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…come i vecchietti che vivono soli e che, ad una certa ora, fanno uno squillo al parente più vicino per confermare che va tutto bene.
Un’altra “campanella della roggia”, solo più breve.

Qui rispondo alla lamentela del Camagna: in un’annata magra come questa non è facile beccarmi con un cliente ma lui ce l’ha fatta.
Per quanto riguarda la mia assenza, assolutamente giustificata, la ragione è che sto facendo centinaia di lavoretti in una casa in cui non vogliono proprio entrare tutti gli scatoloni che mi sono portato dietro. Mi viene un dubbio: non è che i traslocatori hanno approfittato del trambusto per svuotare un altro paio di appartamenti e usare casa mia come magazzino temporaneo?

Per contro, tutti i giorni devo comperare qualcosa che mi manca, anzi, mi manca tutto: sembra che, più che traslocare, io sia scappato dalla finestra o che in questi ultimi ventidue anni abbia abitato in un prato.

Inoltre, come una specie di depressione post-parto, sale il sospetto di aver comperato una casa che mi sta sul culo…

Buon Ferragosto agli spensierati, un ringraziamento a chi si ricorda di lasciare un saluto su queste pagine per ora quasi abbandonate e un grato, commosso ricordo al “Mio Capitano”.

Dottordivago

Ritengo il moonwalking il massimo dell’apparire senza essere, infatti consiste nel dare l’illusione di camminare in avanti, pur andando indietro.
Da quando ho smesso di fumare, non tossico più e non ho più mal di testa, da quando ho smesso di interessarmi di politica, non ne parlo più; quindi, nella precedente definizione, non dovete vedere un riferimento al grande sbattimento istituzionale relativo alle riforme promesse da Renzi.

Il moonwalking, al di fuori del palco o della pista da ballo, applicato alla vita di tutti i giorni, non è l’inutilità, è peggio: è essere cornuti e mazziati, è il danno e la beffa.
Da qualche giorno su Feisbuk gira l’aforisma di non ricordo chi, forse un premio Nobel, che, più o meno, dice:

C’è da domandarsi dove va una società in cui ci si reca in auto in palestra per pedalare su una cyclette.

Va be’, che camminare sul tapis roulant o pedalare sulla cyclette siano il simbolo dello sbattersi inutilmente, io lo dico da una vita ma questo è un premio Nobel, quindi è giusto che venga condiviso dai poveri di spirito.

E a tal proposito, ocio alla divaghetta, la divagata-doppietta.
Primo, un ricordo a Giorgio Faletti, di cui tutti hanno ricordato tutto ma non l’idea di personaggio più brillante tra quelli partoriti, purtroppo non capito dai più: il Cabarettista Mascherato, “colui che ruba le battute ai ricchi per donarle ai poveri di spirito”. Grande Giorgio.
Secondo, a proposito della stupidità del concetto stesso di ginnastica e palestra, oltre a citare G. B. Shaw («L’attività fisica è inutile: se stai bene, non ti serve, se stai male, te la proibiscono») citerò Fabrizio Battista, mio “commesso di lusso” ai tempi dell’armeria.
È nato commerciante in una famiglia di commercianti e a me serviva dietro al banco, così, facendo leva sulla passione per caccia e pesca, l’ho convinto a chiudere un suo negozio di intimo e a trasferirsi da me, sperando di convincerlo a diventare socio. Ma era così furbo che già dopo poco tempo ha dichiarato che non voleva saperne, perchè ha capito prima di me quanto stronzi fossero gli altri tre soci della s.r.l. , salvo beccarsi (giustamente) i nostri clienti  quando i tre stronzi hanno mandato tutto a puttane e lui ha aperto un suo negozio.

Dunque, Fabrizio era un po’ sovrappeso e, con poca convinzione, se ne lamentava in previsione dell’estate.
«Fai come me –dico io- all’ora di pranzo vai in palestra… o a correre…»
Fabrizio la sa troppo lunga, per fare una minchiata del genere. Così si è messo d’accordo con Livio, un nostro cliente che consegnava a domicilio gli elettrodomestici per Trony. In pausa pranzo lo aiutava un paio d’ore, su per le scale dei condomini, con frigo e lavatrici sulle spalle, poi si faceva una doccia e tornava in negozio.
E guadagnava 20 euro al giorno invece di spenderne 50 o più al mese, oltre a beccarsi qualche mancia da gente che lui avrebbe potuto tranquillamente comperare.

Tornando al moonwalking, non c’è come rifare una casa dopo 22 anni dalla precedente, per capire quanto ci ha portato indietro tutto questo sviluppo, questa innovazione, questa “creatività tutta italiana”.
Parlo dell’arredamento.
Anzi, parlerò dell’arredamento.
Continua

Dottordivago

Vale più il titolo del post, sicuro.
La campanella della roggia è questa:

campanella

L’acqua fa girare la ruota a pale, sull’albero della ruota c’è una camma (praticamente un’altra paletta, più piccola) che ad ogni giro dell’albero aziona il campanello appeso al parapetto.
Chiunque avesse necessità dell’energia ricavata dal passaggio dell’acqua, aveva molto a cuore il buon funzionamento della ruota, che poteva in qualsiasi momento essere bloccata da un ramo o un detrito; il ritmico e continuo “din – din” della campanella stava a significare che tutto andava bene, l’acqua scorreva e la ruota girava.
Una cosa tipo il “ping” della pulsazione cardiaca dei pazienti in rianimazione.

Ecco, io starei pure bene, quindi faccio suonare la campanella per farvelo sapere. La ragione per cui sono praticamente sparito è sempre la stessa, cioè, le stesse: il lavoro, anche se marginalmente, poi gli ultimi lavori di ristrutturazione della nuova casa che si sovrappongono ai preparativi del trasloco. Ci sarebbe pure mammà ferma ai box ma lì non servo, se non per dire quattro cagate alla sera, prima di correre a casa a cucinare per me e Bimbi.

Un po’ una cosa, un po’ un’altra, alla fine non riesco a scrivere.
E mi incazzo, anche perchè nel corso della giornata mi vengono in mente un sacco di buone idee, o anche solo di stronzate meritevoli, che poco dopo evaporano, ‘ngulallòro e alla capa mia…

Ve ne dico una veloce, prima di dimenticarla.
Parlo con un cliente che mi domanda se ho figli. La risposta è la solita, collaudata: «No, ho sempre avuto paura di ritrovarmi in casa un’altra testa di cazzo come me… No, scherzo, non mi sono mai piaciuti i bambini.»
Il tipo è un meridionale tra i 60 e 70 anni che ha generato quasi una squadra di calcio e la cosa gli suona male:
«Eh ma… il primo istinto di un uomo … è avere dei figli!»
Normalmente è un argomento che mi tocca affrontare con le donne, alle quali faccio notare che la spinta alla riproduzione è la cosa più animale del creato e che persino miliardi di miliardi di polipi del corallo, una volta all’anno, non si sa come, emettono uova e sperma contemporaneamente e si riproducono.

Ma questo è un uomo, stranamente tignoso sull’argomento, non riesco a parlare di finestre. Così gli dico ancora che non mi sento un pirla per la mia scelta e che lui non deve credersi un genio perchè si è riprodotto, visto che la riproduzione è la cosa più semplice del mondo.
E questo fa la faccia di quello che non ci crede tanto. Gli parlo dei coralli? No, meglio qualcosa di più “pulp”…
«Persino i pesci si riproducono, e lo fanno col sistema più idiota in assoluto, cioè quello di nuotare sopra le uova deposte ed eiaculare in corrente, il che corrisponde ad un uomo che, circondato da donne fertili con le gambe aperte, si faccia una pippa in un ventilatore. Ecco, quella è la riproduzione. La differenza, per l’uomo, è l’educazione dei figli».
Non so se ha capito il concetto ma ha realizzato che ero pronto a dirne anche di peggio, così, finalmente, siamo tornati a parlare di finestre.

Ci sentiamo al prossimo “din”.

Dottordivago

Io sono nato in una bella città e tu vivi in una città di merda… Cazzarola, quante cose cambiano in cinq… quarant’anni!
Va be’, ad agosto faccio una scappata a casa, vedi di far dare una ripulita!

A parte punteggiatura e maiuscole fornite dal sottoscritto, è quanto sostiene il Camagna, oriundo alessandrino in Veneto, in un commento al post precedente, in cui io mi dichiaro schifato dalla mia città, al punto di traslocare in campagna.

Io, Uomo del Centro ma così del Centro, che Casini mi fa una pippa.

Considerate che ho visto la luce in Largo Vicenza, luogo sconosciuto ai più, non avente corpo proprio ma costituito dalla confluenza di cinque vie, a tre traverse da Piazzetta della Lega.
”La Piazzetta”, per secoli ombelico della città, una sorta di Piccadilly in salsa mandrogna, oggi ridotta a triste e granitico parco giochi per mamme e bimbi, con marmoree panchine in puro stile “arte funeraria”, così frequentata forse perchè è rimasta l’unico fazzoletto di città in cui viene rispettata l’isola pedonale. A parte Polizia e Carabinieri che, anche di sabato e domenica, la percorrono in auto, allungandosi in Corso Roma, impestando l’aria, impiegandoci mezzora per 500 metri, fulminando una frizione a giro e rompendo il cazzo a tutti, of course.

La Piazzetta è diventata anche un ambitissimo cagatoio per cani e una specie di Gardaland per le troiate degli amministratori locale i quali, negli ultimi 25 anni, se devono fare una minchiata, prima la provano in Piazzetta e non al Villaggio Shanghai, quartiere basso, molto basso-popolare, dove schifezza più o meno…
No, in Piazzetta, le fanno, un po’ come uno che ha macchiato la giacca e, dovendo provare uno smacchiatore, anzichè su un orlo interno, lo testa sul bavero.
O come uno che usa la punta dell’uccello per sentire se l’acqua è bollente.

Nel 1969 abbiamo traslocato in Via Alessandro III, che nasce in Piazzetta ed è una delle cinque vie che si incontrano in Largo Vicenza: uno spostamento di cento metri scarsi, ovviamente verso la Piazzetta.

1982, trasloco in Via Milano, altra via che nasce in Piazzetta, altro spostamento minimo, sempre in posizione baricentrica.

1992: matrimonio e spostamento in Spalto Borgoglio, lato centro, quasi un esilio ai confini dell’Impero, a quattro traverse da Corso Roma.
Per i foresti: non “Via Spalto Borgoglio”, semplicemente “Spalto Borgoglio”. Non è una strada dedicata a uno che si chiamava così (anche se io, per anni, ho chiamato “Spalto” il figlio dell’ex sindaco Borgoglio…): si tratta di uno degli antichi spalti, le mura che cingevano la città medievale.

Ed ora si va in campagna, a 9 km dalla mia casa attuale, praticamente un balzo nell’iperspazio, per sfuggire all’attrazione fatale di un buco nero. Anzi, di un pozzo nero, quello che la mia città è diventata.

Fino agli anni 80 ero orgoglioso della mia città.
Era bella, la mia città.

Importantissimo nodo stradale e ferroviario, situata in posizione baricentrica nel Triangolo industriale, equidistante da Torino, Milano e Genova.

Un posto vicino a tutto, che viveva di transito, per cui nessuno ha pensato di realizzarci un cazzo…
No, non è vero, solo oggi è così: Alessandria è stata una città in cui, per culo, per caso o per merito, qualcosa è successo.

A cominciare dall’inizio: nata per contrastare la calata dell’esercito del Barbarossa, è stata l’unica sconfitta dello svevo invasore, l’unica città che non si è lasciata conquistare. Ve ne ho già parlato una volta e già allora ho rimarcato il fatto che Federico il Barbarossa è stato uno dei sovrani più illuminati del Medio Evo, il suo mecenatismo ha portato arte e cultura ovunque, quindi ci sarebbe convenuto lasciarci conquistare. Ma tant’è…

Nel 1821, sui tetti della Cittadella, Santorre di Santarosa fece sventolare per la prima volta il tricolore italiano, tanto per dirne una; noi oggi rispondiamo con l’essere il primo capoluogo di provincia dichiarato fallito.
E qui balle non ce ne sono, bisogna proprio metterci dell’impegno: Catanzaro ha circa gli stessi abitanti, un debito superiore di nove o dieci volte e un decimo delle potenzialità produttive. Però siamo falliti noi. Mah…

Nel dopoguerra Alessandria ha avuto la prima “circonvallazione” cittadina moderna, una strada a tre corsie per senso di marcia, divisa da un bel viale di tigli. Era amata dai camionisti di allora, essendo l’unica città che potevano attraversare in relax, senza lottare ogni metro con i freni e lo sterzo di cemento dei loro Leoncino, Orsetto, Lupetto o di qualche Chevrolet lasciato dagli Americani.
Da una quindicina di anni, in alcuni punti, hanno pensato bene di restringerla di una corsia, per realizzare la pista ciclabile più inutilizzata del mondo; in compenso, il primo che molla un secondo la macchina in doppia fila, ha sulla coscienza un ingorgo da catastrofismo cinematografico, tipo newyorkesi in fuga dagli alieni o da un super-vulcano.

Per anni la mia città è stata la città italiana col maggior rapporto verde pubblico/popolazione: giardini bellissimi, pieni di bambini che giocavano, con un laghetto idilliaco, popolato da enormi cavedani e carassi a cui lanciare le briciole della merenda, se non arrivavano prima i cigni, grossi come struzzi.
Uno splendido biglietto da visita per chi usciva dalla stazione.
È il caso che vi dica che oggi è tutto un merdaio, pieno di tossici ed extracomunitari, rigorosamente quelli che sono venuti in Italia per fare di tutto, tranne che per lavorare?

Vista oggi sembra impossibile ma in Alessandria si produceva anche e non come oggi, con Michelin e Solvay: parlo di roba nostra.
Di aziende come Borsalino ne sono esistite poche, per fama e diffusione capillare nel mondo, l’unico marchio di moda che ha così caratterizzato un’epoca, al punto di vedere il proprio nome usato per il titolo di un film.
La Paglieri, poi, ha profumato milioni di culetti col suo Felce Azzurra e derattizzato ascelle con la linea Cleo, mentre Guala detiene non so quanti brevetti mondiali per i tappi da liquore (quelli che consentono solo l’uscita del liquido); purtroppo sono realtà nate decenni fa anche se entrambi,  delocalizzazioni a parte, qualcosa alla città ancora danno.

Alessandria aveva negozi straordinariamente belli, in cui venivano torinesi e genovesi a vestirsi come Dio comanda; e non deve sembrare strano: gli alessandrini sono sempre stati una banda di caga-amaretti molto eleganti, almeno finchè è esistita un’identità alessandrina.
Ricordo quando da ventenni andavamo a Genova, passavamo il tempo a darci di gomito e segnando a dito donne con le calze smagliate o passanti con maglie vistosamente rammendate o medagliate…
Oggi il look cittadino è quello da Grande Fratello per i giovani e una sorta di triste fusion tarro/balcanico per quelli un po’ più vecchi.

A proposito di tarri…
Una cosa che ha sempre fatto impazzire il mio amico Mario di Pavia, l’essenza stessa del Turbotarro, un tempo drogato da tutto ciò che avesse un motore, era il fatto che negli anni 90 Alessandria avesse una scuderia di Formula 1, la Forti, che Termignoni realizzasse le più belle marmitte per moto da competizione e che l’unica donna ad aver preso punti in Formula 1 fosse la mandrogna Lella Lombardi. Della pochezza motoristica di Pavia, città che vale dieci volte la mia, Mario non si dava pace.

E non dimentichiamoci che a Borgoratto, alle porte di Alessandria, fino a pochi anni fa esisteva l’unica (credo…) panetteria al mondo che sfornasse pagnotte a forma di cazzo, dai 10 ai 50 cm, con tanto di vetrina dedicata. È un po’ che non ci passo, la realizzazione della circonvallazione del paese deve essere stato un brutto colpo: prima si fermavano tutti, soprattutto i forestieri di passaggio che uscivano al casello AL Sud, in direzione Acqui Terme e tiravano certe inchiodate… Si fermavano per un paio di foto e poi… vuoi non assaggiarlo? E la furba e simpaticissima signora panettiera non faceva mai mancare una battuta in tema: grande personaggio!

Poi?
Gianni Rivera e Umberto Eco, una volta, un attore di fiction di cui non ricordo mai il nome, oggi. Se solo mi impegnassi un po’ di più, potrei entrare pure io nella Hall of Fame cittadina, il che è tutto dire.

Insomma, non sopporto più la mia città.
Uno dei miei problemi è che mi piace camminare, quindi ad ogni passo mi becco una schifezza diversa, non ne perdo una, a differenza di chi non si allontana più di venti metri dall’auto. Questi rimangono come gli aviatori che seminano la morte a bordo dei loro aerei luccicanti, senza prendersi gli schizzi di sangue e ignorando l’odore della carneficina.
Io no. Io sono in trincea, devo stare attento a dove metto i piedi, ignoro i colori delle case o le vetrine dei negozi: se ti distrai un attimo, bene che vada, becchi uno stronzo di cane, se va male ti scavigli in una buca.

E la puzza… Roba da non poter aprire le finestre, pazzesco.
No, basta, per il resto vi rimando ad un vecchio post, mi sono stufato.

Vi sorgerà spontanea una domanda: «Perchè non te ne vai?»
Ancora non molto tempo fa avrei potuto ma non ero ancora abbastanza nauseato e la pigrizia di trasportare un’attività come la mia, che prevede uomini e mezzi, ha avuto la meglio; adesso, che ne ho coglioni, scroto e basso ventre pieni, non mi posso muovere.
Cioè, potrei, se solo volessi vincere a mani basse il riconoscimento di “Ommimmerd’ dell’Anno”.
Nel giro di un paio d’anni mi sono arrivate un tot di generiche sfighe parentali, io e la mia adorata Bimbi ci ritroviamo con alcuni vecchietti che “vanno via storti”, come fagiani con un pallino in un’ala. Per il momento la nostra vita non è molto cambiata, a parte qualche vacanza in meno, anche perchè io sono un pessimo infermiere, quindi non mi ci metto proprio e lascio le incombenze a chi è pagato per fare il lavoro sporco, mi limito al sostegno psicologico e alla logistica.
Però ci devo essere, non posso andarmene.

Così abbiamo pensato di trasferirci dove iniziano le colline.
Dovrò muovermi in macchina, cinque minuti di rettilineo, niente di che, col vantaggio che diventerò uno dei tanti automobilisti che ignorano il 90% degli smerdi di questa città.
E poi, quello dove andiamo a stare, è un posto carino.
Ve ne parlerò.

Dottordivago

icona panda

E a proposito del cervello in vacanza dell’ultima riga, aggiungerei una cosina successa questa mattina (va be’, ormai è “ieri”, visto che sono andato lungo…), ma prima “posto” (parola urenda…) quattro righe scritte ieri (l’altro ieri, nds), che dovevano essere parte del “continua”:

Poi, tra le ragioni che mi tengono lontano da queste pagine, c’è internet.
Cioè, non c’è internet.
Nell’ultimo mini post di un mese e mezzo fa vi accennavo la situazione di merda in cui mi trovavo con la connessione internet; se Dio vuole, nel frattempo è peggiorata, al punto che mi ritrovo impossibilitato nel fare un sacco di cose, così ho smesso di bestemmiare (tranquilli, solo per riprendere fiato…) e scrivo su una pagina Word, poi, appena ci sarà un barlume di connessione, copierò tutto su Windows Live Writer e starò a guardare il tempo che ci metterà nel pubblicare il tutto, considerando che già per queste poche righe ci vorrà lo stesso tempo normalmente necessario per scaricare “Avatar” in surround, Super HD, 3D e DDT.

Siccome ho un accordo con il padrone dei muri del mio negozio, che mi consente di usare il suo wifi, in ufficio non ho mai avuto una mia connessione internet.
Ma il mio “amico-padrone” non è un benefattore, è un maledetto braccino, in modo odioso, patologico; generoso, come in questo caso, solo se il gesto non gli costa un centesimo.
Con me, poi, si è già pagato internet per i prossimi dieci anni, a causa di un “errato calcolo” che, dal 2009 al 2012, mi ha fatto cacciare circa 2500 € che non gli ho mai chiesto indietro per due motivi: primo, per non averlo sulla coscienza, perchè ci rimarrebbe secco, sicuro, secondo perchè, sempre se non gli costa niente, mi lascia usare una parte di magazzino, il muletto ecc ecc, così una mano lava l’altra, anche se quella dell’amico braccino è attaccata alla spalla, come i focomelici “Figli della Talidomide” degli anni 60.

L’ommimmerd’ continua a cambiare operatore, sempre alla ricerca di uno che gli faccia spendere un euro in meno, così quella che ai tempi del nostro gentlemen’s agreement era un’ADSL da Star Trek, oggi è una cosa molto più molle sulle gambe. In più, da quando sono iniziati i problemi grossi, roba da arrivare a casa con lo stomaco chiuso in una morsa di nervoso, il bastardo (che leggerà per primo ‘sta cosa perchè gli mando il link…) mi ha sempre detto che ha parlato con Telecom e gli hanno spiegato che con i lavori per il nuovo ponte ecc ecc…

Faccia di merda…

Non è vero niente!
L’ho scoperto ieri e mò vi racconto la rava e la fava.

Succede che cambio casa.
Non sopporto più Alessandria con le sue puzze, le strade rotte e sporche, il degrado…

♫ la noia, l’abbandono, il niente
♫ son la tua malattia, paese mio
♫ ti lascio e vado via.
♫ Che sarà che sarà che sarààààà ♫…

Oddio, non è che espatrio, mi sposto di 9 km dalla casa attuale, che diventano 8 km dal negozio
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visto che adesso abito in centro e devo passare il ponte, mentre fra un mesetto arrivo da fuori e mi fermo prima del fiume, così mi risparmio lo schifo che provo nel vedere la mia città. E per conferma chiedere al Camagna, emigrato in Veneto da venti e passa anni il quale, quando torna, non può credere a ciò che vede.

Cosa c’entra con internet? Calma, l’ho presa larga ma arrivo.
Dunque, mi trasferisco in un bel posto, in campagna, con l’unica controindicazione (per adesso…) che si tratta del buco del culo del Villaggio Globale, nel senso che i cellulari –di tutti gli operatori- prendono una tacca in giardino e mezza in casa, mentre internet arriva da una vecchia cabina Telecom che non ha più uscite disponibili, quindi per i nuovi arrivati nel villaggio c’è una lista d’attesa che non finisce più, praticamente devi aspettare che muoia qualcuno. Così ho detto al vecchio proprietario di farmi subentrare al suo contratto Fastweb, che mi fa cagare, ma almeno un paio di mega ce li ho garantiti, sennò ciccia.
Satellite? Qualcuno ci ha provato: troppe piante, arriva male, così mi dicono e altro non so, so solo che pago Fastweb da sei mesi e non ho ancora la cucina…

Attualmente a casa ho Tiscali, a cui dovrei dare disdetta, alla modica cifra di un centinaio di euri scarsi, solo per dirsi ciao, bastardi…
Poi arrivano i problemi di connessione in negozio e da lì la pensata di portarci  Tiscali, almeno ho un operatore certo a cui rompere il cazzo, visto che quel pirla che mi sta leggendo cambia più operatori che mutande, braccino di merda…
E poi, oltre a risparmiare il furto/disdetta, 20 euro al mese sono una minchiata.

Problema: nel mio negozio non c’è un impianto, quindi prima deve intervenire Telecom, unico Signore e Padrone dei Cavi, gli altri sono venditori di aria, mega e giga ma non possiedono un metro di doppino.
Ieri mattina arriva l’incaricato, non in ritardo come al solito ma addirittura in anticipo di un’ora. Casualmente lo conosco, gli ho venduto una tenda da sole l’anno scorso, e mi prende una fitta alle reni: l’ho sempre considerato un imbecille, si vede proprio, ce l’ha scritto in faccia e garantisco che lo è.
«Spiegami una cosa: quando cazzo sistemate i cavi che avete tolto per i lavori del ponte?»
Mi guarda come se gli avessi fatto:
«Urca la pizza?» «Eh?…» «SUCA!»
«Ma… che io sappia… non abbiamo tolto niente, cosa stai dicendo?»

Ocio…

Vado dal bastardo che mi sta leggendo: «Senti un po’… Cos’è ‘sta storia dei cavi, dei lavori, del ponte, dei cazzi e mazzi…? Eh?…»
Così scopro che tu, braccino di merda che stai leggendo, per non cambiare un router di merda da 30 euro, che quello vecchio batte i coperchi, mi stai mandando a casa con la bava alla bocca da due mesi.
E dovevate vederlo, il cretino, come se la rideva quando mi sono usciti gli occhi dalle orbite! Me la pagherai, non so ancora come ma me la pagherai.

A cominciare dal fatto che potrei investire i famosi 30 € per comperare un nuovo router, dando così soddisfazione al porco dal corto braccio.
Ma ho detto “potrei”…
Invece, come suggerito dall’uomo Telecom, chiamo immediatamente il Cigno che, alla velocità della luce, si presenta con un fiammante Internet Pack wifi
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che ha posto un filtro rosa tra me e il mondo.
Welcome back, internet! Hello world! ‘Ntuculu, braccino!
Ok, costa di più del router e mi serve solo per un mese, ma negare la password a te, braccino, non ha prezzo.
E la cosa bella è che Little Arm mi aveva anche prestato una sua chiavetta, che avrà trovato nelle patatine, probabilmente una sottomarca del Lidl…; chiavetta che, sommata alla mia totale ignoranza per l’aspetto hardware, mi aveva convinto dell’inutilità del prodotto, tanto lenta e ballerina era la connessione.

Va be’, questa l’abbiamo aggiustata e il mondo mi sorride di nuovo. Bastardo.
Insisto, visto che stai leggendo, insisto…

Seconda parte: EINSTEIN e VON BRAUN

Von Braun è il tecnico Telecom.
Assiste divertito a tutti gli insulti con cui ricopro Little Arm, poi prende il caffè, poi si perde in chiacchiere… «Cosa dici, diamo un’occhiata al mio cavo?…»
Con l’aria di quello che:

Padre mio, se devo bere quest’amaro calice, fa’ ch’io lo beva

si avvia, gli tocca.
Si tratta di fare una giunta ad un vecchio cavo in disuso, prolungarlo di una decina di metri e farlo scendere dalla controsoffittatura fino dentro il negozio; rifinire il tutto con una presa e servire.
Considerato che tocca anche prendere una scala, CHE LUI NON HA PORTATO, chiama i rinforzi, che arrivano in mezzora, nelle vesti di Einstein, con la seconda Panda, quella nascosta dai cassonetti:

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Ovviamente, nella mezzora di attesa Von Braun non ha neppure scaricato i ferri.
In compenso Einstein è peggio.
Si vede che il lavoro manuale non lo tocca, lui vive di teoria e punti di appoggio.
Non per sollevare il mondo, come diceva Archimede, ma per reggersi in piedi: in due ore, giuro, non l’ho visto in posizione eretta per un secondo solo sulle sue gambe. In quanto teorico della coppia, sa benissimo che tre punti di appoggio sono la struttura più stabile dell’Universo Tridimensionale come noi lo conosciamo.
E si adegua.
Va bene tutto: lo stipite di una porta, il muro, un espositore…
Se l’unica struttura a cui appoggiarsi fosse uno stronzo alto due metri di Esageratosauro… “è uno sporco lavoro ma qualcuno…” e ci si appoggerebbe.

Per giuntare il doppino, che si chiama così perchè sono DUE fili, e farlo correre su una sporgenza del soffitto, senza fissarlo, ci vuole un’ora e mezza.
Poi davanti ai due scienziati si innalza la famosa montagna

così alta che la sua ombra proietta la notte sulla Terra

Bisogna fare un buco di 5 mm nella controsoffittatura, per cui basta un cacciavite, visto che il materiale è stato scelto da Little Arm, poi forare sempre da 5 mm il cappello dell’espositore (freccia verde), il piano inferiore (freccia gialla), passare il filo (freccia rossa) e poi fissare la presa (freccia azzurra).
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Inizia la discussione per individuare una strategia.
Nel frattempo io, con una mano, perchè con l’altra tengo premuta la vena che mi sta schioppando sulla fronte, posiziono una scaletta, faccio i tre fori e inizio a passare il filo, operazione per cui mi servono tutte e due le mani.
Infatti se ne accorgono: «Cosa fa?»
«O faccio così o vi sbatto fuori. Vergognatevi.»
«Va be’ ma… lei è in casa sua, noi dobbiamo guardare cosa facciamo…» dice Einstein, che si sente fregato sul filo di lana perchè stava per decidere cosa fare.
Veramente hanno guardato cosa ho fatto io, comunque…

Einstein è appoggiato, non può muoversi, così Von Braun si avvicina con la presa in mano. Guarda il muro, guarda la presa, guarda me, poi Einstein: «Qui c’è un problema… attacchiamola con la colla a caldo…»
«EHH? Scusa, qual è il problema?»
«Le viti… questo è legno»
«E da quando mettere due vitine nel legno è un problema?»
«Eh… nella confezione ci sono solo viti da muro, quelle per il tassello…»
«Ma che cazzo dici? Il finto pilastro di legno è vuoto e spesso 22 cm, ci stanno tutte le viti che vuoi!»
«Sì… ma io ho solo il cacciavite e le viti lunghe… sai…»

ARRGGHHH!!!
Prendo un avvitatore con due vitine da 20 millimetri e gliele passo.
Fissa la scatola, mi ridà l’avvitatore, fa il collegamento poi deve fissare il coperchio con le due vitine da 15 mm in dotazione.
«Scusa, visto che sono a croce come le altre, mi ridaresti l’avvitatore?»
«SUL CIUFFO?…»
«No, dai… visto che c’è la comodità…»

Poi il mondo acquisisce una nuova massima da scolpire nella roccia:

Eh, certo che con l’attrezzatura giusta… è tutta un’altra cosa…

Se ne vanno a mezzogiorno, Von Braun è arrivato alle 9.30, sono giusto in orario per andare a pranzo “da Gina”: primo, secondo, contorno, acqua, caffè, 15 €, per due, cioè 30 €, più vino e ammazzacaffè.
Soldi nostri.

Continua.
Dottordivago

Mai visto un Dottordivago?
Oh, uno non può stare un mese e mezzo senza scrivere una riga, che subito ti danno per spacciato…
Va be’, facimm’ e persone serie: come va? Tutto bene?
Io vado abbastanza male, grazie.
Sono incasinato col lavoro, nel senso brutto: per la prima volta in carriera non c’è tutto ‘sto di più, non c’è niente da buttare via, niente grasso che cola.
Sarebbe una situazione abbastanza comune, se non fosse che noi serramentisti viviamo in una riserva protetta, o che credevo tale, costituita dalla detrazione fiscale del 65% (sessantacinquepercento!); capite che se non c’è da affannarsi in un regime di simili agevolazioni, chissà se mai dovessero finire…
Ma sì, dai, ci mangeremo un po’ di fieno in cascina, se lo troviamo.

Però, ringraziando la Madonna, se non si lavora molto, almeno si lavora male.
Quante volte mi avete sentito dire “Dio maledica il ‘68”?
E vogliamo parlare dell’articolo 18?
Sono due numeri che, messi insieme, il demoniaco 666 gli fa una vibrante pippa.

Prendete un popolo di quarantenni o meno, allevati (educati è un’altra cosa…) in regime di “vietato vietare”, scolarizzati (istruiti è un’altra cosa) da insegnanti spesso incapaci e sempre impotenti, blindati sul lavoro da anni di sindacalizzazione selvaggia, e vi ritroverete con gente che non sa fare niente, non ha voglia di fare niente e non gliene frega un cazzo di niente.
E che ha sempre uno smartphone in mano.
Così, se prima avevano un quarto d’ora di lucidità nell’arco della giornata, mò quel quarto d’ora se lo fottono su Feisbuk e a me mandano la prima cosa che gli viene in mano invece di quella che ho ordinato.

Ah, tra l’altro, volevo mettere come sottotitolo “Mah, passate queste feste…”
A proposito del popolo di merda che siamo, anche se in ritardo volevo farvi notare che, per l’Italia, parlare di riduzione del PIL non ha più alcun senso.
Che sia un parametro con un senso o che, grillinamente, non ne abbia, per fare il PIL bisogna lavorare. Ok, è condivisibile il ragionamento del Grillo di vent’anni fa, quando domandava: «Ma se crolla un ponte, siamo più ricchi o più poveri? Siamo più poveri, ovvio. Ma il PIL sale, perchè bisogna rifare il ponte»

Mettetela come volete, metteteci Renzi o Superman, ma se

per fa’ ‘e putènsa ghe va ‘e cilindra’

(“per fare la potenza ci vuole la cilindrata”, come dicono in qualche paese dei nostri dintorni, quando parlano di trattori), per fare il PIL bisogna lavorare.

Il problema è che pochissimi lavorano, anche parlando di chi un lavoro ce l’ha.
Sull’argomento sono particolarmente in ritardo, lo riconosco ma prima non potevo: si parla del super-ponte pasqual-venticinqueapril-primomaggiano.
Ho passato venti giorni sentendo gente varia, dai fornitori ai clienti, dire

Eh, vedremo… dopo ‘ste feste…

intendendo il 25 aprile e il primo maggio.

CHE “FESTE”? EH? CHE “FESTE”, TESTE DI CAZZO?
Due giorni, sono due merdosissimi giorni in due merdosissime settimane, vaffanculo! Non sono “feste”!
A Natale, sono “feste”, ad agosto, sono “ferie”, e di ventotto ce n’è uno, tutti gli altri ne han trentuno, Dio vi maledica.
Tutto si è cristallizzato da Pasqua al 5 maggio; poi, lunedì 5 maggio, appunto, è passata la sbornia di ponti, agriturismi, città d’arte, mare e staccare la spina.
Che cazzo c’avete da staccare, se per ogni giorno di festa blimblanate una settimana?
Lunedì 5 maggio l’ho passato al telefono, sono ripartiti tutti.
«Ah, eravate via? Avete fatto il ponte lungo?»
«Nooo, magari… ma sa, con queste feste…»
Pure i pensionati, quelli per cui tutti i maledetti giorni sono uguali, con l’unica differenza che alla festa non vanno dal medico per una ricetta, un’impegnativa o una visitina, pure quelli, si sono fermati.

Popolo di deficienti… Non potendo andarci fisicamente, facciamo come i genitori negli anni 50 e 60, quando si lavorava davvero, solo che invece di mandare i bambini “in colonia”, mandiamo il cervello in vacanza.
Continua

Dottordivago

A-I-U-T-O-!

Momento di super merda, ragazzi.

Arrivo a casa che quasi svengo, appena mi cala l’adrenalina.

Accumulata in ufficio,

►causa internet ballerino,

►a causa dei lavori preparatori per il ponte nuovo,

►che causano instabilità di connessione

►che mi impedisce di stare online per più di tre minuti,

►quindi ci metto un’ora per fare il lavoro di trenta secondi,

►quindi non mi rimane tempo –e connessione- per fare niente, salvo

►bestemmiare, sonoramente, incessantemente.

Come un antifurto blasfemo.

Dottordivago

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