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Archive for ottobre 2010

Ok, per il pane siamo a posto, l’ho trovato, anche se continuo a domandarmi come sia possibile che una dozzina di persone non capissero cosa stessi cercando: io dicevo pan e mi guardavano come se avessi detto “ciclosincrotrone”, per poi scoprire che si dice pão, che pronunciato suona come paun, con la u impercettibile, quindi quasi indistinguibile dal mio pan.
Io credo che uno straniero in Italia, alla ricerca di una panetteria, se fermasse uno e domandasse pano e mimasse il gesto di mordere un panino, pure se trovasse lo scemo del villaggio riceverebbe l’indicazione, giusto preceduta da un “Eh? Ah sì… pane…”

Mi scappa di divagare.
Una situazione analoga, anzi, forse peggiore, l’ho vissuta in Francia, in Bretagna, per la precisione, anche se lì ho trovato un super-babbeo anzichè decine di babbei comuni.
Lascio Bimbi in spiaggia e faccio due passi; mi avvicino –non troppo, sono del mestiere…- ad un tipo che sta pescando il quale, poco dopo, attacca bottone. A me, se togliete l’italiano e l’inglese, posso fare scena muta in tutte le lingue del mondo, anche se alla fine mi faccio capire; faccio eccezione per lo spagnolo, a cui basta aggiungere la esse finale, e per 20 (venti, come sugli assegni) parole in francese, con le quali riesco a sostenere conversazioni di una certa complessità, facendo girare sempre quelle venti parole, un po’ come fa un computer con il suo codice binario.

Mi scappa di divagare nel corso di una divagata: è grave? 
C’è chi sapeva fare di meglio: Benito, l’ex bagnino e custode della piscina comunale di Alessandria.
Una discreta carriera pugilistica non ne aveva minato il fisico ma aveva lasciato qualche traccia sul lessico; chi si comportava male in piscina, se alessandrino o limitrofo, veniva richiamato con uno stentoreo “ATLETA!…”, mentre si passava a “ORIUNDO!…” se il soggetto aveva tracce di sangue meridionale.
Aggiungendo e combinando abilmente “Via dicendo…” alle due parole precedenti, riusciva ad esporre concetti di senso compiuto.
Grande Benito.

Torniamo al francese.
Imbastisco due frasi Benito’s way, intanto l’uomo recupera, controlla la lenza e rilancia; io faccio in tempo a notare che, considerando che sta mirando ai mega-cefali di quella baia, sta usando un amo sproporzionato; il cefalo è bastardo, richiede lenze sofisticate ed impalpabili, anche quando si tratta di un bestione, soprattutto se si tratta di un bestione: se è campato abbastanza a lungo da diventare un bestione, significa che quel cefalo specifico non è un coglione.
Mi accingo a spiegargli, secondo il mio umile parere di mentore di centinaia di pescatori, che dovrebbe montare un amo più piccolo di quel gancio che sta usando ed un filo un po’ più fine di quello per stendere il bucato.
Quella del filo la capisce in un attimo, per l’amo è un problema: non mi ricordo come si dice amo in francese, lo so benissimo, solo che non mi viene…
Provo con l’inglese hook: niente; piazzo l’indice ad uncino e me lo pianto in bocca: macchè.
Oh Signùr… peggio del pane in Brasile…
Riconosco che questa situazione ha dell’incredibile: stiamo parlando di pesca, non di filologia romanza, e questo… niente, non c’è verso di fargli capire di che oggetto sto parlando, che è poi l’oggetto simbolo del nostro argomento.
Mi guardo intorno ma trattasi di pescatore minimalista: non ha neanche una cassetta per l’attrezzatura in cui recuperare un amo e mostrarglielo; non mi resta che aspettare il prossimo recupero e impadronirmi del suo unico amo.
Poi, finalmente, l’illuminazione, incredibilmente tardiva per un alessandrino: hameçon, che si scrive così ma si dice amusòn, esattamente come sulle rive del Tànaro.

Dice di apprezzare il consiglio, di pesca in mare non capisce nulla –ma và?…-, lui è un pescatore di trote; io, invece, sono assolutamente marittimo e gli spiego, sempre con i miei venti vocaboli, che non amo le trote, soprattutto quelle vere -non parlo dei polli d’allevamento che buttano nei nostri torrenti- perchè sono pesci fondamentalmente stupidi ma estremamente paurosi, per cui richiedono un avvicinamento circospetto, da cacciatore più che da pescatore: se ti scappa uno starnuto o un porcaputtana è tutto finito, per cento metri intorno a te c’è il deserto.
Ci risiamo: mi ricordo come si dice pescatore, pêcheur, solo che non mi ricordo “cacciatore”, così mimo il gesto di imbracciare il fucile e sparare; questo mi guarda tra l’inorridito e lo scandalizzato e mi risponde: “Je ne tire pas le poisson!”, non spara ai pesci, lui.

GRAZIE!… SCUSATE… COLPA MIA, SCUSATE, DEVO ANDARE… GRAZIE ANCORA… SCUSATE…

Mi allontano seguito dallo sguardo preoccupato del mio nuovo e perduto amico, con un tarlo nel cervello: “I casi sono due: o è il francese più stupido del mondo, o il più stupido in Francia, in questo momento, sono io”.
Sono a due passi dall’albergo e trovo Michel, il titolare, che parla un buon inglese; gli dico: “Adesso ti spiego una cosa in francese: tu dimmi se capisci”
Parto con quella dell’amo; appena il mio indice comincia a piegarsi, Michel mi precede: “hameçon”.
E uno.
Proseguo con quella del pescatore/cacciatore; prima che finisca la mia stentata spiegazione, Michel mi espone brillantemente il senso della mia pantomima.
È fatta, lo abbraccio e me ne vado, anche in questo caso seguito dal suo sguardo tra il divertito e il preoccupato.
Bene, adesso ci sono due francesi che mi credono pazzo ma il mio cuore è leggero: lo stupido era quell’altro.

Gente… alla faccia della divagata…
Mmm… mi sa che oggi in Brasile non riusciamo ad arrivarci.
Continua

Dottordivago

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Eravamo rimasti al mio primo giorno in Brasile; sveglia forzata alle 7, alle 7.30 la pensavo già così:

Cominciamo bene: sono appena arrivato e già mi sento come un vecchio colono che si crede un Dio tra i pagani…

Mi scappa di divagare.
Doverosa premessa: non vorrei essere considerato un etnocentrico o, peggio, un razzista di merda; però siamo proprio diversi, noi europei.
Dando uno sguardo al di fuori della vecchia Europa o del mondo che le somiglia, non ho nessun motivo particolare per amare o per odiare Cinesi, Giapponesi, Thailandesi o Coreani, forse la gente più diversa da noi sulla faccia della Terra ma a cui riconosco ingegno ed operosità: e con questo vi dimostro che non giudico la gente dai tratti somatici, regola prima del vero razzista.
Sarò mica un razzista più subdolo? Parliamone, sono curioso…

Discorso diverso per gli Indiani, anche se fisicamente sono più simili a noi dei lontani Orientali, altro discorso ancora per Africani e Sudamericani.

Gli Indiani non li conosco: come ho già detto, mi baso sui giudizi di chi li conosce bene, persone aldilà delle pulsioni metafisiche di chi va a cercare sè stesso sulle rive di un fiume composto da cadaveri, merda e un po’ d’acqua, magari assistiti spiritualmente da un merdone dipinto e puzzolente sadhu_2410
che si fa dei cannoni dal mattino alla sera.
Dice: “Per giudicare bisogna verificare le cose personalmente”
Ok, alzi la mano chi ha già visto un filamento di DNA o le orbite degli elettroni intorno al nucleo; ci siete già stati, da quelle parti? No-o?
Quindi se non avete mai buttato l’occhio in una cellula o in un atomo, significa che non credete nè alle leggi della genetica nè a quelle della fisica, dico bene?
O ci credete, perchè migliaia di scienziati vi dicono che è così?
Non fate i difficili, anche perchè, se credete in un Dio qualunque, potete credere a tutto il resto.
Io credo ai vari Tuttoqua, Niki, Nello, solo per citare gente che gira da queste parti; poi ho altri amici che hanno vissuto o vivono nel Subcontinente, partendo da un economista per arrivare a un paio di dirigenti di grandi aziende, uno nella chimica e l’altro nella meccanica: oh, se tutti quanti dicono di avere a che fare quasi esclusivamente con degli imbecilli, potrò crederci?

Proseguendo, devo riconoscere che nei miei trascorsi africani ho incontrato persone sveglie come furetti ma sul livello medio… meglio lasciar perdere: se vogliamo trovargli un pregio, diciamo che i neri, oltre che il ritmo nel sangue, hanno certi cazzi che noi ce li sogniamo. Punto.

Sudamericani: a parte il fatto che i Caraibici e quelli scuri in genere sono in assoluto la razza più caciarona del mondo, provate a farli lavorare e poi mi dite, anche se sospetto che millantino una stupidità superiore a quella reale: non capisco quindi non faccio.
Ecco, per correttezza devo dire che gli Argentini, pur essendo italiani al 70%, sono considerati i più stupidi del Sudamerica da tutti i loro vicini: sarà l’aria…

Chiudo la divagata, visto che siamo arrivati in Brasile.
Il livello medio-basso della popolazione, praticamente 150 milioni su circa 200, è sconfortante.
Forse è colpa mia, forse mi aspetto troppo da loro: se in Africa parlavo con uno che sfoggiava un osso nel naso –e se non lo sfoggiava era perchè se l’era tolto da poco- non mi stupivo se non afferrava certi concetti; se in Brasile parlo con uno o una che vive col cellulare in mano e che nella baracca o casetta in cui vive ha piazzato prima la parabola e poi, con comodo, il tetto, mi aspetto che abbia un certo contatto con la realtà; e se non proprio quella del 21° secolo, almeno quella del Novecento.

Niente, non c’è un cazzo da fare.

Cosa risponde il coro se intoni “Osteria numero zero…”?
Risponde “Paraponzi-ponzi-pà”, lo sanno tutti.
Cosa risponde un Brasiliano seduto su una stufa accesa se gli chiedi dove scaldarti le mani?
”Não sei”, non lo sa.
Ah no, aspetta, c’è un’eccezione: qualcuno, nel Nordest,  potrebbe anche rispondere ”Não sabe”, in modo spagnoleggiante.

Vi faccio un esempio stupido ma è il primo che mi viene in mente: Meri ha una trentina d’anni e fa le pulizie a casa di mia suocera; sarebbe corretto dire che passa sul pulito che le fa trovare mia suocera, donna in grado di trasformare una porcilaia in una sala operatoria nel giro di dieci minuti.
Meri è una privilegiata: lavora un quinto delle altre ragazze e guadagna anche qualcosina di più, visto che mia suocera l’ha presa in simpatia e la vera ragione per cui si avvale del suo aiuto è più che altro umanitaria.
Meri vive a Barra di Sant’Antonio, a due km da casa di mia suocera, a due km nella direzione opposta c’è Paripueira: distanza totale tra Barra e Paripueira = 4 km.
Un giorno, chiacchierando, le domando se è più grande Barra o Paripueira; dovevo ancora finire la domanda che già mi ero reso conto di aver chiesto una belinata: Barra è una fila di casette e baracche, farà 500 abitanti, mentre Paripueira è un centro importante, per quella zona, e di abitanti ne farà 30.000.
Non ho fatto in tempo a dire “Và che scemo che sono…” che Meri mi ha preceduto: “Não sabe…”

Oh porca troia… La dolce Meri vede tutti i giorni il suo paesello e quasi tutti i giorni va a Paripueira; nonostante ciò…  “Não sabe…”
”Cristo, Meri, questo è un dito, questa è una gamba: qual’è la più grossa?!”
“Não sabe…”, però, almeno, l’ha detto ridacchiando…

Torniamo al mio primo giorno: visto che alle settemmezza ho già colonizzato mezzo Brasile, mi merito la colazione; poi, affascinato dall’idea di una corsetta di due km in riva al mare fino a Paripueira, mi offro per andare a comperare il pane.
Non so dire una parola in portoghese ma ho fatto un giro e mezzo del mondo e, dove non arrivavo con l’inglese, risolvevo con la mia forte componente terrona: gesti, sbracciamenti e pantomime.
A metà strada mi sorge un dubbio: “Come cazzo si dirà pane? E panetteria? E poi, già che c’ero, potevo pure farmi spiegare più o meno dov’è, ‘sta cazzo di panetteria… Bah, se i Vikinghi hanno trovato l’America mille anni fa, io troverò una panetteria, no?”

Non è detto: in primis, in quella zona quasi non conoscevano il pane; i brasiliani prediligono il riso e solo in questi ultimi anni di colonizzazione italiana dell’Alagoas l’hanno scoperto in massa; secondo, proprio per un fatto di domanda ed offerta, non c’è una panetteria in ogni via, come in Italia; poi, in fatto di informazioni, bisogna tener conto della naturale prontezza dei brasiliani, almeno quelli di lì.
Arrivo in paese e fermo il primo che trovo: “Desculpe… (oggi so che è desculpe-me ma fin lì mi capisce e non va in crisi…) …ehm… pane… eh? Comprende? Pane… pan…”
Una statua.
Va beh, per quello che costa…”Do you speak english?”
Non muove un muscolo.
”Pan…” e mentre lo dico congiungo le mani come se fossero un panino e fingo di morderci dentro… “Pan… comprende?”
SCOGLIO
Niente: lo scoglio di Castellammare di Stabbia.

Va beh, ringrazio e me ne vado.
Lo faccio altre dieci volte: mimo persino il gesto di tagliare il famoso pane e di farcirlo con qualcosa, prima di ricoprire con un’altra fetta e di morderci dentro.
Niente.
Un po’ per realismo, un po’ per il nervoso, ho le mani mezze mangiate davvero; d’altronde, cosa posso ancora fare?
Fingermi un francese con la baguette sotto l’ascella?
Interpretare il pastore che abbraccia il miccone e lo taglia con quel bel gesto antico?
Improvvisarmi novello Cristo e spezzare un immaginario azzimo?
No, ne fermo un altro il quale, dopo aver sentito pronunciare pan in tutti i modi possibili -che a voler essere sinceri non sono poi moltissimi…- ha come un cenno di vita, mi guarda e con un suono nasale mi fa: ”Pão?”
“Sì, Dio ti benedica, sì, pão… quello che si mangia…” e lui sorride facendo cenno di sì, mima un morso pure lui, sulle mie mani, svariate volte: quasi quasi chiede ai passanti se vogliono favorire…

Mi indica la padaria, cento metri avanti.
Non so se abbracciarlo o se dirgli “Banda di deficienti del cazzo… Ho detto un milione di volte pan fino al punto di domandarmi se in brasiliano “pane” si dice in modo completamente diverso, tipo titirolasferonosfenoide… Pan? Não sabe… Pan? Não sabe…”

E poi si dice pão, che pronunciato è quasi indistinguibile dal mio pan, vadavialculo a tre quarti del Brasile…

Continua

Dottordivago

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“In mezzo a una strada”, nella lingua di Dante.

Mi mancano un po’ i racconti di vita in India del me amìs Paulìn, in arte Tuttoqua, racconti pressochè momotematici -ma tutt’altro che monotoni- in cui ci mostrava la realtà di un paese ampiamente sopravvalutatato.
Mentre la maggior parte di coloro che si recano per turismo nel paese delle 400.000 divinità ne parla quasi sempre con entusiasmo, tutti, dico tutti quelli che conosco che ci hanno lavorato -anche se bisognerebbe dire “hanno provato a lavorarci”- ne parlano nei termini con cui racconterebbero di una propria ragade anale e ne serbano un ricordo di analoga dolcezza e nostalgia.
A proposito di India, mi viene in mente una minchiata del mio amico Sandro che mi ha fatto veramente ridere.
In India arriva una nave carica di aiuti umanitari; gli scaricatori aprono un container e scoprono che è pieno di Simmenthal.

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Si guardano scoglionatissimi ed uno domanda all’altro: “E adesso, cosa cazzo ci facciamo, con tutti ‘sti santini?”
risate  
Ma poi, perchè l’India è definita “subcontinente”?
Una volta, in un mio commento sul blog di Paulìn o di qualche altro indoespatriato/esasperato, ho ventilato l’ipotesi che si tratti di un continente di sub-normali, riscuotendo un lusinghiero successo tra tutti i lettori che vivevano in quel paese lontano; ma la curiosità mi è rimasta, così sentiamo cosa dice Wikipedia:

Un subcontinente (o sottocontinente) è una larga parte di un continente. Non c’è accordo su cosa costituisce un sottocontinente; generalmente, un sottocontinente è separato dal resto del continente da qualcosa come una catena montuosa o da placche tettoniche.

Quindi, visto che -più o meno, eh?, passatemi la licenza geografica…- l’Italia sta all’Europa come l’India sta all’Asia e che abbiamo le Alpi che ci dividono dal resto, siamo un subcontinentino pure noi?
Effettivamente, guardando la tv o solo guardandosi attorno, ringraziando la Madonna a sub-normali siamo messi bene pure noi.
Ma la domanda più intrigante è: cosa cazzo c’entra tutto ciò con quello che volevo scrivere?
Niente, come sempre.

Oddio, proprio niente no; sono partito per parlare del Brasile, come si evince dal titolo, paese che le sue belle analogie con il subcontinente indiano ce l’ha: sono entrambe considerate potenze emergenti, le nuove tigri della globalizzazione.
Vi dico subito come la pensa quel vecchio etnocentrico incazzoso del Dottordivago: riguardo al fatto che ‘sti due paesoni ci mangino in testa, dormite tranquilli.
Sono in mezzo a una strada, ve lo dico io.
E devono mangiarne ancora di feijoada in Brasile o di pipistrelli trifolati in India, prima di arrivare dove siamo noi, pur con tutti i nostri problemi e difetti.

Ho fatto un giro e mezzo del mondo ma l’India non mi ha mai attirato, anzi, il fatto che sia un paese intriso di sporcizia, puzza e religione mi disturba non poco. Quindi ne so poco ma mi fido delle esperienze degli amici.
Conosco molto meglio il Brasile, anche se negli anni in cui ero sempre in giro come l’Ebreo Errante non ci ho mai messo piede: non provo una vera e propria ripugnanza come per l’India ma non me n’è mai fregato un cazzo lo stesso.
Poi, nel 2001 mia suocera, valdostana di origine veneta e, nonostante ciò, freddolosa in modo quasi comico, ha deciso di comperare una casa in cui passare i tre mesi più freddi dell’anno.
A Bordighera? No, eccheccazzo: invece del cappotto ci vuole comunque il soprabito, è un posto ancora troppo freddo.
Nel Caribe o in Oriente, posti caldissimi che adoro?
No, in Brasile.
Nello stato di Alagoas, per la precisione, un po’ la Calabria del Brasile, parlando di sviluppo e infrastrutture.
Così, da allora, le mie vacanze invernali hanno preso quella direzione: per carità, nella vita può pure capitare di peggio…
Abbiamo marinato o pais tropical solo nel 2006, giusto per passare una vacanza in Messico sotto la pioggia, credo a causa di una macumba dell’offesissima suocera, così ce ne siamo fatti una ragione.

Il posto è bello, niente da dire; sessanta villette in riva al mare, tutto cintato e sorvegliato, anche se lì non sarebbe necessario: diciamo che serve a tenere fuori gli ubriachi che ti piscerebbero sotto al porticato o i barboni che, al massimo, potrebbero ciularti le ciabatte.
Si sta bene, il clima è caldo ma ventilato, la spiaggia è riparata dal recife, una barriera rocciosa semisommersa che frena l’impeto dell’oceano e le aragoste, anche se non buone come quelle che vivono in acque più fredde, costano sei o sette euro al chilo: come campo base per conoscere il Brasile può andare.

Soprattutto se inizia così.
Il mio primo giorno no pais topical, alcuni anni fa, ovviamente mi sveglio alle cinque, vaffanculo al fuso orario, e il sole tira già certi schiaffi che chissà più tardi…
Mi impegno al massimo per fare ancora un pisolino e quasi ci sto riuscendo, quando la casa inizia a vibrare: sono le sette. Scendo in soggiorno e vedo un pazzo con un trapano enorme che, con una punta da 30 mm (per chi fosse poco pratico, il manico di una scopa è 20 mm…) sta sventrando il muro mentre mia suocera segue l’operazione con aria poco convinta.
”OH! CHE CAZZO SUCCEDE’?!”
Lo psicopatico si blocca e mia suocera dice: “Scusa, Carluccio… (è la madre di mia moglie, quando mi chiama così… posso mica ammazzarla, no?) Cicero mette a posto la mensola…”
Veramente Cicero ha appena fatto un buco grosso come un pugno in un angolo del soggiorno e sta per farne un altro a mezzo metro di distanza, sulla parete perpendicolare: non ci siamo, la frase “mettere a posto la mensola”, per me ha un altro significato.
Allora, mia suocera ha fatto mettere una mensolina ad angolo per appoggiare il decoder di Sky, proprio sopra il televisore; naturalmente ha subito iniziato a pendere, così ha chiamato la manutenzione che ha mandato un signore in camicia bianca, con occhiali dalla montatura dorata e l’agenda sotto al braccio: il tecnico. Poi c’è l’uomo dal trapano enorme, Cicero, lo psicopatico manutentore globale.
Per sostenere una mensola grossa come una rivista, che deve reggere mezzo chilo di decoder, il progetto prevede di fare due buchi come le cannonate sui muri di Sarajevo e di infilarci dentro un tondino corrugato da armatura da 30 millimetri, quelli che si usano nelle gettate delle dighe, per capirci, su cui si appoggerebbe la mensola.
A parte il fatto che sarebbe sufficiente il bastoncino dello zucchero filato, Cicero ha forato troppo in basso, così vuole allargare i buchi per salire fino al livello della mensola e murare la putrella, tutto questo sotto lo sguardo compiaciuto del distinto tecnico.
Ditemi voi come posso tenermi: ”Dammi la mensola…”
Ah, ecco: chi l’ha montata la prima volta ha fissato due listelli che si incontrano nell’angolo, poco più grossi di una matita, su cui la mensola si incastra perfettamente ma, avendo ormai dato fondo a tutte le sue energie intellettuali, ha fermato ogni listello con un unico chiodino centrale, invece di metterne due, così il chiodo si trasforma in perno e la mensolina pende.
Indico la testa del chiodino: “Vai a prenderne due uguali”.
Essendo sempre a contatto con italiani, Cicero capisce e torna con una scatoletta di varie cose arrugginite, tra cui qualche chiodino. “Ok, dammi il martello”
Non capisce. Mimo il gesto e mi guarda con la faccia di “…sì, va beh, se devo portare tutto io… allora ditelo…”
Torna col martello: una mazzetta da un chilo, quella per i lavori fini…
Attento a non spappolarmi un dito col Martello di Thor, pianto i due chiodini, verifico che i listelli siano -ora sì- saldi come una roccia, incastro la mensola e mi godo lo stupore dei due cazzoni: non sono neppure offesi o imbarazzati, sono semplicemente stupefatti ed increduli.
Cicero va a prendere un secchio di scagliola per tappare il buco e mezzo che aveva già fatto e, rimasto senza appoggio, solo in quel momento il tecnico comprende di non aver fatto la più bella figura della sua vita e si defila.

Buongiorno Brasile.
Cominciamo bene: sono appena arrivato e già mi sento come un vecchio colono che si crede un Dio tra i pagani…
Continua.

Dottordivago

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Nota dell’autore:
in questa categoria esprimo brevi pensieri in libertà, una specie di limitato firmamento di poche stelle opache.
Più realisticamente, trattandosi di pensieri miei, li considero pensieri/pennellata, come virgole di merda sulle piastrelle dei cessi della stazione.

pedofilia

Dai 3 ai 10 euro?
Effetti della recessione: di questo passo, dopo la partita di calcetto serale, pizza per i benestanti e ciulatina per il proletariato.

Dottordivago

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Sono atipico. 
Lo sono in parte come persona, anche se i miei detrattori mi dicono di peggio che “atipico” ma, soprattutto, sono atipico come artigiano: non vorrei tirarmela ma, come mi fanno notare spesso i miei clienti, il livello culturale della categoria non è esattamente quello dell’Accademia dei Lincei mentre il sottoscritto riesce ad infilare un congiuntivo seguito da un condizionale, attaccandoci, magari, una citazione.
Ok, il mio dotto concittadino Umberto Eco ne sa qualcuna di più ma, a livello di cantiere, sono testa di serie.

A proposito, mi scappa una breve divagata: quando con alcuni amici dividevo una casa a Pavia, come ho già raccontato in un vecchio post, avevamo preso una brutta abitudine; veramente ne avevamo prese parecchie ma una, in particolare, poteva crearmi qualche problema in società: ci eravamo messi a parlare come una banda di bifolchi.
Se uno se ne usciva con “Cazzo, se avessi saputo che…”, veniva subito ripreso di brutto dagli altri: ”Se…?”
”Ah, sì, scusate: se avrei saputo che ecc. ecc.”

Io ero quello più a rischio perchè i tre deficienti frequentavano poco l’università ma molto gli universitari e ancora di più le universitarie; per quanto basso fosse l’effetto formativo della scuola, il loro giro era sicuramente più colto del mio ambiente; così, mentre loro dicevano cazzate di livello universitario, io mi ritrovavo a spiegare cose ad un muratore piuttosto che a un facchino, per cui non mi disintossicavo mai da un certo modo di esprimersi, a differenza dei miei dotti roommates.
Una volta, parlando con un architetto, mi stava per partire un se potrei; per fortuna, tre anni di inflessibile professoressa Annamaria Cremonini e cinque di temibilissima professoressa Italia Scherillo mi hanno forgiato: con gli incisivi ho acchiappato per la coda la bestialità che stavo pronunciando.
Salvo, quindi, ma il problema di fondo si è rivelato in tutta la sua drammaticità: io avevo pensato se potrei.
Quella sera, arrivato a casa, ho preso i tre cretini e gli ho detto che potevano continuare a scorreggiare a tavola, purchè accompagnando il gesto con un eloquio, se non forbito, almeno corretto: se non si fossero comportati bene, in quanto cuoco della casa, avrei sputato regolarmente nei manicaretti e, in quanto testa di cazzo, avrei cagato sui loro cuscini.

Andiamo avanti. Sono un autonomo atipico soprattutto sotto un altro aspetto: non mi sono mai lamentato per i soldi, non ho mai fatto il piangina, insomma.
Questo fino a poco tempo fa: ho sempre sostenuto che, se i miei clienti mi pagano regolarmente e puntualmente, forse è per il fatto che quando i miei ragazzi finiscono i lavori, gli stessi clienti sono soddisfatti, altra situazione atipica nell’ambito dei lavori eseguiti da artigiani vari.
Quindi, mai avuto problemi ad incassare il grano.
Poi è arrivato quel merdone di Tremonti e la sua manovrina estiva; avrei voluto scrivere manovina, come pronuncia il ministro, però poteva sembrare che mi fossi mangiato una lettera, pevciò, pev vecupevave, scvivo tutto il post in Tvemontese.
Ma no và, mi sono già scassato la minchia.

Dicevamo della manovrina: dal primo luglio, per i lavori che prevedono la detrazione fiscale del 55%, tipo le finestre che produco, su ogni pagamento, che deve essere effettuato obbligatoriamente con bonifico, la banca ha l’ordine di trattenere il 10% dell’imponibile, a titolo di ritenuta d’acconto, cioè un anticipo sulle mie tasse.
Ora, se questa trattenuta colpisse un panettiere che compera la farina a 30 centesimi e vende il pane a 4€, l’effetto sarebbe quello di togliere una goccia al mare o, più prosaicamente, per il panettiere sarebbe l’equivalente di un ricco e succulento pompino; ok, lui si sveglia all’una di notte ma, nel mio caso, il 10% rappresenta spesso il margine di guadagno. E le cose si complicano.

Vi faccio un esempio. Ho appena chiuso i conti relativi ad un lavoro concluso, un lavoro, per altro, dove ho “morsicato” bene, meglio del solito: spese globali 8.500€, vendita 10.000€. Niente male, per un impegno personale di una giornata, considerando l’esecuzione misure, il foglio di lavorazione, i conti, l’aver accompagnato i ragazzi sul posto la mattina e la marchetta serale in cui “verifico che tutto sia a posto”.
Va beh, l’anno prossimo mi toccherà anche pagare le tasse su quei 1.500€ di utile ma, tutto sommato, non ci sarebbe da lamentarsi.

Invece… tel chi ‘l piangina.
Allora, su 8.500€ io ho pagato il 20% di IVA, cioè 1.700€, il che porta l’esborso a 10.200€, regolarmente tossiti dal sottoscritto a fornitori e collaboratori. 
Il cliente ha diritto all’IVA agevolata del 10%, quindi a 10.000€ di imponibile corrispondono 1.000€ di IVA, il che mi farebbe incassare 11.000€.
Ma dico farebbe e volete sapere perchè?
Perchè nel nostro paese, come dicono da sempre i piangina, chi lavora onestamente, con fattura e tutto il resto, è destinato ad una brutta fine o, come dico sempre io per altre situazioni, è come uno con tre buchi del culo che vive nel Paese dei Cazzi: o di qua o di là, uno va a punto.

Dei 10.000€ di imponibile, la banca trattiene il 10%, quindi io incasso 9.000 + 1000 di IVA = 10.000€
Vi ricordate quanto ho speso? Esatto: 10.200€
Ed io, invece di marcare un bel +1.500 sul conto, mi ritrovo con un 200.
Mi permetto di evidenziare la situazione: ho acquisito un lavoro, l’ho eseguito, il cliente soddisfatto mi ha pagato regolarmente ed io mi trovo con 200€ in meno.

Certo, i miei soldi non sono spariti: ho la soddisfazione di essere uno che “ha credito”, infatti li ha ‘sto governo di merda che si è preso in anticipo il triplo del dovuto.
Il credito IVA è una minchiata a cui sono ormai abituato: quest’anno, ora di pagare le tasse, non ho cacciato una lira, visto che il credito IVA dell’anno precedente è andato “in compensazione”, cioè ‘sti fantasmagorici figli di puttana dicono:

“Va beh, visto che per un anno hai versato più IVA di quanta ne hai incassata –grazie ad un’agevolazione che lo stato fa al cliente finale, con me nella graziosa veste di sponsor…- te la diamo buona per pagare le tasse, anche se ci eravamo già affezionati a quei soldi e, si sa, cosa regalata mai più ridata ma noi siamo superiori a certe cose…”

Per carità, sempre meglio di qualche anno fa, quando il credito IVA ti ritornava dopo 5/6 anni, solo che adesso c’è la famosa ritenuta d’acconto; consideriamo i famosi 1.500€ di guadagno congelati: siccome il prelievo fiscale è praticamente del 50%, l’anno prossimo, tra tasse, INPS, INAIL e tutte le altre troiate, ne avrei pagati circa la metà.
Con questo sistema, mi hanno zanzato il 100% in anticipo di un anno.
E funzionerà così fino al 31 dicembre, quando questi incentivi di merda finiranno.

Ripeto, è bello essere uno che “ha credito” ma a me, che cazzo me ne fotte di avere le tasse pagate per i prossimi tre anni?
Saremo una coppia eccentrica ma io e Bimbi, la mia rispettabile signora, mangiamo tre volte al giorno e avere tutto ‘sto credito rappresenta solo un argomento in più mentre saremo in coda alla mensa della Caritas.
Farò il possibile per evitare che succeda -odio la pasta scotta…- ma questo significa ricorrere al fieno in cascina proprio nel momento in cui dovresti mettercelo, visto che con questi incentivi di merda sto lavorando come un pazzo.

Precedo i commenti del tipo “ti lamenti tu che il lavoro ce l’hai…” oppure “…e io, che sono precario?”
Premesso che nessuno mi regala niente e che ciò che faccio io è alla portata di tutti, visto che aprire un’attività è semplicissimo, basta essere capaci –e avere voglia…- di fare qualcosa, dal pulire scale condominiali al portare a spasso i cani o i bisnonni degli altri, vi sembra un sistema che può funzionare?
Lavori, incassi e ci rimetti: non ci siamo, va contro la più elementare regola del commercio, quella che prevede di guadagnare più di quanto spendi, infatti ho chiuso l’acquisizione di lavori che prevedano la detrazione del 55%: se proprio devo mangiarmi dei soldi, meglio farlo con le puttane, purchè roba di classe.

Mi conviene fare così, visto e considerato che devo sottostare alla regola precedente, quella che prevede di incassare più di quanto spendo; possono derogare a questa regola soltanto la grande distribuzione che se li ripiglia da un’altra parte –avete presente, a Natale, un kg di panettone a 1€ e un kg di pane a 4€?- e il nostro amato Mezzogiorno: purtroppo io sono un piccolo imprenditore del Nord che, a differenza di tanti suoi colleghi, non ha neanche la soddisfazione di votare Lega, visto che mi fanno schifo tanto quanto Mastella.

Ve l’ho detto che sono atipico…

Dottordivago

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Dubbi

Ci sono teoremi ed assiomi: i primi si devono dimostrare, i secondi no.
Dire che il sole sorge la mattina e tramonta la sera, salvo ai poli in estate, è un assioma; dire, che ne so, che Santoro è un grande giornalista, è da dimostrare.

Poi ci sono i postulati:

un postulato si differenzia da un assioma in quanto è introdotto per dimostrare proposizioni che altrimenti non potrebbero essere dimostrate

È un concetto più sfuggente, il postulato è un po’ paraculo, tipo sostenere, come faccio sempre io, che due icone della gnocca italica sono fasulle; si tratta di una sorta di postulato, infatti è lampante che Sabrina Ferilli ha sempre avuto le gambe a X e le tette molli mentre Valeria Marini è sempre stata un colosso di cellulite rifatto: questo è assodato e verificabile; però è difficile sostenere che, trovandosele davanti ubriache ed arrapate, un uomo sano di minchia le mandi a cagare.

Io, nella mia visione semplificata della vita, ho svariate certezze, che restano tali finchè qualcuno non mi dimostra il contrario.
O mi fa sorgere dubbi.
Ora, il primo dubbio è che un’intervista a Cicchitto possa far sorgere dubbi, a parte quello “Ma chi cazzo ti ha votato per essere arrivato dove sei?”, che poi, più che un dubbio, è una domanda senza risposta.
Il mio disagio si aggrava se, lasciando perdere la persona, i dubbi mi vengono sulla base della logica delle sue dichiarazioni. Normalmente le dichiarazioni di Cicchitto sono assiomatiche, nel senso che sono tutte cagate e questo non si discute. Però, ieri, parlando delle nuove accuse a Berlusconi, frutto di “uso politico della giustizia”, se n’è uscito con la frase che mi ha spiazzato:

Vi siete domandati perchè nessuno ha mai indagato su Berlusconi fino al ‘94, l’anno della sua discesa in campo?

Già, perchè? Forse quelli più svegli di me se l’erano già domandato; per me, da sempre convinto dell’inoppugnabile colpevolezza di Berlusconi, è stata una sorta di folgorazione.
E mò mi scappa di divagare.

Ho un amico pieno di certezze di sinistra, con un’unica eccezione non schierata: il Milan si adora e la Juve si odia, certezza talmente radicata che, anche in un momento in cui l’Inter gli fa dei culi così e la Juve fa compassione, lui continua a riservare il suo odio per la Vecchia Signora.
Per tutto il resto, cioè al di fuori del calcio, qualsiasi cosa a ovest di Mosca è merda capitalistica e disinformazione, fatto salvo, ovviamente, quel galantuomo di Fidel.

Due perle classiche sono che l’uomo non è mai andato sulla Luna, balla cosmica gestita dalla CIA, e che le Torri Gemelle, sempre attraverso la CIA,  le ha tirate giù Bush.
Vagli a spiegare che sono montature difficiline da mettere in piedi, tipo quella della Luna, mentre per minare due grattacieli di 400 e passa metri nasce la necessità di far lavorare centinaia di persone, per mesi, con martelli pneumatici e riconoscerete che, in un caso del genere, qualcuno che batte con la scopa contro il soffitto lo trovi sempre, mentre un altro paio, almeno, telefonano all’amministratore.
Niente da fare, non la capisce: prossimamente lo troveremo in giro con il Cuki sulla testa affinchè i satelliti della CIA non possano leggergli i pensieri, anche se di certi pensieri manco a Langley sanno cosa farsene.

Una volta, mentre gli spiegavo che “Un segreto, quando lo conoscono in due, non è più un segreto, figurati quando ci sono dentro migliaia di persone”, l’uomo mi esce con

…e Kennedy?

Oh porca puttana… Son rimasto come un pirla.
Che la storia di JFK non sia andata come ce l’hanno raccontata è un assioma: che uno starplato come Oswald sia riuscito dove avrebbe fallito il Sergente York è dura da digerire, mentre quella pallottola che va avanti e indietro come la pelle dell’uccello (consiglio, in società, di usare l’analogia “come la pallina in un flipper”…) va contro le leggi della balistica, in particolare, e contro quelle della fisica, in generale.
Quella sfilza di testimoni morti in poco tempo, poi…

Ok, quella di Kennedy è anche una mia certezza.
Ma allora, perchè non esce fuori tutta la storia?
Eccheccazzo, qui mi va a puttane l’assioma…  
Chiusa la divagata.

Ordunque (“ordunque” giusto per darmi uno spessore culturale, dopo quella della pelle dell’uccello…) è forse da mettere in discussione il fatto che Berlusconi non sia farina per fare le ostie?
No
Il nostro premier è un bandito? E la Coca Cola, ha le bollicine?
Certo che sì.
Lo è sempre stato, già negli anni 70, quando ha creato Fininvest con miliardi di lire di cui non ha mai spiegato la provenienza, spiegazione venuta da gente come Travaglio che ha scoperto che dietro al colosso di Cologno Monzese c’erano centinaia di microsocietà intestate, per esempio, a braccianti agricoli ultraottantenni e nullatenenti che tossivano i soldi (della pensione?) per finanziare l’uomo di Arcore.
Ma fino al ‘94, niente.

Ok, prima c’era Craxi che controllava tutto, mentre dopo il ‘94 non lo poteva più fare, da Hammamet; però, se ricordo bene, negli anni 80 il partito di Bettino non ha mai preso più del 15% dei voti, cosa che non gli ha impedito di governare l’Italia e questa cosa la dice lunga sulle capacità e la disonestà del latitante in questione.
E l’altro 85%? Nessuno si è accorto di nulla per vent’anni? Perchè nessuno ha mosso un dito prima che il bandito più simpatico d’Italia entrasse in politica?
Gente come D’Alema e Bertinotti era già in Parlamento o mi sbaglio?
Oddio, distratti erano distratti, eh? Non si sono neppure accorti del merdaio che ha portato a Tangentopoli… E anche questo ci sottopone un altro assioma da sfatare: con la degenerazione della corruzione di quegli anni, seconda solo al momento attuale, dove è assolutamente impossibile che qualcuno con le mani in pasta non si accorgesse di nulla, perchè tutto è dovuto partire da un oscuro PM di Milano, tal Di Pietro?

E i dubbi mi assalgono: indipendentemente dai meriti acquisiti, che gli varrebbero decine di anni di galera, vuoi vedere che quella delle Toghe Rosse non è una stronzata integrale?

Aiuto! Le mie certezze vacillano… ho bisogno di punti fermi… devo riordinare le idee partendo dalle incontrovertibili certezze che mi hanno accompagnato fino a questo punto della mia vita… devo recitare il mio mantra:
il fuoco brucia, l’acqua è bagnata, mamma ce n’è una sola, quando c’è la salute c’è tutto, i negri hanno la musica nel sangue, la Beck’s fa la birra e gli altri ci provano, il jazz e il tango sono un terrificante dito nel culo, il fumo uccide, Felipe Massa è un coglione.
E il panda deve morire.

Dottordivago

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Nota dell’autore:
in questa categoria esprimo brevi pensieri in libertà, una specie di limitato firmamento di poche stelle opache.
Più realisticamente, trattandosi di pensieri miei, li considero pensieri/pennellata, come virgole di merda sulle piastrelle dei cessi della stazione.

Cina

Dopo il salvataggio dei minatori cileni, si pensa di copiare l’iniziativa.
I soliti cinesi…

Dottordivago

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