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E allora dillo, figlio di puttana di un diavolo del cazzo, dillo che che ti stai cagando sotto e tenti un ultimo colpo di coda; dillo che hai letto della mia volontà di uscire da questo momento di merda e non mi vuoi mollare, dillo che sei disposto a tutto e ti giochi il Jolly.

Passettino indietro.
Da poco più di un anno ho come un vortice sulla testa, una specie di ampia formazione ciclonica, che contiene solo sfighe e che, quotidianamente, ne lascia cadere una o un paio, nelle giornate buone, tipo ieri, anche di più.

Tutto è iniziato con un innocuo cartello “VENDESI” appoggiato ad una siepe che contorna una casetta in una località amena, nei dintorni di Alessandria.
Per avere informazioni, ho aperto il cancelletto del giardino e…

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OH MIO DIO!
DOTTORDIVAGO A BASE… DOTTORDIVAGO A BASE… SONO FINITO IN UN FOTTUTO STARGATE! BASE! BASEEEEE…

Da quel momento sono finito in un universo parallelo, un anti-universo in cui tutto ciò che era culo diventa sfiga, la solita spensieratezza diventa preoccupazione, l’allegria diventa, alternativamente, noia, magone, tristezza, rabbia…

Ci pensavo proprio poco tempo fa: dal giorno in cui sono entrato in contatto con quella che attualmente è –e non garantisco per quanto tempo ancora- la mia nuova casa, nulla è più stato come prima, ho lasciato tutto il mio mondo e il mio karma aldilà dello Stargate.

Ho la certezza che quella casa porta sfiga, peccato che Bimbi la adora.

Sciogliamo subito il nodo principale: non è un fatto economico, non sono disperato, non ho fatto il passo più lungo della gamba, anzi, l’avrei voluta più grande, la casa, e non esiste neppure un mutuo da pagare che mi tenga sveglio la notte.
E poi la sfiga non riguarda solo la casa, è generalizzata, ovviamente con un occhio particolare per tutto quanto concerne quelle quattro mura.
Ma di questo parleremo domani, oggi voglio raccontarvi ieri.
Anche perchè, se fossi stato in grado ieri di raccontarvi oggi… qua stavo… figurati, a quest’ora ero l’Imperatore del Mondo…

Comunque, la giornata di ieri è stata una giornata campione, merita di perderci cinque minuti. Ma prima un piccolo antefatto.

Tra le tante cose che mi sono andate su per il culo in quella casa, c’è il lavello della cucina. Ok, l’ho ordinato io, ma su catalogo: toccarlo con mano e odiarlo è stato tutt’uno; poi vi spiegherò bene, per adesso limitiamoci al fatto che decido di cambiarlo.
Nel buco del culo del Triangolo Industriale, posizionato in corrispondenza della mia città, Alessandria, non si trova un cazzo.
Ma internet arriva (nel mio negozio, a casa, stranamente, fa cagare…) quindi trovo quello che mi interessa e lo ordino il 10 ottobre, consegna 10 giorni.
Arriva dopo ventidue, va be’; lo scatolone ha l’aria un po’ vissuta, ritiro “con riserva”, pago in contrassegno (stranamente il venditore favoriva quel pagamento, strano davvero…) e apro il cartone. È lui, è il mio lavello, 60×120, una sola vasca e un gocciolatoio chilometrico, al contrario di quello che ho a casa, che non sai dove appoggiare le cose.
Ed è sano: lo porto a casa (mi faccio consegnare sempre tutto in negozio).

Arrivo a casa e lo sballo per bene per mostrarlo a Bimbi; tolgo anche due piccoli paraspigoli di cartone e… mi viene il macadù.
CAZZO, DUE GIBOLLI DUE, CAZZO!
Uno per spigolo, proprio sotto al “paraspigolo”, inutile figlio di puttana dalla millantata funzione.
Richiudi, riporta in negozio l’indomani, attaccati a mail e telefono, aspetta tre giorni e se lo ripigliano.
Me lo sostituiscono e stavolta arriva in una dozzina di giorni, l’altro ieri.
Il cartone è intonso, andiamo bene, il corriere mi richiede il pagamento in contrassegno: andiamo male.
«Giovane, te li ho dati l’altra volta e mi pare che bastino…»
«È vero, mi ricordo, ma qui mi chiede il pagamento…»
«Riportalo da dove viene, mò li sento io»
Riattaccati a mail e telefono, risolvono l’inghippo e danno l’ok al corriere di consegnarmelo senza pagamento. Me lo consegna ieri.

Ieri, alle nove avevo già litigato con un’amica, fornitrice ma ormai amica, per una cazzata che mi hanno combinato. Ed io, per queste cose con amici o ritenuti tali, ci rimango male.
Faccio notare che è la prima minchiata in anni e anni, tanto per dire…

Apro il negozio, dopo dieci minuti arriva il corriere, due chiacchiere, mi molla il pacco e se ne va.
Vi ricordate com’era l’oggetto dei miei desideri? Mi autocito:

È lui, è il mio lavello, 60×120, una sola vasca e un gocciolatoio chilometrico, al contrario di quello che ho a casa, che non sai dove appoggiare le cose.

Mi ritrovo con questo:

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Due vasche e un gocciolatoio da camper.
Richiudo, richiamo, riscrivo, segnalando anche l’indirizzo del mio avvocato (Marco, mi sa che a breve tocca scrivere due righe…).
Costernati e gentilissimi, mi fanno notare che

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“Si tratta di circostanze sfortunate”, eh? Peccato, speravo in una candid camera…
Morale, riproviamoci.

Torno a casa. Per il pomeriggio aspetto il mobiliere che mi porta un mobile per la cucina e un “allungo” in zona lavello, operazione collegata alla sostituzione del medesimo e che porta la lunghezza totale dei miei piani di lavoro alla misura di un campo da bocce regolamentare.
Alle 15, quando io sto uscendo, il mobiliere arriva e lo lascio con Bimbi.
Rientro alla sera e:

  • il mobile, che visto disegnato era un bijoux, è sempre bello ma, visto contro il muro, sembra un comodino, è misero
  • il piano è scheggiato
  • lo zoccolo è corto di tre cm
  • l’allungo in zona lavello non è neanche parente con quanto richiesto.

Chiamo il tipo, arriva, lo tengo lì fino alle 20 passate e quando se ne va abbiamo risolto. Nel senso che, pagando, aggiungo un modulo al comodino, quindi ci vuole anche un piano più lungo, che non pago, e col piano scheggiato, tanta testa e un amico falegname, realizzerò l’allungo come dico io.

Questo ieri, ma è quasi sempre così, dopo quel dannato Stargate.
In questo momento sono le17.20 e, con una mano sulle palle, vi dico che non è ancora successo nulla: dite che oggi ce la posso fare?

Dottordivago

Dice: «E per ‘sta cazzata, vuoi mica rovinarti la vita?…»
Tu, questa vedi; io, ne ho due coglioni così di altre mille.
La goccia, gente, la goccia, quella che fa traboccare il vaso: così uguale a tutte le altre ma che arriva nel momento sbagliato. Come Schettino: un coglione come tanti altri ma nel posto e nel momento sbagliati.

L’errore più grosso che rischiavo di fare era di mettere insieme tutte le gocce, sommarle agli stupidi e fare una fascina di tutto quanto.
Niente di più sbagliato: tutti conoscono la storia del forzuto che non riesce a rompere la fascina ma arriva il vecchietto che spezza un rametto per volta.

Sono tutte cose che so e che mi ripeto continuamente ma spesso c’è in giro QUELLA goccia. Poi c’è QUELL’attimo, dopo milioni di anni, in cui una roccia si stacca dalla montagna e solo se non c’è nessuno sotto non succede un casino.
E pensa che tutte quelle tonnellate di roccia sono rimaste lì fino a che l’ultimo granello di terreno ha smesso di creare attrito sufficiente per tenerlo su.
QUEL granello, gente, ci sono in giro di quei granelli lì, ci sono.
E non basta: c’è sempre un Sydney Pollack in agguato.

A gentile richiesta, mi scappa di divagare.

Primissimi anni 80, pomeriggio da Baleta -e se non sapete cos’era, andate e cercate, ci saranno tre o quattro post in cui ne parlo-.
Il Pollastro, quel giorno, era Il Male.
Già non era la persona più stabile del mondo, anzi, non era neanche nei punti, anzi, era proprio da fondo classifica, ma quel giorno…
Bel ragazzo, in giro noto come “il Biondino”, di quei belli che ispirano più tenerezza che fuoco, però ha sempre tirato su della figa di classe.
Peccato che fosse indemoniato; ogni tanto faceva come i gatti quando espellono la palla di pelo ma lui espelleva nervoso, puro nervoso, anche senza demoni esterni che intervenissero.
Figurarsi quel giorno: gli era successo di tutto.
Il diavolo delle piccole cose, appunto: una parola storta in casa, uno scazzo fuori casa, una multa, il Primavera che non parte, giro di King (gioco di carte che ai tempi spopolava) così sfigato da non ricordarne un altro simile, in cui gli arrivavano carte così di merda da non appartenere ai semi conosciuti: poteva pescare il fante di Stelline come il sei di Polpette, piuttosto che roba di Cuori, Quadri, Fiori e Picche.
Un litigio con la morosa…

Era seduto su una sedia, curvo, gomiti appoggiati sulle cosce, a rosicchiarsi i denti, quando entra Guzman, personaggio che meriterebbe un post dedicato.
Toscano di origine, geniale, salace, perfido, una notevole somiglianza con il giovane Gassman (parlo di Vittorio, ovviamente), da cui il soprannome, poi storpiato in “onore” di Abimael Guzman, ai tempi capo di Sendero Luminoso, molto famoso in quegli anni.

Non so perchè il Biondino fosse diventato il Pollastro, fatto sta che con Guzman, che adorava chiamarlo Pollastro -e lo faceva di continuo- formava una strana coppia con la stessa stabilità di materia e antimateria.
«Toh, il Pollastro…»
Dall’altra parte si sentiva solo il lavorio dei denti sui denti.
«Pollastro… (un passo verso di lui) …Pollastrino… (altro passo) …The Little Chicken…»
Come un sussurro: «Guzman, lasciami perdere perchè oggi…»
E l’altro, sempre avvicinandosi un passo alla volta, cadenzandolo con ogni nome che avesse una vaga assonanza con Pollastro: «Pollock… Jackson Pollock…»
«Guzmannnnn…»…
Ormai lo spazio che li separava era finito e per un attimo è sembrata finita anche la creatività di Guzman, poi un rigurgito: «SYDNEY POLLACK!», condito con un “coppino” sul collo esposto del Pollastro.

Dura da credere ma il “ciac” del coppino è praticamente coinciso con lo “strap” del pullover di Guzman, a cui il Pollastro si è aggrappato saltando dalla sedia come i gatti quando si spaventano.
E per fortuna la maglia ha ceduto e al Pollastro, più basso di Guzman, è mancato l’appiglio, quindi il morso partito in direzione della faccia di Guzman ha mancato il bersaglio per un soffio.
Poi solo ordinari pugnacci larghi, sventoloni mal portati, schiaffoni, calci a vuoto…
La solita roba.
Ma non dimenticherò mai l’istinto animalesco di un uomo, talmente “carico” da reagire esattamente come un leopardo o, se esiste, un felino più agile e crudele: salto fulmineo, attacco al volto, a denti scoperti.
Zero tecnica, puro istinto, roba da cervelletto, da paleoencefalo.

Negli anni a seguire i due cretini hanno scherzato a lungo su quella storia, con Guzman che non ha mai smesso di chiedere al Pollastro i soldi per il pullover.

La goccia, il granello, Sydney Pollack…
Non devo cadere nella loro trappola

Continua

Dottordivago

Ovvero: di come il Dottordivago si è scassato la minchia di tutto.

Una goccia d’acqua non è niente.
Se invece piove ti limiti a stare in casa.
Se sono miliardi di miliardi di gocce, i fiumi svaccano, la gente muore.

Io sono in un momento di pioggia, quindi sto in casa, la più privata di tutte: sto con me stesso.
E lavoro intensamente per costruire una barriera che mi divida dal mondo, ci lavoro in modo ossessivo, come Tom Hanks in “Cast away”, quando si dà la carica ripetendo come un mantra quanti metri di “ottima fune” deve preparare per tenere insieme la zattera.
Uhm… adesso che ci penso: devo procurarmi un pallone con cui fare quattro chiacchiere, mentre lavoro alla barriera…

Insomma, mi sono preso una vacanza dal mondo.
Che deve terminare quanto prima.
Devo tornare e fare un culo così alle piccole cose che, per quanto singolarmente insignificanti, tutte insieme mi stanno rovinando la vita.
So che esiste un libro, “Il Dio delle piccole cose”, non l’ho letto e non so di cosa parli ma mi piaceva parodiarne il titolo: le piccole cose mi stano veramente rompendo i coglioni, dietro di esse ci deve essere un diavolo.
E se invece c’è un Dio… Va’ che fai schifo, eh?.. Sì, dico a te, dio delle piccole cose del cazzo.

Devo cambiare tattica, la solita non funziona.
Il mio sistema è sempre stato quello di prendere di petto le cose e, magari bestemmiando fino all’ipossia, risolverle, in un modo o nell’altro.
Sono un cacciatore di leoni.
Poi ti ritrovi a lottare con uno sciame di zanzare o di vespe e, dopo un momento in cui meni calci e schiaffoni, capisci che non funziona, allora scappi.
Ma ‘ste bastarde ti seguono, scappare non serve.
E “scappare” è una parola che mi ha sempre fatto schifo.

Bisogna cambiare.
Devo diventare buddista o qualcosa del genere, lasciarmi scivolare addosso le cose. Oppure perdere la visione d’insieme che mi ha sempre aiutato ma che in questo caso mi fa vedere mille piccole cazzate come un grosso babau, un diavolo.
Delle piccole cose, appunto.

Voglio un tifo da finale Mundial: il Dottordivago ha comperato il biglietto di ritorno.

…come i vecchietti che vivono soli e che, ad una certa ora, fanno uno squillo al parente più vicino per confermare che va tutto bene.
Un’altra “campanella della roggia”, solo più breve.

Qui rispondo alla lamentela del Camagna: in un’annata magra come questa non è facile beccarmi con un cliente ma lui ce l’ha fatta.
Per quanto riguarda la mia assenza, assolutamente giustificata, la ragione è che sto facendo centinaia di lavoretti in una casa in cui non vogliono proprio entrare tutti gli scatoloni che mi sono portato dietro. Mi viene un dubbio: non è che i traslocatori hanno approfittato del trambusto per svuotare un altro paio di appartamenti e usare casa mia come magazzino temporaneo?

Per contro, tutti i giorni devo comperare qualcosa che mi manca, anzi, mi manca tutto: sembra che, più che traslocare, io sia scappato dalla finestra o che in questi ultimi ventidue anni abbia abitato in un prato.

Inoltre, come una specie di depressione post-parto, sale il sospetto di aver comperato una casa che mi sta sul culo…

Buon Ferragosto agli spensierati, un ringraziamento a chi si ricorda di lasciare un saluto su queste pagine per ora quasi abbandonate e un grato, commosso ricordo al “Mio Capitano”.

Dottordivago

Ritengo il moonwalking il massimo dell’apparire senza essere, infatti consiste nel dare l’illusione di camminare in avanti, pur andando indietro.
Da quando ho smesso di fumare, non tossico più e non ho più mal di testa, da quando ho smesso di interessarmi di politica, non ne parlo più; quindi, nella precedente definizione, non dovete vedere un riferimento al grande sbattimento istituzionale relativo alle riforme promesse da Renzi.

Il moonwalking, al di fuori del palco o della pista da ballo, applicato alla vita di tutti i giorni, non è l’inutilità, è peggio: è essere cornuti e mazziati, è il danno e la beffa.
Da qualche giorno su Feisbuk gira l’aforisma di non ricordo chi, forse un premio Nobel, che, più o meno, dice:

C’è da domandarsi dove va una società in cui ci si reca in auto in palestra per pedalare su una cyclette.

Va be’, che camminare sul tapis roulant o pedalare sulla cyclette siano il simbolo dello sbattersi inutilmente, io lo dico da una vita ma questo è un premio Nobel, quindi è giusto che venga condiviso dai poveri di spirito.

E a tal proposito, ocio alla divaghetta, la divagata-doppietta.
Primo, un ricordo a Giorgio Faletti, di cui tutti hanno ricordato tutto ma non l’idea di personaggio più brillante tra quelli partoriti, purtroppo non capito dai più: il Cabarettista Mascherato, “colui che ruba le battute ai ricchi per donarle ai poveri di spirito”. Grande Giorgio.
Secondo, a proposito della stupidità del concetto stesso di ginnastica e palestra, oltre a citare G. B. Shaw («L’attività fisica è inutile: se stai bene, non ti serve, se stai male, te la proibiscono») citerò Fabrizio Battista, mio “commesso di lusso” ai tempi dell’armeria.
È nato commerciante in una famiglia di commercianti e a me serviva dietro al banco, così, facendo leva sulla passione per caccia e pesca, l’ho convinto a chiudere un suo negozio di intimo e a trasferirsi da me, sperando di convincerlo a diventare socio. Ma era così furbo che già dopo poco tempo ha dichiarato che non voleva saperne, perchè ha capito prima di me quanto stronzi fossero gli altri tre soci della s.r.l. , salvo beccarsi (giustamente) i nostri clienti  quando i tre stronzi hanno mandato tutto a puttane e lui ha aperto un suo negozio.

Dunque, Fabrizio era un po’ sovrappeso e, con poca convinzione, se ne lamentava in previsione dell’estate.
«Fai come me –dico io- all’ora di pranzo vai in palestra… o a correre…»
Fabrizio la sa troppo lunga, per fare una minchiata del genere. Così si è messo d’accordo con Livio, un nostro cliente che consegnava a domicilio gli elettrodomestici per Trony. In pausa pranzo lo aiutava un paio d’ore, su per le scale dei condomini, con frigo e lavatrici sulle spalle, poi si faceva una doccia e tornava in negozio.
E guadagnava 20 euro al giorno invece di spenderne 50 o più al mese, oltre a beccarsi qualche mancia da gente che lui avrebbe potuto tranquillamente comperare.

Tornando al moonwalking, non c’è come rifare una casa dopo 22 anni dalla precedente, per capire quanto ci ha portato indietro tutto questo sviluppo, questa innovazione, questa “creatività tutta italiana”.
Parlo dell’arredamento.
Anzi, parlerò dell’arredamento.
Continua

Dottordivago

Vale più il titolo del post, sicuro.
La campanella della roggia è questa:

campanella

L’acqua fa girare la ruota a pale, sull’albero della ruota c’è una camma (praticamente un’altra paletta, più piccola) che ad ogni giro dell’albero aziona il campanello appeso al parapetto.
Chiunque avesse necessità dell’energia ricavata dal passaggio dell’acqua, aveva molto a cuore il buon funzionamento della ruota, che poteva in qualsiasi momento essere bloccata da un ramo o un detrito; il ritmico e continuo “din – din” della campanella stava a significare che tutto andava bene, l’acqua scorreva e la ruota girava.
Una cosa tipo il “ping” della pulsazione cardiaca dei pazienti in rianimazione.

Ecco, io starei pure bene, quindi faccio suonare la campanella per farvelo sapere. La ragione per cui sono praticamente sparito è sempre la stessa, cioè, le stesse: il lavoro, anche se marginalmente, poi gli ultimi lavori di ristrutturazione della nuova casa che si sovrappongono ai preparativi del trasloco. Ci sarebbe pure mammà ferma ai box ma lì non servo, se non per dire quattro cagate alla sera, prima di correre a casa a cucinare per me e Bimbi.

Un po’ una cosa, un po’ un’altra, alla fine non riesco a scrivere.
E mi incazzo, anche perchè nel corso della giornata mi vengono in mente un sacco di buone idee, o anche solo di stronzate meritevoli, che poco dopo evaporano, ‘ngulallòro e alla capa mia…

Ve ne dico una veloce, prima di dimenticarla.
Parlo con un cliente che mi domanda se ho figli. La risposta è la solita, collaudata: «No, ho sempre avuto paura di ritrovarmi in casa un’altra testa di cazzo come me… No, scherzo, non mi sono mai piaciuti i bambini.»
Il tipo è un meridionale tra i 60 e 70 anni che ha generato quasi una squadra di calcio e la cosa gli suona male:
«Eh ma… il primo istinto di un uomo … è avere dei figli!»
Normalmente è un argomento che mi tocca affrontare con le donne, alle quali faccio notare che la spinta alla riproduzione è la cosa più animale del creato e che persino miliardi di miliardi di polipi del corallo, una volta all’anno, non si sa come, emettono uova e sperma contemporaneamente e si riproducono.

Ma questo è un uomo, stranamente tignoso sull’argomento, non riesco a parlare di finestre. Così gli dico ancora che non mi sento un pirla per la mia scelta e che lui non deve credersi un genio perchè si è riprodotto, visto che la riproduzione è la cosa più semplice del mondo.
E questo fa la faccia di quello che non ci crede tanto. Gli parlo dei coralli? No, meglio qualcosa di più “pulp”…
«Persino i pesci si riproducono, e lo fanno col sistema più idiota in assoluto, cioè quello di nuotare sopra le uova deposte ed eiaculare in corrente, il che corrisponde ad un uomo che, circondato da donne fertili con le gambe aperte, si faccia una pippa in un ventilatore. Ecco, quella è la riproduzione. La differenza, per l’uomo, è l’educazione dei figli».
Non so se ha capito il concetto ma ha realizzato che ero pronto a dirne anche di peggio, così, finalmente, siamo tornati a parlare di finestre.

Ci sentiamo al prossimo “din”.

Dottordivago

Io sono nato in una bella città e tu vivi in una città di merda… Cazzarola, quante cose cambiano in cinq… quarant’anni!
Va be’, ad agosto faccio una scappata a casa, vedi di far dare una ripulita!

A parte punteggiatura e maiuscole fornite dal sottoscritto, è quanto sostiene il Camagna, oriundo alessandrino in Veneto, in un commento al post precedente, in cui io mi dichiaro schifato dalla mia città, al punto di traslocare in campagna.

Io, Uomo del Centro ma così del Centro, che Casini mi fa una pippa.

Considerate che ho visto la luce in Largo Vicenza, luogo sconosciuto ai più, non avente corpo proprio ma costituito dalla confluenza di cinque vie, a tre traverse da Piazzetta della Lega.
”La Piazzetta”, per secoli ombelico della città, una sorta di Piccadilly in salsa mandrogna, oggi ridotta a triste e granitico parco giochi per mamme e bimbi, con marmoree panchine in puro stile “arte funeraria”, così frequentata forse perchè è rimasta l’unico fazzoletto di città in cui viene rispettata l’isola pedonale. A parte Polizia e Carabinieri che, anche di sabato e domenica, la percorrono in auto, allungandosi in Corso Roma, impestando l’aria, impiegandoci mezzora per 500 metri, fulminando una frizione a giro e rompendo il cazzo a tutti, of course.

La Piazzetta è diventata anche un ambitissimo cagatoio per cani e una specie di Gardaland per le troiate degli amministratori locale i quali, negli ultimi 25 anni, se devono fare una minchiata, prima la provano in Piazzetta e non al Villaggio Shanghai, quartiere basso, molto basso-popolare, dove schifezza più o meno…
No, in Piazzetta, le fanno, un po’ come uno che ha macchiato la giacca e, dovendo provare uno smacchiatore, anzichè su un orlo interno, lo testa sul bavero.
O come uno che usa la punta dell’uccello per sentire se l’acqua è bollente.

Nel 1969 abbiamo traslocato in Via Alessandro III, che nasce in Piazzetta ed è una delle cinque vie che si incontrano in Largo Vicenza: uno spostamento di cento metri scarsi, ovviamente verso la Piazzetta.

1982, trasloco in Via Milano, altra via che nasce in Piazzetta, altro spostamento minimo, sempre in posizione baricentrica.

1992: matrimonio e spostamento in Spalto Borgoglio, lato centro, quasi un esilio ai confini dell’Impero, a quattro traverse da Corso Roma.
Per i foresti: non “Via Spalto Borgoglio”, semplicemente “Spalto Borgoglio”. Non è una strada dedicata a uno che si chiamava così (anche se io, per anni, ho chiamato “Spalto” il figlio dell’ex sindaco Borgoglio…): si tratta di uno degli antichi spalti, le mura che cingevano la città medievale.

Ed ora si va in campagna, a 9 km dalla mia casa attuale, praticamente un balzo nell’iperspazio, per sfuggire all’attrazione fatale di un buco nero. Anzi, di un pozzo nero, quello che la mia città è diventata.

Fino agli anni 80 ero orgoglioso della mia città.
Era bella, la mia città.

Importantissimo nodo stradale e ferroviario, situata in posizione baricentrica nel Triangolo industriale, equidistante da Torino, Milano e Genova.

Un posto vicino a tutto, che viveva di transito, per cui nessuno ha pensato di realizzarci un cazzo…
No, non è vero, solo oggi è così: Alessandria è stata una città in cui, per culo, per caso o per merito, qualcosa è successo.

A cominciare dall’inizio: nata per contrastare la calata dell’esercito del Barbarossa, è stata l’unica sconfitta dello svevo invasore, l’unica città che non si è lasciata conquistare. Ve ne ho già parlato una volta e già allora ho rimarcato il fatto che Federico il Barbarossa è stato uno dei sovrani più illuminati del Medio Evo, il suo mecenatismo ha portato arte e cultura ovunque, quindi ci sarebbe convenuto lasciarci conquistare. Ma tant’è…

Nel 1821, sui tetti della Cittadella, Santorre di Santarosa fece sventolare per la prima volta il tricolore italiano, tanto per dirne una; noi oggi rispondiamo con l’essere il primo capoluogo di provincia dichiarato fallito.
E qui balle non ce ne sono, bisogna proprio metterci dell’impegno: Catanzaro ha circa gli stessi abitanti, un debito superiore di nove o dieci volte e un decimo delle potenzialità produttive. Però siamo falliti noi. Mah…

Nel dopoguerra Alessandria ha avuto la prima “circonvallazione” cittadina moderna, una strada a tre corsie per senso di marcia, divisa da un bel viale di tigli. Era amata dai camionisti di allora, essendo l’unica città che potevano attraversare in relax, senza lottare ogni metro con i freni e lo sterzo di cemento dei loro Leoncino, Orsetto, Lupetto o di qualche Chevrolet lasciato dagli Americani.
Da una quindicina di anni, in alcuni punti, hanno pensato bene di restringerla di una corsia, per realizzare la pista ciclabile più inutilizzata del mondo; in compenso, il primo che molla un secondo la macchina in doppia fila, ha sulla coscienza un ingorgo da catastrofismo cinematografico, tipo newyorkesi in fuga dagli alieni o da un super-vulcano.

Per anni la mia città è stata la città italiana col maggior rapporto verde pubblico/popolazione: giardini bellissimi, pieni di bambini che giocavano, con un laghetto idilliaco, popolato da enormi cavedani e carassi a cui lanciare le briciole della merenda, se non arrivavano prima i cigni, grossi come struzzi.
Uno splendido biglietto da visita per chi usciva dalla stazione.
È il caso che vi dica che oggi è tutto un merdaio, pieno di tossici ed extracomunitari, rigorosamente quelli che sono venuti in Italia per fare di tutto, tranne che per lavorare?

Vista oggi sembra impossibile ma in Alessandria si produceva anche e non come oggi, con Michelin e Solvay: parlo di roba nostra.
Di aziende come Borsalino ne sono esistite poche, per fama e diffusione capillare nel mondo, l’unico marchio di moda che ha così caratterizzato un’epoca, al punto di vedere il proprio nome usato per il titolo di un film.
La Paglieri, poi, ha profumato milioni di culetti col suo Felce Azzurra e derattizzato ascelle con la linea Cleo, mentre Guala detiene non so quanti brevetti mondiali per i tappi da liquore (quelli che consentono solo l’uscita del liquido); purtroppo sono realtà nate decenni fa anche se entrambi,  delocalizzazioni a parte, qualcosa alla città ancora danno.

Alessandria aveva negozi straordinariamente belli, in cui venivano torinesi e genovesi a vestirsi come Dio comanda; e non deve sembrare strano: gli alessandrini sono sempre stati una banda di caga-amaretti molto eleganti, almeno finchè è esistita un’identità alessandrina.
Ricordo quando da ventenni andavamo a Genova, passavamo il tempo a darci di gomito e segnando a dito donne con le calze smagliate o passanti con maglie vistosamente rammendate o medagliate…
Oggi il look cittadino è quello da Grande Fratello per i giovani e una sorta di triste fusion tarro/balcanico per quelli un po’ più vecchi.

A proposito di tarri…
Una cosa che ha sempre fatto impazzire il mio amico Mario di Pavia, l’essenza stessa del Turbotarro, un tempo drogato da tutto ciò che avesse un motore, era il fatto che negli anni 90 Alessandria avesse una scuderia di Formula 1, la Forti, che Termignoni realizzasse le più belle marmitte per moto da competizione e che l’unica donna ad aver preso punti in Formula 1 fosse la mandrogna Lella Lombardi. Della pochezza motoristica di Pavia, città che vale dieci volte la mia, Mario non si dava pace.

E non dimentichiamoci che a Borgoratto, alle porte di Alessandria, fino a pochi anni fa esisteva l’unica (credo…) panetteria al mondo che sfornasse pagnotte a forma di cazzo, dai 10 ai 50 cm, con tanto di vetrina dedicata. È un po’ che non ci passo, la realizzazione della circonvallazione del paese deve essere stato un brutto colpo: prima si fermavano tutti, soprattutto i forestieri di passaggio che uscivano al casello AL Sud, in direzione Acqui Terme e tiravano certe inchiodate… Si fermavano per un paio di foto e poi… vuoi non assaggiarlo? E la furba e simpaticissima signora panettiera non faceva mai mancare una battuta in tema: grande personaggio!

Poi?
Gianni Rivera e Umberto Eco, una volta, un attore di fiction di cui non ricordo mai il nome, oggi. Se solo mi impegnassi un po’ di più, potrei entrare pure io nella Hall of Fame cittadina, il che è tutto dire.

Insomma, non sopporto più la mia città.
Uno dei miei problemi è che mi piace camminare, quindi ad ogni passo mi becco una schifezza diversa, non ne perdo una, a differenza di chi non si allontana più di venti metri dall’auto. Questi rimangono come gli aviatori che seminano la morte a bordo dei loro aerei luccicanti, senza prendersi gli schizzi di sangue e ignorando l’odore della carneficina.
Io no. Io sono in trincea, devo stare attento a dove metto i piedi, ignoro i colori delle case o le vetrine dei negozi: se ti distrai un attimo, bene che vada, becchi uno stronzo di cane, se va male ti scavigli in una buca.

E la puzza… Roba da non poter aprire le finestre, pazzesco.
No, basta, per il resto vi rimando ad un vecchio post, mi sono stufato.

Vi sorgerà spontanea una domanda: «Perchè non te ne vai?»
Ancora non molto tempo fa avrei potuto ma non ero ancora abbastanza nauseato e la pigrizia di trasportare un’attività come la mia, che prevede uomini e mezzi, ha avuto la meglio; adesso, che ne ho coglioni, scroto e basso ventre pieni, non mi posso muovere.
Cioè, potrei, se solo volessi vincere a mani basse il riconoscimento di “Ommimmerd’ dell’Anno”.
Nel giro di un paio d’anni mi sono arrivate un tot di generiche sfighe parentali, io e la mia adorata Bimbi ci ritroviamo con alcuni vecchietti che “vanno via storti”, come fagiani con un pallino in un’ala. Per il momento la nostra vita non è molto cambiata, a parte qualche vacanza in meno, anche perchè io sono un pessimo infermiere, quindi non mi ci metto proprio e lascio le incombenze a chi è pagato per fare il lavoro sporco, mi limito al sostegno psicologico e alla logistica.
Però ci devo essere, non posso andarmene.

Così abbiamo pensato di trasferirci dove iniziano le colline.
Dovrò muovermi in macchina, cinque minuti di rettilineo, niente di che, col vantaggio che diventerò uno dei tanti automobilisti che ignorano il 90% degli smerdi di questa città.
E poi, quello dove andiamo a stare, è un posto carino.
Ve ne parlerò.

Dottordivago

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