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Er Cagnottaro, incuriosito dal fatto che due imbecilli vadano da lui a comperare cinque chili di cagnotti alle 11 di sera, ci domanda se c’è una gara “in notturna” e dove, anche se gli sembra strano non saperne nulla.
Noi, col sacco di cagnotti in mano, già in mezzo alla porta, rispondiamo:
«No, li mettiamo in macchina ad un nostro amico»
«Eh… ma state attenti, potrebbe uscirne qualcuno dal sacco…»
«Quale sacco?…» e giù a ridere come due coglioni, due sinistri coglioni, visto che le risate risuonano sotto al portone mentre ci apprestiamo a commettere una nefandezza senza senso, una porcata da delinquenti, assolutamente ingiustificata.
Va beh, l’ideatore è Bebi e con lui discutevano della cosa altri quattro, io sono solo l’equivalente del palo della banda; non voglio sembrare meno colpevole,  non opererò materialmente ma, senza il mio contributo determinante, le cinque carogne non avrebbero trovato i cagnotti.
Armando, forse è stato meglio così: con la voglia che c’era di far danni, probabilmente ti avrebbero messo in macchina… che so, qualche badilata di polvere di amianto o il virus dell’ebola… 

Arriviamo tutti in Piazzetta, inteso come due imbecilli, io e Bebi, nonchè 50.000 cagnotti.
«Ehi, c’è qualche fottuto Gesù Cristo, qui intorno?» domanderebbe Bruce Willis.
Mica per altro, è solo che, invece dei pani e dei pesci, qualcuno ha moltiplicato gli imbecilli… Ne troviamo un mucchio.
Meglio fare un riepilogo, con nomi e cognomi, tanto è tutta roba prescritta.
Al tavolo con il povero Armando c’erano Bebi Bolognini, Piero Coppero e l’Alligatore, quelli me li ricordo; come dicevo ieri, ricordo che Armando voleva denunciare cinque persone, quindi metterei in campo Vinella e il Pollastro, anche se dal profondo della memoria mi rinviene come l’aglio il nome di un insospettabile, tipo il dott. Roberto Zoccola: non ci giurerei ma…

Dai Fab Five si levano grida di giubilo e risate sguaiatissime, tali da attirare l’attenzione di tutta la Piazzetta, così il fatto diventa di dominio pubblico.
Permettetemi una breve riflessione: a una certa età, cosa scatta nella testa (parlare di cervello mi sembra impegnativo…) della gente?
Un povero Cristo, un tuo amico, dimentica le chiavi della macchina sul tavolino e va al cinema. Qualcuno chiede di entrare un momento (il cinema era a sette/otto metri dal tavolino) e gliele porta?
No, decide di fargli “uno scherzo”, solo che se gli avessero dato fuoco alla macchina sarebbe stato meglio, almeno sarebbe intervenuta l’assicurazione.

Torniamo al fatto. Allora in Piazzetta si mischiavano tre generazioni, dagli under 20 agli over 70.
Di gente normale?
No, di gente che poteva discutere per mesi sul peso e l’apertura alare di un’aquila; di gente che aveva costruito fortune; di gente che le aveva spianate, le fortune; di gente che quasi sempre esordiva con «Dam da ment…».
Insomma, pellacce da Baleta/bar Moderno/Piazzetta.

E un gruppo del genere, di fronte all’imminente misfatto, si fa i cazzi suoi?
Certo che no. Così, mentre i cinque soci si dirigono verso la Giulietta blu di Armando, un codazzo di consulenti li segue:
«No, dài… ma che schifo…»
«Ma… di chi è la macchina?»
«Fioi, is l’è ‘n schers da trè vea la machina…»
«Minchia, che figata!…»

I Fab Five sembrano posseduti da un demone ridanciano: aprono la macchina ed iniziano a spargere manciate di cagnotti su sedili, cruscotto, tasche laterali, senza dimenticare il vano portaoggetti.
«Oh… lasciane un po’ per il bagagliaio…»
E da questo momento ho alcuni secondi scolpiti nella memoria.
Piero si occupa del bagagliaio mentre gli altri hanno finito i cagnotti e, come per il riso ai matrimoni, si chiedono l’un l’altro «Ne hai ancora? No-o? Peccato…»
Le portiere si chiudono mentre ci sono spettatori che si contorcono letteralmente dal ridere, gli ideatori-esecutori parlano un ottava sopra al normale, Piero finisce gli ultimi cagnotti tra gli oggetti presenti nel bagagliaio, poi lo richiude.

Tumph!
Beh, no, era un’Alfa Romeo, quindi è stato più una specia di “sbrang”.
Neanche fosse stato un colpo di pistola: tutti si guardano con l’espressione “e adesso?” mentre io ero esattamente dietro a Piero, che si gira, mi guarda senza l’ombra di un sorriso e fa: «Avremo mica esagerato?…»
Bebi fa cenno di no, è certo di aver fatto la cosa giusta e lo tranquillizza ma l’atmosfera è un momentino più pesante.
Forse ho assistito alla classica impresa del “branco” dove, per fortuna, il bersaglio era una macchina e non una signorina: probabilmente anche le imprese più schifose nascono tra risate e sghignazzi, salvo poi rendersi conto dopo di ciò che è stato fatto.

Va beh, ormai è andata…
Ormai non resta che aspettare Armando allo stesso tavolino.
A mezzanotte esce dal cinema, la morosa se ne va a casa e lui si avvia verso gli “amici”, che gli dicono delle chiavi.
«Ah, grazie, meno male che le avete trovate voi…», mentre a qualcuno parte una risata nervosa.
Quando è ora di andare l’eccitazione è al limite: Armando entra in macchina, saluta e se ne va.

Oh cazzo…
Doveva andare diversamente, lui avrebbe dovuto vedere i cagnotti, guardare gli amici con l’aria di “ma siete proprio delle simpatiche canaglie” e poi scoppiare in una risata contagiosa che avrebbe concluso il telefilm.
Ma nella vita quasi niente va come nei telefilm.
Nei telefilm due amici si prendono a pugni per dieci minuti poi se la ridono a crepapelle e si sbronzano insieme, nella realtà uno prende un pugno, cade, batte la testa e muore.

Io mi permetto di osservare che se Armando, che vive in centro sopra il suo negozio, non tocca la macchina per tutto il giorno, quando alla sera la apre, gli volano in faccia 50.000 mosconi e crepa d’infarto.
A quel punto il ricordo si fa confuso: non ricordo composta da chi ma parte una delegazione diplomatica verso casa di Armando, che viene informato del fatto.
Quelle bestiole di merda hanno la capacità di infilarsi ovunque, quindi non li aveva visti ma ora è sufficiente alzare un tappetino…

Non ho assistito di persona: da bravo coniglio ho preso la direzione opposta a quella degli ambasciatori e sono andato a casa.
Dicono che Armando è diventato una specie di lupo mannaro idrofobo in acido.
È partito a tutta velocità in direzione distributore notturno IP, quello sul ponte, il cui custode era il povero Felice: non si tratta di ossimoro voluto, si chiamava proprio Felice ma era vittima di decine di nostri scherzi una notte sì e una no, l’unico benzinaio che avrebbe traslocato a Casal di Principe per aver a che fare con gente migliore e stare più tranquillo.

Armando ha passato la notte ad aspirare cagnotti in ogni angolo della macchina ed a svuotare e ripulire il filtro che si intasava a causa della marmellata di cagnotti.
Ha fatto ancora un tentativo nel pomeriggio, dopo aver dormito poche ore.
Alla sera è arrivato in Piazzetta minacciando azioni legali, faide e atroci vendette.
Il giorno successivo è arrivato con una fiammante Golf GTI.
Pensandoci bene, Armando… visto il miglioramento di parco macchine, forse sarebbe stato il caso di ringraziarli, i Fab Five, magari anche una bottiglia per il sottoscritto…

Gli echi di questa storia si sono trascinati per qualche tempo, era una storia sempre attuale da raccontare, neppure l’appena iniziato Mondiale di Spagna riusciva a far parlare così la gente.
D’altronde, con una squadra così, senza il capocannoniere Pruzzo, dove vogliamo andare? E quel Rossi lì, ricomincerà mai a buttarla dentro?

Poi qualcosa è cambiato: il Paradiso si è stancato di attendere.
E ci è venuto incontro, in quell’estate del 1982.

Dottordivagopandagallia

Ne avevo già parlato qui(1) e qui(2).
Quando la mia città aveva un’anima, quando tanti personaggi oggi scomparsi, ma indimenticati e non sostituiti, ne popolavano le vie, quando giovani coglioni oggi in disarmo, come il sottoscritto, avevano tempo e voglia di piantare il seme dell’ignoranza e trovavano terreno fertile in cui farlo germogliare, a quei tempi sì, che gli scherzi erano una cosa seria.
Questa me l’ha fatta ricordare Rudy, noto ex titolare di cervello che frequenta la pagina Feisbuk dedicata a Baleta, quel “posto” di cui ogni tanto vi parlo.
Sei curioso, eh, Rudinho? Te la racconto io, và, visto che tu, allora, eri un banotto

Estate 1982.
Bòn, basta, finito…
Quando si inizia -non dico un racconto ma anche solo una frase- con “Estate 1982″, il resto è superfluo: un’estate urlata, delirata, indimenticata.
Una sera si ballava “DA DA DA” allo Chalet, la sera dopo “Rossi-Tardelli -Altobelli, tedeschi a casa”, poi tutti quanti al manicomio.
Un’estate di pazzia pura.

Ma iniziata tranquilla.
A occhio direi fine maggio / primi di giugno, Piazzetta della Lega, serata di provincia, rilassata; pubblico delle grandi occasioni ai tavoli del Moderno, bar in cui la presenza di Francesco non consentiva ancora a Beppe di esibirsi nel suo numero più celebre, divenuto poi, negli anni, una sorta di marchio di fabbrica: addormentarsi in piedi nel banco, con la testa appoggiata alla macchina del caffè e un morso di focaccia o una fetta di salame in bocca, una sigaretta tra le dita e un paio a consumarsi in vari portacenere.

Ad uno dei vari tavoli di Baletiani outdoor -solo gli integralisti insistevano in sala carte, in quella stagione- siede Armando con la morosa e qualche amico… diciamo “conoscente”, và, che è meglio.
«Che ore sono?»
«Le dieci e qualcosa…»
«Andiamo al cinema?»
La morosa accetta, si alzano, attraversano la strada, entrano al cinema e lì finisce la storia.

Ma inizia la Leggenda.
Armando ha dimenticato le chiavi della macchina sul tavolo; questo fatto, sommato alla presenza di Bebi, Piero e l’Alligatore allo stesso tavolo, dà luogo a ciò che potremmo definire “massa critica”, fenomeno che storicamente non ha mai portato a niente di buono.
Dovete sapere che a quei tempi non c’era il telecomando e si cominciavano appena a vedere le prime chiusure centralizzate, quindi non era difficile trovare una macchina aperta, visto che non tutti si ricordavano -o avevano voglia- di farsi il giro per chiudere tutte le portiere.
Così era nata la moda di riempire le macchine di varie schifezze: a me, personalmente, una volta hanno disfatto un paio di balle di paglia in macchina, il che, dall’esterno, equivale a non vedere più niente, nè volante nè sedili: solo  paglia. Un’altra volta ci ho trovato tre galline, vive, che razzolavano e cagavano che era un piacere. Vere ruspanti, davvero squisite, devo riconoscere.

Comunque, con gentaglia del genere in giro, lasciare le chiavi della macchina sul tavolino del bar, con la durata del film a garantire l’impunità… beh, bastava molto meno per scatenare catastrofi.
Bebi giochicchia nervosamente con le chiavi, ha l’occhio lucido e la risata un po’ isterica, guarda Piero e l’Alliga e gli altri due che al momento mi sfuggono, forse il Pollastro e Vinella, non ricordo.
Ricordo solo che Armando, il giorno dopo, voleva denunciare cinque persone…

In certi campi, se ti ripeti non ha senso: se per vocazione vai in giro a fare danni, deve esserci almeno una certa dose di fantasia, sennò sei solo un teppistello.

Cosa ci mettiamo… cosa cazzo ci mettiamo su quella macchina… cosa cazzo ci mettiamo su quella macchina di merda…

Il luccichio negli occhi di Bebi non era lì per caso: «Cazzo, peccato che a quest’ora i negozi siano chiusi, sennò… due brancate di cagnotti…»

Diconsi “cagnotti” i bigattini, una delle esche più diffuse, le larve di mosca carnaria, praticamente quelli che ci mangeranno tutti quanti. Questi:

bigattini

Vengono sia innescati sull’amo che lanciati con le mani o la fionda (vedi foto) per creare la zona “pasturata”, secondo l’antica regola che “se vuoi prendere i pesci devi dargli da mangiare, perchè da bere ne hanno”.
Ora, come siano venuti in mente i cagnotti a Bebi, che non avrà mai preso in mano una canna da pesca in tutta la vita, è ancora un mistero, resta il fatto che essere geniali carogne è uno sporco lavoro ma qualcuno lo deve fare.

Ma anche le geniali carogne a volte si bloccano: tocca a me.
«Ehm… io saprei dove trovarli…»
Il mio amico Gianni -o meglio la sua famiglia- aveva il più fornito negozio di pesca della città e nel retrobottega c’era una sorta di laboratorio-casa-bottega che faceva un po’ il paio con Baleta, in cui tutti sostengono di aver avuto la residenza, anche quelli che avevano dodici anni quando ha chiuso.
Bene, buona parte dei pescatori alessandrini millanta la frequentazione di quella cucina, con indimenticabili mangiate di minestrone.
La famiglia era solita cenare lì e proseguire il lavoro fino a notte, prima di andare a casa a dormire: un tempo facevano persino le reti, il mitico “sparavè”, la rete da lancio, poi hanno passato anni a lavorare canne di bambù, poi ancora a legare anelli sulle canne da mulinello, preparare montature o dividere in centinaia di scatolette secchiate di lombrichi.
I cagnotti stavano in un frigo apposta, che ne conteneva decine di chili.

Un colpo di telefono e la conferma: «Sì, sì, venite pure…»
Accompagno io Bebi, visto che non è introdotto nell’ambiente: non dimenticherò mai i suoi occhi quando ha visto mezzo quintale di cagnotti ed ha scoperto che con i soldi di due pizze se ne poteva comperare uno sproposito.
Infatti ne ha comperati cinque chili.
I cagnotti sono leggeri, ce ne vorranno una decina per fare un grammo.
Cosa possono fare alcune menti malate con circa cinquantamila cagnotti?
Continua.

Dottordivago

benvenutoAbbandono per un momento l’argomento “Festival di Sanremo” -che francamente ho poca voglia di riprendere- per un benvenuto alla Lisa, che si è presentata con un “uno-due” di commenti che,  come da regolamento, le valgono il benvenuto ufficiale con cesto d’ordinanza.
Di lei so due cose: la prima è che appoggia le mie teorie sull’educazione dei figli, che io non ho ma lei sì, e questo rende più autorevole l’affermazione del sottoscritto; la seconda, gravissima, è che trova una qualche ragione di esistere alle scarpe a dondolo di cui parlavo qui:

A difesa delle scarpe a dondolo: possono essere consigliate per qualche tipo di mal di schiena perché obbligano con microaggiustamenti a rinforzare la muscolatura della schiena. Giuro che è vero.

Anche una stecca nel culo potrebbe migliorare la postura ma non per questo i fisiatri incoraggiano la pratica; inoltre, se dico che quelle scarpe sono una cagata, allora SONO UNA CAGATA.
Non ci provare, Lisa, ilpandadevemorire non è una democrazia. 
E non fare quella faccia lì, che sto scherzando.
Benvenuta, Lisa.

E vi mollo così? Naaa… mi sa che potrei concludere con due cose ancora sul Festival, così mi risparmio un “Girone della Merda 3”.
Ieri sera non ne ho visto nemmeno un minuto, praticamente non ho fatto il “richiamo”, come per l’antitetanica, così mi è già scappata la voglia di parlarne, cosa che la dice lunga sull’importanza di fatti che per un giorno tengono in scacco l’informazione nazionale e il giorno dopo, come succede a me, non sai più di cosa volevi sparlare. Mi ero fatto una serie di appunti mnemonici, roba che nella mia testa resiste  quanto  una confezione di donuts in mano a Homer Simpson.
E quindi?

Beh, due-parole-due su Celentano, per quello che serve, le direi pure, anche se ci sarebbe da parlare molto di più sulle persone che lo trovano gradevole o anche solo sopportabile, mentre quelli che lo definiscono un grande artista non fanno testo, lo dicono solo davanti ad un microfono ma non c’è uno che lo pensi.

Uno dei luoghi comuni televisivi degli anni 80/90 era

Sgarbi sarà antipatico ma quando parla d’arte… lascialo stare.

Oggi c’è

Celentano potrà piacere o meno come uomo di spettacolo ma come cantante…

A livello musicale Celentano non conta un cazzo.
A suo tempo ha fatto sfracelli perchè ha avuto la fortuna -e l’astuzia per approfittarne- di arrivare in un periodo di radicale cambiamento dei maggiori fruitori della musica, cioè i giovani. Ha fatto in campo musicale, trent’anni prima, quello che Roman Abramovich ha fatto nel campo dell’economia e della finanza: il giorno prima era un pirla, il giorno dopo un Dio, questione di fortuna e di capacità di coglierla.
Era sufficiente sculettare davanti al pubblico in un modo che faceva tenerezza a chi conosceva Elvis ma per un’Italia abituata a Nilla Pizzi e Armando Trovaioli era più figo e dannato di Sid Vicious.
Come per Abramovich, gli riconosco astuzia e spietatezza, con la differenza che , credo, Celentano non ha fatto ammazzare nessuno; prendeva due “americanate” e le riproponeva ai giovanotti di allora e per farlo ha sfruttato le doti di gente come Don Backy e molti altri, per poi litigare con tutti quelli che gli erano intorno, sempre per questioni di soldi.
Arrivato agli anni 70 si è trovato bene, infatti è rimasto lì, sia con gli argomenti che con l’abbigliamento: le sue tenute con stivaletti e pantaloni di gabardine sono l’incarnazione picaresco/tardo-beat di un concetto di fighezza che ricorda molto la personalissima interpretazione del look “dell’ammericano del Kansas City” di Alberto Sordi, solo che la tenuta e le gag dell’immenso Albertone ci hanno fatto schiattare dal ridere in un film, quelle di Celentano fanno cagare da quarant’anni.

Giuro che l’altra sera ho provato a vederlo, proprio a livello di studio del “fenomeno Celentano” ma è più forte di me, non lo sopporto; ogni cinque minuti ci tornavo su ma rimbalzavo dopo trenta secondi: fastidio epidermico. 
In una di queste “pillole celentane” l’ho visto, seduto, cantare una canzone a me sconosciuta, inascoltabile, in cui credo di aver captato una perla tipo “tu sei molto stupenda”… Potrei sbagliarmi ma non mi stupirei se l’avesse detto davvero, d’altronde, dopo la scritta “La caccia e contro l’amore”, non è un segreto che da giovane il maiale gli abbia mangiato i libri e che nella sua autodefinizione “Il Re degli Ignoranti” ci sia più verità di quanta ce ne volesse mettere lui…

Va beh, mi viene difficile nascondere il fatto che Celentano mi ha sempre fatto cagare su tutta la linea, anche quando cantava, soprattutto quando cantava: canzoni di una povertà, di una prevedibilità e scontatezza disarmanti, sempre che non se la tirasse la rockstar su melodie da coro da osteria come “La coppia più bella del mondo” o “Chi non lavora non fa l’amore”.
Per anni mi sono chiesto dove avesse preso l’ispirazione per una canzone bella come “Azzurro”, per poi scoprire che era di Paolo Conte.

Okay, okay, confesserò che “Una carezza in un pugno” mi è sempre piaciuta e, se mi capita, mi piace ancora adesso, ma è di Gino Santercole, suo nipote o cugino o non so che tipo di parente, lo stronzo ha avuto solo la fortuna di trovarsela pronta in casa.

E se come cantante lo considero poco più che un cantastorie, non proponetemelo proprio come intrattenitore o predicatore o uomo di spettacolo in genere.
Non mi spiego chi abbia dietro, chi spinga la gente a considerarlo, forse è un dono di natura. Dice cose scontatissime e, se vuole uscire dagli schemi, svacca o sbaglia bersaglio; è riuscito nel miracolo di farmi schifo pur parlando male della Chiesa… no, dico… eh?
È noioso, non ha argomenti, è pompatissimo, osannato, strapagato, forse temuto ma in realtà non ha peso, spessore e considerazione.
Non esiste, è il Sarchiapone dell’entertainment italiano.

Oggi ho seguito due o tre TG e in tutti c’era l’immancabile inviato da Sanremo che dichiarava: «Non si sa ancora di cosa parlerà Celentano».
Avrei dato un organo per uno di loro che avesse concluso con «…e non gliene frega un cazzo a nessuno»…

E che nessuno si sogni di scrivermi “…Intanto, che ti piaccia o no, sei qui a parlarne…”.
Eh sì, sono un tipo strano: affermo anche che la merda mi fa schifo, pur non avendola mai assaggiata.

Dottordivago

Dicono che Sanremo riesce sempre a stupire quelli che lo seguono tutti gli anni, anche se chi lo dice è il classico oste che parla del proprio vino.
Immaginate chi, come me, non lo vede da più di vent’anni: ero rimasto a Pippo Baudo e al playback e mai come in questo caso è corretto dire “bei tempi!”…
Criticare Sanremo non è come lamentarsi del tempo, che non va mai bene: o è troppo caldo o troppo freddo; oppure dire delle nuove generazioni “noi eravamo diversi”: lo dicono tutte le generazioni, da qualche migliaio di anni.
Insomma, sono lamentele fasulle, più un comodo argomento di conversazione che un esame della situazione reale.

Sanremo no, Sanremo fa schifo proprio.
Postmessa (premessa fatta dopo): non parlerò di Sanremo come fenomeno di costume, parlerò di quello che vede sul palco uno come me.
Mi qualifico: sono il più bel caso di “ammè m’ha rovinato ‘a guera” che esiste, uno degli esempi più clamorosi di come sia possibile sprecare, letteralmente gettare alle ortiche un talento cristallino, grazie alla mancanza assoluta di voglia di applicarsi in qualsiasi cosa. Praticamente un cretino.
Oggi spaccio serramenti ma quand’ero una voce bianca avevo un’estensione vocale di tre ottave, caso rarissimo, tipo Edda Dell’Orso, il cui nome non dice niente a nessuno ma se vi dico che è quella di “Giù la testa”…
Ah-haa… adesso avete capito chi è. 
E per chi non lo sapesse, il cantato inizia a circa 1’30’’

Qualcuno ha provato ad insegnarmi a cantare per davvero, per non rimanere il solista di un coro di bambini che, non per vantarmi, ha fatto venire giù teatri, nonchè intrattenuto e emozionato frequentarori di chiese, oratori e ricoveri di tutto il Monferrato (no, dico, eh?…) negli anni a cavallo tra i 60 e i 70.

Ovviamente il tentativo di farmi del bene non è riuscito, ero troppo lavativo, ero un somaro che ragliava come un angelo. Però di canto qualcosina ne capisco comunque, così come ho un’idea di cosa sia lo spettacolo, avendo scritto testi TV e qualche collaborazione teatrale, tra cui una con Garinei e Giovannini: insomma, sono il classico ex calciatore di serie C che non sarà stato Maradona ma che, quando parla di calcio al bar, ne capisce un po’ di più dell’avventore medio.
Quindi, dando alle mie affermazioni il peso che hanno (ho visto un’ora di Festival in tre serate), vi dirò che, aldilà di simpatie personali e gusti soggettivi, analizzando ciò che si vede e si sente sul palco, questo Sanremo è oggettivamente e tecnicamente un’immonda porcata.

La partenza è stata affidata a Luca e Paolo, che ricordavo piacevoli in quelle due o tre cose della scorsa edizione che ho visto su internet, dato che l’anno scorso in questo periodo ero in vacanza.
Molto meno gradevoli quest’anno, gratuitamente volgarotti (da che pulpito, eh? Ma vi ricordo che io non parlo a mezza Italia…) anche se, al momento, sono stati la seconda cosa migliore che ho visto.
La cosa migliore, finora, è Rocco Papaleo, in parte perchè “tra gli orbi il guercio è Re” ma anche perchè è un simpatico terroncello con un grande entusiasmo, quasi fanciullesco. Non lo invidio: tentare di far ridere il pubblico dell’Ariston non è facile; se poi la tua spalla è Gianni Morandi… eh beh, allora…
mission-impossible 2 

Morandi è l’antitesi dello Spettacolo.
Per carità, buono come il pane, amicone di tutti, educato, bravo cantante, tutto quello che volete.
Ma, come presentatore, tecnicamente un disastro.
Un’amica che non perde un Festival mi dice che rispetto all’anno scorso è decisamente imbolsito, persino più goffo nei movimenti.
Ma quello sarebbe il male minore se non fosse che , evidentemente a livello congenito, ha una carenza gravissima: non ha “i tempi”.
“I tempi” sono l’elemento catalizzatore della comicità, sono ciò che è l’ossigeno per la combustione: senza quelli, non funziona niente. Sono come la punteggiatura nello scrivere e a questo proposito vi giro l’esempio che mi fece quaranta e rotti anni fa il maestro Gavazza.

  • Il maestro dice: “Pierino è un asino”.
  • “Il maestro, dice Pierino, è un asino”.

Spostando la punteggiatura, il significato della stessa frase cambia diametralmente; la stessa gag, con tempi sbagliati, passa da “figata” a “ciofeca”.

Probabilmente, il cervello di Morandi sarà una sorta di Ritratto di Dorian Gray che invecchia al posto del fisico: a fronte di un aspetto giovane e scattante, non è pronto in nessun caso, mai, in più non ha argomenti propri e, credo, non ricorda i testi degli autori, sennò non si spiegherebbe la piattezza di ciò che dice. Se interviene dopo venti cantanti, per venti volte parla mezzo minuto di quel meraviglioso palco su cui si trova e di quanto non gli sembri vero tutto ciò; ieri sera, la terza sera, quella delle coppie  “concorrente – ospite straniero”, ha superato sè stesso: non ne ho viste molte ma dopo ogni esibizione si diceva incredulo della grandezza di certi personaggi e della fortuna di trovarsi lì.
I suoi dialoghi con Rocco Papaleo sono da dilettanti allo sbaraglio (riferito a lui, non a Rocco) e quasi sempre arriva in ritardo, spesso dopo un’occhiata del suo socio che lo invita a partecipare e che spesso non riesce a nascondere la sua perplessità.
Purtroppo Papaleo, che fa dignitosamente il compitino, non è Walter Chiari, non riempie il palco, non prende in pugno la situazione, forse la sobrietà che attribuisce all’essere “tecnico” ha un po’ il sapore di fare di necessità virtù.

Su una cosa i due si equivalgono.
È spettacolare la determinazione e l’impegno con cui la RAI vuole confermare al Mondo l’immagine dell’Italiano che non dice una parola in inglese neanche sotto tortura: ieri sera c’erano decine di ospiti stranieri e non uno in grado di rivolgere loro la parola. Stupefacente.

Quindi la domanda è: perchè mettere su un palco uno che è palesemente incapace di starci perchè inadatto al ruolo?
Ma a quel punto bisognerebbe chiedersi perchè su quello stesso palco ci è finito Celentano.
Intanto ci penso, eh?…
Continua

Dottordivago

Ma… Dante aveva detto qualcosa a proposito del Girone della Merda o me lo sono inventato io?
Beh, sia come sia, non so dopo quale trip o nel corso di quale piomba (sbronza, ndt)  ho avuto quella visione: ho teorizzato una parte di Inferno in cui vengono relegati gli incapaci, quelli che per tutta la vita hanno trasformato in merda tutto ciò che toccavano e condannati per questo a trasformare in merda qualsiasi cosa, per l’eternità.
Gli Angeli del Paradiso, impietositi, lasciano cadere ogni ben di Dio su quei disgraziati ma è tutto inutile: gli lanciano una scialuppa che permetta loro di galleggiare su quella melma immonda ma appena i dannati la toccano si trasforma in uno stronzone grande come un babana-boat; lanciano loro caramelle perchè si possano concedere un momento di dolcezza e queste, nella caduta, diventano cacche di capra; una fumante torta di mele resta fumante, sì, ma sotto forma di un merdone bovino, mentre fiumi di deliziose bevande prendono le sembianze e la consistenza dello spruzzone da cozza fetente.

Certo, sono esperienze precluse a chi non possiede grandi doti immaginifiche, scenari che richiedono capacità visionarie non indifferenti e per arrivarci bisogna essere una specie di Hieronymus Bosch che maneggi uno spazzolino da cesso a mo’ di pennello…
Ripeto, non è facile ma, per chi proprio volesse cimentarsi nell’impresa, la prima tappa, una sorta di prova di ammissione, è assistere allo spettacolo del Festival di Sanremo.

Stupiti?
Vero, non l’ho mai menzionato, tranne una volta, giusto per parlare male di Mina.
Quest’anno, causa neve, gelo e un impianto d’antenna fatto col culo da un cane rognoso, in occasione di Sanremo non mi funziona Sky.
Niente di nuovo sotto il sole: in negozio, il mio amico nonchè proprietario dei muri e uomo dal braccino più inesistente che corto, mi ha fatto un impianto di riscaldamento che fa cagare, quindi devo usare anche il condizionatore in funzione pompa di calore; per fortuna l’Uomo dal Braccio Corto non voleva spendere soldi per un contatore mio personale, così l’elettricità la paga per buona parte lui.
Peccato che nei giorni più freddi si è congelato il gruppo esterno, un po’ come una macchina che va solo in discesa e che, appena inizia la salita, ti molla a piedi o come una vagina di traverso che aprendo le gambe si stringe…
O come l’antenna di Sky che schiatta in concomitanza con Sanremo.

E da ben quattro giorni, porca troia, e finchè il tetto non sarà agibile, lassù è meglio che non ci vada nessuno.
Lo so, esistono i libri e il computer, ma stare un po’ sul divano con Bimbi non ha prezzo, quindi mi voto all’estremo sacrificio e mi cucco un po’ di Sanremo.
Dopo cinque minuti ne abbiamo già abbastanza, così mi metto a ravanare con il telecomando per sistemare i canali del digitale terrestre, visto che con Sky non serve, salvo tornare ogni cinque minuti al Festival per vedere se succede qualcosa.
Non ho intenzione di parlare di quell’imbecille falso come Giuda di Celentano, trovo ripugnante che sullo stesso mio pianeta vivano persone che lo apprezzano.
C’è altro di cui parlare, basta che ne trovi il tempo, tipo domani…
Continua.

Dottordivago

luca_toni

Non c’entra Luca Toni e neppure il calcio: mi serviva solo il gesto.
È quello che sto facendo io dopo una serie di sbalzi di umore: SU dopo aver accolto con un certo entusiasmo l’arrivo di Mario Monti, GIU’ dopo il disappunto per il suo svolgere un compitino alla portata di qualsiasi governicchio, SU dopo il riconoscimento internazionale, GIU’ dopo le delusioni per una manovra-salva ricchi (ok, ha fatto ciò che sapeva sarebbe passato, resta il fatto che mi aspettavo più cazzutaggine), SU per l’abbassamento lento ma costante dello spread, sintomo di maggior fiducia nel Paese…

Insomma, aspettavo una prova, un segno, qualcosa che mi facesse capire se siamo davvero nelle mani giuste; un segno che, se Dio vuole, sembra arrivato.
Non so se salverà l’Italia ma almeno Roma l’ha salvata.
Non l’ha salvata da quattro dita di neve, toccava ad altri, quelli che hanno definito “un disastro” una cagata del genere, quelli che, tanto per cambiare, da bravo Bastian Contrario io assolvo: mi stupirei, anzi, mi preoccuperebbe, se la Città Eterna fosse pronta per le nevicate, a Roma vedono la neve un Papa sì e uno no, non possono essere pronti, non devono essere pronti, salvo immobilizzare per anni risorse e mezzi; soldi sprecati, come se in Norvegia fosse obbligatoria la profilassi anti-malarica.
E quando la neve arriva, pazienza: non si può uscire tutti i giorni dell’anno con il culo scoperto perchè prima o poi ci sarà il Gay Pride….

Monti ha salvato Roma dalle Olimpiadi.
Se i soliti marpioni non troveranno il sistema per riprovarci, dobbiamo festeggiare tutti quanti, mentre i romani dovrebbero fare una cosa come la festa del Pacha Mama, dove tutti quanti stanno ciucchi come asini per una settimana: noi tutti risparmiamo un tot di miliardi, loro anche qualche anno d’inferno.

Tutti contenti?
Chiedetelo ad Alemanno e ai vertici del CONI, che si vedevano già nuotare nei soldi come Paperon de Paperoni…
Banda di zozzoni… “Roma e l’Italia hanno perso una grande occasione”…
Ma de che? Forse Roma ha bisogno di qualcos’altro per attirare i turisti?
Una città come Roma dovrebbe mandarli via, i turisti, dovrebbe scoppiare di turisti, non dovrebbero più sapere dove metterli, i turisti.
Ma per far ciò Roma (e l’Italia in genere) dovrebbe smettere di raggirare i turisti, di deluderli, di maltrattarli e di derubarli, altro che Olimpiadi…

Tornando al fatto, marca “Bravo” a Monti.
Anche se, dopo ‘sta batosta alle mazzette olimpiche dei prossimi anni, con i partiti che lo sostengono nulla sarà più come prima.
E al suo posto, quando va in Parlamento, la bottiglietta dell’acqua me la poterei da casa…

Dottordivago

Parentesi

‘Sta saga di “Vuoi ridere?…”, in cui parlo di cose che non mi fanno ridere, stento un po’ a mandarla avanti, anche per un fatto di tempo, così apro una breve parentesi.

Come ho già detto molte volte, non sono un fanatico di Feisbuk.
Lo considero come la candeggina: se ci pulisci il cesso è l’ideale ma se la usi spesso, se ci stai troppo a contatto, ti ci intossichi.
Ha i suoi pregi, niente da dire ma secondo me non durerà più molto: farà la fine delle giganti rosse, quelle stelle che crescono crescono crescono e poi si sgonfiano per diventare dei puntini opachi persi nell’universo.
FB morirà del suo stesso gigantismo.
Ormai tutte le aziende sono su FB, ogni marchio è su FB, chiunque ti invita a cliccare “mi piace” sulla sua pagina.
FB crescerà a dismisura, diventerà una rete nella rete ed a quel punto sarà talmente dispersivo che qualcuno creerà qualcosa di più raccolto, di “esclusivo”, per ricreare, praticamente, quello che è stato FB agli inizi.

Insomma, si sgonfierà o, come tira molto dire oggi, “imploderà”.
Oppure, visto il trend, verrà mangiato dall’interno, come la storia dell’adactylidium, ‘sta bestia di merda qua:
acaro

‘Sto zozzone, come le disgrazie, non arriva mai da solo: viene concepito e si sviluppa all’interno della madre insieme a sei/sette sorelle.
Mischino, viene da pensare, unico maschietto in mezzo a sei o sette cretinette che lo costringeranno a giocare con le bambole e i mini servizi da te… Va a finire che ‘sto povero disgraziato mi viene su frocio.
Assolutamente no: per non sbagliarsi -e forse per vincere il Campionato del Mondo di Incesto Acrobatico No Limit- usando come alcova il ventre della madre, si tromba e ingravida tutte le sue sorelle.  
No, dico, eh?… Chi per primo ha detto “Non c’è più religione”, probabilmente pensava a ‘sta bestia qua.
Andiamo avanti, che non è finita.

Nel dopo sesso, già quando ne fai un paio, un certo languorino ti viene; immagina se te ne fai sei o sette, a scopo procreazione, quindi magari ti concedi la doppietta…
Eh sì, una dozzina di ciulate mettono appetito.
E un pezzo di merda così, nel ventre della mamma, in compagnia delle sorelle, cosa si mangia? Le sorelle?
Eh la Madonna!… Sarà un bastardo ma arrivare a quel punto… D’altronde con loro ha un bel rapporto… Infatti, aiutato dalle sorelle, visto e considerato che non esiste un’uscita preposta, si mangiano la mamma.
Ci mettono un paio di giorni, in cui la madre maledice il momento in cui è nata nonchè quello stronzo dello zio dei piccoli che l’ha ingravidata.

Oh là… una bella boccata d’aria dopo due giorni che mangi… è un po’ come la passeggiatina il pomeriggio di Natale, allo scopo di fare il posto per la cena.
Infatti la passeggiata ha uno scopo: trovare un uovo di Tisanottero, l’unico loro alimento, a parte mammà.
Va beh che non sarà il mio mestiere ma se io mi mettessi a cercare un uovo di Tisanottero, potrei tranquillamente morire di fame: troppo piccolo, non lo vedrei e, se anche fosse, ce ne vorrebbero miliardi.
Per loro, invece, è gigantesco, infatti poco dopo ne trovano uno e ci si attaccano, come farebbe Homer Simpson se trovasse una ciambella grande come il Colosseo.

Per la precisione ci si attaccano le femmine: sarà che il fratello le ha riempite come un agnolotto e di conseguenza “devono mangiare per due”, sarà che quando uno si è scopato mezza dozzina di sorelle all’interno della madre che poi si è mangiato, a livello di emozioni forti ha più poco da scoprire, fatto sta che il nostro gallo del pollaio si lascia morire di fame.

Le sorelle, invece, mangiano come delle iene, fino a quando iniziano a non sentirsi molto bene. Principio di indigestione?
No: il fatto è che, al loro interno, le sei o sette figlie da poco concepite, insieme all’unico figlio maschio della nidiata, dopo una botta di sesso mica da ridere, hanno iniziato a mangiare…

Ora, da questa storiella voi potete ricavare la morale che volete, io mi limito ad archiviarla nel file Il Padreterno aveva voglia di ridere, insieme alle altre bestie di merda di Viserbella dreamin’.
Resta il fatto che rende abbastanza bene l’idea di quello che, secondo me, succederà a Feisbuk.

2aSoprattutto se iniziano con cose del genere.
L’ho già detto altre volte: su FB non cercatemi, non coinvolgetemi, non tiratemi in mezzo a proposito di niente.
Nè giochini, nè applicazioni, nè guerre o fattorie: non vi cago.
Infatti, come potete vedere a lato, avevo 12 richieste per qualcosa, come al solito; e come al solito, appena mi ricordo, ignoro e cancello tutto.

Ma il messaggio col cuoricino non l’avevo mai visto.

Okay, è in mezzo alle pubblicità, quindi non mi sognavo di certo che fosse una cosa seria, tipo che da qualche parte nel mondo qualche gnocca da sturbo sbroccasse d’amore per me.
Però la curiosità di vedere “che cazzo si sono inventati stavolta”, quella effettivamente mi ha preso.
Ma sì, clicco, mal che vada ci sarà la foto della Irina o Veruska di turno che me la vuole dare senza se e senza ma, specificando che “no per soldi, mio è vero amore”.

E compare questo:
1a

Mi è venuta una pelle d’oca tipo suola delle Tod’s.

Dottore, sia sincero: quanto campa ancora ‘sto Feisbuk?

Dottordivago

ilpandadevemorire2

I Maya erano una banda di coglioni.
E fin lì… l’avevo già anche detto: quando siamo arrivati a casa loro li abbiamo trovati come i treni italiani, cioè “portavano ritardo”; non tanto, eh… solo cinque o seimila anni malcontati sull’invenzione della ruota e della scrittura.
E poi non conoscevano il cavallo, cosa gravissima, se pensiamo all’importanza che ha avuto nella nostra evoluzione; ancora più grave se ci domandiamo come possa svilupparsi una civiltà senza i salamini di Gidòn che, bontà a parte, avrebbero contribuito non poco alla tempra del loro sistema immunitario (mia nonna diceva che “fanno sangue”…) e non sarebbero morti quasi tutti di morbillo, ‘sto popolo di pirla che guardava le stelle…
Per scoprire che il nostro mondo sarebbe finito nel 2012.
Okay, mille ringraziamenti per patate, mais, cacao, peperoni e, volendo, pure il tacchino, piatto principe per i barbari del cibo ma che noi prendiamo in considerazione quando proprio non si sa cosa mangiare. Ancora grazie. 
Però, voglio dire, già che per tutto il giorno non facevano un cazzo d’altro, potevano almeno guardarci meglio, dentro a ‘ste stelle: avrebbero azzeccato una data un po’ più precisa, altro che 2012… 
No perchè… non so il vostro mondo ma di sicuro il mio è da mò che è finito.

E qui mi scappa di divagare.

Di solito la divagata nasce da un’associazione mentale che mi sorge in seguito ad una delle cose che ho appena scritto, in questo caso la musica è diversa.
Sarà che oggi è il mio compleanno (un “grazie” anticipato a chi mi farà gli auguri e un fantasmagorico “vadavialculo” a chi invece no…), sarà che la temperatura è aumentata di un bel 10° abbondanti e il pianeta Terra, in località Alessandria, ricomincia a ritrovare l’acqua in forma liquida, condizione imprescindibile per lo sviluppo della vita come noi la conosciamo, sarà quel che sarà ma, prima di continuare ad inoltrarmi in tutti i “pandismi” che tanto mi fanno girare le balle, vorrei parlare di qualcosa di positivo, oltre a festeggiare “quota 100”. No, bastardi, anche se è il mio compleanno, non è un riferimento alla mia età.
Circa tre anni fa scrivevo il post "La palestra, le scale, la vita", in cui raccontavo di aver trovato un buon esercizio “indoor” per tamponare la situazione, dopo aver mollato la palestra: fare le scale di casa mia.
Abito all’ottavo piano, praticamente un megastep a gratis. Così, grazie alle nevicate e all’impraticabilità dell’argine dove da un anno scarso ho scoperto la vocazione per la corsa, da una decina di giorni sono tornato all’esercizio che mi ha reso famoso nel mio condominio.
Famoso come pirla, ovvio.
Inizio con una cinquantina di piani, per la precisione sette volte sette piani: dal mio pianerottolo a quello del primo piano, poi giro il carretto e torno su, sette volte. Non faccio sette piani a caso o per complicarmi la vita, visto che la tabellina del sette è sempre stata incontrovertibilmente la più difficile: faccio inversione al primo semplicemente perchè al piano terra c’è quasi sempre qualcuno che aspetta l’ascensore o che infila depliant nelle cassette postali o che aspetta di infilare la cinesina che la dà via proprio lì, al pianterreno, zoccola tascabile (piccolina e minutina com’è, mi stupisco che non sia ancora “rimasta sotto i ferri” a qualcuno…) di cui vi avevo già parlato.
Ah, questa fa parte delle buone notizie: la cinesina continua ad acchiappare cazzi che è un piacere, però ha smesso di cucinare, ed è un piacere per noi.
Non so da quale provincia della Cina provenga ma di sicuro è un posto che le tre stelle Michelin se le sognano: l’unica cosa che mangiano è il pesce fritto, possibilmente frollato precedentemente per una decina di giorni, come un fagiano, così mentre aspetti l’ascensore sembra che qualcuno alle tue spalle stia friggendo un pescestronzo, morto per blocco intestinale.
Non so se ha cambiato dieta per scelta, è più probabile per necessità, visto che non ho proprio idea di cosa raccontassero ad un’ipotetica moglie gli uomini che uscivano da lì: avevano un odore addosso molto, molto più evidente del classico rossetto sul colletto della camicia; probabilmente sarà questo il motivo per cui non frigge più.
Comunque, al pianterreno c’è sempre qualcuno e capisco che non è normale vedere uno in tenuta sportiva che scende di corsa dalle scale per poi girarsi e tornare su, quindi mi impongo il giro di boa al primo piano.
Primo giorno 50 piani, poi 60, poi 70, 80, 90 e oggi, finalmente, il traguardo psicologico dei 100 piani: sono pronto per i 102 dell’Empire State Building.
Oddio, in questo momento ho la sensazione di non essere simpaticissimo ai miei tendini rotulei… Vedremo domani.

Avevo chiuso il post precedente raccontandovi della litigata epistolare su Feisbuk con un tot di genitori preoccupati che i loro bambini (studenti dello Scientifico e altre scuole superiori…) potessero farsi male camminando sulla neve per andare a scuola. 
Io non mi sono riprodotto, forse inconsciamente timoroso della pochezza del patrimonio genetico che avrei trasmesso ad un’eventuale prole… Ma soprattutto perchè non sopporto i bambini, non li ho mai potuti vedere.
bimbo 
Naaa… Io ci provo ma proprio non è il mio mestiere.
Prima sono dei Vasi di Pandora di pipì, cacca, moccio e rigurgiti, poi cominciano a rompere i coglioni e per vent’anni va così.
Sono tollerante e rispetto chi la pensa diversamente da me, tutti quanti, a parte gli interisti e i cultori di balli latino-americani, però non cercate di convincermi su quanto “i figli ti cambiano la vita”: lo so benissimo ma, se posso scegliermi il cambiamento, opterei per un “sei” al Superenalotto.

In compenso mi sono cuccato pochi figli degli amici e devo riconoscere che alcuni hanno fatto un buon lavoro, tirando su figli “normali”, bambini che quand’era il momento rompevano i coglioni -facendo per altro il loro mestiere- ma che sapevano stare al mondo.
Altri avrebbero fatto meglio a prendere un cane: probabilmente avrebbero rovinato di vizi pure quello ma, almeno, un cane campa poco e, extrema ratio, te ne puoi liberare in autostrada. 
Abbiamo smesso di vedere molti amici, da quando hanno avuto figli, ovviamente a causa mia: Bimbi sopporta, io no.
Non sopporto che un bambino di tre anni sia il signore incontrastato della casa, non sopporto che sia costantemente tra i coglioni, che si senta solo la sua voce, che si esaudiscano i suoi capricci, che non si possano dire due parole senza  essere interrotti dal piccolo o dal genitore che, incapace di farsi rispettare, ogni dieci secondi lo deve riprendere, per mille volte, sulla stessa cosa.
In realtà non sopporto un certo tipo di genitore.

Io ero un bimbo particolarmente intelligente: se non ubbidivo al primo richiamo di mia madre, al primo schiaffone afferravo il senso della faccenda.
Ricordo benissimo quando i miei genitori ricevevano amici: io e mia sorella li salutavamo, se ci portavano qualcosina ringraziavamo, poi scomparivamo nella nostra cameretta con i nostri giocattoli. E non rompevamo i coglioni a nessuno.
Alcuni amici hanno operato nello stesso modo e si sono ritrovati con dei figli; qualcuno ha fatto qualche concessione al dialogo e alla teorie moderne e si è dovuto “mettere in discussione, confrontare, ricredere”, giusto per diventare l’inconsapevole zimbello dei figli.
Una coppia, poi, ha ceduto su tutta la linea e si è ritrovata con una sorta di Anticristo. Sostenevano fosse ingestibile; resta il fatto che un paio di volte, in cui proprio non mi potevo fare i cazzi miei, gli è bastato sentire il mio tono di voce per rientrare immediatamente nei ranghi, mentre la cantilena di richiami dei genitori non lo sfiorava nemmeno. L’ultima volta che ci siamo visti a casa loro, ormai anni fa, dopo tre minuti il simpatico furetto aveva mandato affanculo suo padre e chiamato “vacca” sua madre. Lo so, non sono cazzi miei ma io gli avrei immediatamente gonfiato un labbro, poi ho pensato “mò l’ammazzo” e ho continuato a pensarlo per il resto della serata, dopo di che, come si dice, croce.

Più recentemente è arrivato un altro “nipotino”, un bimbo abbastanza tranquillo e simpatico, che sa essere anche piacevole.
Da solo.
Quello che mi fa impazzire è il comportamento dei genitori, non il suo.
Lo so, state già meditando la risposta, le so tutte:

Tu non puoi capire…

Io non capisco?

È vero ma non puoi tutte le volte…

Tutte? È sufficiente qualche volta, poi non sarà più necessario.

Fai presto, tu… Ma lo sai che si offende?…

E cosa fa? Ti fa scrivere dall’avvocato? Ti ritarda i pagamenti? Ti disereda?
Io facevo “Offeso” di secondo nome, poi mi è passata…

Se inviti due amici a casa tua perchè ti viene più comodo che non uscire, causa prole, almeno apprezza il mio enorme sacrificio -perchè lo sai che per me è un sacrificio…- e se tuo figlio di due anni vuole a tutti i costi spegnere la luce non puoi passare la serata ad alzarti per riaccenderla ogni trenta secondi, lanciando un inutile “Insomma!…”, non puoi per il semplice fatto che, parafrasando Grillo,

lui non si stancherà mai, tu nemmeno

Ma io sì.
Io ho il nervoso che mi strozza, che mi toglie il fiato, perchè non siamo ancora riusciti a dire tre parole senza essere interrotti.
Perchè tu puoi mettere sul tavolo il più bel giocattolo del mondo e tuo figlio non lo caga, puoi metterci un carillon che lancia note e bagliori e lui non sa se esiste, puoi avere Shrek e Roger Rabbit che danzano su quel cazzo di tavolo e lui non li degna di uno sguardo.
Ma appena ci metti le patatine che dovremmo mangiare noi, un qualsiasi cibo, fosse pure un pacchetto di grissini, allora il cucciolo ci infila le mani dentro, pasticcia il tutto, lo porta alla bocca, lo sbavacca: non mangia, semplicemente fa in modo che scappi la voglia a me.
Sai cosa? Mi è scappata, la voglia. Ma non è stato lui: sei stato/a TU.

E tu sei padronissimo/a di perdere ore e giorni a ripetere le stesse “sgridate”, puoi passare anni a sgolarti, è la tua vita.
Ma non provare mai più a dirmi: «Fate un salto da noi?…»
Continua.

Dottordivago

Quando qualcuno mi domanda: «Vuoi ridere?…» vado in crisi.
È una terribile domanda-trabocchetto: sai già che non riderai ma non puoi rispondere “no”, non sta bene, quindi rispondi “sì” e, mentre lo dici, ti prepari a una valanga di disavventure -se va bene- o di disgrazie -se va male- che l’interlocutore, inesorabilmente, ti scaricherà addosso.
Così predisponi l’assetto antisfiga: sorriso comprensivo di circostanza, sguardo leggermente perso nel vuoto, una mano nella tasca del giaccone che tocca ferro ravanando le chiavi, mentre l’altra, nella tasca dei pantaloni, ravana altro.

Se in questi giorni qualcuno mi domandasse “Vuoi ridere?”, mi butterei ai suoi piedi supplicandolo «Sì, sì, ti prego… fammi ridere!…».
Mi accontenterei di una storiella buffa, di una barzelletta vecchia, mi accontenterei anche di un “ABCDEFG…” recitato ruttando, come riusciva a fare Pino Romeo all’oratorio, quarant’anni fa.
Visto che qui, in questo Paese di merda in cui vivo, di ricevere buone notizie non se ne parla, vorrei almeno ridere per dimenticare.
Sono in uno di quei momenti in cui si è ritrovata tanta gente, gente che ne aveva talmente i coglioni pieni di tutto, che è finita per farsi acchiappare dai predatori che riconoscono un elemento in difficoltà che si sta allontanando dal branco: le greggi dei vari Testimoni di Geova, Scientology e sette varie sono costituiti da disperati adescati in momenti di particolare vulnerabilità e scoramento, ranghi tenuti serrati da cani da pastore molto ben addestrati e fedeli al padrone.

Ecco, ‘sta cosa delle sette l’ho detta tanto per dire, per fare un po’ di sensazionalismo, in realtà non corro alcun pericolo: c’è di buono che con le madonne che tiro tutto il giorno, Testimoni e Fratelli vari esplodono a dieci metri dal sottoscritto, come le zanzare nella pubblicità del Raid, mentre deve ancora nascere il Dianetico che me la racconti sulle possibilità di “potenziare la mente”: non la mente in generale, intendo la mia, in particolare…

Non ho un argomento per questo post, ho solo tanta rabbia per tutto ciò che vedo e che sento; è un trip sbagliato, è un acido cattivo, è uno stato allucinatorio perverso… cazzo, non è possibile che di mille notizie che mi arrivano non ce ne sia una buona!
Non ci perdo il sonno ma mi rovino la veglia, così mi sfogo con voi.

Non va, gente, così non va, stavolta ho veramente una brutta impressione: stanno vincendo Loro, ce la stanno facendo.
Non importa quali anime belle e menti acute ci prenderanno per mano e ci indicheranno la strada per risalire la china, non importa quali sacrifici ci chiederanno (fidatevi, rimpiangeremo quelli che oggi chiamiamo “lacrime e sangue”): non ce la faremo.
E non parlo mica di soldi, eh… magari sotto l’aspetto economico riusciremo a metterci una pezza. Quello che non aggiusteremo più è la nostra società, il cosiddetto consesso civile, quell’insieme di regole non scritte, di atteggiamenti, di comportamenti che sono l’essenza stessa della convivenza e che caratterizzano un popolo.

La gente mi fa schifo.
Certa gente mi fa schifo, per essere precisi, anche se è una fetta della torta che cresce continuamente, una lievitazione sbagliata. 
«E non cagarli, no-o?…» mi sono sempre detto. Il fatto è che è sempre più difficile, aumentano ogni giorno che passa, sono ovunque.
Parlo ovviamente di quelli che ho sempre definito “Panda”, quelli che realmente vorrei veder morire, quelli di cui è facile scrivere, magari trovando l’aspetto comico della faccenda.
Finchè si parla di una minoranza.
È anche più facile e divertente parlar male di qualcuno che non tesserne le lodi, così come vi faccio più ridere quando racconto sfighe personali o altrui che non se dovessi tirarmela da fenomeno.
Finchè si parla di sfighe light.
Quando invece hai la sensazione che tutta la società sia marcia, da ciò che vedi e senti in TV, a ciò che tocchi con mano intorno a te, quando il bombardamento di notizie che ti fanno scrollare la testa è incessante, lo scuotimento rischia di shakerarti neuroni, sinapsi e frattaglie cerebrali, balle non ce ne sono.
Non saprei neppure da dove cominciare, è come ritrovarsi con un’enorme soffitta da riordinare… Partiamo da un paio di giorni fa.

Il fatto è accaduto in tarda serata quando fra il minorenne e il genitore è scoppiata una violenta lite. Il ragazzo pretendeva che l’uomo gli comprasse il cellulare di ultima generazione, ma alla richiesta del figlio il padre avrebbe risposto con un secco “no”. L’iPhone costava troppo e il ragazzo non l’avrebbe ricevuto. Un rifiuto che non è stato accettato, tanto da spingere il minorenne a tentare di accoltellare il padre. I carabinieri, prontamente allertati, sono giunti sul luogo, ad Alatri, per sedare la lite, ma si sono visti anch’essi aggredire dal ragazzo. Il giovane, ormai fuori controllo, ha opposto resistenza e minacciato i militari con un coltello. Gli uomini dell’arma sono però riusciti a fermarlo e immobilizzarlo.
Il giovane, finalmente ammanettato, è stato arrestato e tradotto a Roma nel centro di prima accoglienza di Casal del Marmo. È ora accusato di tentato omicidio, resistenza e violenza a pubblico ufficiale. Tutto per un iPhone.

No, non tutto per un iPhone: tutto per uno stronzo.
Anzi, forse per tre stronzi: lui e i genitori.
Non so come l’hanno tirato su, so solo che è venuto male.

Si tratta di un’espressione di disagio di un singolo ma la società è sana e possiede gli anticorpi per combattere ecc. ecc.”

Ma vai a cagare…
Vuoi ridere?
Scommetto che il più a posto dei tre è lo sbarbato dal coltello facile e i genitori sono come quelli con cui ho litigato su Feisbuk per un paio d’ore…
Ebbene sì, martedì o mercoledì sera, non ricordo, vedendo la nevicata che sembrava non dovesse mai finire, ho guardato sulla pagina FB del Sindaco, forse la fonte più aggiornata sulle faccende di casa nostra.
Non ci potevo credere: per la prima volta nella mia vita ho passato due ore su Feisbuk, litigando con mezza città e dintorni.
I ragazzini scrivono al Sindaco: «CHIUDI LE SCUOLEEEE!!!!!!!!!», cosa che ha giustamente fatto indignare quella che recentemente è diventata una mia pupilla, la tenutaria di Welcome to the G point, una mente malata che si firma Giada Uh Signur (Giada Oh Signore), riprendendo la più classica delle esclamazioni dei nostri vecchi, “Giada”, appunto…
Cioè, no, dove cazzo c’ho la testa oggi? I vecchi dicono sempre “uh signur!”, come intercalare, e “uh signur, signur, signur”… in fine di frase.
La G non lo sa ma, avendo circa la metà dei miei anni (eh va beh, è un po’ passatella ma accontentiamoci…), è la mia testa di ponte per capire, in minima parte, il mondo di quelli che potrebbero essere i miei figli, se negli anni 80 non fossi stato molto, molto attento a quello che facevo col pisello.
Ho il sospetto che la mia testa di ponte sia anche una bella testa di minchia, una a cui la cattiveria piace almeno quanto l’alta pasticceria, però sa leggere e scrivere, così non mi incazzo quando leggo le sue cose daggiovani.

Comunque, se un pirletto di 16 anni scrive al Sindaco dandogli del “tu” è semplicemente perchè quelle venticinque o ventisei maestre che ha avuto alle Elementari erano troppo impegnate a prendere lo stipendio, per insegnargli le buone maniere, mentre i suoi genitori erano troppo impegnati a mettere un avvocato al culo o minacciare fisicamente chiunque avesse provato ad insegnare al loro cucciolo l’arcana scienza di “come si sta al mondo”.
Coi ragazzini di FB l’ho sbrigata in fretta, un paio di scaramucce e via, giusto il tempo di spiegare loro che ad essere lavativi fanno solo il loro mestiere, purchè non pretendano di raccontarla a me, l’uomo che, tranne una materia in prima superiore, è sempre stato promosso a giugno, arrivando a fine anno con i libri intonsi e rischiando la denuncia per falso in atto pubblico a causa di svariati Libretti delle Giustificazioni molto, molto particolari…  
Mi sono divertito di più coi grandi.
Così ho scoperto che ci sono genitori che magari si privano di qualcosa per poter mandare il figlio a sciare per una giornata a -20° a duemila metri e sono disposti a lottare con le unghie e con i denti contro il perfido potere costituito che vorrebbe mandare i loro cuccioli a scuola, nel bel mezzo di una nevicata.
A tutti loro ho dedicato un “Siete una banda di lavativi con le gambe molli…”, ricevendo la garbata risposta di tal Barbara Qualcosa che si è detta assolutamente non lavativa, perchè è lavativo chi ecc. ecc., con il tono Forrestgumpiano di “Stupido è chi lo stupido fa…”.
Le ho risposto che “non ho mai pensato che fosse una lavativa, ha solo le gambe molli e quella non è colpa sua…”

Una serata da vecchio bastardo incazzoso con il gusto della polemica.
Continua.

Dottordivago

Nel post precedente, che doveva essere lungo dieci righe, ho iniziato così:

Quest’uomo esiste e lavora in un mega-centro calzaturiero delle mie parti.

Poi il cervello mi è andato per funghi e ho passato tutto il post a parlare di scarpe da ginnastica e di merda. Mah…
Va beh, adesso non mi distraggo più, devo assolutamente rendere omaggio al genio di un uomo.

Forse c’è una cosa che mi dà più fastidio del provare i capi d’abbigliamento o del cercare un paio di scarpe nuove e questa cosa fastidiosa è “cercare il negozio”.
Per me le vetrine dei negozi sono parte integrante dell’arredo e dell’illuminazione urbana e, ovviamente, preferisco passeggiare in una via bordata di negozi aperti e illuminati che in una strada buia, fatiscente, piena di rottami di auto e gang assetate di sangue. Però per me i negozi sono un po’ come la tappezzeria e la lampadina della città: è bene che ci siano ma gli dedico un’occhiata di passaggio qua (hai già visto uno che si sofferma a guardare con attenzione una lampadina o una tappezzeria come un ebreo davanti al Muro del Pianto?), un’occhiata di passaggio là, poi un saluto a un conoscente o una sbirciata veloce a un bel culo…
Con la differenza che conoscenti ne trovo uno ogni dieci metri, coi bei culi sono anni e anni di “non pervenuto”…

Così vado a cercarmi le scarpe in quei capannoni sconfinati in cui non trovo un cazzo lo stesso ma almeno per ogni scarpa che mi fa schifo ce ne sono centotrenta versioni, colori e prezzi.
Continuo a non considerare le donne, a loro tutto è concesso: una donna con un paio di scarpe spacchiosissime tacco diciotto o un paio di sandali che sembrano due museruole, sta sempre bene o, perlomeno, ci siamo abituati a vedere nefandezze di ogni tipo e non ci facciamo caso.
Un uomo no.
Continuo a sostenere che un uomo si deve vestire da uomo, non da femminiello o da Gene Simmons o da astronauta, non deve andare in giro con le sopracciglia di Moira Orfei e se non si trucca è meglio.
E non deve mettersi le scarpe dorate.
Questo per un fatto di decoro. Ma visto che parliamo di uomini, dovremmo anche tenere conto di una cosa di cui ci possiamo, anzi, ci dobbiamo scordare se si parla di donne: la logica. E la logica vorrebbe che le scarpe nuove -belle o brutte- sembrassero almeno nuove, non quelle cose tutte screpolate che sembrano uscite dal canterano della nonna, sneakers che dovrebbero essere bianche e invece sono verniciate come una petineuse d’antan, per non parlare di certe scarpe che ancora prima di uscire dal negozio sembrano già rubate a un morto…

E se le scarpe fossero pure della misura giusta non sarebbe male: è una mia impressione o il mondo è pieno di pazzi con pantaloni strettissimi, che non so come possa passarci il piede, abbinati a scarpe a punta due dita più lunghe del necessario, accollatissime, così si amplifica l’effetto?
Sarò retrogrado ma se dico che tutti gli uomini, per legge, dovrebbero vestirsi come Cary Grant negli anni 60, dico una cazzata?
Comunque certe mode assurde sono anche utili, come lo sono le traversie e le difficoltà della vita, che consentono di distinguere gli amici dai conoscenti: potete voi dire di conoscere qualcuno che ha comperato un paio di scarpe a dondolo tipo queste

 MBT e che meriti ancora la vostra stima? Ripeto, parlo di uomini, le donne “non sono parametro”, come dice il mio amico Milton.

Io credevo di conoscerne uno.
È uno che -solo per volgare convenienza, ora l’ho capito- per anni ho considerato una persona a posto, sforzandomi non poco per convincermi di questa cosa. Ma c’era sempre una vocina che…
È uno che ha quasi sessant’anni e li porta benissimo, amante della montagna in modo spasmodico, uno che potrebbe anche tirar su qualcosina pure nel settore patata, se non fosse che parla incessantemente di quando faceva l’alpino e sente solo, rigorosamente, musica dei Nomadi, suonerie dei telefoni comprese.
È un geometra e gli ho sempre visto fare delle ristrutturazioni discutibili, se non proprio brutte, solo che se mi gira i lavori, cosa devo fare?…
Ah… e non capisce un cazzo di ristoranti.
Lo so, sono cose gravi ma mi ha sempre procurato parecchio lavoro ed io mi sono sforzato di apprezzarlo per qualche anno…
Poi ha iniziato a perdere qualche colpo: è un periodo che fa un certo numero di cazzate ed io devo sempre più spesso parargli il culo, per poi ritrovarmi a questionare con i clienti, cosa che non mi è mai successo di fare prima ma che potrei anche accettare, se non che, in caso di discussione, il groupie dei Nomadi sta dalla parte dell’altro… Eccheccazzo!…
Pensavo ad un momento un po’ così, poi un bel giorno mi ha fatto un panegirico della fitoterapia e di quelle scarpe: da quando ha scoperto le due cose, si sente un altro uomo.
Lo è veramente, solo che io preferivo quello di prima che non faceva cazzate: mi puzza di storia finita.

Divagata bastarda, eh? Non mi sono neanche accorto che “mi saliva”…   

Comunque, da parte mia, con l’abbigliamento mi distraggo un po’ di più e prendo anche dei discreti pacchi ma sulla scarpa non transigo e raramente mi sbaglio.
A parte le Geox.
La faccio breve: le prime che ho comperato, un paio di scarponcini, erano assolutamente impermeabili fino a dieci centimetri.
Dall’acqua.
Sì, c’è poco da ridere: se ti avvicinavi di più al bagnato -non era necessario starci proprio dentro, bastava avvicinarsi- per un qualche fenomeno di capillarità e di idrofilia (loro) o di idrofobia (mia), mi ritrovavo con i piedi marci.
Con il secondo paio

Vuoi mica che un’azienda come la Geox…

tipo “scarpa da barca” scamosciata color tabacco, potevo scegliere: o metterle senza calze e ritrovarmi con i piedi del colore ocra dell’interno-scarpa, colore che durava più o meno come un disegno con l’hennè, o buttare via un paio di calze ogni volta che mettevo quelle scarpe di merda.
Col terzo paio

Mi sa che le uniche due Geox difettose le ho beccate io…

si sono superati. Si trattava di una scarpa estiva di tela blu con suola bianca, una scarpa che solo a vederla il piede sente già fresco; la prima volta ho resistito per un paio d’ore, poi ho desistito: mi stava venendo il “piede da trincea”:
494px-Trench_foot

Dico io: una scarpa che nella parte superiore è di tela e nella parte inferiore è dotata della mitica suola Geox, come può marinare i piedi in quel modo? Non può essere, ci riprovo.
Dopo un’ora le ho buttate via: sono tornato a casa, ne ho messo un altro paio e, uscendo, le ho buttate via.

Marca “bravo” alle Geox: è grazie a loro se ho capito perchè “fare le scarpe” a qualcuno si scrive così ma si pronuncia “metterglielo nel culo”.

Adesso basta.

Se non giustifico il titolo, mi sputo in faccia da solo.
Insomma, sono entrato in un megastore di scarpe e mentre mi aggiravo tra gli scaffali sentivo solo gli schiamazzi di una famiglia di taralli.
Ora, io dico sempre che se dovessi scegliere dove far crescere un mio eventuale figlio, tra Bergamo e Napoli non avrei un attimo di tentennamento: sole, pizza, amore, senza dubbio.
Ma questi erano la famiglia che ha creato -statistiche alla mano- la tipologia di clientela meno gradita agli albergatori di tutto il mondo:

  • famiglia italiana,
  • del sud,
  • con bambini.

Probabilmente erano lì per investire in scarpe tutti i soldi che risparmiano per l’abbigliamento, infatti papà, mammà e figliolanza erano tutti quanti in tuta, divisa d’ordinanza di tutti quelli con un rapporto altezza/larghezza = 1:1.
E facevano un casino…

I bambini si infilavano tutte le scarpe esposte, ovviamente di dieci numeri in più e si rincorrevano, mentre i genitori litigavano tra loro; forse la donna (va beh… “donna”…) aveva dei trascorsi da ventriloquo, visto che riusciva a litigare col marito e ad ululare cose al telefono ad una “mammà” che necessitava di ciabatte. 
Ricordo di aver pensato: «Resisto ancora mezzo minuto, poi litigo. Non me ne fotte un cazzo, anche a costo di prendere a calci una di quelle due porcherie…»

In quel momento si materializza un signore: credo che “Medio” fosse il suo nome. Una persona assolutamente anonima e non intendo uno sfigato: uno sfigato ha qualche caratteristica che lo distingue mentre quell’uomo potevi incontrarlo mille volte e non riconoscerlo mai.
Vestito nè bene nè male, nè bello nè brutto, un’età indefinita tra i 40 e i 60 anni, si è avvicinato con un accenno di sorriso a Capocollo e Soppressata e ha sussurrato loro qualcosa, qualcosa che li ha ammutoliti.
I cuccioli hanno  percepito che qualcosa nell’equilibrio del branco era mutato e si sono avvicinati con curiosità mista a sospetto, riducendo gli urli di un paio di decibel; è stata sufficiente un’occhiata benevola e un altro sussurro per trasformarli in educati Piccoli Lord.
Io non ho capito una parola, ero abbastanza lontano ma volevo capire cosa stava succedendo; mi stavo avvicinando quando mi sono accorto che ad un piede avevo la mia scarpa ma all’altro avevo quella che stavo misurando, così sono tornato indietro.
Tanto è bastato perchè l’Angelo Silenziatore sparisse e lasciasse lì il frutto del suo prodigio: una famigliola innegabilmente costituita da mostri deformi ma che si dirigevano educatamente alle casse, senza emettere un suono.

Oddio, e adesso dove è andato?
Voglio quell’uomo, voglio essere suo discepolo, voglio imparare…
O quantomeno assumerlo come segretario o con la qualifica che preferisce e tenerlo sempre con me: non una guardia del corpo ma una guardia del mondo, uno che può veramente fare molto per la nostra società. Un jolly da giocare in mille occasioni, da chi parcheggia abusivamente sul posto handy a chi butta le cartacce per terra, da chi non fa la ricevuta fiscale a chi ha una moto che spacca i timpani.
Dov’è finito? Lo voglio clonare, ne voglio mille, un milione!

Niente da fare: l’Uomo Che Sussurrava Ai Taralli era sparito.
Ma sarà realmente esistito o, come Ed Norton in “Fight Club”, ho semplicemente materializzato i miei desideri?

 Dottordivago

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