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Posts Tagged ‘Neil Armstrong’

Tutto il parlare che si fa in questi giorni, in cui cade il quarantesimo anniversario del primo uomo sulla Luna, mi fa un effetto strano.
Me lo ricordo come se fosse ieri, il mio primo passo sulla Luna.

Diamo ad Armstrong quel che è di Armstrong, sia chiaro: il primo è stato il vecchio Neil, seguito subito dopo dall’amico Buzz Aldrin, e questo lo dichiaro alla faccia di tutti i complottologi ispirati da Capricorn One.
L’uomo sulla Luna c’è stato e lo so per certo.
Sì, perchè c’ero anch’io.

Ho già raccontato questa storia, ma costituiva una divagata in un post di un anno e mezzo fa; ora vorrei raccontarvela per bene.

Nel luglio del 1969 avevo nove anni e mi trovavo in vacanza a casa dei miei nonni materni a Cuccaro Monferrato; passavo lì ogni giorno libero dalla scuola, quindi tutta l’estate, e mi giravano le balle quando i miei genitori mi portavano al mare.
Cuccaro (con l’accento sulla “u”) era la mia Disneyland: c’erano i miei amici, la mia giungla, la mia prateria, la mia savana; mi stupisce il fatto che nei primi anni della mia vita io non abbia sviluppato le zanne come i cinghiali, visto che passavamo le giornate allo stato brado, costruendo capanne nei boschi e cibandoci di tutto quanto la terra offriva, nel senso che non esisteva un orto o un frutteto che non abbiamo depredato, per non parlare delle uova e delle galline che gli ignari villici lasciavano a nostra disposizione: a casa ti possono ingozzare come un’oca, ma il posto per una gallina uccisa con sassi e bastoni, spiumata all’ingrosso e resa immangiabile su un fuoco improvvisato, con contorno di pomodori sporchi di verderame e frutta secondo stagione, beh, quel posto lo si trovava sempre.
Si rincasava alla sera, giusto per prendere la quotidiana razione di calci nel culo, visto che la gloria e la fama derivanti dalle nostre avventure ci precedeva, nella persona di qualche contadino che ci vedeva e, infame cantastorie, narrava le nostre gesta alle nostre famiglie.

Ma soprattutto a Cuccaro c’era il mio migliore amico di sempre, praticamente mio padre.
Parlo del defunto parroco: “il Prevosto”.

Non l’ho mai chiamato in altro modo: ho cominciato a tre anni e smesso a trentanove, quando se n’è andato.
Io tre anni ce li avevo un po’ di tempo fa ed allora, specie in un paese di campagna, il parroco era ancora “il Prevosto”; quando per strada incrociava qualcuno, scattava automatico il saluto: “Sur Prevòst…”, persino con un accenno di scappellamento da parte degli uomini.
A tre anni “Prevosto” era sufficiente e, un giorno dopo l’altro, ho passato la vita chiamandolo così.
Vivevo in un film di Don Camillo, anche perchè il Prevosto non “era come”, il Prevosto era Don Camillo.
Un po’ burbero -con gli altri-, era veramente il pastore del suo gregge: sapeva farsi ascoltare, con le buone o le cattive, ma avrebbe lottato contro i lupi per aiutare le sue pecorelle.
Passavo intere giornate con lui e talvolta dormivo in canonica, accudito da sua madre, l’unica perpetua che si sia mai permesso.

Ogni mia caratteristica positiva, quel poco di buono che ho, lo devo a lui, per i difetti mi sono aggiustato da solo.

Mi ha insegnato tutto.
Grazie a questo moderno istitutore, a tre anni e mezzo leggevo -rigorosamente Topolino o Cocco Bill-, a quattro andavo in bici, poi il motorino; a dodici anni mi ha messo al volante della sua Lancia Appia, ovviamente sugli sterrati, come i suonati di Hazzard.
Mi ha insegnato a pescare.
Lasciava in uso la vecchia stalla parrocchiale ad un Cuccarese trapiantato a Milano che possedeva due cavalli e l’unica forma di affitto che percepiva era che io e lui potessimo farci un giro quando volevamo; avete presente cosa sia, a dieci anni, l’età di Bart Simpson, andare a pescare a cavallo, con le canne a spalla come un Winchester?
Non ve lo spiego: Louis Armstrong diceva:”Se uno deve chiedere cos’è il jazz, non lo capirà mai”.

Quando arrivava il momento di sistemare la siepe che contornava la chiesa per me era festa: lui faceva il lavoro di rifinitura con le cesoie a mano, io avevo il permesso di sfrondare i rami più grossi con una sciabola da cavalleria del ‘700 finemente incisa che solitamente, incrociata con uno stocco da duello dello stesso periodo, se ne stava appesa alla parete dello stanzone che fungeva da soggiorno, ufficio e nostra sala giochi invernale.

Un giorno, avevo dieci o undici anni, con fare carbonaro mi raccontò che una notte, anni prima, un tale mai visto bussò alla porta della canonica, gli lasciò una pistola e una cassa -non una scatola- una cassa di munizioni dicendo:”E’ meglio che custodisca lei questa roba, Reverendo”. E se ne andò.
Già così la storia mi aveva fatto sgranare gli occhi; dovevate vedermi quando ha tirato fuori la pistola e la cassa di munizioni: come appoggiarsi allo schermo di un cinema ed essere risucchiati dal film.
Oggi so che era una Beretta 34 cal. 9 corto, allora era una cosa che mi faceva girare la testa; andavamo a sparare in una specie di cava di argilla, ‘tanto sia i contadini che il guardiacaccia non ci facevano caso, ed in un’estate abbiamo finito la cassa di munizioni.

Potrei scrivere per giorni e non riuscire a raccontarvi un centesimo di ciò che ho fatto con il Prevosto o un millesimo di ciò che mi ha dato.
Vi racconto questa perchè descrive quella persona meglio di qualsiasi ritratto: il nostro sbarco sulla Luna.

Il pomeriggio del 20 luglio 1969 andiamo insieme a casa mia -ve l’ho detto: o ero per boschi o stavo con lui…- e il Prevosto dice a mia zia, sorella zitella di mia mamma che viveva lì con i miei nonni, che quella sera avrei cenato a casa sua per assistere insieme all’allunaggio dell’Eagle.
“A che ora finisce?”
“Al massimo alle undici lo riporto a casa, anche se… sarebbe un peccato non fargli vedere il primo passo di un uomo sulla Luna…”
“E a che ora lo fanno, ‘sto passo?”
“Prima di domani mattina, sicuro…”
“Lei lo riporti alle undici, sennò vengo io a prenderlo”.

Ora, devo spiegarvi un paio di cose.
Stiamo parlando di un paese di 500 anime degli anni 60, in cui non arrivava neppure il treno, quindi ben lontano dal ventesimo secolo; mia zia ed i miei nonni non si sono mai mossi da lì, lo stile di vita era decisamente più radicato nel secolo precedente che in quello in corso e che un uomo camminasse sulla Luna veniva, per importanza, sicuramente dopo la salute dei conigli e la produzione dell’orto.
Mia madre si è sposata a 19 anni e si è trasferita in Alessandria dove, grazie anche ad un carattere diverso, è diventata una persona normale.
Quando i miei amici di Alessandria raccontavano che i loro nonni guidavano la macchina io li guardavo con incredulità: figuriamoci, uno diceva che suo nonno era medico, un altro avvocato… pensa te…
Si inventavano cose assurde, ‘sti ragazzi: per me i nonni erano persone a cui dovevo mostrare io, col dito sul libro di scuola, dove si trovasse l’Africa, l’America ed il resto del mondo.
Senza il Prevosto, fonte inesauribile di conoscenza e cultura, quelle permanenze cuccaresi avrebbero fatto di me un bravo ragazzo “di una volta”, o forse una testa di cazzo, ma sempre “di una volta”.
Quindi, quando confesso di aver scoperto il copia/incolla da poco più di un anno, portate rispetto e pensate da dove sono partito.

Così, alla faccia di mia zia che alle dieci di sera spegneva la luce, il Prevosto ed io abbiamo cenato come piaceva a noi: salame cotto con riccioli di burro, soma d’aii (pane sfregato con l’aglio ed un pizzico di sale), frutta in abbondanza e “Paciugo”, coppa gelato della premiata ditta Tanàra che il Prevosto reperiva direttamente nel frigo del Circolo Parrocchiale, in qualità di unico affitto percepito per i locali.

Per fortuna non mi potete vedere in questo momento: sono ritornato “Carluccio”

 Carluccio 

e tiro su col naso per contrastare il groppo in gola…

Il Prevosto valeva due Walter Cronkite, cinque Ruggero Orlando e quattro fascine di Tito Stagno, tutti quanti insieme; alla luce azzurrina del televisore in bianco e nero il mio cervello era bombardato da mille informazioni: mi spiegava tutto, dalla gravità ridotta alla differenza di temperatura tra la faccia dell’Eagle  illuminata dal sole e quella in ombra, mi indicava i crateri col dito e mi spiegava perchè sulla Terra non ci sono…
Incredibilmente la diretta Rai non finiva mai e noi ci siamo ritrovati a correre come matti a casa mia, per fortuna distante 50 metri; mi ha lasciato all’inizio del cortile per evitare una sfuriata di mia zia.
Tutto inutile: “Le funziona l’orologio? Per non dire il cervello? È quasi mezzanotte ed a quest’ora la gente normale dorme…”
A bassa voce mi diede la buonanotte, poi si raddrizzò e disse ad alta voce: “Domani ti racconto tutto…” trattenendo a stento il seguito “…Tutto quello che quell’ignorante di tua zia non ti permette di vedere…”

Cinque minuti dopo dormivo, ma adesso mi sembra di vederlo: a passo rapido, su per la stradina inghiaiata che portava alla canonica, smadonnando tra i denti una serie di improperi diretti a mia zia.
E mi sembra di vederlo in casa, aggirarsi come un leone in gabbia, davanti ad un evento epocale che di colpo, per lui, aveva perso ogni interesse: doveva essere un regalo per me, una dote che avrei speso nel corso della mia vita; anni dopo abbiamo ricordato spesso quella notte e mi ha spiegato che per lui era importante ma per me sarebbe stata fondamentale: diceva che mi avrebbe aperto la mente.

Ha resistito un paio d’ore.

Era la notte del 21 luglio 1969.
Dormivamo tutti, quando sentiamo un matto che bussa alla porta; cioè, io dormivo il sonno del giusto -un bambino di nove anni alle due di notte dorme davvero- e non ho sentito niente fino a quando qualcuno mi ha sollevato di peso.
Ripeto, a nove anni, quando dormi, dormi davvero: ricordo solo qualcuno che mi portava in spalla lungo la stradina inghiaiata e mia zia che urlava “Lei è matto!”

Aveva resistito un paio d’ore.

Quando si capiva che di lì a poco Armstrong sarebbe uscito, è corso come un pazzo a casa mia, ha bussato, ha litigato con mia zia, ha tranquillizzato mia nonna e si è scusato con mio nonno che, come un vecchio leone, mandava avanti le femmine e se ne rimaneva a letto.
Credo che abbia minacciato di starsene tutta la notte a bussare, deve aver ricattato mia zia -a casa mia non c’era il telefono mentre quello del Prevosto era sempre a disposizione…- fatto sta che si è fatto aprire; io ricordo solo mia zia che sembrava una scimmia urlatrice, la ghiaia che scricchiolava sotto i piedi del Prevosto e la sua voce che mi diceva:”Tra poco un uomo camminerà sulla Luna e tu non puoi non vederlo”.

Ecco chi era il Prevosto.

Mi mollò sul tappeto: “Vai a lavarti la faccia, che ci siamo quasi”
Io cascavo dal sonno e mi bagnavo le dita come i gatti; non c’è problema: il Prevosto aveva mani insolitamente forti per un prete e mettermi la testa sotto al rubinetto è stato un attimo; un’asciugata e via.

Poi siamo sbarcati sulla Luna.
Ero sveglissimo e capivo che quello che vedevo mi sarebbe rimasto nella mente e nel cuore; il Prevosto continuava a spiegarmi ciò che io non capivo ed abbiamo tirato l’alba camminando e saltellando goffamente come gli astronauti, davanti alla televisione.
Quando Neil, Buzz, il Prevosto ed io siamo rientrati nel modulo lunare, stava schiarendo.
Abbiamo fatto i primi metri della stradina camminando come facevamo sulla Luna, poi lui si è dato una regolata, visto che siamo entrati in contatto visivo con quella terricola di mia zia.

Ci aspettavamo un ululato, invece la voce fu stranamente dolce: “Và a drumì, gioia…”; poi, verso il Prevosto con tono più burbero:”E lei, lo vuole il caffè?…”
Non so se avesse capito la grandezza del momento o se temesse l’isolamento telefonico, fatto sta che sembrava un’altra.
Con il Prevosto, tutti i salmi finivano in gloria.
Per il resto di quell’estate, ogni volta che eravamo soli -ad esempio quando gli davo una mano a fare due lavoretti in chiesa- camminavamo come quando eravamo sulla Luna.

Caro Prevosto, amico insostituibile e padre dello spirito, grazie per essere stato nella mia vita.
E per quella notte indimenticabile passata sulla Luna.

Dottordivago

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