Borgoglio…): si tratta di uno degli antichi spalti, le mura che cingevano la città medievale.

Ed ora si va in campagna, a 9 km dalla mia casa attuale, praticamente un balzo nell’iperspazio, per sfuggire all’attrazione fatale di un buco nero. Anzi, di un pozzo nero, quello che la mia città è diventata.

Fino agli anni 80 ero orgoglioso della mia città.
Era bella, la mia città.

Importantissimo nodo stradale e ferroviario, situata in posizione baricentrica nel Triangolo industriale, equidistante da Torino, Milano e Genova.

Un posto vicino a tutto, che viveva di transito, per cui nessuno ha pensato di realizzarci un cazzo…
No, non è vero, solo oggi è così: Alessandria è stata una città in cui, per culo, per caso o per merito, qualcosa è successo.

A cominciare dall’inizio: nata per contrastare la calata dell’esercito del Barbarossa, è stata l’unica sconfitta dello svevo invasore, l’unica città che non si è lasciata conquistare. Ve ne ho già parlato una volta e già allora ho rimarcato il fatto che Federico il Barbarossa è stato uno dei sovrani più illuminati del Medio Evo, il suo mecenatismo ha portato arte e cultura ovunque, quindi ci sarebbe convenuto lasciarci conquistare. Ma tant’è…

Nel 1821, sui tetti della Cittadella, Santorre di Santarosa fece sventolare per la prima volta il tricolore italiano, tanto per dirne una; noi oggi rispondiamo con l’essere il primo capoluogo di provincia dichiarato fallito.
E qui balle non ce ne sono, bisogna proprio metterci dell’impegno: Catanzaro ha circa gli stessi abitanti, un debito superiore di nove o dieci volte e un decimo delle potenzialità produttive. Però siamo falliti noi. Mah…

Nel dopoguerra Alessandria ha avuto la prima “circonvallazione” cittadina moderna, una strada a tre corsie per senso di marcia, divisa da un bel viale di tigli. Era amata dai camionisti di allora, essendo l’unica città che potevano attraversare in relax, senza lottare ogni metro con i freni e lo sterzo di cemento dei loro Leoncino, Orsetto, Lupetto o di qualche Chevrolet lasciato dagli Americani.
Da una quindicina di anni, in alcuni punti, hanno pensato bene di restringerla di una corsia, per realizzare la pista ciclabile più inutilizzata del mondo; in compenso, il primo che molla un secondo la macchina in doppia fila, ha sulla coscienza un ingorgo da catastrofismo cinematografico, tipo newyorkesi in fuga dagli alieni o da un super-vulcano.

Per anni la mia città è stata la città italiana col maggior rapporto verde pubblico/popolazione: giardini bellissimi, pieni di bambini che giocavano, con un laghetto idilliaco, popolato da enormi cavedani e carassi a cui lanciare le briciole della merenda, se non arrivavano prima i cigni, grossi come struzzi.
Uno splendido biglietto da visita per chi usciva dalla stazione.
È il caso che vi dica che oggi è tutto un merdaio, pieno di tossici ed extracomunitari, rigorosamente quelli che sono venuti in Italia per fare di tutto, tranne che per lavorare?

Vista oggi sembra impossibile ma in Alessandria si produceva anche e non come oggi, con Michelin e Solvay: parlo di roba nostra.
Di aziende come Borsalino ne sono esistite poche, per fama e diffusione capillare nel mondo, l’unico marchio di moda che ha così caratterizzato un’epoca, al punto di vedere il proprio nome usato per il titolo di un film.
La Paglieri, poi, ha profumato milioni di culetti col suo Felce Azzurra e derattizzato ascelle con la linea Cleo, mentre Guala detiene non so quanti brevetti mondiali per i tappi da liquore (quelli che consentono solo l’uscita del liquido); purtroppo sono realtà nate decenni fa anche se entrambi,  delocalizzazioni a parte, qualcosa alla città ancora danno.

Alessandria aveva negozi straordinariamente belli, in cui venivano torinesi e genovesi a vestirsi come Dio comanda; e non deve sembrare strano: gli alessandrini sono sempre stati una banda di caga-amaretti molto eleganti, almeno finchè è esistita un’identità alessandrina.
Ricordo quando da ventenni andavamo a Genova, passavamo il tempo a darci di gomito e segnando a dito donne con le calze smagliate o passanti con maglie vistosamente rammendate o medagliate…
Oggi il look cittadino è quello da Grande Fratello per i giovani e una sorta di triste fusion tarro/balcanico per quelli un po’ più vecchi.

A proposito di tarri…
Una cosa che ha sempre fatto impazzire il mio amico Mario di Pavia, l’essenza stessa del Turbotarro, un tempo drogato da tutto ciò che avesse un motore, era il fatto che negli anni 90 Alessandria avesse una scuderia di Formula 1, la Forti, che Termignoni realizzasse le più belle marmitte per moto da competizione e che l’unica donna ad aver preso punti in Formula 1 fosse la mandrogna Lella Lombardi. Della pochezza motoristica di Pavia, città che vale dieci volte la mia, Mario non si dava pace.

E non dimentichiamoci che a Borgoratto, alle porte di Alessandria, fino a pochi anni fa esisteva l’unica (credo…) panetteria al mondo che sfornasse pagnotte a forma di cazzo, dai 10 ai 50 cm, con tanto di vetrina dedicata. È un po’ che non ci passo, la realizzazione della circonvallazione del paese deve essere stato un brutto colpo: prima si fermavano tutti, soprattutto i forestieri di passaggio che uscivano al casello AL Sud, in direzione Acqui Terme e tiravano certe inchiodate… Si fermavano per un paio di foto e poi… vuoi non assaggiarlo? E la furba e simpaticissima signora panettiera non faceva mai mancare una battuta in tema: grande personaggio!

Poi?
Gianni Rivera e Umberto Eco, una volta, un attore di fiction di cui non ricordo mai il nome, oggi. Se solo mi impegnassi un po’ di più, potrei entrare pure io nella Hall of Fame cittadina, il che è tutto dire.

Insomma, non sopporto più la mia città.
Uno dei miei problemi è che mi piace camminare, quindi ad ogni passo mi becco una schifezza diversa, non ne perdo una, a differenza di chi non si allontana più di venti metri dall’auto. Questi rimangono come gli aviatori che seminano la morte a bordo dei loro aerei luccicanti, senza prendersi gli schizzi di sangue e ignorando l’odore della carneficina.
Io no. Io sono in trincea, devo stare attento a dove metto i piedi, ignoro i colori delle case o le vetrine dei negozi: se ti distrai un attimo, bene che vada, becchi uno stronzo di cane, se va male ti scavigli in una buca.

E la puzza… Roba da non poter aprire le finestre, pazzesco.
No, basta, per il resto vi rimando ad un vecchio post, mi sono stufato.

Vi sorgerà spontanea una domanda: «Perchè non te ne vai?»
Ancora non molto tempo fa avrei potuto ma non ero ancora abbastanza nauseato e la pigrizia di trasportare un’attività come la mia, che prevede uomini e mezzi, ha avuto la meglio; adesso, che ne ho coglioni, scroto e basso ventre pieni, non mi posso muovere.
Cioè, potrei, se solo volessi vincere a mani basse il riconoscimento di “Ommimmerd’ dell’Anno”.
Nel giro di un paio d’anni mi sono arrivate un tot di generiche sfighe parentali, io e la mia adorata Bimbi ci ritroviamo con alcuni vecchietti che “vanno via storti”, come fagiani con un pallino in un’ala. Per il momento la nostra vita non è molto cambiata, a parte qualche vacanza in meno, anche perchè io sono un pessimo infermiere, quindi non mi ci metto proprio e lascio le incombenze a chi è pagato per fare il lavoro sporco, mi limito al sostegno psicologico e alla logistica.
Però ci devo essere, non posso andarmene.

Così abbiamo pensato di trasferirci dove iniziano le colline.
Dovrò muovermi in macchina, cinque minuti di rettilineo, niente di che, col vantaggio che diventerò uno dei tanti automobilisti che ignorano il 90% degli smerdi di questa città.
E poi, quello dove andiamo a stare, è un posto carino.
Ve ne parlerò.

Dottordivago

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