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Archive for maggio 2013

Scusate ma devo sbrigare un po’ di lavoro di segreteria, quindi metto a riposo per un giro il piccolo Tom Sawyer del Basso Monferrato.
Quindi:

È con viva e vibrante soddisfazione

che incasso la proroga fino al 31/12 del termine valido per la detrazione fiscale del 55% sugli infissi, cosa che dovrebbe lasciarmi un momentino più di fiato, come mi fa notare a tempo di record Marco “ANSA”, sollecitandomi nuovi scritti, cosa che ne fa il lettore più affezionato e amichevolmente sucaminchia del blog.
A proposito, notizie di Marco Val? Forse la più fulgida meteora del blog?

Incasso anche la stima di meb1969 relativamente al mio comportamento da cintura nera di riciclaggio e, siccome mi piace vincere facile, chiudo col lavoro di segreteria e riprendo paro paro dalla divagata del post precedente.

Forse l’unica cosa a cui do poco peso sono i soldi, per il resto non spreco nulla. La carta, poi… non so perchè ma per me la carta è sacra.
La carta e il caffè, anche se quest’ultimo non mi dà più problemi.
Spiego.
Prima avevo la macchina espresso vera, quella che ci metti il caffè macinato col misurino in dotazione, poi ne aggiungi mezzo per non sbagliarti, stringi il filtro alla caldaietta e premi il pulsante.
Io, la mia, la mantenevo a Illy, miscela che, in effetti, fa la differenza, giustificando i 6 € per 250 gr contro i 2,50/3,50 di altri “espresso-casa”.
Peccato che a tanta maestria sul fronte della miscela, non corrisponda un valido controllo di qualità sulla macinatura, che era spesso grossolana, così mi toccava intervenire rimacinando il caffè con il macinino a tramoggia regalatomi per le nozze dal grandissimo Gino Gemme, in arte Gino Baleta.

Ecco, se nel travaso barattolo>tramoggia o in quello tramoggia>barattolo ne rovesciavo un granello, cosa più facile di quanto sembri, dato che la tramoggia rende la miscele leggermente elettrostatica, conferendole un comportamento imprevedibile e salterino, mi incazzavo.
Se ne rovesciavo una punta di cucchiaino diventavo una bestia.
Una volta in cui ho ciccato clamorosamente il movimento e ne ho versato un cucchiaio sul piano di lavoro, per fortuna ero solo in casa: ho bestemmiato per cinque minuti, senza soste, come i bambini che, quando imparano le prime parolacce, le ripetono come un mantra.
Non domandatemi perchè, non lo so, so solo che mi fa incazzare.

Come il Parmigiano per il Cigno.
Quando, nei primissimi anni 80, dividevamo la casa in Porta Ticinese, non riuscivo a fargli fare un cazzo, ma proprio niente, neanche il lavoretto più stupido: un lavativo ammirevole, nella sua depravazione.
Pur di non dover sbucciare la frutta, si faceva preparare la macedonia dalla madre, che aveva un negozio e poco tempo da perdere, quindi provvedeva di domenica sera. Il lunedì il Cigno si portava la macedonia a Milano e accettava di buon grado che il giovedì e il venerdì, ormai in via di fermentazione, la macedonia fosse più idonea alla preparazione del sidro che non ad un salutare e benefico apporto vitaminico all’organismo.
Un giorno mi guardava grattugiare il Parmigiano e soffriva come una bestia perchè me ne finiva qualche microscaglietta fuori dal piatto; ho pensato: «Ma vuoi vedere che…» e ne ho sparso un briciolino di più…
Non è più riuscito a tenersi: «Cazzo, stai attento!…»
È stata la sua fine.
Individuato questo nervo scoperto, ho seminato Parmigiano come se la grattugia fosse finita in mano a uno col Parkinson seduto sul Tagadà, finchè il Cigno non ha più retto e da quel giorno ci ha sempre pensato lui, con un impegno e una precisione da tagliatore di diamanti.
Visto il suo aumento di peso da allora, probabilmente ha risolto il suo problema comperandone un quarto di forma per volta e mordendoci dentro.

Il mio problema col caffè si è risolto con l’adozione delle cialde, anche se mi girano un filino le palle per il fatto di buttare plastica (la cialda) e organico (il caffè) nello stesso posto.
Comunque sono cagate; la carta, invece, è una cosa seria, meriterebbe un posto tra i Fattori Dicotomici Intergenerazionali di cui parlavo in un vecchio post.
Un tempo era preziosissima e costosissima, poi è arrivata ad essere alla portata di tutti. Ma con rispetto.

Provate a chiedere “un foglietto” a casa di persone anziane: se si tratta di persone che nella vita lavorativa non hanno avuto molta confidenza con la carta, ci sarà un impercettibile irrigidimento, praticamente a livello subliminale, un po’ come dire “ma guarda questo che faccia tosta…”.
Poi tireranno fuori da un cassetto un vecchio quaderno o un block notes pubblicitario, la cui prima pagina, immancabilmente, sarà strappata in metà o anche meno, dipende quanto dovevano scrivere sul pezzo mancante.
Si usa quel che serve, altro che quegli imbecilli della Kimono S.p.A, miei fornitori di pannelli in legno, che mandano le fatture in buste finestrate in cui l’indirizzo viene scritto su un foglio dedicato, poi piegato in tre come la fattura: un foglio A4 per pochi cm2 di indirizzo, banda di deficienti…

La mia stampante lavora poco, giusto i preventivi per chi non ha una email, gli originali delle certificazioni energetiche e le stampe delle conferme d’ordine che devo obbligatoriamente timbrare, controfirmare, scannerizzare e re-inviare ai fornitori: insomma, con due risme faccio un anno. Eppure, ovviamente per uso interno, non riesco a non riutilizzare il lato B dei fogli già stampati e diventati obsoleti, è chiufforte ‘e me.
Il risparmio in termini di soldi non c’entra, non fosse altro per il fatto che tempo fa, il mio amico/vicino/padrone di casa, lo stesso che mette in bagno il rotolone-asciugone  del post precedente, ha ritirato un tot di roba da un fallimento, tra cui c’erano due bancali -inteso proprio come “due bancali”- di carta da stampante, di cui mi posso servire a mio piacimento, gratis.
Anche lui è piazzato come me, carta ne consuma poca, quindi con due bancali facciamo “un attimo dell’Eternità”, espressione che mi tocca chiarire:

Un giorno un bimbo domandò ad un vecchio saggio cosa fosse l’Eternità. Il saggio rispose:
«Esiste una montagna talmente grande che la sua ombra crea la notte sulla terra.
Ogni mille anni un uccellino va ad affilarsi il becco contro le rocce di quella montagna.
Quando l’uccellino avrà consumato la montagna, sarà passato un attimo dell’Eternità»

Ma quante ne so, eh?…

Altra carta, altro fattore dicotomico, generazionale e non solo: il rotolone.
Le condizioni d’uso e la quantità di strappi impiegati sono, senza tema di smentita, inversamente proporzionali all’età e/o alla cultura di chi lo usa.
Un adolescente può usare il rotolone anche al posto dell’accappatoio o consumarne sei strappi per soffiarsi il naso; un trentenne ne fa un uso sconsiderato ma un po’ meno scandaloso; un cinquantenne come il sottoscritto ha imparato fin da bambino a fare le cose sporche (tipo macchie sul pavimento) con lo straccio, quelle pulite (tipo tamponare il cibo) con un canovaccio e, solo per pulirsi il culo, la carta, quindi ci sta attento.
Poi sono arrivate le spugnette per asciugare, una mano santa per chi, come me, ama passare il tempo in cucina; una cosa che non farò mai, salvo non avere altro a disposizione, è usare il rotolone per asciugare il bagnato: è così comoda la spugnetta! Poi la strizzi e, se hai tempo sufficiente e un posto dove continuare a strizzarla, ci asciughi il mare. E la pattumiera resta vuota.

Ammetto l’uso della carta in caso di unto, che ti costringerebbe a lavare la spugnetta col detersivo, che nelle fogne è peggio della carta nell’organico,  lavaggio che tra l’altro è anche un discreto dito nel culo.
A casa mia, con un rotolo di Tutto Panno Carta, andiamo avanti quindici giorni, usandolo pure come tovagliolo, salvo in caso di ospiti, cosa su cui Bimbi non transige, anche in caso di amici intimi.

Gli anziani sono incredibili: con un rotolo di Scottex ci fanno un paio d’anni e chiederne uno strappo provoca la stessa reazione del foglietto per gli appunti.

Oltre al fattore età, nell’uso e abuso della carta interviene anche la predisposizione all’accaparramento e al saccheggio tipica del popolo italico, roba da “forni manzoniani”.
Nei tre o quattro anni in cui mi dividevo tra serramenti e armeria, nel bagno del negozio avevo messo il rotolone, della cui sostituzione si occupava quasi sempre il commesso, che stava lì a tempo pieno, così io ne ignoravo il consumo. Finchè si è tappato il cesso alla turca che avevo voluto io, per poterlo lavare col getto una volta al giorno.
Per fortuna lo scarico passava attraverso il magazzino nell’interrato e chi aveva fatto il lavoro, per non faticare, aveva piazzato il collo d’oca praticamente a livello del pavimento del magazzino, anzichè del soffitto (cioè il pavimento del negozio), cosa che subito mi ha fatto incazzare, poi però mi divertivo a raccontare a tutti che se avessero cagato lì, con un salto di quattro metri, lo stronzo avrebbe fatto in tempo a imparare a veleggiare come Patrick De Gayardon…
Insomma, in due minuti l’idraulico smonta l’accrocchio e, invece di ritrovarsi in un mare di merda, tira fuori una carriola di carta del rotolone. Munito di guanti mi ha mostrato una cosa: c’erano delle strisce di carta costituite da dieci/quindici strappi ancora attaccati, che a mezzo metro per strappo fa dai 5 ai 7/8 metri di carta.
Per asciugarsi le mani.
Ho tolto il rotolone e ho comperato una decina di asciugamani 50×30 da bidet, uno ogni due/tre giorni, e con un bucato ogni due settimane eravamo a posto.
Ho anche messo un cartello:

Se non trovate più il rotolo di carta, ringraziate quei mangiamerda che ne usavano dieci metri per volta, per compensare il fatto che a casa loro devono pulirsi il culo due volte con uno strappo di carta igienica.

Ed ora concludo con un episodio che ecciterà pesantemente la meb1969.
Nella vecchia officina di Pavia il bagno aveva la porta sul cortile ed era in comune col capannone adiacente; anche lì abbiamo dovuto togliere il rotolone, causa uso smodato di cani e porci, oltre al fatto che qualcuno si portava via direttamente il rotolo.
Un giorno d’estate usciamo per andare a pranzo. Come d’abitudine prendo due strappi dal rotolone all’interno dell’officina, esco, mi lavo le mani e, mentre chiacchiero col Capellone -un nostro collaboratore che era già calvo a vent’anni- mi asciugo le mani. Poi con la carta umida do una bella pulita agli occhiali da sole che avevo al collo, dopodiché, sempre con la stessa carta, mi soffio il naso.
Il muso della mia macchina era lì a due metri, così ne ho approfittato per dare un colpetto ai fari, incrostati di moscerini.
Appena ho finito quest’ultima operazione mi sono girato e ho visto Massimo e Mario con cinquanta euro in mano nel gesto di farmi l’elemosina e il Capellone col secchio della spazzatura in mano che mi veniva incontro:
«Non mi interessa se sei il capo: se non lo butti, ti sputo…»

Dottordivago

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Sottotitolo: Il pianterreno della casa dalle finestre che ridono.

L’instant-post non fa per me, non ha mai fatto per me e oggi meno che mai.
Se la giornata non mi lascia il cervello come un dolce al cucchiaio -fatto raro, ultimamente- ho giusto tempo e forze per scrivere una ventina di righe con cui, chi come me era assente quando distribuivano il dono della sintesi ma che ha fatto la coda due volte per quello della divagazione, non riesce neanche a dirvi che ore sono.
Con venti righe al giorno viene lunga e parlando di un argomento di stretta attualità, tipo uno “scandalo”, tutto ciò che pubblico arriva come le immagini di Andromeda, che noi vediamo adesso ma è roba successa due miliardi di anni fa; inoltre, approderei alla fine del post in concomitanza con l’immancabile prescrizione o il sacrosanto non luogo a procedere per il suddetto scandalo.
Tutto questo, sempre ammesso che abbia voglia di parlare di certe schifezze.

Quindi, precluso il presente, e visto che di futuro non ci capisco un cazzo, mi rimane solo il passato, col vantaggio che non cambia, così posso scrivere le famose venti righe al giorno e, una volta raggiunta una certa massa critica o arrivato ad un punto in cui rifiatare, tipo oggi, clicco “pubblica”.

Come già detto, la casa dei miei nonni era divisa un terzo/due terzi dalla scala, come tutte le case di campagna dell’epoca.
A voler essere precisi, molto spesso la scala era al centro ma a mio bisnonno serviva “la bottega”, cioè la falegnameria, così si è tenuto un locale più ampio, anche se “ampio” va letto con una connotazione di quasi un secolo fa: la casa è 15x7mt, quindi l’area produttiva era circa 10x7mt, cioè 70 mq mal contati.
Oggi in 500 mq non si riesce neppure a farci stare un’orologeria, tra spazi come cessi per uomini, donne, trans-da-uomo-a-donna, trans-da-donna-a-uomo e tutto quanto preceduto dal sacrosanto “antibagno” che, se non ce l’hai, rischi multe da almeno tre ministeri: piuttosto ti conviene farti beccare con cinquanta schiavi cinesi in uno scantinato a lavorare in nero.
Poi ci vuole l’ufficio, la show room e il posto per il furgone.
Chissà come faceva mio nonno…

Il bagno era quello di casa, così aveva risolto il problema.
L’ufficio era un cassetto del bancone in cui teneva un quaderno con la copertina nera e la costa delle pagine rossa, su cui segnava

“guardaroba Rosanna dell’Oreste (inteso come Rosanna, figlia di Oreste): 80.000 lire”

oppure

“quattro finestre Prutasìn (Protàsio, il sacrestano): 59.000 lire”.

Due, massimo tre voci per pagina, visto che ci doveva stare anche la Marca da Bollo; due, massimo tre pagine all’anno: penso che la spesa mensile per l’adorata anguilla marinata, la vera colazione dei campioni, fosse molto superiore alle tasse che pagava in un anno, a parte l’INPS, nota come “la pensiòn” e l’ INAIL, “l’infortunio”.
Tranquilli, non è lui che ha mandato a puttane i conti dell’Italia: a quei tempi per un’azienda come quella di mio nonno, di dimensioni ed ambizioni veramente minime, praticamente non c’era l’obbligo della contabilità, si faceva qualcosina giusto per dimostrare che un lavoro ce l’avevi.
E con la burocrazia siamo a posto.

La show room… a cosa poteva mai servire?
L’unico modello di finestre e persiane era lo stesso di quelle installate nella bottega, mentre per il mobilio… Volevi un tavolo?

«C’me cul d’la Rusmina o cul del Pilade?»
(come quello della Rosmina o quello del Pilade)

Allora le porte delle case erano aperte e tutti conoscevano la casa di tutti, dai mobili alla tinta delle pareti; inoltre, con certi nomi, non era necessario spiegare con precisione di chi si stava parlando.
Quando proprio il cliente era uno di quelli rognosi, con due righe di lapis su una tavola piallata o su un raro pezzo di cartone, se non con un dito sulla polvere di una mensola, il progetto era messo giù in ogni particolare.

Ocio che mi scappa di divagare.

Sembra di parlare del Medio Evo.
Ho scritto “raro pezzo di cartone” perchè è così, era raro.
50 anni fa gli imballaggi erano ridotti al minimo e riciclati finchè ce n’era un pezzo, nessuno si sarebbe mai sognato di strappare uno scatolone per scriverci sopra; giusto se era a brandelli o se “aveva il culo rotto”, dopo che qualche avventato sprecone l’aveva appoggiato nel bagnato o sovraccaricato senza tenerci una mano sotto.
A quel punto non conveniva ripararlo, anche perchè il nastro da pacco era agli inizi, altrove, mentre a Cuccaro c’era ancora la costosa “carta gommata”, un rotolo simile al classico nastro avana da pacco ma con la colla secca su un lato, che andava attivata con un sofisticato catalizzatore: l’acqua.
Praticamente un francobollo lungo qualche decina di metri.Anche la pittura murale “pronta” era agli inizi, mentre mio nonno aveva un sacco di polvere bianca che andava sciolta nel solito catalizzatore, l’acqua, mentre se volevi un colore che non fosse il bianco, aggiungevi una cucchiaiata di “magia”, da pescarsi in barattoloni di latta contenenti polveri colorate

ASSOLUTAMENTE ED IRRESISTIBILMENTE AFFASCINANTI

in cui, per me e i miei amichetti, era impossibile non infilare le dita per poi sfigurarsi con improbabili pitture di guerra o improvvisare una sorta di Holi indù nel cattolicissimo Monferrato.
Quando qualche paesano veniva a prendersi “il colore per dare il bianco”, si portava il suo secchiello per la base bianca e un barattolo per la polvere magica.
Per il nuovo ritrovato della scienza moderna, il Vinavil, altro barattolo di famiglia.
Una manciata di chiodi? Un foglio di giornale, ovvio, procurato non si sa come e dove, visto che mio nonno non lo comperava mai, il giornale.
Ad Alessandria era un’altra musica ma a Cuccaro io ricordo donne che come shopping bag usavano ‘u scusà, il grembiule. No, dico… eh?…

Gente, io mi ricordo quando ho visto la prima borsa di plastica!
D’altronde, erano i tempi in cui Gino Bramieri era testimonial del Moplen, a Carosello: «E mò e mò?… Moplen!». Per il Moplen l’ing. Natta ha vinto il Nobel per la chimica nel 1963 e le prime materie plastiche erano un’innovazione così clamorosa che si faceva pubblicità non alla marca ma al materiale stesso, come se oggi si facessero gli spot per l’aerogel o il fullerene.

Di questa mia formazione parlavo giusto l’altro giorno ad un rappresentante, che mi ha visto asciugarmi le mani con uno strappo di rotolone di carta e, anzichè buttarlo nel cestino, mi ha visto stirarlo velocemente con le mani e appoggiarlo in un angolo, dove ce n’erano altri. Mi ha guardato incuriosito, allora gli ho spiegato che non sono l’avaro del secolo, anche perchè il rotolone-asciugone del bagno è a carico del proprietario del capannone, di cui io affitto una parte; semplicemente non amo lo spreco e quella carta, una volta asciutta, può servire a scopi più umili, tipo togliere una macchia dal pavimento o pulire le vetrine.
Eh, vecchia scuola…

Continua

Dottordivago

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Gente, se ‘sto governo di puttanieri (di qua), imbecilli (di là) e ladri (bipartisan) non si decide a prorogare oltre il 30/06 la detrazione fiscale del 55% sui serramenti, mi sa che stavolta non porto a casa la pelle.
Ovviamente si sono svegliati tutti adesso e da qui a fine giugno, se -ripeto- non interviene una proroga, la vedo veramente dura.

Giornate intere davanti a ‘sta macchina di merda, alla sera ci vedo doppio.

Mettete in mezzo delle conoscenze, telefonate a qualche parente, a qualche amico… chiedete la proroga… aiuto…

Sono cotto.

Vaneggio

Hmmm…Mi devo far mal!
Mi devo far molto mal!
… … …
Lo spillone.
Passami lo spillon Fernando.
No!
Passami lo spillon Fernando.
No!
Passami lo spillon Fernando!
Grazie Fernando.

Vedete un po’ come sono messo…

Dottordivago

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Ho pubblicato questa cosa su Feisbuk:

picconate

Svariati “mi piace” e una voce fuori dal coro, la dolce meb1969.
Frequentatrice e commentatrice in primis del Panda, poi di FB, in modo molto garbato dice:

meb

Io non la penso così:

IO

L’unico dubbio che mi ha colto era se optare per questa versione:

Cattura

Volendo proprio fare i San Cirillo col cazzo a spillo che inculava i microbi, inteso come “guardare per il sottile, badare alle sfumature”, la seconda versione è un momentino più precisina e presentabile ma io continuo a preferire l’immediatezza della prima.

Ma non è questo il parere che voglio da voi.

Dovendo scrivere una cosa su quei fatti, voi come vi regolereste?
Io sono uno che ammette sempre lo scherzo, purchè non sguaiato ma composto e rispettoso, niente che tocchi lontanamente le vittime e le famiglie ma che cerchi di rimarcare il fatto con un’immagine nè retorica nè stereotipata.
Niente roba da Feisbuk, per capirci.

Insomma, non voglio che diate ragione a me piuttosto che a meb, voglio sapere come la pensate voi: siete gente da “sorriso amaro” o no?

Dottordivago

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Oggi, martedì 14 maggio, nella mattinata ho sbrigato tutto quello che dovevo fare, mentre per il pomeriggio mi ero riservato un paio d’ore per vedere se sono ancora capace di scrivere due vaccate su queste pagine e aggiungere il terzo plin a questa saga dedicata al giovane Dottordivago.
Sono persino arrivato in negozio prima del solito, armato delle migliori intenzioni.

Da quel momento non ho smesso per un attimo di ricevere telefonate, email e visite, tutte con un comune denominatore: tutti clienti attuali -o a cui ho già sbrigato la pratica- i quali… «Capisco che non è il suo lavoro però di lei mi fido e vorrei sottoporle un problema…»

Spiegatemi una cosa: perchè “il problema” che mi sottopongono non è mai quello di stabilire se il tono muscolare di una cubista diciottenne è più simile a quello della pallina da tennis o del copertone da camion?
O se una fresca bottiglia di Prosecco si sposa meglio con un tramezzino “burro e code di scampi del Quarnaro” o una cassetta di “fines de claires”?

No, niente del genere: solo cagate, cagate, cagate, cagate, cagate, cagate…
Alcune molto noiose da spiegare ma un paio meritano.

Una che ha cambiato le finestre due mesi fa mi invia questa:
20130416_181401

Ok, il piastrellista ha fatto una minchiata: piastrelle e bordo superiore si mandano affanculo, in tutto il bagno.
Ma io… cosa c’entro?
«Mah, sa, quando c’era il problema della porta blindata che toccava nel pavimento, lei l’ha risolto…»
Dunque, lì il muratore ha murato il falso telaio, i miei uomini hanno montato la porta blindata e il piastrellista (sempre lui…) ha fatto il pavimento in salita, così quando la porta era aperta a 90°, si piantava.
Il mio “intervento risolutivo” è stato di dire al muratore di non smantellare tutto il pavimento ma di smurare il telaio e rimurarlo un cm più su, dopo di che i miei uomini hanno rimontato la porta.
Problema risolto ma questo non fa di me un tecnico delle piastrelle: urlare a un passante «Attento che cade una tegola!» e salvargli la vita, può trasformarmi in un eroe ma non in un’autorità in fatto di tetti.
”De Coccio” Woman: «Che le piastrelle siano per terra o contro il muro, sono sempre piastrelle: mi dia un’idea lei, che è bravo e ne capisce…»

Avanti un altro.
Una coppia di bravi ragazzi deve sostituire finestre, persiane, due porte blindate e due sezionali da garage.
Tutto ok ma ci blocchiamo sulle porte blindate, che devono essere vetrate.
Problema: alla brava coppietta non piacciono i pannelli di contorno al vetro.
Effettivamente non c’è una gran scelta: a fronte delle centinaia di opzioni per i pannelli ciechi, quelli per le porte vetrate sono molti meno.
Convinco una ditta a realizzarmi un pannello su disegno del cliente, senza mangiargli la casa, basta che mi diano il disegno: «Ma noi non sappiamo disegnare… non può pensarci lei?»
«No, non posso, per quello ci sono gli architetti, che si fanno pagare, mentre io perdo delle giornate e non becco una lira…»
Si mettono al lavoro e mi danno uno scarabocchio: giuro, una cosa da bimbo di tre anni che gioca con i pennarelli.
Il tecnico della ditta specializzata in pannelli dà allo scarabocchio una forma compiuta ed io lo invio al cliente.
Tutto questo fino a ieri.

Oggi mi chiama: «Bello. Ma… si potrebbe avere una foto?»
Nel frattempo siamo passati al “tu”.
«Certo, vieni a vederla. Solo una cosa: già che sei di strada, fermati in edicola e comprami il giornale di domani…»
«Cosa c’entra?…»
«Mi spieghi come cazzo faccio ad avere una foto di una cosa che deve ancora essere realizzata sulla base di un tuo disegno?»
«E allora come faccio a vederne uno?»
«Computer grafica. O peyote. I nativi americani ne vedevano di tutti i colori, col peyote»
«Dai, su, pensaci tu, che ci fidiamo…»

A tutti voi: voi, non fidatevi mai di me, sono lo scemo del villaggio, chiaro?

Dottordivago 

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Sottotitolo: la cantina della Casa dalle finestre che ridono.

Sì, sono il Genio dei Titoli.
No, niente a che vedere con le funzioni urinarie della Chiabotto, si tratta semplicemente del seguito di “Tom Sawyer al plin”.
E se non cambio umore, preparatevi ad una lunghissima serie di “plin”: in questo periodo sono talmente schifato dalla società in generale -e dalla politica in particolare- che proprio non ho voglia di guardarmi intorno e commentare. Senza eccezioni, manco per la scomparsa dell’animaccia nera di Andreotti, Dio lo maledica e il Diavolo se lo prenda con tutti i segreti che s’è portato dietro.
Anche se mi rimane la speranza che a breve esca fuori un suo diario, in cui volutamente sputtani mezzo secolo di infamità… Sarebbe l’unica cosa che potrebbe farmi passare l’irresistibile voglia di cagargli sulla tomba.

Quindi, se non mi guardo intorno -e non sono sufficientemente sincero per guardarmi dentro- che faccio?
Guardo indietro, per mancanza di interesse all’oggi, senza la pretesa di fare il figo come gli stilisti, che regolarmente ripropongono roba già vista ma si tratta di “richiamo”, “omaggio”, “strizzata d’occhio” o, quando pure la copia gli viene male, una “provocazione”, comunque mai una “mancanza di idee nuove”.

Fino alla fine degli anni sessanta, la casa di Cuccaro era veramente “la casa dalle finestre che ridono”, nel senso letterale e positivo, niente a che vedere con l’incestuoso horror basso-padano di Pupi Avati.
È una casa grande, divisa un terzo/due terzi dalla scala: cantina, piano terra, primo e secondo piano, altissimo, da sempre adibito a solaio ma volendo ci starebbe alla grande un ulteriore terzo piano mansardato.
Ci vivevano i miei nonni materni e mia zia, sorella zitella di mammà.
Fino al ‘66 ci abitava pure mio prozio, fratello di mio nonno, scapolo impenitente e trombatore a pagamento, in trasferta, mai in paese, dove avrebbe potuto operare gratuitamente ma dove, magari, qualcuna avrebbe potuto incastrarlo.
Morto d’infarto prima dei sessant’anni, in una insolitamente primaverile giornata di novembre, durante un’uscita di caccia.
Fucile in spalla e sigaretta in bocca, ecco come muore un uomo fortunato.

La cantina.
Partendo dal basso, la cantina è ancora bella, nonostante i due muri nuovi che inglobano la nuova scala e che la dividono in un terzo/due terzi come il resto della casa. Ma allora era una meraviglia. Lunga come tutta la casa, pareti in mattone, come di mattoni era il soffitto tondo: una specie di largo tunnel con il pavimento di tufo, in cui trovavano posto botti, damigiane, bottiglie e tutto il necessario per la vinificazione.
La scala era una meraviglia, realizzata con la casa, nel ‘33, segando nel senso della lunghezza un tronco di rovere e ricavando i due “staffoni” semicircolari, resi levigati dallo sfregamento delle mani nel corso di migliaia di risalite e di discese all’indietro, assetto consigliato vista la notevole pendenza.

Solo in cantina c’era già un mondo da scoprire.
Il profumo del mosto in periodo di vendemmia lasciava il posto, nell’inverno, a quello del vino; poi c’erano le damigiane a collo largo con l’aceto e i peperoni, manco a dirlo, sottaceto, svariati vasi di vetro con le acciughe sotto sale, qualche insaccato che pendeva… Il tutto ammantato da un leggero, delizioso sentore di muffa, di “quella” muffa che solo un  barbaro, che non apprezzi il profumo di un porcino, di un gorgonzola o della pelle di un salame di Varzi, poteva definire puzza.

Tutto ciò conferiva un profumo unico alle cinque o sei casse da morto.

Nuove, neh?…
Mio nonno e suo fratello erano i falegnami del paese, figli d’arte, e ovviamente facevano di tutto, compreso fornire la cassa di legno e saldare a stagno la cassa di zinco con dentro il morto, operazione che si svolgeva a casa del morto, non lì.
Nelle giornate particolarmente calde, mi mettevo un maglioncino e andavo a fare il pisolino pomeridiano proprio lì, nelle casse: il posto era freschissimo, tolto il coperchio l’interno era pulito, una vecchia trapunta piegata che faceva da materasso… E dove avrei potuto trovare un posto migliore? Un pisolino al fresco e un successo assicurato nel raccontarlo agli amichetti: il mio pane.
Eppure dovevo farlo di nascosto da tutti: sia nonna che zia lo trovavano inquietante, mentre mio nonno diceva che rischiavo di rigare la vernice…

Se mai esiste qualcosa di vero nei versi “dal ribollir dei tini va l’aspro odor dei vini l’anime a rallegrar”, se mai esiste qualcosa che può avere quell’effetto, probabilmente lo imbottigliavano in quella cantina.
“Una volta erano ignoranti ma…” è il classico incipit di chi si prepara a parlar bene del passato. Infatti, una volta che erano ignoranti, gli uomini -almeno mio nonno e mio zio- si scoppiavano un litro di vino a testa a pranzo, poi facevano il pisolino.
Ovviamente era vino fatto apposta per un consumo esuberante, un barbera definito “vinello”, undici gradi mal contati e un profumo, ma un profumo…
A differenza di oggi, che se un vino non è diciotto gradi non se lo caga nessuno, allora si raccoglieva tutta l’uva, non come i cagoni odierni che ne lasciano metà sui filari per poter dire che “la qualità impone scelte…”. Poi tirano su il vino di tre o quattro gradi con lo zucchero, pratica che gli stessi cagoni vogliono mantenere vietata, per tirarsela nei confronti di altri paesi in cui è consentita.
Conoscete la zona di Canelli? Be’, è uno dei posti dove si fa più vino, in Italia.
E chi è il più ricco della zona? Uno che vende lo zucchero. Così, per dire…

Allora l’uva si raccoglieva tutta e se la vendemmia era buona, usciva un vino di 13/14 gradi, sennò qualcosa meno. In entrambi i casi, tranne una parte che diventava vino da imbottigliare per le feste e le occasioni, il resto del mosto era allungato con acqua per abbassare la gradazione zuccherina e di conseguenza quella alcolica, al fine di renderlo più adatto al robusto consumo dell’epoca.
Questo “vinello” veniva conservato nelle botti e spinato al momento del consumo, pratica che resta uno dei miei più bei ricordi.

La prassi prevedeva che, sia a pranzo che a cena, uno dei due fratelli scendesse in cantina col “bottiglione”, il classico doppio litro, meno fashion del fiasco ma più capace: due litri a pranzo, due litri a cena.
Un litro a testa, a pasto: cosa vuoi che sia, per due uomini…
Quando sono arrivato io, il rituale, anzi, il rito, si è arricchito di un chierichetto: che scendesse lo zio o il nonno, ciò avveniva con me sulle spalle. Una volta in cantina, il bottiglione e il suo imbuto finivano sotto la spina della botte, che veniva aperta e il vino iniziava a sgorgare, creando una schiuma rosso rubino.
Il colore di quella schiuma… E il profumo!…
Non per niente quei due erano fratelli, erano stupidi uguale: entrambi si chinavano e mi mettevano il naso a due dita dal vino che sgorgava, fingendosi sorpresi quando io, con un colpo di reni, riuscivo a bagnarmi le labbra.
Ovviamente non riuscivo a berne ma mi bagnavo il becco a sufficienza da puzzare come un carrettiere quando tornavamo su, così nonna e zia passavano i primi minuti a tavola dando del “sensa cugnisiòn” (senza cognizione, ndt) al cantiniere di turno.

Nella cantina delle meraviglie c’era un’altra cosa che mi lasciava letteralmente affascinato: el mutùr, il motore.
Anzi, IL Motore.
La prossima volta vedremo il pianterreno, per il momento vi basti sapere che proprio sopra la cantina c’era la “bottega”, cioè la falegnameria.
El mutùr era un motore elettrico che a me sembrava enorme e che in effetti piccolo non era, anche se si trattava solo di un 4 o 5 hp, che oggi sarebbe grosso come una botticella da cinque litri, tipo quelle della birra con cui la gente si fa regolarmente male alle feste.
Ma quel motore era degli anni 30, imponente, messo su una mensola a un paio di metri da terra da mio bisnonno, colui che ha costruito quella casa intorno alla bottega, che nessuno -tranne me oggi- ha mai chiamato “falegnameria”.
Dal motore partiva una cinghia di cuoio nero che attraversava in diagonale la cantina, si infilava in una fessura creata apposta nel soffitto e scompariva.

Per me poteva arrivare fino in cielo e far girare il sole.
In realtà faceva girare un albero (che vedremo poi) che portava il moto a tutti i macchinari della bottega.
L’accensione avveniva in bottega, preceduta da un «Tensiòn che anvìsc… (attenzione che accendo)», una specie di “cade” da boscaioli o di “ciak si gira” da cineasti.
Io avrei voluto avere due teste.
Una in cantina per vedere partire il mutùr, con quella cinghia smisuratamente lunga che cominciava a correre oscillando, emettendo un flap flap che mi attirava come fa il miele con le mosche: madonna che voglia di metterci un dito sopra…
Una seconda testa per vedere il gesto dell’accensione, che avveniva –giuro, non è folklore- con un sezionatore a leva, cioè un “interruttore” identico in tutto e per tutto a quelli che si vedono solo nei film di Frankenstein, d’altronde si trattava di un impianto coetaneo dei più famosi horror in bianco e nero.

A differenza dei macchinari di oggi, che puoi avviare sfiorando un pulsantino mentre con l’altra mano scrivi un sms sul cellulare o fai quello che vuoi, l’accensione del mutùr richiedeva concentrazione.
Anche un atteggiamento e un’espressione particolare, di circostanza, un misto di solennità e diffidenza, con una puntina di timore, che diventava orgoglio mal celato appena la puleggia cominciava a far girare l’albero principale.
Adoravo quel momento, anche perchè lo scambio di contatti sparava certe fiammate… Uscivano persino dalla scatola di legno che conteneva il tutto.

«NONNO!… COS’È?!»
«Eh, gioia… la forsa mutrìs!…»
Gente, dritti con la schiena e orecchie aperte: stiamo parlando della

Forza Motrice

Giuro, la prima volta che al cinema ho sentito “Luke, segui la Forza!…», io ho pensato al mutùr.
La “forza motrice” non era la normale corrente elettrica, la scontatissima e comune 220 che faceva accendere le lampadine.
Era effettivamente diversa, era quel flusso, all’apparenza infinito, di energia che permetteva al mutùr di far girare la bottega e far vibrare tutta la casa.
Era una cosa arcana e lo è rimasta per anni, ammantata da un’aura magica, una cosa da Eletti.

Che delusione aver scoperto che si trattava di una proletaria 380 trifase.
Continua.

Dottordivago

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Il plin è un gesto che sta al Piemonte come il simbolo della pace sta a Woodstock: è il pizzicotto con cui si chiudono gli omonimi agnolotti, quelli veri, che puoi scolare e servire su un tovagliolo di lino, non serve altro; se poi vuoi fare un uovo da due rossi, allora togli il tovagliolo e ci versi un bicchiere di barbera, dolcetto o nebbiolo, nè “importante” nè barricato: hai presente “buono”?  Ecco, buono.
Al limite burro, per astemi, oppure (poco!) sugo di stufato, per voluttuosi.
Astenersi mangiatori di zozzerie ripiene, inondate di sughi vari, ADDIRITTURA IL POMODORO! E ho detto tutto.

Il Tom Sawyer del Basso Piemonte ero io.

Tom Sawyer è un ragazzino vivace, discolo, irrequieto. Combina sempre guai però sa essere simpatico e furbo: ha la dote di riuscire a salvarsi dalle punizioni della zia Polly facendola ridere e di trasformare le punizioni in affari redditizi come quella volta in cui, dovendo verniciare uno steccato, convince i compagni che si tratta di un privilegio tale che essi lo pagheranno per fare il suo lavoro. Tom è leale e crede nell’amicizia, sente il desiderio di crescere e se fugge ha la nostalgia di casa. È un monello non ancora capace di escludere dalla sua vita la famiglia e l’ambiente in cui è cresciuto, un bambino che sa vivere a suo modo la propria infanzia.

La descrizione di Tom Sawyer mi calza al 90%, il restante 10% sta tutto nei capelli rossi, lentiggini e capacità di sfuggire alle punizioni, mentre io avevo i riccioli biondo-castani (poi il biondo si è scurito), una pelle come una pesca e per punizione ho sempre preso un sacco di legnate: forse la zia Polly era un po’ rincoglionita, i miei no. 
E comunque non le ho prese “sempre”, direi piuttosto che mi sgamavano  “raramente”, sennò non sarei arrivato con le mie gambe alla Prima Comunione.

Ancora il piccolo Dottordivago protagonista di un post?
No, solo qualche semplice precisazione.

Nel racconto delle prime vacanze al mare con la mia famiglia, non vorrei aver dato l’idea di essere stato, per rimanere nel genere, una specie di Oliver Twist.
Sia chiaro, non cambierei la mia infanzia con quella di nessun altro.
Certo, come ho già detto, a casa mia non esisteva lo spreco: anche se i miei non erano contadini, la cultura era quella. E si è mai visto un contadino che spreca?
Questa mentalità quasi ottocentesca si rifletteva su ogni aspetto della nostra vita, almeno nei primi anni della mia. Per fare un esempio, anche se sono nato in Alessandria, ho praticamente passato l’infanzia nella casa dei nonni materni, a Cuccaro Monferrato, dove  tornavo appena possibile: anche quando andavo a scuola, se solo c’era una mezza giornata di festa, tac, ero lì.
Era la casa che, fino all’adolescenza, ho sempre considerato la mia vera casa.

Be’, tanto per dirne una, in quella casa non c’era il riscaldamento.
Anche lì, non per mancanza di mezzi, semplicemente perchè il riscaldamento, i termosifoni, non erano previsti da una mentalità contadina da pre-avvento della lucifera televisione, in questo caso intesa proprio come “portatrice di luce”.
C’era la stufa in cucina, così quel piano era a posto, e per non privarsi di niente, addirittura una stufa catalitica in bagno.
A proposito, mi scappa di divagare.

A causa di quella catalitica di merda, per poco mia sorella non ha girato l’occhio.
È successo durante le vacanze di Natale del ‘73: lo ricordo benissimo perchè proprio in quei giorni avevo iniziato a tappezzare la camera con poster di motorini da cross, giusto per chiarire a tutti che entro un paio di mesi avrei avuto 14 anni e che l’esame di terza media era una mera formalità.
Una mattina, mia sorella, 16 anni, si fa il solito bagno da giorno di vacanza, in stile Zsa Zsa Gabor, con l’acqua un dito sotto al naso e una spanna di schiuma. Se non che, tra il vapore e l’ovvio consumo di ossigeno della catalitica, poco dopo ha iniziato a non sentirsi bene.
Per fortuna non ha fatto come le succedeva spesso, cioè di addormentarsi nella vasca e svegliarsi quando l’acqua si raffreddava: si è tirata su, si è infilata l’accappatoio ed è uscita dal bagno quando già stava svenendo. La porta del bagno dava sul pianerottolo da cui si andava nella zona giorno -che allora noi inguaribili radical chic chiamavamo “cucina e tinello”- oppure si infilava la scala che portava al piano sotto dove si trovava la nostra mega camera da letto, in cui c’era posto anche per alcuni cugini e cugine che abitavano a duecento metri ma che, in estate, spesso non andavano neppure a casa a dormire.
Mia sorella ha infilato la scala.
Rotolando.
Probabilmente era già svenuta prima di toccare il primo scalino, infatti io, che me ne stavo bello schiacciato sotto le coperte, ho sentito un gran casino, durato un attimo, seguito dal silenzio più totale.
I miei nonni, un po’ duri d’orecchi e dall’altra parte della casa, non hanno sentito niente, così mi sono alzato io. Apro la porta e praticamente inciampo in mia sorella, completamente nuda salvo un braccio ancora infilato nell’accappatoio, “in una posizione innaturale da burattino spezzato”, come direbbe un cronista di “nera”.
Primo pensiero mio: «Porca troia che razza di una gnocca che è mia sorella!», poi l’amore fraterno ha prevalso.
Non sono mai stato uno che per prima cosa strilla “aiuto!”, così non ho allarmato i nonni, l’ho trascinata in camera (mi piacerebbe dire “l’ho presa in braccio” ma a tredici anni non ce la facevo), con una fatica da bestia l’ho messa a letto e dopo cinque secondi ha iniziato a riprendersi.
Ora che ci penso… Per me è stato una sorta di “battesimo della gnocca”: avevo già giocato al dottore con alcune bambine della mia età ma quella è stata la prima volta che ho maneggiato tette e chiappe post-puberali.
Comunque, un bernoccolo, qualche livido e chiuso l’incidente. Per noi due.
Non per i miei, che da quel giorno hanno cominciato a guardare al bagno, inteso come stanza, con la stessa preoccupazione che gli ebrei di Auschwitz riservavano alle loro “docce” e quando io o mia sorella entravamo in bagno, ogni trenta secondi arrivava qualcuno a bussare e domandare: «Tutto bene?»
Per carità, ben venga la prudenza, però lì si esagerava, visto che lo stesso stato di allarme vigeva anche in estate, a catalitica spenta, o magari anche quando non ci andavo per farmi il bagno.
Ecco, forse quella è stata la parte più triste della mia infanzia/adolescenza: provate voi a rispondere “sì, tutto bene” a qualcuno che ogni trenta secondi ti interrompe una sacrosanta pippa…

Continua.

Dottordivago

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