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Posts Tagged ‘alluvione di alessandria’

Cala il sipario…

Bimbi ed io siamo a Casa Zenda da tre settimane –e bene che stiamo…- quando telefona una vicina per informarci che tutti gli allacciamenti sono stati ripristinati: il condominio ha di nuovo acqua, luce, gas, telefono ed ascensore.
Molto bene, grazie.
E farsi i cazzi suoi, no, eh?
Da un po’ Bimbi caragnava che voleva tornare a casa, “che Mauro e Lella sono i nostri migliori amici e le persone più gentili ed ospitali del mondo ma, insomma… magari avrebbero piacere di starsene un po’ tranquilli…”
Eh sì, perchè in una casa grossa come il Vaticano, noi due gli creiamo una confusione…
Finchè avevo l’asso nella manica della casa fredda e buia, Bimbi se n’è stata buona; mò che quella sucaminchia si è premurata di avvisarci, chi la tiene più?
Così lasciamo Casa Zenda, tra la costernazione della Lella che non avrà più Bimbi per fare Cip e Ciop sul divano, sotto la copertina –non tutte le sere, quanto meno…- e il disappunto di Mauro, che non avrà più il sottoscritto a svegliarlo quando in tv c’è un momento interessante…

Torniamo a casa.
Funziona tutto ma non c’è una bella atmosfera; e poi c’è una puzza di gasolio-misto-merda che staziona sulle scale che, in certi momenti, filtra pure in casa.
Ma Bimbi è la persona più dolce del mondo ed è con voce dolcissima che mi sussurra: “Beh, visto che tu hai mille cose da fare ed io no, quasi quasi… vado qualche giorno ad Aosta da mia mamma”.
”Brava, fai solo in fretta, che io riesco a trattenermi ancora cinque minuti, poi ti strangolo”
Allora capisce di averla fatta sporca, così, con voce ancor più dolce sussurra: “Ok, vado…”

Ecco.

Va beh, pensiamo al lavoro.
Ancora una settimana a pieno regime, poi qualcosa che assomiglia ad un ritorno alla normalità ci toglie gradualmente buona parte dei “clienti”.
Ormai è dicembre e lo sbadilamento più grosso è terminato; gli sfollati, salvo i casi più gravi, hanno le case nuovamente abitabili e noi ci stiamo trasformando in base logistica per gli aiuti specializzati, tipo quelli di Soresina ma anche tanti altri tecnici volontari che arrivano ancora da tutto il Nord Italia.

Sabato 10 gli “amici” assessori mi comunicano che verso metà settimana verranno restituiti i container alle aziende che li hanno messi a disposizione, quindi si sbaracca.
Domenica 11 dicembre, più che l’atmosfera da ultimo giorno di scuola, c’è quella di fine vacanza, tutti hanno il muso lungo: abbiamo lavorato tanto, è vero, però, una volta passato il momento più brutto, abbiamo anche fatto tanto di quel ridere…
Due giorni dopo è Santa Lucia, che ad Alessandria si pronuncia lacabòn, deliziosi bastoncini di miele e zucchero caramellato: è il caso di dire che ho contattato gli ambulanti che li producono?
Me ne arriva una tonnellata, così festeggiamo Santa Lucia in anticipo ed alla sera abbiamo i denti marci e la glicemia di una meringa.

Lunedì c’è una calma relativa, così ho il tempo di organizzare lo smantellamento.
Contatto il Capitano-mio-capitano per il ritiro di tende e cucine da campo, ai container ci pensa il Comune.
E mi si spezzerà il cuore, quando una ruspa abbatterà il mio monumento, il cesso provvisorio fatto con le mie mani che, in realtà, ha smaltito molta più merda di quelli chimici arrivati in seguito.
Oh, alla gente piaceva, faceva molto “Casa nella prateria”…

Mi resta da capire cosa fare con viveri e materiali che sono ancora a disposizione di chi ne ha bisogno; mi viene risposto di consegnarli all’Economato Comunale.
OK.
Un momento… “Ok” una bella merda… Tutto ‘sto ben di Dio finisce in un magazzino comunale, senza un inventario (lo faranno loro, mi viene detto…), senza che nessuno ne debba dare conto…
Mi informo meglio ma tutto è nebuloso, la cosa non ha ufficialità: non mi piace.
Io ‘sto film l’ho già visto: tempo un paio di settimane e finisce tutto in casa di qualche bisognoso –di un sacco di legnate- o in qualche negozietto di “amici”.

Come posso evitarlo?
Tutti gli addetti del Campo mi guardano…
Colpo di coda del Maschio Alfa dell’accampamento: organizzo i presenti per l’imballaggio e chiamo i “Miei” –li chiamavo proprio così,”I Miei”- i più fidati collaboratori, quelli che hanno rimesso in moto un’ambulanza classificata “in fuori uso” e che per settimane hanno battuto mezza Italia, tornando carichi di ogni ben di Dio.
Così, quintali di scatolame, vestiti nuovi, stivali, scarpe, scatoloni di torce elettriche con montagne di batterie, stufe elettriche e catalitiche finiscono negli scatoloni: ci vorrà qualche viaggio…

Per dove? 
Chi ha il posto e la statura morale per tenere tutta questa roba, senza rischiare di andare in galera –o di fare una figura di merda- se lo beccano?
Chi ha l’onestà per farla finire nelle mani giuste?
Ma soprattutto, chi è la persona di cui mi fido di più al mondo?

Esatto: il Prevosto. 

Riempiamo uno stanzone della canonica e subito al mio grande, insostituibile amico, maestro e padre dello spirito, il Prevosto, appunto, brillano gli occhi, pregustando già il bene che potrà fare con quel piccolo tesoro.
Mi permetto di sciacallare uno scaldasonno, quelle trapunte riscaldate da mettere sul letto e lo piazzo sul suo letto; è bellissimo ed immacolato ma io, con un pennarello indelebile grosso come un manico di scopa, ci scrivo sopra “buon riposo, Prevosto”, così non lo potrà regalare a nessuno: ha sempre dato agli altri tutto ciò che aveva, anche a costo di vivere al freddo.
Infatti morirà cinque anni dopo, con i polmoni distrutti da anni di freddo, umidità ed esalazioni di una stufa a kerosene che faceva andare quando ce l’aveva, il kerosene.
L’unica opera buona che non gli è riuscita è stata quella di inculcarmi la fede nel suo Dio: ma non l’ha mai saputo e pochi giorni prima di andarsene, ormai in coma alla rianimazione di Casale Monferrato, spero mi abbia ancora sentito, di fianco al suo letto, recitare le preghiere come facevamo insieme, di mattina, tanti anni prima.
Solo che una volta le conoscevo, le preghiere, in quel momento dovevo leggerle…
Anche voi, se come me non sapete pregare, trovatevi una persona come quella, a cui rivolgere un pensiero ogni tanto: può farvi solo bene.

È dura, gente…
Ok, datemi un minuto, che mò riparto…

Era mia intenzione spandere ancora un po’ di merda sulle istituzioni e sugli interventi successivi, tipo gli imponenti, costosi ed inutilissimi lavori eseguiti dal Magistrato del Po nell’alveo del fiume, oppure i soldi già stanziati per il nuovo ponte e misteriosamente “destinati ad altre priorità”…
Potrei dirne mille ma il Prevosto ha la capacità di ammorbidirmi: vuol dire che ne parlerò in un’altra occasione.

Voglio finire con una cosa bella.
Tra le tonnellate di roba che ho trasportato con la mia macchina, c’è stato anche un sacco di lenticchie, una ventina di chili, maritate con decine di cotechini, visto che per lo zampone era un po’ presto.
C’era un buchino, nel sacco, e parecchie lenticchie si sono sparse nel bagagliaio.
Ora le auto hanno dei bagagliai rifiniti come alcove, mentre la mia Peggiotta 205 GTI –o quello che ne restava dopo quaranta giorni di fango, botte e forature- aveva la sua bella lamiera a vista, tranne uno spesso tappetino sul fondo che si fermava a mezzo centimetro dal metallo; lì si era riempito di terra e sporcizia, ormai inviolabile anche dal più potente aspirapolvere: ci sarebbe voluto lo scalpello.

Bene, un bel giorno soleggiato di gennaio –merce rara, qui da noi…- avevo parcheggiato in un piccolo piazzale davanti ad una vetrina che i miei posatori stavano sostituendo e, stufo di stare in piedi a guardare, ho aperto il portellone con l’intenzione di sedermi nel baule.
”Ma che cazzo è ‘sta…?”
Tutto intorno al perimetro del fondo, in quella sporcizia, vedo una trentina di germogli alti un centimetro.
“Ma cosa…?” 
Delicatamente ne tiro via uno, un’unica fogliolina bianca –ovvio, non è che prendessero tanta luce…- che spuntava da… una lenticchia!
”Ma nooo… non ci posso credere!”
Faccio immediatamente manovra e piazzo la macchina in modo che il sole entri nel bagagliaio e la Peggiotta si trasforma in girasole: dalle due alle cinque, quando il sole se n’è andato, ho continuato a spostarla in favore di luce.
Poi ho recuperato una latta vuota, l’ho riempita di terra buona, con estrema delicatezza ho estratto i germogli e li ho trapiantati; arrivato a casa ho trasferito tutto in un vaso.

Gente, Bimbi mi è testimone: dovevate vedere, in primavera, cos’è diventato quel vaso; piantine alte quaranta centimetri, fitte fitte, che creavano una palla di fiori bianchi piccoli e bellissimi, una specie di palla di neve, e pure bella grossa.
Non ho mai cagato le piante di casa mia; ma quella…
La mangiavo con gli occhi, era bellissima.

Sì, l’alluvione era passata e la vita, ne avevo la prova tangibile, rifioriva.

Dottordivago

P.S.

Che sembrar possa fantasia,
che sembrar possa esser chimera,
amici miei, lo giuro,
questo mio diario è una storia vera.

Ecco, mi mancavano solo più le rime…

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La ricostuzione.

Qualcuno ha definito il giorno dell’omicidio di JFK “il giorno in cui l’America perse l’innocenza”, di altri avvenimenti è stato detto: “Nulla sarà più come prima”.
Beh, dopo l’alluvione, ad Alessandria nulla è stato più come prima: meglio sotto certi aspetti, peggio per altri.
Ed Alessandria ha perduto la sua innocenza.

Partiamo da quest’ultima.
Ad Alessandria non succede mai niente, poi c’è stata l’alluvione e siamo andati in pareggio con secoli di nulla.
Prima, però, potevamo parlare di Roma Ladrona e di aiuti a pioggia, anzi, a catinelle, per il Meridione, poi è toccato a noi.
Ora di cominciare a parlare di risarcimenti, ne ho viste di tutti i colori: come dico sempre, a parte chi ha avuto dei morti, la maggior parte di chi ha intravisto l’acqua del Tanaro firmerebbe per un’alluvione all’anno; e se qualcuno sostiene il contrario, otterrà da me una sola risposta: dovevi svegliarti.
Poi capirete a chi mi riferisco…

Avevo già accennato qualcosa in un’altra occasione ma ci torno su.
Alle elementari, quando si studiava la storia dell’antico Egitto, c’era il tormentone delle piene del Nilo, il cui fertile limo trasformava terreni riarsi in campi ubertosi (ehm… Storvandre… questa la mettiamo con “onusto”…).
Devo dire che anche la merdazza del Tanaro non ha scherzato.
Su Alessandria si è riversata la più imponente mole di denaro che si sia mai vista dal Barbarossa ad oggi ed è finita, per gran parte, nelle mani della neo eletta giunta leghista che, ad onor del vero, non si è comportata male; diciamo che solo un paio di anni prima ne sarebbero spariti la metà e il 90% della rimanenza sarebbe stato sprecato, loro sono stati più onesti.
Cosa vuoi mai… erano agli inizi, dagli tempo…

Comunque sia, soldi ne sono girati.
E gli Alessandrini si sono mossi bene: hanno dato il peggio.
Chi non ha avuto un danno-che-è-uno ma aveva una macchina da cambiare, ha presentato regolare richiesta e ha ottenuto il bonus.
Poi ci sono quelli come me, cioè quelli che hanno avuto l’acqua sotto casa ma è andata a bagno solo la cantina.
Si è scoperto che Alessandria era una specie di Coober Pedy se non addirittura “Il Regno Degli Uomini Talpa”: tutti tenevano tutto in cantina.
Collezioni di champagne che manco a Reims se le sognano, argenteria, pellicce, quadri sventuratamente parcheggiati lì il giorno prima dell’alluvione per imbiancare le pareti di casa, gioielli, ciclosincrotroni; e tutto questo ben di Dio era custodito in cantine piene di topi e puzzolenti di gasolio o di fogna, anche prima dell’alluvione…

Diavoli di Alessandrini… hai capito perchè i ladri forestieri non trovavano un cazzo in casa e ci davano dei barboni?
Era tutto in cantina, coglioni!

Hanno dovuto mettere un tetto ai risarcimenti: il 30% del danno, fino a un massimo di 1.250.000 lire, cifra che corrispondeva ad un danno totale di oltre quattro milioni di lire; tra svalutazione e cambio di valuta, direi un 4/5000 euro di oggi.
In cantina…
Credo che l’unica eccezione sia stata rappresentata dal mio amico Claudio.
Abita in una zona pesantemente colpita, anche se l’acqua si è fermata a quattro dita dal primo piano, dove lui vive; aveva una cantina molto bella e sana, mezzo metro sotto il livello stradale, con una splendida finestra sull’esterno, così lui ne aveva approfittato per farci la succursale dell’ufficio e dentro ci teneva il computer, il fax, la stampante, un impianto stereo per lavorare in allegria e un sacco di altra roba.
Quando si è trovato in coda per presentare la richiesta danni, dietro a gente che in cantina aveva i risparmi di una vita, dopo aver notato la faccia scoglionata degli impiegati che si vedevano presentare richieste di milioni, ha seriamente pensato di girare i tacchi; poi si è fatto avanti ed ha passato mezzora a spergiurare che lui aveva tutta quella roba in cantina, con l’impiegato che rispondeva “Sì, certo, come no? Lo scanner? Ahh, ce l’aveva lo scanner, certo… in cantina…”

Poi c’è stato uno che ha vinto il premio “Stupidità Mandrogna”: io.
Il sottoscritto, che in cantina non teneva un beneamato cazzo, non ha inoltrato regolare richiesta di risarcimento, come hanno fatto tutti.
Ma, sia ben chiaro, non per specchiata onestà: bruciato dal sacro fuoco della solidarietà, impegnato a portare aiuti ai bisognosi, non ho neanche preso in considerazione la cosa, non ci ho proprio pensato.
Dovevo svegliarmi.

Capito a chi mi riferivo? 
Vi sono più simpatico, adesso che ho smesso di fare il fenomeno ed ho iniziato a darmi del pirla, vero?
Ma mi rifarò con un ultimo colpo di coda.
Continua.

Dottordivago

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Effetti collaterali.

Avviciniamoci alla fine di questo ciclo, che qui, ormai, c’è gente che pensa di creare un supereroe con le mie sembianze che rotea il Tubo Fetente, manco fosse il Martello di Thor.
Come autodefinizione mi sono sempre accontentato di

Dottordivago, blogger per signora, romantico cavaliere dal forte braccio, brillante ingegno e cuor di fanciullo

ma devo riconoscere che diventare SuperDoc, l’eroe che, tra le altre cose, può “dare dieci fighe di vantaggio ad andare agli undici” a chicchessia… beh, mi intriga un bel po’.
Sbrigatevi a parlarne con Stan Lee, prima che giri l’occhio…

Andiamo avanti.
L’alluvione, come tutte le sfighe, pensi sempre che sia roba che tocchi solo agli altri.
Poi, quando ci caschi dentro, ti rendi conto di tante cose.

Quando il Campo Dottordivago ha assunto le sembianze definitive, è una locomotiva umanitaria.
Il mio lavoro è semplice, serve solo tanto fiato per parlare con migliaia di persone al giorno: disponibile con chi ha bisogno, testa di cazzo con i furbi e inossidabile faccia da culo con i benefattori.
L’ho già detto, è fin troppo facile: tutti vogliono aiutare, basta chiedere.
Nei giorni a seguire farò centinaia di telefonate alle aziende e associazioni più disparate e mi arriveranno aiuti di tutti i tipi, dalle cibarie all’abbigliamento, dalle stufe ai deumidificatori; un giorno, in mancanza di altri mezzi, alcuni volontari hanno rimesso in moto e svuotato un’ambulanza dismessa, sono andati fino nelle zone del Garda e sono tornati carichi di Soave, Bardolino e Valpolicella, molto apprezzati dai volonterosi spalatori.
L’Esselunga ci caricava di delicatessen; un paio di giorni prima della scadenza, dirottava a noi tutto quello che sarebbe dovuto tornare al deposito o ai vari riciclatori: Parmigiano confezionato, carni sottovuoto (indimenticabile una polenta con spezzatino di capriolo), salumi imbustati e formaggi di ogni tipo.
Non ricordo chi ma qualcuno mi ha mandato un furgone di Simmenthal, qualcun altro un furgone di pile (non le batterie, i pail, le maglie…) di Navigare, la seconda scelta che di solito finisce agli stockisti: credo che il mio amico Gianni ne abbia ancora qualcuno.

Pensa te, Gianni…
’Sto ragazzo viveva a San Michele, una delle zone più colpite, ed è un mio amico.
Pochi giorni dopo la partenza alla grande del nostro Campo, me lo vedo arrivare: “Ah… ecco perchè mi dicevano vai nel tal posto che c’è un mezzo matto ma hanno di tutto…”
Lo abbraccio, mi faccio raccontare un po’ di storie, poi lo squadro bene: è vestito come uno spaventapasseri; siamo amici, posso permettermi di prenderlo per il culo, al che lui mi fa: “Forse non te ne rendi conto… ma io ho perso tutto…”
”Eh la Madonna, non sei ancora riuscito a recuperare i tuoi vestiti?…”
”Ma allora sei proprio lento… A casa mia sono arrivati quattro metri e venti d’acqua, è andato a bagno il piano terra e metà del primo piano: sono partiti persino i vestiti appesi nell’armadio, al primo piano”

Oh cazzo, non ci avevo pensato…
Effetti collaterali, appunto, nel senso che uno pensa sì ai danni ma non così estesi.
Comunque se n’è andato che sembrava il Piccolo Lord, tutto bello firmato Navigare e Roy Rogers.

Per questa mia sottovalutazione dei danni, c’è chi ci ha messo una pezza, sopravvalutando gli effetti dell’alluvione; e non sto parlando delle richieste danni, quelle le vediamo dopo: sto parlando del Mario di Pavia.
’Sto tesoro d’un pirla cercava di rintracciarmi ormai da diversi giorni per avere notizie ma a casa mia c’era ancora il telefono muto, quindi la segreteria con il messaggio che invitava a chiamare Casa Zenda non funzionava.
Dopo una decina di giorni dal fattaccio, la Sip (Telecom era ancora nelle balle di suo papà…) riattacca tutto, l’Enel pure, quindi Mario mi chiama a Casa Zenda: “Oh, come stai?”
”Benone, Mario, grazie per l’interessamento”
”Si può sapere perchè te ne sei andato da casa?”
”Oh pirla, non hai sentito che abbiamo avuto qualche problemino di acqua alta?”
Al che il Mario, consapevole del fatto che io abito all’ottavo piano, esclama con una traccia di terrore nella voce: “Cristo!… Ma… quanta cazzo di acqua è venuta?!…”
Ledisengentlemen… ecco a voi il “Mario Gilera”.

Altri effetti collaterali: dopo un paio di settimane Bimbi vorrebbe tornare a casa.
A Casa Zenda stiamo da Dio e i nostri padroni di casa vorrebbero che trasferissimo lì la residenza, solo che Bimbi non è stata dotata da Madre Natura di una faccia da culo come la mia, quindi inizia a rognare con molto garbo:
“Quando andiamo a casa?”
”Di chi?”
”Cretino, casa nostra…”
”Guarda, finora sono andato io a recuperare bagagli e vestiti: domani vai tu, poi lascio decidere a te…”
Si è ritrovata a fare le scale, ricoperte di fango e giornali, in una casa fredda, popolata da oscure presenze con i capelli appiccicati alla testa dopo due settimane senza una doccia, smunti ectoplasmi che girano da un appartamento all’altro in cerca di conforto e che potrebbero uccidere per una bombola di gpl con cui far funzionare le catalitiche.
Per un’altra settimana non dobbiamo riaffrontare l’argomento.

Altri effetti collaterali: sto trascurando il mio lavoro, in compenso gommisti e meccanici fanno affari d’oro.
Una delle tante cose a cui uno non pensa è che girare in macchina nelle zone alluvionate è un disastro: mucchi di fango e rottami si alternano a vere e proprie voragini, in alcuni punti l’acqua ha avuto un tale effetto abrasivo che ha raspato via l’asfalto; in una di queste buche ci entrerò con la mia Peggiotta, una Peugeot GTI di cui sono ancora innamorato adesso.
Spancio di brutto, la coppa dell’olio si fessura: per un mesetto mi toccherà aggiungere un litro d’olio alla settimana. Terminata l’emergenza, farò presente la cosa ai due amici assessori che mi avevano garantito la più totale copertura: “Ma… sai… vorrei… provo a sentire… non saprei come giustificare…”
Tranquilli, ragazzi, provvedo io, che sono ricco di famiglia…

Idem con le gomme.
Cosa fanno tutti quelli che hanno la cantina alluvionata?
Buttano tutto in strada, ci sono i mezzi che girano apposta per fare su tutto quanto.
Il problema è che tutti, in cantina o in garage, hanno un cassetto pieno di viti e chiodi, tutta roba che finisce in strada.
E poi passo io.
In alcuni giorni foravo due volte ma, almeno per questi danni, andavo da un gommista convenzionato col Comune il quale, impietosito, mi aveva prestato una seconda ruota di scorta.
Peccato che, terminata l’emergenza, avrò collezionato un totale di oltre trenta forature, cosa non buona per l’affidabilità delle gomme di un turbotarro dal piede pesante: sarà meglio cambiarle…
Interpello gli “amici” assessori –comincio a scriverlo virgolettato…- che mi rispondono… aspetta, faccio prima col copia/incolla: “Ma… sai… vorrei… provo a sentire… non saprei come giustificare…”
”Ma figurati, non c’è problema, lo tengo come promemoria… No, non per le elezioni: per il resto della vita, così forse imparerò a farmi i cazzi miei…”

Tranquilli, non è servito: sono sempre quel coglione là.
Continua

Dottordivago

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Quei bravi ragazzi.

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Scusate, non quelli: questi sotto

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Lo so, lo so, sono più simpatico quando vi racconto le sfighe ma mi sa che un paio di piccoli successi ve li beccate ancora…

È solo il secondo giorno di vita del Campo Dottordivago ma, ringraziando la Madonna, c’è un casino infernale.
Ho lasciato il numero di Casa Zenda agli amici assessori, non si sa mai. Infatti mi chiama Il Gatto alle 8 del mattino: ”Dove sei?”
Oggi è normale domandarlo, si parla più coi cellulari che coi fissi; nel 1994, chiamando a casa dei miei amici, era pleonastico domandarmi dove mi trovavo.
”Guarda che ti sto mandando un centinaio di volontari, pensaci tu. E sbrigati…”
La casa dei miei amici era a sette km da Alessandria, collegata da una strada trafficatissima; in quei giorni, tra mezzi speciali, aiuti e altro, al mattino era un’unica coda.
Merda… sono in coda.
La strada è larga, una volta c’erano due corsie per senso di marcia, poi hanno fatto una specie di pista ciclabile tirando una riga bianca in più, così le corsie sono diventate due in totale. Bravi, bravi davvero: marca “bravo” all’Anas.
Sto meditando di fare qualche porcata quando, con la cosa dell’occhio, vedo arrivare una Gazzella dei Carabinieri i quali, lampeggiando, fanno spostare le auto sul pezzo di strada riservato al passaggio di due biciclette all’anno. Non mi sembra vero: li lascio passare e mi infilo dietro.
Dopo un attimo vedo un carabiniere che si gira e mi fa cenno di rientrare, di non seguirli; con la mano di taglio gli indico di andare avanti, poi faccio ruotare l’indice, come dire “poi ti spiego”. Parlottano un momento poi quello si gira di nuovo, ancora più incazzato: stesso gesto a me, stessa risposta mia a lui; con la Madre di Tutte le Facce da Culo gli mollo anche un paio di lampeggi con gli abbaglianti…
Cominciano a capire, erroneamente, che la mia potrebbe essere un’emergenza e accelerano.
A me non resta che seguirli con piglio deciso. 
E cominciare ad inventarmi una cazzo di emergenza…

Quando arriviamo in città, le corsie tornano quelle di una volta, così li sorpasso facendo loro segno di seguirmi, cosa che fanno.
Eh già, cretino, cosa credevi?
Pensa, turbotarro del cazzo che non volevi stare in coda, pensa…
Arriviamo al Campo, pieno come il Maracanà, scendo come un indemoniato e vado verso di loro: “Proprio voi!… Qui ci sono dei valori, merce e materiali per milioni (di lire, of course…); ci sono stati anche problemi di ordine pubblico, così ieri ho chiamato un paio di volte il 112, chiedendo il passaggio ogni mezzora di una vostra macchina: non se n’è vista una in tutto il giorno! E adesso sento i miei ragazzi se si è visto qualcuno almeno stanotte…”
Si vede che non sono due cretini, i Carabinieri delle barzellette sono diversi, però… Si stringono nelle spalle, a loro non ha detto niente nessuno…
”Ecco… perfetto! E noi, qui… (dunque, se sei un antico Romano dai la colpa ai Cristiani, se sei un Nazista dai la colpa agli Ebrei, se sei di Alessandria…)
…e noi, qui, abbiamo gli zingari che ci sfilano la sedia da sotto al culo!…”

“Guardi, adesso che lo sappiamo, avvertiamo tutte le pattuglie, siamo in giro apposta e lo facciamo con piacere…”
”E allora offriamo un caffè a questi signori…” interviene mia sorella che, conoscendomi e fiutando qualcosa di losco, aveva seguito tutta la storia, insieme ad un centinaio di persone.
”Piacere, Patrizia, sono la responsabile del Campo…”
I militi mi guardano: “Ma… allora… questo signore…?”
”È mio fratello: io sono la responsabile e lui… Lui è il Capo…”

Avete già visto un buco del culo che ride?
Beh, io in quel momento ce l’avevo…

Si allontanano con lei in direzione caffè e sento un carabiniere che dice: “…così abbiamo visto questa macchina che ci seguiva per non fare la coda, e allora…”
Mia sorella si gira e mi guarda con un’espressione indefinibile, un misto tra la voglia di prendermi a calci nel culo e la muta, incestuosa domanda “Perchè?… Perchè, meravigliosa canaglia… Perchè sei mio fratello?”

Va beh, adesso vediamo di guadagnarci la paga, la cui unità di misura è la più classica ceppa di minchia
Il centinaio di volontari è un misto di studenti pieni di entusiasmo e brava gente di tutte le età, solo che sembrano l’Armata Brancaleone: appena il 10% è vestito nel modo giusto.
Per fortuna, ieri ho richiesto un carico extra di stivali, calze, guanti e cerate: “Allora, seguite il caporale, lasciate scarpe e giacconi in una tenda, non lasciate soldi o altro: vi diamo un paio di calze in più e, quando restituirete stivali e cerate, ritroverete la vostra roba pulita (e soprattutto io ritroverò stivali e cerate; guanti e calze omaggio…)”

Promemoria.
Procurare un container vuoto in giornata, da adibire a spogliatoio: le scarpe in tenda mensa non sono il massimo… Ah, giusto per saltare la coda per strada e non andare in galera, procurare un lampeggiante magnetico arancione (blu mi sembrerebbe eccessivo…) da attaccare sul tetto della macchina…

Saluto i Carabinieri che se ne vanno: “Ancora una cosa: voi ce l’avete una mensa, no? E allora, dite ai cuochi che, se avanza qualcosa –e se non avanza fatene un po’ di più…- che qui abbiamo centinaia di bocche da sfamare: per i primi siamo attrezzati, non ci dispiacerebbe un po’ di ciccia…”
Mi prendono in parola: sia per pranzo che per cena, non mancheranno mai un paio di teglie (40/50 porzioni) di secondo, sia esso pollo arrosto, cotolette impanate, rollatine di tacchino, salamini o hamburger; una passata nel forno e via, meglio che al ristorante.
Con contorno, visto che la classe dell’Arma non è acqua…

Conoscerò centinaia di persone splendide e pure qualche stronzo, mi farò degli amici ed anche dei nemici, a cominciare dai vicini.
Praticamente attaccata al campo c’è una casetta; ci abita una coppia di cinquantenni, due antipatici.
Ma sono comunque alluvionati: la casa, che poggia su una terrapieno artificiale, è rialzata di un paio di metri sul livello della strada e l’acqua si è miracolosamente fermata una spanna prima del pavimento del piano rialzato; ovviamente la parte interrata è un inferno di fango e rottami.
Nonostante sia passato qualche giorno e che acqua e fango siano stati pompati via, non li ho mai visti trafficare per ripulire ma, forse, semplicemente, non li ho notati.
Vedendo il movimento che si è venuto a creare, mi chiedono se posso mandare alcuni ragazzi ad aiutarli: certo, siamo qui apposta.
Ci saranno cinquanta metri quadrati di seminterrato, gli mando cinque ragazzi di Genova che sono al secondo giorno di sbadilamento, tra cui una ragazzina di 16/17 anni che è una gioia per gli occhi e che mi ritrovo sempre tra i piedi: mmm… scappa che ti mordo, bimba bella…
Proprio lei, dopo un paio d’ore, torna al nido: “Belìn, Carlo… Non sapevamo cos’era da tenere o da buttare, così li abbiamo chiamati: è venuto lui alla porta, con il giornale in mano, ha dato un’occhiata, ci ha spiegato ed è tornato in casa…”
Vado.
Busso alla porta, stavolta esce Lei, con una rivista in mano e l’indice che tiene il segno, pure un po’ scocciata: “Sì?…”
”Volevo sapere se tutto procede bene…”
”Eh?… Sì, credo di sì…”
”Ok, arrivederci”

Alla faccia dell’alluvionato nel fango che lotta per il ritorno alla normalità…

Torno al container, preparo un bel cartello “Aiutati che il ciel t’aiuta”, lo appiccico piano piano alla porta e me ne vado coi ragazzi: “Fate girare la voce: lì non ci va più nessuno, ok?”
Sì, sono tutti d’accordo.
Arriverà lui, nel pomeriggio, lamentandosi che i ragazzi non hanno fatto neanche metà del lavoro: “Avete visto il cartello? Bene, con il giornale e la rivista, leggetevi pure quello…”
”No… a parte gli scherzi… so che lei fa le finestre… sa, pensavo che dopo…”
”I suoi serramenti non hanno subito danni e poi ho cambiato mestiere: mi ha assunto la Protezione Civile”

E ‘sto coglione andrà in giro a dire che sono un povero fallito, che ho avuto bisogno dell’alluvione per trovare un lavoro e che solo io so cosa rubo e rivendo…
Pazienza: due mesi dopo, quando rifarò le finestre del suo vicino, gli verrà un mezzo colpo, quasi un “liptus”, come dice la vicina di mia mamma.

Torniamo agli Angeli del Fango.
Ne passeranno migliaia, ognuno avrà qualcosa da raccontare.
Un ricordo indelebile me l’hanno lasciato i tecnici di Soresina: si sono fumati quattro o cinque fine settimana per venire ad aiutarci.
Ricordo una domenica di dicembre: erano tutti juventini, molto più di me, e abbiamo ascoltato per radio un Juventus- Fiorentina iniziato 0-2 e terminato 3-2, gol al volo di Del Piero in Zona Cesarini, la voce di Sandro Ciotti ci sembrava quella della Callas.

Stavano sistemando il Poligono di Tiro, avevano iniziato la settimana prima, con un prologo assolutamente tragicomico.
Li accompagno per mostrargli la strada, per entrare scardiniamo una porta mezza andata; in quel momento ci viene incontro, barcollando, un toro nero che aveva visto giorni migliori: probabilmente era arrivato galleggiando sopra la recinzione e si sarà fermato su un tetto, poi l’acqua è scesa e lui è rimasto prigioniero; non so come ma sarà sceso dal tetto, o sarà caduto: l’acqua, anche se fetente, non mancava ma i venti giorni di dieta liquida l’avevano suonato.
”Povera bestia… Chissà che fame…”
Infatti puntava Livio, che stava rinforzando la colazione con una fetta di panettone: “Proviamo?”
Disintegrata.
Livio va verso il furgone e tira fuori quello che aveva appena tagliato: spazzolato.
Avevano tre panettoni e Nerone li ha fatti fuori tutti.
Tempo dopo, leggevo un articolo sulla re-alimentazione di un organismo debilitato, che spiegava come la ripresa debba essere estremamente graduale: speriamo di non averlo ammazzato.
Di sicuro, quando sono arrivati quelli della Forestale a caricarlo, sembrava molto più in forma di qualche ora prima.

Insomma, la domenica dopo, sapendo che lavoravano lì, sono andato a trovarli con un mega thermos di caffè; la partita stava finendo e loro tenevano un occhio al lavoro e le orecchie appiccicate alla radio: dicono che al gol di Del Piero sia venuto giù lo stadio, di sicuro ha rischiato di venire giù il Poligono.
Lo so, è una cazzata ma ci abbracciavamo come se fossimo stati in campo: un momento indimenticabile.

Indimenticabile come i camperisti di Lecco.
Erano una dozzina, sono arrivati con sei camper: si trattava di un gruppo di amici che in vacanza giravano l’Europa con le famiglie, tutti insieme.
Si sono presi una settimana di ferie e si sono piazzati al Campo; hanno montato una copertura sulla cucina per comunità che gli serviva quando si spostavano in dodici famiglie, due camper erano stipati di ogni ben di Dio che avevano raccolto nella loro città.
Mi sono subito in-na-mo-ra-to.
Tra loro parlavano rigorosamente lecchese stretto, talmente stretto che il Gino, il cuoco ufficiale, non riusciva a pronunciare la “esse”; quando arrivava una certa ora, lo vedevi partire: “Dove vai, Gino?”
”A preparare il zugo…”

Da quando mi sono piazzato nel Campo, a Casa Zenda non mi hanno quasi più visto: giusto a colazione, visto che rientravo a notte fonda.
Bimbi mi conosce bene e capiva: come potevo passare la giornata con gente così e lasciarli proprio nel momento migliore, nel corso di indimenticabili dopo cena?
Se il tempo lo permetteva, uscivamo dalle tende, accendevamo un fuoco colossale e ci piazzavamo intorno con le sedie: minchia, che pelle d’oca…

È lì che, in un’interminabile dopocena, è nato il Panda-pensiero, come racconto in “Perchè il Panda deve morire”  
Alberto, l’Ingegnere, mi ha detto: “Tu ci devi scrivere un libro, su ‘sta teoria…”.
Chi lo sa, potrebbe succedere…
Continua.

Dottordivago

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Il Volo della Fenice.

Sembra un sogno.
Alle tre del pomeriggio il Campo dispone di due tende con un centinaio di posti a sedere, acqua potabile in abbondanza per lavarsi e cucinare, un frequentatissimo servizio igienico e una cucina da campo che fuma come una locomotiva e che ha già fornito tre turni di pasta al pomodoro, con variante tonno e piselli: mi ero opposto alla variante perchè non ho il prezzemolo ma sembra che qui non importi a nessuno.
Per oggi il convento passa questo, da domani voglio un paio di Stelle Michelin…

Adesso iniziamo a fare un po’ d’ordine.
Il capitano mi ha garantito quattro soldati, per tre turni nelle ventiquattro ore, che sorvegliano ed aiutano: gira anche della gnocca e ‘sti ragazzi non potrebbero essere più felici.
Un paio affiancano “le maestre” –mia sorella e le sue colleghe- nella distribuzione degli aiuti e dei viveri, con il mio preciso ordine (che l’amico assessore ha provveduto a girare a tutti i Centri) di farsi mostrare i documenti dai richiedenti: chi non vive nella zona di nostra pertinenza si deve rivolgere al Centro più vicino a casa sua, visto che tanti alluvionati come me, cioè che non hanno perso niente, potrebbero girare tutti i Centri che sono sorti e sottrarre risorse a chi ne ha veramente bisogno; pensate male e quasi sempre ci azzeccherete. 
Se il richiedente sostiene di avere perso tutto, cosa possibilissima, gli facciamo un servizio migliore: gli consegniamo la roba a casa, basta che ci dia nome e indirizzo.
Nove su dieci girano i talloni e se ne vanno, sciacalli di merda…
Solo uno, che era abituato ad alzare la voce con le maestre, non capisce al volo e viene accompagnato –di peso- un po’ più in là: ai quattro soldatini si uniscono una mezza dozzina di alluvionati veri, tra cui c’è uno che lo conosce di vista, così scopriamo che abita tra San Salvatore e Lu Monferrato, in collina, a venti km dall’alluvione.
Se mai io dicessi “Mangiatelo”, dopo trenta secondi resterebbero solo le scarpe.
Ma non è necessario, è sufficiente la Madre di tutte le Figure di Merda.
Gli dico di non farsi più vedere e quello se ne sta andando, quando… Sento che mi sale… non posso trattenermi… è più forte di me… è da tutta la vita che aspetto un’occasione per dirlo: “Occhio, gente,

c’è uno sceriffo nuovo, in città.

Ahhh… Meglio del sesso!…

In quel che resta del pomeriggio parlo con migliaia di persone, tra cui volontari che ci stanno aiutando e scopro una cosa che mi manda la merda al cervello: tutti i giorni arrivano centinaia, migliaia di volontari, dagli studenti che fanno la macchinata da Milano, Torino o Genova per scansare un giorno di scuola –ma lavorano duro comunque…- ai tecnici delle Municipalizzate di Soresina, per fare un esempio; tutta gente che arriva e non trova un cane che gli dica cosa fare.
Alcuni gironzolano un po’, trovata una qualsiasi zona colpita domandano “Serve una mano?” e si buttano nella merdazza, magari con le Adidas ai piedi; altri si scocciano e se ne vanno, dandoci della “città di coglioni…”
Proprio quelli di Soresina, attirati dalla cucina in funzione, mi raccontano che sono arrivati alla mattina, sono andati all’Unità di Crisi dove una cretina vestita come quelli che spengono i pozzi petroliferi (ce l’ho presente, abbina la tenuta survival fornita dalla Protezione Civile alle sneakers bianche coi lacci rosa, tanto non esce dall’ufficio…) li ha mandati a pulire un viale alberato!
Sono tutti tecnici, dall’elettricista all’idraulico all’esperto di riscaldamento e, dopo un’ora a raschiare il fango dalla base dei tigli, si sono guardati in faccia e hanno impagliato i tondi ( i tond sono i piatti, in dialetto, e mettere i piatti tra la paglia era la prima cosa che si faceva molti anni fa in caso di trasloco).
Se ne stavano andando verso l’autostrada, smadonnando, quando hanno visto il movimento lì da noi, così si sono fermati per uno spuntino.

Eh no, gente, così non va.
A me mancano ancora quattro anni per entrare nel mondo della comunicazione globale ma loro hanno un cellulare; chiamo gli assessori/amici e gli dico, per i giorni a seguire, di mandare da me tutti i volontari, qualificati e non, tranne quelli che sanno già dove piazzare, poi ci penseremo noi a smistarli. 
Tra l’altro, il Campo Dottordivago (ufficialmente non compaio, non risulto, non esisto ma è già il mio campo…) è a uno sputo dall’autostrada quindi, logisticamente, per una cosa del genere è la morte sua.

Quando domando ai miei nuovi amici se volessero tornare il giorno dopo, mi rispondono che sono già qui.
Ok; gli mostro il piccolo quadro elettrico volante, alimentato dal generatore che Barbie ha regalato a Ken, che tiene accesa una lampadina e fa funzionare le macchinette del caffè nel container: “Se foste in grado di…”
Non ho ancora finito di parlare, per spiegare loro che  è tutto sorvegliato ventiquattro ore al giorno, che ci ritroviamo con un generatore che sembra una corriera e relativo bidone di gasolio, l’illuminazione nelle tende e… il riscaldamento!
Pazzesco: da quei furgoni tirano fuori di tutto, persino due cannoni ad aria calda, che piazzano nelle tende e per cui mi lasciano anche il carburante.
E Miss Protezione Civile gli faceva pulire le aiuole…
Prima di andarsene, mi garantiscono la loro presenza per tre o quattro week end, a patto che io gli comunichi in anticipo cosa c’è da fare, almeno arriveranno con il necessario.

Stanno per calare le ombre della sera ed arriva il Capitano-mio-Capitano con una seconda cucina da campo e una copertura che ci permetterà di cucinare all’asciutto: io amo quest’uomo!
Gli presento quelli di Soresina -visti e piaciuti- così, prima di andarsene, mi illuminano anche la zona cucina.
Ho già sguinzagliato alcuni ragazzi in gamba, a caccia di alimenti freschi, tipo carne, verdura e tutto quello che trovano; tornano con alcune macchinate di roba, tra cui decine di chili di polenta Valsugana, quella che cuoce in otto minuti e che –vadano a cagare i puristi- è buona come la torta, ettolitri di vino nei cartoni, salsicce sottovuoto e un treno di altra roba. 
Sono stanco come una bestia ma l’idea di offrire, oltre alla pasta, anche polenta con salsicce e fagioli, mi dà l’energia di un gamma-burst.
Inoltre, la seconda cucina da campo ha una vasca riscaldata di una ventina di litri; mi rivolgo agli alluvionati che hanno le case disastrate a pochi metri da noi: “Banda di senzatetto, qualcuno di voi, ha mica salvato cannella e chiodi di garofano?”

Mi guardano come se, nel marasma del Titanic, uno avesse chiesto da accendere… ma cinque minuti dopo ho quello che mi serve.
Vediamo se siete preparati: ditemi quanto fa
una vasca riscaldata +
ettolitri di vino +
poco zucchero +
pochissima cannella +
qualche chiodo di garofano.
Un aiutino? Scorza di limone optional…

Esatto: fa un pentolone di vin brulè in perenne ebollizione, a patto di continuare ad alimentarlo, visto che va via come l’acqua.
E se non conoscete la sensazione che dà un vin brulè a gente che sta tutto il giorno al freddo e nell’umidità, non sarò certo io a spiegarvelo.
Posso solo ripetere una cosa che dico sempre:

Se uno deve chiedere cos’è il jazz, non lo capirà mai.
Louis Armstrong.

Continua.
Dottordivago

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Operazione Sottoveste.

Comunicazione di servizio: mi rendo conto che una specie di diario quale è la”saga dell’alluvione” non stimoli il confronto e tanto meno i commenti ma, ormai, l’ho iniziata e mi tocca finirla. E poi mi diverte molto ricordare un periodo sì, drammatico, ma in cui ho conosciuto tanta gente splendida e, nelle vesti di guest star, qualche emerito stronzo.

Avevo già una mezza idea ma ora ne ho la conferma: mia sorella si fida di me.
Infatti, trovandosi nella merda, chi ha chiamato?

Scusate ma mi servono cinque minuti, devo mandare il cervello per funghi: mi scappa di divagare.
Come dicono quelli veramente ignoranti, “chi mi conosce lo sa”, chi mi segue dall’inizio ha già letto il riconoscimento, se non la confessione, di decine di miei difetti; tra questi, non trova spazio la falsità, in tutte le sue sfumature, dal politicamente corretto alla falsa modestia.
E non sono falso anche se racconto una serie impressionante di balle, che è una cosa molto diversa: come può farne a meno uno che è nel commercio da una vita?
Quindi, ricordatevi che quando parlo di di sesso e mi definisco “un microcazzo con l’erezione bisestile”, non è falsa modestia…
È pubblicità occulta.

Dopo questa introduzione, posso attribuirmi almeno una capacità, senza falsa modestia e senza sentirmi accusare di essere uno che se la tira.
Sono bravo, maledettamente bravo, nell’organizzare qualsiasi cosa.
Vuoi ricavare un terminal per le corriere nel giardinetto della tua villetta a schiera? Ce lo faccio stare.
Devi sincronizzare gli interventi di quattordici aziende diverse nello stesso cantiere, senza che si pestino i piedi? Ci penso io
Poi, faccio un esempio, se c’è da decidere di che colore fare le pareti di casa mia, lasciatemi perdere: da quando ho una casa, le mie pareti sono bianche; e non perchè mi piacciono: è che a decidere il colore non ci arrivo, so già che faccio una cagata.
Ma se dovete far passare un cammello attraverso la cruna di un ago… datemi cinque minuti.

E mia sorella lo sa.
Sarà il quinto o sesto giorno dal “pasticciaccio brutto” dell’alluvione ed io mi presento nel “centro ristoro e distribuzione” comunale di cui mia sorella è responsabile.
L’hanno posizionato in un piazzale sterrato, ovviamente alluvionato, visto che gli aiuti devono essere vicino ai bisognosi; dovrebbero fornire un pasto caldo ai volontari ed ai residenti che hanno perso tutto, in realtà si limitano a distribuire acqua, latte, scatolame, stivali, carriole e qualche spuntino a base di pan carrè, Manzotin e merendine a chi spala merda tutto il giorno.
L’unica acqua è quella delle bottiglie o dei sacchetti della Protezione Civile e anche solo lavarsi le mani è un casino..
Non c’è un gabinetto.
Non c’è attrezzatura da cucina, salvo due macchinette espresso Lavazza in un container, tutto quanto omaggiato dalla Guala, una ditta di Alessandria che detiene svariati brevetti mondiali nel settore dei tappi per liquore, capsule e affini: gente con le spalle larghe, la testa fina e un cuore non male.

Mia sorella è la responsabile, poi ci sono due sue colleghe.
E sono in mezzo a una strada.
Vengono regolarmente brutalizzate da straccioni (nell’anima) che arrivano da zone secche come Atacama e che l’acqua proprio non l’hanno vista, solo che trovano più conveniente rifornirsi lì che al supermercato.
Se a una delle addette scappa di fare una pipì, l’unico sistema che hanno trovato è accucciarsi con un cespuglio dietro e la collega davanti che tiene aperto il cappotto…

Ok, prima le infrastrutture.
Ringraziando la Madonna, il rottame non manca; a trenta metri dal container passa un fosso che sbocca nel fiume, a cento metri: due bancali ai lati del fosso, quattro robusti assi da cantiere fissati saldamente con fil di ferro di recupero (non ho nè chiodi nè martello…) che incrociandosi lasciano un buco a piombo sul fosso e… voilà, la toilette è servita, con tanto di scarico automatico. Mentre opero, spiego a qualche aiutante che mi servono dei pannelli per creare un minimo di privacy: “E dove li troviamo?”
”Fate un giro nelle case qui attorno: dove sono passati tre metri d’acqua ci saranno decine di porte da buttare…”
Detto fatto: in un’ora è pronta una struttura per cui molte stazioni ferroviarie ed autogrill pagherebbero…
Quando una settimana dopo arriveranno due toilette prefabbricate, quelle che al secondo stronzo diventano camere a gas, quasi tutti continueranno a preferire il mio cesso… Se fossi morto in quei giorni, sarebbe diventato il mio monumento, al “Vespasiano del XX secolo”.

Caffè e sigaretta, me li merito. 
Poi arrivano gli alti papaveri comunali.
Dunque, Alessandria è governata da qualche mese dalla Lega, gente tra cui, a quei tempi, trovavi anche elementi convinti di poter cambiare qualcosa.
”Oh, due imbecilli…”: trattasi di due assessori, uno è un mio ex compagno di scuola, con l’altro siamo amici da vent’anni.
”Cazzo ci fai qui?”
”Cerco di togliere qualche dito dal culo di mia sorella…”
Il Gatto (nome di fantasia), rientrato di corsa dal viaggio di nozze, mi prende da una parte: ”Senti, siamo nella merda fino agli occhi: arriva roba e gente da tutta Italia ma ci manca qualche testa: avresti un paio di settimane?”
Beh, è quasi una settimana che do una mano in giro e altre due settimane sono esattamente due settimane in più di quanto pensavo di dedicare al prossimo… Però, dico la verità, con i mezzi giusti so di poter fare un bel lavoro e la cosa mi intriga.
La Volpe (altro nome di fantasia) interviene con la parolina magica: “Tu fai sempre le finestre, no? Beh, usciti da ‘sta merda… potremmo parlarne seriamente…”

Eccomi qua, antenato dei militari in Missione di Pace: dare una mano al prossimo li fa sentire bene ed il quintuplo dello stipendio non li disturba…
”Allora, non voglio rotture di coglioni, non voglio fare discussioni con magazzinieri comunali o provinciali, voglio l’accredito ufficiale per muovermi bene, voglio scegliermi le persone giuste e non voglio una lira. Se poi ci sarà da fare qualche finestra…”
Salgo sulla jeep della Volpe: il neo-assessore si muoveva ancora con i suoi mezzi, a differenza degli apparatnicik, Capo di questo, Comandante di quello, che senza un mezzo ufficiale non andavano neanche in bagno.
L’unità di crisi è presso il Comando dei Vigili Urbani; mi presentano una sfilza di lavativi spostati lì dal Municipio a dare una mano ai lavativi autoctoni, tutta gente che ho sempre disprezzato, con cui litigherò mille volte e che continuo a disprezzare; poi mi mostrano uno sgabuzzino con tre o quattro telefoni a mia disposizione e mi consegnano autorizzazioni, accrediti e la cosa più importante: un bel cartello della Protezione Civile da mettere sul cruscotto dell’auto, così potrò restituire il fetentissimo TUBO LASCIAPASSARE all’amico che me l’ha prestato e che mi sta impestando la macchina; puzza sempre peggio e se mi scade una vaccinazione ci resto secco.

Allora, il mio amico colonnello in Cittadella, quello che mi ha fatto fare l’alpino ad Alessandria, andando a dormire a casa tutte le sere, adesso non mi serve: la Cittadella è a bagno, quindi…
Lo rintraccio comunque e mi faccio dare un referente nella caserma in centro; sono le dieci passate ed io mi fiondo a parlare con un capitano, un tipo in gamba.
È incredibile: hanno montagne di tende e cucine da campo, solo che nessuno gliel’ha chieste.
”Uomini?”
”Sono tutti in giro a sbadilare…”
”Riusciamo a farne rientrare qualcuno che sappia montare le tende e almeno uno che sappia come funziona una cucina da campo? Potrei provarci io ma non vorrei far saltare tutto per aria…” 
“Ci provo…”
”Vado a sgomberare il piazzale, ci vediamo là. Ah, aspetti… serbatoi per l’acqua?”
Scrolla la testa. “Ok, ci vediamo dopo. Mi raccomando, la prego… Grazie”

Torno ai telefoni.
A 15 km da Alessandria c’è una fabbrica di cisterne in vetroresina: “Buongiorno, sono il responsabile di ‘sto cazzo… bla bla bla… sì, una cisterna… boh, almeno tre o quattromila litri… Tremila? Fantastico… in prestito, ovvio… Grazie… Ah, intanto che mando un mezzo del comune… se ci volete attaccare su uno striscione col vostro marchio… È lungo? Beh, datemi due cisterne e lo attacchiamo tra una e l’altra… Dio la benedica… Senta… immagino che voi siate più bravi di noi a piazzarle… Sì, lo so, ho la faccia come il culo… Scherzi a parte, grazie”
Mi promettono due cisterne con rubinetto, relativi supporti, trasporto e montaggio: non male, per un quarto d’ora al telefono.

È più facile di quanto credessi: chiedete e vi sarà dato, la gente è disponibile, tutti vogliono rendersi utili.
In questo modo passerà più di un mese, un mese in cui il mondo mi sembrerà un posto migliore.

A mezzogiorno arriva il capitano, più lo vedo e più mi piace: inizia a far montare due tende gigantesche con tanto di pavimento in tavolato di legno, tavoli e sedie; il tecnico della cucina da campo la fa partire ed il capitano, nel prezzo, ha aggiunto una botticella da mille litri d’acqua, montata su un carrello e trainata da una Campagnola: una manna.

Dunque, alle nove e mezza ho finito di costruire il cesso; adesso sul piazzale stanno sorgendo le tende, le cisterne sono già in piedi e a breve arriveranno i pompieri a riempirle di acqua potabile; se per l’una riesco a buttare la pasta… Beh, se qualcuno vuole proprio farmi i complimenti, li accetto.

Al momento sto quasi per sbroccare, tutti mi chiamano, sono il Figaro del piazzale, avrò trecento di pressione ma…
Mi sto divertendo come un pazzo.
Mia sorella sa solo dire: “Parlate con mio fratello”, con gli occhi che le brillano.
Sembro il tenente Holden, quello di Operazione Sottoveste, una simpatica canaglia che risolve i problemi: sarà un mese duro ma onusto di gloria.
Continua

Dottordivago

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Avanti adagio.

Mi accingo a scrivere il mio post n° 500.
Gente, 500… Modestamente, quasi tutte troiate.

Dunque, domenica è scoppiata la macchina della merda, lunedì ho trovato un tetto ed ho iniziato ad aiutare Gianni in negozio, martedì mi sono concesso un giro per chiarirmi le idee su cosa era successo, poi ricomincio a pulire in armeria, in posizione privilegiata; non nel senso che prendo un posto di comando ma nel senso che, unico tra le decine di aiutanti, all’ora di pranzo sono invitato a casa di Gianni, a quaranta metri dal negozio; sua madre è una grandissima interprete della cucina tradizionale alessandrina e le porzioni sono gargantuesche: ripartire dopo il pasto è durissima, però le energie per il resto della giornata sono assicurate, anche se “il resto della giornata” durasse 36 ore.

Terminata la giornata torno a casa Zenda: dopo ore al freddo e nel bagnato, arrivare in una comoda e confortevole casa calda è una cosa che mi dà un leggero brivido di piacere, fisicamente avvertibile; al pensiero che tanta gente tutto ciò non se lo può e non se lo potrà permettere per chissà quanto tempo, mi viene un altro brivido, molto meno piacevole.
Se arrivo a casa ad un’ora decente, prendo in mano le redini della cucina; se invece vado lungo, ci ha già pensato la Lella: non è ai livelli della mamma di Gianni ma sopperisce con il quantitativo, caso mai mi fossi un po’ sciupato nel corso della giornata.

Eh sì, con quello che vedo in giro per tutto il giorno, mi viene da domandarmi egoisticamente “Cosa voglio di più dalla vita?”
Sono fuori casa ma non ho avuto danni; i miei genitori, anche se alluvionati, hanno la situazione sotto controllo, infatti non si trasferiscono neppure a casa di mia sorella; sono a casa dei miei migliori amici, quando mi piglia l’abbiocco non devo neppure montare in macchina come al solito ma mi basta fare un piano di scale; passo la giornata macinando un discreto culo ma in compagnia di amici pescatori, quindi gli argomenti di conversazione non mancano; caso mai, per staccare un momento dalla nobile arte della pesca, la chiacchiera può sempre essere dirottata sulla figa che, anche se con un approccio rigorosamente teorico/accademico, è sempre un bel ripiego.

Ecco, proprio a cercare il pelo nell’uovo –ma poi, un animale con le piume, dove va a prenderlo, un pelo?- diciamo che se non mi libero in fretta del tubo fetente del mio amico, quello che mi serve come lasciapassare, più che rottamare la macchina dovrò smaltirla come l’eternit: va beh, finchè non piove, spero sia sufficiente lasciare i finestrini un po’ aperti…

Passano due o tre giorni così poi, una sera, mi chiama mia sorella a casa Zenda, per sentire come stiamo: se avessimo dei problemi, sono sempre disponibili quelle sette o otto camere da letto a casa sua. Tranquilla, stiamo da Dio.
Da parte sua, in quanto dipendente comunale, è stata sradicata dal suo comodo ed inoperoso ufficio e precipitata nella geenna: l’amministrazione comunale ha messo in piedi alcuni centri di ristoro e distribuzione di generi di prima necessità, dall’acqua al latte, dallo scatolame agli stivali; lei è stata “promossa” responsabile di uno di questi centri e non è contentissima, visto che è tutto un gran casino.
”Domani vengo a trovarti e vedo se riesco a darti una mano, tanto da Gianni la manodopera non manca…”
In quel momento non potevo saperlo ma, con quell’offerta di aiuto, ho riempito l’agenda per un mese e mezzo.

Bimbi ed io siamo “sfollati” da qualche giorno e ci sarebbe da fare un salto a casa per recuperare un po’ di vestiti: mi offro per la missione e Bimbi, ben contenta di evitarsi un’infangata, mi fa una lista di ciò che le serve.
Arrivo sotto casa, ci sono svariati tubi che escono dalla cantina e che pompano acqua dalla mattina alla sera; un tipo mi spiega che sono lì da due giorni e ne hanno pompata fuori tre metri dei sei che c’erano: ancora un paio di metri d’acqua, poi sarà compito “dello spurgo” eliminare quel metro di melma che rimane sotto; quindi, a una settimana scarsa dal disastro, si potrà scendere per rimettere a posto tutto quello che è andato a puttane, sempre che ci siano tecnici sufficienti per le necessità di tutte le case colpite.

Il portone è aperto, ingresso e scale sono ricoperte da giornali e segatura, in una lotta senza speranza contro fango misto a gasolio e qualsiasi altra schifezza che l’alluvione ha portato in giro.
A questo proposito, mi scappa di divagare.

Non si saprà mai cosa c’era, in quell’acqua; nei giorni seguenti parlavo con ragazzi che si sono sentiti male spalando il fango, a causa di ciò che esalava.
Succederà anche a me.
Mi trovavo in un posto fetentissimo, per mostrare ad alcuni volontari quello che sarebbe stato il lavoro della giornata, quando un tanfo pestilenziale mi brucia la gola: “Fuori tutti, ragazzi. E anche alla veloce…”.
Usciamo leggermente suonati e la prima cosa che vedo è una mucca che vola. Minchia, che botta mi ha dato quella roba… Scrollo la testa, riguardo su: perfetto, adesso ce n’è pure un’altra.
Sto meditando di imbottigliare quel fango allucinogeno e di venderlo a peso d’oro in qualche rave-party, poi vedo che le mucche sono attaccate a due elicotteri; ok, capito, non è un’allucinazione ma l’evacuazione di una stalla non raggiungibile via terra: mi è già sfumato ‘o bisinniss…
Su Real TV non fa lo stesso effetto: gente, vivo in un posto dove le mucche ti passano cinquanta metri sopra la testa…
”Ragazzi, qui il rischio è pure peggio che dentro: se per la paura quelle bestie si cagano addosso…”. I ragazzi se la ridono ma, nel dubbio, là sotto ci ho mandato i pompieri con i respiratori, manco con le maschere.

Torniamo a casa mia: è un infame merdaio ma è scoppiata l’amicizia.
Non c’è il riscaldamento, quindi le porte degli appartamenti sono tutte aperte, la gente gira da una casa all’altra come si faceva da noi cinquant’anni fa e come succede ancora in paesi meno progrediti ma, forse, più civili.
Il disagio unisce, accomuna, il benessere divide, isola.
”Ernestina, ho sentito dire che rimettono la luce (riallacciano l’energia elettrica, ndt)…”
”Mah… Ornella diceva che rimettono anche l’acqua…”
”Oggi portano un po’ di catalitiche, speriamo di scaldarci un minimo…”
”I volontari mi hanno portato l’acqua, ne vuole un po’?…”

“Dramma nel dramma”, la mia vicina di casa è scivolata sul fango e si è rotta un braccio. Sembra un’indemoniata: da giorni non si fa una doccia, ha i capelli appiccicati alla testa, un braccio al collo e grida… Madonna se grida… È una brava donna ma già normalmente sembra un antifurto; adesso, per l’agitazione e la rabbia, si sfoga alzando il tono di un’ottava e il volume di una ventina di decibel.
Non provo pena: con le sue telefonate ai parenti, a tariffa ridotta della domenica mattina, mi avrà svegliato cento volte, Dio la maledica.
Anzi, il pensiero di lei e di quello stronzo del marito (ve ne ho già accennato: è lui il più ignorante del condominio…) che lavano i piatti, lui che regge il piatto e la bottiglia di minerale mentre lei, con l’unica mano disponibile, fa andare la spugna…
Karma di merda, eh?, due rompicoglioni…

Mi rendo conto che vivere senza elettricità, gas e telefono è un bel disagio ma l’acqua… quella è un gran dito nel culo.
E provo un altro piccolo, perfido piacere: il tipo che vive sopra di me, al nono piano, è assolutamente una persona odiosa: lo so, ne ho una per tutti ma se nella scala ci sono trenta famiglie e con ventotto vado d’accordo, è colpa mia se i due condomini più stronzi sono i due più vicini? Cosa su cui, per altro, concordiamo tutti e ventotto.
Tanto per inquadrare il soggetto, l’essere odioso e gentile signora hanno un figlio della mia età che ha fatto le medie con me, un poveretto cresciuto tra messe, vespri, rosari, novene, trigesime, processioni, rogazioni e giaculatorie: un povero disadattato che, appena ha avuto uno stipendio, ha trovato la forza di andarsene lontano da quei due bigotti di merda che amano il Creato a parole e odiano tutto quanto il mondo reale.

Bene, non capisco come mai agli altri della loro età, visto che l’ascensore non funziona, l’acqua la portano i volontari e a loro no…
cattiveriaCosì, il falso e cortese si è procurato uno zaino e passa la giornata a fare su e giù dalle scale (nove piani, giusto per gradire) trasportando acqua; eh sì, il problema è che non serve solo l’acqua per bere e cucinare, ci vuole anche quella per lavare, quella da versare nel water, quella per lavarsi… naturalmente fredda, visto che non c’è un joule di energia di qualsiasi tipo per scaldarla. Eheheheheh…

Ok, dopo il piacere, un po’ di dovere: primo, recuperare i vestiti necessari, secondo ricollegare la segreteria telefonica che avevo portato a casa Zenda per modificare il messaggio, lasciando il numero di casa degli amici per le urgenze, caso mai riattaccassero il telefono (ve l’ho già detto: se nel ’94 avessi trovato un cellulare, l’avrei portato di corsa allo sciamano del mio villaggio…), terzo… Cos’è che dovevo fare?

Ah, sì: ho una sorella in difficoltà.
Continua.

Dottordivago

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