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Archive for aprile 2013

…che ieri, dopo aver letto il finale “…ma toccherà parlarne domani…”, avete detto: «Seee… domani…»;

care facce di merda2 che il finale di ieri manco l’avete letto perchè non mi cagate più quanto sono lungo e passate di qua solo se nessuno vi ha twittato una fava e/o non avete voi una fava da twittare;

care facce di merda3 che non avete letto il post di ieri semplicemente perchè state facendo un ponte da sabato 20/04 a domenica 05/05 e “guarda, in albergo c’era un wi-fi vergognoso”;

be’, cari tutti quanti, eccolo qua: il Dottordivago-due giorni-di-fila, come ai bei tempi in cui avevo tempo di avere tempo.

Poi, per concludere il lavoro di segreteria:
marca “bravo” al Camagna che ieri sera mi ha paragonato a Ken Follett (e faccio finta di non avere capito che mi leggi perchè, a differenza di Ken, da me è tutto gratis…);
marca “stai attento” a MarcoVal che ieri, su Feisbuk, ha scritto
val
Allora, MarcoVal, ascoltami bene: se ti becco ancora a scrivere “followare”, ti do un calcio nella portiera della macchina, va bene?
Ti cerco, ti trovo e ti do un calcio nella portiera della macchina: non è una minaccia, è una promessa, come diceva il sergente Markoff in “Beau Geste”.

Ok, torniamo all’ ingenuità vacanziera degli anni 70.
Sembra incredibile ma, ancora nella seconda metà degli anni 70, a Borghetto SS c’era anche un turismo agiato e benestante, se non addirittura ricco.
Tipo il famoso “editore” di pornacchioni, padre di F., l’unica diciottenne italiana affamata di cazzi come una trentenne caraibica, veramente una malata.
Che io, peraltro, mi premuravo di curare in ogni modo, con risultati notevoli, tranne la volta in cui ho scoperto la riserva speciale del padre, un piccolo congelatore pieno di Biancosarti, l’aperitivo vigoroso: francamente non so perchè “aperitivo”, mentre per dare un senso al “vigoroso” intervenivano i 45° alcolici. Ricordo solo che ghiacciato a 25 sottozero era uno spettacolo.
Di quella giornata ricordo anche di aver praticato un intervento di primo soccorso alla malata, nel senso che se non la ciulavi nei primi 30 secondi dal “ciao, sei sola?”, le scoppiava la patata. Poi le ho praticato un richiamo come per l’antitetanica, per stabilizzare la paziente dopo di che, purtroppo, è avvenuta la scoperta del Biancosarti.
Terrazza vista mare, sole, aperitivo vigoroso ghiacciato… insomma, ne ho scoppiato una bottiglia e credo di essere svenuto a metà della terza fase della terapia.
Incazzata a morte perchè il giocattolo aveva finito le pile, la dolce F. mi ha:

  • rivestito
  • trascinato in ascensore
  • trascinato fuori dal portone
  • abbandonato sul marciapiede
  • tolto il saluto

Mah, forse è stato meglio così: anche se teoricamente la paziente era lei, un giorno o l’altro le sarei rimasto sotto i ferri, a ‘sta matta…

Eh sì, c’era gente strana, in quegli anni.
Talmente strana che arrivavano addirittura alcuni turisti stranieri.
Ok, era tutta gente che veniva truffata, ne sono sicuro, infarloccata da qualche operatore che mostrava foto delle Cinque Terre e li spediva a Borghetto SS.
Oddio, molti erano olandesi… Avete presente le spiagge olandesi, sì?…
Vanno giusto bene per le pubblicità del Nescafe, tipo quella della gnoccolona in terrazza, sulla sedia a dondolo, gambe raccolte e piedi nudi, avvolta nella coperta mentre sorseggia il bibitone caldo e mira l’infinito, che è rappresentato da nuvoloni tutt’uno con un mare grigio degradante in un pantano che diventa i due km di spiaggia su cui sorge la casa della tipa.
Quindi, prima mettiti le calze, che prendi freddo; poi, quando decidi, vieni a Borghetto, va’, che è sempre meglio di quel posto lì…
Effettivamente, per quei turisti si trattava di mezza truffa, nel senso che confrontata alle loro spiagge, quella di Borghetto sembrava Playa Sirena a Cayo Largo e pure i Pantani Padani alla foce del Po ne uscivano bene.

Ma non riesco a togliermi di mente le lacrime di Allison.
Pensa che dopo quasi quarant’anni mi ricordo ancora il nome completo: Allison Mc Neal. E se allora il suo mi ricordava un nome da sceriffo, tutto il resto mi ricordava che la natura può essere davvero meravigliosa.
Allison era bellissima, no, di più, era… un sogno.
Sgomberiamo subito il campo dagli equivoci: non l’ho toccata con un ditoCOGLIONECOGLIONECOGLIONECOGLIONECOGLIONECOGLIONE.

Io avevo 17 anni, lei uno di meno, però abitava a New York ed era un momentino più sveglia di me, intendendo “di me come sarò l’anno prossimo, a 54 anni”.
Era già stata dappertutto, aveva già visto tutto, i suoi genitori sembravano usciti dalle foto della Notte degli Oscar, gente da Red Carpet.
Trombati da un tour operator.
Borghetto era una tappa del loro giro d’Europa di un paio di mesi e ci sarebbero dovuti rimanere un paio di giorni, una tappa tra la Costa Azzurra e Genova, prima di calare a sud.
Arrivati a bordo di una Mercedes noleggiata a Ventimiglia, non si sono neppure preoccupati per il pacco: tempo di fare due telefonate e sarebbero ripartiti per un luogo che li meritasse. Per muoversi più liberamente, il padre di Allison aveva spedito moglie e figlia nella prima spiaggia vicino a dove avevano parcheggiato e si era fiondato in un’agenzia che millantava un ottimistico “english spoken”.

La spiaggia in questione erano i Bagni Nettuno, dove io facevo i primi timidi ingressi fraudolenti, visto che i miei, dopo qualche anno di gavetta in spiaggia libera, si erano piazzati ai Bagni Marina, uno stabilimento vecchio stile, il che, parlando della Liguria anni 70, significa che per un pelo le donne non facevano il bagno con i mutandoni e il cappellino.
Quando me la sono vista davanti… ancora un po’ e scappo.
No, dai… “bella” va bene, “bellissima” meglio ma così… così è troppo!
L’ho seguita e contemplata mentre entrava in acqua e mentre ne usciva, senza osare rivolgerle una parola, fino a quando si è diretta al bar, dove l’aspettava la madre, per bere qualcosa.
Dunque, il personale dei Bagni Nettuno aveva una buona dimestichezza col savvonnese e grossi problemi con l’italiano, mentre una qualsiasi lingua straniera era trattata come i rumori del fax: gli vedevi proprio il fastidio dipinto in faccia.
Col mio inglese scolastico da “de buc in on de teibol” non ho esitato un attimo: «Can I help you?» e mi sono guardato intorno per vedere se mai c’era qualcuno che rischiava di saperne più di me…
Nessuno?… Dio benedica l’ignoranza.
Al che mi sono girato e… AAAAAAAAAAAAAAHHHHHHHHHHHHHHHH………………
Sono caduto in quegli occhi.
Era… era… va be’, voglio spiegarmi bene:

era talmente bella che non l’ho mai associata ad un turpe desiderio, non l’ho pensata neppure nel corso di una pippa, non l’ho mai sfiorata neppure col pensiero.

Mi sono spiegato, adesso?
Andiamo avanti. Il mio problema con l’inglese è che sono incredibilmente portato per tutti i dialetti e gli accenti, ho una pronuncia spettacolare; addirittura, anni dopo, a seconda dello stato USA in cui mi trovavo, acquisivo la cantilena tipica del luogo. Una volta al bar Moderno, in Piazzetta, parlavo con una americana di passaggio e un mio amico mi ha detto: «Ma sei scemo? Parli come Heather Parisi…». Una specie di Zelig, insomma.
Il problema è che lo studio non è mai stato il mio forte, così la grammatica era disastrosa e non era raro che uno straniero di lingua anglosassone pensasse di parlare con un connazionale, però scemo o dislessico.

Infatti Allison, felice di aver trovato un buon selvaggio, ha parlato a raffica per trenta secondi, discorso di cui io ho capito:

capelli biondi-biondi-biondi-ma-quel-biondo-non-scialbo… occhi azzurro carico e luminoso… nasino perfetto… bocca di rosa… denti abbaglianti… olimpionico rosso… tette… vitino… fianchi… patata… cosce… rotule perfette (e va’ che per notarle lì in mezzo dovevano essere belle davvero…) polpacci… caviglie… piedi… bela… tuta bela… io… sposare…

Stava parlando a un cerebroleso che contemporaneamente le stava facendo la TAC.  Mi ha toccato il torace con la punta delle dita, per svegliarmi, poi ha fatto il tipico gesto delle dita a “V” che indicavano prima i miei occhi poi i suoi.

Mi è salita la nausea al pensiero della figuraccia che stavo facendo e mi sono ripreso solo grazie alla risata della madre che ha fatto sorridere la figlia: non fosse stato per la signora, ne sono certo, mi sarei cagato addosso lì, in piedi, e sarei rimasto lì, fulminato, a lasciarla colare dal costume, mentre qualcuno mi avrebbe girato il secchio della spazzatura in testa e tutti avrebbero ballato intorno a me, deridendomi e sputandomi addosso e io ne sarei stato felice perchè ce l’avevo messa tutta per meritarmelo.
Morale, grazie a mammà, un po’ mi sono ripreso io, un po’ era abituata lei a certe reazioni, fatto sta che mi hanno offerto da bere e nel limite del possibile ho fornito loro qualche indicazione.
Quando ho capito che erano solo di passaggio, che tempo un’oretta, forse meno, sarebbe scomparsa dalla mia vita, avrei voluto morire ma… posso forse io seguire gli angeli in volo?

Poco dopo se ne vanno, insieme con la mia voglia di vivere.

Saranno passati cinque minuti e vedo Allison stravolta che entra nel bar:
cercava me!
La faccio più breve che posso: la madre era caduta sulla scala che dal sottopasso portava su, all’Aurelia e si era rotta una gamba, un classico tibia/perone; lei non sapeva dove fosse suo padre e nessuno capiva ciò che diceva…
«Help me, please, Carlo, help me!…»
E dov’è il problema? Vuoi un organo? Tutto il mio sangue? Una delle mie gambe per tua mamma? Tutte e due? Dov’è il problema?…
Ho rintracciato il padre, l’ho accompagnato dalla moglie, sono salito in macchina con loro e li ho guidati fino al Santa Corona, l’ospedale di Pietra Lugubre, dove ho trovato un’infermiera che parlava un discreto inglese e dove Allison ha seguito la mamma, mentre il papà riportava me a Borghetto, un “me” disperato per non aver potuto neppure salutare Allison.
Quando il tipo mi ha scodellato a destinazione, ho capito che cercava i soldi per  la mancia; l’ho bloccato e gli ho detto: «…A kiss… to Allison… from me… ok?»
Un sorriso e un cenno del tipo “ok, piccolo dislessico innamorato, ok…”

E se adesso vi dicessi che il giorno dopo mi sono ritrovato Allison ai Bagni Nettuno, ci credereste?
Avevano deciso di fermarsi qualche giorno per lasciare rifiatare la signora e naturalmente si erano stabiliti a Loano, nell’unico albergo con un po’ di stelle in quella zona, e tutto questo, vi faccio notare, ad agosto: potere del dollaro…
Siccome ero diventato il suo amichetto, siccome più o meno due parole con me riusciva a farle, siccome avevano capito tutti quanti che ero perfettamente innocuo, se non in assoluto, di certo in presenza di Allison, lei passava il mattino con mammà e nel pomeriggio veniva in bici a Borghetto, per tre o quattro giorni.

Mai sfiorata con un dito.
Col senno di poi, ho capito che avrei potuto farlo, oh se avrei…
Quando se n’è andata quasi non ho sofferto, visto che, fin dall’inizio, non avevo pienamente realizzato cosa mi stava succedendo.

Mi sono ricordato di lei molti anni dopo, quando, con Bimbi, ho visto “Il nome della rosa” e nell’ultima scena ho fatto mio il dolore del fraticello che rinunciava alla bellissima stracciona.
Ben conscio del fatto che lui, più nobilmente, ha rinunciato dopo aver assaggiato mentre io non ho proprio rischiato di portare a casa un punto.
Però entrambi avevamo un grandissimo rimpianto ma con in mano qualcosa di più importante.

Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.

Dottordivago

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Insomma, dopo aver scoperto che si potevano permettere la vacanza lunga, per i miei genitori è iniziata una galoppata nel rutilante mondo della Riviera di Ponente e delle sue decadenti mollezze, dallo stabilimento attrezzato al gelato serale sulla passeggiata.
Fino al ristorante, naturalmente una volta a vacanza, a Ferragosto.

Ma andiamo per ordine: Borghetto esse-esse, l’inferno dei vivi.

Quando era un villaggio di pescatori… Sì… ti piacerebbe iniziare così, eh?
Quando era ancora una distesa di orti e prati incolti, che partivano dal canale che tuttora separa Borghetto da Loano (nel senso che è l’unico punto in cui le due località non siano a contatto fisico) e che arrivavano fino “al fiume”, un classico corso d’acqua ligure che resta secco per 360 giorni all’anno e fa danno nei rimanenti 5, la futura méta vacanziera della mia famiglia era stata scoperta da alcuni palazzinari, sicuramente cacciati da tutti gli altri posti della Riviera, gente che probabilmente si era fatta le ossa con milioni di metri cubi di case popolari. Così, visto che nella “Liguria che contava” non c’era più spazio in prossimità del mare, questa banda di cialtroni e delinquenti ha posato gli occhi su Borghetto SS.

Verso la fine degli anni 60, corrompere una giunta comunale era giustamente un gioco da ragazzi, non come oggi che gli è venuta la bocca calda anche agli usceri e che neanche più i cani muovono la coda per niente…

Detto-fatto, quello che era un piccolo borgo nè bello -credo- nè brutto, costituito da due file di case e un “carrugio” di poche centinaia di metri, che andava da poco aldilà del fiume fino alle falde del Castello, ha avuto un attacco di bulimia edilizia dalla parte opposta, cioè nel chilometro scarso fino al Canale, il punto di confine con Loano.
E l’hanno impestato di condomini.

Qual è il trucco per essere sicuri di realizzare una specie di Magliana in riva al mare? Semplice: costruire come hanno fatto lì.
Palazzine di cinque piani e i box auto a livello strada, con un’altezza di due metri e venti, così nessuno avrebbe mai rischiato di aprirci un negozio: neppure la giunta comunale di Agrigento, che se non fosse per il referendum lascerebbe costruire una centrale nucleare nella Valle dei Templi, avrebbe potuto dare l’agibilità in un locale simile.
Tutti così, a occhio direi un centinaio di condomini, senza un bar, un negozio o un calzolaio, l’ideale per spersonalizzare qualunque luogo.
Ops! Ho detto un centinaio? E perchè non 101 o 102?…
E dai, sindaco… Sarebbe sufficiente… che so… coprire la foce del canale… Oh, lì sono addirittura “appartamenti sul mare”, praticamente a Loano, quasi come comperare a Quincinetto con la sensazione di avere la casa in Valle d’Aosta.

Stiamo parlando di fine anni 60 e, per una decina di anni, ogni temporale estivo di una certa importanza ha allagato il paese, rigorosamente la parte nuova: gli ortolani e i rari pescatori grazie a cui, molto più in là, era nato Borghetto, in quel posto lì ci portavano giusto qualche capra a brucare gli sterpi intorno agli orti.
Era stato veramente un delitto perfetto, una genialata, quella di ridurre a meno della metà l’unico sbocco al mare, in un posto separato dalla spiaggia dall’Aurelia e dalla ferrovia, che facevano da diga.
E qui mi scappa di divagare.
Anzi, no, solo di uscire un attimo dal seminato.

Quello dell’arteria stradale principale e della ferrovia in riva al mare è una sfiga comune a molte località della zona ma lì c’erano un paio di situazioni degne di nota; questa è la prima:

legnanesi

In basso si intravedono le cabine degli stabilimenti, la “passeggiata”, poi la ferrovia, appena sopra l’Aurelia e in mezzo, col tetto rossiccio, indicata dall’omino che dorme, la palazzina in cui tutti gli anni affittavano un bilocale i Legnanesi, una famiglia di nostri amici.
Il costruttore proprio non era riuscito a venderlo a nessuno, così loro affittavano a prezzo stracciato. L’unica camera da letto, appannaggio dei genitori, dava sull’Aurelia e sulla perenne coda al semaforo lì vicino. La finestra del soggiorno, vista mare, in cui i figli Giuseppe e Vincenzo dividevano il divano letto, coincideva al centimetro col punto in cui i treni iniziavano a fischiare contro i pedoni che, senza soluzione di continuità, giorno e notte passavano sotto le sbarre del passaggio a livello poco più avanti. Non era raro che i ragazzi dormissero in macchina, al fresco, sulle alture dell’entroterra…

Situazione simile non molto distante:

quiete

In basso ci sono i massi che impediscono l’erosione da parte del mare, poi la ferrovia (linea rossa), in alto l’Aurelia (linea gialla).
L’edificio in mezzo alle linee, che da pochi anni non esiste più (questa è l’immagine del 2006, in quella più recente è sparita) per lasciare posto ad una rotatoria, era una pensione: La Quiete.
Lo giuro.

Torniamo alla storia di Borghetto.
Qualcuno, un bel giorno, non si sa come, non si sa dove, ha pensato bene di aprire qualche buco per lasciare sfogare l’acqua del canale e l’ultima volta in cui mi sono ritrovato a spostare di corsa la macchina alle quattro di notte, per poi tornarmene a casa con acqua e merda fino a metà coscia, risale al 1980.
Me lo ricordo bene perchè in quel preciso momento mia sorella era in viaggio di nozze a Parigi ed io pensavo a che senso avesse fare un viaggio del genere, con un posto come Borghetto a disposizione.
Giuro: io lo amavo, quel posto di merda.

Allora esisteva ancora questa forma di ingenuità vacanziera, tuttora non estinta nelle fasce meno abbienti e colte della terza età.
Oggi i sedicenni vanno a Ibiza con gli amici, mentre il primo mare “non Ligure” della mia vita è stato quello di Sorrento, anzi, di Meta di Sorrento, il paese di Schettino, a diciott’anni, in gita scolastica: purtroppo era fine aprile o inizio di maggio e l’insieme di bassa stagione e giovanile stupidità non mi hanno permesso di apprezzare le differenze col mare mostrum di Borghetto.
E meno male: proprio lì, qualche anno dopo, ho incontrato Bimbi.

Trentacinque anni fa non c’era internet ma soprattutto noi italiani avevamo ancora una mentalità contadina.
A Borghetto c’era gente che avrebbe potuto fare molto di più, a livello di rapporto passo/gamba, però stava lì lo stesso, ovviamente in appartamenti  grandi e belli, attrezzati e arredati come la casa titolare, non come a casa mia, che per qualche anno non avevamo neppure il televisore.

Sei già in vacanza, sei al mare… e che te ne fai della televisione? E poi, uno ce l’abbiamo già a casa, l’eventuale secondo… ma si è mai visto uno con due televisori?

E fino a quando la decadenza morale e l’epicureismo della mia famiglia hanno portato all’acquisto di un secondo televisore, un 14 pollici da tenere in cucina, che ad agosto contribuiva ad aumentare il già assurdo carico della 128, a Borghetto la televisione non si vedeva, almeno a casa mia.

A proposito di ingenuità vacanziera, mi ricordo una tipa ricchissima e zoccolissima, figlia di un “editore” milanese (le prime due riviste veramente porno in vendita in Italia erano sue) che abitava in uno splendido attico vista Aurelia/ferrovia/mare, arredato con l’impareggiabile gusto degli anni 70, che per qualche anno si è mischiata con noi ordinari e con me in modo particolare: ricordo che suo padre beveva solo Biancosarti ghiacciato, tenuto rigorosamente nel congelatore…
Ma toccherà parlarne domani…
Continua

Dottordivago

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Ieri ho fatto un piccolo passo indietro rispetto al dichiarato 1978 ed ho concluso dando la buonanotte al piccolo, stanco-ma-felice Dottordivago.
E la divagata non sarebbe finita lì, se non fosse scaduto il tempo a mia disposizione, quindi vi chiedo ancora una breve licenza dall’argomento del titolo.

Mi succede una cosa strana, che mi tiene inchiodato a guardare me stesso: dieci anni, un metro e poco più di riccioli, sogni e faccia da culo, mentre dormo il sonno del giusto, di ritorno dalla gita al mare.
Ma sai che nel ripensare a quei momenti mi faccio tenerezza da solo?
Avevo avuto una giornata che oggi affronterei giusto sotto la minaccia di un’arma… ed ero… felice.

Ho appena descritto una “gita-tipo”, roba da tardo boom economico, situazione su cui sono stati costruiti monologhi, sketch e film vacanzieri, tutti con la caratteristica di prendere leggiadramente o pesantemente per il culo quel genere di comportamento.
Che poi era il comportamento di milioni di italiani:

  • quelli che non erano ricchi abbastanza per concedersi vacanze lunghe
  • quelli che non erano abbastanza sconsiderati da ritenere di potersene permettere anche di più lunghe e costose, come invece abbiamo fatto tutti quanti negli ultimi venti o trent’anni
  • quelli come noi, che una vacanza di un mesetto in Riviera ce la potevamo permettere ma ignoravamo di poterla fare perchè, semplicemente, i miei genitori non erano abituati a pensare alle vacanze.

Una volta, per quelli come i miei non esisteva il concetto di “vacanze”, tuttalpiù quello di “ferie”, che consistevano nel trasferirsi in campagna, nella casa dei nonni, con qualche gita rigorosamente “in giornata” al mare o ai monti.
E questo succedeva nonostante anche allora un operaio potesse prendere la famiglia e portarla in vacanza, magari un paio di volte all’anno e non solamente in Riviera, solo che a lungo andare, con quel comportamento non sarebbe arrivato a fine mese, altro che “mettere via qualcosa” tutti i mesi, come era sana abitudine di allora.
È grave se divago nel corso di una licenza che già ricorda una divagata?

La conoscenza non va mai persa, tutto il mondo che ci circonda è frutto di una conoscenza precedente, dall’agricoltura alla metallurgia fino all’arte del pompino, anche se quest’ultimo caso ricorda più il motociclismo che la Formula1, nel senso che il talento fa ancora la differenza rispetto alla tecnologia e al know-how.
Ma chi ha mandato un uomo sulla Luna si è basato su tutto quello che è avvenuto dopo che una scimmia si è alzata sulle zampe posteriori.
Motivo per cui mi fanno ridere, anzi, no, mi fanno incazzare quelli che continuano a passarmi la minchia sull’affetta-tartufi con la storia delle Civiltà Perdute e dell’influenza degli alieni nella nostra conoscenza.
Ma se uno non si dimentica come si esegue un nodo o come si distingue un seme di grano da uno di riso, se non si dimentica quale minerale deve mettere sul fuoco per ottenere un metallo, se non si dimentica dei simboli che nel tempo diventeranno scrittura o calcolo, come fa a dimenticarsi di astronavi e tecnologie che, per esempio,  “hanno permesso di costruire le piramidi”?
Perchè bisogna sempre cercare la spiegazione più stupida?
Cosa c’entrano gli alieni? Le piramidi sono come i termitai, anzi, il rapporto formica/termitaio è ancora più stupefacente di quello uomo/piramidi, anche se entrambi sono basati sullo stesso principio: milioni di individui, un granello per volta, realizzano cose immense.
Non è la stessa cosa ma ricorda un po’ la situazione esposta nel teorema

dall’ dall’, se scass’ o metall’

Non abbiamo mai buttato via niente e quando sento dire che “abbiamo perduto antiche conoscenze” rispetto ai popoli meno progrediti, io mi incazzo: ok, non so tosare una pecora e costruire un arcolaio ma, primo, che cazzo è un arcolaio e, secondo, cosa me ne faccio di una macchina di merda per la filatura se ci sono i negozi pieni di vestiti?
Sentirsi (per finta) più stupidi di altri è il comportamento tipico del “pensiero di sinistra debole”, quello che (in pubblico) prevede di sentirsi sempre un coglione nei confronti di popoli o gente indietro come le balle del cane, una sorta di contrappasso del colonialismo.
Se poi si parla di gentaglia come gli zingari (la distinzione tra Rom e Sinti la lascio alla Boldrini), l’antica conoscenza di come mettercelo nel culo va tutelata con privilegi impensabili per chi tutti i giorni va a lavorare, se un lavoro ce l’ha ancora e il suo datore di lavoro non ha portato l’azienda in posti già così ricchi di antiche e arcane conoscenze ma dove si lavora un giorno per un euro.
In privato, poi, le cose cambiano un momentino: vai a dire ad una Finocchiaro qualunque, per il cui partito ‘sto coglione che scrive ha votato, Dio mi maledica, valle a dire che si dovrebbe sentire un’imbecille perchè tra le antiche e preziose conoscenze che ha perduto c’è anche quella di portare enormi pesi in equilibrio sul capo. Cosa ci vuoi fare? Se abbiamo perso quell’antica conoscenza, accontentiamoci del carrello dell’IKEA spinto dalla scorta…
Una conoscenza antica diventa obsoleta e scompare quando viene superata da una nuova, se migliore.

Insomma, nei millenni, nella storia del mondo, non abbiamo mai buttato via nessuna conoscenza, tranne una consapevolezza:

l’antica certezza che non puoi fare il passo più lungo della gamba.

O quanto meno, lo puoi fare una volta ma poi devi pedalare per riprendere l’equilibrio: se già di passi del genere ne fai due, rischi di cadere.
E non serve la spiegazione più difficile, la macroeconomia, la crisi, i complotti di ricconi e banchieri: basta spendere meno di quanto si guadagna, anche se si guadagna poco.
Quando vedo interviste a donne che piangono, faccio un esempio, per il fatto di non poter pagare la mensa scolastica per il figlio e lo dicono al TG rigirandosi nervosamente tra le mani il cellulare e aspirando ancor più nervose boccate dalla sigaretta, non riesco a non pensare che mia madre avrebbe prima smesso di comperare sigarette e ricariche telefoniche, poi avrebbe venduto il cellulare e magari il culo, prima di andare a piangere miseria in televisione.
Congiunture sfavorevoli, crisi, complotti, è sempre colpa degli altri, un po’ come gli Azzurri, quando, nel 2002, sono stati eliminati dalla Corea “per colpa dell’arbitro”. La spiegazione è sempre la più semplice: tu sei l’Italia, loro la Corea; tu, Italia, prima di prendere un gol all’88esimo, arrivi alla fine del primo tempo sul 4 a 0, come farebbero la Germania o il Brasile, e i complotti svaniscono.
Ga – ran – ti – to.
Non è difficile, lo diceva anche Rodolfo De Angelis, poi ripreso dal Quartetto Cetra, alla signorina che si lamentava della crisi:

…mangi un sacco di patate – non mi sprechi le nottate – e vedrà –para para para parapà – che la crisi passerà…

Tornando all’inizio della divagata, questo tipo di conoscenza, quella del passo e della gamba, a casa mia non era ancora andata perduta: è per quello che le nostre vacanze al mare duravano un giorno.

Insomma, a differenza degli anni precedenti, in cui le gite duravano dall’alba al tramonto, quel 1970 aprì gli occhi dei miei genitori.
Ricevute le chiavi della casa di Borghetto SS dalla zia Pina, la famiglia si è goduta un mesetto di vacanza al mare, nel corso del quale i miei si sono resi conto che lì era pieno di gente come loro, solo un po’ più evoluti e consapevoli.
Ripeto, per la mia famiglia, fino ad allora mai veramente uscita dal 19° secolo, la vacanza era roba da sciuri, balle non ce n’erano.
L’avvicinamento al relativo benessere da parte dei miei genitori -ma prima ancora, alla consapevolezza di poterlo raggiungere- deve essere stato simile alla domesticazione degli animali selvatici da parte dell’uomo, quella guerra di nervi in cui lo strano essere con due gambe cerca di convincere un animale selvatico a prendere il boccone dalla sua mano: è una serie infinita di un passo avanti e uno indietro, poi uno e mezzo avanti e solo uno indietro, poi un allontanamento repentino prima di un ritorno sospettoso.

Me lo ricordo perfettamente: a me sembrava tutto normale, quindi se il vicino di spiaggia comperava il gelato al figlio, io lo chiedevo a mia volta.
«UN ALTRO??? Si può sapere quanti gelati vuoi mangiare in un giorno?»
E fin lì avevano ragione loro: il figlio dei vicini d’ombrellone era un ciccione di merda, anche se sono quasi sicuro che la cosa più temuta dai miei non fosse di mettere in pericolo la mia linea.
Un gelato, di pomeriggio, dopo la merenda, quella era la regola. Coca Cola?
«Primo, hai già mangiato il gelato; secondo, qualche volta (giuro, mi dicevano “qualche volta”…) se proprio la vuoi (infatti non ci andavo matto, non la bevevo quasi mai), la comperiamo, sì, ma in negozio (dove un bottiglione costava come un bicchiere al bar)».
Ribadisco che tutto questo avveniva senza che i miei genitori fossero dei morti di fame o dei maledetti tirchi: semplicemente non possedevano la cultura del superfluo e, men che meno, dello spreco.
L’avvicinamento alla consapevolezza di un minimo “raggiunto benessere” passava per situazioni comiche, come l’invito al pranzo di Ferragosto da parte di alcuni frequentatori della stessa spiaggia libera in cui andavamo noi.
E sottolineo libera, perchè per la consapevolezza di potersi permettere anche lo stabilimento attrezzato, ci sono voluti ancora un paio di anni.
Si creavano anche lì gruppi di chiacchiere o tornei di carte, l’unica differenza con i Bagni Antille, Nettuno, Marina o Sole Mare era che noi sembravamo Beduini, visto che si faceva tutto seduti sulla sabbia.
Oggi chi va sulla spiaggia libera (in Liguria, intendo, dove quasi non ne esistono  più) difficilmente è uno che sta in vacanza un mese. Allora, invece, quell’ombrellone che piantavi il primo di agosto, rimaneva lì fino al 29 o al 30 (per un mese si lasciava il mezzo palo e si portava a casa la parte superiore) e quei pochi metri quadrati diventavano tuoi.

Come nei film di Fantozzi, anche lì c’era un organizzatore alla Filini. Intorno al 10 o 12 del mese, dopo che mio padre aveva già vinto un torneo di scopa, quindi entrato a far parte di quelli che contavano, monsieur l’organizzateur si presenta dai miei e domanda se per il pranzo di Ferragosto ci fossimo stati pure noi. Io non ero lì, ma è come se ci fossi stato: i miei si guardano un attimo, poi mio padre accenna una leggera rotazione della testa in direzione opposta, chiaro segno di disinteresse nonchè segnale inconfondibile per mia madre, che significava “se si parla di cibo, è roba tua”.
«Be’… sì, volentieri… mettiamoci solo d’accordo su cosa vogliamo portare…»
«Ma no, che “portiamo”… Andiamo alla Greppia, a Balestrino!»
Il posto merita due parole.

L’ho cercato con google, esiste ancora ma non so com’è adesso.
Allora era veramente un ristorante da “turisti allo sbaraglio”, da “vacanzieri pallidi”, uno di quei posti a prezzo fisso in cui ti domandavi come facevano a portarti così tanta roba per quella cifra. La risposta è che il locale l’avevano ereditato dai nonni, in sala c’era il marito, in cucina la moglie, la materia prima era di qualità molto economica e il menu era sempre lo stesso, da anni, così non si buttava niente. E se sul cibo l’aggiustavi, il vino non perdonava.
Lui entrava in cucina, usciva con un vassoio e, seguendo lo stesso identico percorso per ognuna delle 15 o 16 portate, ti scodellava una fetta o una cucchiaiata del prodotto; senza soluzione di continuità ricominciava il giro per gli eventuali bis, beccandosi sempre le stesse battute, rientrava in cucina, usciva con un altro vassoio e gira la ruota: indiscutibilmente, ancor prima che un professionista, un grande atleta.

Torniamo in spiaggia libera.
Mio padre, che ostentava indifferenza, si gira di scatto: prima guarda mia mamma, poi l’organizzateur, poi di nuovo mia mamma, stavolta con una muta domanda negli occhi: «Ho sentito bene? Qualcuno ha parlato di “ristorante”?», a cui segue la muta risposta negli occhi di mia mamma: «L’ha detto lui!»
Attimo di disorientamento, poi mia mamma avrà risposto che, per noi, a Ferragosto esisteva la tradizione del pranzo in famiglia, con tutti i parenti, cosa per altro vera, ma a Cuccaro, dai nonni, dove i parenti c’erano davvero.
Fin qui ho immaginato, adesso racconto il seguito, a cui ho assistito a casa.

«Al ristorante!… E neanche fossero… insomma, è gente come noi…»
Non riuscivano a farsene una ragione.
Fino ad allora, per i miei, il ristorante faceva parte di un pacchetto indivisibile che prevedeva messa-ristorante-viaggio di nozze: un matrimonio, insomma, dove andare al ristorante era un obbligo nei confronti degli sposi e un giusto risarcimento per la spesa del regalo.
E questi, come se niente fosse, vanno al ristorante a Ferragosto!…
Saremo mica finiti in una spiaggia da miliardari in cui vige il più assoluto understatement?

Se Dio vuole, per Ferragosto la casa si è riempita davvero di parenti, così i miei si sono evitati imbarazzanti bugie sul “pranzo di famiglia”, anzi, questa cosa gli ha quasi dato una superiore statura morale, uno status di famiglia solida e unita.
Ovviamente mia mamma intervistava tutte le signore relativamente al menu del ristorante, parola che nel frattempo aveva perso la sottolineatura e l’enfasi, a maggior ragione dopo aver riflettuto sul fatto che noi quattro, al ristorante, avremmo speso un terzo di quanto era costato sfamare l’orda calata dal nord.

Ecco, lì qualcosa si è smosso: le certezze ottocentesche hanno vacillato e la consapevolezza post sessantottina del “posso anch’io” ha gettato il seme.
Ancora un paio di timidi passi verso la mano tesa dell’essere con due sole gambe, con quell’invitante boccone…
E il primo passo verso la domesticazione dell’animale selvatico sarebbe stato compiuto, il lupo si sarebbe coricato ai piedi del divano.
Continua.

Dottordivago

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Oh, dopo il Numero Zero, bis, tris, poker e full, ci voleva qualcosa che avesse attinenza col sei, cosa che nel poker è impossibile, quindi devo accontentarmi di quello che c’è. E poi fra un po’ mi mancheranno i riferimenti pokeristici, quindi devo sbrigarmi a concludere.

Eravamo rimasti alla famiglia di pazzi che partiva per il mare con la 128 carica come un pullman pakistano. Ora, per chiarire il contesto della vacanza, sarebbe bene spendere due parole sul concetto di “mare” della summenzionata famiglia di pazzi.

Andavamo a Borghetto Santo Spirito, “Borghetto SS, l’Inferno dei Vivi”, praticamente il buco del culo della Riviera di Ponente… pardon, della Riviera Ligure: fino al 2002, quando un pazzo mi ha trascinato con l’inganno a La Caletta di Siniscola, in Sardegna, Borghetto SS era in assoluto la più brutta località marittima che io avessi mai visto in Italia.
D’altronde, se quando Portofino era famosa nel mondo, la vicinissima Alassio era famosa in Europa e il resto della Liguria era frequentatissimo, mentre Borghetto era ancora un postaccio sconosciuto al turismo sia d’elite che di massa… e ci sarà un motivo, no? E questo anche se la povera Borghetto SS tutte le colpe non ce l’ha: le colpe sono sempre degli uomini.

Tra l’altro, in un posto come la Liguria, dove se nasci senza freno a mano campi poco, perchè dalla montagna rotoli in mare, Borghetto è uno di quei rarissimi posti in cui tra mare e montagna c’è un fazzoletto di pianura, quindi un posto da “diciotto buche” in qualsiasi Paese del mondo, da contadini in Liguria.
Probabilmente nel dopoguerra, quando la gente cominciava ad avere tempo e soldi per andare in vacanza, grazie al famoso spirito imprenditoriale ligure, qualcuno a Borghetto avrà pensato: «Belìn, qui la terra è buona, c’abbiamo il basilico -e per il pesto ci siamo- i carciofi e le olive anche -così il coniglio alla ligure è garantito- che ci facciamo con ‘sta rumenta di… come si chiamano? Ah, sì, i turisti?…»

A differenza della genesi-tipo di una località marittima, che prevede un villaggio di pescatori che pian piano si popola di turisti, sapete qual è stata quella di Borghetto SS? Ve la spiego subito, col rammarico di non poter dire “Borghetto è passata dalla barbarie alla decadenza, senza passare per la civiltà” perchè l’ha già detto Mark Twain degli Americani.

Sai cosa succede se butti una cartaccia in un posto qualsiasi? Succede che dopo un mese c’è una discarica: merda chiama merda.
Così, nell’unico posto rimasto depresso in tutta la Liguria, cosa hanno pensato bene di fare i nostri politici e magistrati, che se ne dicono di tutti i colori ma vanno molto d’accordo, a cominciare dallo stesso stipendio?
Hanno iniziato a mandare lì i delinquenti destinati al “soggiorno obbligato”, come se negli anni ‘50, nell’era dei telefoni, servisse a qualcosa; almeno in Russia deportavano la gente, sì, ma li mandavano in Siberia, porca troia, non a uno sputo dalla Costa Azzurra!
Bravi davvero, marca “bravo” ai magistrati.

Insomma, mi dicono che negli anni ‘50 a Borghetto c’erano quattro cinghiali di contadini liguri e centinaia di camorristi, mafiosi e ogni altro tipo di maranza, purchè con una fedina penale lunga come le Litanie dei Santi e la Quaresima messe insieme.
Il boom economico ha inventato l’edilizia di massa e quando il maranza scopre l’edilizia, nasce Porto Cervo? No, nascono quelle periferie sterminate senza un centro, zone di ripopolamento della peggio gente di merda.
O di poveracci.
Più che altro poveri di spirito, visto che nei condomini di Borghetto ci sono arrivati, in veste di acquirenti, tutti i pensionati di Piemonte e Lombardia, che finalmente potevano svernare al mare a basso costo, facendo anche un investimento con poche lire.
Era la fine degli anni ‘60 quando mia zia, sorella maggiore di mio padre (molto maggiore, 25 o 26 anni più vecchia, quindi già in pensione) ha comperato un bilocale nella ridente località; e siccome lei e il marito in estate ritornavano in Padania, la casa rimaneva libera per il periodo balneare.
Ci sarebbe stata la figlia di mia zia ma lei aveva sposato un gioielliere, quindi a Borghetto SS non ci portava manco il cane a pisciare. Infatti, anche oggi che ha più di ottant’anni, lì non ci va: quando è morta mia zia lei ha dato in permuta la casa e ne ha presa una a Loano, che è corpo unico con Borghetto ma si è sviluppata molto prima e in modo decisamente meno fetente.
A proposito:

Perchè Borghetto è un posto di merda?
Perchè è attaccata a Lo-ano!

Va be’, dài, quarant’anni fa mi faceva ridere…
Insomma, che fosse il ‘69 o il ‘70, con un bilocale a disposizione ci siamo fatti la nostra prima vacanza balneare da Italiani del dopo-boom.
Mi scappa di divagare.

Fino ad allora, per me la vacanza al mare era mordi e fuggi: una sveglia ad un’ora infernale ed un viaggio interminabile, ricco di curve e tornanti appenninici, per scollinare dal Passo dei Giovi o dal Turchino. Poi lo scarico di tutto il necessario sulla spiaggia, “libera” of course, e il primo bagno, verso le 9, a cui seguiva la seconda colazione (la prima me la beccavo a casa, quand’era ancora buio); il secondo bagno a mezzogiorno, prima del pranzo.
A differenza della tradizione del sud, il pranzo in spiaggia del piemontese non prevedeva la cofana di pasta ma un tripudio di proteine nobili, forse per rifarsi di secoli di polenta o pane accompagnati da aria fritta.
Così si partiva con un mezzo metro di salame tipo Varzi, salame cotto, prosciutto cotto (nella tradizione monferrina di allora il crudo andava poco) e qualsiasi altra cosa si potesse ricavare da un maiale, tenendo conto del fatto che del maiale non si butta niente.
Dopo questa leggera entrée, che serviva anche per tenere lontani, a botte di derivati di animale impuro, i primi marocchini con i tappeti sulle spalle, si passava al vitello tonnato, che solo in quel momento usciva dalla cassa-frigo dalle dimensioni di una cassa da morto. Poi

cotolette impanate, fredde.

E ho detto tutto…
Naturalmente accompagnate con qualche pomodoro dell’orto, quelli che da soli valevano il pranzo: un bel morso preceduto da un pizzico di sale e ti rideva anche il buco del culo.
L’alternativa erano le stesse cotolette ma in carpione, con gli zucchini, roba che se non avete mai assaggiato il prodotto, mi fate compassione, al punto che se venite a casa mia ve li preparo; però portate gli zucchini dell’orto, che quelli che si comprano fanno vomitare nove volte su dieci.
E per essere sicuri di arrivare a quarant’anni con la gotta, ancora una portatina fredda, tipo lingua salmistrata o un’insalatina di bollito freddo, giardiniera e parmigiano.
Quindi, i musulmani li abbiamo sistemati, i vegetariani pure, mò facciamo schifo pure a Dukan, quello della dieta da iena: il tutto era supportato da tonnellate di pane e focaccia, caro il mio professore di ‘sto cazzo…

Stranamente mia madre non portava formaggi, prodotto immancabile per la tradizione di allora, nonchè indispensabile “per sgrassarsi la bocca”.
Cioè, non li portava al mare, mentre nei pic nic campagnoli non mancavano mai. Forse mia madre aveva saputo da qualcuno che unendo carne e formaggio si crea uno dei mischioni gastrici più indigesti del mondo, almeno a livello di tempo necessario: la classica bistecca al Roquefort non è pesante ma ha i tempi di decadimento del plutonio. E se non lo sapevate, adesso sapètelo…

Dopo le tre ore canoniche, bagni a gogò fino al calasole, al che si riportava tutto in macchina e si affrontava il ritorno, che mi fulminava sul sedile quando eravamo ancora sull’Aurelia, alla faccia del fastidio dato da sale e sabbia sulla pelle arrossata dal sole, non tonificata da una bella doccia, appannaggio dei ricconi, ospiti degli stabilimenti balneari.
Arrivati a casa, scarico, doccia e caffelatte di mezzanotte per me e mia sorella, nonché, sempre per compensare il “mangiare asciutto” della giornata, un brodo -di carne, ovvio- e un’insalata per i miei genitori.
Il tutto accompagnato dall’incessante racconto delle mie mirabolanti avventure in acqua, a cui tutti facevano finta di credere.
E poi buonanotte, piccolo Dottordivago.

Continua.

Dottordivago

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Per chi non lo sapesse, Bear Grylls è ‘sto matto qua:

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Un matto con cui è meglio non litigare, trattandosi di un ex SAS dell’esercito di Sua Maestà.
È un esperto di survival, indubbiamente tosto, con un certo gusto per la teatralità: si paracaduta in un deserto o salta dall’elicottero nel mare ghiacciato, dopo di che ne fa più di Bertoldo per sopravvivere mentre tenta di raggiungere la salvezza che può essere rappresentata dalla palafitta di un cercatore d’oro sul Rio delle Amazzoni o un qualsiasi luogo popolato in Groenlandia.
E da lì è un susseguirsi di ruzzoloni, botte varie, morsi di animali nonchè, vera specialità della casa, una serie di pasti e delicatessen che farebbero vomitare uno scarabeo stercorario

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Qui sopra si mangia una rana cruda, sotto un pezzo di carne staccato dalla carogna dibear non so che bestia di merda.

L’ho seguito qualche volta su Sky, poi ho smesso quando ho capito che il gioco stava diventando fine a sè stesso e le zozzerie di cui si cibava dovevano essere sempre più disgustose. Non ricordo in quale deserto, ha ucciso, scuoiato scrupolosamente  e mangiato -crudo, of course- un serpente lungo un metro e mezzo; poi ha preso la pelle che con tanta cura era riuscito a non rovinare, ci ha pisciato dentro, l’ha chiusa con un nodo e se l’è messa al collo.

Dopo una bella camminata, ha sciolto il nodo e si è fatto una bella bevuta di urina bollente con sangue di serpente, il buongustaio.
Tra l’altro, sono quasi convinto che la storia fosse vera perchè, mentre beveva, gli venivano dei conati di vomito che lo spaccavano in due e gli colavano dei lacrimoni grossi così…
Okay, mi hai convinto: se non c’è altro da vedere, c’è sempre la Settimana Enigmistica.

Vedendolo in azione viene da chiedersi se è il caso di farsi certi culi, considerato che c’è una troupe che lo segue, situazione che mi ricorda molto quella in cui si trovava regolarmente Ginger Rogers, che faceva le stesse cose di Fred Astaire ma all’indietro e coi tacchi a spillo.

Ecco, a parte che quella di Bear Grylls è una di quelle rare situazioni nel mondo della televisione in cui ho dei dubbi che “sia sempre meglio che lavorare”, la professionalità di quest’uomo nel mostrare i suoi insegnamenti è a prova di bomba: se vuoi sopravvivere devi essere pronto a tutto.

Anche ad accettare un governo PD-PDL, con i Grillini a fare da controllori.
Lo so, fa schifo ma il contrario di “sopravvivenza” è pure peggio.

Dottordivago

E visto che sono stato breve, ci scappa pure il P.S.
Vi giro una minchiata che ho postato oggi su Feisbuk:

MEGA YACHT

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Dopo il numero zero, il bis, il tris e il poker, vai col quinto ed ultimo episodio de “I racconti della 128”, almeno per quanto riguarda l’anno in questione.

Come già detto, in quell’estate da neopatentato, anzi, da foglio-rosa-timbrato, ho dovuto condividere l’auto con mio padre, e dicendo “condividere” intendo che il poveretto sarà riuscito a guidarla ancora quattro o cinque volte fino a quando, nell’autunno, si sarà detto che il pranzo con la cena era lui che li metteva insieme, quindi si meritava una macchina nuova.

I nostri viaggi di famiglia erano a breve raggio e di piccolo cabotaggio: in quei sei mesi credo di non aver mai trasportato i miei in un percorso diverso dalla classica Alessandria-Cuccaro-Alessandria domenicale, tranne che in un’occasione: le vacanze al mare.
Ecco, lì ho capito che stavolta contavo qualcosa, che avrei potuto sollevare mio padre da quella che per lui era una vera incombenza.
Mi scappa di divagare.

Mio padre non è mai stato un gran pilota.
Per carità, non era il classico Mr. Magoo, quando serviva pestava pure.
Ed era preciso e attento, molto attento, per compensare una vista non proprio da aviatore, cosa che -me ne rendo conto adesso- lo rendeva teso come una corda di violino per tutto il tempo in cui teneva il volante in mano.
Povero papà… gli occhi sono sempre stati il suo problema, fin da piccolo.
Se mio nonno non fosse stato uno zulù (accezione alessandrina effettivamente razzista, visto che battezza somari come mio nonno col nome della fiera e bellicosa tribù sudafricana) credo che a Solero, il paese vicino ad Alessandria dove è nato, sarebbe stato il primo bambino con gli occhiali: classe 1929, ha sempre avuto problemi di vista, fin da bambino, ma credo che abbia messo i primi occhiali dopo la guerra, poco prima dei vent’anni, quando è stato in grado di portare a casa uno stipendio e di pagarseli.
Una miopia degenerativa, in modo molto lento, per fortuna.
Fino al 1990, quando ha subìto il primo intervento con il laser, che gli ha regalato qualche anno di vista pressoché normale, ha portato degli occhiali assurdi, tipo quelli che di solito hanno il naso e i baffi attaccati, dei fondi di bicchiere che gli davano l’aspetto del postino del Gruppo TNT.
Io lo chiamavo “l’uomo di Monte Palomar” perchè sostenevo che uno con tutte le diottrie, con i suoi occhiali, avrebbe potuto vedere Andromeda e pure oltre.
Poi, dopo i due interventi con il laser, al San Martino di Genova, si è potuto permettere degli occhiali normali con cui, per qualche tempo, ha acquisito una vista -per lui- assolutamente prodigiosa.
Poi la china degenerativa ha ripreso il sopravvento e, un anno sì e uno no, qualche correzione toccava farla. Io sono così stronzo che quando diceva: «Devo andare dall’ottico a fare degli occhiali più forti…» io gli facevo notare che il grado successivo di correzione aveva le orecchie e la coda, tipo cane lupo, per capirci; lui mi mandava a dar via il culo e la pratica era sbrigata.Fino ad un paio di anni fa riusciva ancora a percorrere a memoria la strada Alessandria-Cuccaro e a portare mia mamma al supermercato, poi si è dovuto arrendere: ormai è ipovedente, esce solo nelle ore di piena luce e cammina per casa sfiorando le pareti con la punta delle dita, con un’insospettabile grazia.
Un abbraccione forte, papà.

Insomma, in quell’estate del 1978, a fine luglio, c’era da pianificare la trasferta agostana al mare.
Fino ad allora a me non cambiava nulla; il giorno prima facevo il cretino in Alessandria, poi un’ora di bagagli e due ore di macchina ed eccomi lì, a fare il cretino al mare.
Però c’è una bella differenza tra essere il passeggero o il comandante della nave, la posizione carismatica si paga con la responsabilità.

Diciamo che le cose hanno preso subito una piega diversa.
Stante il fatto che le nostre operazioni di carico vacanziere avevano più similitudini con un “Cammino della Speranza” che con una partenza per una vacanza balneare, il ruolo di mio padre ricordava molto quello di Cary Grant in “Operazione Sottoveste”: capiva che non era una cosa seria e non c’erano alternative ma cercava, comunque, di mantenere un certo contegno.
Io ero Tony Curtis, nello stesso film, molto più permissivo e lassista.

Dopo che mio padre aveva sentenziato: «Guida Carlo», sembrava avesse abdicato: quasi quasi mia madre mi chiedeva cosa avrebbe potuto portare, visto che fino all’anno prima c’era la lotta tra lei -che voleva munire di ruote il condominio- e mio padre, molto più minimal. Purtroppo in un momento di magnaminità, a causa del giramento di testa conseguente la consacrazione di “autista di famiglia”, ho detto a mia madre: «…Ma porta quel che vuoi…» e lei mi ha preso in parola.

Ho generato un mostro.

Se fino a quel momento mia madre organizzava una specie di trasloco, pur controllata da mio padre, quell’anno ha iniziato ad ammucchiare roba in sala già una settimana prima della partenza e ad ogni domanda di mio padre:
«Us pò savèi se t’ fai? (si può sapere cosa fai?)»,
mia madre rispondeva:
«Carlo l’ha dič c’ui sta (Carlo ha detto che ci sta)»
e lui rispondeva nell’unico modo che conoscesse: un’alzata di spalle, una scrollata di testa e un “Mah!…”.

Noi eravamo in quattro e al mare ci stavamo un mese ma mia madre si portava dietro le vivande sufficienti per dieci persone, ovviamente per due mesi.
Se dicevamo qualcosa, lei si girava di scatto come un cane a cui stessero per toccare l’osso, ringhiando: «Voi non lo sapete -no?- quanto costa la roba al mare, eh?…»
Poi, al mare, per un mese, tutti i giorni andava a fare la spesa.
Se non che, quando era quasi ora di rientrare ad Alessandria, comperava un metro cubo di roba in un magazzino sull’Aurelia e ad ogni pezzo che metteva nel carrello mormorava: «Che prezzi!… Qui sì che fa piacere comperare!…»
Una volta che le ho fatto notare la logica del suo comportamento, non mi ha neppure risposto: mi ha guardato con un misto di dolore e compatimento e ha messo nel carrello un ottavo di forma di Parmigiano.
E se detto così non sembra un gran che, sono circa 4 chili, chiaro?…

Morale della favola, la bagagliera, che già normalmente reggeva un carico importante, si era ritrovata ad essere perfettamente speculare al resto della macchina e la 128 sembrava riflessa in un lago: tanto c’era sotto quanto sopra, una specie di clessidra. E se ci fossimo fermati in un caravanserail, avremmo attirato orde di bambini frementi, nell’attesa che venisse montato il Gran Bazar che trasportavamo.

Faccio due esempi ulteriori.
Mia madre si voleva portare l’asse da stiro.
Ero abbrutito dalla fatica per la roba che avevo caricato, quindi non ero molto lucido ma quando mi sono visto riflesso in una vetrina, con l’asse da stiro sotto al braccio come una brutta, bruttissima imitazione di sfigatissimo surfista, sono tornato indietro e al citofono ho domandato a mia madre cosa le dicesse il cervello; mi ha risposto che l’asse che aveva nella casa al mare faceva cagare e che se volevo le camicie belle stirate era meglio se gli trovavo un posto.
Ok, ho pensato, questa ancora gliela passo…

Anche perchè mio padre era uno splendido ufficiale di carico.
Poche persone al mondo erano in grado di progettare, costruire e consolidare una simile struttura sopra il tetto di una macchina, nonchè renderla in grado di sopportare 130 km con me alla guida: tanto, veramente tanto di cappello, papà.

Siamo pronti.
Io alla guida, papà e sorella dietro, mancava solo mia madre, a cui toccava onore e onere di chiudere acqua e gas, calibrare micrometricamente i fili di luce delle tapparelle per le piante, salutare la vicina e lasciarle le chiavi di casa, ovviamente per bagnare le piante. Vicina che, naturalmente, tra un “ma non dovevi” e un “non posso accettare”, per quella mansione sarebbe stata generosamente ricompensata con un “Pane del Pescatore” della premiata pasticceria Papa, sempre sull’Aurelia.

Vediamo arrivare mia madre, con una voluminosa borsa piena… piena di… che cazzo c’ha, in quella borsa?

Il vaso del basilico.

IL – VASO – DEL – BASILICO!

«Mamma, cazzo, stiamo andando in Liguria e ci portiamo… IL BASILICO! La Liguria produce basilico. Esporta basilico. In tutto il mondo, cazzo!»
«Eh, sì, scemo, secondo te lo lascio a morire sul balcone…»

Ho visto spuntare la mano di mio padre da dietro, una mano insolitamente nodosa e forte di aspetto, come se stesse per scattare, come la spada di un Angelo Vendicatore. Anche la voce era leggermente diversa:
«Dammela qui… la teniamo in mezzo… io e Patrizia…»

Scendo un attimo dalla macchina e faccio un saltino di 35 anni per rivedermi la scena: «Ciao famiglia di pazzi, buon viaggio, vi voglio bene»
Risalgo, si parte.

Dottordivago

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