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A-I-U-T-O-!

Momento di super merda, ragazzi.

Arrivo a casa che quasi svengo, appena mi cala l’adrenalina.

Accumulata in ufficio,

►causa internet ballerino,

►a causa dei lavori preparatori per il ponte nuovo,

►che causano instabilità di connessione

►che mi impedisce di stare online per più di tre minuti,

►quindi ci metto un’ora per fare il lavoro di trenta secondi,

►quindi non mi rimane tempo –e connessione- per fare niente, salvo

►bestemmiare, sonoramente, incessantemente.

Come un antifurto blasfemo.

Dottordivago

Varianti

Prima una breve appendice al discorso “Grom” del post precedente, che comunque ci accompagna all’argomento della puntata odierna, cioè la brutta abitudine inculcata ai consumatori dai venditori di fumo, che spaccano il capello in cinque, perchè in quattro sarebbe troppo facile.
Ovvio che Grom non vende solo fumo, tutt’altro, alla base c’è un ottimo prodotto, però su certe cose lo fanno a fette mica da ridere…

Scrive la Voo (che sarebbe Voodoo DoLLy ma con tutte quelle maiuscole e minuscole da password, mi scasso la minchia a scrivere tutto il nome…):

Ah, i gusti di Grom… Caramello al sale dell’ Himalaya, cacao azteco di Montezuma, limone di Surriento, crema di yogurt del latte della Lola zoppa…

Concordo sull’inutilità del DOC a tutti i costi: relax, gente.
Poi c’è la mania della stagionalità: take it easy, fratello…
Ok, non compero zucchini da ottobre a maggio, per fare un esempio, e ho rifiutato, pur se regalato, un plateau di pesche del Sud Africa, a Capodanno. Però non esageriamo: parliamo di gelato, dell’apoteosi del superfluo, non di generi di prima necessità; quindi, se anche mi fai un gelato alla fragola marocchina a febbraio, non ti mando l’Ufficio d’Igiene o Carlìn Petrini a cazziarti.
Anche perchè se mi fai il gelato alla banana in estate, non ci credo che le banane “vengono” a Saluzzo come i kiwi.

Concordo sulla vacuità di voler dare a tutti i costi un pedigree a un pistacchio (che se fossero davvero tutti di Bronte, nella ridente località dovrebbero coltivare pistacchi pure nelle cantine, come la maria ad Amsterdam), le lenticchie di qua, le cipolle di là, per non parlare dei pomodorini: Pachino dovrebbe essere una specie di Iowa, solo rosso-pomodoro anzichè “giallo-corn belt”.

O come quella volta, da quel grandissimo antipatico di un siciliano, proprietario di un agriturismo alle porte di Alessandria, senza terreni agricoli coltivati, giusto qualche moggia di terra per fregiarsi del titolo di agriturismo, appunto, cioè diventare un ristorante che, istituzionalmente, non paga le tasse.
Nei “finti agriturismi” non vado per principio ma era una serata di beneficienza, organizzata da un’associazione di amici, quindi, obtorto collo…
Non ricordo con quale portata richiedo la senape. Arriva il siculo di cui parlavo, l’uomo che su di sè ha caricato il peso di secoli di invasioni arabe e levantinismi, un merdosissimo viscidone: «Eh… signore… la senape… questo è un agriturismo… noi serviamo ciò che coltiviamo…»
«Uh, allora dopo mi accompagna a vedere il bananeto…» dico indicando le banane su una specie di buffet.
«Eh… ma quello che c’entra, signore…»
«”C’entra” che dopo mi sarebbe piaciuto prendere il caffè, ma non ho visto piantagioni, qui intorno, toccherà andare al bar del paese…»
«Eh… al signore piace fare polemica…» dice andandosene con un sorriso più tirato di un rigone di bamba.
Più che altro al “signore” piace non farsi prendere per il culo: cretino, non fai prima a dire che non hai la senape? Magari dicendo che sei allergico o che “non si sposa con i sapori della nostra cucina”…

E mò la stagionalità a tutti i costi.
Ricordo una volta in cui da Grom avevano dei gusti autunnali –buoni eh, per carità…- ma tristi, ma talmente tristi… Tipo nocciola, pera, torroncino, fichi ecc…, ovviamente tutti di provenienze blasonatissime, però roba che mi ricordava la “serata del gelato” in una casa di riposo; così, complice il clima uggioso, gli ho chiesto se mi facevano un cono a due gusti: «Plaid e Superga di panno marrone».
«Prego?!?»
«Sì, avete presente quelle con la zip sul collo del piede?»
Va be’, poi mi è venuto da ridere, però dallo sguardo allibito/allarmato delle due spippatrici di fiordilatte, ho capito che non erano disponibili.
Ma tant’è: certi sapori da gourmet lungodegenti, gustati senza un confortevole ambiente, impregnato dall’aroma di toscano e urina, non sono la stessa cosa.

Lasciami stare sul sale, Voo, altra minchiata relativamente recente.
Dal “macinato al momento” –cretino, quello è il pepe, che aroma deve sprigionare il sale?- a “quello dolce di Cervia” –è sale, cazzo, è sale- a quello della laguna di Bora Bora, all’aroma di pesce, che costa come se lo facessero col beluga e che potete farvi, a vostra volta, con un etto di sale comune e un grammo di acciuga salata, rigirate tutto mezzo minuto, finchè l’acciuga sparisce, consumata dal sale.
Unico sale aromatico ammesso dal sottoscritto è quello affumicato, che su una certa tartare o su un pesce delicatissimo, dice la sua. Ma se non ce l’avete (io non ce l’ho mai), mettete un pezzetto di stagnola piegato un paio di volte sul prodotto, appoggiateci uno stuzzicadenti acceso, che si spegnerà immediatamente, coprite subito con un piatto girato e lasciate agire quel poco fumo per dieci minuti, poi mi dite.

Mmm… la “breve appendice al discorso “Grom” del post precedente” è venuta un po’ lunga, meglio lavorare dieci minuti per mettere insieme il pranzo con la cena.
Un altro “continua” meparebbrutto, ma mi tocca.

Dottordivago

Lo so, dovrei vergognarmi : quasi due settimane senza scrivere una riga.
Oh, andate a quel paese pure voi, cazzarola…
Vi vedo, che siete lì a scrollare la testa, a dire che il Dottore non sa più cosa scrivere, si è rincoglionito… il blocco dello scrittore… la sindrome della pagina bianca… E invece no, ‘ngulassorat’, è solo che in questo periodo sono nel carbone come raramente mi è capitato.

Visto? Non sembro neppure io… Infatti vi ho mandato “a quel paese” invece che a cagare e ho detto “nel carbone” invece che nella merda, mentre “’ngulassorat’” è una sorta di cameo alla Hitchcock, una licenza poetica…
Mi sono stupito soprattutto per il “cazzarola” , esclamazione talmente educata che potrebbe essere inserita nel “Nuovo Testo di Manifestazione del Consenso al Matrimonio Religioso Cattolico”:

Io, ……… accolgo te, ……… come mia/o sposa/o.
Con la grazia di Cristo, prometto di esserti fedele sempre,
nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia,
e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita,
cazzarola!

Insomma, amici miei, così non ci siamo mica, eh?… Non va bene…
Il lavoro procede relativamente tranquillo, tutto nella norma; è solo che la gente… tanto per cambiare… indovinate un po’…
Esatto: è impazzita.
Una volta ti telefonavano o arrivavano direttamente in esposizione, quattro chiacchiere e si individuava il prodotto o, almeno, il materiale; poi per il colore si stava su quello condominiale, obbligatorio, e, al limite, si valutava l’interno, se farlo a gusto del cliente. Se la casa era indipendente non c’era il vincolo condominiale e si perdeva un minuto di più ma roba da poco.

Oggi sembra che debbano ordinare un gelato da Grom, Dio lo maledica: sono quelli come lui, come Grom, che rovinano il consumatore.
E mi scappa di divagare.

Interno giorno o notte, da Grom.
«Mi fa un gelato?»
«Cono o coppetta?»
«Cono…»
«Da quanto?»
Ok, fin qui l’interrogatorio ci sta, è sacrosanto…
«Due/tre euro…»
«Cialda o wafer?»
«Quello che mangerebbe lei…»
«Dipende dai gusti che sceglie…»
«Mi consideri un democristiano anni 70: crema e cioccolato in inverno, limone e fragola in estate…»
«Be’, con le creme l’abbinamento migliore…»
«Cialda, grazie»
Impercettibile cenno di fastidio della signorina.
«Che gusti?»
«Crema e cioccolato»
«Al latte o fondente?»
«… Fondente…»
«Scorza di limone o vaniglia?»
«Cosa?»
«La crema: al profumo di scorza di limone di Sorrento o vaniglia del Madacascarlaminchia con ‘sta storia?»
«… … Vaniglia… *E se mi fai ancora una domanda, salto il banco e ti azzanno alla gola*…»

No, se Dio vuole abbiamo finito: la visita per l’unico paio di occhiali che ho comperato nella mia vita, quattro o cinque anni fa, mi ha portato via meno tempo. Mi sa che la prossima volta mi presento con questo sotto il braccio:

grom

e la interrogo io.
”Abbiamo finito”… cosa, eh?…
Ci sono precisi ordini di scuderia da rispettare: invece di tenere i gusti in vista, che magari uno si fa un’idea del tipo di prodotto, Grom usa ancora i coperchi rotondi in acciaio, che fanno tanto “carretto dei bei tempi andati” che veniva rincorso dai bambini, coperchi che oggi servono per acchiappare i grandi.
La tipa toglie il “coperchio rotondo in acciaio che usano solo più loro”, infila il braccio nel pozzetto e inizia, spatola alla mano, a praticare una vibrante pippa al prodotto. E non un seghino e via, no-no… Proprio una roba insistente, ripetuta, meccanica, senza amore…
Fondamentalmente non serve a un cazzo, se non a menare il torrone, a perdere tempo, perchè la gente, sempre più imbecille, va dove c’è la coda, così bisogna dare tempo alla coda che si formi. È lo stesso principio dei buttadentro da discoteca, che più tengono fuori, in coda, i coglioni, più i coglioni aumentano. Inoltre, ‘sta cosa, a detta di alcuni gelatai che ho intervistato, è una sonora minchiata: il gelato è composto da una percentuale variabile di aria, elevatissima in quello industriale, che più che sciogliersi si annichilisce, al mitologico (“mitico” ci avrà scassato la uallera, si o no?…) Mezzalama di Cercenà, che giusto si ammollava un momentino ma il volume diminuiva di un’inezia, visto che di aria… minga. Ovviamente parlo di quando era la gelateria della famiglia Cercenà, con lo stortissimo Celestino Cercenà che arrivava due volte al giorno con la Bianchina Giardinetta grigio topo, carica di cassette di frutta di primissima, che neppure nei migliori negozi del centro vedevi certa roba: altro che i bidoni di prodotto in polvere di oggi…

Comunque, la pippa al gelato non fa bene, lo smonta, tanto se è scadente, poco se è di qualità, ma lo smonta. Però la coda monta, come la marea.
Continua.

Dottordivago

Avvertenza per i fedeli lettori: potete pure guardare il tenente Colombo su Rete 4, per voi si tratta di roba già vista.
A gentile richiesta pubblico una vecchia storia, inizialmente in tre episodi, raggruppati per comodità di lettura di chi arriva da Feisbuk.

Il Mostro.

1981, massimo 1982, sera d’estate: con una manciata di altri deficienti faccio la spola tra Baleta e la Piazzetta.
Come diceva Re Artù in un vecchio Carosello:

Come mai non siamo in otto?
Perchè manca Lancillotto!

”Dov’è Pedro?”
Io lo so: «Aveva del buono con una: mi sa che la porta a cena -va beh, diciamo “pizza”- e poi la fa star bene…»

È lunedì, non c’è una discoteca aperta nel raggio di 50 km, quindi “serata bassa”: si resta lì, nell’ombelico del mondo, del nostro mondo, intendo.
Verso l’una vediamo arrivare la macchina di Pedro: contrariamente al solito la parcheggia in modo maniacale, fa avanti e indietro quindici volte, come se non ci fosse tanto con la testa, poi scende e sembra un morto che cammina.
”Oh scemo, cazzo fai?”

Trema tutto, balbetta, non riesce quasi a parlare, ha come un accenno di lacrime agli occhi.
Ci penso io.
Pedro ha la capacità di ubriacarsi con l’alito di un ciucco, quando è al bar non deve neanche leggere le etichette delle bottiglie, sennò parte. Lo guido fino al Moderno, dove le dosi sono più generose che da Baleta; la situazione letteraria richiederebbe un paio di bourbon doppi, in realtà gli faccio buttare giù uno Stravecchio Branca che, a parità di alcool, costa la metà: dobbiamo togliergli la macumba, non fare una degustazione o girare un episodio del detective Marlowe.
Funziona: la dose che normalmente lo avrebbe ucciso, lo riporta alla realtà.

In breve: ha minimamente sfamato la tipa, poi ha sondato il terreno; capito che la serata metteva bene, ha deciso di piazzarsi tranquillo in un posto isolato.
E qui mi scappa di divagare.

Pedro non era un uomo da mezze misure.

Dico “era” perchè non c’è più. È quello di cui vi parlavo molto tempo fa: scoperto di avere una qualche forma di leucemia, ha pensato bene di farsi suicidare da un omeopata svizzero; dopo un anno di cure ha provato con un medico serio: troppo tardi, rien ne va plus.

Niente mezze misure, dicevo: finchè c’era da fare il pirla era un Numero Uno, quando s’è messo a lavorare ha fatto una montagna di soldi, quando c’era da morire è morto da super pirla.
Uno senza mezze misure, come spende i soldi?
Casa: pacchiano-hollywoodiana
Auto: BMW X5
Moto: Harley Davidson
Cane: pit bull
Su queste cose l’ho sempre caricato come una sveglia: gli dicevo che dalla prevedibilità e scontatezza degli acquisti, probabilmente il suo personal shopper era Bobo Vieri o un altro calciatore.

Torniamo alla serata estiva: dove va “in camporella” un uomo senza mezze misure?
In un posto in cui il Conte Dracula non si sarebbe sentito tranquillo: troppo isolato, troppo inquietante.
Si trattava di una collina con la cima disboscata, tipo la testa di un frate, per capirci, ed era talmente isolata che noi ci andavamo a sparare, usando le cataste di tronchi come muro di contenimento per le pallottole.

Si ferma ed inizia le operazioni.
Piccolo particolare: in quel periodo, un mese si ed uno no, a Scandicci e zone limitrofe, i Compagni di Merende affettavano qualche coppietta e la cosa ci rimaneva in testa, un po’ come farsi una nuotata di notte dopo aver visto Lo Squalo.

Dopo dieci minuti, quando la caldaia spingeva a tutto vapore, sentono una tremenda botta sul retro della macchina, si immobilizzano e, nel silenzio, sentono qualcuno che si allontana di corsa.
Non so voi, io c’ho la pelle d’oca ancora adesso.
Pedro si raddrizza come una molla, mette in moto e parte, nudo come un verme, come se avesse visto il demonio, per fermarsi e rivestirsi solo alla vista delle prime luci della città. Porta a casa la tipa che, in preda ad una crisi di nervi, non ha smesso per un secondo di dargli del coglione per la scelta del posto, poi viene in Piazzetta a raccontarci la storia.

Lo Stravecchio lo ha rincuorato, noi gli diciamo di tranquillizzarsi, forse era un animale…
Macchè animale… Fa due passi intorno alla macchina continuando a raccontare:
«…ho proprio sentito come una manata, qui dietro…»
Si immobilizza, col dito che indica l’auto:

Aaba.. tt…eeh…eeh… mrsz…

Ricomincia a balbettare, indicando il bagagliaio.
Andiamo a vedere e rabbrividiamo anche noi.

Nitida e spaventosa, l’impronta di una mano impolverata si mostra ai nostri occhi.

“Il Mostro” parte seconda.

Il Coso della Chimica.

Un bel salto indietro di una trentina d’anni: siamo tutti lì a guardare l’impronta impolverata e non abbiamo dubbi:

il Mostro è libero.

Come dicevano nel selvaggio West:

Per risolvere le cose, niente è meglio di una bella folla inferocita

e noi questa cosa la sapevamo: l’essenza stessa del vivere civile è una banda di scalmanati, più sono meglio è, che fremono dalla voglia di farsi giustizia da soli, così parte la pianificazione della trappola, che scatterà inesorabile la sera successiva.

Serve una coppietta compiacente che funga da esca.
Trovata.
Il Rosso viaggia su Fiat 131 Mirafiori, vettura sufficientemente spaziosa per ospitare l’esca nonchè una forza di primo intervento, un corpo d’elite, per capirci.
Il Rosso si propone per la parte del maschio, più difficile è trovare una donna che si cosparga di miele in un termitaio come quello.
Trovata: il Rosso ha un collega che ogni tanto si porta dietro, un mezzo starplato di cui nessuno ha mai conosciuto il nome.
È perfetto: minuto e con i capelli lunghi fino alle spalle, è disposto a farsi impalare su un cactus pur di non stare sempre solo come un cane.

Il piano prevede che la coppietta si fermi come ha fatto Pedro, nello stesso posto; i due piccioncini inizieranno a pomiciare, quindi i sedili verranno leggermente reclinati per lasciare spazio, sul sedile posteriore, alla forza di primo intervento, cioè qualcuno che spalanchi la portiera e punti un’arma sulla faccia del Mostro.

Primo intoppo: nessuno vuole quell’incarico.
Non per fifa, figuriamoci: abbiamo una frenesia addosso che potremmo giustiziare il Mostro a morsi.
Il fatto è che tutti vogliono far parte dei cacciatori, quelli che cingeranno la zona in un’impenetrabile cordone di sicurezza in contatto visivo con l’esca: una muta di veltri che già pregusta l’appostamento, lo scatto repentino, l’inseguimento a fauci spalancate, l’odore del sangue e l’immancabile smembramento della preda.
In poche parole, trovare uno che stia in macchina è come cercare il portiere per una partitella tra amici.

Segue un attimo di riflessione.
Lo scatto?
L’inseguimento?
Tutta roba che richiede fatica; così, fatti due conti, il Cigno si propone. E vvai!…

Ma pone una serie di condizioni: non vuole sentir parlare di armi, non sono nelle sue corde; piuttosto –quello sì- si doterà di quello che lui definisce “un bel tarello”: dicesi “tarello” un mezzo manico di badile, con cui il rappresentante della nostra forza d’elite si sente decisamente più a suo agio.
Ok, ci penso io: ho un manganello di rovere in cui è quasi impossibile piantare un chiodo, tanto è duro; inoltre è lungo 60 centimetri ed è grosso come un avambraccio: l’ideale, in spazi ristretti.

Ancora una condizione: non starà sul sedile posteriore.
«E dove ti metti, cretino, sulla bagagliera?»
No, stRambo ha già studiato una superba strategia: starà nel bagagliaio.

«Ma sei scemo? A parte che se il Mostro, conoscendone il modus operandi, per prima cosa dà una manata sul bagagliaio, quello si chiude e tu resti lì dentro, dimenticato come il triangolo. Se, invece, si avvicina di lato, tu sei l’ultimo che se ne accorge, inoltre, sei lì dentro senza sapere cosa succede e se il malamente apre il baule e ti pianta un’accetta in mezzo agli occhi, noi ti ritroviamo schienato come una tartaruga. E anche ammettendo che tutto vada bene, dopo due ore che sei lì, sei talmente anchilosato che ti ci vuole comunque un quarto d’ora per uscire».
Niente da fare: o si fa così o ci cerchiamo un altro corpo d’elite.

Secondo intoppo, stavolta da parte delle esche: «Come… due ore? E quanto ci mette ad arrivare, quello lì?»
”Mah… sai, solitamente i maniaci sono puntuali, però non si può mai dire… COSA CAZZO NE SO, QUANTO CI METTE AD ARRIVARE? Sia chiaro: ‘sta cosa la facciamo bene o lasciamo perdere, quindi, se c’è da stare tutta la notte, ci stiamo, ok?»
«Oh… non t’incazzare… è solo che… stare delle ore a far finta di ciulare… E poi, intendiamoci: io non mi spoglio!» dice il Rosso.
«E ci manca ancora quella!… Già se ci becca la Giusta sono cazzi, se poi ci prendono pure per una banda di froci… Non vi dovete spogliare, state coricati ed aspettate».

Uff… ‘sto piano è già ‘na faticaccia…
Per il resto del gruppo è più semplice: di me mi fido, Ginko… va beh, sorvoliamo sui particolari ma dovrebbe essere quello più preparato, Pedro sta facendo il servizio di leva nei Carabinieri.
Ecco, dalla reazione che ha avuto dopo la pacca notturna, l’Arma non ne esce benissimo…  però, in questo caso, è pronto ed assetato di vendetta.

Abbiamo un problema: Bruno.
Nel senso dell’eccesso di zelo. Figlio di un maresciallo dell’esercito, sente pulsare nelle vene il sangue di tutti i 600 di Balaklava: è uno che fa ridere ed è nostro amico da sempre ma è anche un fascistissimo guerrafondaio; la sua smania di combattere mi preoccupa un po’ ma non riusciremmo a lasciarlo a casa neanche narcotizzandolo e legandolo.
E poi ci serve, una specie di Blain: “Ehi, Blain, stai sanguinando…”

Non ho tempo per sanguinare…

Poi chi c’è?
Dunque, Franco è il profeta del verbo “se un uomo non è un quintale, non è un uomo”: non è molto indicato per gli inseguimenti prolungati, quindi è difficile che acchiappi un maniaco in fuga.
Ma se lo prende…

Poi c’è il Castel…
« Aaaspetta… io lì non ci vengo»
«Ma sei scemo? E perchè non dovresti venire?»
«Mmm…’ste storie non mi piacciono… metti che ci troviamo davanti… metti che spunta fuori un… un coso… uno con la testa sotto al braccio (intendendo un essere decapitato che si regge la testa come un bagaglio a mano, reminiscenza di un personaggio di Alan Ford) insomma… cazzo ne so… un coso della chimica…»

Dunque: Pedro è arrivato alle undici, dopo dieci minuti è partita la pianificazione, Castel ha tirato fuori Il Coso Della Chimica verso l’una…
Sì, se ricordo bene, abbiamo riso fino alle tre.

Ci sarebbe anche Trullo, alias Murlo, Rullo, Urlo, Chiurlo e Moffo, l’uomo con più soprannomi al mondo.
Non ha le stimmate del guerriero, un anno e mezzo prima si è rotto tibia e perone giocando a calcio ed ancora adesso zoppica: non per necessità, solo per abitudine.
Degli altri non mi ricordo, tranne l’infame Rinti (abbreviazione di Rin Tin Tin, e non chiedetemi perchè si chiama così, non lo so): tenetelo a mente, tornerà nella storia.

“Il Mostro” parte terza:

Al mio segnale, scatenate l’inferno.

Era l’imbrunire di uno di quei giorni di cui potrete dire “Io c’ero”.
Siamo pronti: tra poco scatterà la trappola.
A parte i personaggi di spicco che vi ho già presentato, siamo metà di mille; il piano prevede la creazione di un campo base, nel senso che se arriviamo tutti nel bosco con le macchine, magari qualcuno con lo stereo che manda Funkytown a stecca, condito da qualche colpo di clacson, c’è il rischio che il Mostro mangi la foglia.
Quindi, campo base (leggesi “parcheggio”) distante dal luogo della trappola.

Primo intoppo: siamo a venti km da Alessandria ma tutti scendono come all’autogrill dopo averne fatti 500.
Uno si stira, l’altro ulula uno sbadiglio, un altro dichiara ad alta voce «Cazzo, fatemi pisciare che muoio…»
«Allora, banda di deficienti: siamo in aperta campagna ed i rumori si trasmettono a chilometri; va bene che siamo ad un paio di km dal posto, però…»

Secondo intoppo:
«UN PAIO DI CHILOMETRI? Per tanto così, potevamo lasciare le macchine in città…»
Stranamente, quest’inizio di ammutinamento non viene dal Cigno, l’uomo che non fa un passo neanche per salvarsi da un incendio; per forza: lui è l’unico, insieme alla coppietta-esca, che arriverà sul posto in macchina, dentro al bagagliaio.
Infatti inizia: «Mmm… coglioooni, camminate un po’, che vi fa bene…»

Ginko è un altro che piuttosto che fare un passo si farebbe amputare le gambe, però è anche del mestiere, quindi è pronto al sacrificio.
Bruno continua a sostenere che si doveva arrivare col paracadute, ma comprende le effettive difficoltà logistiche.

Prima cosa: taroccare la chiusura del bagagliaio dell’auto-esca, onde evitate che la truppa di primo intervento, cioè il Cigno, faccia la fine del topo. Faccio scattare la chiusura a bagagliaio aperto, così non si potrà richiudere, poi piazzo un cordino che servirà al Cigno per tenerlo chiuso.
Ora la truppa.
Perchè sia chiaro a tutti il livello di stupidità e di incoscienza, vi rinfresco la memoria: stiamo per tendere una trappola al Mostro, che potrebbe essere un buontempone come un vero maniaco; se funzionerà, il Mostro si prenderà un sacco di legnate.
E se il Mostro fosse armato?

Nessun problema, siamo armati anche noi.
Mini divagata: quello che oggi mi stupisce è il fatto che noi siamo partiti ridanciani e baldanzosi per una spedizione che nelle opzioni prevedeva la possibilità di sparare a qualcuno o di farsi sparare; questa cosa me la devo ricordare quando condanno senza riserve le varie minchiate ad opera di sbarbati di cui parlano i telegiornali, minchiate che, spesso, finiscono molto male.
Con ciò non intendo giustificare le varie teste calde, semplicemente mi devo ricordare che considerarli degli imbecilli viziati e rincoglioniti dai videogame equivale a pensare la stessa cosa di me, senza neppure l’attenuante dei videogame, visto che allora il massimo della tecnologia ludica era rappresentato dal flipper. Giuro, oggi mi sembra impossibile essere stato così stupido e fortunato.
Ma torniamo al periodo in cui il cervello era un optional.

Abbiamo un bagagliaio di pistole, gentilmente ed inconsapevolmente fornite dal padre di quel suonato di Pedro: ormai quelle armi conoscono la strada, andiamo sempre in quel posto a sparare ai barattoli, chissà che stavolta non si tratti di un bersaglio mobile…
Io prendo quella che ormai considero come mia, una Walter PPK, quella del primo James Bond: oggi sarebbe considerata un’arma da checche, in realtà è una 7.65 che fa un male della Madonna, a cui abbino un signor randello per un eventuale corpo a corpo; Pedro ha una cal. 9, Ginko e Bruno hanno una dotazione personale, Franco sceglie una 22. Gli altri hanno un assortimento di armi bianche come i contadini che andavano a stanare Frankenstein nel castello, mancano solo forconi e fiaccole.

«Ok, ci siamo. Trullo a guardia delle macchine, noi seguiamo la…»
«E perchè io devo stare qua?»
«Trullo, qualcuno ci deve stare… in più tu zoppichi…»
«Lo sai che lo faccio per abitudine, mi prendi sempre a calci in culo per farmi camminare dritto…»
«Va beh… ma non possiamo lasciare le macchine… anche gli indiani, nei film, lasciano sempre qualcuno a guardare i cavalli…»
«Non so la tua macchina: la mia non nitrisce e non scappa… e poi, comunque, io qui da solo non ci sto».

Posso capirlo, non è un cuor di leone e se ne accorgono uomini e bestie; svariati anni più tardi, felicemente sposato, si è presentato a casa con un meraviglioso cucciolo di pastore tedesco, di cui si è dovuto liberare un mese dopo: lo mordeva regolarmente…

«Ok, chi sta con Rullo? Nessuno? Va beh, vieni pure tu, ma stammi dietro». E per farlo contento gli diamo una baionetta turca lunga mezzo metro.
Facciamo partire la spedizione, l’auto-esca ci darà venti minuti di vantaggio così, quando arriverà, noi saremo piazzati.
Dopo pochi passi cambiamo assetto: metto Trullo alla retroguardia, lontano da tutti, visto che “mi stava dietro” alla lettera ed ogni volta che mi fermavo mi piantava la baionetta turca nella schiena…

Questo cambio di assetto tattico ed altre minchiate ci rallentano il passo, sull’auto-esca fremono e aspettano giusto il tempo di una sigaretta, così, appena partiti, la tempistica è già andata a puttane: il Rosso ci sorpassa, con il Cigno che sta mezzo fuori dal bagagliaio e ci regala un altro «Mmm… coglioooni…».
Quasi quasi spero che il Mostro sia già lì ad aspettarli e che li squarti prima del nostro arrivo. Comincio anche a pensare che solo io e Pedro siamo così stupidi da prendere sul serio la faccenda: Ginko è serio ma distaccato, più che altro ha un vago interesse professionale, poi ci sarebbe anche Bruno, ma a lui il fatto contingente non interessa: aspetta un momento simile dai tempi della Prima Comunione!

Piccolo intoppo: arrivati in zona, in vista della macchina, non possiamo stare tutti insieme, quindi occorre prodursi nella manovra di accerchiamento; accucciati a terra si decidono le ultime mosse sottovoce: «Due gruppi, si fa il giro largo e ci si ferma scalati, possibilmente a vista…»
«Giro largo quanto? No perchè… io ne ho le balle piene di camminare…»
Sto per spiegare quanto largo urlando, poi mi calmo ed illustro il giro.
«Largo così???»
«Nooo… passa in mezzo alla radura, magari dai due calci nelle gomme della macchina per vedere che la pressione sia a posto e poi ti piazzi come sei comodo, cretino». Così, per dare il buon esempio, mi becco il giro più largo.
Arrivo dopo dieci minuti, tutto sgarbellato dalle spine. Situazione: grosso modo, come punti cardinali, ci siamo io, Ginko, Pedro e Bruno, in modo che ogni due o tre scappati da casa ce ne sia uno normale; è stata una faticaccia ma ne è valsa la pena: siamo tutti piazzati e nessuno ha fatto il minimo rumore.

È tutto pronto, nessuno può avvicinarsi a venti metri dall’esca senza essere visto; mi metto un po’ più comodo: potrebbe essere una lunga notte, sono solo le undici.
Il silenzio è quasi totale, solo il suono appena percettibile dell’autoradio, come da programma.

Poi, nel silenzio, una voce.
Più che una voce, un cretino: «Oh… non si può cambiare musica?» seguito da un «Shhhh!!… che si sente tutto…»

Signore e signori… la nostra esca. Maestro, siglaaa!!!

Si sente un altro rumore: colpa mia, mi sono cadute le balle.
Mah, è presto, magari il Mostro non è ancora in giro… Non per altro: se era nel raggio di 500 metri, non si è perso una parola.
Passano dieci lunghissimi minuti.

Il Geometra ha sempre sostenuto che la tonalità metallica della voce del Cigno è dovuta ad un pezzo di ferro che ha in gola.
Però, in quel bosco, sembra una fanfara: «Oh, cambia ‘sta merda di musica!»
«Shhhhh! Stai zitto…»
«Eh, sì, stai zitto…» chiosa la nostra punta di diamante.

Restiamo lì ancora cinque minuti solo perchè siamo una banda di cretini.
Poi succede qualcosa:
«Oh, abbassa… in questo bagagliaio di merda ho gli altoparlanti a una spanna dalle orecchie…»
Ecco cosa succede: che incominciamo a renderci conto della banda di cretini che siamo.
Dopo dieci secondi io faccio il verso della tortora: «Gru… gruuu…»; qualcuno risponde facendo il grillo, si incomincia a vedere qualche sigaretta che si accende.

Alfiere, suona il corno: la caccia è finita

Ci ritroviamo tutti intorno alla macchina e lì si capisce che siamo una vera squadra unita: ovviamente ridendo, ma siamo tutti concordi nel dare del pirla al Cigno che, mezzo anchilosato, ci mette cinque minuti per uscire dal bagagliaio.
«Eh, sì, stateci voi a sentire tutta la sera Den Harrow e Baltimora…»
Lo capisco: lui ama solo “Hey signorina” di Giangilberto Monti, brano sconosciuto al resto del mondo.

Insomma, ci avviamo verso il campo base, dove dimostriamo di essere realmente una squadra unita: «Oh, questa non la raccontiamo a nessuno, eh?…»
Tutti d’accordo.
Rientriamo in città poco dopo mezzanotte: in Piazzetta sembra di essere al mercato, come al solito c’è il mondo.
Anche loro sono una squadra unita: tutti quanti iniziano a ridere e a dirci di tutto.

Ma… come?…
Rinti, quel Gano di Magonza, ci ha venduti!
Ha intervistato il Castel, che gli ha parlato del Coso Della Chimica, lui ha elaborato un veloce manifesto che ha appeso in bacheca da Baleta, a quei tempi più seguito della CNN.
Gente, ci hanno fatto un culo… mai preso tanti insulti tutti insieme.
Non potevamo neppure negare: eravamo vestiti come dei pazzi, tutti sporchi di terra e graffiati dagli arbusti.

A distanza di trent’anni sono solo felice che la cosa sia andata in cavalleria, che non sia successo niente; allora, però, non posso negare di aver provato un certo disappunto.
Ma è durato poco,  avevamo vent’anni.
Ci sarebbero stati altri Mostri da cacciare, nel corso di altre lunghe estati calde.

Dottordivago

ilpandadevemorire

Se mai, un giorno, vi venisse in mente di considerarmi una persona normale, mediamente dotata di cervello, ripensate a quanto sto per dirvi.

Il post precedente, “Servizio pubblico”, non c’entra niente col titolo, cosa di cui, magari, qualcuno si è anche accorto ma non ha detto niente, un po’ per rispetto, un po’ per compassione, un po’ perchè pensava ad un collegamento colto, sconosciuto e incomprensibile ai più.
In realtà ero partito per scrivere ciò che seguirà ma ho talmente divagato, a partire dalla prima parola, che ho parlato di tutt’altro, salvo, poi, dimenticarmi di correggere il titolo.
Di uno come me, al mio paese, si dice che “sta al mondo perchè c’è del posto”.
E non è che al mio paese siano tutte “aquile”, come vedremo…

Ok, diamo un senso al titolo e lasciatemi Santorizzare cinque minuti.
Qualche giorno fa un amico ha scattato e pubblicato questa e altre foto dei cosiddetti “interventi di ripristino del manto stradale”, lamentandosi della qualità del lavoro svolto:

28022

Io ho copiato la foto e mi sono occupato della didascalia che vedete, che ha scatenato due sollevamenti di scudi contrastanti: da una parte quelli che “tutti a spasso, devono morire” e quelli che non fanno “di tutte le erbe un fascio”, anzi, mi viene il sospetto che non facciano un cazzo in generale e che, probabilmente, siano colleghi, complici o fiancheggiatori dei lavativi di cui tratta la didascalia.
C’è da dire che, in questo caso, forse apprezzo più i lavativi che vogliono salvare le apparenze, che non la maggior parte degli scandalizzati, dai cui commenti si evince che a farli parlare è la rabbia per non essere riusciti ad entrare a loro volta tra i lavativi.

Un signore molto istituzionalizzato mi ha anche scritto in privato, chiedendomi se, gentilmente, avessi potuto rimuovere il post, visto che erano state nominate e insultate quasi tutte le municipalizzate della città,

aziende che in tutto ciò non hanno competenza, visto che i lavori vengono appaltati ad aziende private o cooperative.

Gentilmente il post è rimasto per due motivi: primo, perchè sono una testa di minchia; secondo, perchè dopo due giorni la cosa sarebbe stata dimenticata.
Ho detto “due motivi”? Facciamo tre: se i lavori malfatti vengono realizzati da aziende esterne, che cosa cazzo fanno tutto il giorno i lavativi del cui stipendio tutti quanti, in città, sembrano preoccuparsi?
Fanno cazzate, ovvio.

Guardate questa:

Photo-0094

Questa comporta il posizionamento di “segnaletica verticale”, quindi richiede la presenza di uno stupido istituzionale, non del primo stupido extracomunitario che passa. La buca c’è da un mese, ha un diametro di circa 80 cm e una profondità di 20, recentemente ridotta a 15 da qualcuno che ha pensato bene di camolare qualche autobloccante dal marciapiede per tamponare un minimo.

Ora, se qualcuno ha “rilevato la necessità d’intervento segnaletico”, un altro ha compilato un “ordine di servizio” -senza di cui un dipendente comunale che si rispetti non si sbottona manco la braghetta per pisciare, piuttosto se la fa addosso- se qualcun altro ha preso un mezzo comunale e ha caricato due cavalletti più un cartello, è mai possibile che, in tutto questo brain-storming, a nessuno sia venuto in mente che si faceva prima a caricare un secchio di ghiaia e uno di catrame, con cui risolvere il problema anzichè segnalarlo?
Mi è anche venuto il dubbio che si trattasse semplicemente di un intervento d’emergenza, solo che, dopo una settimana, mi sembra che l’eventuale emergenza sia molto meno pressante…

Ma la prossima è la più bella: se finora abbiamo parlato di lavativi o stupidi, sta per arrivare l’opera di un artista, dico davvero, roba da Biennale.
Questo è un attraversamento pedonale e quella che si vede è, ancora per poco, il condominio in cui abito:

Photo-0095

Proprio in corrispondenza dello scivolo per disabili del marciapiede, fino a quattro o cinque anni fa, in caso di pioggia si formava una pozzanghera profonda dieci cm. Dai e dai, finalmente qualcuno è intervenuto, con un dispiegamento di mezzi che, per un attimo, mi ha fatto pensare alla realizzazione del primo tratto della metropolitana di Alessandria.
Hanno smantellato una decina di metri di marciapiede, hanno riempito e rialzato, dopo di che hanno rimontato il marciapiede.

Photo-0096 - Copia
Ingrandiamo un pelino.
Prima dell’intervento, non risolutore, per carità, ma diciamo migliorativo, gli autobloccanti bianchi che ho bordato di rosso erano tra le frecce rosse, centrati con le strisce pedonali, che a loro volta sono centrate al taglio nello spartitraffico (che non si vede, è alle spalle), alle strisce dell’altra corsia e allo scivolo opposto. Poi l’artista ha seguito l’ispirazione del momento e ha voluto così rappresentare il concetto filosofico che “nella vita non ne va dritta una”: ha rimontato il modulo nero, indicato dalla freccia nera, a destra, anzichè a sinistra, al posto del modulo inclinato giallo, indicato dalla freccia gialla, così lo scivolo è venuto completamente sfalsato rispetto a tutto il resto dell’attraversamento.

E siccome l’arte è arte e deve stupire, se ci fate caso è riuscito anche a scentrare i blocchetti bianchi rispetto ai moduli inclinati gialli, così la macchia bianca decorativa è diventata una sottolineatura della stupidità e del menefreghismo profusi in questo intervento, una sorta di “apostrofo rosa” tra le parole

testa d’ cazzo

Si sarà sicuramente trattato di una ditta esterna: vuoi mica che un dipendente comunale, stipendiato per la manutenzione delle strade, passi qualche giorno in un luogo così malsano come la circonvallazione di Alessandria?
E un geometra del Comune, stipendiato per controllare i lavori, vuoi mica che sia passato a dare un’occhiata, prima di autorizzare il pagamento?

O forse è passato.
È passato, ha visto e ha chiamato l’impresario responsabile del misfatto. Ha tenuto a freno l’indignazione per i primi squilli del telefono e, quando il tipo ha risposto, lo ha gelato con un

Sono qui davanti a quel bel lavoro che avete fatto.
A proposito, hai presente il vialetto di casa mia…

Dottordivago

Quando avevo più tempo, davo il benvenuto ufficiale ai nuovi arrivati, per la precisione al secondo commento, non al primo, che si condona, visto che può essere un errore. Se uno insisteva, allora era considerato sufficientemente “de coccio” per meritarsi tutta la cerimonia.

Prometto di fare un paio di ricerche e di dare a Cesare quel che è di Cesare.

Intanto, l’altro giorno ho dato una ripulita al blogroll, eliminando i link a blog una volta meritevoli ma fermi da anni.
Facendo quei cinque minuti di segretariato, ho dovuto accedere alla bacheca che, per chi non lo sapesse, è la stanza dei bottoni del blog, luogo in cui, se uno ha voglia, può trovare più statistiche che su un giornale sportivo americano e più informazioni che su TripAdvisor.

A me il blog non rende una lira, anzi, qualche volta mi sarà anche costato come un figlio scemo, per aver trascurato cose più terrene in favore della prosa alata, quindi trovo le statistiche interessanti come il “possesso palla volto a creare la superiorità numerica” quando, alla Domenica Sportiva, vorrei vedere due gol e andare a dormire, prima di ricordarmi che non pago Sky per filantropia…
Solo che i commentatori “criptati” gridano come orsi, non li sopporto, il mio modello era Martellini, al massimo Pizzul. Però, prima che le luci che sparano sulla faccia della chirurgicamente sfigurata Paola Ferrari mi costringano, come gli incauti saldatori di un tempo, ad andare a letto con le fette di patata sugli occhi, abbasso il volume e mi guardo i gol su Sky.

Ferma la mula, Dottordivago, oggi non hai tempo per uscire dal seminato.

Insomma, mi è capitato il link di un lettore silente, o meglio, se silente non è, si firma in un altro modo, mentre a casa sua si firma Ben Apfel ed è il tenutario di FAREFUORILAMEDUSA, questa cosa qua:

farefuorilamedusa

Merita un giro.
È un romanzo a puntate, finora sono 42, che provvederò a copiare-incollare e stampare, per potermele leggere da cristiano. Come ho già scritto da lui, sono come uno con lo spruzzone che si ritrova in un cesso pubblico: ho disperatamente bisogno di carta.

Poi voglio segnalare anche il penultimo link entrato nel nostro blogroll: REMEMBER ALAMO!, uno zibaldone dell’amico MarcoVal. Meritevole l’immagine,

remember alamo!

almeno per chi, come me, è cresciuto a Tex Willer e John Wayne, invidiabile il motto:

Sui Principî, né la resa né la trattativa.

E secondo me gliel’ha suggerito l’altro Marco, quello che, parlando di princìpi, di soprannome fa “Elasticocomelaghisa”…

Naaa… scherzavo, è roba del Big Val.
Hai capito MarcoVal? A vederlo sembra un pirla, e invece…
Inteso come complimento, ovvio…

Dottordivago

Nel senso che non ho voglia di parlare di politica, che voglio cambiare argomento, non nel senso che “dopo Matteo, il diluvio”… 
Semplicemente vorrei, per una volta, finire il post lasciato in sospeso.

Insomma, a Renzi gli puzza l’alito al mattino, gli si forma il batuffolo di cotonina e peli nell’ombelico e va persino allo stadio due giorni prima delle consultazioni per il Governo, cosa che indignava il mio amico su FB, vedi post precedente.
Ho risposto all’amico berluscones (che andrebbe scritto senza “s”, in quanto singolare, solo che con la “s” si capisce meglio, fa più messicano, dà più l’idea dell’ignorante peones, che a sua volta andrebbe scritto senza “s”, in quanto singolare, solo che con la “s” si capisce meglio, dà più l’idea di…)

Aiuto.

Va be’, su FB gli ho risposto che, primo, nel tempo libero uno può fare gli stratacazzi suoi e, secondo, in Italia abbiamo visto un premier, quello che l’amico di FB vorrebbe ancora al governo,  impiegare il proprio tempo libero (sempre cazzi suoi, beninteso) in attività decisamente più invidiabili e deprecabili, d’altronde ognuno ha le sue passioni e se Renzi ama la Fiorentina, quella viola, l’altro se le faceva andar bene di tutte le razze e di tutti i colori.
Sia chiaro che questa  non una critica, più che altro è una constatazione, una risposta stupida ad una parimenti stupida affermazione: ho sempre detto che la vita privata di un politico, VIP generico o perdaballe qualunque, è sacrosanta.
Oddio, alcuni collaboratori del Berlusca lasciavano trapelare che nei giorni che seguivano le “cene eleganti" a base di Viagra, l’uomo era visibilmente provato e si addormentava a metà di una frase, come Abe “nonno” Simpson, il che già non è il massimo per un autista di Bartolini, figuriamoci per chi dovrebbe guidare un Paese. Resta il fatto che, comunque, con l’orologio che alla sua età fa tic tac in modo assordante e coi suoi soldi, probabilmente io avrei fatto di peggio.

Altri rinfacciano a Renzi di aver partecipato alla Ruota della Fortuna…
E allora? Berlusconi, da giovanissimo, cantava sulle navi, e poi guardalo…
Io, da sbarbato, facevo solo lo scemo, ero il più stupido di Alessandria e poi… 
Mmm… no, non devo mischiarmi con i politici, io non sono uno che cambia idea: ho tenuto la barra dritta, sempre saldo sulla stessa rotta.

Ora, che certe minchiate vengano utilizzate dai vecchi trinariciuti-grigliatori-di- salamelle alle Feste dell’Unità, che vedono l’Uomo Nuovo della Sinistra come il Babau, mi può anche andar bene; ma che lo facciano da destra quelli che non hanno mai avuto un avversario così politicamente “vicino” e disposto al dialogo, voglio dire… sta zitto, no?

Nota.
Quello che avete letto finora è stato scritto una settimana fa, dopo di che ho messo giù la testa e avanti, con gli occhi chiusi, contro il vento della vita…

Oggi sembra che sia passato un anno. Ci sono state le consultazioni, poi il Paese si è fermato per Sanremo, intanto si è formata la squadra di governo e abbiamo quasi archiviato le ovvie critiche, compreso il fuoco amico di Pippo Civati che, se non fosse così comunista-grigliatore-di-salamelle, mi sarebbe pure più simpatico di Renzi. Peccato che anche i migliori, se di formazione classica, quella della Casa del Popolo, non riescano a capire che in Italia non avranno mai, ripeto, mai i voti per vincere. E quando hanno vinto grazie al democristianissimo Prodi che li ha portati due volte al governo, ci hanno pensato loro a farlo cadere. Ma Pippo Pippo non lo sa?

Adesso siamo in piena alzata di scudi contro il conflitto d’interessi di un paio di nuovi ministri, roba che non ho neppure voglia di approfondire, non è nel mio stile. So che deve aver fatto qualcosa di “losco”, infatti tra mezzogiorno e l’una correvo sull’argine, quando mi si affianca un amico in macchina, bravo ragazzo anche se vota SEL, che vive in zona e rincasava per pranzo.
Mi fa: «Oh, il tuo amico ha già sbagliato tutto, eh?…»
Non so a cosa si riferisse ma ho immaginato che non si riferisse allo Ius soli
Ho risposto che io gli lascerei almeno il tempo di chiedere la prima fiducia e, magari, aspettare che faccia qualcosa, qualsiasi cosa, oltre a parlare per ore dopo il primo “signori miei”… E tutto questo con l’innegabile vantaggio di tutti i nuovi governi italiani da vent’anni a questa parte, cioè l’assoluta impossibilità di fare peggio del precedente.

Di sicuro, per ora, si è dimostrato ingrato nei confronti di tutti quelli che sono saliti in corsa sul suo carro ma ricordiamoci che ci sono ancora da decidere decine di posti da sottosegretario o altro, poi qualche commissione… insomma, il “Nuovo” che, se non “avanza”, almeno rinviene, come i peperoni.
Il Berlusca è un uomo migliore, un delinquente ma migliore in quanto a gratitudine e, anche se tutto questo ci porterà alla classica minchiata di chiusura del post, devo riconoscere che lo penso veramente. 
Non ha avuto paura delle critiche per essersi macchiato della recente nomina di due senatori come Razzi e Scilipoti: non scherzo, gliel’aveva promesso e l’ha fatto, esponendosi consapevolmente a una figura di merda e offrendo il fianco ad ogni tipo di giustissimo e sacrosanto attacco. Ha fatto una porcata al Paese ma qui sto parlando dell’Uomo-Berlusconi e una parola è una parola, vero Matteo “Nongovernosenzavoti” Renzi?

E prima ancora si è macchiato della nomina di ministri come Brambilla e Carfagna, a cui credo dovesse qualcosa…
Sì, qui non sono più serio. 
Dal punto di vista umano ho molto apprezzato anche la storia della Minetti: se alla poveretta non avesse trovato uno sbocco in politica, dopo il gavage di pompini a cui si è sottoposta, l’avrebbero sacrificata per farci il foie gras.

Dottordivago
P.S. Portate pazienza, se non chiudo così il Camagna non sa come commentare e io ci tengo.

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