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Posts Tagged ‘Salina’

I casi sono due: o vi leggete prima il post precedente o potete risparmiarvi pure questo.
Già fatto? Ok, andiamo avanti.

Per “Quelli delle Favelas”, finalmente, finisce la Cattività Salinese e si trasferiscono in blocco a Lipari.
Naturalmente la sciura Tarantella –merda tu, bastardi noi- viene informata della cosa solo la mattina stessa della partenza dei quattro quinti del gruppo ma si vede che è abituata e quasi se lo aspettava: non pianta neanche tante grane.
Io, poi, divento quasi il suo pupillo, visto che non me ne vado.
In versione “Lecchino della Tarantella” le ricordo che aspettiamo una coppia di amici e che, se fosse possibile, avrei piacere si sistemassero nella camera gemella della mia, così avremmo il terrazzo tutto per noi per il resto della vacanza, bugiardo, vigliacco e infame che sono…

I nostri amici sono a soli dieci minuti di aliscafo, quindi Bimbi ed io ci facciamo un giorno a Lipari col gruppo e uno da piccioncini a Salina, poi arrivano i Yuli, sistemati nell’Imperiale2 –ormai la Tarantella è come creta nelle mie mani…- e debitamente messi al corrente di tutta la vicenda, quindi prepariamo il seguente biscotto: Yul telefona a casa e fa chiamare in albergo da un sedicente famigliare, il quale deve prospettare scenari apocalittici che richiedono il rientro immediato della coppia appena arrivata.
Sfiga vuole che noi siamo senza macchina, quindi, con la morte nel cuore, dobbiamo partire con loro.

Per la Tarantella è un brutto colpo –e gliene pigliasse pure uno peggiore…- ma per due coppie, nuovi occupanti delle favelas, è un terno al lotto: li ho conosciuti due giorni prima e gli ho sibilato un “Estote parati…”; poveracci, già si beccano la pensione completa, meschini, almeno compenseranno il mal di stomaco con il panorama.

Lipari, bel suol d’amore,
ti giunga dolce
questa mia canzoneeeee…

Arriviamo a Lipari e prendiamo possesso della casa: certo che a Salina eravamo messi meglio ma l’amicizia ha i suoi doveri.
Ci sistemiamo in un appartamento attaccato al porto; quando dico “attaccato al porto” so quello che dico: quando le ancore finiscono in acqua, ci arrivano gli spruzzi in casa. Il rumore delle catene a cui sono attaccate le ancore, poi, è un vero dito nel culo, così come le sirene dei traghetti, ma niente che un bel paio di tappi non possa risolvere.

Problema: c’è una camera da letto ed un soggiorno con divano letto.
Gli uomini si giocano la stanza a testa o croce e lì sconto il culo di Salina: Bimbi ed io ci becchiamo il divano ma caschiamo in piedi, è comodo.
Sistemo due cose e, visto che in casa non c’è niente, esco per bagnarmi il becco nel bar attaccato a casa: chiedo un bicchiere d’acqua e il tipo, forse parente del barista di Salina, mi guarda male, poi prende un bicchiere ed apre il rubinetto…
A Lipari!
Dove portano l’acqua con le navi, acqua con cui fa già schifo lavarsi i denti…
Oddio, quella di Lipari non l’ho ancora assaggiata ma mi basta aver provato quella di Salina: sembrava sciacquatura di stufa a kerosene.

Mi scappa di divagare.
Salvo quella gasata a pasto, non sono un consumatore di acqua minerale, quella del rubinetto va benissimo; quando stavo a Roma, addirittura, se bevevo acqua era solo quella del rubinetto, visto che l’alternativa era, ovunque, la Ferrarelle, con cui non mi laverei neanche il culo.
Il contrario avveniva a Pavia quando avevo la casa in Borgo Ticino: l’acqua aveva una tale puzza di zolfo che mi lavavo i denti con la minerale per risparmiarmi i cognati… Non so se oggi la situazione è migliorata, ma a cavallo tra gli anni 80/90 la puzza in bagno arrivava non con la cacca santa ma quando tiravi lo sciacquone…

Insomma, blocco il barista con il bicchiere sotto al rubinetto: ”No, guardi, intendevo acqua minerale…”
NON – NE – HA
Voi direte: “Li trovi tutti tu…”.
Può darsi, infatti in quel momento mi sento come un supereroe combattuto tra il Bene e il Male, indeciso se usare la mia SuperSfiga per combattere il crimine o dominare il mondo…

“Va beh, dammi una birra”, che mi scolo in trenta secondi.
È quasi l’una ed ho un certo languorino, quindi un Campari Soda con due stuzzichini mi terrebbe buono lo stomaco in attesa del pranzo di gruppo.
Non pretendevo una dozzina di ostriche o di lumache, mi accontentavo di due schifezzuole, solo che lì le patatine sono considerate, giustamente, un bene voluttuario e non fanno deroghe. 
Quindi Campari Soda “vedovo”.
E tiepido.

Nooo… basta… pietà…
Chiedo il ghiaccio ed il barista mi guarda come se gli avessi domandato quando parte il primo ippopotamo volante con destinazione Paperopoli, poi capisce di avere a che fare con un pazzo e mi concede due cubetti.
Morale, se andate alle Eolie, andateci con un furgone della Sammontana, pieno di ghiaccio: vi servirà.

Il resto della vacanza è proprio bello: Ginki e Zendi in un alloggio tipo il nostro mentre i Geometri coi Pezzotti si sono piazzati nel Vilùn, una villa con un bel terrazzo che è diventato immediatamente il campo base del gruppo.
Ecco, la cosa indimenticabile è stato proprio il gruppo: abbiamo fatto tanto di quel ridere che siamo arrivati a casa che sembravamo il Joker di Batman, col sorriso impresso sulla faccia.
Il posto, francamente mi ha deluso: da come me ne parlavano, mi aspettavo di più.
E tutti a dirmi che alle Eolie “devi avere la barca”…
Grazie al cazzo, con la barca è bella anche Rimini: basta allontanarsi un bel po’ da riva e tuffarsi in Croazia.
Io ho un concetto comunista delle vacanze al mare: voglio un posto bello per tutti; non posso dire che le Eolie siano un brutto posto, ma se ci mettiamo ad elencare i posti più belli, anche solo nel Mediterraneo, finiamo domani.

È un po’ come la storia degli anfibi: quando erano di gran moda, a me faceva cagare vedere una con quelle scarpacce e Bimbi, a cui piacevano e se ne infischiava –giustamente- dei miei gusti, mi diceva: “…ma se una è bella davvero, stanno benissimo”.
Sì, ma con qualsiasi altra scarpa una bella gnocca starebbe meglio.

Comunque, complessivamente ho un buon ricordo di quella vacanza, non fosse altro per la splendida figura da paesani allo sbaraglio che abbiamo fatto una sera e che ci è servita negli anni a venire.
Ceniamo dal Filippino, se ricordo bene il nome, un famoso ristorante di Lipari.
Conclusa la cena, dopo l’ammazzacaffè, stiamo meditando con quale ammazza-ammazzacaffè spaccarci la faccia e il cameriere ci propone un Malvasia delle Eolie.
Premessa: oggi so benissimo di cosa si tratta e adoro tutti i passiti e Sauternes del mondo; ma a quel tempo, noi di Alessandria, conoscevamo il Malvasia di Casorzo, un modesto ma gradevole vinello rosso, dolce, che bevuto fresco aveva la sua ragione di esistere; non so se la organizzano ancora, ma una volta gli dedicavano una sagra in cui ci prendevamo delle sbronze terrificanti, sbronze agevolate dal fatto che quel Malvasia costava qualcosa tipo 150/200 lire al bicchiere.

“Ma sì, dai, vada per il Malvasia…”
Il cameriere si presenta con una bottiglietta striminzita da mezzo litro contenente un liquido ambrato, di cui noi, avvezzi al nostro parente povero, ignoriamo la nobile caratura…
Ola, camarero, con quella boccetta non sentiamo neanche l’odore: portane ancora un paio, sulla fiducia…”

‘Azz… se era buono!… E ‘ste bottigliette duravano quanto una goccia d’acqua sul piano della stufa: un rapido passaggio in dodici mani e vai con un’altra.
Non ricordo quante ne abbiamo bevute.
Morale, ci eravamo già sbilanciati sulle vivande, quindi ci aspettavamo un conto importante e così è stato; peccato che al conto già corposo di suo se ne sia aggiunto un secondo, superiore di una volta e mezzo, per il Malvasia. Non ricordo la cifra esatta del totale ma è stato come, al giorno d’oggi, aspettarsi un conto da 100 euro e ritrovarsene uno da 250, di cui 150 di ammazzacaffè…

“Ma quanto cazzo costa, ‘sto vino dimmerda?…”
”3.000 lire al bicchiere, signore”

Da quella volta, se non è scritto sul menu, anche in pizzeria domando quanto costa la margherita.

Dottordivago

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Non so se lo facciamo come esercizio per la memoria o solo perchè siamo due deficienti, fatto sta che Bimbi ed io ci ritroviamo, ogni tanto, a sforzarci di ricordare i luoghi delle vacanze estive dal 1986, anno in cui ci siamo visti e piaciuti; lo facevamo anche con i Capodanni, poi abbiamo smesso: sono diventati anonimi, un po’ perchè è una serata senza senso ed ho capito che la meglio cosa è una bella cenetta con qualche amico, un po’ perchè, quasi sempre, ai primi di gennaio partiamo per le vacanze invernali e non ce ne frega un beneamato cazzo di spendere un miliardo per una serata da qualche parte, col cappellino in testa e la trombetta in bocca.

Durante il giochino, su alcuni anni ci blocchiamo e dobbiamo pensarci bene, su altri non abbiamo un attimo di esitazione: uno di quelli è il 1990.

Siamo andati alle Eolie, arcipelago descrittomi come paradisiaco e che, col senno di poi, avessi saputo dov’erano i tappi delle varie isole, li avrei tolti tutti e le avrei fatte affondare, ‘ste cazzo di Eolie.
Per carità, i posti di merda sono diversi, ma ti lascia l’amaro in bocca il pensiero di cosa potrebbero essere se prese in gestione da Francesi o Spagnoli o, volendo raschiare il fondo del barile, pure dai Greci; ai Romagnoli non le darei, sarebbe troppo: troverebbero il modo di far nevicare su Stromboli e portarci i Tedeschi a sciare. 
Ma andiamo per ordine.

Ginko ha un amico che conosce uno che ha una parente che ha un albergo a Salina.
Ai più fedeli lettori non sfuggirà il nome sinistro di Ginko, Campione del Mediterraneo di Bonifico Ciucco, titolo conquistato due anni prima.
Come dico sempre parlando di quei tempi, Internet era ancora nelle balle di suo papà, quindi stiamo all’entusiastica descrizione che l’albergatrice ha fatto al parente che l’ha riportata all’amico di Ginko il quale, dopo mezzora di lodi sperticate, pensa bene di pararsi il culo: “…Oh, a me l’hanno raccontata così…”
Ok, è fatta, si va.

Il gruppo partenti è interessante: Ginko e Ginka, Bimbi ed io, Zenda e Sora Lella, Pezzotta e Paolino –che sarebbe Paola ma Pezzotta l’ha battezzata così…- il Geometra con la Zucchina –altra Paola, con la sfiga di avere un fratello noto come “lo Zucchino” e le è andata ancora bene: ho un cugino soprannominato l’Alligatore e sua sorella, ancora adesso che ha cinquant’anni, è sempre l’Alligatrice…-
Dopo la prima settimana, durante la quale faranno un corso sub ad Ustica, si aggiungeranno Yul e Silvia.

Geometra e Zucchina partono in aereo ed arriveranno con mezzi proprii…
Ostia! Mi scappa di divagare.

Beh, e adesso, che cazzo vuole ‘sto correttore grammaticale?
Proprii me lo segna come errore ma se lo scrivo con una sola “i” me lo passa, solo che proprii si pronuncia con due i e così intendo scriverlo: ma farà cagare dire propri, sì o no? 
Già mi sono messo a scrivere vent’anni, come sarebbe corretto, anzichè ventanni, come piace a me, però adesso basta con le concessioni…

Ginko e Ginka si accomodano a bordo della Sgorbio, la Ford Skorpio di Zenda; Bimbi ed io siamo sulla Renata, la Fiat Regata di Pezzotta il quale, al momento della partenza, guarda con invidia i finestrini chiusi della sgraziata ammiraglia dotata di condizionatore e battezza noi quattro, con finestrini aperti e braccio fuori, come “uperaiasc chi van a Viserbela”, gli operaiacci che vanno a Viserbella (di Rimini).
Il gruppo è super-affiatato e profondamente stupido, quindi, come dice Andreino, “il viaggio è già vacanza”; poi il traghetto a Napoli, la notte sul ponte (“Figurati se non troviamo le cabine…”) e l’arrivo a Salina, dove ci ricongiungiamo col Geometra, al porto ad aspettarci, visto che non si ricordava il nome dell’albergo ed i cellulari stavano nello stesso posto di Internet.

Il primo impatto con l’albergo non è male: bella posizione dominante, vista mozzafiato, a 500 metri dal mare.
Nel senso dell’altezza.
Questa è la prima particolarità delle Eolie: come a Cervinia, basta scendere 2000 metri e trovi il mare.

Ci mostrano le camere, quindi tutti in fila dietro a Ginko, il nostro tour leader, francobollato alla sciura Tarantella (più o meno si chiamava così…), la titolare della baracca.
In cima alla scala c’è la prima stanza, butto l’occhio e mi piace: ampia, letto matrimoniale più letto a castello su cui allargare i bagagli, visto che odio gli armadi degli hotel, nonchè spettacolare terrazza vista mare; non so come sono le altre ma questa può andare: mi piazzo, con l’accordo di trovarci mezzora dopo per il pranzo, visto che sono quasi le due e che la sciura, anche se abbiamo concordato solo pernottamento e colazione, è disposta a prepararci qualcosa da mettere sotto i denti.

Bimbi ed io arriviamo a tavola freschi come due rose, dopo una doccia ed una boccata d’aria in terrazza, gli altri arrivano alla spicciolata.
Tutti con una brutta faccia.
Ai Geometri è toccata La Grotta: la loro camera ha ovviamente la porta d’ingresso, visto che in qualche modo bisogna pure entrare, ma non ha uno straccio di finestra, neanche in bagno, ed una cagata media potrebbe avere il tempo di decadimento del plutonio.
I Ginki e gli Zendi sono ai Box: hanno una finestrella pro capite ma piccolissima, entrambe affacciate sulla strada che, proprio in quel punto, fa una curva a gomito e le scalate di Ape Piaggio, motorini truccati e mezzi vari fanno tremare le otturazioni in bocca, come alla Rascasse.

Quelli messi peggio sono i Pezzotti: si sono beccati La Sauna; la camera è semi interrata, “solo” tre o quattro scalini, e  l’unica finestra dà sul cortile interno ma proprio lì c’è la zona coperta adibita alla colazione, così la sveglia alle sette è assicurata; inoltre –e mentre ce lo dicono notiamo che, nonostante la doccia, sono lucidi come due pavoni, tanto sono sudati- c’è un caldo soffocante ed un’umidità spaventosa, tant’è vero che aleggia una simpatica nebbiolina…
Gente, non è un’iperbole: hanno la nebbia in camera!

Propongo “Oh, adesso mangiamo, che sono quasi le tre, poi intervisteremo la Tarantella” e strappo un “ok” detto tra i denti da otto persone che sono passati davanti alla mia Imperiale mentre me ne impossessavo e questa cosa non mi rende simpaticissimo al gruppo. A distanza di vent’anni ancora me lo rinfacciano ma io non li cago: non ho fatto il giro cercando la più bella, sono entrato nella prima camera che ho trovato, alla faccia di tutti i battitori d’asta che aspettavano un’offerta migliore.

Negli USA gira una battuta:

Come fai ad impedire che dieci negri violentino una donna bianca?
Semplice: gli dai una palla da basket…

Da noi, se metti dieci italiani a tavola, anche l’umore più cupo volge al bello.
Salvo tornare più tempestoso di prima dopo un paio di assaggi della cucina “Chez Tarantella”.
Facendoci leggerissimamente pesare che teneva la cucina aperta per noi ritardatari, la sciura parte con prosciutto e melone, dove per prosciutto intendesi cotto di spalla quadrato, quello che si usa per i toast, nei locali dove i toast fanno schifo; il melone, poi, era talmente fibroso e schifoso da meritarsi un abbinamento consono in una ricetta dedicata: merda e melone, per esempio. 
Dove siano riusciti a trovare un melone così, in Sicilia, in agosto, resta ancora oggi un mistero.
Segue pasta al pomodoro da mensa aziendale.
Domanda: quando hai un goccio d’olio, uno spicchio d’aglio, un pomodoro, un peperoncino, un pizzico di sale e due foglie di basilico, se non sei uno scienziato malvagio, come cazzo fai a fare una schifezza?

Probabilmente il cuoco era realmente uno scienziato malvagio, uno che, quando non tenta di soggiogare il mondo, passa il tempo suonando un organo enorme, vestito come il Fantasma del Palcoscenico.
Perchè dico così?
È riuscito a rendere semi immangiabile il secondo, un fritto di occhiate; servono altre prove?

Finalmente il dessert: macedonia.
Tiepida.
E frizzante: se con quella roba volevano farci il sidro, mancavano ancora almeno un paio di giorni di fermentazione…
Oh Gesù, dove siamo capitati? Ok, la nostra intenzione è sempre stata quella di provare tutti i ristoranti dell’isola, non di mangiare lì; però, sommando la cucina al livello delle camere…

“Va beh, stasera ne parliamo…Visto che abbiamo saltato la notte, adesso ci facciamo un bel pisolino…”
Quasi mi mordo la lingua, quando otto teste si girano di scatto come per azzannarmi: “Tu fai un bel pisolino…”
In effetti, a quell’ora, mentre l’Imperiale è sì, calda, ma ventilata, la Sauna è inavvicinabile, mentre i Box e la Grotta restano ambienti semi ostili alla vita come noi la conosciamo.

In qualche modo arriva sera e, seduti in un ristorante normale, dove il cibo non induce il vomito, si prende una decisione: visto che avevamo anticipato una cifra corrispondente a tre/quattro giorni di alloggio, il giorno dopo tutti a Lipari, a cercar casa per i giorni successivi.
C’è il problema Yul e Silvia, che arriveranno a fine settimana e che non sappiamo proprio come contattare, ma se c’è da stare qui ancora un giorno per aspettarli, io sono piazzato bene.

Così gli otto senzatetto partono per il Cammino della Speranza e rientrano alla sera con un sorriso da un orecchio all’altro.
Non hanno fatto poco: in pieno agosto hanno trovato posto per dodici persone in tre case diverse; ancora tre o quattro giorni di purgatorio, affinchè si liberino le sistemazioni trovate, poi schizzano a Lipari; io li raggiungerò un giorno dopo, con la coppia mancante.

Con la consapevolezza di andarsene a breve, il rimanente soggiorno diventa sopportabile anche per “quelli delle favelas”, così ci godiamo l’isola, che non è un cesso ma non è neppure un decimo di quanto ci aspettavamo.
Siamo nel sud Italia, in una località turistica conosciuta in tutto il mondo e non troviamo un briciolo della professionalità che si trova, ad esempio, nel sud della Turchia, forse perchè nel Paese della Mezzaluna non esiste un Nord prevaricatore e sfruttatore che al Sud manda solo rifiuti tossici e mai una lira che è una… 
Oh, incazzatevi pure, amici meridionali, ma questa proprio non sono riuscito a tenerla.

Faccio un esempio; selezioniamo due bar: “quello della colazione”, vicino ad una panetteria/pasticceria dove comperare croissant e pasterelle che nel suddetto bar pensano bene di non tenere, e “il bar bello”, quello serale, che merita due parole.
È incastonato in una scogliera, una cinquantina di metri sopra una spiaggia a ferro di cavallo di sassi tondi, tipo palla di cannone, in cui il mare entra creando sonorità e colpo d’occhio da urlo, godibili da una terrazza hollywoodiana.
In un posto del genere, gestito non da un genio ma da un deficiente -come me, ad esempio…- bisognerebbe slegare i cani per mandar via i clienti: lì, invece, non c’è mai nessuno.
Questa cosa sarebbe l’ideale per un gruppo di dieci persone, che difficilmente troverebbero un paio di tavolini e dieci sedie in un posto normale, in agosto.
Ma dico “sarebbe”…
Prima sera: ci accomodiamo e ordiniamo dieci gin tonic, che arrivano dopo un quarto d’ora, anche se ci siamo solo noi.
Però, in compenso, arrivano belli tiepidi.
Chiediamo spiegazione: “Eh… la macchina del ghiaccio… è tutto il giorno che va a singhiozzo…”
”Ma il frigo, funziona?”
”Certamente…”
”E avercelo detto prima, che magari avremmo preso una birra o una Coca?…”
”Minchia, non c’ho pensato…”
Se ne va e ci lascia lì le tisane.

Torna dopo dieci minuti: “Se ne volete un altro, adesso la macchina si è messa a andare…”
Accettiamo la proposta, così ci becchiamo un altro gin tonic tiepido.
”E che cazzo… è come quell’altro…”
”Eh… un cubetto a testa, c’era…”. Che sommato all’acqua tonica tiepida –con il primo ordinativo gli abbiamo svuotato il frigo…- il risultato è simile al precedente ma il tipo è talmente stupido che noi, più che incazzarci, la mettiamo sul ridere.

Passa mezzora; chiamo il barman professionista e gli dico, visto che sulla roba calda è preparatissimo, se mi porta un cognac.
Ritorna con un impeccabile ballon da cognac… con più ghiaccio che cognac
Con un coro di “Ma tu non sei normale…” e “Allora lo fai apposta…” ce ne andiamo, lasciando la metà di quanto ci chiede.
Ma solo perchè siamo dei signori…

Continua.

Dottordivago

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