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Archive for novembre 2009

“Vedere mangiare il gelato”, espressione alessandrina che rende bene l’idea di uno che non ha una lira in tasca.
Quand’ero bambino andavo al mare in Liguria con i miei genitori ed ogni tanto sentivo una coppia di loro amici che dicevano di uscire alla sera per fare due passi e per prendere un po’ di fresco su una panchina, “guardando quelli che si mangiavano il gelato”; guardando, of course: era gente che non gli facevi cacciare una lira manco a mano armata.

Oggi ne sento parecchi piazzati così, solo che guardano mangiare il gelato non per tirchieria ma per necessità e non mi fanno pena neanche un po’: sono i maniaci dei Mercatini di Natale o dello shopping natalizio all’estero.

La moda di giocare allo shopping tutto l’anno è una cosa che già mi intristisce profondamente: vedere le famigliole che passano giornate percorrendo chilometri in un centro commerciale, senza la possibilità di comperare niente, strattonando i bambini che non hanno capito che è solo un gioco… beh, è una cosa che mi peggiora l’umore.
Nessuna pietà, certo, se lo meritano.
Se ti stai pisciando addosso, e non sai dove farla, non ti metti a guardare una fontana e se sei a dieta non ti fermi davanti alla vetrina di una pasticceria; abbandonando la prosa e dispiegando le ali della poesia dirò che se ti tira maledettamente e sei a corto di patata, è meglio una casalinga e gratuita pippa che non andare a spiare le coppiette e portarsi a casa un’indigestione di cazzo duro.

Se fai cose del genere, e ne soffri, ti sta bene, te lo meriti.

Adesso, poi, è il periodo caldo: continuo a sentire gente che “fa un giro ai mercatini di Natale”:
“Uhh… chissà quante belle cose avete comperato…” dice qualcuno;
“Scherzi? Con quello che abbiamo speso per il viaggio fino in Trentino… Ci siamo lucidati gli occhi, poi abbiamo mangiato un panino e siamo tornati.”
Sì, con un guanto-forno fatto in Pakistan ed una matrioska cinese, pagati il 30% in più che al “Tutto-a-un’euro” sotto casa.

Ma il vero aspirante caga-amaretti si cucca… rullo di tamburi…
lo shopping natalizio a New York.

Solo che tra pacchetto “volo+due notti”, parcheggio a Malpensa e qualche pasto in giro, quando tornano sembrano più i Pifferai di Montagna che dei Babbi Natale, pardon, dei Santa Claus.
Dice: “Almeno si sono visti New York…”
In un giorno e mezzo?
In primavera, lontano dal freddo micidiale o dal caldo infernale, allo stesso prezzo ci stai cinque o sei giorni; e cominci a vedertela, ‘sta cazzo di Grande Mela.

E mò mi parte la divagata…

In un’altra vita avevo un amico che andava a New York per lo shopping natalizio: prendeva un aereo per Londra, dove saliva sul Concorde per NY.
Il suo nome era Jacob Al Saharan ed era uno sceicco kuwaitiano.

Oddio, più che altro era il figlio dello sceicco, ma non come Totò: lo era davvero.
Scendeva dal Concorde pieno di caviale e champagne, con in tasca una dozzina di carte di credito Gold-Platinum-Diamond, a cui dava delle piallate mostruose: quando rientrava al paesello, le carte erano consumate come l’alluce di San Francesco.
Che poi, cosa ci facesse un musulmano coi regali di Natale, io non lo capivo, anche se sapevo che non era molto credente: una volta gli ho raccontato quella che “Se Maometto non va alla montagna, va al mare…” e lui si è pelato dal ridere; mi spiegava che fare regali di Natale, nel Golfo Persico, era ritenuto più charmant che blasfemo e ribadiva il concetto ogni volta che prendeva in mano un oggetto da comperare, mostrandomelo e sussurrando “Easy fucking…”
Una volta l’ho accompagnato per un paio d’ore, poi gli ho detto: “Cretino, ogni volta che prendi in mano un orologio da 20.000 $ o un profumo da 500, per favore, non domandarmi se ne voglio uno, che i commessi mi guardano strano…”
Ed anche voi, non pensate male: era uno spettacolare cane da figa.
Lo faceva perchè era generoso ed anche perchè guadagnava in un minuto quanto una persona normale guadagnava in un paio di mesi.

Era assolutamente un debosciato-gentiluomo.
Se a Londra un bambino di quattro anni parla bene l’inglese, non è un genio: è inglese.
E se uno è nato su una montagna di petrodollari ed il padre non lo ha costretto ad imparare altro che darsi alla bella vita, costui non fa altro che seguire la propria natura; di suo ci metteva il fatto di essere buono d’animo, oltre che spassosissimo.
Ci siamo frequentati in un (purtroppo breve) periodo in cui mi giravano dei bei soldini, poi, quando mi è mancata la possibilità di incontrarci in giro per il mondo, ci siamo ovviamente persi di vista, per volontà mia, visto che lui era dispostissimo a pagare per entrambi; niente da fare, non sarebbe stata la stessa cosa, proprio come quando, a sedici anni, avevamo scoperto il sistema per giocare gratis con un flipper, da Baleta: se non c’era il “brucio” del pagamento, non era la stessa cosa, ti divertivi ed incazzavi meno della metà.

Fin quando sapevo di poter ricambiare il favore (cosa che peraltro mi è riuscita una volta o due…) non avevo problemi a lasciargli il conto del ristorante da pagare, conti che avrebbero potuto sanare il bilancio di una media azienda in difficoltà ma che non mi hanno mai fatto sentire uno scroccone.

Dopo un paio d’anni che non ci vedevamo ma ci sentivamo abbastanza spesso, scopro che un mio amico, proprietario di un pub-ristorante, ha un cuoco straordinario, un egiziano di cui non ricordo il vero nome: per tutti era Alì ed era un pezzo di pane.
Mi piaceva parlare con Alì; una sera, a locale in chiusura, mi raccontò che il suo sogno era di trasferirsi in un ricco paese del Golfo e mettersi a produrre pasta fresca: diceva che sarebbe diventato ricco.
Un po’ per ridere ed un po’ sul serio, qualche tempo dopo racconto la cosa a Jacob, che non fa una piega e mi dice al volo: “Fammi telefonare, che se è amico tuo lo aiuto io”.
Alì, pur temendo uno scherzo, lo chiama e si parlano; dopo una settimana gli arriva un biglietto per il Kuwait e mi dice che non sa come finirà la cosa, ma si considera mio schiavo per la vita.
Morale: una settimana dopo Alì è nuovamente in Italia, con Jacob, che ne approfitta per farmi una breve visita; hanno appuntamento in una fabbrica di macchinari per pastifici, credo in Emilia.
Alì è su una nuvola ed ancora fa fatica a credere alla proposta di Jacob: soci alla pari, uno mette i soldi, l’altro la conoscenza.
Pochi mesi dopo, sotto Natale, i due soci mi telefonano per farmi gli auguri; sono diventati amici e gli affari vanno a gonfie vele.
Per Alì, ovviamente; per Jacob è un gioco, una fabbrica di delicatessen in cui accompagnare gli amici a fare due acquisti, regolarmente senza cacciare una lira -gli amici- ma c’è Alì che segna e a fine mese scala tutto dalla parte che spetterebbe ad Al Barillah, soprannome da me coniato per Jacob e che ha preso piede da quelle parti.

Otto mesi dopo, quel “figlio vomitato da un demone tisico” di Saddam Hussein scatena l’invasione del Kuwait.
E da allora non ho più sentito nessuno, nè Jacob nè Alì, per quanto ci abbia provato.
Mi sono anche dato un sacco di spiegazioni ma temo che sia una di quelle storie del tipo “Astenersi amanti del lieto fine”.

Vadavialculo ai mercatini di Natale, allo shopping natalizio ed alle divagate, inaspettate, che mi suscitano.
Non finisco neanche il post, me n’è scappata la voglia.
Bon.

Dottordivago

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Una roba veloce, che sono di corsa.

D’Alema, da grande, voleva fare il ministro degli Esteri Europeo, ma l’Europa  Unita ha preferito dare il posto alla britannica Catherine Ashton.

Prodi ha dichiarato: “Ashton? Non so chi sia”
Probabilmente ha mentito senza sapere di mentire, nel senso che sa benissimo chi è ma gliel’hanno domandato nel bel mezzo di un pisolino; appena ha aperto gli occhi ha biascicato un mezzo “Tesoro… caffè…”, poi ha realizzato la situazione e si è dato un contegno ma il cervello stava ancora scaldando le candelette e proprio non s’è ricordato della sciura in questione.

Casomai mi sbagliassi e Prodi, davvero, non sapesse chi sia ‘sta Ashton, glielo dico io.

Catherine “Carneade” Ashton non è mai stata ministro nel suo paese e questa potrebbe essere la prova che non conta un cazzo, per il semplice motivo che se gli Inglesi hanno un cavallino vincente, lo fanno correre a casa loro e non gli fanno buttare via il fiato per l’Europa.

Non ha mai avuto cariche di rilievo in Europa, e questa potrebbe essere la prova che l’hanno battezzata “un ronzino” anche a Bruxelles, al punto di mettere lei, una Carfagna con la faccia di Rosy Bindi, in un posto dove non conta chi ci sta, tanto la politica estera europea la decidono a Londra, Parigi e Berlino.

Però, caro Ronf Ronf Romano, Catherine Ashton non è mai stata nel Parlamento Italiano negli ultimi trentanni – gli anni delle più grosse ruberie – proclamandosi candida come un giglio e senza fiatare su corruzione o finanziamenti occulti ai partiti ed ai politici.

Non ha mai deciso le nomine dei massimi dirigenti del sistema delle Coop italiane, nomine che le permetterebbero di gestire svariati miliardi.
Parlando in euri, of course…

Non ha mai avuto mafiosi come finanziatori dei suoi incontri-ricevimenti  pre-elettorali.

Non è mai stata beccata al telefono con Fassino a festeggiare l’acquisizione fraudolenta di una banca.

Non ha mai mandato al confino professionale My Darling Clementine Forleo, che su quelle telefonate stava indagando.

A questo punto, mi sembra assolutamente marginale il fatto che Catherine Ashton non ha mai considerato, fino a ventanni fa, la defunta Unione Sovietica come il paradiso del proletariato e fulgido esempio di democrazia in senso letterale, cioè di potere al popolo.

Infine -e questo dovrebbe rinfrescarti la memoria- non te l’ha mai picchiato nello sgnau quando eri Presidente del Consiglio, per ciularti il posto.

Adesso, babbanazzo, ti ricordi chi è ‘sta Ashton?

Dottordivago

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Per gli amici non c’è da preoccuparsi, per i nemici c’è poco da ridere: al momento non ho intenzione di tirarmi il collo.

Daltronde, quanti critici si sono espressi a proposito di libri mai letti o film mai visti?
Quanta gente trova rivoltante la trippa o le lumache senza avere mai assaggiato nè l’una nè le altre?
Quanti sfigati regalano consigli sul tema “patata” senza mai aver avuto un approccio personale e ravvicinato all’argomento?
A quante discussioni avete assistito sul fatto che sia meglio la Ferrari o la Porsche, discussioni portate avanti da persone che non hanno mai guidato niente di  meglio di una Punto?
Quanti battezzano come “posto di merda” una località mai vista, come fa il sottoscritto, ad esempio, parlando dell’India?

E allora, visto che il nostro è un mondo in cui si procede a tentoni, in cui si naviga non per conoscenza e nemmeno “a vista” ma lo si fa “per sentito dire”, considerato che il motto di questo blog è “L’approssimazione al potere”, che male c’è se uno si esprime su un argomento che è un po’ come la storia del pane e dei denti, nel senso che chi ne parla non ha e non può avere un’esperienza diretta e chi ce l’ha non la può raccontare?

Se vogliamo provarci -a parlarne, intendo…- occorre spogliarsi di tutti i condizionamenti morali, sociali e religiosi e vedere la cosa per quello che è.

Cos’è il suicidio?
Per me, nientaltro che una scelta insindacabile, a patto che non si coinvolga nessun altro e non si rovini la vita a qualcuno che resta: in quel caso è un’immane porcata fatta a chi ti ama e/o ha bisogno di te.

Lo scrivente parte dal presupposto che di là non ci sia niente; ovviamente, se uno pensa di giocarsi il paradiso, è esentato dalla pratica.
Se invece  l’Aldilà fosse come lo immaginano i martiri dell’Islam -quei coglioni che si fanno saltare in aria per ricevere la riconoscenza di Allah sotto forma di una settantina malcontata di vergini- beh… ci sarebbe quasi da pensarci.
Il fatto è che devono vendere cara la pelle, bisogna portarsi dietro un tot di nemici della Fede, in numero non precisato: resta da capire se le gnocche ti toccano anche per un solo nemico o se c’è un tetto minimo, tipo qualche passante afghano, e se c’è un super-bonus per un paio di grattacieli di New York; vorrei capire, insomma, se le vergini scattano forfettariamente o se sono un po’ come i bollini del benzinaio: tot morti – tot bollini.
O come i Punti Fragola dell’Esselunga, cioè che se ammazzi un Giapponese vale 1, mentre un Americano totalizza 10.

Se poi andasse bene un approccio laico, potrei meritarmi ‘sta camionata di figa facendomi saltare in aria in Parlamento o in un qualunque ufficio pubblico o in un campo rom o in un Kollettivo Antikapitalista Kasa Okkupata; inoltre, credo che si prendano dei bei punti anche per la Casa del Grande Fratello: insomma, una specie di premio per il “Derattizzatore dell’Anno”.

Quindi, diciamo che, in un lontano futuro, l’idea del suicidio non mi sembra da buttare.
Daltronde la mia vita è una cosa mia, forse l’unica cosa veramente mia, ed il pensiero di farne quel che mi pare mi piace assai.

Ci pensavo l’altro giorno.

Le cose che ti fanno desiderare di vivere fino a naturale scadenza sono gli affetti ed il tipo di vita che conduci: ripeto, finchè c’è qualcuno che può piangerti, vai avanti; finchè la vita ti dà motivazioni, dacci dentro: una come Rita Levi Montalcini si merita di campare ancora mille anni e non sarà mai sfiorata dal pensiero dell’insano gesto.

Ma io?

Andiamo per ordine.
Non ho fatto l’unica cosa che mi sarebbe piaciuto fare: sarei stato un fantastico uomo di spettacolo, un grande intrattenitore – cantante – ballerino; se vi piace un pochino ciò che scrivo, sappiate che quell’altra cosa mi sarebbe venuta almeno mille volte meglio, senza falsa modestia; ma mi è mancata la volontà.
Pazienza, archiviamo il tutto nel ristrettissimo campo dei cazzi miei.

Una lunga vecchiaia prevede, a mio avviso, una salute di ferro: se sei una specie di discarica, tanto vale togliersi dalle palle.
Io, da una cinquantina di giorni, ho un pallino in un’ala, come diceva quel gran cacciatore di mio nonno: ho scoperto che il male al braccio -con cui ve l’ho già fatto abbastanza a fette- è dovuto ad un nido di vipere che ha preso il posto delle mie vertebre cervicali da C2 a C7, grazioso souvenir di una botta col paracadute, un quarto di secolo fa; ora, un frammento di cartilagine ha fatto il nido dove parte il nervo che dal collo arriva fino alla punta delle dita.
Un neurochirurgo mi ha appena detto che, se la cosa non si riassorbe spontaneamente nel giro di un mese, con un taglietto mi sbriga la pratica; gli ho risposto che ne ho talmente le balle piene che, se mi dice dove, il taglio sul coppino me lo faccio da solo.
“Naaa… non le taglio il coppino…”

Mi si è gelato il sangue al pensiero di un intervento per via rettale.

“No, tranquillo, passando dal collo si recidono i muscoli e la convalescenza non finisce più: passiamo dal davanti ed in pochi giorni torna un fiore”.

Ah… ecco.
La bella notizia è che non mi tagliano il collo: mi tagliano la gola.

Ora, la cosa interessante è che non si sa bene quanti frammenti compongano lo spezzatino di dischi intervertebrali che mi porto dietro, quindi la cosa potrebbe ripetersi svariate volte; magari, se ho culo, si risvegliano le lombari, così,  insieme al braccio, si mette ad ululare pure la gamba .
Da ciò si evince che per parlare di una mia vecchiaia serena ci vorrebbe il Campione del Mondo di Ottimismo No Limits.

E cosa me ne faccio di una vecchiaia di rimpianti e malanni?
Una volta seppelliti i miei genitori, evento peraltro nell’ordine delle cose, mi rimarrebbe Bimbi, ragione validissima per campare altri cento anni.
Ma se Bimbi sparisse dalla mia vita?
Potrebbe mandarmi a cagare, ad esempio, visto che l’altra opzione non riesco neppure a pensarla.

Quindi, se c’è gente che si compera il posto al cimitero, perchè non posso cominciare ad organizzarmi pure io?
Allora, abbiamo detto che la regola n° 1 è non fare soffrire nessuno; ok, ma la regola 1B prevede che non debba soffrire nemmeno io, quindi niente treni o impiccagioni che, se andasse storto qualcosa, mi sa che proprio indolori non siano.
Colpo in testa?
Va già meglio, ma sporca una cifra ed io non vorrei creare troppo disturbo: poi, con la quantità di cervello che mi ritrovo, non vorrei che qualcuno si ritrovasse a pulire tutto quel casino.
Un bel sistema potrebbe essere noleggiare un aereo, farsi portare sul mare, dare una busta con la liberatoria al pilota e contemporaneamente puntargli una pistola, domandando: “Scusi, come si apre la porta?”.

E poi lasciarsi andare.
Sarebbe la caduta libera più libera della mia vita, un bagno di gioventù, un ultimo lancio, senza neanche lo stress di guardare l’altimetro.
Magari con un bel peso addosso, così, dopo la botta, affondo e sparisco.
Potrebbe andare, ma farei un regalone a quei bastardi di pesci che nella mia vita di pescatore mi hanno fatto girare i coglioni un sacco di volte e mi priverebbe del piacere di lasciare come espresso desiderio quello di diventare cibo per cani.
Non per gatti, che mi stanno sul culo: per cani.
Odio gli sprechi e poi è l’unica forma di reincarnazione che mi convince.
E allora, trattiamoli bene, i cagnucci: una bella ultima cena, con le cose che più mi piacciono, in quantità assolutamente smodata, seguita da una mezza bottiglia di Sambuca Molinari (di più no, rinviene…) ed una bella dormita con la testa in un sacchetto di nylon.
Senza neanche il pensiero dei postumi della sbronza.
Resta sempre il fatto che qualcuno dovrà ripulire quel merdaio, ma non si può fare la frittata senza rompere le uova.

Ora che sapete come stanno le cose, dipende un po’ anche da voi, quindi vi ricatto, come farebbe un rapinatore con l’ostaggio: cercate di rendere la mia vita molto interessante ed appagante, e vedete di esaudire le mie richieste.

Sennò lo scemo ci lascia le penne, sono stato chiaro?

Dottordivago

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Nel post precedente mi ha mollato il coraggio al punto in cui il “Maresciallo Carotenuto” tarava il cervellone per il riconoscimento vocale.

Comunicazione di servizio: il post precedente, se non l’avete ancora letto, vi conviene dargli un’occhiata, sennò non capite di cosa sto parlando.
Ah… non si capisce comunque?
Eh… non so cosa dirvi…

Tarata la sedicente apparecchiatura, incominciava il vero tormento:
– Ora dovrà ripetere alcune delle frasi ingiuriose rivolte a Don XXX; dal momento che la voce è chiaramente e pesantemente modificata con il solito accorgimento del fazzoletto sulla cornetta, le chiedo di fare altrettanto.
– Oddio… trova un fazzoletto, presto… grazie. Fatto, maresciallo.
– Bene, parta pure con le frasi ingiuriose.
– … Eh… ma… se non me le dice…
– …Dovrebbe saperle…
Maresciallo, non le permetto…
– Vabbè, vabbè, era una domanda-trabocchetto… Dunque, ripeta: “I preti scopano le suore…”
– … I preti… I preti scopano le suore
– Più forte, per cortesia.
I preti scopano le suore!
– Ecco, così ci siamo… “anzi, le inchiappettano…”
– Oh mamma mia… Anzi, le inchiappettano!
– “…perchè cazzo in culo non fa figli ma fa brodo per conigli…
– Maresciallo… il bambino dorme qui vicino, forse si è svegliato e sente tutto… 
Cerchi di capire…
– Cerchi lei di capire che io voglio risparmiarle la pattuglia sotto casa per
portarla qui…
– Certo, certo… Cazzo in culo non fa figli ma fa brodo per conigli!    
– Bene, ora c’è da aspettare qualche minuto per il responso del cervellone…
Per passare il tempo, mi dica… Conosce Don XXX da molto tempo?
– Maresciallo… Io non so chi sia, questo prete… Non mi tormenti più, non so di cosa sta parlando…
– Abbia pazienza, vorrei proprio crederle… lei mi sembra una persona per bene… È che Don XXX mi ha sposato… non fraintenda, non ho sposato il prete, lui ha celebrato la messa del mio matrimonio *** (questo ricordatevelo…) ed io vorrei proprio trovare quel disgraziato che lo tormenta…
– La capisco, maresciallo, ma io le giuro che…
– Aspetti, aspetti… La risposta del cervellone… Mah, direi che la sua voce non corrisponde…
– Oddiotiringrazio…
– Aspetti, la sua voce non corrisponde, ora dobbiamo fare la stessa cosa con tutta la famiglia.
– No, guardi, questo proprio no, mi rifiuto. Si dovrebbe capire se la voce era di un uomo o di una donna…
– Sì, ma io le ho anche detto che era pesantemente modificata…

Il tira molla durava solitamente un paio di minuti, poi la vittima capitolava regolarmente: solo una volta, a quel punto, al grido di “piuttosto mettetemi in galera…” ci hanno buttato giù il telefono in faccia.
La moglie, solitamente, non dava molta soddisfazione, salvo farci pensare che, una volta finito tutto, la coppia scoprisse il fascino delle parolacce a letto, cosa che ci faceva sentire quasi dei benefattori…

I bambini…
Quelli sì, che ci facevano ammazzare: sentire un bambino, un bambino che se normalmente avesse detto una parolaccia il padre l’avrebbe gonfiato, sentirlo che si scatenava al telefono, era una cosa che ci faceva impazzire…

Tagliando corto, tutti quanti venivano assolti dal cervellone, alchè il maresciallo…
– Facciamo così: ora lei chiami Don XXX per avere anche la sua conferma, dopodichè archiviamo il caso.
– Ma certo, maresciallo: sarà la prima cosa che farò domattina…
– No, guardi, lo chiami ora.
– Ma maresciallo, sono le tre passate…
– Non c’è problema: da quando è iniziata questa cosa il poveruomo non dorme più; le passo il piantone che le dà il numero.

Ricominciava la storia: segnale di attesa per due minuti, poi qualcuno interpretava il centralinista che dava il numero del prete alla vittima, numero corrispondente a quello del prete in questione, casomai avessero controllato sull’elenco.
Solito giochino di registratori e ricominciava l’incubo: Guido era un Don XXX fantastico, completamente rincoglionito ed insopportabile.

– Pronto…
– Senta, Don XXX… scusi per l’ora ma ho avuto l’incarico dal maresciallo Carotenuto ecc. ecc…
– Ah, così sei tu, figliolo, quello che mi ha fatto tanto male?…
Ma no, reverendo! Assolutamente no! Il cervellone ha detto che noi non c’entriamo… anzi, la chiamo proprio perchè, dice il maresciallo, sia lei a dire l’ultima parola!…
– Certo, certo… il maresciallo è un bravuomo… Lo sa che l’ho sposato io?***( come i serial killer che inconsciamente vogliono essere catturati, seminavamo svariati indizi…) No, non fraintenda… non l’ho sposato io, ho solo celebrato la funzione… Ricordo che quel giorno…

Dieci minuti di racconto assolutamente surreale, con la vittima che friggeva ma era obbligato ad ascoltare.

– …comunque, richiama il maresciallo e digli pure che per me è tutto a posto…
– La ringrazio, reverendo, non sa che peso mi toglie…
– Figliolo, se non ti perdono io, chi deve farlo?
Reverendo!… Lei ha appena detto che…
– Ah… sì, figliolo, scusa ma sono così frastornato… Sto prendendo anche delle medicine che…

Cinque minuti di malanni e cure. Poi la liberatoria e la conseguente richiamata al 113 e ricominciava il giochino di registratori, fino al maresciallo:
– Bene, signor XXX, le abbiamo fatto perdere la nottata, ma le ho risparmiato un giorno in questura con tutta la famiglia…

Solitamente, a questo punto era la vittima che, vedendo la fine dell’incubo, non smetteva più di parlare:
– Certo, maresciallo, e di questo la ringrazio… Anzi, sa cosa faccio domani, cioè oggi? Dormiamo finchè ci pare, vacanza per tutti: nè lavoro nè scuola.
– Bravo, fa bene… Oh, scusi un attimo, ho una chiamata sull’altra linea… attenda ancora un minuto…
A quel punto il maresciallo diceva ad un ipotetico agente, immancabilmente dal cognome tipicamente meridionale, di mettere in attesa la vittima e di passargli l’altra chiamata; di solito era un “Caruso” o un “Macaluso” piuttosto che un “Laganà” ma una volta Ciccio se n’è uscito con un “Lèpore, metti in attesa…”
Non so perchè, ricordo solo che sentire quel cognome… non lo so… un poliziotto, alle cinque del mattino, in un centralino della questura… come si chiama?
Si chiama Lèpore, senza ombra di dubbio; si chiama talmente “Lèpore” che proprio quel tipo di incarico, a quell’ora, dovrebbe prendere il nome “Lèpore”.
Resta il fatto che siamo letteralmente esplosi dal ridere ed abbiamo mandato tutto a puttane, proprio un attimo prima del gran finale.

Ma normalmente, dopo la richiesta di mettere in attesa la vittima, il maresciallo attaccava con: “Mò sentiamo Don XXX che dice…”
Solo che la vittima sentiva tutto e si rendeva conto di ascoltare un dialogo che non avrebbe dovuto ascoltare.
– Reverendo, carissimo… Allora, cosa ne dice? A-ha… È lui?! L’ha riconosciuto? Ah, sicuramente lui… al mille per cento, addirittura… Ne ero quasi sicuro, ma volevo che lo sentisse anche lei…
Non si preoccupi, sarò inflessibile… quello lo facciamo a pezzi!

Praticamente lo scherzo finiva qui; quando il maresciallo si faceva ripassare “Chill’ fetent’ ‘immerd’…”, i primi balbettii della vittima, finalmente, ci impietosivano: sentire ‘sto poveraccio che ripiombava nell’incubo ma non voleva far capire che aveva origliato il dialogo… ce lo vedevamo proprio, ed era troppo anche per noi.
Una volta abbiamo sentito la mamma urlare al figlio:”Marco tieni il papà che cade!” nel momento in cui il poveraccio si stava sentendo male.
Da quella volta abbiamo alleggerito la cosa ma così facendo l’abbiamo anche resa molto più noiosa, senza il gran finale, così il divertimento è andato scemando e siamo passati ad altre malefatte.

Ma sapete cosa ricordo meglio di tutta la storia?
Ricordo che nel momento in cui la vittima riusciva solo più a balbettare, il maresciallo cessava di esistere ed io, o Ciccio, parlavamo con la nostra vera voce, per spiegare che si trattava di uno scherzo; beh, potete crederci o meno, ma la maggior parte ci metteva almeno mezzo minuto per capire cosa stavamo dicendo, alcuni anche di più; altri si facevano ripetere cento volte “È uno scherzo”, qualcuno urlava: “Lei chi è? Mi ripassi il maresciallo!”
E noi: “Non esiste il maresciallo, le ripeto che è uno scherzo…”
“Eh… magari fosse uno scherzo…” rispondeva qualcuno.
Altro che le “vittime” di Scherzi a Parte, che in un decimo di secondo realizzano la situazione e scoppiano in una gran risata o gli parte una simpatica raffica di vaffanculo, o fingono di incazzarsi davvero…

In un caso, dopo essersi tranquillizzato, uno ci ha chiesto: “Ma visto che non sono stato io… chi è che fa gli scherzi al prete?”
Un paio di poveracci erano così sollevati che, vittime di una specie di Sindrome di Stoccolma, si mettevano a chiacchierare con noi.

Più spesso ci riempivano di insulti, farciti con minacce di morte a cui noi replicavamo solo con dei “Ci scusi… ha ragione… abbia pazienza… le chiediamo ancora scusa…”.
Per noi era come “l’andata via” teatrale; le nostre scuse ad ogni insulto sostituivano l’inchino ripetuto verso il pubblico plaudente, una serie di passerella finale; e non ci stancavamo di ripetere le nostre più profonde scuse, e lo rifacevamo ad ogni nuova bordata di insulti, come ad una richiamata sul palco.
Teste di cazzo, sì, ma che senso dello spettacolo, eh?…

Dottordivago

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Stamattina ho visto un cliente -le cui finestre sono pronte- e gli ho detto che per gravissimi problemi produttivi gli avrei consegnato il tutto non prima di febbraio: questo, a momenti dà uno schiaffo per terra, per cui mi sono sentito in dovere di tranquillizzarlo prima che svenisse, o che iniziasse ad insultarmi, confermandogli la consegna per fine settimana.
“Certo che lei è peggio di Scherzi a Parte, eh?” ha ridacchiato dopo essersi ripreso.
La chiacchierata è proseguita sull’argomento “scherzi” e mi sembra impossibile che una persona normale come quel signore possa credere che in quell’inguardabile programma ci sia una sola parola o immagine vera.

Ho avuto occasione di seguirne un paio di puntate -con un occhio solo- a casa di amici, fedele audience di quella schifezza nonchè pronti a scommettere un organo sulla genuinità degli “scherzi”. Sono persone a posto, ma non hanno mai avuto la perfidia o la voglia di perdere tempo per organizzare uno scherzo vero, quindi non sanno che effetto faccia.
Si parla di “perfidia” e di “tempo da perdere”?
Eccomi qua.

L’ho scritto anche nel mio profilo su Feisbuk:

Ci sono voluti anni, ma mi sono costruito una solida reputazione da scemo.

Sono parecchi anni, quasi una trentina, che non facciamo star male qualcuno con spaventosi scherzi telefonici: appena passi i ventanni ti manca quell’incosciente spietatezza necessaria per portare una persona sull’orlo di una crisi di nervi: ma una volta era diverso, rompere i coglioni era un obbligo morale, come il fumo a quattordicianni.
Ne parlo ora, nella speranza che se tra i miei lettori ci fosse qualche vittima innocente di allora, consideri il reato prescritto.

Credetemi sulla fiducia: quando ti tirano in mezzo in certe situazioni, non basta che tu senta “Sei su Scherzi a Parte” o su una qualunque Candid Camera per capire cosa sta succedendo.
Se lo scherzo è ben fatto, ci vogliono cinque minuti d’orologio, per riprendersi.

A parte questa mia esperienza “sul campo”, posso fornire altre prove: nel mio passato di autore televisivo ho collaborato ad un “famoso” -per l’epoca- programma tipo Candid Camera, in cui nulla, assolutamente nulla, era vero, come  tutto ciò che si vede in televisione, che siano drammi, litigi o Carrambate.
Non voglio fare nomi, non tanto perchè sarebbe sputare nel piatto in cui ho mangiato, ma piuttosto perchè oggi ci sono in giro un sacco di permalosi e di avvocati incazzati e beccarsi una querela è un attimo…
Dirò solo che noi ideavamo e scrivevamo le situazioni in un vero e proprio copione che le ignare vittime recitavano, con tanto di regista che urlava alla povera comparsa “Non guardare in macchina (telecamera, ndr), coglione, che sennò lo capiscono tutti!…”

Una trentina di anni fa non lo capiva nessuno, in quelle notti passate con Guido, Ezi, Squarcia e Ciccio, notti in cui l’unico verbo era “rompere i coglioni a qualcuno”.

La base era il retro del negozio dei genitori di Guido; allora non c’era identificativo chiamante e per beccarti bisognava che la Questura ti mettesse sotto controllo, ed anche così ci voleva il suo tempo; i telefoni avevano il disco combinatore e le linee avevano tutti contatti elettromeccanici, per cui, quando chiamavi uno, era come parlare in un tubo che quello teneva vicino all’orecchio, non come adesso che è tutto digitale e filtrato.

Tutto ruotava su un cardine: convincere la vittima del fatto di parlare con la Polizia o i Carabinieri, la cosa più facile del mondo, dopodiche eri il padrone della sua vita.
Attrezzatura necessaria: due registratori a cassetta col tasto “pausa”ed un captatore telefonico, che oggi si chiama vivavoce ed è su tutti i telefoni ma che, allora, era costituito da un microfono a ventosa che si appiccicava sul telefono e che mandava il segnale ad un altoparlante, che serviva da monitor di regia e che permetteva a tutta la banda di deficenti di ammazzarsi dal ridere.

In un registratore c’era il nastro con il segnale di libero (il “tut-tuut” che si sente ancora oggi), nell’altro, il segnale di chiamata (il “tuuut-pausa-tuuut” classico che si sente prima che l’altro risponda).
Tutto chiaro?
Bene.

Si individuava la vittima e si chiamava, rigorosamente dopo le due di notte.

I più bravi con l’accento meridionale eravamo io e Ciccio, che ci alternavamo al telefono: si parte.

-Vittima (con voce assonnata): Pronto?…
-Io o Ciccio: Parlo col signor XXX?
– Sì… ma chi parla?…
– È la Questura (o i Carabinieri). Abbiamo comunicazioni che la riguardano: ci richiami.
– Come…?… Cosa…?
-(Tono brusco) È il signor XXX, titolare dell’abbonamento n° 0131 xxxxx? (era semplicemente il suo numero di telefono, ma faceva un certo effetto…)
-Sì… certo… ma cosa succede?
-Ci richiami: abbiamo una comunicazione che la riguarda!
-Ma… mi dica… parli pure…
Ma ha voglia di ridere? Potrebbe essere uno scherzo, non le pare? Ci richiami al 113 (o 112), così avrà la certezza di parlare con noi!…
– Ah, sì, mi scusi…

E così facendo, si era venduto l’anima al diavolo.

Ovviamente questo rimaneva un attimo col telefono in mano, inebetito, alchè…
Riappenda! Non abbiamo tempo da perdere!…
E quello metteva giù, ma noi no, quindi restavamo in linea; quando sentivamo il rumore dell’apparecchio che veniva sollevato, facevamo partire il libero con il tasto pausa ed appoggiavamo la cornetta all’altoparlante del registratore.
Spesso sentivamo dei “Ma cosa sarà successo?… Oddio, speriamo niente di grave…”

Oggi mi vergogno come un ladro.
Allora ci pelavamo dal ridere.

Quando la vittima cominciava a comporre il numero, si metteva in pausa il libero e si faceva partire il segnale di chiamata. Dopo pochi squilli, pausa.
– Centotredici, dica!…
– Scusi, è il centotredici?
Sì, centotredici, dica!…

Era fatta: la vittima era in linea con la Polizia!

-Guardi, non so… mi avete appena chiamato voi…
-Attenda, sento il collega…
Ripartiva il segnale di chiamata: questa fase poteva durare anche alcuni minuti, durante i quali la vittima cuoceva a fuoco lento.
Pronto!…
– Sì… sono XXX, mi avete chiamato…
– Ah, sì, giusto lei!…
E così il Maresciallo Carotenuto (in onore dell’indimenticato Vittorio De Sica di “Pane, amore e fantasia”) informava il malcapitato che dal suo telefono erano partite telefonate ingiuriose nei confronti di Don XXX, parroco di XYZ.
– Ma sta scherzando, maresciallo? Si figuri se io…
Come si permette? Mando lì una pattuglia a prenderla, poi vediamo se sto scherzando!…
– No no, per carità! Dicevo così…
– Ecco, non lo dica più, che la sua situazione è già abbastanza grave così…
Ed il maresciallo spiegava che il “cervellone” aveva individuato in modo inequivocabile l’apparecchio da cui partivano le chiamate ingiuriose all’indirizzo del sant’uomo, frasi volgari inventate sul momento, tra cui trovava sempre posto un bel “cazzo in culo non fa figli ma fa brodo per conigli”, anzi, proprio quella era la frase più ricorrente, per cui il maresciallo chiedeva alla vittima di ripeterla…
Questo poveruomo era sveglio da mezzora, spesso circondato dalla famiglia preoccupata…

Cristo, se mai ho provato rimorso per qualche cagata, questa le supera tutte.

Prima della frase, per “tarare l’apparecchiatura”, il maresciallo gli faceva dire l’alfabeto:
– Oh santo cielo… A B C D E…
– Piano, piano!… La macchina deve scannerizzare e così satura il compressore dinamico!… (che è l’equivalente di dire “sfrizza la velopendula…”). Piano, lentamente, come i numeri del Lotto…
– Oh Gesù…   A…      B…     C…
Così fino alla Z: un minuto di puro tormento.
– Bene, ora l’alfabeto inglese, visto che sono state proferite frasi in varie lingue…

Sembra una minchiata, eh? Ma la vittima stava parlando con la Polizia…
E così ‘sto poveraccio ricominciava, incasinandosi sulla J, che il maresciallo definiva “la I di Juventus” o sulla Y, che diventava “la I fatta a fionda”…

Per ora lasciamoli lì.
Non so se ho il coraggio di proseguire: vediamo domani…

Dottordivago

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