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Posts Tagged ‘Spandau Ballet’

Qualche tempo fa leggevo un post  del “me amìs” Tuttoqua in cui si capisce che è un uomo realizzato, in pace col mondo e sicuro di sè: come considerare diversamente uno che confessa di infilare i piedi nelle Crocs?

Penso che anche Elton John negli anni 70 si sarebbe rifiutato di portarle.
Ma alla Tuttoqua Family concedo una particolare esenzione.

Basta così, non guardatele più, fanno male agli occhi: gli operai che le producono vengono fatti lavorare su turni di due ore, non di più, poi devono stare almeno due ore con le fette di patata sugli occhi, come incauti saldatori.

Il nostro inviato speciale segnala che in India costano, in versione firmata, l’equivalente di 23 euro, mentre lui le ha pagate, identiche, 3 euro; riferisce inoltre che in Italia le “originali” ne sgobbano 45, di euri.

Niente di nuovo sotto al sole: in Brasile ho comperato uno stock multicolore di Hawaianas (scusate la foto ma è la prima che ho trovato…)

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che lì rappresentano la calzatura nazionale, un po’ come gli zoccoli in Olanda, le pelli di tricheco in Groenlandia o le piante dei piedi nei paesi che sono in mezzo a una strada.
Cosa ci farò, non lo so, visto che le uso per la doccia in palestra -quando ci andavo- e per le mie rare uscite in spiaggia, però mi sembrava un peccato lasciarle lì, al prezzo di 6 reais, come dire 2 euro, per quelle originali (le infradito anonime, almeno nel nord-est, puoi trovarle a 2 reais o meno), e questo in un negozietto di paese, non in un mega-discount sottocosto; in quei posti, tipo centro commerciale Iguatemi di Maceio, costavano 5 reais, ma io sono per premiare il piccolo commercio a scapito della grande distribuzione.
Il mio amico Milton dice che a Recife c’è uno stabilimento Hawaianas e, se la cosa mi fosse interessata, facendo un minimo di quantitativo ne avrei presi due paia con un euro.

La cosa comica è che in Italia costano 15 euro su internet, 20/25 nei vari negozi e le ho viste a 38 euro in uno di quei vip-store dove vanno quelli fighi, salvo spiegarmi dove sta la fighezza nel farsi prendere per il culo.
Consapevole di questo andazzo, da anni spendo molto meno in vestiti che in Beck’s.

Devo farmi perdonare un edonistico passato da firma o morte, ma come circostanza attenuante posso portare il fatto che si parla degli anni 80, in cui vincevo a mani basse il titolo “Look of the Year” ai Bagni Nettuno.
E poi, girare il mondo vestito come gli Spandau Ballet e raccontare a tutte che trattavo “italian fashion”, c’era da incendiarsi il pisello per effetto Joule.

Oggi mi vesto perchè senza vestiti fa freddo e poi nudo mi vergogno.

Verso la fine della scorsa estate sono andato al mercato per rimpiazzare il vaso di basilico che tengo sul balcone, a cui la nostra vacanza di agosto è stata fatale; mi casca l’occhio su una felpa grigia con una scritta discreta sul davanti e, incredibilmente, niente dietro; fa caldo e sto male al pensiero di misurarla, ma l’occasione è ghiotta, da non perdere.
Posso divagare un attimo?

Non sopporto le scritte su felpe e t-shirt, salvo quelle con nomi di località, squadre del cuore o scritte geniali.
Odio il millantato credito: se giri con la scritta “Helicopter Rescue Team” devi essere uno uno che mette la propria vita in gioco per salvare altra gente; se un elicottero non l’hai mai visto e non aiuteresti neanche un vecchietto a cambiare una gomma bucata, che senso ha?
È la cosa più stupida del mondo, seconda solo ai tatuaggi, che infatti straodio. Per fortuna, ai tempi in cui avevo spesso l’occasione di vedere delle signorine poco vestite, la moda del tatuaggio era proprio agli inizi, e tuttalpiù ti trovavi un delfino lungo due dita o una farfallina; oggi vedo ragazze che più che desiderare di essere il loro partner vorrei essere un pendolare, per leggermele con calma sul treno.
Ricordate: un bel libro non ha bisogno di illustrazioni.

Tornando alla felpa, quando Bimbi la vede mi dà la sua approvazione e, fiutando il momento fertile -portarmi a comperare vestiti è come portare un bambino dal dentista- mi dice:”Però potremmo comperarne ancora un paio, belle, così per un po’ sei a posto…”
Ok, si parte.
Ah, dimenticavo: il mio nuovo acquisto costava 29 euro…

Giriamo quattro o cinque negozi del centro e troviamo solo robe con scritte o senza zip intera, che è una mia fissa; dico “ancora uno poi basta” ed entriamo in un negozio dove la commessa si scusa perchè è “in fase di cornering”; rispondo che la capisco: per una donna, la gravidanza, la menopausa e la fase di cornering sono momenti importanti.
Bimbi mi dà una gomitata e la tipa, con l’espressione “capisco la battuta”, spiega che il disordine è dovuto al fatto che sta allestendo il corner; per evitare una seconda gomitata, non le faccio notare che il corner non è altro che un tavolo in mezzo al negozio: capisco che un linguaggio tecnico ti eleva quattro dita su quell’ignorante del cliente, magari un bifolco che si ostina a chiamare “giacca” un capospalla.
Così ci mettiamo a ravanare nel mucchio, come al Lidl, solo che lì la maglia che costa meno sgobba 180 euri.
Ed al mercato era tutto esposto bene sulle grucce, vi faccio notare…

Ocio!
Forse ci siamo: felpa con zip intera ed una righina discreta che borda il collo; guardo il prezzo -180 euro, va beh- poi guardo l’interno e mi parte un “…ma andate a cagare!”
Mostro a Bimbi l’interno della mia Market-twentynine euro che indosso: le cuciture hanno uno zig-zag perfetto, ogni orlo è ribattuto (scusate la pedanteria ma sono nipote di sarta…); le mostro il capo di tendenza che ho in mano: l’attaccatura   delle tasche sembra un pezzo di trippa sul banco del macellaio e tutte le cuciture sembrano le piccole e le grandi labbra della vagina di una mucca.

Non commento e ce ne andiamo.
Ora, per quanto ne so io, quello del mercato compera una felpa -fatta in Cina o nel Vaffanculistan non mi interessa, so che è ben fatta- e la paga 12 euro da un importatore onesto che a sua volta l’ha pagata 5 euro; 12 x 2 + IVA fa 29 euro arrotondato: con la “banda degli onesti” funziona così, lo facevo anch’io in armeria con l’abbigliamento economico.

La Regina del Cornering compera quello straccio da un lavativo di San Marino che ha un amico direttore di banca che gli procura una lettera di credito di 50.000 euro, con la quale va in Cina o nel Vaffanculistan e si fa fare le felpe, ma le vuole pagare 3 euro; anche in quelle plaghe desolate non possono fare miracoli, così gli confezionano quelle merde; in Italia mette una felpa addosso ad un ragazzotto depilato con le sopracciglia disegnate, gli fa una foto e con un finanziamento da 10.000 euro compera un paio di pagine su una rivista da ricchioni, dopodiche le felpe arrivano nel corner a 50 euro; la forbitissima zoccola fa 50 x 3 + IVA e scrive 180 euri sulla felpa che il Dottordivago non userà mai neanche per pulire l’astina del livello dell’olio.
Chiaro?

Solo che l’importatore serio è lì da trentanni, e ci resta, come la sciura che ha il banco al mercato, che si è costruita una bella casetta svegliandosi alle cinque del mattino per una vita.
Il lavativo, invece, brucia il paglione all’ex amico direttore di banca ed alla finanziaria, mentre la Regina del Cornering chiude il negozio dopo un anno, in cui ha pagato tre mesi di cauzione ed un mese di affitto.
Ed io, a due così, non do una lira.

Volete una confessione?
Da dieci anni mi piacciono i costumi Sundek

e potessero ciecarmi ‘n occhio se ne ho mai comperato uno, per il solito motivo; un euro di materiale, due euro di confezione, dieci euro di pubblicità: ed esce fuori quel prezzo lì, 120 euri.

Quando ero volevo essere un figaccione a tutti i costi, mi facevo confezionare i costumi da bagno su misura, con i tessuti di Naj Oleari: ne avevo una dozzina.
Adesso ne ho quattro, e non sono belli come i Sundek, lo riconosco, ma mi rendo anche conto che il disegno dei Sundek richiede più un fisico tipo Hugh Jackman che il mio: li ho comperati all’Oviesse, 9 euro e 90 centesimi.
Ce n’erano anche da 4,90 e 6,90.

Ma l’uomo di classe qualche sacrificio lo deve fare, e che cazzo!…

Dottordivago

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