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Archive for febbraio 2015

La Casa 3

D’altronde si sa: una casa va studiata bene e ben realizzata, poi la si demolisce e si fa quella giusta.
Solo che io sono abbastanza del mestiere e pensavo di avere vita più facile, invece qualche cagata l’ho fatta pure io. Certo, ho il vantaggio di far lavorare  persone fidate, tutta gente con cui collaboro normalmente e che so non essere degli incapaci. Però c’è un rischio: fidandomi delle persone, non sono stato loro addosso come avrei fatto con uno sconosciuto e qualche minchiata c’è scappata.

Poi c’ho messo del mio: ho scoperto di essere un arredatore del cazzo, anzi, no, sono il fratello scemo di un arredatore del cazzo.
Io sono un ottimizzatore.

«Vuoi tu, in questi 40 mq, far atterrare un 747 e ricavare un’area VIP?»
«Lo voglio»

E io ti sbrigo la pratica.
Non ci ho mai giocato ma credo che a Tetris sarei il campione del mondo.
Purtroppo so solo far quadrare al cm i mobili con le stanze, invento anche qualche soluzione niente male ma deve essere un qualcosa che nasce da una necessità. So solo risolvere problemi, non so creare.
C’è gente che con una sedia sfondata, un attaccapanni e un foulard, piuttosto che un cerchione di bicicletta, riesce a creare zone, spazi, scorci di una bellezza da strappare i sentimenti.
Mi scappa di divagare.

E non parliamo dei colori.
Conscio della mia incapacità di abbinarli, ho vissuto 22 anni in una casa con i muri bianchi, anni in cui i miei amici si sbizzarrivano nelle loro case con degli accostamenti albicocca-vinaccia che gli invidiavo come una fidanzata di vent’anni, ripromettendomi di fare altrettanto a casa mia.
Poi, di fronte a Ciuseppe (sarebbe Giuseppe ma lui proprio non riusciva a dirlo) l’imbianchino, mi mancava il coraggio e sentenziavo “bianco”, anche perchè ero conscio di un tremendo rischio: quello di mettersi a discutere con Ciuseppe.
Ciuseppe era siciliano e faceva il bidello “for bread and butter”, come dicono gli Inglesi, per campare con la famiglia, insomma; per tutto il resto, o c’è Master Card o c’è un bel secondo lavoro.
Era un bravissimo imbianchino, preciso all’esasperazione: tutte le volte dovevo litigare perchè avrebbe voluto togliere i chiodi che reggevano i quadri per non sporcarli e rimetterli a lavoro finito.
«Giuseppe… ma sei scemo?»
«No, Callo –mai riuscito a infilare una “erre” nel mio nome- iè che il chiodo d’oro (ottone…) iè bbello lucido…»
«Iè bbello pure bianco, fidati, e ricordati che per ogni chiodo che togli, ti tolgo un dente, ok?»
Quella era l’unica discussione che mi concedevo, poi scappavo.
Ciuseppe era un gran brav’uomo, educatissimo, persino eccessivo; ma era senza dubbio la persona dall’eloquio più lento del mondo: sotto quell’aspetto era INSOPPORTABILE.
Esempio: sul soffitto c’era una crepina impercettibile.
Per dire: «Quella crepina sul soffitto non mi piace, meglio stuccarla», il risultato era qualcosa del genere:
«Callo…-e mi guardava scuotendo la testa come se avesse letto un mio esame istologico- Callo… quella crepa…-espressione prolungata di disgusto– la vogliamo mica lasciare lì? –e per qualche secondo manteneva un’espressione inorridita- Lì si deve catteggiare –la “erre” di carteggiare faceva la stessa fine di quella di Callo- e dacci (darci) una rasatina –con una insistente espressione di “so ben io come fare”…- poi ci passo ancora la 200…» La cosa poteva continuare ancora per dieci minuti buoni di vera pantomima, i tempi e la durata delle fasi mute ma recitate con lo sguardo erano quelle da teatro Kabuki, interminabili, quindi io non mi ci mettevo proprio: «Giuseppe, tu in questa casa ci devi stare due giorni, non un minuto di più, vedi tu…»

Ogni tanto lo mandavo da qualche mio cliente che mi chiedeva se avevo sotto mano un bravo imbianchino, ovviamente spiegando loro il grosso problema di comunicazione, oltre alla Regola Ferrea.
La “Regola Ferrea” consisteva nel non domandare mai il cognome a Ciuseppe.
«Ha fatto un ottimo lavoro, signor Giuseppe, mi segno il suo numero per la prossima volta. Dunque… Giuseppe…?»
«Ciuseppe…»
«Sì, Giuseppe… come? Se mi dice il cognome…»
«Ciuseppe… l’imbianchino»
E non c’era verso, alzava un muro di gomma e non lo diceva a nessuno.
Io l’ho scoperto quando suo figlio diciottenne si è fatto “l’impresa” e mi ha dato qualche biglietto da visita.
E lì il terribile segreto di Ciuseppe è venuto a galla: si chiamava Figuccia.
C’è di peggio, no? Ma Ciuseppe non se ne faceva una ragione, anzi, sragionava proprio, sennò per quale motivo avrebbe mai chiamato la figlia “Rosa”?…

Ciuseppe se n’è andato prematuramente, fresco pensionato, a neppure sessant’anni. L’ho saputo tempo dopo, quindi non sono andato al funerale e non so dove sia sepolto, mi auguro solo che la famiglia, sulla lapide, abbia avuto la delicatezza di mettere solo “Giuseppe”.
Non abbiamo bisogno di un altro fottuto zombie, in giro…

Tornando alle mie incapacità nel settore arredamento, abbiamo un altro problema: Bimbi si fida un po’ troppo di me, si limita ad intervenire rarissimamente e su questioni marginali, così mi manca il contraddittorio e se studio una cagata, me la ritrovo.

Ma lei non se ne cura, Bimbi sì, che va bene, chi sta meglio di lei?
Da vent’anni voleva andare ad abitare in quel posto e ne è felicissima, infatti non mi sta neppure tanto addosso con i lavori da finire. 
A me, invece, il posto non mi fa impazzire ma volevo assolutamente scappare da Alessandria, diventata la più fetente, puzzolente e maltenuta città del nord Italia, per il secondo anno consecutivo capitale italiana del PM10.
Quindi, via dalla mia città, abbandonare la nave. 
Però a me sarebbe piaciuto stare in un paesello con un negozio e un bar, dove farsi amici quattro villici, non in un dormitorio in cui vedi qualcuno solo nei tre mesi di apertura della piscina e in cui, nei rimanenti nove, se vuoi vedere un’anima viva, devi andare a suonare dei campanelli, come quelli della Folletto.

Comunque questa storia ha avuto anche un risvolto positivo: mi ha riavvicinato alla realtà e all’innegabile follia o stupidità di questi tempi.
Non avendo figli, non conosco mode, personaggi e miti dell’epoca ma mi consolo ignorando preoccupazioni e incazzature.
Allo stesso modo, non cambiando arredamento per 22 anni, ignoravo completamente le nuove “tendenze-casa”, che tanto peso hanno nel Made in Italy, cosa che mi fa pensare che appena lo scemo del villaggio dice che “il Re è nudo” e che si tratta solo di immani cagate, il nostro fiore all’occhiello lo potremo mettere sulla tomba di una pretesa creatività e innovazione che al 99% è stupidità in 3D e a qualche designer o mobiliere hi tech toccherà trovarsi un lavoro vero.
Continua

Dottordivago

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