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Posts Tagged ‘Valle d’Aosta’

Quando parlo della mia città, lo sapete, sono portato a parlarne male.
Sarà che Alessandria non è esattamente il posto per cui la gente è disposta a farsi ammazzare pur di andare ad abitarci o anche solo a passarci una vacanza, sarà che raccontare le sfighe fa sempre più ridere che non vantarsi, resta il fatto che non vi ho mai dato un’immagine idilliaca di questo pezzo di Locride in piena Padania.

Ultimamente, chi mi segue con una certa regolarità avrà notato che ho leggerissimamente corretto il tiro, quantomeno per quel che riguarda l’operato del Sindaco che, oltre a riguadagnarsi la maiuscola -prima scrivevo “sindaco”…- addirittura si è preso la briga di mandarmi un paio di funzionari per approfondire il discorso relativamente ad alcune mie lamentele: questa dichiarazione non è da archiviare sotto la voce “leccata di culo” ma è il giusto riconoscimento a chi prova a metterci del suo nella gestione della cosa pubblica.
Non ho deposto le armi, caro Sindaco, la mia condizione nella Striscia di Gallia, insieme a qualche centinaio di vicini, non l’ho ancora digerita, ma mi sembra giusto riconoscerle i meriti, quando ci sono.

Proprio sabato sera ho avuto per ospite un amico che, oltre ad essere cliente abituale della mia mensa con la simpaticissima morosa, ha passato due mandati in Comune.
Gli ho chiesto alcune informazioni sulla città; non era a conoscenza di elementi chiarificatori relativamente alla puzza che quasi quotidianamente ci impesta -e forse è meglio non saperlo…- ma mi ha fornito una serie di dati che i più ignorano, cosa sbagliatissima dal punto di vista della comunicazione perchè costituiscono circostanza attenuante alle tante sfighe di Alessandria.

Il discorso è partito dalla condizione delle strade; se vi fate bendare gli occhi e mettete un amico alla guida, vi renderete conto di essere arrivati in Alessandria dagli scossoni e dagli scuotimenti della macchina; se ve ne siete già accorti prima a causa della puzza di discarica, non vale: chiudete il ricircolo e riprovate.
Comunque, quando il collo vi ciondola e le otturazioni vi vibrano in bocca, i casi sono due: o l’amico alla guida è uscito di strada per un colpo di sonno e sta percorrendo un fiume in secca o siete arrivati.

Ok, con le nevicate ed il gelo di quest’inverno è abbastanza normale che le strade abbiano un aspetto vagamente iracheno o libanese; il problema è che da noi questa è la norma, cosa di cui Bimbi, proveniente dalla ricca -ed autonoma, Diolimaledica- Valle d’Aosta, non riesce a farsene una ragione.
E qui interviene la spiegazione dell’amico-commensale, attendibile in quanto “persona informata sui fatti” ed affidabile in quanto non colluso con l’attuale amministrazione.

Sembra una cosa strana, ma Alessandria ha il territorio comunale più vasto del Piemonte; e non citatemi a sproposito Cuneo, quella è la Provincia Granda.

Ostia, mi scappa di divagare.
Non sopporto la mania ammerricana di snocciolare cifre: se parlano di football sanno quante yarde ha corso il tale nell’anno tale, quanti passaggi ha effettuato, quanti punti ha realizzato, quanti punti di sutura gli hanno dato e quanti minuti dura alla prese con una bella gnocca; se parlano di altri sport è pure peggio.
Però, a volte due cifre aiutano, tenendo sempre a mente che il motto di questo blog è “l’approssimazione al potere”…

Bene, anzi male, Alessandria ha un territorio comunale di oltre 200 km² con, malcontati, 100.000 abitanti, il che ci dà una densità di circa 450 anime per km²; il comune di Torino, per fare un esempio, ha una superficie di 130 km² per poco meno di un milione di abitanti, il che ci dà una densità di poco meno di 6800, oltre 15 volte quella alessandrina.
Da ciò si desume che ad Alessandria non ci pestiamo i piedi uno con l’altro.

Questo cosa significa?
In primis, che qualcuno mi deve spiegare, allora, perchè in tutte le città tipo Alessandria che frequento si parcheggia meglio che da noi -ma questo, al momento, lo teniamo in sospeso, Sindaco…-, in secundis significa che abbiamo una rete stradale sterminata e molti meno soldi per mantenerla come si dovrebbe; non occorre essere degli scienziati per capire che, per ogni km², a Torino ci sono 15 volte i contribuenti di Alessandria.
Va bene che si è sempre detto che “dove si mangia in due si mangia anche in tre”, ma se asfaltare una strada da solo anzichè in 15 non ha mai generato proverbi o modi di dire, un motivo ci sarà, no?

Ve ne dico un’altra: il comune di Alessandria ha in carico 14 cimiteri, no, dico, quattordici; sì che, ringraziando la madonna, qui si muore parecchio, ma sono sempre spese sproporzionate al numero di contribuenti.

Quindi, amici forestieri, se vi preoccupaste un po’ meno dello scrufolo maculato del Kilimanjaro, degli iceberg dell’Antardide e del disboscamento dell’Amazzonia e mandaste un po’ di aiuti ad Alessandria, comune del Darfur, ve ne saremmo riconoscenti.
Meglio ancora, potreste dirottare l’8 per mille: anzichè mandarlo alla chiesa cattolica, che non mi sembra proprio il caso, potreste trasformarlo in “buoni asfalto”, tipo ticket restaurant, e girarceli; sarebbero soldi ben spesi: noi, a differenza del papa, non andiamo in giro per il mondo a sparare minchiate e, se me lo consentite, i cannolini di Zoccola (così gli amici napoletani si fanno quattro risate…) ed i baci di Gallina (eh lo so, sui cognomi va così…) sono le vere prove certe dell’esistenza di un dio qualsiasi.

Poi, amici alessandrini, non incazzatevi se da qualche giorno sono iniziati i lavori di riasfaltatura: o quelli o le buche, non ci sono alternative.
Io, da parte mia, ho rinunciato alle gomme run flat, molto rigide, in favore di pneumatici più ammortizzanti, così quando percorro via Giordano Bruno non devo mettere il paradenti ed il sospensorio…

Oh mama, mi scappa di nuovo di divagare…
Lo so, non è un malcostume locale, è un problema tipicamente italiano, ma è mai possibile che i lavori sulle strade non si possano fare di notte?
Da noi, se fai lavorare uno di notte, gli devi pagare lo straordinario; posso capirlo se uno fa il bidello, ma non se uno di mestiere stende l’asfalto: il lavoro notturno dovrebbe essere inserito a contratto, e se ti va bene è così, sennò puoi sempre allevare le galline, che vanno a nanna col sole; oppure puoi andare a Cape Kennedy a mandare i missili sulla luna, se te lo consente il cervello.
Vuoi lavorare sulle strade? Contratto da panettiere, non si discute.

Infine, caro Sindaco, pensava mica che mi dimenticassi di lei?
Rendendo noto il nostro sfavorevole rapporto strade/soldi, o se preferisce lo chiami rapporto impegni/risorse, credo di averle fornito un discreto paio di mutande di lamiera, ma non se ne approfitti.
Quando un mezzo del comune esce con due carriolate di asfalto nel cassone per andare a tappare un po’ di buche, io vorrei esserne felice; se questa cosa accade in un giorno di pioggia, e lo vedo con i miei occhi, a me girano i coglioni; eh lo so, sono fatto così: vedere posare una badilata di asfalto -che ci costa come la crema dei Lindor- in una buca piena d’acqua che lo raffredda all’istante e non lo lascia attaccare, è una cosa che grida vendetta.
Vedere fare la stessa cosa in una giornata asciutta va già meglio, ma se l’addetto tappa la buca e “compatta” il tutto con due badilate dopodiche se ne va, le prime tre macchine che passano portano via il frutto di tanta fatica e siamo daccapo: ci sono quelle macchinette che si chiamano compattatori a piastra vibrante che sicuramente fanno parte dei beni strumentali del Comune e che non servono, mi creda, per fare la maionese stando a duecento metri dalla cucina, no, servono anche in casi come quello dell’asfalto, solo che ci vuole un pirla che li faccia andare.

Caro Sindaco, non temo di passare per adulatore se le dico che in città, a ricoprire il suo incarico, abbiamo visto di peggio, anzi, di molto peggio.
Signor Sindaco  Sindaco ,

si incazzi come una bestia! rabbia

Si Brunettizzi brunetta ,

faccia dei gran  culi  .

Dobbiamo fare le nozze coi fichi secchi? Ok, facciamole.
Dobbiamo mordere nel limone e dire che è dolce? Ci sto.
Io sarei disposto a darle una mano, anche solo nel rendere noto ciò che di buono dovesse fare.
E non sono mica l’unico, sa?

Dottordivago

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Da tempo mi riproponevo di dire due stupidate sui nomi che vengono imposti ai bambini e riflettevo sul fatto che mai parola fu più pregna di significato, infatti in alcuni casi i nomi vengono proprio imposti,  nel senso che se il bimbo si potesse ribellare lo farebbe ma, pover picinin, i genitori se ne approfittano, salvo poi ritrovarsi in casa un paio di Erika ed Omar o un Pietro Maso qualunque.

La scorsa settimana c’è stato il caso del bimbo di Genova che i genitori volevano chiamare Venerdì; sulla lora strada hanno trovato un funzionario dell’anagrafe che ha pensato “non saranno cazzi miei, ma prima che Bruschetta scopra che non faccio una fava tutto il santo giorno, è meglio che faccia vedere che esisto”, così ha girato la pratica ad un giudice.

Il giudice, svegliatosi bruscamente, ha pensato “per me chiamatelo come volete, ma prima che Bruschetta scopra che quello dell’anagrafe, rispetto a me, è  Aleksej Grigor’evič Stachanov, prendo un calendario e, tenendomi una mano sull’inguine per non strozzarmi l’ernia, guardo il santo del giorno in cui è nato”.
E l’ha chiamato Gregorio: poteva andare peggio, Greg è un bel diminutivo.

Se è possibile battezzare Domenica una bimba, non vedo qual’è il problema del piccolo Venerdì, salvo il fatto che esiste una Santa Domenica mentre all’appello manca San Venerdì.
Lasciamo stare il fatto che non c’è un musulmano o un indù in Italia che diano al figlio il nome di un santo cattolico, ma se a me dei santi non me ne può fregare di meno, perchè devo avere quell’obbligo?
E la calabra Domenica, prima di essere santa -e quindi prima di creare un precedente ortodosso- perchè gliel’hanno lasciata chiamare così?
Se le cose fossero sempre andate così, se ci si fosse sempre basati sui precedenti, oggi ci chiameremmo tutti “Ehi tu”, “Senta…”, “Scusi…”, “Oilà”  oppure solo “fiiiiuu”, non letteralmente ma inteso come fischio.

Ho un amico che di cognome fa Venticinque, un altro Quaranta: proprio a voler essere fiscali proibirei il nome Venerdì solamente al figlio di un ipotetico signor Diciassette; non per altro: passerebbe la vita a stringere la mano di un tizio che mentre dice “piacere” con l’altra mano si ravana nei pantaloni.

Ai genitori del piccolo Venerdì -per me si chiama così…- non ha fatto mancare la propria solidarietà niente meno che Alan Elkann, che ha un figlio di nome Lapo -ma era meglio chiamarlo Pippo…- nonchè, è cosa nota, due nipoti battezzati Oceano e Leone; il granduomo ha sentenziato “non ci trovo niente di strano” ed a questo proposito vi rinnovo una minchiata che avevo già proposto su queste pagine:

La paziente ha fatto causa al chirurgo:

 

che risponde: a me sembra tutto a posto.

chirurgo 

Tralasciamo i casi arcinoti di Domenica Melalavo e Felice Mastronzo, forse leggende metropolitane; giusto per la cronaca citerò l’amico di mio padre,  Primo, chiamato così dal papà comunista che di cognome fa Maggio.

Ritengo che ognuno possa dare ad un figlio il nome che vuole, santo o mica santo, basta non cadere nel ridicolo.
I miei amici hanno dato ai figli dei bei nomi italiani.
Una sera, al ristorante, con una coppia di amici in attesa di un maschietto si valutava un possibile Edoardo, anche se alla futura mamma sembrava troppo serio e le sarebbe piaciuto un nome più brioso: le ho proposto Petardo, ma credo non se ne faccia niente.

Un altro amico si chiama Gualtiero Maria: bel nome e suona bene.
Ma perchè un nome da donna? Se fosse nata una sorellina, sarebbero stati coerenti e l’avrebbero chiamata Veronica Luigi?

Ce l’avete un velo pietoso? Bene, stendetelo sulle varie Jessica, Natascia, Veruska ecc. ecc.: non è il caso di infierire.
Vabbè, giusto una cosina: se dài certi nomi ad una figlia, ti può pure andare bene, ma se quando ha tredici anni scopri che ha già massacrato di pompini tutta la sua classe, un po’ te la sei cercata…
Jessiche, Natasce e Veruske in ascolto: so benissimo che voi siete i casi andati bene, e ne sono felice.
Mi spiace solo per i vostri amici…

Qualche anno fa ero su una spiaggia di Formentera e, nonostante fosse settembre inoltrato, era piena di italiani.
No, non faccio il figo, non mi disturbano gli italiani: mi disturbano i nomi che danno ai figli.
Era tutto un Morgan e Jason, con la variante di una signora amante del doppio nome che passava la giornata strillando “Minchia Kevin…”.

Avendo la moglie valdostana -non nel senso che è ricoperta di prosciutto e formaggio ma nel senso che è originaria della Valle d’Aosta- ho fatto notare ad amici che vivono nel ridente capoluogo alpino che oggi, lì da loro, tutti i bambini si chiamano Didier, Thierry e Michel; mi hanno risposto che la loro è una regione bilingue.
Mi sono permesso di sottolineare che fino a qualche anno fa i valdostani, pur essendo più bilingui di quelli di oggi, si chiamavano Germano, Delio, Natalino e così via, ma la cosa è morta lì.

In Alessandria ho un box in affitto in cui ci tengo un po’ di tutto; nel cortile ho fatto amicizia con la prole della famiglia Iannacone: Nicolas, Entoni e Maicol.

Serve altro o la chiudiamo qui?

Dottordivago

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