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Archive for maggio 2011

…che ci sarebbe da dire in questi giorni, mi tocca stare zitto e ben lontano dal blog, causa botta di lavoro tra capo e collo.

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Ma torno, eh, uhhh se torno…

Dottordivago

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Nota dell’autore: in questa categoria esprimo brevi pensieri in libertà, una specie di limitato firmamento di poche stelle opache.
Più realisticamente, trattandosi di pensieri miei, li considero pensieri/pennellata, come virgole di merda sulle piastrelle dei cessi della stazione.

 

Se un pitbull sbrana un bambino, per qualche giorno, tutti i giorni, qualche cane sbrana qualche cristiano o ci va vicino.
Spiegazione: voglia di sensazionalismo. Tutti i giorni qualcuno è morso da un cane ma sono notizie che i giornalisti cestinano, salvo che, come in quel momento, vadano a toccare un nervo scoperto della massa.

Se un coglione tira sassi da un cavalcavia, per qualche giorno bisogna guidare guardando più cosa succede sul cavalcavia che non sulla strada, causa pericolo di fenomeni di emulazione.

Se in una settimana due (DUE) padri dimenticano il bambino in macchina e lo fanno cuocere “confit”… ecco, qui, dare una spiegazione viene un momentino difficile…
Vivremo in un mondo di merda e nulla mi dovrebbe più stupire ma non mi sembra una situazione che scateni voglia di sensazionalismo o di emulazione…
Forse sarà che oggi molti salgono in macchina e spengono il cervello: lo si vede da come guidano otto persone su dieci.

Un’occhiata al giornale in coda, una telefonata, magari un dvd, poi c’è il navigatore con cui giocare, due sms da mandare, un’altra telefonata, una mail da inviare(sennò che cazzo ci fai con il Blackberry?) e, piuttosto che guardare la strada e pensare a cosa cazzo si sta facendo… piuttosto approfittano del tetto di cristallo per guardare le mutande della tipa sul balcone.

Poi c’è il cambio automatico, la Volvo che frena da sola, la Citroen che ti avvisa se stai per finire nel fosso, la Mercedes che mantiene la distanza dal veicolo precedente e la Volkswagen che parcheggia da sola.

E il cervello, quel poco che resta, è impegnato a pensare a troppe cose, al 99% cazzate, che spingono fuori quelle poche cose importanti.
E in attesa che qualcuno si inventi l’ABM (Attenzione Bimbo in Macchina) il pargolo è servito: coscia o petto?

Dottordivago

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benvenuto benvenuto

Doppio cesto d’ordinanza per un doppio benvenuto ufficiale a Greem e Ain’t that bad, tenutari di due bei blog, diversissimi tra loro.

Sapete che il benvenuto scatta al secondo commento e Greem se l’era meritato già qualche giorno fa ma dovevo finire la trilogia “Pari opportunità”, così gli ho mollato un “benvenuto, per adesso”, intendendo “in attesa di quello ufficiale”.
Solo che suonava un po’ come: «Comportati bene, che ti devo valutare…»

Tranquilli: qui vi potete accomodare, mettere i piedi sul tavolino e pure sbriciolare sul divano…

Dottordivago

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Non era previsto un n° 3.
Mi ero ripromesso di non scriverlo, anche se fossi stato attaccato da qualcuno che non avesse capito che lo scherzo del peperoncino non era diretto all’handicappato ma allo stronzo che gli si nascondeva dietro.

Uno (per adesso) che non ha capito il concetto l’abbiamo trovato ma gli ho risposto nei commenti del post precedente e me lo dimentico.  

Ci scappa anche un numero 3 perchè me ne sono ricordate un paio carine del genere “handicap”.
Un momento fa accennavo a uno che non ha capito un cazzo? Eccone un altro: io.

Qualche anno fa ero andato a vedere un lavoro a casa dei genitori di una mia amica. Vivono in campagna, in un paesino di duecento abitanti dove puoi sentire volare una mosca e stare seduti all’ombra in cortile e fare quattro chiacchiere è veramente un piacere.
Mentre ci prendiamo un caffè, vedo arrivare una bambina sugli otto anni, molto carina, anzi, proprio bella, direi bellissima… ma dall’aria un po’ assente.
«Ecco la mia cuginetta!…» dice la padrona di casa. «Vieni a salutare questo signore, che è un amico di Paola…»
Arriva a testa bassa, l’andatura non è speditissima e la gestualità un po’ impacciata.

Ecco: già non ci so fare con i bambini normali, in più questa mi sembra un momentino “lenta”… Cosa le dico? Dunque, se avesse vent’anni sarebbe sufficiente un “di che segno sei?” a cui attaccare un “che fai, studi o lavori?” ma, visto che ne avrà sette o otto…

«Ciao, bella: come ti chiami?»
Sempre con il suo fare goffo mi risponde: «Ma-ttina…» …Sì, mi sembra fosse il periodo delle “Martina”…

Ahi ahi… non ci siamo, povera stella, ha anche problemi nel parlare… E adesso, cosa si fa in questi casi? Va beh, andiamo sul sicuro:

«E a scuola, che classe fai?» 
Dondola la testa… «…A ccuolaa…» e non va oltre.

Coglione coglione coglione che sono! Andrà in qualche istituto strano, pezzo d’imbecille, dove vuoi che vada?…

Interviene la sciura: «Nooo… diglielo… Non vado a scuola!…Diglielo un po’ a ‘sto signore, quanti anni hai…»
Alza la manina e mi mostra pollice, indice e medio: tre, per i non anglosassoni, che al posto del pollice usano l’anulare…

TRE ANNI???

«Nooo… diglielo bene… quasi tre…»

QUASI TRE ANNI??? Oh Cristo… non è “lenta”, non è cerebrolesa… è solo altissima! È una splendida, gigantesca e, ovviamente, rincoglionita bimba di nemmeno tre anni!

Sono così felice che la abbraccio improvvisamente e stringo forte quella bellissima e profumatissima Barbie XXL.
Poi la mollo e la sciura quasi me la allontana con un’espressione strana…
«Vai a casa, gioia, vai…»
La guardiamo allontanarsi e solo allora capisco che il mio slancio non è piaciuto alla sciura, così le spiego tutto e lei, sollevata, si pela dal ridere.
Poi fa: «Eh sì, noi la vediamo tutti i giorni e non ce ne rendiamo conto… è bella alta, neh?…»

BELLA ALTA???
È una meravigliosa mostruosità: io sono uno e settantacinque, lei mi arriva allo sterno… è una statura da dieci anni! Io stimavo otto anni, probabilmente facendo media con i lineamenti molto infantili.
Beh… meglio, molto meglio così, và…

Continuo a non capire un cazzo.

Due o tre anni fa, manco a dirlo, vado a casa dei genitori di un mio amico per una sostituzione di finestre.
I suoi genitori hanno infilato sei o sette figli in dieci anni poi, quando si pensava che la macchina si fosse rotta, c’è scappato Andrea, più giovane di trent’anni del primogenito cinquantenne.
E Andreino è down.
Appena appena, eh? Diciamo che se proprio avessi dovuto nascere down invece che scemo generico, avrei voluto essere come Andrea…
Inoltre è sempre stato seguito in modo assiduo e, per capirne di più, i genitori sono diventati le colonne portanti di un Centro per ragazzi down.

Il fratello di Andrea, il mio amico, è il proprietario della palestra in cui andavo fino a un paio d’anni fa ed è lì che ho conosciuto Andrea: quando è in palestra è di poche parole, si fa la sua mezzora di tapis roulant, doccia e via.
Quando è a casa, invece, è nettamente più sciolto e chiacchiera volentieri.

Quando mi trovo con handicappati fisici -con quelli che non ci sono con la testa, dico la verità, non ce la faccio, scappo…- io ce la metto tutta per trattarli nel modo più normale possibile e lo stesso comportamento lo tengo con Andrea, visto che parla e ragiona mica male, anche se un minimo di… cazzo, non mi viene la parola… accondiscendenza? Ma sì, diciamo che un minimo di accondiscendenza mi rimane: inconsciamente uso un tono un po’ più morbido, assumo un atteggiamento più gentile, quasi un comportamento da tenere con un bambino, se avete capito cosa intendo.
Insomma, divento impercettibilmente meno stronzo.

Il primo giorno di lavoro, quello per la sostituzione delle finestre, accompagno i  ragazzi sul posto, mostro loro la faccenda e me ne vado; il giorno dopo, a metà pomeriggio, Ruslan, il mio capo posatore, mi telefona dicendo che hanno quasi finito e che è l’ora di andare a fare la marchetta di quello che fa il giro della casa per controllare che tutto sia a posto.
Gesto inutile, visto che Ruslan non è in giro a far ballare la scimmia, ma i clienti, giustamente, gradiscono.

Arrivo e trovo i ragazzi intenti a ripulire, come si dice, “la più grossa”; faccio il giro col papà di Andrea, che è tutto contento, poi squilla il telefono di casa: è qualcuno del Centro down, mi sa che la storia viene lunga…
Non manca molto a Natale e, per ammazzare il tempo, mi guardo l’albero per mezzo minuto, poi mi rompo le palle. 
Ecco, potrei cominciare a radunare un po’ di ferri; mi accovaccio a terra ed inizio a smistare le tipologie di ferri: attrezzi piccoli di qua, elettrici di là, silicone e schiume di là…

Sento dei passi sulla scala, mi giro e vedo Andrea che sta scendendo; parto con il mio tono involontario, quello meno da stronzo: «Ciao Andrea… sentivo un casino… ti piace Ligabue, eh?»
Ha l’aria di quello che ne ha pieni i coglioni di gente in giro per casa, mi vede in terra con tutte quegli oggetti intorno e mi fa: «Oh ciula, cazzo fai, il presepe?»

Ha lasciato secco me e la mia… cosa avevo detto? Ah, sì… me e la mia accondiscendenza.
Mi sono messo a ridere come un deficiente e Andrea pure, anche se non pensava di aver fatto una battuta così bella.
Lascia stare, lo so io, perchè rido così…

Naturalmente, da quel giorno, ho incominciato a trattarlo come si merita, cioè dandogli del finocchio perchè non ha una fidanzatina e del pirla se in palestra fa una cazzata.
E ha detto a suo fratello che mi aveva valutato male, che sono simpatico…

Dottordivago

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Sottotitolo: “Il Male nel bene”.

Ci troviamo nella situazione opposta, agli antilopi del post di ieri, dove il buon Ciube sente un po’ di male, sì, ma a fin di bene.
Povero… anni fa magari gli davo una zecca sull’orecchio col pretesto che “tanto non sente niente…”, però abbiamo sempre fatto tutto il possibile per aiutarlo.

Con la storia di oggi si cambia registro.

In queste pagine avete già trovato di tutto ma niente, salvo che mi sia distratto, che sia minimamente imputabile di politicamente corretto o buonismo generico.
E ho intenzione di continuare così, per cui affermo che se un handicappato è uno stronzo, non è un poveretto, è uno stronzo handicappato.

Nei rutilanti anni 80 ho praticamente passato in discoteca un quarto del decennio, visto che ci andavo tutte le sere, e ho visto centinaia di risse, più o meno cruente, di sicuro niente a che vedere con i massacri di oggi: non era di moda seguire uno, magari fino a casa, per ammazzarlo di botte in una dozzina.

Una sera, in una discoteca di Tortona, è scoppiato un po’ di pasticcio, niente di grave, ragazzi che si stropicciavano un po’…
Io non ero schierato, facevo parte del Terzo Polo della discoteca, e me ne stavo lì a guardare, ridere e commentare con gli amici.
Tra le fila di uno dei due schieramenti c’era un ragazzo sulla sedia a rotelle, uno di quelli nati alla fine degli anni 50, vittime dell’epidemia di polio di quell’epoca, poco prima dell’arrivo del vaccino.
Ad un tratto un amico vicino a me sente un dolore lancinante ad una caviglia: ‘sto coglione gli era finito addosso con la sedia a rotelle e aveva tutta l’aria di averlo fatto apposta. 
«Oh, guarda dove cazzo vai…»
«Spostati che voglio aiutare i miei amici!…»
No, dico… ma questo si rende conto… Col tono più gentile possibile il mio amico gli fa: «Dammi retta, stai dietro, che è meglio…» e gli gira le spalle dandogli mentalmente del coglione e massaggiandosi la caviglia…

SOK!
Si becca una botta sulla schiena!
Minchia che male!…Porca troia… ci giriamo e vediamo ‘sto pirla con una stampella in mano, giusto in tempo per schivare una seconda legnata che stavolta l’avrebbe preso in faccia…
Eh no, bello mio… non so se ‘sta cosa ti serve per sentirti normale… o vivo… non lo so. Resta il fatto che chi va per questi mari, questi pesci piglia…
Solo che prendere a pugni sul muso uno starplato…
Così il mio amico gli ha strappato la stampella di mano, gli è passato dietro e, quando il tipo ha messo le mani sulle ruote per girarsi…

Gli ha piantato uno schiaffo su un orecchio… ma uno schiaffo!…
Ha cacciato uno strillo da animale ferito e si è coperto l’orecchio interessato, urlando cose del tipo “figlio di puttana, vigliacco, bastardo di merda… te la prendi con me!…”
«Sì» gli ha sussurrato nell’orecchio buono che, un secondo dopo, buono non era più, visto che gli ha dato la seconda mano…
«Non so se mi senti ma se non te ne stai buono da una parte, ti cappotto con tutta la ferramenta e ti prendo a calci, chiaro?»
Chiarissimo.
Mi è anche toccato trattenere altra gente che era stata presa a stampellate prima del mio amico e che subito “non si osavano” ma che una volta sconsacrato il tabù… 
Il mio amico ha fatto bene e, nella stessa situazione, anche oggi sarei pronto a rifarlo.

Pagherei, addirittura, per rifarne un’altra.
Vent’anni fa tirava molto il Piccolo Bar, di Antonello e Mario, uno di quei posti in cui la storica tradizione alessandrina dell’aperitivo “all you can eat” aveva toccato l’apice per un certo periodo, prima che i baristi incominciassero a farsi due conti ed iniziasse il declino di una civiltà, vinta dai barbari che, con un Crodino, facevano andare le mandibole per un paio d’ore.
A questo proposito vi rimando alla Trilogia Alcolica del 14/16/17 febbraio 2008.
Comunque, in quei primissimi anni 90 l’offerta di cibo era, sì, calata da gargantuesca a faraonica ma sul bancone si trovava ancora ben più del superfluo.

Per un certo periodo, tutti i giorni, verso le 12.30, al Piccolo Bar arrivava un vero flagello. Passava di lì tutti i giorni, probabilmente abitava da quelle parti; una volta tirava dritto, poi deve avere scoperto che lì si poteva gavazzare a gratis.
Si trattava di un non so che tipo di handicappato, non saprei… per fortuna non me ne intendo molto e mi dispiace per chi è obbligato ad intendersene di più: era basso e grosso, con proporzioni da nano e un testone abbondante, l’aria solo vagamente “down ma non proprio”, non molto sicuro sulle corte gambe mentre con le braccia e le mani non se la passava bene, aveva l’abilità manuale sufficiente per la sopravvivenza.

Ma aveva un appetito!…
Riusciva a malapena a vedere cosa ci fosse sul bancone, però ci si attaccava come un rampicante e mulinava le mandibole ininterrottamente per una ventina di minuti. Poi, chiedeva stentatamente un bicchiere d’acqua e se ne andava.
Era un dipendente pubblico, situazione assolutamente aberrante perchè sommava il lassismo di chi è “al servizio del Cittadino” all’oggettiva difficoltà di movimento degli arti.
Di lui mi aveva parlato il Vice, un amico che, solo per il fatto di lavorare in Comune, era stato battezzato “il Vice”, abbreviazione di Vicesindaco.
Il famelico stava in uno stanzino con la mansione di timbrare documenti, impiegando due giorni per un lavoro che avrebbe richiesto dieci minuti a me o una giornata a un suo collega.

Micro divagata.
Far lavorare in Comune uno così è una grandissima stronzata: a me va bene che con le mie tasse un tipo del genere abbia una pensione che gli permetta di vivere; mi va meno bene che il suo handicap diventi un ulteriore elemento di ritardo per una qualsiasi pratica che già normalmente richiede un’attesa assurda, se rapportata al tempo realmente necessario per il disbrigo.

Il Vice sosteneva che di testa era a posto, magari non un genio ma un normaloide sì: diciamo che ci marciava…
Tanto per dirne una, era spessissimo assente per malattia ma ciò non gli impediva, anche in quei giorni, di fare comunque colazione al bar sotto i portici del Comune: cosa vuoi, l’abitudine… E poi, chi mai si prenderebbe la briga di cazziare un povero infelice? Chi può mai essere così stronzo?

Io.
Un bel giorno mi stufo di trovarmelo tra i piedi, tra me e il bancone, oltre a non sopportare il fatto che questo sfruttasse un handicap -innegabile, per carità- per prendere per il culo la gente.
In un momento tranquillo, al bar, dico ai due fratelli titolari che è ora di basta: dobbiamo fare qualcosa.
Sono due buoni.
Lo odiano ma sono due merdosissimi buoni a tutti i costi.
«Cazzo vuoi fare?… Non lo vedi come è combinato? Non sa mica quello che fa…»
«Guarda che quello sa benissimo cosa sta facendo, quello fa lo scemo per non andare in guerra…»
«Dici?»
«Lo dice un mio amico (il Vice) e pure una mia amica che lavora con sua sorella: manco lei (la sorella) lo sopporta…»
«E cosa facciamo? Uno lo distrae e l’altro gli mette il Guttalax sulle tartine?…»
«No, col Guttalax caga per un giorno ma può anche non capire cosa è successo; poi metti caso che, malforgiato com’è, sia pure allergico al Guttalax e dia uno schiaffo per terra nel bar… Naaa… date retta a me…»

L’aperitivo serale era molto affollato e avremmo avuto qualche problema, mentre quello di mezzogiorno, che era quello che interessava a noi, era più per pochi intimi, quindi tutti coinvolgibili.
Mi occupo io del menù: mai speso qualche migliaio di lire meglio di quelle investite in un sacchetto di Habaneros, nell’erboristeria di un amico.

87050caribbean_habanero_pepper3Ora, per chi non sapesse di cosa stiamo parlando, dirò che il classico peperoncino calabrese, quello che ti può già rovinare un pasto se inavvertitamente ci dai un morso, ha un contenuto di capsicina (o capsaicina, come preferite) che lo pone ad un valore di 15.000 unità sulla scala Scoville.
Un Habanero, a seconda della provenienza, va da 300.000 a 800.000. È cchiaro ‘stu fatt’?

Tra un Habanero in bocca e un riccio di mare nel culo… c’è da pensarci.

Esistono peperoncini che arrivano ad un milione di unità Scoville ma sono costosissimi e difficili da trovare; poi, oltre 7/800.000 unità Scoville si rischia l’ustione con necrotizzazione dei tessuti…

Bagnando con poco olio, per non rischiare di respirarlo e stare male un giorno, trito il peperoncino-kriptonite e ne faccio una pasta, che spalmo su una dozzina di tartine, su cui ci finisce una fettina di salame o di prosciutto o di mortadella: oltre a rappresentare l’ABC, i fondamentali dell’aperitivo, abbiamo notato che sono i prodotti più gettonati dal famelico.
A mezzogiorno è tutto pronto, tutti sono avvisati e frementi: appena le vedette annunceranno l’arrivo dell’ingordo scroccone, tutte le delicatessen spariranno e lo Spirito di Satana si manifesterà sul bancone, insieme a patatine, salatini, arachidi e verdure (che, proprio come me in caso di aperitivo, l’Immondo non prende in considerazione), giusto per lasciare qualcosa da mangiucchiare per i congiurati, affinchè tutto sembri normale.

‘Azz… puntuale come la Morte…
Alle 12.30 arriva; via tutto il resto e fuori il napalm: siamo pronti.
Ha giusto un attimo di delusione: non c’è il solito trionfo di tartine con gli affettati, frittate, focacce…
Resta un po’ in attesa, quasi come se qualcosa suonasse strano…
Intervengo: «Mario, ebreo di merda, taglia un po’ di prosciutto o di salame, dài…» e mi becco un sorriso di apprezzamento dal tipo, che strizza gli occhietti porcini dietro le spesse lenti.
«Porca puttana, non dirmi niente, s’è rotta l’affettatrice e il tecnico viene oggi; per adesso accontentatevi…»

È fatta: capisce che oggi il convento passa quel che si vede, così si lancia sui suoi bocconi preferiti.
Allora, al Piccolo Bar c’era il bancone e, a una distanza di circa tre metri, una fila di alti sgabelli a costeggiare una lunga mensola che poteva fungere da tavola; dagli sgabelli si godeva di vista privilegiata sul banco e sul coppino degli avventori ed io ero proprio lì.
Eccolo, mette in bocca il primo candelotto di dinamite… è difficile far finta di niente, tutti ci aspettiamo una reazione nel giro di pochi secondi…

Niente.
Prende un’altra tartina e la mastica come se fosse una fragola.
Poi un’altra, e un’altra…

Mario alza gli occhi, mi guarda con l’espressione “Vedi che sei un coglione? Questo non sa neanche da che parte è girato…”
La delusione è palpabile; io, poi, sto per buttarmi in ginocchio e piangere come Baggio dopo il famoso rigore: non lo faccio solo perchè quel mondiale non è ancora stato giocato.

Poi… un momento… cos’è quel rossore che gli sale su per il collo?
Un fenomeno stranissimo, sembra un bicchiere che si riempie di Campari Soda: dal colletto della t-shirt sale un rossore che in pochi secondi gli infuoca il collo e le orecchie…
Dà un colpo di tosse, poi un altro… Cristo, lo vedo in faccia, fa paura: è paonazzo… chiama Mario con la sua voce chioccia e chiede il solito bicchiere d’acqua…

E poi la merda sono io?
Mario lo guarda e con un sorriso gli dice: «Solo un attimo, arrivo subito…» e comincia ad infilare roba nella lavastoviglie.
«Per… favore… mi dà… un bicchiere… d’acqua?…»
«Acqua in arrivo… eccomi!» e traffica ancora un momento sotto il banco; poi, per paura che quello gli muoia lì, gli dà l’acqua.
«Me… ne… dà… un altro?…»
«Pronto!…»

Manco le cascate del Niagara gli darebbero un po’ di sollievo…
Ci vorrebbe del latte, meglio ancora formaggio o caseina pura… ma non credo che lo sapesse…
Esce barcollando, scrolla la testa facendo un rumore come i cavalli, ansima, emette mugolii…

Brutta scena.
Per un momento non riusciamo neanche a ridere…
Beh, è uno sporco lavoro ma qualcuno lo deve fare: 
«Dite che lo vediamo ancora?»
È la fine: scoppiamo a ridere come pazzi, la gente si contorce, qualcuno si butta addirittura per terra…

The day after: alle 12.30 il tipo passa.
Sul marciapiede opposto.
Ha ancora le labbra rosse e leggermente congestionate.
Non si è mai più fermato al Piccolo Bar.
Visto che capiva ma ci marciava?

Sono una merda? Probabilmente sì.
Mi sento una merda? Assolutamente no: ha cominciato lui.
Io ho solo avuto la perfidia di pensar male, e a pensar male… lo sapete, no?

Dottordivago

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Sottotitolo: “Il Bene nel male”.

Vecchia storiella, quella del topolino che sta morendo di freddo e su cui una mucca molla un enorme merdone per scaldarlo; poco dopo passa una volpe che lo toglie dal merdone e lo ripulisce per bene.
Poi, però, lo mangia.
In poche parole, può capitare che chi ti tratta male lo faccia per il tuo bene e viceversa.

L’altro giorno ho assistito ad una scena, per me ricorrente, che mi ha ricordato un po’ la storiella precedente, oltre a provocarmi le convulsioni dal ridere, come tutte le volte in cui ne vedo i protagonisti.

Storiella che vado senz’altro a raccontare.

Guicho (pronuncia Ghiscio, diminutivo di Guillermo) è un argentino che vive in Alessandria da vent’anni e che per campare ha aperto una ditta, addirittura con Partita IVA, come artigiano pressapocologo, uno di quelli che si aggiustano a fare un po’ di tutto senza essere specializzati in niente.
Bugia, una specializzazione ce l’ha: i cassonetti delle tapparelle; li realizza sul posto, su misura al millimetro e fa delle fantastiche coibentazioni su quelli esistenti. 
Ha iniziato anni fa dietro mia richiesta ed ora mi capita spesso di mandarlo da qualche mio cliente che si è reso conto di quanti spifferi e rumore entrino da un cassonetto normale, successivamente alla sostituzione delle finestre.

Divagata di servizio.
Con le vecchie finestre tutto si mischia nel marasma generale mentre con quelle nuove, se di qualità, ci si rende conto di che nido di vipere è il cassonetto: la sensazione è quella di sentire passare le ambulanze sul tetto, visto che tutti i rumori (e gli spifferi) entrano solo più dall’alto, cioè dal cassonetto; così i clienti chiedono di rifarli o sistemarli, beccandosi pure un paio di miei “Gliel’avevo detto, io, che era un lavoro da fare subito…”
Quelli che tratto io, sia in pvc che in alluminio, fanno cagare; o meglio, non valgono la montagna di soldi che costano (e qui vi invito a riflettere sulla dicotomia tra le cagate che scrivo e la serietà del comportamento professionale…) quindi, o faccio sostituire il coperchio con uno in fibra di legno apposita, realizzati da una signora falegnameria, o faccio intervenire Guicho, che trasforma anche una cassetta della frutta in un ovattato e confortevole bozzolo, con una spesa molto inferiore a quella per i prodotti più tecnologici.
Diffidate di cassonetti in pvc, efficaci ma quasi sempre orribili, o in alluminio, magari belli da vedere ma che sono una calamità termoacustica: tenetevi i vostri, armatevi di polistirolo e pazienza, foderateli, rifate solo il coperchio e sigillate le crepe tra legno e muro; poi una bella mano di colore, lo stesso del muro, così il cassonetto scompare.
Sennò chiamate Guicho.

220px-Chewbacca-2- Come aiutante, rigorosamente in nero, Guicho si è preso Ciube (diminutivo del leggendario Chewbacca, lo scimmione di Guerre Stellari), il sordomuto più rumoroso del mondo, l’uomo che si esprime a gesti ma che se decide di aprire la bocca, è finita: emette una specie di onda quadra, un verso assordante che è un misto tra un muggito, un bramito e un barrito, esattamente come il famoso aiutante di Harrison Ford, solo che il nostro Ciube arriva alla pressione sonora di un jet al decollo.

Negli anni 90 frequentava un bar vicino alla mia ex armeria e stava diventando un mezzo sbandato, visto che proprio non riusciva a trovare lavoro.
Povero Ciube, io gli facevo pulire le vetrine o scaricare i cartoni delle cartucce, che nel periodo della caccia arrivano a bancali, cioè a tonnellate, visto che i pallini sono di piombo…
Per altri lavori era un casino: purtroppo non è sordo, è totalmente privo di senso dell’udito.
Lo so con certezza perchè abbiamo fatto le prove, roba di alta valenza scientifica:

  1. sparo di scacciacani a una spanna dall’orecchio;
  2. tromba da stadio, sempre a una spanna dall’orecchio;
  3. protezione di cartone sulla spalla, protezione per la faccia realizzata con una rete spargifiamma da cucina -che lascia passare il rumore ma non le schegge- ed esplosione di raudo a una spanna dall’orecchio.

Gli esperimenti hanno dato risultati univoci e incontrovertibili: non sente un cazzo.
Ovviamente, soprattutto nel caso del raudo, percepisce lo spostamento d’aria ma di rumore niente, manco per sbaglio.
A proposito degli esperimenti… no, non eravamo all’oratorio: sia io che i miei “assistenti di laboratorio”, compreso Ciube, avevamo dai 35 ai quarant’anni, visto che si parla di anni 90…
Vita di provincia, gente, roba da Vitelloni…

L’ho battezzato io, Ciube, dopo alcuni spaventi derivanti dal non sapere di averlo dietro finchè non cacciava un verso che mi gelava il sangue; poi il nome ha preso piede e lui lo leggeva sulle labbra della gente, così mi è toccato spiegargli chi è Chewbacca, oltre a mentirgli inizialmente sul perchè e motivare il soprannome con la capigliatura e la rada barba lunga che sfoggiava un tempo.
Poi, un giorno, dopo un pomeriggio intero che mi barriva in negozio, gli ho detto dritto in faccia, con un labiale inequivocabile:
«Sei sordomuto? Ok, non dico di fare anche il sordo… MA FAI ALMENO IL MUTO, PORCA TROIA!»
Così gli ho spiegato che razza di casino riusciva a generare, nonchè la vera provenienza del soprannome: quando ci vuole, ci vuole e lui si è dato una regolata.

Mi sono interessato personalmente, assieme ad altre persone, per trovargli un lavoro ma non ha la testa per un lavoro d’ufficio o un “lavoro finto” da  dipendente pubblico e non ha neppure l’intenzione di farlo, un lavoro regolare: Ciube è un po’ zingarello, non riesce a stare tutti i giorni nello stesso posto.
Per un lavoro manuale, purtroppo, c’è il problema di essere completamente scollegato dal mondo, così si aggiustava con la pensione di invalidità. 
Abbiamo parlato con un sacco di persone finchè lui ci ha “detto” di non sbatterci più; questo dopo che una cooperativa di imbecilli l’aveva mandato in un’azienda a cui serviva un telefonista…
Da quanto mi ha fatto capire, non si era mai sentito così umiliato, nella sua vita.

Con Guicho ha trovato la quadra giusta: non lavora tutti i giorni e, quando lavora, lo fa con un tipo molto “take it easy”, come solo un argentino sa essere.
Sono una coppia fantastica, ormai si capiscono a sguardi: Guicho, sulla scala, presenta il pezzo, segna la modifica, lo passa a Ciube che esegue il ritocco.
Ovviamente non si devono perdere d’occhio, pena la totale impossibilità di comunicare.
Purtroppo Ciube è portato a distrarsi; un bambino nelle sue condizioni, se non seguito in modo maniacale -e la sua famiglia non era in grado di farlo- ha dei problemi di apprendimento e, conseguentemente, di maturazione; infatti per certe cose è rimasto un po’ bambino: è sufficiente che veda una mosca -tanto per fare un esempio- che comincia a seguirla con lo sguardo, magari per dieci minuti.
A quel punto diventa irraggiungibile, salvo chiamarlo toccandolo.
Inoltre, spesso non è possibile fare tutto nello stesso locale: la troncatrice -la sega a disco da cantiere, per i meno pratici- fa un sacco di segatura e richiede spazio, quindi, per non impestare tutta la casa, di solito la piazzano sul balcone, se c’è posto, sennò sacrificano una stanza per tutte, dopo aver coperto i mobili.
Da lì nasce il problema di comunicare.

Per le comunicazioni a brevissimo raggio non c’è problema: da in cima alla scala, Guicho gli dà una scarpata, mentre per distanze appena superiori si tiene a portata di mano un listello di un paio di metri, con cui lo tocca.

Per la media e lunga distanza sono dovuto intervenire io.
Ho regalato a Guicho una pistola soft air, quelle che si caricano con il gas e sparano i pallini di plastica: fino a dieci metri il Gaucho non sbagliava un colpo ed era sufficiente un paio di jeans per non sentire troppo male, anzi, Ciube si ammazzava dal ridere.
Solo che un giorno una signora poco brillante ha detto che avrebbe chiamato i Carabinieri “se non avesse smesso di far del male a quel poveretto”: c’è anche gente così, tipo quelli che si sono inventati “Nessuno tocchi Caino”, invece di capire che “Abele s’è rotto i coglioni”…
Ciube non era in grado di spiegare alla signora che a lui andava bene così, che quello che sembrava uno spregio era in realtà l’unico modo per poter fare un lavoro che gli piaceva: quella è stata irremovibile, così me li sono visti arrivare in negozio con le orecchie basse.

A cosa servono gli amici?
In armeria avevo un collare da addestramento che avevo dovuto sostituire con uno nuovo, visto che non era impermeabile e con la rugiada non funzionava, così il rappresentante me l’aveva lasciato come campionario per le dimostrazioni ai clienti.  
Si tratta di quei collari che danno la scossa al cane, ingiustamente considerati una tortura crudele e inutile: per prima cosa la scossa è modulabile e dura un attimo, seconda cosa il cane impara prima e si risparmia un sacco di legnate, che fanno più male e durano molto di più.

Solo che è studiato per i cani da caccia, non per i sordomuti.
Così abbiamo eliminato il collare a cui è attaccato e l’abbiamo sostituito con una cintura, poi abbiamo accorciato gli elettrodi, lunghi un paio di centimetri, studiati per attraversare il pelo di cui, a differenza di quello hollywoodiano, è privo il Chewbacca nostrano.
Ciube se l’è piazzato sulla pancia, a pelle, dopo di che abbiamo dato fuoco alle polveri.

Un successone.
Fin troppo: inavvertitamente il selettore dell’intensità era sul “3” (su cinque tacche…) e Ciube ha fatto un salto di mezzo metro ma una volta regolato sull’1 non ci sono più stati problemi: era nato lo SVEGLIOTRON.
Dopo qualche cantiere di prova, Guicho me l’ha addirittura pagato, letteralmente entusiasta dell’articolo, in modo addirittura sospetto.
Poco tempo dopo, nel corso di un aperitivo bastardo, dopo svariate Beck’s -io- e altrettanti Negroni lui, mi ha confidato che l’aggeggio non serviva solo per Ciube: la sua concubina dell’epoca, durante il sesso, gradiva molto essere un po’ strapazzata e lui è uno di quei gentiluomini che farebbero di tutto per accontentare una donna…

Tutto questo accadeva nel 2002 o 2003 ma il dispositivo funziona ancora che è una meraviglia, purtroppo solo con Ciube: l’ex fidanzata di Guicho era troppo impegnativa, infatti mi dice che sia diventata una specie di celebrità nei club di scambisti…
Chissà, forse s’è fatta uno Svegliotron di Swarovski…

Morale, l’altro giorno sono passato in un posto dove El Gaucho Gordo sta facendo un lavoro per me.
«Dov’è Ciube?»
«L’ho appena mandato a prendere due birre: ci fai compagnia?»
«Perchè, la Coca Cola ha le bollicine?…»
«Lo chiamo subito, sarà qui intorno…»
Stava per premere il pulsante del telecomando ma, ridacchiando, ha messo a stecca il “volume”, come dice lui: in lontananza si è sentito un rabbioso

«AAAAHHHRRRR…»

e pochi secondi dopo è comparso Ciube con lo sguardo omicida, che si è spento appena mi ha visto. Ci ha regalato un mezzo sorriso e ci ha spettinato con un

«B-STAAAAARD!!!…»

Naturalmente a 140 decibel, in perfetto “stile Ciube”.
Continua.

Dottordivago

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Bravi.
Una volta davo il benvenuto ai nuovi arrivati e passavo per un gentile e brillante padrone di casa ma, probabilmente, veniva interpretata come una cosa personale, se non una mia fisima, e nessuno si univa al benvenuto.
Oggi, grazie alla seconda generazione di lettori de ILPANDADEVEMORIRE (a proposito, buona parte del “nucleo storico”… che fine ha fatto?) il benvenuto è diventato corale, così il nuovo arrivato si sente circondato da nuovi amici.
Mi piace.
Oddio, a voler essere “sofistici”, fa anche un po’ “Alcolisti Anonimi”, tipo
«My name is Joe…» a cui segue un
«HI JOE!» corale…
Scherzo, scherzo, va benissimo così.

Tornando un attimo alla mia dotta citazione di ieri: come ho già detto a Enrico, la professoressa Cremonini, fulgido e defunto esempio di come dovrebbe essere un’insegnante di Lettere delle Medie, di opere come quella ce ne ha fatte studiare a memoria qualche dozzina ma le uniche che mi piacevano sono quella citata e “Ei fu siccome immobile”…
Quindi non vi ci abituate a tutta ‘sta cultura.

Infatti avrei voluto inserire un’altra citazione, decisamente meno colta, ma poi ho pensato che la sciura Maria mi sembra un donnino a modo e forse avrebbe gradito maggiormente il coro dell’Adelchi.

Vorrà dire che lo faccio oggi: a proposito di liberatori tanto attesi, di Messia o di Nuovo Che Avanza, l’immenso Mimmo Cavallo non sfigura nel confronto con Manzoni.
Ebbene sì, l’ho detto.
E per una volta mi associo all’uomo più noioso e sopravvalutato del mondo quando afferma:

A Beethoven e Sinatra preferisco l’ insalata
a Vivaldi l’ uva passa che mi dà più calorie

a patto di sostituire “l’insalata” con “la tagliata” e “l’uva passa” con “la fugassa”: Beethoven e Sinatra non li cambio nè per un’insalata nè per il bibblico piatto di lenticchie, così come preferisco Vivaldi all’uva passa, che fino a pochi anni fa scartavo dal panettone.
Però, per una tagliata fatta con la bestia giusta, accompagnata dall’inarrivabile fugassa de Priàn (focaccia di Priano, Voltri, Genova) sono disposto a rinunciare a quattro secoli di storia della musica, da Giovanni da Palestrina a Ciajkovskij.
E se chiudiamo lo spuntino con un Mont Blanc, vi potete portare via anche i madrigali del milletrecento e i canti carnascialeschi del millequattro, mi voglio rovinare…

Intanto gustatevi quest’opera immortale, poi mi dite.

Dottordivago

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