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Posts Tagged ‘rugby’

Nella vita ho fatto un sacco di cazzate.
Molte altre, per fortuna, me le sono risparmiate.

Ad esempio, non ho mai avuto esperienze omosessuali; sono di mente aperta e non ho nulla da obiettare se due maschi ci danno dentro come matti: mi basta che uno dei due non sia io.

Ostia, mi scappa di divagare.
Oddio, con un maschio proprio no, ma una volta ho fatto un giro nei paraggi…
Negli anni 80 ero spesso a Bangkok per lavoro ed una sera ho preso una scimmia micidiale con degli australiani ospiti nel mio albergo; sembravo la loro mascotte, visto che erano fatti con uno stampo che prevedeva due metri di altezza per 120/ 130 kg ed erano i componenti della nazionale di football australiano, uno sport semisconosciuto da noi ma abbastanza praticato down-under: non ricordo cosa lo distingua dal più celebrato rugby, di sicuro è praticato da delinquenti che considerano quest’ultimo uno sport da checche, a diferenza del loro, in cui più che la tecnica conta la fedina penale.
Eravamo in una discoteca pazzesca, con una pista come un campo da calcio al cui centro troneggiava un ring rialzato tre metri dove due disgraziati si facevano neri per pochi spiccioli a colpi di thai boxe; come al Madison Square Garden, tra un round e l’altro passava una signorina incantevole mostrando il classico cartello numerato; fatto il suo giro si posizionava fuori dal ring e si estraniava da quel mondo di sudore e sangue vicino a lei e da quel mare di sudore e alcol che stava sotto: noi.
Eravamo circondati da decine di zoccolelle del posto che ti ritrovavi sempre appiccicate -gli australiani, letteralmente, le calpestavano ballando…- e non mi sembrava vero che in tutto il locale ci fosse una che si guadagnasse da vivere facendo altro: un po’ per quel motivo, un po’ perchè era veramente una meraviglia, ho detto agli animali che erano con me che se mi avessero lanciato là sopra ne sarei sceso con la signorina in questione o avrei messo le basi per il seguito della serata.
Il ring era al livello di un primo piano, loro mi hanno lanciato almeno all’altezza del secondo, tant’è vero che mi sono materializzato al centro del quadrato, dieci secondi prima del gong; fingendomi incazzato con gli animali e con l’aria di “..E mò come si scende di quà?” mi fiondo nell’angolo con la signorina: penso “Ok, ho tre minuti di tempo” e parto all’attacco.

Non mi guarda in faccia e non risponde per tutti e tre i minuti.

Suona il gong e lei parte per il suo giretto.
Ma torna nello stesso angolo.
Domanda:”Devi per forza tornare in quest’angolo?”
“No”.
Ecco, così va meglio… “Allora non ti disturbo…”
“No, stay”.
Sì, va decisamente meglio.
Ha una voce più calda delle altre indigene, che parlano sempre un’ottava più alta del necessario: me la guardo per dieci minuti ed è sempre più bella.
Finisce l’incontro ed arrivano gli inservienti con una scala come quella dei becchini, scendiamo e ci diamo appuntamento per un’ora dopo: le toccano ancora un paio di incontri.
Tutto fila liscio, gli australiani mi fanno i complimenti a modo loro, cioè con delle pacche che mi mischiano le ossa: per fortuna la signorina non mi ha congedato con un bacio come io avrei voluto, sennò non sarei sopravvissuto all’entusiasmo dei miei amichetti.
Un’ora dopo li abbandono con la signorina al braccio.
Passiamo una seratona che, come tutti i salmi, finisce in gloria.

Palpo le prime tette rifatte della mia vita, ma non mi formalizzo.
Ecco… sulla patata, invece, avrei qualcosa da ridire.

Tranquilli, niente di preoccupante: l’aspetto è quello classico, è solo che sento una sensazione strana sul pisello…
Rifletto: voce calda, tette rifatte, adesso ‘sta sensazione…
Mmm… mi sa che sto ciulando una figa di plastica…
La guardo bene: è una bambolina con due fianchi a clessidra che nessun uomo potrà mai avere.
Mi concentro, non c’è che dire: la sento diversa; ma la mamma non mi ha dotato di fibre ottiche ed il mio pisello non ha mai imparato a leggere il Braille, quindi va bene così.

Poi, dopo, di sua iniziativa, mi racconta tutto: dice che è “nata male”.
Era una bella bambina, ma col pisellino.
Ha fatto quello che poteva per raggranellare i soldi per l’intervento, poi si è cercata un lavoro; il suo sogno è aprire un salone di bellezza e le manca poco, solo che con un lavoro normale, anche se ben pagato, ci vuole più tempo.
Non si tratta di grosse cifre e mi offro di aiutarla, ma non se ne parla neanche.
È un tesoro e ci sto bene insieme, ma parto due giorni dopo, per fortuna: l’anno successivo ho conosciuto Bimbi, e, con tutto il rispetto, non c’è paragone.
Bon, chiusa la divagata.

Altre cose mai fatte: mai avuto una tessera di partito e mai partecipato a qualsiasi cosa abbia a che fare con la politica.
Fino a domani.

Domani ho un invito per un aperitivo offerto dal Sindaco.
Sotto elezioni, se nessuno vi invita da qualche parte, preoccupatevi: a me è sempre successo; che poi non mi abbia mai visto nessuno è un’altra faccenda.
Questa volta è diverso: a parte che questo Sindaco io l’ho votato, a parte che il candidato Presidente della Provincia è il padre del mio testimone di nozze, ma il fatto è che ho piacere di conoscerlo, ‘sto Sindaco.
A suo tempo ho scritto alcuni post che per il nostro Primo Cittadino corrispondevano ad altrettante dita nel culo.
Mi ha querelato? No.
Mi ha minacciato? No.
Mi ha mandato un paio di persone che si sono informate sui fatti che segnalavo ed ha risolto i problemi.
Non a me personalmente, intendo al quartiere.
Io quest’uomo lo voglio vedere da vicino: avrà le branchie?
Così domani mi ritroverò in una situazione che non ho mai apprezzato ed in cui non mi sono mai venuto a trovare: robe di politica.

Farò volentieri due chiacchiere con l’extraterrestre, ma so già che per tutto il tempo mi ripeterò la domanda “Cosa ci faccio io qui?”
C’è sempre una prima volta.

Ehm… mi scapperebbe ancora di divagare…
Nel corso della mia dissoluta giovinezza mi è successo un mucchio di volte di svegliarmi in un posto e metterci dieci minuti per capire come ci ero finito, ma la vera prima volta, il mio primo, vero “Cosa ci faccio io qui?” è stato quando con mia madre, vera Bibbia del bon ton paesano, mi sono ritrovato a scegliere le bomboniere per il mio matrimonio.
No, dico: le bomboniere!…
C’era una commessa che per venti minuti mi ha mostrato “i nuovi arrivi”: l’unico settore in cui auspico nuovi arrivi è quello farmaceutico, non si sa mai; per tutto il resto, un paio di step indietro mi va benissimo, per i telefonini anche tre.
Mia madre non perdeva una virgola, io mi domandavo solo “Cosa ci faccio io qui?” finchè ho sentito nominare Marta Marzotto; mi sono risvegliato e ho dichiarato che già parlavamo di stronzate come le bomboniere, per cui meno tempo e denaro avessi buttato, meglio sarebbe stato; in più, propormele firmate, e firmate da Marta Marzotto, era il sistema migliore per non vedermi più.

Butto l’occhio in una vetrinetta e vedo la classica bomboniera tonda di Limoges, quella blu col bordo in oro, che ha il miglior pregio che una bomboniera può avere: quello di non farsi notare e di non passare mai di moda, tant’è che le fanno da 300 anni.
“Non so quante ne abbiamo, sa, non vanno più molto…”
“Lo prendo come una proposta di sconto, che accetto: se ne ha un centinaio le prendo tutte.”
“Per quelle non abbiamo la confezione pronta, gliela faccio preparare…”
“Una scatola bianca col nasto blu andrà benissimo, grazie”
“Bene, mentre preparo tutto, sempre che le interessi, vuole guardare gli abiti?”
Mentre ci spostiamo mia madre si sente in dovere di scusarsi dicendo “Abbia pazienza, è un po’ nervoso, sa, il matrimonio…”
La incenerisco con lo sguardo ma mi tappo la bocca.

Ci accomodiamo.
La prima cosa che vedo è un orrendo manichino con addosso uno Spencer, quella giacchetta corta con le spalle imbottite tipica dei boys d’hotel, solo che questo è di seta grigio perla.
“Ma’, mi ci vedi con un affare così?” dico ridendo.
Mammà concorda; sono un metro e settantacinque ed ho 113 di torace a riposo, praticamente una pentola a pressione: con lo Spencer sembrerei un televisore degli anni 50 con sopra l’immancabile centrino all’uncinetto…
Arriva trafelato il commesso: “Scusate se vi ho fatto aspettare: avete già visto qualcosa?”
Formulo la richiesta: un abito grigio da tenere come vestito della festa per gli anni a seguire, magari sostituendo camicia e cravatta con una polo.
“Ah… va bene… certo… Però, guardandola bene, io le avrei suggerito qualcosa del genere…”
Seguo il suo sguardo e realizzo che sta guardando lo Spencer.

Lo so, forse non se lo meritava, ma me ne sono andato con un “ma vai a cagare” delle grandi occasioni, un po’ ridendo ed un po’ incazzato, seguito da mia madre che si scusava per il mio caratteraccio prematrimoniale.

Da allora non mi è più capitato di pormi la domanda “Cosa ci faccio io qui?”.
Forse me la porrò domani, ma non credo: comincio a fidarmi di questo Sindaco.

Dottordivago.

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