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Posts Tagged ‘Medmar’

Svolgimento: poteva pure andare meglio.
Fine.

Vabbè, dài, poteva pure andare peggio: avremmo potuto non vedere il sole neppure quell’unico giorno in cui l’abbiamo visto…
E poi, tutto sommato, quando sei in giro a far passare la giornata, a mangiare, bere e leggere qualche buon libro, non è il caso di lamentarsi.

Potrei fare qualche piccola osservazione, giusto per riprendere la mano alla scrittura e per scaldare le candelette del cervello, atrofizzato da otto giorni di gestione delle funzioni vitali nanna-pappa-cacca.

Non è stato male il momento dell’imbarco a Pozzuoli: più che una normale operazione di imbarco, come sarebbe stato in un qualsiasi paese occidentale, è stato un momento che mi ha regalato l’essenza di Napoli, nel bene e nel male, un vero catalogo di quello che ti può offrire una vacanza lì.
Avevo prenotato il traghetto delle 18,30 per sicurezza, ma alle 15,30 eravamo già al porto; non c’è un cartello che indichi la biglietteria, però c’è un box -chiuso- con un tot di fogli appiccicati, uno dei quali spiega che la biglietteria è nel prefabbricato blu; naturalmente non c’è traccia del prefabbricato blu.
Classico iter: caffè e domanda al barista, il quale mi indica un box duemetriperdue sul molo, visibile dal bar ma non da dove è stato messo il foglio informativo: uno a zero per Calderoli.
Mi presento con la mia prenotazione in mano, il tipo mi guarda e fa: “Volete mica aspettare fino alle 18,30, no? Ce ne sta uno alle 16,30…”
Esattamente quello che volevo chiedere: Napoli-Calderoli, uno pari.
Manca mezzora abbondante, in un angolo del porto vedo un traghetto Medmar tipo questo

 image

che se ne sta lì buono buono, quindi propongo a Bimbi due passi veloci fino al Tempio di Serapide che si trova ad uno sputo da lì.
Quando torniamo sta attraccando il traghetto, ma non è quello della foto, diciamo che assomiglia più a questo

AralShip

solo che questo sotto di sè ha un rassicurante, solido terreno, quell’altro no, è sull’acqua.
Infatti tutti quelli che ne escono cominciano a gridare come pescivendoli incazzati e chiedono giustizia ai poliziotti che, probabilmente chiamati dagli stessi incazzati, sono lì in attesa.

E tutto si blocca.

La versione ufficiale è che si tratta di un mezzo d’emergenza, probabilmente un traghetto per trasporto mezzi e materiali, in sostituzione di quello vero e proprio che accusa non si sa quale problema; di conseguenza ha una cinquantina di posti a sedere per i passeggeri, solo che ne hanno caricati almeno il quadruplo, quindi una buona parte degli improvvisati migranti si è fatta un’ora di viaggio all’aperto, sotto una pioggia leggera, molto British.
Il problema mio personale è che con noi sono in attesa quattro pullman pieni, più svariate auto, per un totale di trecento e passa persone, per cui di partire non se ne parla proprio.
Colgo alcune conversazioni: ci sono tre o quattro loschi figuri, quasi sicuramente dipendenti della compagnia o del porto, con un’aria molto “Omo de panza”, che si limitano a guardare male i passeggeri incazzati e a smadonnare tra i denti; gli si avvicina un tipo con una faccia più napoletana del miracolo di San Gennaro che gli fa una specie di morale: “E c’hanno raggione… ‘Nu servizio accussì è ‘na chiavica… Nuie simm’ abbituat’, ma chill’ tengono raggione…”

Questa è l’essenza di Napoli: essere abituati a tutto.
Ed io devo ancora capire se i napoletani meritino un applauso per la pazienza o un calcio nel culo per il fatto di vivere così, visto che sopportano i problemi creati da altri napoletani.

Dopo un’oretta di attesa si decide di lasciare giù i pullman, per i quali è in arrivo un mezzo che possa offrire un posto al coperto a tutti i passeggeri.
Si parte alle 17,30, poco male.
A bordo attacco bottone con un ischitano che mi spiega che quella dell’avaria è una balla: nelle ultime due settimane lui ha fatto quattro volte andata e ritorno e sempre, almeno in una tratta, si è beccato quella schifezza; schifezza, daccordo, che però consuma un quarto del mezzo titolare e richiede un decimo dell’equipaggio.
L’amico rimpiange le navi Tirrenia, che lui stesso definisce “un’Alitalia che galleggia”, navi il cui numero è stato drasticamente ridotto per lasciare spazio
-e mercato- alla Medmar, a capitale privato ma finanziata dai soldi pubblici.

Continua.

Dottordivago

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