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Posts Tagged ‘Baleta’

…ma mi va di pubblicare il disegno che l’immenso Gino Baleta, al secolo Gino Gemme, ha espressamente realizzato l’anno scorso per ilpandadevemorire.

pandagallia

Lo so, l’avevo già tirata fuori, solo che oggi mettevo un po’ d’ordine in quel merdaio che ho qua dentro e…
Grazie ancora, Ginetto.

Chissà, potrebbe anche star bene su una t-shirt, neh?

Dottordivago

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“Vedere mangiare il gelato”, espressione alessandrina che rende bene l’idea di uno che non ha una lira in tasca.
Quand’ero bambino andavo al mare in Liguria con i miei genitori ed ogni tanto sentivo una coppia di loro amici che dicevano di uscire alla sera per fare due passi e per prendere un po’ di fresco su una panchina, “guardando quelli che si mangiavano il gelato”; guardando, of course: era gente che non gli facevi cacciare una lira manco a mano armata.

Oggi ne sento parecchi piazzati così, solo che guardano mangiare il gelato non per tirchieria ma per necessità e non mi fanno pena neanche un po’: sono i maniaci dei Mercatini di Natale o dello shopping natalizio all’estero.

La moda di giocare allo shopping tutto l’anno è una cosa che già mi intristisce profondamente: vedere le famigliole che passano giornate percorrendo chilometri in un centro commerciale, senza la possibilità di comperare niente, strattonando i bambini che non hanno capito che è solo un gioco… beh, è una cosa che mi peggiora l’umore.
Nessuna pietà, certo, se lo meritano.
Se ti stai pisciando addosso, e non sai dove farla, non ti metti a guardare una fontana e se sei a dieta non ti fermi davanti alla vetrina di una pasticceria; abbandonando la prosa e dispiegando le ali della poesia dirò che se ti tira maledettamente e sei a corto di patata, è meglio una casalinga e gratuita pippa che non andare a spiare le coppiette e portarsi a casa un’indigestione di cazzo duro.

Se fai cose del genere, e ne soffri, ti sta bene, te lo meriti.

Adesso, poi, è il periodo caldo: continuo a sentire gente che “fa un giro ai mercatini di Natale”:
“Uhh… chissà quante belle cose avete comperato…” dice qualcuno;
“Scherzi? Con quello che abbiamo speso per il viaggio fino in Trentino… Ci siamo lucidati gli occhi, poi abbiamo mangiato un panino e siamo tornati.”
Sì, con un guanto-forno fatto in Pakistan ed una matrioska cinese, pagati il 30% in più che al “Tutto-a-un’euro” sotto casa.

Ma il vero aspirante caga-amaretti si cucca… rullo di tamburi…
lo shopping natalizio a New York.

Solo che tra pacchetto “volo+due notti”, parcheggio a Malpensa e qualche pasto in giro, quando tornano sembrano più i Pifferai di Montagna che dei Babbi Natale, pardon, dei Santa Claus.
Dice: “Almeno si sono visti New York…”
In un giorno e mezzo?
In primavera, lontano dal freddo micidiale o dal caldo infernale, allo stesso prezzo ci stai cinque o sei giorni; e cominci a vedertela, ‘sta cazzo di Grande Mela.

E mò mi parte la divagata…

In un’altra vita avevo un amico che andava a New York per lo shopping natalizio: prendeva un aereo per Londra, dove saliva sul Concorde per NY.
Il suo nome era Jacob Al Saharan ed era uno sceicco kuwaitiano.

Oddio, più che altro era il figlio dello sceicco, ma non come Totò: lo era davvero.
Scendeva dal Concorde pieno di caviale e champagne, con in tasca una dozzina di carte di credito Gold-Platinum-Diamond, a cui dava delle piallate mostruose: quando rientrava al paesello, le carte erano consumate come l’alluce di San Francesco.
Che poi, cosa ci facesse un musulmano coi regali di Natale, io non lo capivo, anche se sapevo che non era molto credente: una volta gli ho raccontato quella che “Se Maometto non va alla montagna, va al mare…” e lui si è pelato dal ridere; mi spiegava che fare regali di Natale, nel Golfo Persico, era ritenuto più charmant che blasfemo e ribadiva il concetto ogni volta che prendeva in mano un oggetto da comperare, mostrandomelo e sussurrando “Easy fucking…”
Una volta l’ho accompagnato per un paio d’ore, poi gli ho detto: “Cretino, ogni volta che prendi in mano un orologio da 20.000 $ o un profumo da 500, per favore, non domandarmi se ne voglio uno, che i commessi mi guardano strano…”
Ed anche voi, non pensate male: era uno spettacolare cane da figa.
Lo faceva perchè era generoso ed anche perchè guadagnava in un minuto quanto una persona normale guadagnava in un paio di mesi.

Era assolutamente un debosciato-gentiluomo.
Se a Londra un bambino di quattro anni parla bene l’inglese, non è un genio: è inglese.
E se uno è nato su una montagna di petrodollari ed il padre non lo ha costretto ad imparare altro che darsi alla bella vita, costui non fa altro che seguire la propria natura; di suo ci metteva il fatto di essere buono d’animo, oltre che spassosissimo.
Ci siamo frequentati in un (purtroppo breve) periodo in cui mi giravano dei bei soldini, poi, quando mi è mancata la possibilità di incontrarci in giro per il mondo, ci siamo ovviamente persi di vista, per volontà mia, visto che lui era dispostissimo a pagare per entrambi; niente da fare, non sarebbe stata la stessa cosa, proprio come quando, a sedici anni, avevamo scoperto il sistema per giocare gratis con un flipper, da Baleta: se non c’era il “brucio” del pagamento, non era la stessa cosa, ti divertivi ed incazzavi meno della metà.

Fin quando sapevo di poter ricambiare il favore (cosa che peraltro mi è riuscita una volta o due…) non avevo problemi a lasciargli il conto del ristorante da pagare, conti che avrebbero potuto sanare il bilancio di una media azienda in difficoltà ma che non mi hanno mai fatto sentire uno scroccone.

Dopo un paio d’anni che non ci vedevamo ma ci sentivamo abbastanza spesso, scopro che un mio amico, proprietario di un pub-ristorante, ha un cuoco straordinario, un egiziano di cui non ricordo il vero nome: per tutti era Alì ed era un pezzo di pane.
Mi piaceva parlare con Alì; una sera, a locale in chiusura, mi raccontò che il suo sogno era di trasferirsi in un ricco paese del Golfo e mettersi a produrre pasta fresca: diceva che sarebbe diventato ricco.
Un po’ per ridere ed un po’ sul serio, qualche tempo dopo racconto la cosa a Jacob, che non fa una piega e mi dice al volo: “Fammi telefonare, che se è amico tuo lo aiuto io”.
Alì, pur temendo uno scherzo, lo chiama e si parlano; dopo una settimana gli arriva un biglietto per il Kuwait e mi dice che non sa come finirà la cosa, ma si considera mio schiavo per la vita.
Morale: una settimana dopo Alì è nuovamente in Italia, con Jacob, che ne approfitta per farmi una breve visita; hanno appuntamento in una fabbrica di macchinari per pastifici, credo in Emilia.
Alì è su una nuvola ed ancora fa fatica a credere alla proposta di Jacob: soci alla pari, uno mette i soldi, l’altro la conoscenza.
Pochi mesi dopo, sotto Natale, i due soci mi telefonano per farmi gli auguri; sono diventati amici e gli affari vanno a gonfie vele.
Per Alì, ovviamente; per Jacob è un gioco, una fabbrica di delicatessen in cui accompagnare gli amici a fare due acquisti, regolarmente senza cacciare una lira -gli amici- ma c’è Alì che segna e a fine mese scala tutto dalla parte che spetterebbe ad Al Barillah, soprannome da me coniato per Jacob e che ha preso piede da quelle parti.

Otto mesi dopo, quel “figlio vomitato da un demone tisico” di Saddam Hussein scatena l’invasione del Kuwait.
E da allora non ho più sentito nessuno, nè Jacob nè Alì, per quanto ci abbia provato.
Mi sono anche dato un sacco di spiegazioni ma temo che sia una di quelle storie del tipo “Astenersi amanti del lieto fine”.

Vadavialculo ai mercatini di Natale, allo shopping natalizio ed alle divagate, inaspettate, che mi suscitano.
Non finisco neanche il post, me n’è scappata la voglia.
Bon.

Dottordivago

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Attraverso Feisbuk -vedi che non è tutto da buttare, eh?- mi arrivano un paio di commenti da un compaesano che non conosco (ancora) di persona: già questo gli fa meritare il benvenuto d’ordinanza:

Benvenuto, Enrico!
cesto18k 

Poi scopro che ha un blog, cosa che sta diventando come il buco del culo: tutti ne hanno uno.
Ci faccio un giro e, gente, Il vento dell’Est è un gran bel posto; ho letto solo le ultime tre o quattro cose, ma mi piace già.
Quindi, “Servizio completo, dottore…”: cesto d’ordinanza, link e relativa chiacchiera.

Devo ancora studiarmelo bene, ‘sto tipo: ama molto la Russia e la Cina, mi pare di capire, ma la cosa più grave è che, credo, ama l’arte in ogni sua forma; secondo me, al ristorante cinese usa le bacchette -sempre ammesso che ci vada, essendo probabilmente un conoscitore della vera cucina cinese…- e, Dio non voglia, potrebbe usarle anche a casa se mai optasse per il take-away; per quanto riguarda l’arte, prima di dirgli “Questo blog è troppo piccolo per tutti e due” voglio capire quale tipo di arte, ce ne sono alcuni meno gravi di altri.
Resta il fatto che, con me, non è un bel biglietto da visita: aspetto ancora di capire se vota estrema destra o estrema sinistra -una delle due, non mi interessa quale- prima di togliergli il saluto.

Anche se veniva da Baleta.

Questa cosa dell’arte -e non dimentichiamo le immonde bacchette…- fa il paio con la poesia: giorni fa ho riservato la stessa accoglienza  alla sciura Glottorellando che pare personcina molto per bene, colta ed amante della poesia, con l’ulteriore difetto di scrivere poco: che scherzi mi fa la testa, ultimamente?

No, dico, un uomo deve avere delle certezze ed io ne ho quattro: odio l’arte e la poesia, odio l’arte e la poesia, odio l’arte e la poesia, odio l’arte e la poesia.

Però…
Però ‘ste due bastarde mi stuzzicano, mi intrigano, mi incuriosiscono: devo starci attento, anche le sigarette subito ti fanno tossire, poi…

Non sono nuovo a cambiamenti di idea, solo gli imbecilli non lo fanno mai.
Fino all’età di trentanni ero esteticamente incantato dalla Mostarda di Cremona ma non riuscivo a metterla in bocca, mi faceva vomitare; ma la bellissima puttana mi cercava, mi ammiccava, si faceva trovare ovunque, insomma, mi perseguitava, ed io mi sentivo un po’ come il prof. Rath, con quella coloratissima e conturbante Lola Lola.
Un giorno sono impazzito; come il professore, sono saltato addosso alla Lola di Cremona e l’ho fatta a pezzi: ne ho mangiato un secchiello.
E da allora non perdo l’occasione di perpetrare lo stesso crimine, la trovo assolutamente divina: Bimbi vorrebbe farmi smettere, con l’agopuntura o l’orecchino o l’ipnosi, ma non ci penso neanche.

Ecco, con l’arte e la poesia, avvicinandomi a certa gentaglia, non vorrei cadere nella stessa tentazione.
Statemi vicini, ma non preoccupatevi più di tanto: possiedo un’inviolabile corazza d’ignoranza.
Lunga vita al Dottordivago, l’Iron Man dei cafoni.

Dottordivago
P.S. Tuttoqua, strenuo paladino d’Occidente, sempre al mio fianco in battaglia, ho controllato: dal post di oggi, mi sa che gli Indiani gli stanno sul culo, all’Enrico. Perlomeno lì ne parla male: teniamolo in considerazione…

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Sottotitolo: A spasso con Gino.

Alcuni raccontano mirabolanti avventure a sfondo sessuale, altri si vantano di averne suonati cinque o sei che non sapevano con chi avevano a che fare, molti millantano crediti, conoscenze ed ingenti patrimoni, alcuni sostengono di essere stati rapiti da alieni.
Ma sono minoranze.
C’è solo un episodio globalmente millantato, a cui tutti hanno partecipato o a cui hanno assistito: quello del casco.
Ma ne parlo dopo, verso la fine.

Allora, devo dire che l’ho presa veramente alla larga, con l’idea di arrivare, poi, alla divagata che giustifica il titolo; ma se parto con la divagata finisce che scrivo solo quella, quindi il trucco è trasformare la divagata nel corpo principale del post; questo trucco si chiama “Scrivere un titolo ed andarci dietro“, che poi è quello che fanno tutti coloro che scrivono qualcosa, a patto che non si siano slogati il cervello da piccoli come me.
Dài, Dottordivago, non è difficile, ce la puoi fare…

L’altro giorno ho avuto il piacere di prendere un aperitivo con tal Gino Gemme, nome che ai miei lettori lontani evoca un “Chi?”- iggnnoranticanibbestie!…– ma che ad Alessandria, soprattutto se si usa il nome d’arte Gino Baleta, è sinonimo di oltre sessantanni di fantastici ricordi: 1929 – 1991.
Ecco, messa giù così, con le due date separate dal trattino, può ricordare un po’ un epitaffio – Gino, tuc-ti… – ma non lo è, primo perchè Ginetto è del ’25, secondo perchè gode di ottima salute, terzo perchè gli auguro di sotterrarci tutti.
E sottolineo che nessuno di noi ha premura…

Per chi non avesse la benchè minima idea di cosa sto dicendo, sarebbe buona cosa, sempre se vi interessa, dare un’occhiata qui .

Ci siamo fatti una bella passeggiata a braccetto, mentre il livello della conversazione raggiungeva vette altissime…
Io, per rispetto, volevo andare in un qualche bar dell’Alessandria-Bene, Gino ha insistito per andare al Mc Donald della stazione, dove ci siamo incastonati tra viaggiatori annoiati, ragazzini che avevano segato a scuola, un campionario di immigrazione clandestina e qualche maniaco: niente di particolare, ordinaria fauna da stazione.
Lui ha ordinato un Aperol Soda, io un Campari Soda: la ragazzina dietro al bancone ha estratto un Crodino ed un Sanbitter dichiarando “Ho solo questi…”.
Si tratta di prodotti analcolici di cui io non possiedo gli anticorpi, mentre a Gino semplicemente non piacciono; inoltre l’anima di uno che è stato sessantanni dentro al bancone di un bar ha avuto un sussulto: si è girato di scatto verso di me e mi ha guardato tra l’offeso e lo scandalizzato.
“Se adesso mi dice -Dove mi hai portato?- , con tutto il rispetto, gli do una testata” ho pensato.
Invece ha sgranato gli occhi e ha partorito un incredulo “Ma us pò?!” (Ma è mai possibile?, ndt).
Non ricordo su cosa abbiamo ripiegato, come aperitivo, ma poi ho compreso la scelta del locale: lì, tra giovinastri, forestieri ed umanità dolente, Gino aveva la quasi-certezza di non essere considerato da nessuno, cosa altrimenti impossibile in posti più alessandrini.
Così la conversazione non ha subìto continue interruzioni, diavolo d’un Gino.

Dovete sapere che Alessandria non ha molte glorie: i cappelli di Borsalino -che non li caga più nessuno-, Umberto Eco -gran bella testa pensante, ma poco empatico- e Gianni Rivera -che togliendo il 4-3 di Italia-Germania a Mexico ’70 è simpatico solo ai milanisti-.
Per Alessandria Gino è come Rodolfo Valentino per Castellaneta, come Leopardi per Recanati e come Leonardo per Vinci: assolutamente trasversale e bipartisan, mette tutti daccordo.

Era mia intenzione convincerlo a scrivere un po’ di ignorantate per un blog dedicato a Baleta, che avrei contribuito a gestire o che avrei ospitato all’interno del futuro www.carlogallia.it  che  conterrà, oltre alla mia attività lavorativa, il collegamento a ilpandadevemorire.wordpress.com , perchè la gente ha il diritto di sapere in che mani si mette quando decide di cambiare le finestre…
Solo che Gino ha una neonata pagina su Feisbuk, luogo che mi attira pochino, quindi devo continuare a lavorarlo ai fianchi ancora un po’ per convincerlo che il mito in lui incarnato si merita come minimo un www.baleta.qualcosa.

Tornando alle nostre chiacchiere, ci siamo trovati daccordo sul fatto che Baleta si è inserito in un momento storico e sociale irripetibile; oggi sarebbe impensabile un locale dove si gioca a carte in cui tutti i giorni non ci scappi il morto, un posto dove i ragazzini di sedici anni capiscano che c’è un iter da seguire prima di essere accettati, un posto dove si discuta per mesi sul peso di un’aquila.
Oggi dovresti spiegare ad un gruppo di albanesi che alla parola “coglione” non deve seguire obbligatoriamente una coltellata; dovresti spiegare al branco di adolescenti che se qualcuno ti allontana per il tuo comportamento non è che la molotov nel locale gliela devi tirare d’ufficio e poi raccontare in giro che non ti vogliono far entrare perchè con te c’era un tuo amico “negro”; e soprattutto dovresti spaccare tutti i giorni un paio di dozzine di smartphone che, grazie alla connessione internet, stroncano sul nascere ogni dotta discussione.

Era un posto così irripetibile ed inimitabile che, a distanza di 18 anni, nessuno è riuscito a ricreare; ci hanno provato vari Circoli o Associazioni, ma non ha mai funzionato: sì, qualcuno qui, qualcuno là, ma non si è mai ricreato il gruppo.

Ed anche riuscendo a ricostituirlo, mancherebbe la Magìa.

Sarebbe come mettere in una coppa un tuorlo d’uovo, un bicchiere d’olio, un pizzico di sale e qualche goccia di limone: voi, riuscireste a trangugiarlo?
Io no.
Ci vorrebbe una mano sapiente, che sbattesse il tutto, incorporando aria ed insufflandogli un’anima.

Praticamente uno che sappia fare la maionese.

E quello lo sapeva fare solo Gino.
Questa cosa Gino l’ha capita, ed in un momento in cui avrebbe ancora potuto fare soldi a palate, mentre tutti i baristi della città avrebbero voluto rilevare il locale, mentre nessuno capiva il perchè del gesto e riusciva a farsene una ragione, sapete cosa ha fatto Gino?

Gino si è ritirato col titolo.

Non come Cassius Clay -non voglio sentir nominare Muhammad Ali!…- che con le ultime esibizioni penose ha sciupato una leggenda, non come Mina sedotta dalle sirene sanremesi.

Gino si è ritirato imbattuto.

E bene che sta, peraltro.
Quindi è inutile crogiolarsi in sogni irrealizzabili, ma è assolutamente doveroso ricordare, anche cedendo un po’ al sottile, subdolo fascino della nostalgia.

Per cui, Gino, vedi di muovere il culo.

Augh, ho detto.
E se Dio vuole, fra un attimo, riesco a dare un senso al titolo.
Durante la nostra chiacchierata, ci siamo trovati daccordo su un fatto strano: anche chi con Baleta aveva poco o niente a che fare, oggi ne parla con un magone che non finisce più; ex ragazzini, ormai uomini, che quando Baleta ha chiuso avevano 18 anni, sostengono di esserne legati da ricordi bellissimi.
A sentire in giro, Baleta avrebbe dovuto essere grande come il Maracanà, visto che tutti ci passavano la giornata.

Questa cosa, questo aver voluto esserci a tutti i costi, mi ricorda la storia che girava negli anni 70, un vero pilastro della cultura di allora.
Dunque, c’è un motociclista che corre come un matto, la marca della moto cambiava a seconda del racconto: una Guzzi o una Laverda per gli esterofili, una giapponese per i nazionalisti; chiede troppo a sè stesso ed alla moto, quindi vola via e si va a schiantare di testa contro un palo -o un albero o un pilastro-.
Si rialza praticamente illeso e tranquillizza i soccorritori: “Sto bene, sto bene, nessun problema…” e mentre lo dice si toglie il casco.
E gli si apre la testa in due.
Morto.

Allora, mi è stata raccontata mille volte, in quegli anni, e sempre da gente che si trovava sul posto; mi è stata riproposta regolarmente da testimoni oculari ma mai da nessuno degno di essere ricordato: chi la raccontava facendola propria era sempre uno a corto di argomenti.
Chi fa la stessa cosa con Baleta, citandolo come una seconda casa pur essendoci entrato due volte, racconta sempre innoque balle, sia chiaro.
Ma dimostra di avere un’anima.

O forse ha poco altro da ricordare, anche se preferisco la prima spiegazione.

Dottordivago.

P.S.  Gino, guarda che aspetto un commento.
Ma non su Feisbuk: qui lo voglio.

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Allora, messa giù semplice, le cose stanno così: il metano russo, per arrivare in Europa occidentale, deve passare dall’Ucraina, dove dovrebbe diramarsi in due direzioni, una per il fabbisogno interno ed una per evitare i geloni al resto del continente.
Quando esisteva ancora il non-rimpianto-Impero-Sovietico, l’Ucraina ne era parte, e la bolletta non gli arrivava: pagava Pantalonev, ‘tanto al Cremlino credevano che i soldi li cagassero le renne, così si permettevano di mantenere tutti quelli che appiccicavano falce e martello sulla bandiera, tipo Cuba ed altri esempi di democrazia socialista.

Poi è andato tutto a puttane.

Chi si è mosso bene, si è sistemato, tipo Abramovic, che si sarebbe potuto permettere di tenere Beckham come autista e quel ragno di sua moglie come sguattera.
Le nuove repubbliche ex sovietiche si sono trovate un po’ in mezzo a una strada, con una classe dirigente impreparata e corrotta, una classe media inesistente ed un proletariato cresciuto secondo la vecchia regola “tu fai finta di lavorare ed io faccio finta di pagarti”.
Quindi, per non saper nè leggere nè scrivere, molti sono rimasti nell’orbita della Grande Madre Russia, che ha passato un brutto momento comunque, ma possedere metà delle materie prime e delle fonti energetiche del pianeta è sempre un bell’aiutino, se non una gran bella botta di culo, nonchè una sicurezza per la vecchiaia.

Alcuni, invece, hanno detto “no, grazie, a noi ci piace la Coca Cola”, senza pensare che non la passa la mutua, così sono ancora in mezzo a una strada adesso, tipo l’Ucraina.
Con l’aggravante che “chi volta el cùu a Milan, il volta el cùu al pan” (porca troia, come si fa a scrivere la u coi puntini sopra?), ma chi gira il culo a Vladimir Putin rischia di più che girarlo a Vladimir Luxuria, visto che si becca la megabollettona del gas.

Siccome Putin è un bravuomo, per i primi tempi gli ha fatto un prezzo da amico    -circa un quarto di quanto lo pagavamo noi- per vedere se mettevano la testa a posto; il fatto è che questi non ci sentono, e continuano a volere la Coca Cola.
In più, oltre a bruciargli il gas, gli bruciano anche il paglione: niente di che, giusto un paio di miliardate di euri di vecchie bollette, una cifra che il buon Vladimir può spianare personalmente con quello che ha in una qualsiasi banca di Zurigo piuttosto che di Londra o Francoforte.

E’ una questione di principio, che diamine.
Così gli ha detto di chiudersi il rubinetto da soli, visto che la centrale di smistamento è in Ucraina.
“Fidati”, gli hanno risposto.
E si sono attaccati alla nostra canna del gas, ‘tanto “dove ci si scalda in due, ci si scalda anche in tre”; se poi pagano gli altri due, è la quadratura del cerchio.

Adesso, noi occidentali siamo dei pirla, ma i conti li sappiamo ancora fare, così abbiamo contestato la bolletta: già stiamo ingrassando quel mezzo milione di puttanoni che ci hanno mandato, Dio li benedica; già cerchiamo di rimettere in bolla quei bambini fosforescenti che, povere stelle, vengono qui a togliersi la più grossa, che Dio gliela mandi buona; insomma, non è che possiamo prendere tutta l’Ucraina su ‘ste spalle, eh?!…

E così il rubinetto l’ha chiuso lui.

Adesso tutti, in Europa, caragnano che il Vladimir fa un uso politico dell’energia, che vuole affossare il governo filo-occidentale dell’Ucraina, che vuole mostrare i muscoli all’Occidente; gli Ucraini, poi, fanno gli offesi.
Tutto ciò è incontrovertibilmente vero, però…

Però al mio paese hanno sempre detto “Prima spiana i gobbi e poi parla pure”.

Vi è mai capitato di avanzare dei soldi da qualcuno?
Se sì, avete mai provato a chiederglieli?
Se sì, qual’è la prima reazione?
Si offende.

Oddio, qualcuno, a botta calda, si sforza ancora di cercare una scusa, ma se insistete, statene certi, si offende.
L’ho capito, la prima volta, a18 anni: avevo venduto non ricordo cosa, forse un disco, ad un amico che non si è mai sognato di pagarmelo; ho provato a farglielo presente, con molto tatto, un paio di volte, ottenendo come risposta qualche grugnito incomprensibile misto ad alcuni “ma figurati…”; alla terza volta, non ci crederete, si è offeso; mi ha guardato, ferito nella nostra amicizia, e mi ha domandato:”Cos’è, hai paura che mi dimentichi?”
“Sì”.
Oh, mi ha tolto il saluto…

Quella è stata la prima, ma ho rivisto la stessa scena per anni da Baleta.
Cazzo, ragazzi… Baleta!

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Ad Alessandria basta la parola, ma questo è un blog ad ampio respiro e, siccome “nemo propheta in patria”, ho più lettori in India e Brasile che non nella mia città -forse perchè ne avranno le balle piene di sentirmi- quindi dirò due parole su Baleta.

Baleta era un posto.
Anzi, era il posto.
Ricordate Cheers e la canzone Where everybody knows your name?
Da Baleta tutti conoscevano il tuo nome, però ci aggiungevano sempre “coglione!”
Parafrasando Louis Armstrong quando parlava del jazz

se uno deve chiedere “cos’era Baleta”,
non lo capirà mai.

Aperto nel ’29, una sorta di sberleffo alla Grande Crisi, chiuso nel ’91.
Passato di padre in figlio, come un reame.
Era un piccolo bar con una grande sala dedicata al gioco delle carte, una saletta flipper ed un’ampia sala dalle basse volte a padiglione, con pilastri in granito e piccole finestre ad arco che davano su un vicolo, che ricordava più una catacomba pagana che una sala con cinque bigliardi.
I flipper erano le colonne d’Ercole per i nuovi arrivati, che col tempo acquisivano il diritto di passare ai bigliardi.

L’aristocrazia stava nel bar ed in sala carte.
Non esisteva un telefono, tranne quello a gettoni che non poteva ricevere
e le donne, garbatamente, non erano ammesse; ed a quei tempi non esistevano i cellulari.
In più c’erano due ingressi in due vie diverse: una sorta di porto franco, una Tortuga in pieno centro.

Lì nascevano cacce al tesoro, tornei di tennis e di calcio, nonchè la recita del 25 dicembre che, al teatro comunale di Alessandria, scatenava fenomeni di bagarinaggio che neanche la finale del Mundial…
Lì è nata e morta l’Alessandrinità, un misto di umorismo, pigrizia, cattiveria e disincanto.

L’ultimo proprietario, Gino, era soprannominato, ingiustamente, “l’Ebreo” perchè, come dire… non aveva le mani bucate, ecco, ma era -e, per fortuna, è-persona di altissima statura morale, grande cultura e raro senso dell’umorismo.
E’ ovvio che, quando uno ha a che fare con centinaia di clienti al giorno per cinquantanni, debba stare un po’ attento ai conti.
Personalmente ho un ricordo che, per i suoi detrattori, è un po’ ai confini della realtà: Baleta era chiuso da un anno, quando trovo Gino in un negozio mentre sto mettendo giù la mia lista di nozze.
“Oh Gallia, se ‘t fai?”
“La lista di nozze, Gino: stavolta mi tocca…”, rispondo con in mano un macinacaffè a tramoggia semi-professionale.
“E allora il caffè te lo offro io…” e, sotto i miei occhi, paga il pezzo che avevo in mano, mi fa tanti auguri e se ne va.
Alla faccia dell’Ebreo: grazie, Gino; ma non per il regalo: grazie di esistere.

Ehm… Dottordivago, si parlava del gas russo…
…e di quelli che si offendono quando…
Ah, sì, adesso ci arrivo.

Gino aveva la capacità ultraterrena di resuscitare ritagli di focaccia e fette di pan carrè che avevano visto giorni migliori e di trasformarli in toast deliziosi, nonchè la faccia di servire “tre ciliegie” sotto spirito al prezzo di tre belon ; forse è per questi motivi che in alcune biografie non autorizzate si è guadagnato l’appellativo semitico.

Ma soprattutto perchè Gino aveva il Libro Nero.

Quella specie di Neconomicon era un quaderno in cui l’importo dei crediti poteva tranquillamente risanare il bilancio di alcuni stati.
Alcuni facevano segnare per comodità, altri per cronica mancanza fondi; quindi “alcuni” provvedevano periodicamente a spianare il gobbo, mentre agli “altri” bisognava sollecitare più volte la cosa.
Beh, raramente nella mia vita ho visto persone offendersi così: cominciavano col controllare minuziosamente ogni voce, una consumazione sì ed una no dicevano “questa doveva offrirmela il tale”, poi disconoscevano la paternità di una focaccina e “tre ciliegie” e finivano in un crescendo rossiniano di “Ebreo di merda!…”, “Non mi vedi più!…” e porte che sbattevano.
Salvo tornare dopo qualche giorno di noia mortale, nel vicolo, a fare due parole con chi entrava ed usciva, prendere Gino da una parte e dargli qualcosa per “…cominciare a scalare”.
Ma si dichiaravano ancora offesissimi.

Una volta un cliente, anonimo perchè già tornato, si è trasferito in Polinesia, niente meno, lasciando un conto chilometrico; alla domanda “…ma dov’è che è andato Tizio?”, Gino rispondeva signorilmente “Sicuro non a Pago Pago…”, e mai una parola maligna o rancorosa.

Il più offeso del mondo è stato l’Uomo Pera.
Conseguito il diploma di scuola media inferiore presso un istituto privato, ha tirato i remi in barca e dall’età di 15 anni non ha più strappato una paglia.
Il padre ci ha messo qualche anno per capire l’indole del figlio, ma realizzata la cosa ha chiuso i rubinetti, come Putin, e l’Uomo Pera si è ucrainizzato a morte.
A ventanni riusciva a camolare qualche mille lire a mamma e nonni, ma spesso girava con cento lire in tasca, più spesso neanche quelle.
E quindi faceva segnare da Baleta.
Quando la misura era colma, Gino insisteva un po’ di volte -e l’Uomo Pera si offendeva- poi telefonava al padre che, tra un “…non gli dia più niente!” e una serie di madonne, spianava il gobbo.

Una volta, forse a causa del rimbambimento senile di una nonna, l’uomo Pera si presenta con diecimila lire in tasca!
“Gino, una focaccina…”
“Pear Man, il piatto piange…”
“Cazzo vuoi, ebreo di merda… Toh, sei contento? Posso pagartene dieci!” e gli molla il deca.
“Focaccina in arrivo…”
L’Uomo Pera se la gusta e si avvicina alla cassa per il resto; Gino estrae il Libro Nero, fa due conti e tira una riga su una minima parte della pagina, corrispondente a diecimila lire: “E’ una goccia nel mare, ma apprezzo la buona volontà…”
L’Uomo Pera si è sentito come Paperon De’ Paperoni quando trovava il deposito vuoto a causa della Banda Bassotti: ha imprecato, inveito, insultato, minacciato.
Ma soprattutto si è offeso.

Sono passati 25 anni, ma mi sa che è ancora offeso adesso.

Dottordivago

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