Feeds:
Articoli
Commenti

La Casa

Cosa vi ho sempre detto?

Sono ateo.
Le uniche entità metafisiche in cui credo sono Il Culo e La Sfiga.

Ci credo fermamente: c’è chi nasce fortunato e chi sfigato, su questo non ci piove.Non credo, invece, nei gatti neri, negli iettatori, nel malocchio e in chi lo manda. La sfiga? La iella? La superstizione? Roba da sottosviluppati.
Dico che non è vero e, a differenza di Peppino De Filippo, non ci credo.
Però…
Però, quando smetti di essere una persona mediamente fortunata ed inizia una litania di sfighe, principalmente piccole ma con qualcuna più tosta, “per dare un po’ di sprint al piatto” come dice Igles Corelli, inizi a pensare a cosa può essere successo, da quando ti succede, analizzi la malattia cercando il Paziente Zero, ripercorri la strada in cerca del bivio in corrispondenza del quale hai girato di qua invece che di là, analizzi e rimpiangi:
«Ma porca puttana, stavo tanto bene… Ma solo ancora fino… fino a…”…

Fino a quando ho messo piede nella Casa.

12121

Andiamo per ordine.
Anzi, no, andiamo alla cazzo, che mi viene meglio.
Un paio di sere fa ho intravisto un filmetto, quanto basta per capirne la trama, anche se “trama” è una parola grossa: la ragazza più fortunata di New York viene in contatto con il ragazzo più sfigato, non ricordo se si scontrano o se si baciano, fatto sta che culo e sfiga si invertono.
A me deve essere successo qualcosa del genere.

A settembre dell’anno scorso vedo un cartello “vendesi” proprio nel posto che da sempre piace a Bimbi. A me fa un filino cagare, sembra un villaggio vacanze a sette km dalla città: una strada ad anello, costellata di piccole palazzine con ampio giardino, con al centro dell’anello campi da tennis e piscina.
Detta così non sembra male –e non lo è- però se togli il periodo della piscina in cui ci scappa qualche serata o qualche aperitivo, per il resto dell’anno è un dormitorio in cui ognuno si fa i cazzi suoi, tranne qualcun altro che si fa quelli di tutti. Ma questo non ci riguarda.

Ho sempre resistito alle pressioni di Bimbi ma ero arrivato al punto in cui non sopportavo più la mia città: sporca, puzzolente, maltenuta, maleducata, popolata da noiosi e antipatici.
Considerando che la mia esposizione di serramenti è all’entrata della città, proprio dalla parte giusta, arrivando dalla Casa, ho ceduto all’idea di non dover neppure passare il ponte e creare, psicologicamente, un’incolmabile distanza con la mia ex città, il suo lerciume e il suo degrado.

Fossi inciampato, mentre andavo verso quel cartello “vendesi”; fossi caduto e mi fossi rotto una gamba. E cadendo mi si fosse piantato nel culo un ombrellino da bibita che-tiralo-fuori-se-sei-capace. Fosse uscito il Mastino dei Baskerville da dietro la siepe e mi si fosse attaccato alla faccia come gli embrioni di Alien.
Fosse arrivata quella compatta, palpabile nuvola di zanzare che ho conosciuto in seguito e mi avessero succhiato, col sangue, ogni energia vitale e mi avessero ritrovato mummificato, secco come una carruba.

QUELLA, è stata la prima sfiga, la più grossa: arrivare in scioltezza al cartello con le mie gambe e segnare il numero di telefono.

Adesso lo so, ho capito: da allora, nulla è più stato come prima.

Lo so, è una casa, non ha colpe, non porta sfiga.
Però, combinazione, da quel momento tutto è cambiato o, forse, sono cambiato io e quando credo di esprimere concetti sensati e frasi di senso compiuto, in realtà sto dicendo “strizza la velopendula, sansusì!”.
Se parliamo di lavoro, il periodo settembre/ottobre, solitamente una vera vendemmia di ordini, è stato un susseguirsi di giornate vuote, roba che se attraverso la porta del negozio non ci fossi passato io quattro volte al giorno, potevano crescerci erbacce e ragnatele da incubo, tipo “giungla fatàl” dei romanzi ottocenteschi. Poi una serie di circostanze e ripensamenti per cui sono riuscito a perdere lavori già presi, con l’anticipo in tasca, ovviamente restituito in quanto gran signore e galantuomo. E non sto scherzando.

E infatti, tirando le somme in questi giorni, da settembre 2013 ad oggi, 15 mesi, ho fatturato la metà esatta degli otto mesi (gennaio/agosto 2013) precedenti.
Volendo girare il coltello nella piaga, potrei specificare che si tratta della metà su base annua ma di un quarto su base mensile.
Ok, il lavoro è calato un po’ per tutti ma io ho avuto proprio la sensazione che a me sfuggisse, che qualcosa lo scacciasse. Eppure io sono sempre io, il Piero Angela del serramento, quello che i clienti vanno a trovare portandogli confetture e delicatessen, quello a cui uno degli ultimi clienti, roba del mese scorso, un alessandrino con una casa da sistemare a Savona, ha detto: «Anche non considerando le spese di trasferta, non è il più economico ma è sicuramente il più simpatico»

«Va be’ -verrebbe da dire- metà lavoro, doppio tempo libero»
Una bella merda.
Tutto si è ingarbugliato, nessuno capisce ciò che dico o che scrivo, passo le giornate a tamponare cazzate fatte da muratori, magazzinieri, autisti, fornitori in genere. È semplicemente pazzesco.
Esempio che non c’entra un cazzo: ieri ordino due cartoni da sei di Dolcetto di Ovada per fare un paio di regali, questa mattina mi consegnano un cartone da dodici. E non è che mi sono spiegato male, sul ddt erano segnati “2×6 Dolcetto”.

Visto l’andazzo del lavoro, da sei mesi ho preso contatto con una ditta polacca che produce finestre più economiche delle mie. Non sono neanche parenti con le mie, che rappresentano la BMW o la Mercedes, ma sono un’onesta Golf, non la merda che arriva dall’Est ultimamente, che sta impestando il mercato italiano a prezzi ridicoli e che sarà da sostituire tra pochi, pochissimi anni: una durata più da cellulare che da finestra.
Lavorano bene ma le consegne sono un’angoscia, quando deve arrivare il camion sto tre giorni che non mi si può parlare.
Mandano in giro autisti polacchi che parlano solo polacco, i contatti li tengo con la Polonia, da dove parte la triangolazione che arriva all’autista.
La consegna di oggi è stata l’apoteosi: mercoledì mi comunicano che il camion arriverà giovedì mattina; giovedì alle 11 mi dicono che arriverà nel pomeriggio; prima di sera mi dicono che arriverà venerdì mattina (oggi); questa mattina alle 11.45 mi dicono che sarà qui in mezzora.

«Aaalt! Io lo sto aspettando da due giorni, senza alcuna certezza. Adesso aspetta due ore lui, io vado a casa a pranzare!»
Torno alle 14: non c’è.
Per fortuna avevo pubblicato su FB la seguente cosa:
1212 

Capita che un amico lo legga e mi mandi un messaggio: «Guarda che c’è un camion polacco carico di finestre parcheggiato davanti al Self»
Siccome l’autista non è mai lo stesso, oltre a indirizzo e mille riferimenti ho mandato questo:
percorso camion
”Percorso rosso, buono; tratto giallo, no buono.” A prova di stupido.
E quello era fermo 500 metri più in là.
Vado a recuperare il cretino come si fa con i nonni rincoglioniti che si perdono. Cosa intendesse fare là, resta un mistero, non capisco il polacco.
Continua

Dottordivago

Divaghenza

Non è uno stato dell’anima, è la divagata in partenza.

Parto obbligatoriamente con una divagata, prima di tornare sull’argomento casa/sfiga/periododimmerda.
Come potrei esimermi dopo aver visto una cosa del genere:

2611

Non so quanti di voi vanno in bici ma ditemi se questi pantaloncini, con le toppe e cuscinetti di quel colore, non sembrano un capo sadomaso indossato dal Campione del Mondo di Emorroide Assassina, l’unica forma mortale conosciuta della fastidiosa patologia.
E và che morire di emorroidi deve essere una brutta morte, eh?…

Ora… sarà uno scherzo, no?
Piuttosto, oh tu, coglione che disegni e produci questa sciccheria, inverti i colori, almeno chi la indossa possa sembrare uno nudo con un pezzo di camera d’aria dove serve, impatto visivo decisamente più dignitoso.

Ma non è mica un caso unico, eh…
Franco, un amico che a vent’anni già soffriva di emorroidi e a ventuno è stato operato, con l’asportazione, a detta del chirurgo, di

due grossi mandarini

dal buco del culo, una volta mi raccontava che, prima dell’intervento, aveva provato ogni pomata possibile ed immaginabile. Tra le tante, ne aveva provata una che rappresentava una vera genialata ma non nel senso che fosse un toccasana: semplicemente, era marrone.
Franco era alla disperazione, quindi ha provato pure quella e l’effetto era mostruosamente tragicomico: qualsiasi mutanda fresca di bucato, dopo due minuti addosso a lui, sembrava che fosse stata usata –MALE- per anni…
Nel periodo di prova del prodotto, per qualche giorno, usciva di casa con estrema cautela e attenzione: «Pensa se per un motivo qualsiasi mi sentissi male e mi portassero al Pronto Soccorso… sai che figura…»
In quel periodo ha anche evitato le ragazze: sai che spettacolo se, per massima sfiga, qualcuna gliel’avesse voluta dare là per là?

Ma dico io: visto che il principio attivo è quasi sempre incolore, perchè colorare di marrone un prodotto che va messo sul culo? Per fare bella figura nello spogliatoio della palestra?
Ripeto, lasciamo perdere la logica di alcune aziende, tipo impiegare aromi artificiali al limone per la Lemonsoda e mettere il

vero succo di limone verde

nel detersivo dei piatti, a parte quello. Ma ha un senso, o anche solo un briciolo di buon cuore, colorare di giallo l’Aureomicina?
Quella la metti dove c’è un’infezione, quindi, probabilmente, pus e altre zozzerie. E TU MI FAI LA POMATA GIALLA?
Ad inizio estate sono stato punto sull’avambraccio da non so quale bestia di merda, non necessariamente pericolosa ma infetta, tipo una zanzara o un tafano che si è posato prima su uno stronzo, poi si è posato su un altro e lo ha punto. E a me è venuto un avambraccio tipo Braccio di Ferro, più grosso dal gomito in giù che dal gomito alla spalla, situazione risolta con la classica botta di antibiotici. Ma per i primi giorni, vedendo un po’ di schifezza gialla, ho tentato di domarla con l’Aureomicina, prodotto datato ma che, per le ferite infette, resta una mano santa.
Ovviamente mi è stato detto di metterne parecchia e di coprire con una garza che “lasciasse respirare” l’area interessata.

Risultato? Un braccio che si vede solo nei film di zombie.
Con quel bel giallo cancrena, mi mancavano solo due vermetti per sembrare l’uomo più purulento dalla scoperta della penicillina ad oggi.

E mò smetto, sono costretto: un pazzo sta trapanando il muro che divide i nostri locali con una fresa a tazza da 120, per farci passare un tubo e il rumore è assordante.
Ma il problema è se si ferma per rifiatare: quando parla è molto, molto più rumoroso. Deformazione classica di chi lavora nel rumore. Purtroppo, nel suo caso, deformazione supportata da una voce spaventosa già di suo: nel petto di quell’uomo non ci sono diaframma e corde vocali ma un mantice e un organo a canne.
Adesso, con la massima circospezione, vado di là a vedere se hanno ingaggiato un uomo o un orco.

Dottordivago

E allora dillo, figlio di puttana di un diavolo del cazzo, dillo che che ti stai cagando sotto e tenti un ultimo colpo di coda; dillo che hai letto della mia volontà di uscire da questo momento di merda e non mi vuoi mollare, dillo che sei disposto a tutto e ti giochi il Jolly.

Passettino indietro.
Da poco più di un anno ho come un vortice sulla testa, una specie di ampia formazione ciclonica, che contiene solo sfighe e che, quotidianamente, ne lascia cadere una o un paio, nelle giornate buone, tipo ieri, anche di più.

Tutto è iniziato con un innocuo cartello “VENDESI” appoggiato ad una siepe che contorna una casetta in una località amena, nei dintorni di Alessandria.
Per avere informazioni, ho aperto il cancelletto del giardino e…

2111

OH MIO DIO!
DOTTORDIVAGO A BASE… DOTTORDIVAGO A BASE… SONO FINITO IN UN FOTTUTO STARGATE! BASE! BASEEEEE…

Da quel momento sono finito in un universo parallelo, un anti-universo in cui tutto ciò che era culo diventa sfiga, la solita spensieratezza diventa preoccupazione, l’allegria diventa, alternativamente, noia, magone, tristezza, rabbia…

Ci pensavo proprio poco tempo fa: dal giorno in cui sono entrato in contatto con quella che attualmente è –e non garantisco per quanto tempo ancora- la mia nuova casa, nulla è più stato come prima, ho lasciato tutto il mio mondo e il mio karma aldilà dello Stargate.

Ho la certezza che quella casa porta sfiga, peccato che Bimbi la adora.

Sciogliamo subito il nodo principale: non è un fatto economico, non sono disperato, non ho fatto il passo più lungo della gamba, anzi, l’avrei voluta più grande, la casa, e non esiste neppure un mutuo da pagare che mi tenga sveglio la notte.
E poi la sfiga non riguarda solo la casa, è generalizzata, ovviamente con un occhio particolare per tutto quanto concerne quelle quattro mura.
Ma di questo parleremo domani, oggi voglio raccontarvi ieri.
Anche perchè, se fossi stato in grado ieri di raccontarvi oggi… qua stavo… figurati, a quest’ora ero l’Imperatore del Mondo…

Comunque, la giornata di ieri è stata una giornata campione, merita di perderci cinque minuti. Ma prima un piccolo antefatto.

Tra le tante cose che mi sono andate su per il culo in quella casa, c’è il lavello della cucina. Ok, l’ho ordinato io, ma su catalogo: toccarlo con mano e odiarlo è stato tutt’uno; poi vi spiegherò bene, per adesso limitiamoci al fatto che decido di cambiarlo.
Nel buco del culo del Triangolo Industriale, posizionato in corrispondenza della mia città, Alessandria, non si trova un cazzo.
Ma internet arriva (nel mio negozio, a casa, stranamente, fa cagare…) quindi trovo quello che mi interessa e lo ordino il 10 ottobre, consegna 10 giorni.
Arriva dopo ventidue, va be’; lo scatolone ha l’aria un po’ vissuta, ritiro “con riserva”, pago in contrassegno (stranamente il venditore favoriva quel pagamento, strano davvero…) e apro il cartone. È lui, è il mio lavello, 60×120, una sola vasca e un gocciolatoio chilometrico, al contrario di quello che ho a casa, che non sai dove appoggiare le cose.
Ed è sano: lo porto a casa (mi faccio consegnare sempre tutto in negozio).

Arrivo a casa e lo sballo per bene per mostrarlo a Bimbi; tolgo anche due piccoli paraspigoli di cartone e… mi viene il macadù.
CAZZO, DUE GIBOLLI DUE, CAZZO!
Uno per spigolo, proprio sotto al “paraspigolo”, inutile figlio di puttana dalla millantata funzione.
Richiudi, riporta in negozio l’indomani, attaccati a mail e telefono, aspetta tre giorni e se lo ripigliano.
Me lo sostituiscono e stavolta arriva in una dozzina di giorni, l’altro ieri.
Il cartone è intonso, andiamo bene, il corriere mi richiede il pagamento in contrassegno: andiamo male.
«Giovane, te li ho dati l’altra volta e mi pare che bastino…»
«È vero, mi ricordo, ma qui mi chiede il pagamento…»
«Riportalo da dove viene, mò li sento io»
Riattaccati a mail e telefono, risolvono l’inghippo e danno l’ok al corriere di consegnarmelo senza pagamento. Me lo consegna ieri.

Ieri, alle nove avevo già litigato con un’amica, fornitrice ma ormai amica, per una cazzata che mi hanno combinato. Ed io, per queste cose con amici o ritenuti tali, ci rimango male.
Faccio notare che è la prima minchiata in anni e anni, tanto per dire…

Apro il negozio, dopo dieci minuti arriva il corriere, due chiacchiere, mi molla il pacco e se ne va.
Vi ricordate com’era l’oggetto dei miei desideri? Mi autocito:

È lui, è il mio lavello, 60×120, una sola vasca e un gocciolatoio chilometrico, al contrario di quello che ho a casa, che non sai dove appoggiare le cose.

Mi ritrovo con questo:

Foto0005

Due vasche e un gocciolatoio da camper.
Richiudo, richiamo, riscrivo, segnalando anche l’indirizzo del mio avvocato (Marco, mi sa che a breve tocca scrivere due righe…).
Costernati e gentilissimi, mi fanno notare che

21113

“Si tratta di circostanze sfortunate”, eh? Peccato, speravo in una candid camera…
Morale, riproviamoci.

Torno a casa. Per il pomeriggio aspetto il mobiliere che mi porta un mobile per la cucina e un “allungo” in zona lavello, operazione collegata alla sostituzione del medesimo e che porta la lunghezza totale dei miei piani di lavoro alla misura di un campo da bocce regolamentare.
Alle 15, quando io sto uscendo, il mobiliere arriva e lo lascio con Bimbi.
Rientro alla sera e:

  • il mobile, che visto disegnato era un bijoux, è sempre bello ma, visto contro il muro, sembra un comodino, è misero
  • il piano è scheggiato
  • lo zoccolo è corto di tre cm
  • l’allungo in zona lavello non è neanche parente con quanto richiesto.

Chiamo il tipo, arriva, lo tengo lì fino alle 20 passate e quando se ne va abbiamo risolto. Nel senso che, pagando, aggiungo un modulo al comodino, quindi ci vuole anche un piano più lungo, che non pago, e col piano scheggiato, tanta testa e un amico falegname, realizzerò l’allungo come dico io.

Questo ieri, ma è quasi sempre così, dopo quel dannato Stargate.
In questo momento sono le17.20 e, con una mano sulle palle, vi dico che non è ancora successo nulla: dite che oggi ce la posso fare?

Dottordivago

Dice: «E per ‘sta cazzata, vuoi mica rovinarti la vita?…»
Tu, questa vedi; io, ne ho due coglioni così di altre mille.
La goccia, gente, la goccia, quella che fa traboccare il vaso: così uguale a tutte le altre ma che arriva nel momento sbagliato. Come Schettino: un coglione come tanti altri ma nel posto e nel momento sbagliati.

L’errore più grosso che rischiavo di fare era di mettere insieme tutte le gocce, sommarle agli stupidi e fare una fascina di tutto quanto.
Niente di più sbagliato: tutti conoscono la storia del forzuto che non riesce a rompere la fascina ma arriva il vecchietto che spezza un rametto per volta.

Sono tutte cose che so e che mi ripeto continuamente ma spesso c’è in giro QUELLA goccia. Poi c’è QUELL’attimo, dopo milioni di anni, in cui una roccia si stacca dalla montagna e solo se non c’è nessuno sotto non succede un casino.
E pensa che tutte quelle tonnellate di roccia sono rimaste lì fino a che l’ultimo granello di terreno ha smesso di creare attrito sufficiente per tenerlo su.
QUEL granello, gente, ci sono in giro di quei granelli lì, ci sono.
E non basta: c’è sempre un Sydney Pollack in agguato.

A gentile richiesta, mi scappa di divagare.

Primissimi anni 80, pomeriggio da Baleta -e se non sapete cos’era, andate e cercate, ci saranno tre o quattro post in cui ne parlo-.
Il Pollastro, quel giorno, era Il Male.
Già non era la persona più stabile del mondo, anzi, non era neanche nei punti, anzi, era proprio da fondo classifica, ma quel giorno…
Bel ragazzo, in giro noto come “il Biondino”, di quei belli che ispirano più tenerezza che fuoco, però ha sempre tirato su della figa di classe.
Peccato che fosse indemoniato; ogni tanto faceva come i gatti quando espellono la palla di pelo ma lui espelleva nervoso, puro nervoso, anche senza demoni esterni che intervenissero.
Figurarsi quel giorno: gli era successo di tutto.
Il diavolo delle piccole cose, appunto: una parola storta in casa, uno scazzo fuori casa, una multa, il Primavera che non parte, giro di King (gioco di carte che ai tempi spopolava) così sfigato da non ricordarne un altro simile, in cui gli arrivavano carte così di merda da non appartenere ai semi conosciuti: poteva pescare il fante di Stelline come il sei di Polpette, piuttosto che roba di Cuori, Quadri, Fiori e Picche.
Un litigio con la morosa…

Era seduto su una sedia, curvo, gomiti appoggiati sulle cosce, a rosicchiarsi i denti, quando entra Guzman, personaggio che meriterebbe un post dedicato.
Toscano di origine, geniale, salace, perfido, una notevole somiglianza con il giovane Gassman (parlo di Vittorio, ovviamente), da cui il soprannome, poi storpiato in “onore” di Abimael Guzman, ai tempi capo di Sendero Luminoso, molto famoso in quegli anni.

Non so perchè il Biondino fosse diventato il Pollastro, fatto sta che con Guzman, che adorava chiamarlo Pollastro -e lo faceva di continuo- formava una strana coppia con la stessa stabilità di materia e antimateria.
«Toh, il Pollastro…»
Dall’altra parte si sentiva solo il lavorio dei denti sui denti.
«Pollastro… (un passo verso di lui) …Pollastrino… (altro passo) …The Little Chicken…»
Come un sussurro: «Guzman, lasciami perdere perchè oggi…»
E l’altro, sempre avvicinandosi un passo alla volta, cadenzandolo con ogni nome che avesse una vaga assonanza con Pollastro: «Pollock… Jackson Pollock…»
«Guzmannnnn…»…
Ormai lo spazio che li separava era finito e per un attimo è sembrata finita anche la creatività di Guzman, poi un rigurgito: «SYDNEY POLLACK!», condito con un “coppino” sul collo esposto del Pollastro.

Dura da credere ma il “ciac” del coppino è praticamente coinciso con lo “strap” del pullover di Guzman, a cui il Pollastro si è aggrappato saltando dalla sedia come i gatti quando si spaventano.
E per fortuna la maglia ha ceduto e al Pollastro, più basso di Guzman, è mancato l’appiglio, quindi il morso partito in direzione della faccia di Guzman ha mancato il bersaglio per un soffio.
Poi solo ordinari pugnacci larghi, sventoloni mal portati, schiaffoni, calci a vuoto…
La solita roba.
Ma non dimenticherò mai l’istinto animalesco di un uomo, talmente “carico” da reagire esattamente come un leopardo o, se esiste, un felino più agile e crudele: salto fulmineo, attacco al volto, a denti scoperti.
Zero tecnica, puro istinto, roba da cervelletto, da paleoencefalo.

Negli anni a seguire i due cretini hanno scherzato a lungo su quella storia, con Guzman che non ha mai smesso di chiedere al Pollastro i soldi per il pullover.

La goccia, il granello, Sydney Pollack…
Non devo cadere nella loro trappola

Continua

Dottordivago

Ovvero: di come il Dottordivago si è scassato la minchia di tutto.

Una goccia d’acqua non è niente.
Se invece piove ti limiti a stare in casa.
Se sono miliardi di miliardi di gocce, i fiumi svaccano, la gente muore.

Io sono in un momento di pioggia, quindi sto in casa, la più privata di tutte: sto con me stesso.
E lavoro intensamente per costruire una barriera che mi divida dal mondo, ci lavoro in modo ossessivo, come Tom Hanks in “Cast away”, quando si dà la carica ripetendo come un mantra quanti metri di “ottima fune” deve preparare per tenere insieme la zattera.
Uhm… adesso che ci penso: devo procurarmi un pallone con cui fare quattro chiacchiere, mentre lavoro alla barriera…

Insomma, mi sono preso una vacanza dal mondo.
Che deve terminare quanto prima.
Devo tornare e fare un culo così alle piccole cose che, per quanto singolarmente insignificanti, tutte insieme mi stanno rovinando la vita.
So che esiste un libro, “Il Dio delle piccole cose”, non l’ho letto e non so di cosa parli ma mi piaceva parodiarne il titolo: le piccole cose mi stano veramente rompendo i coglioni, dietro di esse ci deve essere un diavolo.
E se invece c’è un Dio… Va’ che fai schifo, eh?.. Sì, dico a te, dio delle piccole cose del cazzo.

Devo cambiare tattica, la solita non funziona.
Il mio sistema è sempre stato quello di prendere di petto le cose e, magari bestemmiando fino all’ipossia, risolverle, in un modo o nell’altro.
Sono un cacciatore di leoni.
Poi ti ritrovi a lottare con uno sciame di zanzare o di vespe e, dopo un momento in cui meni calci e schiaffoni, capisci che non funziona, allora scappi.
Ma ‘ste bastarde ti seguono, scappare non serve.
E “scappare” è una parola che mi ha sempre fatto schifo.

Bisogna cambiare.
Devo diventare buddista o qualcosa del genere, lasciarmi scivolare addosso le cose. Oppure perdere la visione d’insieme che mi ha sempre aiutato ma che in questo caso mi fa vedere mille piccole cazzate come un grosso babau, un diavolo.
Delle piccole cose, appunto.

Voglio un tifo da finale Mundial: il Dottordivago ha comperato il biglietto di ritorno.

…come i vecchietti che vivono soli e che, ad una certa ora, fanno uno squillo al parente più vicino per confermare che va tutto bene.
Un’altra “campanella della roggia”, solo più breve.

Qui rispondo alla lamentela del Camagna: in un’annata magra come questa non è facile beccarmi con un cliente ma lui ce l’ha fatta.
Per quanto riguarda la mia assenza, assolutamente giustificata, la ragione è che sto facendo centinaia di lavoretti in una casa in cui non vogliono proprio entrare tutti gli scatoloni che mi sono portato dietro. Mi viene un dubbio: non è che i traslocatori hanno approfittato del trambusto per svuotare un altro paio di appartamenti e usare casa mia come magazzino temporaneo?

Per contro, tutti i giorni devo comperare qualcosa che mi manca, anzi, mi manca tutto: sembra che, più che traslocare, io sia scappato dalla finestra o che in questi ultimi ventidue anni abbia abitato in un prato.

Inoltre, come una specie di depressione post-parto, sale il sospetto di aver comperato una casa che mi sta sul culo…

Buon Ferragosto agli spensierati, un ringraziamento a chi si ricorda di lasciare un saluto su queste pagine per ora quasi abbandonate e un grato, commosso ricordo al “Mio Capitano”.

Dottordivago

Ritengo il moonwalking il massimo dell’apparire senza essere, infatti consiste nel dare l’illusione di camminare in avanti, pur andando indietro.
Da quando ho smesso di fumare, non tossico più e non ho più mal di testa, da quando ho smesso di interessarmi di politica, non ne parlo più; quindi, nella precedente definizione, non dovete vedere un riferimento al grande sbattimento istituzionale relativo alle riforme promesse da Renzi.

Il moonwalking, al di fuori del palco o della pista da ballo, applicato alla vita di tutti i giorni, non è l’inutilità, è peggio: è essere cornuti e mazziati, è il danno e la beffa.
Da qualche giorno su Feisbuk gira l’aforisma di non ricordo chi, forse un premio Nobel, che, più o meno, dice:

C’è da domandarsi dove va una società in cui ci si reca in auto in palestra per pedalare su una cyclette.

Va be’, che camminare sul tapis roulant o pedalare sulla cyclette siano il simbolo dello sbattersi inutilmente, io lo dico da una vita ma questo è un premio Nobel, quindi è giusto che venga condiviso dai poveri di spirito.

E a tal proposito, ocio alla divaghetta, la divagata-doppietta.
Primo, un ricordo a Giorgio Faletti, di cui tutti hanno ricordato tutto ma non l’idea di personaggio più brillante tra quelli partoriti, purtroppo non capito dai più: il Cabarettista Mascherato, “colui che ruba le battute ai ricchi per donarle ai poveri di spirito”. Grande Giorgio.
Secondo, a proposito della stupidità del concetto stesso di ginnastica e palestra, oltre a citare G. B. Shaw («L’attività fisica è inutile: se stai bene, non ti serve, se stai male, te la proibiscono») citerò Fabrizio Battista, mio “commesso di lusso” ai tempi dell’armeria.
È nato commerciante in una famiglia di commercianti e a me serviva dietro al banco, così, facendo leva sulla passione per caccia e pesca, l’ho convinto a chiudere un suo negozio di intimo e a trasferirsi da me, sperando di convincerlo a diventare socio. Ma era così furbo che già dopo poco tempo ha dichiarato che non voleva saperne, perchè ha capito prima di me quanto stronzi fossero gli altri tre soci della s.r.l. , salvo beccarsi (giustamente) i nostri clienti  quando i tre stronzi hanno mandato tutto a puttane e lui ha aperto un suo negozio.

Dunque, Fabrizio era un po’ sovrappeso e, con poca convinzione, se ne lamentava in previsione dell’estate.
«Fai come me –dico io- all’ora di pranzo vai in palestra… o a correre…»
Fabrizio la sa troppo lunga, per fare una minchiata del genere. Così si è messo d’accordo con Livio, un nostro cliente che consegnava a domicilio gli elettrodomestici per Trony. In pausa pranzo lo aiutava un paio d’ore, su per le scale dei condomini, con frigo e lavatrici sulle spalle, poi si faceva una doccia e tornava in negozio.
E guadagnava 20 euro al giorno invece di spenderne 50 o più al mese, oltre a beccarsi qualche mancia da gente che lui avrebbe potuto tranquillamente comperare.

Tornando al moonwalking, non c’è come rifare una casa dopo 22 anni dalla precedente, per capire quanto ci ha portato indietro tutto questo sviluppo, questa innovazione, questa “creatività tutta italiana”.
Parlo dell’arredamento.
Anzi, parlerò dell’arredamento.
Continua

Dottordivago

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 44 follower