A parte qualche leghista del cazzo, penso che tutti abbiano capito che al giorno d’oggi non si può parlare di dazi, gabelle o trucchi generici a fini protezionistici.
Però qualcosa ce lo dobbiamo inventare, per preservare il Made in Italy che, mai come in questo caso, va inteso come
“fatto davvero in Italia”
e non
“fatto all’estero al 98% e qui ci attacchiamo l’etichetta
ma tanto non indaga nessuno
e noi lo chiamiamo made in Italy lo stesso.”
Ci dobbiamo inventare qualcosa non tanto per la protezione dei marchi o della proprietà intellettuale ma per evitare a migliaia (milioni?) di Italiani di finire sul lastrico: sì che la Chiesa, tra le sue sterminate proprietà immobiliari, ha un certo numero di centri Caritas dove andare a prendere la minestra, però è meglio tenerci questo jolly e giocarcelo quando proprio non ce la faremo più.
Come ho già detto in altre occasioni, ci sarebbe la “ricetta Montezemolo”, che predica di “puntare sulla qualità assoluta e sull’innovazione continua”.
Ecco, l’idea sarebbe buona ma prevede che tutti i lavoratori italiani siano inquadrabili in due grandi categorie:
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quelli che hanno due manine tipo Benvenuto Cellini o Gustav Faberge e un’abilità tale da riuscire a dare la corda a un orologio anche coi guantoni da boxe;
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quelli che c’hanno il cervello connesso all’alta tensione, a cui Archimede Pitagorico col Cappello Pensatore gli fa una vibrante pippa.
Insomma, la “ricetta Montezemolo”, postulando che l’Italia sia popolata unicamente da fenomeni, si scontra con la realtà, che contempla una situazione diversa, cioè che normaloidi, tonti e completamente rincoglioniti, ringraziando la Madonna, non ci mancano.
Ripeto ancora il mio grido di battaglia: rivendico il diritto alla mediocrità!
Per me e per gli altri come me, inteso come “normaloidi” ma anche per “tonti e completamente rincoglioniti”, visto che non possiamo creare diecimila Province da mille abitanti per dare uno stipendio a chi con l’eccellenza ha un brutto rapporto e con la creatività c’ha bisticciato da piccolo.
E allora?
Dobbiamo accontentarci di produrre merci dignitose, come abbiamo fatto per secoli e lasciare l’eccellenza a quelli di noi che ne sono all’altezza, merci che si distinguano dalla fuffa orientale e creare quindi un nuovo marchio:
Made in Italy C&G
cioè il Made in Italy Certificato&Garantito, il “fatto davvero in Italia”.
E poi fare come gli americani coi soldi: chi sbaglia paga. Davvero.
Mi spiego: in America -e non solo- puoi commettere tutte le efferatezze del mondo ma, con il grano e un buon avvocato, quasi sempre la aggiusti.
Ma agli Americani non toccargli i soldi (“gli” rafforzativo…).
Negli USA, un bancarottiere di mezza tacca come il nostro Callisto da Collecchio, la luce del sole non la vedeva più.
Chi ci ha provato, fosse pure il presidente di ENRON o Bernie Madoff, gente che di aziende come Parmalat ne poteva comperare una alla settimana e assumere Tanzi come autista, si sta facendo la sacrosanta galera.
Ed era gente che pranzava col President of the United States o il suo Vice una volta al mese.
Quindi, una volta creato il nuovo marchio -anche se basterebbe attribuire il vero significato al vecchio Made in Italy e, soprattutto, prospettare la certezza della pena ai trasgressori- il consumatore avrebbe la garanzia di comperare un prodotto che ha dato lavoro ad un suo amico o al vicino di casa o a lui direttamente, un prodotto che, escluse materie prime di cui il Paese non dispone, deve nascere integralmente in Italia, un prodotto di qualità, se non di eccellenza, la cui garanzia dovrà avere durata doppia rispetto al minimo europeo di 24 mesi.
Visto che ‘sta cazzo di Europa sembra esistere solo quando c’è da scassare la minchia con i suoi «…e no dazi, e no contingentamenti, e no barriere commerciali…», a questo punto non potrebbe dire nulla se gli Italiani -e non solo…- informati dalla rete e bombardati dalla televisione, scegliessero in tutta libertà di preferire le merci che esibiscono quel marchio, che garantirebbe padelle antiaderenti che non si pelano dopo il primo uovo fritto, stringhe che non si strappano, mulinelli da pesca che non si inchiodano al secondo lancio e avanti a toccare tutti i settori commerciali: sono l’unico che non riesce a trovare uno spruzzatore che vaporizzi e non sputazzi? Se ne esistesse uno da 10 euro, lo comprerei subito e me lo terrei per vent’anni, risparmiandomi di comperarne uno da un euro tutti gli anni e generare un sacco di plastica che crea ulteriori costi per la raccolta o lo smaltimento.
Niente magie: semplice, onesta roba buona, che si fa fatica a trovare.
Merci che, però, devono costare il giusto.
Faccio un esempio. La roba cinese costa poco solo se la comperi dai Cinesi o presso la grande distribuzione: scarpe a 10 euro, jeans a 6, giacconi a 19, roba che con 50 euro ti vesti per l’inverno. La stessa roba, realizzata nella stessa fabbrica ma disegnata da un frocetto che nessuno conosce, in una stracceria del centro costa fino a dieci volte tanto; se invece il creatore è una frociazza famosa, può costare anche 100 volte tanto, vedi T-shirt di Dolce e Gabbana a 140€ nei negozi ufficiali.
E questo ci dimostra che molto spesso la differenza di prezzo è dovuta al differente ricarico.
Il problema è che chi produce in zone dove il lavoro costa niente è in grado di produrre a costo 1 ciò che qui gli costerebbe 10, quindi può rivenderlo ad un prezzo onesto -come i bottegai cinesi- o truffare la gente, come fanno le straccerie del centro. Basta comperare dai Cinesi e lasciar chiudere le straccerie, così in centro ricominceranno ad esserci negozi che puntano sulla qualità del nuovo Made in Italy.
Eh sì, gente: salendo di livello la differenza tra i costi si riduce. I Cinesi sanno fare anche la roba bella, basta pagare 5 anzichè 1, solo che cominciano a perdere competitività, visto che, stante il basso costo della manodopera, alcuni costi sono identici: l’energia che fa girare i macchinari che producono letame è la stessa che fa girare le macchine del cioccolato, il gasolio che trasporta la seta costa come quello che trasporta gli stracci, così la forbice si stringe e da un rapporto-costi di 1 a 10 si passa ad un ragionevole 5 a 20 o giù di lì.
A quel punto interviene il ricarico dei commercianti e qui chiedo l’aiuto di un luminare, copiando-incollando un commento del Camagna, che conta quel che conta ma sua mamma fa il croccante più buono della galassia e così devo dargli un contentino:
Ci sono tante persone che, in negozio, mi chiedono il prodotto italiano ma tanti crollano davanti al prezzo. Un esempio: un pantalone made in Italy a 139 euri, un tunisino 79 euri, un cinese 59 euri. Naturalmente ti sto facendo un confronto pari qualità e alla fine si arriva a salvare la Tunisia perchè i cinesi stanno sui coglioni a tutti. Il problema che sta alla base è la filiera dei ricarichi e dell’avidità umana che ci porta all’esasperazione. Con meno avidità e qualche incentivo si potrebbe arrivare a vendere quel pantalone italiano a 99 euri e allora andrebbe a fanculo anche la Tunisia.
Parole sante.
Una volta, chi trattava abbigliamento raddoppiava il costo di acquisto; durante i saldi, quando erano veramente “vendite a prezzi di realizzo”, dimezzava i prezzi e prendeva i suoi soldi.
Oggi, chi tratta abbigliamento a basso prezzo (basso là dove lo producono, non qua) quadruplica un prezzo già decuplicato dall’importatore e lo vende a qualche pirla che deve comperare un piumino alla fine di agosto o che deve fare sua una canottiera per la prossima estate mentre la commessa del negozio scopa via la neve dal marciapiede; trombàti questi pirla, per l’80% della stagione il negozio lavora in regime di saldi, cioè dimezzando i prezzi prima quadruplicati, che in totale fa…?
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Cazzo, mi scappa di divagare, non avrei tempo ma mi tocca. Non volevo parlare ancora di saldi, che odio, ma devo farlo, non fosse altro che per dire
L’AVEVO DETTO, IO!
A venti minuti da casa mia c’è il famoso Outlet di Serravalle Scrivia, dove mi hanno visto due volte: la prima nel 2004, una mattina infrasettimanale con Bimbi e la seconda domenica scorsa, cosa che avrei creduto impossibile ma la capacità del Cigno di succhiartelo fino allo sfinimento ha del prodigioso… Devo anche riconoscere che a livello di casino mi aspettavo di peggio (come ci si sente ad averne azzeccata una, nella vita, eh, Cigno?…), basta evitare i negozi che fanno veramente gli sconti, riconoscibili perchè fuori c’è sempre la coda e si entra scaglionati. Ho avuto la stessa sensazione anche la prima volta: più di metà dei negozi espongono un cartellino con un prezzo assurdo, senza alcun riscontro nella realtà, ci tirano una riga sopra e scrivono la metà, poi ci tirano una riga sopra e praticano un ulteriore 20% di sconto con la dicitura “prezzo Outlet” e la cifra finale è all’incirca quella che troveresti nel negozio sotto casa durante i dieci mesi di saldi, mentre lì è così tutto l’anno. Il vantaggio è che hai due mesi di più tutti gli anni per prenderlo nello sgnau.
Adesso qualcuno comincia a darmi retta e, non so in che città, hanno fotografato alcuni capi in una vetrina, a prezzo “pieno”, poi li hanno ri-fotografati durante i saldi: anzichè passare da 100 a 50, il prezzo gattopardesco cambia due volte per rimanere tale e quale. Non è difficile: si butta il cartellino da 100€, se ne fa uno da 200, si tira la famosa riga, si scrive 100€, si appoggia la canna su una forcella, ci si accende una sigaretta e si aspetta che il pesce abbocchi.
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Va beh, dài, torniamo al Made in Italy C&G.
Dovrebbe diventare una specie di religione, proprio come gli Americani coi soldi o gli Svizzeri… coi soldi pure loro o gli Indiani con le vacche, che se ne investi una con la macchina, ti linciano.
Chi trasgredisce, chi bara, paga con tutti i suoi averi.
E qui casca l’asino.
In Italia abbiamo leggi per tutto, peccato che nessuno le faccia applicare: chi controllerà che i nostri prodotti di qualità lo siano veramente o che non vengano realizzati da migliaia di clandestini segregati in capannoni lager?
Possibile che in quei posti ci vada solo qualcuno mandato dalla Gabanelli o da Santoro? È possibile che un’azienda paghi in nero cento schiavi e nessuno si accorga dei camion che vanno e che vengono?
E all’ENEL, chi la paga la bolletta? Le macchine non vanno a vapore e un capannone ufficialmente vuoto o improduttivo non consuma migliaia di kilowatt, per cui basterebbe incrociare i dati e vedere cosa corrisponde a quell’utenza, magari alzando il culo dalla sedia, una volta tanto.
Certo, farlo in una zona industriale in un autunno piovoso non è “professionalmente gratificante” come farlo a Cortina intorno a Capodanno…
Ocio, hanno fatto benissimo, sia chiaro, ma si poteva fare meglio.
Prima di tutto, non è necessario fermare uno su un’auto di lusso per scoprire se chi la guida se la può permettere: è sufficiente controllare la sua denuncia dei redditi e, se l’auto è intestata a lui, chiederne conto, mentre se non lo è, anche fermandolo, cosa gli fai? Vai a cercare il vero proprietario, spesso la nonna o uno zio nullatenente, per vedere se se la può permettere? Ma quello puoi farlo anche seduto in ufficio, no?
Ed è forse meglio piazzare due Finanzieri sul marciapiede come due Corazzieri fuori dal Quirinale e costringere il ristorante a fare le ricevute fiscali o sarebbe meglio fermare con discrezione chi esce per un paio di giorni, poi andare dal ristoratore e fargli un buco del culo come uno sbadiglio?
Ma questa è un’altra storia…
Anzi no: con i controlli veri si individuerebbero i ricarichi esagerati, chiaro segno di prodotto italiano “di sponda” o di produttore esoso, quindi che paghi le tasse per quel guadagno sproporzionato.
Tornando al vero Made in Italy, quello vero, che consentirebbe di tenere il lavoro in Italia, quello che chiederebbe un po’ di più al consumatore ma darebbe molto di più allo stesso consumatore e al Paese, per quel Made in Italy il trucco è la serietà: serietà di chi produce, che dovrebbe rispettare un disciplinare tipo quello dei produttori del Parmigiano Reggiano; serietà di chi deve controllare, con una presenza costante sul territorio, con pene severissime per chi sgarra e ancora più severe per chi si fa corrompere; serietà di chi compera, visto che è assolutamente idiota comperare un prodotto che costa un decimo di quanto lo pagavi dieci anni fa e poi lamentarsi che “i Cinesi fanno solo merda”.
A volte anch’io mi lascio andare e compero una minchiata che costa niente: una volta ero al Lidl proprio per comperare una belinata, due prese telecomandate a € 7,90 di cui avevo visto lo spot in TV.
Cosa pensavo di farci? Niente, ma l’idea di attaccare un qualsiasi apparecchio a una presa e poterlo telecomandare… mi svagava, era un bel gioco, anche se non avrei saputo cosa attaccarci… Ma io non mi sono mai lamentato di non arrivare alla fine del mese e poi, per 7 euro e 90…
Naturalmente le avevano finite, sono sempre i migliori quelli che se ne vanno.
E quello…? Mi casca l’occhio su un paio di scarpe (oddio, “scarpe”…) da 9 euro e 90: erano due stampi di plastica rivestita di cotone canvas color khaki, con un paio di righe arancioni, identiche al colore dei pantaloni che indossavo in quel momento. Ne misuro una…
«’Azz! Che pan-dan!…»
Avviso ai sucaminchia: lo so, si scrive “pendant”…
Scherzi a parte, con un look vagamente “trekking” e quei riporti arancioni come i pantaloni… erano una figata.
Sì, ecco, il piede era praticamente appiccicato al pavimento, niente imbottitura, niente plantare e quant’altro e la suola era poco più spessa della borsa del supermercato: insomma, se pestavo un euro potevo dire se era testa o croce ma era estate e facevano un figurone.
A quel prezzo, poi, messe due volte era già finito l’ammortamento.
Le avrò messe addirittura una decina di volte, poi si sono aperte.
‘Sti cazzo di Cinesi, sanno solo fare della merda!…
Dottordivago