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Dunque, come da link nel post precedente, nel 4° plin eravamo rimasti alla “bottega”, la falegnameria di mio nonno, mentre il 5° plin se l’è fagocitato il “Gene Strita”.
Mi fa un certo effetto riprendere in mano ‘sta roba: proprio parlando della mia tara genetica, tiravo in mezzo mia madre e ne parlavo al presente, quindi potevo caricarla senza remore. Purtroppo adesso, se mi dovesse venire qualcosa su mammà, dovrò anteporre “parlandone da viva” o “Dio l’abbia in gloria” o “pace all’anima sua”.
Già… Mancanza d’allenamento a parte, non sarà facile ritrovare il feeling con questa storia, mi manca un contatto con quella realtà, una testimone dei fatti, un ponte che prima c’era ed ora non c’è più.
Oltre tutto, oggi in quella casa non ci abita nessuno, neppure mia zia, che si è trasferita in città e che ha passato gli ultimi due anni (abbondanti) facendo da badante a mia mamma, prima, e a mio padre, ora. Oddio, con mio padre, più che fare la badante, fa la parte del “secondo ciucco”, quello che tiene in piedi il primo, che a sua volta tiene in piedi lui. Singolarmente, cadrebbero come sacchi di patate.

Quando ho iniziato questa storia (nel 2013, pensa te…) mammà era ancora viva e mia zia, sua sorella, viveva ancora in quella che fu “la casa dalle finestre che ridono (davvero)”. Ovvio che, recentemente, la casa non fosse più nemmeno l’ombra di quello che è stata un tempo: un conto è una grossa casa di campagna abitata da una donna anziana, un’altra è la stessa casa, quaranta o cinquant’anni prima, abitata in pianta stabile, oltre che dalla stessa donna trentenne o quarantenne, anche dai miei nonni, con due bambini semistanziali -mia sorella ed io- presenti in ogni momento libero da impegni scolastici, nonchè miei genitori nel ruolo di guest star.
E da tanta, tanta altra gente…

Ora immaginate quello che al cinema sarebbe un arpeggio che accompagna una dissolvenza…

Ed eccoci negli anni 60.
In un pomeriggio estivo, in un cortile pieno di gente.

Un cortile preso tra la casa e una riva scoscesa che confinava con la stradina inghiaiata, “la Cuglià”, nome di cui ho sempre ignorato l’etimologia, strada che portava alla chiesa e a casa del mio amico “il Prevosto”, dove ora c’è il triste spazio bianco in basso nella foto.
Cuccaro1

La linea rossa a “V” rovesciata, dove ora c’è una siepe, era una fila di magnifici olmi, lato Cuglià”, e piante da frutto, lato strada, tutta roba fatta abbattere da mia zia, oltre vent’anni fa, per poter controllare ogni minimo movimento in paese, Dio la maledica. Il giorno in cui sono arrivato e ho visto quello che, rispetto a prima, sembrava un cratere lunare, mi sono limitato a sbroccare con genitori e zia, chiamandoli “banda di pazzi”, solo perchè non ho mai insultato i miei vecchi, sennò avrei detto loro di tutto.
«CAZZO!-continuavo a dire- Siamo una famiglia di barboni ma abbiamo delle piante dai 50 ai 100 anni di età, una cosa che neanche il Sultano del Brunei può comprare da un giorno all’altro. E voi cosa fate? LE TIRATE GIU’! PAZZI SCATENATI! Vaffanculo a ‘sto cratere lunare, qui non mi vedete più!»

Quando c’erano le piante, il cortile era un posto magnifico.
La casa lo teneva in ombra fino a mezzogiorno, poi il sole aggirava il fianco e se ne impadroniva fino alle tre.
”Se ne impadroniva”… che paroloni…
A casa mia, dalle 12 alle 15, si formava un buco nero, una distorsione spazio-tempo, un vortice cosmico… una cosa che cancellava tutto ciò che era all’esterno della casa, compresi ogni forma di vita e il tempo stesso:

  • alle 12.00 il campanile “suonava mezzogiorno”
  • alle 12.01 mia nonna sembrava Cenerentola alle 23.59: entrava in uno stato di agitazione totale: «’I è sà sunà mesdì, se chi fei ancura ant la curt?» (È già suonato mezzogiorno, cosa fate ancora in cortile?)
  • mia nonna ne era certa: se alle 12.05 non fossimo stati tutti a tavola, cosa per altro mai successa, penso che la casa si sarebbe trasformata in una zucca.

E dopo pranzo c’era il sacrosanto pisolino, antico segno di civiltà, tradizione millenaria che io tuttora perpetuo.
Quindi, caro il mio sole, di che cazzo ti “impadronivi”? Di qualche centinaio di metri quadrati di erba e ghiaia, punto.
Altro che l’Ammerica, dove arrostivi un negher che cantava “Summertime” o un rednec che si ingiaccava la sorella, china a dissotterrare le patate…
A noi e al nostro “dop disnà” (dopo pranzo) nonchè ai nostri fratelli terroni con la loro “contròra”, ci facevi una vibrante e languida pippa.
Dopo le 15 intervenivano gli olmi, i primi, quelli sulla parte più alta della riva, quelli che avevano le radici all’altezza del tetto, e il cortile tornava in ombra, quell’ombra fresca e ventilata, perforata ogni tanto da un raggio fugace, non quella uniforme e soffocante da tettoia di lamiera.
Poi, man mano, tutti gli altri olmi, a digradare, fino alle sette, quando il sole veniva lasciato entrare, come si fa col cane, per regalarci il tramonto.
Continua

Dottordivago

Ne è passato di tempo, eh?
Volevo riprendere alcune “saghe” incompiute, tra cui quella del Tom Sawyer del Basso Monferrato, così sono andato a verificare a quanti “plin” fossi arrivato: eccoli.
Tom Sawyer al plin
Tom Sawyer al plin plin
Tom Sawyer al plin plin plin
Tom Sawyer ai 4 plin
Tom Sawyer ai 5 plin

Per ricordarmi cosa vi avessi già raccontato e cosa no, me li sono riletti e, così facendo, mi sono fumato il tempo che avrei dedicato al sesto “plin”.
Lettura narcisisticamente interessante e, allo stesso tempo, sconfortante.
Perchè? Perchè sento che non riuscirò più a scrivere roba del genere.
Non che mi senta come Dante dopo la Divina Commedia, per carità, non mi illudo di aver creato qualcosa dal valore universale; è solo che sono talmente digiuno dal mettermi lì e scrivere qualcosa, che mi sembra impossibile che alcuni passaggi siano usciti dalla mia testa, mi sembra dura ritrovare quel feeling.
Anche se ci spero.

Va be’, mi scuso per queste poche righe inutili ma non troppo, nel senso che così capite che ci sono ancora ma anche con quali demoni devo fare i conti.
Spaventato dal confronto con me stesso… All’anima del cagasotto!…

Dottordivago

E anche gli ipocondriaci si ammalano davvero.

Bòn, bastano già titolo e sottotitolo, eh?…
Mi fermo qui, dopo questo inizio posso solo peggiorare.
Ma no, dai, io proseguo e se notate un calo qualitativo preoccupante (probabilissimo, come faccio a mantenere un livello simile?…), fatemi un cenno, un’alzata di sopraccigli , un allungamento di labbra, roba da giocatori di briscola in coppia, ok?

Dicevo, se persino i personaggi più inattendibili a volte dicono la verità, se “anche un orologio rotto, due volte al giorno, ha ragione”, vuoi vedere che, in fondo in fondo, anche i complottisti potrebbero dirne qualcuna giusta?
Il mio è un discorso puramente aritmetico, sia chiaro: su un miliardo di cazzate, finisce che una, prima o poi, l’azzeccano, un po’ come la storia di mia zia, che se vede uno zoppicare, non è perchè ha preso una storta, non ha un callo doloroso, bensì ha un tumore in un piede. E se uno starnutisce, non è un raffreddore ma “qualcosa di brutto” al naso.
Va da sè che, quella volta che ci azzecca, sulla fronte le si forma un “l’avevo detto, io” tipo pannelli luminosi in autostrada.

Le pause che mi prendo tra un preventivo e una certificazione energetica o un progettino, hanno come sfogo naturale quel postaccio che è Facebook: due minuti, raramente cinque (giusto se pubblico una minchiata), spesso solo mezzo minuto, quando il livello è insopportabilmente basso.
Non ho ancora capito come funziona: a volte penso che, per fortuna, il mondo è migliore di come lo vedi su FB, altre volte mi prende l’angoscia e penso che se è uno spaccato di mondo reale, siamo spacciati.

Se uno segue i canali d’informazione classici non può rendersi conto della mala-informazione in corso (la disinformazione è una cosa più autorevole) e della gravità del fenomeno; però, come si dice: “La situazione è grave ma non seria”.
Perchè sta prendendo piede questa mania di vedere complotti ovunque?
Perchè la spiegazione deve sempre essere quella più improbabile?
E perchè (forse per compensazione?) la soluzione è sempre quella più semplice?
Come può una persona sostenere –prendo il caso più clamoroso- che le Torri Gemelle sono state minate e fatte crollare dai soliti Ebrei?
Significa non sapere che una demolizione controllata prevede di sventrare l’edificio in questione e tagliare all’80% le strutture portanti, fermandosi ad un passo dal crollo; l’esplosivo, poi, rappresenta la classica “ultima goccia”.
Solo che per fare tutto questo, in due edifici di cento piani, servono due squadre di una cinquantina di tecnici che lavorino sei mesi, senza avere tra i piedi una sola delle 50.000 persone che giornalmente giravano lì dentro e che, fino a un secondo prima dell’impatto del primo aereo, camminavano su pavimenti incerati, non in un edificio sventrato.
Non è più semplice mettere quattro o cinque scaramacai su un aereo appena decollato e schiantarsi con 70 tonnellate di carburante contro un bersaglio impossibile da sbagliare? Evidentemente no.

Una volta, proprio su FB,  ho pubblicato un post in cui dicevo:

Vedere complotti ovunque e credersi più intelligenti, è come ammazzarsi di pippe e credersi Rocco Siffredi.

Però, a fronte della complicatezza nell’interpretare fatti palesi, è molto semplice curare il cancro.
Come? Con bicarbonato e limone, ignoranti! Oppure con l’artemisia, che “uccide il 98% del tumore in 16 ore”.

Minchiate così, in rete, ce ne sono milioni.
Cazzarola, tra Complottismo e Islam Estremo non so chi stia riscuotendo più consensi… che poi non è neanche la forma corretta, molto meglio “chi sta infarloccando più coglioni”.

Il problema non sono gli autori delle bufale, quelli hanno le idee chiare.
Non so come funzioni il discorso “like” (mi piace) e “share” (condividi), so solo che, a certi livelli, porta soldi.
Una bufala, quando nasce, è come il rivolo di acqua che diventerà il Po, quella che Bossi andava a prendere alle falde del Monviso, pura e cristallina, che puoi tranquillamente bere e non ti fa male.
Quando la bufala arriva su FB, dopo una rapidissima progressione geometrica, è come il Po a Rosolina Mare, dopo aver raccolto gli stronzi di milioni di maiali e milioni di cristiani.

Mi stupivo per il numero di persone che seguivano Emilio Fede. Poi, pensandoci un momento, capisci che chiunque può accedere alla tv, analfabeti e vecchi rincoglioniti, e comunque c’è scritto “TG”, c’è una struttura, ci sono i collegamenti ecc. E poi, in fondo, tutti abbiamo ancora nel cuore un

l’ha detto la televisione.

Ma se uno è in grado di accendere un pc o uno smartphone, non è lecito aspettarsi che sappia accendere anche il cervello?
Possibile che si prenda per oro colato una sparata che come fonte ha “Il Matto Quotidiano” o “Il Giomale” o “Il Corriere Della Pera”?
Cristo, non parlo di adolescenti citrulli, non diversi da come eravamo noi, che avevamo come fonte “mio cuggino”. Parlo, per esempio, di un amico sessantenne, prima ragioniere, poi bancario per una vita, oggi da poco in pensione, che condivide:

LE COSE CHE I TG NON DICONO! Creato un fondo di 130 miliardi per ricollocare i politici trombati alle elezioni. È una vergogna! Condividete e fate girare!

Gli ho fatto notare che il Parlamento è rimasto bloccato mesi per trovare 2 miliardi che permettessero di togliere l’IMU dalla prima casa, oltre a dirgli che se i TG non dicono certe cose è perchè sono gigantesche minchiate.
Si è offeso.

È un mondo difficile, è un mondo che legge e ascolta senza capire, senza capacità critica, un mondo cambiato rispetto a quando ho iniziato a scrivere in questo posto, un mondo a cui devo ancora prendere le misure.
Un mondo di cui, scopro in questo momento, non mi piace neppure parlare e me ne accorgo rileggendo quanto ho scritto qui sopra, roba che sembra scritta “con la mano sinistra”.
Devo ricollocarmi, come i politici trombati, senza neppure tutti quei fondi.

Dottordivago

‘Na roccia.
Per virus, batteri e micro-malamente generici e fetenti ero una fortezza inattaccabile.
Ero Achille dopo l’immersione nello Stige, se siete di cultura classica, oppure ero Sigfrido dopo il bagno nel sangue di Fafnir, se avete una cultura più gotica; comunque, due abluzioni che li resero invulnerabili.
O quasi.
Alla faccia di quelli che “eh, una volta i lavori li facevano bene…”, in entrambi i casi il lavoro è stato fatto più da cottimisti che da cesellatori, quindi i due eroi si sono ritrovati uno col tallone e l’altro con la schiena “a rischio”.
Non a caso si tratta di punti nella parte posteriore del corpo, esattamente come me che, con la mia invulnerabilità ai malanni, ormai mi sa che ce l’ho nel culo.

Non so in che cosa mi abbia “puciato” (voce del verbo “puciare”, dal mandrogno “pucè”, intingere, inzuppare, ndt) mia mamma quando ero piccolo, fatto sta che, tranne un febbrone da cavallo all’età di cinque anni, causato dalle tonsille da dare al gatto, non mi si attaccava un malanno che è uno.
Nell’età da scuole elementari e medie non ho mai fatto un giorno di assenza per un’influenza o un raffreddore. Cazzo! MAI.
Un nervoso…
Avevo dei compagni cagionevolissimi (INVIDIA!) che subivano una sorta di Effetto Butterfly virale, nel senso che se uno starnutiva in Manciuria, loro si beccavano il raffreddore in Alessandria.

E invece di fare ETCIU’! ETCIU’! facevano MANCIU’! MANCIU’!

(Questa cosa orrenda è solo per dimostrarvi quanto si può peggiorare con l’inattività, con la stasi mentale: se non ricomincio a scrivere qualcosa alla veloce, mi ritrovo con le piaghe da decubito nel cervello).

Io niente malanni, mai.
Si è iniziato a capire che non si trattava di una semplice “sana e robusta costituzione” con le vaccinazioni, quelle che una volta i genitori si sarebbero presentati a scuola con un randello, se qualcuno avesse provato a dire: «Mah, quasi quasi non le facciamo più…».
Mi sono beccato le varie anti-polio, anti-vaiolo e tutto quello che serviva nel pragmatico millennio precedente per salvare vite, prima che quattro drogati New Age, figli di drogati Hippie, convincessero un preoccupante numero di coglioni che si può vivere benissimo nutrendosi di sola frutta o di aria e luce, meglio ancora se con il sistema immunitario di un novantenne con l’AIDS.

Non ricordo più (sono passati quasi cinquant’anni…) quale fosse quella vaccinazione per cui prima ti facevano un test, poi vedevano la reazione, poi ti vaccinavano.
Ecco, quella non l’ho fatta.
E nessuno si spiegava come mai io risultassi immune a quella zozzeria.
Oggi mi preleverebbero un tot di fluidi e tessuti e mi studierebbero centimetro per centimetro, come farei io con Genevieve Morton (dedicato a Marco Val buonanima…). A quei tempi, invece, qualcuno dell’Ufficio d’Igiene contattò mia madre, che domandò qualcosa del tipo: «Cosa buona o nobbuona?» e alla risposta «Buona» si tranquillizzò e disse loro di non rompermi le palle.

Insomma, ero blindato, non avevo gli anticorpi, avevo gli Ultracorpi.

Un’altra cosa del XX secolo da rispolverare, insieme alle vaccinazioni a tappeto, sarebbe il servizio militare, dove un cocco di mamma e papà -a cui i genitori passano vitto, alloggio, paghetta, nonchè filo interdentale in bocca e carta igienica sul culo- trovi un sottufficiale proveniente da un posto in cui, quando hanno finito le pecore da inchiappettare, cominciano con le sorelle, un tipo con un unico sopracciglio che gli dica: «Corri su da quella montagna, torna giù e quando hai finito ricomincia. Ah… e se ti trovo uno smartphone in tasca, lo sbriciolo».
Madonna, come servirebbe, una vera vaccinazione anti-stupidità genitoriale.

Io, invece, il militare era meglio se lo evitavo.
Cioè, tutti gli anni rifarei due settimane del mio servizio militare, è stato un periodo divertentissimo, prima o poi ve lo racconterò.
Peccato solo per quell’iniezione di merda che dovrebbe difenderti da mille malattie. Una leggenda di quei tempi era proprio la famigerata “puntura”, roba che la Vergine di Norimberga le faceva una pippa: «Arrivi lì e ti piantano un siringone grosso come il braccio IN UNA TETTA! La maggior parte sviene…»
Invece niente di che: una punturina con un aghetto da insulina, se ricordo bene, di sicuro una cosa indolore.
Ma non innocua, almeno per me: mi ha scombinato tutto.
Il giorno dopo mi sveglio e mi sento strano, per fortuna dormivo nel letto sotto, se avessi domito al piano superiore mi sarei rotto le testa: le gambe non mi reggevano. Mi trascino letteralmente in infermeria dopo aver mandato a cagare un caporale che mi diceva di stare nel letto e “marcare visita”.
«Cosa ti senti?»
«Hai presente “morire”? Ecco, quello…»
Febbre a 39.7, ero uno straccio, una sensazione mai provata: oggi so che erano i sintomi di una super influenza. No, dico, super influenza a me, che manco conoscevo quella normale…
Anche lì… Mi piacerebbe parlare con un immunologo per capire che tipo di shock immunitario mi ha causato il “punturone”.
Il giorno successivo stavo meglio, ancora tosse e raffreddore ma nel giro di tre giorni era passato tutto, tranne il danno: da allora, nei dieci anni seguenti, ho iniziato a beccarmi influenza, tosse e raffreddore come tutti i cristiani. Magari meno di altri ma ogni tanto ci cascavo.
Poi il mio cazzutissimo sistema immunitario deve aver avuto un’impennata di orgoglio e dai 30 ai 40 anni ho vissuto di prepotenza con qualsivoglia agente patogeno: gli ho fatto certi culi, ai microbi…
Fino al 23 dicembre 2002, me lo ricordo ancora perfettamente.

Parallelamente alla ditta di serramenti, gestivo il reparto pesca e abbigliamento di un’armeria, una S.r.l con altri tre soci che si occupavano (male) del settore armi. Un bel pozzo di petrolio, per quanto mi riguardava, visto che tenevo in piedi tutto quanto col mio incasso. Poi, quando me ne sono reso conto e ho chiuso i rubinetti… Cosa fanno tre soci (75%) contro uno (25%) in una società di capitali? Ti danno un calcio nel culo e finiscono di mangiarsi tutto.
Ecco, qui non divago, sennò mi scoppia ancora il fegato.
Meglio tornare al virus da compagnia.

Pomeriggio del 23/12/2002, ore 15.
Sto una meraviglia, sono una macchina da lavoro. Entro in negozio e si comincia di brutto: fra due giorni è Natale, l’euro esiste da poco meno di un anno e quei coglioni degli Italiani non hanno ancora capito che vale 2000 lire, non 1000, così spendono regolarmente il doppio di quello che credono; ergo, c’è da farsi un culo così tra regali, pacchetti e tutto il resto.
Alle 16 sento un leggerissimo grattino in gola, un impercettibile abbassamento di voce.
E  grazie al cazzo, parlo come una macchina da stamattina!…
Alle 17 percepisco una strana debolezza.
E grazie allo stra-cazzo, non mi fermo un attimo!
Alle 18 quasi non sto in piedi.
E grazie allo strata-cazzo… ???…
Non trovo giustificazione, tranne una: ho l’influenza.
Anzi: ho l’Influenza, una specie di Progetto Azzurro, quello dell’Ombra dello Scorpione, che stermina il 99 e rotti % della razza umana.

Ora, spero che in collegamento ci sia qualcuno che ne capisca qualcosa: quale può essere il virus che fa un lavoro del genere? Io non credevo fosse possibile.
Deve essere un virus di un chilo, un chilo e mezzo, come quei cagnolini da compagnia.

Rientro a casa e sono mezzo morto, l’indomani sarà durissima, reggere l’assalto dei “Dai-che-l’euro-vale-mille-lire!”.
Infatti è un massacro, alla sera ho 38.5 di febbre, record personale dall’epoca del punturone.
Ricomincio a capire qualcosa a Capodanno.

Poi, se Dio vuole, fino all’altro giorno mi sono beccato solo le mie influenze-lampo: mi sveglio un po’ suonato, nel corso della mattina peggioro, non vado a correre sull’argine, pranzo a casa, faccio un pisolino, riparto leggermente migliorato, alla sera non ho più un cazzo.

Poi inizia il 2016.
A metà gennaio qualcuno mi piazza un tappa-naso da nuoto sincronizzato: non ho alcun disturbo, nessun fastidio, sto benissimo. Ma il naso è suturato.
’Fanculo, hanno inventato il Vicks Sinex. E la risolvo.
Dura dieci giorni, periodo in cui mi domando se non mi sta crescendo qualcosa nel naso, tipo polipi o altri invertebrati; ma se col Vicks Sinex passa, significa che non è niente di estraneo ma una semplice infiammazione della mucosa.
Infatti passa. «Oh, là, meno male, stasera sono a cena con quei deficienti, almeno me la gusto».
Fino alle 22.30.
Poi mi si scatena una via di mezzo tra prurito e bruciore ai bronchi, una roba micidiale, tossisco come un cavallo bolso, la stessa tosse incontenibile di certi tiri che si facevano col cilum, da sbarbati.
Dopo un’ora esco, il freddo migliora leggermente la cosa, dieci minuti dopo sono a casa e il disagio si è ridotto del 90%, dormo normalmente, il mattino dopo non ho più niente.

Passano 24 ore ed inizia un leggero mal di gola, che cresce giorno per giorno fino a diventare un raffreddore devastante con una tosse micidiale.
Per un giorno, oggi sto bene.

Spiegazione scientifica: il mio virus da compagnia si è reso conto che nel 2002 era stato un po’ invadente, a presentarsi di botto. Così si è annunciato con la massima discrezione e si è preso tutto il tempo necessario: non solo virus da compagnia, pure ammaestrato.

Dottordivago.

Niente di che, continuo con lo stretching, come ha scritto Marco, confermando il suo solito acume che ecc ecc…

Vorrei iniziare a fare qualcosa di più che segnare il territorio, come invece sto facendo.
Aspetto solo che mi si snebbi il cervello.
Il fatto è che mi sono beccato un raffreddore devastante, non ho chiuso occhio nelle ultime due notti e, ringraziando la Madonna, mò comincio con la tosse.

Non succedeva dal 2002, il 23 dicembre, per la precisione, poi vi racconto.
Stessa mazzata ‘n capa, decorso della malattia agli antilopi di questa.
In comune hanno il virus, che deve essere grosso come un cagnolino, quelli da vecchia signora, un virus da compagnia.
Se solo gli metto le mani addosso…

Dottordivago

…ne approfitterole…

0302162

Nel senso che il tempo è quello che è, quindi approfitto di una cosa postata su FB, che è un’invenzione del cazzo ma che, a differenza di voi, banda di tiratardi, mi porta via trenta secondi.

Eccola, poi domani ne parliamo:

0302161

E nonostante questa giovinezza da Oliver Twist, sono sopravvissuto e me la cavo discretamente, sono ancora vivo, come si evince da questa foto del 28 dicembre ultimo scorso, in quel di Amalfi.
io 28.12.15

Lo so, non c’entra un cazzo ma se poteste vedere che giornata c’è, oggi, in Alessandria, capireste perchè ho voglia di –ALMENO!- ricordarmi una giornata in cui il sole non mi lasciava neppure aprire gli occhi.

Dottordivago

…se il tempo non c’è, non c’è.
Quindi, solo per farvi capire che non scappo per tre mesi come l’ultima volta, lascio giusto un segno di vita travasato da Feisbuk, che a questo posto “nun je spiccia manco casa” ma ha il pregio che lì in 5 minuti sbrigo la pratica giornaliera.
Il testo dice:

Capite un cazzo.
È arte moderna, "Donna con burqa" in versione cubista.

2801161

Dottordivago