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Archive for febbraio 2008

Tre ore fa facevo il “piangina” e mi lamentavo che non ho neanche il tempo per pisciare…E adesso sono qui che scrivo.

Fatevi un appunto:  mai prendere per buono quello che dico.

Sono qui, di sabato pomeriggio, in uno splendido ufficio messomi a disposizione da una signora azienda e, per una serie di sfighe e coincidenze, non ho un’ostia da fare se non aspettare che arrivino gli interessati.
Uno slogan sessantottino diceva:”Non aspettare Godot: cercalo!”.
Io nel sessantotto ero piccolino e me lo sono perso, ma non ci faccio una malattia, anche perché, rispetto a quel tipo di pensiero, sono agli antilopi.

Comunicazione di servizio: non obbligatemi a virgolettare ogni minchiata o ad usare il corsivo più del necessario per farvi capire che ho scritto volontariamente uno strafalcione. Il Dottordivago sarà pure un’ignorantone, ma sulla piazza si trova addirittura di peggio…

Tornando a Godot, io lo aspetto; ed intanto diciamo due belinate.

Con quel poco tempo libero che ho avuto in settimana sono riuscito a malapena ad espletare le funzioni biologiche; conseguentemente ho letto pochissimi giornali e visto pochi tiggì.
Praticamente sono rimasto indietro come le balle del cane.
Sì, qualcosina ho captato qua e là ma se non era il Berlusca era Walterino, sempre che non fossero quelle due porcherie di Olindo e la sua pantegana; per queste situazioni la natura mi ha dotato di una palpebra extra come quella del coccodrillo, solo che a me cala sulle orecchie e mi isola dal mondo.
In compenso sono riuscito a captare un paio di chicche: niente che cambi i destini del mondo, ma per quello che ho da fare…

Ah, a proposito di non avere niente da fare, mi scappa di divagare.

Anni fa ero a pescare nel lago di un amico, un posticino tranquillo dotato di una “baracca” che è un vero country club, con una griglia tipo letto matrimoniale, frequentato dalle peggiori ganasce del circondario; si pescava, si mangiava e si rideva ma, soprattutto ogni spunto era buono per le discussioni più stupide ed oziose.
Alzo gli occhi e vedo alcuni gabbiani: siamo a sessanta chilometri in linea d’aria dal mare e non è uno spettacolo usuale. Dico che, porca troia, ci mancavano ancora quelle bestie lì, a mangiare il poco pesce rimasto nei fiumi in secca di quel periodo.
Parlavo per interesse, perché, pur essendo esclusivamente un pescatore di mare, possedevo un’armeria con mega store di pesca annesso. Interviene Robertino che ci dice di stare tranquilli, che non sono stanziali, vanno e vengono dal mare tutti i giorni. Tutti si mettono a ridere e lui si lancia in mille spiegazioni che non ottengono altro risultato che aumentare il livello delle prese per il culo; non avendo altri argomenti, all’ennesimo “Ma figurati se tutti i giorni vanno e vengono…”, Robertino se ne esce con espressione serissima e scientifica certezza: “Oh, per quello che hanno da fare…”.

Ci siamo sbudellati dal ridere fino a sera.

Quindi, per quello che ho da fare, posso commentare una notizia letta dalla mia amica Cristina Parodi al TG5.

Siamo alle solite: la gente non arriva a fine mese e vengono prospettati scenari futuri tipo Calcutta, dove i poveracci morivano di fame per strada ed ancora adesso tutti sti obesi non si vedono.
Non nego che le famiglie abbiano perso in potere d’acquisto così come è innegabile che con mille euro al mese non è un bell’andare; è altresì innegabile che è vertiginosamente calata la ricchezza percepita, cioè che se oggi un operaio fa i sacrifici che   gli operai facevano trentanni orsono, gli sembra di vivere un’esistenza da subumano.
E casca nel credito al commercio, che altro non è che un indolore buchino nella busta paga, se caso unico; se oltre al plasma ci metti il navigatore, il cellulare, il divano nuovo e la vacanza, la busta paga comincia ad assomigliare ai vestiti di Bonnie e Clyde.
Purtroppo la cosa fa sensazione ed i giornalisti la cavalcano e, così come lanciano allarmi se in inverno è in arrivo una “massa d’aria fredda” o in estate “sale la colonnina di mercurio”, fermano i passanti che si stracciano le vesti lamentando la cronica incapacità di arrivare a fine mese.
Ora, a parte il perduto significato di “dignitosa povertà”, che in passato noi Italiani abbiamo eletto a virtù nazionale, vedi proprio questi coglioni -ricco o povero, se ti comporti così sei un coglione- che pur di farsi inquadrare da una telecamera accorrono al richiamo del primo giornalista che, come si faceva una volta col medico, urla: “C’è qualche morto di fame?”
Quando la fame era vera, una domanda del genere avrebbe causato l’abbassarsi di tante teste e l’allontanamento dignitoso dei più malconci.
Ripeto: gli stipendi non sono aumentati di pari passo coi prezzi ma dove si fa davvero la fame si vive in un altro modo e, soprattutto, non ci sono poveracci che girano col cellulare; sarà per l’incontrollabile odio che provo nei confronti del telefonino e di chi ne abusa, ma lo ritengo il primo articolo che chi non arriva a fine mese non deve possedere.
Se giri col cellulare, zitto: hai già il superfluo.
E vorrei storpiare a calci nel culo i giornalisti che parlano di indebitamento delle famiglie: cambierò idea quando si faranno i finanziamenti per pagare la spesa settimanale al supermercato e non per soddisfare smanie di fighezza nell’acquisto di elettronica e viaggi.

E siamo arrivati al momento più straziante della notizia letta dalla Cri ( la Parodi, non la Croce Rossa…): negli ultimi sei mesi il prodotto che ha subito il maggiore aumento è stata la colazione al bar.
Ma una volta, TG non stava per telegiornale?

Io non faccio testo: faccio colazione a casa, in primis perchè mi piace guardare Bimbi che, appena sveglia, ha un appetito da suonatore e, in secundis perchè se entro in un bar mangio tre panini con una Beck’s, come facevo prima di decidere di stare sotto gli ottanta chili.
Comunque, nel caso ci fosse qualcosa di vero nella notizia, dove sta l’allarme? O popolo di mendicanti, fate colazione a casa, no? Se hai una casa, hai un frigo e una dispensa in cui tenere latte, tè e biscotti; nella stessa casa avrai anche un pentolino con un fornello: è fatta, se hai tutte queste cose sei uno che arriva a fine mese, visto che con il costo di una colazione al bar, a casa mangi una settimana.
E non raccontatemi stronzate tipo “Non ho tempo”: a casa non devi parcheggiare o fare code al banco o cercare un appoggio  per cappuccio e brioches o rifare la coda per pagare.
Non ci sono cazzi; se fai colazione al bar, sei come quello del cellulare: zitto, hai già il superfluo.

E visto che ho ormai rinunciato a dare un filo logico a questo passatempo pomeridiano, concluderò con una cosa non mia ma che mi piace un casino e quindi la uso: si tratta delle ultime parole -tradotte, anche se in inglese suonano meglio- del narratore in “The Rocky Horror Picture Show”.

Stiscianti sulla faccia della terra,
alcuni insetti: la razza umana.
Persi nel tempo,
persi nello spazio.
E nel significato.

Dottordivago.

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Rispondo brevemente e pubblicamente a quelle care anime che mi domandano privatamente -in "ditelo al Dottordivago- che fine ho fatto.
Tranquilli, sul fronte salute sto benissimo e continuo ad essere quella splendida macchina da guerra che conoscete.
Alla voce "amore" risponde Bimbi quindi sono in una botte di ferro.
Sul fronte lavoro, ringraziando la Madonna, sono nella merda fino agli occhi.

Mi sono cercato una grana che non so come la aggiusto, nel senso che mi sono caricato sulla schiena una collaborazione tra la mia azienda ed una (molto più grande) azienda del mio settore (ricordate? Dottordivago serramentista per signora?) che, dimostrando acume e buon gusto, mi ha cercato.
Voi a me mi conoscete, no? Se mi cerchi mi trovi.
Il fatto è che, finchè non riesco a formare cinque o sei persone competenti, devo fare tutto io, e questo significa che, se mi scappa la pipì, devo mettere il pannolone perchè non ho il tempo di tirare fuori il pisello.
Certo, sono convinto che questa collaborazione porterà grandi cose, sennò me ne sarei stato tranquillo nella mia splendida cornice.
Ma questa mia convinzione non mi impedisce, al momento, di pormi la domanda che costituisce il titolo…
A presto, miei fidi.

Dottordivago

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E con questo dovremmo liquidare la Trilogia Alcolica.
A coloro che si fossero collegati da poco ricordo che ci sarebbero due post precedenti… 

Con gli anni 90 l’aperitivo -vi chiedo un favore: non chiamatelo “il rito dell’aperitivo”, è quasi peggio che “happy hour”- cominciò a diventare un fenomeno di massa.
Niente di male, non ho velleità esclusivistiche e continuo a pensare che per distinguersi nella nostra società è sufficiente non comportarsi da stronzo.
E poi, cominciare a vedere qualche faccia nuova al di fuori dei classici bonne vivent e dei soliti ciucchi non era cosa negativa.

Qui, nella Silicon Valley dell’aperitivo, i primi anni 90 sono stati una fase interlocutoria, direi di transizione; resistevano i Classici come spumantini, champagnucci, vinelli beverini, bombe da ammericani tipo Negroni, Martini classici o vodka remix; in calo il vermouth -un vero peccato-, sempre sugli scudi l’intramontabile patrimonio dell’umanità che risponde al nome di Campari Soda.

Ferma la mula, mi scappa di divagare.

Allora, se dico Campari Soda dico “La Gioconda”, cioè una cosa che è meglio non toccare; così come la Monna Lisa non ammette modifiche ma richiede una cornice, il Nostro tollera, ad effetto cornice, solo il profumo della scorza di limone.
Ocio: ho detto scorza ed intendo rigorosamente la parte gialla, strizzata nel bicchiere e, a piacere, aggiunta o gettata. Non venitemela a raccontare di sbrinz, spritz, cric e croc: se ve la sentite di andare al Louvre con un pennarello per fare i baffi alla Gioconda allora, e solo allora, sfregiate pure un Campari Soda con il vino bianco, pratica che mi ricorda Betti, la sciura che faceva le pulizie nel mio negozio. Sosteneva di avere una formula ultra segreta per il detergente definitivo; mischiava mastrolindoacidocloridricovetrilammoniaca ed altro in proporzioni note solo a lei e che non avrebbe rivelato a nessuno… se non l’avessi trovata svenuta in bagno semi avvelenata dai miasmi del prodotto e obbligata dal medico a rivelare la formula dell’intruglio, giusto per salvarle la vita.
Solitamente le divagate sono fine a sé stesse, questa ha una morale: quando un’azienda ha dozzine di chimici che studiano un detergente, usalo e basta, non ti inventare niente, che fai danno. Quando la famiglia Campari, o chi per loro, formularono il Campari Soda, questa venne iscritta d’ufficio tra le pietre miliari dell’evoluzione umana, insieme con il fuoco, la ruota e Brigitte Bardot a 23 anni.
Quindi non taroccate il Camparino: potreste interferire con l’armonia del pianeta, il che scatenerebbe una serie di conseguenze che potrebbero modificare il continuum spazio-temporale e portare alla distruzione dell’intero universo.
Anche se devo riconoscere che si tratta della teoria più pessimistica. (Grazie, prof Emmett “Doc” Brown…)

Dicevamo? Ah, sì, gli anni 90.

Si sentiva che qualcosa stava cambiando.
In peggio. (Sì, lo so, non è bello mettere troppi punti, ma qui ci stavano bene).

Passata la metà del decennio arrivò il vino.
Ma non il vino quello che si beve e basta, quello si beveva anche prima.
Parliamo del vino diventato tradizione, territorio e cultura .
Oh mama… Non mi dilungo: ho già esposto cosa penso del vino di oggi.
Da quel momento l’aperitivo ha praticamente perso la sua funzione istituzionale, che è quella di raccontarsi due minchiate prima di cena nonché, per molti single, la cena vera e propria, magari non perfetta dal punto di vista nutrizionale, ma ottima per l’anima.
Questo sì che è il saccente ed odioso “rito dell’aperitivo”, dove l’unico argomento ammesso è il commento del vino che si degusta (e che una volta ci limitavamo a bere, banda di ignoranti che siamo) e così sproloquiano di retrogusti, sentori, tannini, importanza e corpo del prodotto testato -sia chiaro: tutto meno che “bevuto”-
Così si dimenticano che per tutto il giorno si sono più o meno rotti la schiena o le palle per lavoro, cosa per altro positiva, da dimenticare; purtroppo questo avviene al costo di un’ulteriore lezione, tenuta o subita, su vitigni, vinificazione a freddo in acciaio… E una noia!…
E’ chiaro che sto facendo la caricatura della situazione, gente a posto ce n’è ancora, ma attenzione, i noiosi aumentano…

E l’aperitivo delle donne?
Giovanni Scagliotti diceva che “gli uomini sono così ignoranti, che più ignoranti degli uomini ci sono solo le donne”.
Aveva ragione? Vedete un po’ voi. Hanno scoperto le sigarette? Sei fumatori su dieci sono donne. Hanno scoperto SUV e fuoristrada? Via, a fare la spesa con otto metri di macchina.  Qualcuno ha detto che sono loro il vero sesso forte? Da quel momento, per esempio, alla guida è tutto un “dito” e un “vaffanculo” e non stanno a guardare se  dall’altra parte c’è Mister Magoo o una macchinata di rumeni con una certa predilezione per il sesso sicuro, nel senso che gli altri la tengono e uno la tromba…
Per amore di verità devo confessare che l’immenso Giovanni diceva anche che “le donne sono così ignoranti che più ignoranti delle donne ci sono solo gli uomini”, così le gentili lettrici non vengono a tagliarmi le gomme della macchina…

Dunque, dicevamo che le donne hanno scoperto la cazzutaggine e l’aperitivo; di conseguenza, con l’entusiasmo che le contraddistingue, riescono a dare il peggio di sé, nel senso che le vedi arrivare, dopo una giornata in cui si sono nutrite con uno yogurt, e ordinare un rosso “importante”-sennò dove finiscono la cazzutaggine e la cultura?-,  tipo un bel barbera barricato di 14 gradi che per mandarlo giù ci vuole il manico della scopa.
Bella storia, a parte il fatto che per bere un superalcolico che sa di legno, in più a stomaco vuoto, ci vuole la bocca foderata d’amianto e il cervello imbottito di merda; e questo vale per entrambi i sessi.
Solo che le donne, in più, non reggono l’alcol come gli uomini, sia per un fatto di peso che per un fatto biologico. Morale? Dopo cinque minuti hanno una faccia che sembra che le abbiano giocate in un flipper; sì che esisterebbero altri ottimi vinelli, uno per tutti il prosecco, che vanno giù come l’olio e non ti suonano come un tamburo, ma non è cultura, quella.

Sapete cosa vi dico? Fate un po’ il cazzo che vi pare.
Da parte mia, ho ridotto drasticamente la quota aperitivi, e non per un fatto nostalgico o controculturale: molto più prosaicamente ci ho dato un taglio perchè è l’unico sistema che conosco per restare sotto gli 80 chili.
Mica ce lo vogliamo giocare sto bel bocconcino del Dottordivago,
no?

Dottordivago

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E se non avete letto il post precedente questo lo potete pure saltare.
Fatto? Bene.
Eh sì, alla fine degli anni 70 Nando era incontrovertibilmente il numero uno.
Nel 79 facevo la quinta superiore e cosa facevamo noi giovani leoni che fa rima con coglioni? La cosa più normale del mondo: prima della scuola, dalle 7,30 alle 8, colazione da Nando.
Cappuccio e brioches? Mah, non saprei, Nando… Ma sì, facciamo il solito. E Nando ti allungava il vodka martini con polenta abbrustolita e gorgonzola, due grissini con avvolte intorno le acciughe nel bagnetto e un paio di fette di cacciatorino per sgrassarsi la bocca.
Dice:”Come vai a scuola?”
“Sbronzo, grazie”.
Se uno a quell’età non è un perfetto imbecille non è un figo e dovrebbe riflettere sul senso della vita: non della vita in generale ma della sua vita in particolare.
Noi eravamo Dei.
Arrivavamo due volte su tre in ritardo di un’ora, per di più suonati come tamburi. Potevamo essere meno che Dei?
Forse è stato anche grazie agli aperitivi mattutini di Nando ed al loro extra power che, nel mio ultimo anno di superiori, ho castigato il 60% delle ragazze della scuola. Vabbè, era un istituto professionale, quindi ragazze ce n’erano pochine: cinque, per la precisione, di cui tre sul tesserino segna catture di ‘sto scemo qua.
Devo smetterla di essere così preciso; prima cosa, la precisione mi si addice come il lutto ad Elettra; seconda cosa, tre su cinque non è niente male ma il 60% suona molto meglio.

Poi arrivarono gli anni ottanta.

E la gente non si è più tenuta. Cos’era il mondo negli anni 80 ve lo racconterò un’altra volta, se non dovessi uscire da questo momento di umore narrativo.
Devo invece dirvi cos’erano gli aperitivi degli anni 80, perlomeno ad Alessandria.
Erano gargantueschi. Un insulto alla miseria.
Dalle sei alle nove di sera, sul banco di un bar medio passava il prodotto interno lordo del Belgio; con un Campari Soda o uno spumantino, se avevi la faccia come il culo, mulinavi le  mandibole per ore. Io personalmente, che ho il metabolismo della betoniera e che davanti a quel tipo di cibo posso rinnegare mia madre, me ne facevo qualcuno di più; eccheccazzo, vuoi mica passare per saccheggiatore…
Alcuni bar esageravano: mezze forme – e intendo mezze forme-di Parmigiano sul banco, in cui la gente scavava; taglieri di prosciutto e salumi assortiti che venivano rimpiazzati a ciclo continuo con la velocità dei meccanici in Formula Uno; sformati, teglie di lasagne, uova sode, piadine farcite e qualsiasi altra cosa venisse in mente; certi sabati si arrivava alle ostriche, almeno queste, per buonsenso del titolare, servite “ad personam”.
Poi i baristi hanno cominciato a fare i conti, ma intanto gli anni 80 se ne andavano onusti di gloria, non toccati dalla recessione gastronomico-alcolica. Credo che alcuni baristi si siano mangiati il locale, o meglio, se lo sono fatto mangiare dagli sciacalli, quelli che con duemila lire si ritrovavano a tavola con Trimalcione.
Da parte mia, potevo girare a fronte alta: ne ho salvati parecchi, di bar.
                                        Continua
Dottordivago
P.S. Non è che sto diventando come l’autore di Tex, Dio lo maledica, che non faceva mai iniziare e finire una storia nello stesso volume ed io impazzivo di rabbia.
E’ che sono finito in una nuova storia di lavoro che mi prende bene, ma finchè non riesco a formare il personale, roba di due o tre mesi, mi faccio un buco del culo come uno sbadiglio. E il tempo è quello che è.

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Per il titolo mi sono permesso l’autocitazione (mi ero già espresso in questo modo), come si evince dalla prosa alata piena di delicate metafore  e sottili doppi sensi.
Naturalmente non è rivolto ai miei adorati lettori, perchè i miei lettori non chiamano happy hour l’aperitivo, vero?
Ma che popolo di idioti siamo diventati?
Tutto il mondo ci copia l’aperitivo e noi, i titolari del marchio, gli diamo un altro nome, che per di più non c’entra un ostia: ennesimo caso, come dico sempre, di Svizzero che porta di nascosto i soldi in Italia.
Basta. Cambiamo discorso.
Lo stimolatore di questo post è l’amico Diego “Dieguito” Viola, ormai affezionato commentatore dei parti di questa povera mente malata. Come ci si sente nelle vesti di stimolatore, Diego?
Per fortuna mi hai scritto, perchè se mi avessi telefonato avrei potuto definirti “stimolatore orale”…
Facciamo “verbale”, và, che suona meglio.
Insomma, si parlava di aperitivi, stuzzichini, abitudini.
Ed io, con tutto quello che succede, con tutto quello che c’è da commentare e da seppellire sotto ad una risata -come si dice: “Ho il lavoro che spinge…”- non ho voglia di sporcarmi le mani con politica ed attualità.
Forse a causa del mio recentissimo compleanno, mi sento un po’ nonnino ed ho voglia di raccontarvi una storia: quindi lasciate perdere per cinque minuti impegno civile, ecologismi, salutismo, volontariato, nobili cause, alti ideali, grandi sistemi ed elezioni anticipate.
Vi offro un aperitivo.

Come ho già avuto modo di dire della mia città, Alessandria è quanto di più vicino esista al concetto di “buco del culo del mondo”: in poco più di ottocento anni di storia ha partorito Borsalino, la prima, vera griffe a livello mondiale, poi mangiata dalla nostra patologica incapacità di valorizzarci***, e Gianni Rivera, di cui molti ancora dicono che “Il calcio è grande e Rivera è stato il suo profeta”.
***Scusate se divago un attimo. Valorizzarsi significa spremere il massimo da sè stessi, ottenere il meglio con ciò che si ha.
Noi, invece, siamo bravi a “tirarcela”, ad autoreferenziarci: 
sull’autoincensamento, se non siamo i primi, siamo nei punti.

E se lo stesso Dio che ha fatto piovere il fuoco su Sodoma e Gomorra -ma era il caso di fare tutto quel  quarantotto per quattro ragazzi che si divertivano?- se quel Dio, dicevo, non ha ancora fatto piovere il fuoco su Alessandria, è solo per i meriti acquisiti dalla città nel settore aperitivi.
Come mi accingevo a raccontare a Diego, quarantanni fa l’aperitivo con tre patatine e due olive era grasso che colava in tutto il mondo, o quasi. Ad Alessandria esistevano già baristi che ti servivano lo spaghettino o la pennetta nel piattino del caffè, salatini, ritagli di focaccia farciti con ogni ben di Dio, crostini, ritagli di frittata e di pizza.  Rispetto a quei rari posti nel mondo in cui l’offerta era simile, la differenza stava nel fatto che non si trattava di piattini ad personam ma di vere distese di cibo sul banco.
Il mitico Nando serviva ai clientoni un piattino da caffè con le lumache, quasi passandolo sottobanco, ma non troppo, sennò i turisti (clienti occasionali,ndt) non si incazzavano come voleva lui.
                                         Continua

Dottordivago

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…’tanto le parole non contano più un cazzo.
Antefatto: il Dottordivago guarda il telegiornale durante la cena.
E siamo già fermi; è da un po’ che, ogni volta che parlo di colazione, pranzo e cena, voglio fare un chiarimento, che si scrive così ma si pronuncia “divagata”.
A casa mia, inteso come al mio paese, la colazione è quella che fai al mattino, non importa se appena sveglio o in pieno dopo nottata: comunque, per definizione, la colazione si fa con la faccia stropicciata.
Unica esentata, Bimbi: appena sveglia è una meraviglia. 

Dicesi pranzo quel pasto che va da dopo colazione a prima del crepuscolo: massima libertà per tutti.

La cena è quella serale: alle sei se siete anglosassoni, alle sette se pensionati, dalle otto alle nove se lavorate o vi scappa di fare l’aperitivo***(così mi ricordo un’altra divagata), alle dieci se siete spagnoli -quelli del sud, perchè al nord cenano con gli inglesi- e alle due di notte se siete dei coglioni italiani alle Baleari che vogliono fare gli spagnoli e hanno voglia di mettere la sveglia a mezzanotte, come dicono i miei amici Alberto e Juan, ristoratori in Formentera.

Questo chiarimento era necessario perchè continuo a trovare clienti, fornitori e snob assortiti che mi invitano a colazione: non che mi propongano una levataccia, no: mi invitano a pranzo.
Ma dicono colazione, perchè fa figo.
Tradizione vuole che in questi casi, al mio paese, ti dicano: “…ma se t’ei nasì ans ‘na liamera…”(ma se sei nato su un letamaio,ndt), una sorta di “parla come mangi” o un monito a non dimenticare le proprie origini.

Io, una volta, fumavo tre pacchetti di sigarette al giorno e, regolarmente, a questi signori rispondevo che per me non esisteva colazione: appena sveglio, caffè e vai con la prima Marlborina.
Il radical cool sgranava gli occhi davanti a tanta ignoranza e borbottava qualcosa tipo “…ma no, …intendevo pranzo…”.
Ed io, bello e spietato come un angelo vendicatore, ribattevo: “E allora perchè dici colazione?”.

Mille anni fa avevo un amico frocissimo -no, non sono intollerante, sono constatante: era culo, lo riconosceva ed io lo constato- che mi voleva invitare sempre a pranzo; con l’aria più innocente del mondo gli dicevo che il pranzo “fuori” mi lasciava rincoglionito tutto il giorno.
Stessa scena, stesso imbarazzo: “…ma no, … intendevo cena…”: e con aria entusiasta dicevo: “Ahh, cena! Se è così… Sarei tentato… ma no, grazie”
Eh, bei tempi: quanti nemici mi sono fatto.

***Mi riaggancio all’aperitivo: scusate il rimbalzo ma non potevo partire con la divagata nella divagata, salvo accettare di diventare  il  Dottorcihaiscassatolaminchia anzichè il Dottordivago…

Mai, virgola, mai rivolgersi a me e propormi una happy hour: toccatemi la macchina o la famiglia ma non citatemi l’happy hour, che divento brutto.

Si chiama aperitivo, teste di cazzo.

L’happy hour è una fascia oraria di bassa affluenza in cui i gestori dei bar applicano tariffe ridotte per richiamare clienti, e non l’aperitivo, ora di massimo afflusso dove, al limite, i prezzi aumentano.
Chiaro? E non per una mia fissa: solo per capirsi, sennò sarebbe come se a Porto Cervo ribattezzassero “bassa stagione” il mese di agosto o i negozianti definissero “saldi” la settimana prima di Natale.
Senza pretese di rubare il lavoro all’Accademia della Crusca, le parole hanno la loro importanza.
Sarei stato sbranato e non sarei qui a parlarvi, se trentacinque anni fa, alla professoressa Cremonini, mia insegnante di italiano delle medie, avessi detto “Ehi, tu, racchione orribile…” anzichè “Ei fu. Siccome immobile…” 

Dottordivago

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Oggi è il mio compleanno, il primo compleanno da titolare di blog -lo so, si dice blogger, ma sta ammericanata non mi evoca immagini positive- per cui mi sento autorizzato a raccontarvi la storia della mia vita… Naa, scherzavo.
Oddio, da raccontare ce ne sarebbe, ma sono quasi tutte cose che è meglio non mettere per iscritto.
Invece vorrei chiudere il discorso “cerco casa” iniziato in “Ma li trovo tutti io?” e interrotto ieri a causa di una giornata adrenalinica che mi ha lasciato catatonico sul divano, in condizioni che l’unica attività cerebrale consentitami era annerire i denti delle fotomodelle sulle riviste.
Pensandoci bene, sarebbe stata la sera giusta per guardare lo smalto che si asciuga sulle unghie dei piedi, ma non è una mia pratica usuale.
Cominciamo a farla fuori dal seminato, Dottordivago?
Parlavamo della casa di Cuccaro, con l’accento sulla “u”.

Dicevo che io una casa ce l’avrei, in collina e vicina alla città: bella grande, tranquilla ed in condizioni che col costo di un bilocale in città la trasformo in una reggia.
Però…
Vuoi che non ci sia un “però” in questa vita di merda?
Però è vicina alla chiesa, che di per sè non sarebbe una gran sfiga, anche per un ateo come me.
Il problema sono le campane. 
Quando c’era il vecchio campanile avevano una dimensione da chiesa di campagna e di conseguenza un suono quasi gradevole, quanto meno ci potevi fare tranquillamente l’abitudine; oggi hanno una dimensione tipo quella di Hiroshima, che viene suonata solo il sei agosto: se avvenisse più spesso, gli abitanti, con un referendum, piuttosto opterebbero per un’altra bomba…
In più, è cambiato il modo di indicare l’ora: una volta funzionava che alle sette, per esempio,  batteva sette dong e li ripeteva dopo cinque minuti; alle sette e mezza un discreto dong, il classico “mes bot”, e basta.
Oggi? Alle sette batte di quei DONG che ti spaccano il cervello
e ti fanno tremare le otturazioni -e che rompano i coglioni non è il caso di sottolinearlo-. Dopo cinque minuti si ripete, perchè se qualcuno non avesse contato bene, che so, in un impianto siderurgico in Tasmania, si mette tranquillo.
Ed il bello viene adesso.
Alle sette e mezza sono sette DONG e un DING ripetuti dopo due minuti!
Ci pensate alle 12,30? O, peggio, alle 0,30? Gente, sono dodici DONG e un merdosissimo DING…!
Ormai ci vado raramente, ma quando sono in cortile e partono le bastarde divento peggio di Quasimodo: tiro di quelle madonne che faccio più casino io di loro. E non faccio che domandarmi quale alterazione genetica hanno sviluppato i Cuccaresi; una volta, chiacchierando del più e del meno, ho proposto di fare qualcosa per quelle campane: i miei interlocutori mi hanno guardato come se mi stesse spuntando un corno in mezzo alla fronte, quasi con scandalizzato stupore.
Forse impuntandomi, con tutta la cattiveria, qualcosa potrei ottenere; ma volete sapere la verità? Non ce la faccio.
Sapete chi ha rifatto il campanile e generato quel mostro?
Il defunto parroco.
Il mio migliore amico di sempre, praticamente mio padre.
Il “Prevosto”.

Non l’ho mai chiamato in altro modo: ho cominciato a tre anni e smesso a trentanove, quando è andato a verificare chi aveva ragione tra me e lui.
Io tre anni ce li avevo un po’ di tempo fa ed allora, specie in un paese di campagna, il parroco era ancora “il Prevosto”; quando per strada incrociava qualcuno, scattava automatico il saluto:
“Sur Prevòst…”, persino con un accenno di scappellamento da parte degli uomini. A tre anni “Prevosto” era sufficiente e, un giorno dopo l’altro, ho passato la vita chiamandolo così.
Vivevo in un film di Don Camillo, anche perchè il Prevosto non “era come”, il Prevosto era Don Camillo.
Un po’ burbero -con gli altri-, era veramente il pastore del suo gregge: sapeva farsi ascoltare, con le buone o le cattive, ma avrebbe lottato contro i lupi per aiutare le sue pecorelle.
Passavo intere giornate con lui e talvolta dormivo in canonica, accudito da sua madre, l’unica perpetua che si sia mai permesso.

Ogni mia caratteristica positiva, quel poco di buono che ho, lo devo a lui, per i difetti mi sono aggiustato da solo.
Mi ha insegnato tutto.
A tre anni e mezzo leggevo -rigorosamente Topolino o Cocco Bill, a quattro andavo in bici, poi il motorino; a dodici anni la macchina, ovviamente con lui al fianco, sugli sterrati come i suonati di Hazzard.
Mi ha insegnato a pescare.
Lasciava in uso la vecchia stalla parrocchiale ad un Cuccarese trapiantato a Milano che possedeva due cavalli e l’unica forma di affitto che percepiva era che io e lui potessimo farci un giro quando volevamo; avete presente cosa sia, a dieci anni, l’età di Bart Simpson, andare a pescare a cavallo, con le canne a spalla come un Winchester? Non ve lo spiego: Louis Armstrong diceva:”Se uno deve chiedere cos’è il jazz, non lo capirà mai”.
Un giorno -avevo dieci o undici anni- con fare carbonaro mi raccontò che una notte, anni prima, un tale mai visto bussò alla porta della canonica, gli lasciò una pistola e una cassa -non una scatola- una cassa di munizioni dicendo:”E’ meglio che custodisca lei questa roba, Reverendo”. E se ne andò.
Già così la storia mi aveva fatto sgranare gli occhi; dovevate vedermi quando ha tirato fuori la pistola e la cassa di munizioni: come appoggiarsi allo schermo di un cinema ed essere risucchiati dal film.
Oggi so che era una Beretta 34 cal. 9 corto, allora era una cosa che mi faceva girare la testa; andavamo a sparare in una specie di cava di argilla, ‘tanto sia i contadini che il guardiacaccia non ci facevano caso, ed in un’estate abbiamo finito la cassa di munizioni.

Potrei scrivere per giorni e non riuscire a raccontarvi un centesimo di ciò che ho fatto con il Prevosto o un millesimo di ciò che mi ha dato. Vi racconto l’ultima perchè descrive quella persona meglio di qualsiasi ritratto.
Era la notte del 21 luglio 1969. Dormivamo tutti, quando sentiamo un matto che bussa alla porta; cioè, io dormivo il sonno del giusto e non ho sentito niente fino a quando qualcuno mi ha sollevato di peso: a nove anni, quando dormi, dormi davvero; ricordo solo qualcuno che mi portava in spalla lungo la stradina di trenta metri che divide casa mia dalla canonica e mia zia che urlava “Lei è matto!” e la voce del Prevosto che mi diceva:”Tra poco un uomo camminerà sulla Luna e tu non puoi non vederlo.”
Ecco chi era il Prevosto.

Lui e le sue campane che non mi lasciano vivere.
Me le metterei in camera da letto, le campane, pur di passare ancora un giorno con lui.
Avrei ancora tanto da dire su quella persona ma, a parte il magone, comincio a sentirmi cosparso di melassa e ricoperto di meringhe.
E tutta sta dolcezza non si addice a quello stronzo incazzoso del Dottordivago.

Dottordivago.

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