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Archive for gennaio 2016

…se il tempo non c’è, non c’è.
Quindi, solo per farvi capire che non scappo per tre mesi come l’ultima volta, lascio giusto un segno di vita travasato da Feisbuk, che a questo posto “nun je spiccia manco casa” ma ha il pregio che lì in 5 minuti sbrigo la pratica giornaliera.
Il testo dice:

Capite un cazzo.
È arte moderna, "Donna con burqa" in versione cubista.

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Dottordivago

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…provvedo subito a ricordare che questa sera i Grigi, cioè la squadra di Alessandria, si disputeranno un pezzetto di Coppa Italia con il Milan, avete presente una di quelle due squadre di Milano?…

Essendo di corsa, travaso una minchiata da Feisbuk:

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Vediamo nel pomeriggio se si riesce a rimpolpare la cosa.

Dottordivago.

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Facciamo finta di esserci sentiti ieri, non ho voglia di raccontarvi le solite scuse.
Se davvero mi rimane questo nervoso nelle dita, rischiamo di ripartire, magari apportando qualche modifica, visto che da quando è nato ‘sto postaccio (2007) il mondo e il sottoscritto sono cambiati non poco.
Però, lo sapete, vi sarà capitato, quando si mette a posto la soffitta o il garage, non bisogna aprire i quaderni dei tempi della scuola o guardare le vecchie foto. No, si deve decidere cosa tenere e cosa buttare. Poi, quando tutto sarà a posto, si potrà dedicare un po’ di considerazione a quanto si è salvato.

Ma io ho sempre predicato bene (oddio, “bene”…) e razzolato male, infatti ecco qua il primo post che mi viene in mano, roba di quest’autunno, quasi finito e mai pubblicato, a cui bastava una soffiata per tornare nuovo nuovo. Non lo scelgo per un ritorno in pompa magna ma solo perchè era davvero quasi completo.
Ed anche perchè vi conferma che sono sempre un brutto tipo.
Come dicevano i vecchi guitti: «Andiamo senz’altro a incominciare».

Ho sempre sostenuto che, per fortuna, al mondo ci sono tante, ma tante persone migliori di me; gente che magari non si occupa dei calcoli per lanciare missili su altri pianeti o che non scopre come curare le peggio malattie, però porta gli ammalti a Lourdes, fa l’elemosina, bada ad anziani ed handicappati, fa beneficenza.
Bravi, siete la parte buona del mondo.

Poi c’è la parte bacata, quella col verme dentro.
È la carità pelosa, quella che nasconde un interesse, vedi Buzzi e il suo immortale “Ahò, coi migranti ce faccio più che c’ ‘a droga…” o quella dei vari cooperanti che a fronte di qualche spavento –tranquilli, li riportiamo a casa a botte di milioni di euri…- si beccano stipendi che in Italia cominci a vedere se sei almeno un medico o un dirigente. E lasciamo perdere i vari preti, vescovi e cardinali che fanno quello che tutti sapete, roba che non ho neppure voglia di elencare. Tutti quanti mi fanno profondamente schifo.

Poi c’è la carità sfigata, quella fatta DAGLI sfigati e non PER gli sfigati. 
Sono quelli che, vai dove vuoi, non se li caga nessuno, allora devono fare come gli Americani il 25 aprile: vai in giro, lanci “cioccolata e sigarette vere” al popolo stremato dalla Guerra e diventi automaticamente un idolo. Non saprei dire quanto lo diventi realmente ma immagino che non puoi sentirti realmente un idolo, non puoi essere così stupido. Salvo essere come quelli che, trenta e rotti anni fa, trovavo in Thailandia: poveri afflitti da varie forme di sfiga, veri inchiavabili che per una settimana diventavano irresistibili per tutte le ragazze rinchiuse nei bar, che urlavano il loro nome quando passavano per la (allora) polverosa o fangosa Main Street di Pattaya, supplicandoli di andare da loro e dai loro poveri cuori spezzati.
Qualcuno ci credeva davvero, almeno fino al primo «Cazzo vuoi, mostro?…» appena tornato in patria.

Ecco, ritengo che molti “benefattori” o volontari si circondino di disgraziati ed infelici e gli si dedichino principalmente per poter svettare tra loro, la solita vecchia storia del guercio che tra gli orbi è Re.
Sono cattivo? Fuochino: sono proprio un pezzo di merda.
Ma mi immedesimo nei “beneficiati”: conosco alcuni Inutili (personaggi così inutili da costituire una specie di casta) che, normalmente, non cago quanto sono lunghi. Ma digli che si presentino il giorno in cui dovessi avere la batteria della macchina a terra e uno di loro arrivasse coi cavi… Eh be’… amici, sicuro… amiconi! Fratelli di sangue! Poi, una volta che il motore fa VROUUUMM VROUUUMM,  ti ci puoi pure impiccare, coi tuoi cavi.

No, dai, non sono così stronzo, volevo solo rendere l’idea…

Comunque, credevo di aver esaurito le forme di “altruismo” vero o presunto; invece, grazie a quell’inesauribile fossa biologica che è Facebook, ho scoperto un altro tipo di beneficenza.
Giuro, non mi sfiora l’idea di inserire nelle categorie di cui sopra i volontari che sto per presentarvi. Di sicuro si tratta di persone migliori di me, che non si mettono in tasca una lira e che non devono”comperare” considerazione e amicizia. Se proprio dobbiamo trovargli un difetto, diciamo che sono un po’… smirati? Sì, dai, “carità smirata” mi sembra la definizione giusta.

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Minchia, che bravi!
Tutta la notte in giro per portare conforto alle “lavoratrici della notte”.
Che sono?…Dunque, in quella zona… no, mondine piegate in due dal duro lavoro in una risaia amara… no, non ce ne sono.
Schiave della filanda, storpiate e mutilate dagli ingranaggi dei telai nonchè trombate, ingravidate e ripudiate dal “figlio del padrone”

Cos’è, cos’è che fa andare le filanda
è chiara la faccenda son quelle come me.
E c’è, e c’è che ci lascio sul telaio
le lacrime del guaio di aver amato te.
Perché, perché eri il figlio del padrone
facevi tentazione e venni insieme a te
ecc ecc

come cantava Milva negli anni 70.
Ecco, manco quelle della filanda, in quella zona… no, niente.
E allora, chi sono queste “lavoratrici della notte” a cui portare conforto?
Donne metronotte a cavallo di scassate biciclette?
Aspiranti panettiere vaganti alla ricerca di un forno?

No, solo una banda di bagàse (legenda: “bagasa”, con la S sorda di “sole”, è la forma alessandrina di chiara derivazione dal genovese “bagascia”).
Insomma, per usare un eufemismo, un mucchio di troie.

Ecco, adesso io apprezzo che ci sia chi pensa anche a loro ma non riesco a risolvere questo dilemma: possibile che non ci sia qualcuno più bisognoso (e meritevole e meno abbiente) di aiuto e conforto notturno? Tipo quei disgraziati che dormono sui cartoni sotto al primo riparo che trovano? Gente che ha perso tutto, famiglia compresa? Oppure anziani con pensioni minime e invalidità che non gli consentono neppure di uscire per fare la spesa? Categoria che, tra l’altro, di notte dorme e non costringerebbe gli angeli della carità a prestazioni after hours.
Evidentemente qualcuno ha pensato che era proprio il caso di dare una mano alle zoccole. E va be’, sono creature del Signore pure loro.
Ma già che ci siete, oltre a mirare meglio la categoria da assistere, non sarebbe una buona idea inquadrare anche il periodo giusto e farlo quando serve?
Mi spiego. Sono immagini del 9 ottobre: c’erano venti gradi di giorno e dieci di notte. E gli angeli della notte si presentano così:

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Tanto impegno e buona volontà, non potrebbero essere meglio impiegati?
Tipo, come dico sempre, portare aiuto ai proprietari di piscine di Beverly Hills?
Non lo sapete che in California cominciano ad essere cazzi loro, con la perdurante siccità?

Dottordivago

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